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mercoledì 1 giugno 2016

Mr. Ciak: A Bigger Splash, Eddie The Eagle, Colonia, 10 Cloverfield Lane, The Driftless Area

Una rocker con il look di Bowie e un'operazione alle corde vocali che la rende afona. Un compagno più giovane, regista di documentari, che l'ha salvata dagli eccessi. Pantelleria, isola paradisiaca, che li vuole nudi, focosi e rilassati durante il loro periodo di villeggiatura. Se non arrecano disturbo i barconi clandestini, a largo, lo stesso non può dirsi di ospiti verso cui fare buon viso a cattivo gioco: un produttore sui generis – nonché vecchia fiamma – e la sua giovane figlia che, da bordo piscina, legge e ammicca. Cosa succede in un pollaio così, se si scontrano due galli? Quali pulsioni scattano in un quartetto aperto ai poligoni amorosi e alla gelosia? Quanta acqua schizza – e quanto fumo negli occhi soffia – l'ultimo film del buon Luca Guadagnino? Allo scorso festival di Venezia, ricorrenza in pompa magna di griffe e noie, il remake di un lungometraggio con Alain Delon aveva lasciato fredda e scettica la platea. Sarà che la bella stagione è a un passo, sarà che di Guadagnino amo i virtuosismi e l'edonismo, ma – come si suol dire – tra gli specchi d'acqua salmastra e le piscine private di A Bigger Splash ci ho letteralmente sguazzato. Partito come una versione meglio scritta del francese Un momento di follia e destinato, nell'ultima mezz'ora, a arenarsi in un guazzabuglio di toni ora gialli e ora grotteschi, l'ultimo Guadagnino non resta sempre in equilibrio, vero: ma, quando scivola, cade a picco nel blu. Nuoterà, oppure no? C'è chi si concentra sui difetti dell'epilogo – e sono numerosi, tra il cameo di un Guzzanti ispettore, coppie di carabinieri da barzelletta, xenofobia – ma, personalmente, sono vittima dell'ascendente che Guadagnino esercita su di me. Perché ama le belle cose, le forme e i colori, e io non resisto. Se il precedente Io sono l'amore era un gelido, sopraffino melò, A Bigger Splash è il suo alter-ego, più fresco, solare e capriccioso. Ritroviamo il binomio amore-morte e, con grande piacere, una Tilda Swinton oggetto di venerazione: cinquantacinque anni, di un bello senza sesso, un fisico spigoloso. Però, qui, quanto è affascinante, con la schiena nuda, gli abiti anni Cinquanta e un paese che ucciderebbe, per un suo cenno? Quant'è istrione l'innamorato respinto di Fiennes e quanto sono irresistibili Shoenaerts e la Johnson, mirati e rimirati, spogliati da capo a piedi? Troppo, tutto. Quindi, abbagliato, mi sono goduto le follie di un cast di ninfette e abbronzatissimi marcantonii, che chiacchierano, seducono e ammazzano il tempo (e non solo quello). Guadagnino fa loro da balia, riesce a metterli sorprendentemente in riga, ma una sceneggiatura gocciolante, purtroppo, non aiuta. Sensista e ironico, dal cipiglio europeo, A Bigger Splash è un'altra faccia di un cinema italiano al passo. Cocktail impreciso e strabordante, spensierato, che dà alla testa. (7)

Nell'Inghilterra degli anni Ottanta, Eddie è un ragazzo mingherlino, cagionevole e non particolarmente brillante: le ginocchia ballerine, gli occhiali a fondo di bottiglia, una fisicità che stimola la crudele fantasia dei prepotenti. Il suo destino: imbianchino, come il papà. Il suo sogno: le Olimpiadi. Perciò lui, che per lo sport non è mica molto portato ma che non ha paura di cadere e rialzarsi, prova discipline e divise varie e, rotolando nella sabbia, ricerca la sua vocazione. E se fossero gli sci? E se fosse il salto in alto, che nel Regno Unito non ha campioni? Investire su se stessi, rubare il furgoncino della ditta di famiglia e andare in Germania, lassù tra i monti e i fuori classe. Puntare al Canada, però. E, nel mentre, trovare un coach – atleta in decadenza che ha preferito l'alcol alle medaglie – e il calore dei giornalisti. Perché questo Eddie è più un pollo che è una aquila, però vola. E, a mezz'aria, sorprende. Eddie The Eagle, ispirato a una di quelle vicende che piacciono a me, è una commedia di quelle che piacciono a me. Ma tanto. Tenere ed edificanti, infatti, ti toccano il cuore. Belle o brutte, che importa: l'importante è che, come nel caso del recente One Chance – L'opera della mia vita, siano un sollievo dalle fatiche visibili e non e, soprattutto, appaiano inguaribilmente british. Ci si stenta a credere, ma Eddie ha impensati assi nella manica e, goffo e acerbo, la voglia di partecipare del proverbio; possibilmente, lasciando un segno sulla neve. Le mille risorse di lui, però, non trovano un corrispettivo nel film che racconta la sua vita a mo' di fiaba: la commedia sportiva di Dexter Fletcher, altrove assai bene accolta, è piacevole, trasognata, ma meno riuscita di altre simili. Gli ho preferito, appunto, il biop – da noi, purtroppo, destinato solo al noleggio – su Paul Potts, vincitore di Britain's Got Talent a cui il nostro Pavarotti aveva tarpato le ali. I difetti, questa volta, non nel lieto fine annunciato: è quello il bello, nella classica rivincita degli underdog. Piuttosto, nella scarsità dei comprimari: figuranti passeggeri; Cristopher Walker e Jim Broadbent cronisti; un Hugh Jackman pigmalione, riciclato da Real Steal senza troppe cerimonie. Tutti i pregi, invece, si chiamano Taron Egerton – e la spia in erba di Kingsman, qui in borghese, è irriconoscibile, naturale e adorabile – e suonano un po' come quella You make my dreams come true o, ancora, Jump che esaltano, nell'era in cui i jukebox si sono sfortunatamente estinti, ma si balla lo stesso sui divani. (6,5)

Lena s'innamora di Daniel, nel mezzo del colpo di stato di Pinochet. Lui, che vuole documentare la violenza del dittatore, è accusato di insurrezione e torturato: creduto ormai innocuo, a causa della gravità delle sevizie, viene chiuso in un campo di lavoro che è il tentacolo più pericoloso della dittatura. Lei, che non si rassegna, entra a Colonia Dignitad di propria scelta: vuole ritrovare Daniel. Ma, dal campo, è vietato uscire: soggiogati da uno spregevole santone, i prigionieri – e i fedeli – sono separati, percossi, sfruttati. Campi da dissodare, preghiera e, se sei una donna ribelle, pestaggi che ti uccidono. Isolati dal mondo, in un Cile omertoso e ignoto, riusciranno i protagonisti a rincontrarsi? Soprattutto, riusciranno a scappare e a portare fuori un po' degli orrori della longa manus di Pinochet? Tratto da una storia vera che ha dell'incredibile, Colonia denuncia crimini recenti e taciuti e lo fa, furbamente ma bene, con il linguaggio e il ritmo del survival; l'intreccio di un romanzo d'inchiesta. Pieno di concessioni e rielaborato: quelli, forse, i suoi evidenti errori. Thriller politico tesissimo e melò appassionante, però, Colonia mi ha preso in contropiede e mi ha stupito: immaginavo, infatti, una pellicola storica pesantissima, buoni sentimenti in quantità, un'altra esecrabile prova dell'ex maghetta "Hermione". E invece. Angosciante, cupo, inquietante, Colonia ha nervi a fiori di pelle e ansia a mille – impossibile il contrario, se si parla di femminicidio, pedofilia, fughe disperate – e, sebbene indebitato con il cinema d'azione americano, eccezion fatta per un finale troppo rocambolesco, ha scelte di pancia e un ottimo cast. Su tutti, gli spregevoli Michael Nyqvist e Richenda Carey, e il sempre capace Daniel Bruhl. Emma Watson, meno perfettina del solito, quindi più intensa, è tanto convincente da lasciarci dimenticare la pessima prova nell'horror Regression – anche lì sette e omicidi, ma qui aumentano l'impegno e il brivdio. Gallanberg fa meglio del conterraneo Von Donnersmarck, e Colonia – anche se poco europeo – non è il terribile The Tourist: altro punto da dimenticare, allora, se l'avventura di un altro tedesco nel cinema internazionale lascia soddisfatti e alquanto turbati. A farsi ricordare, invece, la vicenda di Colonia Dignitad e dei suoi prigionieri: infelice parentesi storica che il cinema, pur con tutti i sotterfugi e la spettacolarità di cui è capace, salva dall'oblio. (7-)

Qualche anno fa, Cloverfield aveva stupito i più. Dai più, nonostante l'indiscreta impronta del furbissimo J.J Abrahms, tocca sottrarre il sottoscritto: lo sci-fi alternativo non mi aveva impressionato. Non atteso, dal nulla e con scarso preavviso, è saltato fuori un sequel quasi dieci anni dopo. Nonostante il ritardo e il cambio di regista (e registro), 10 Cloverfield Lane è stato accolto altrettanto bene in sala. Ma, rispetto al primo, era un'altra storia? Qual è la trama, all'inizio top secret? Questa ideale prosecuzione firmata da Dan Trachtenberg si apre con Michelle, una giovane donna che dopo una lite telefonica con il fidanzato – in un cameo vocale, c'è lui, Bradley Cooper – incappa in un incidente stradale. E, pare, nell'armageddon. Si risveglia in un bunker, messa in salvo da due uomini: Emmett, un semplice bracciante, e Howard, leader attempato con la sindrome del tiranno. Il secondo, in particolare, ha toni bruschi e metodi violenti; segreti: tratta Michelle come fosse una bambina e le spiega che, fuori, in superficie, è guerra aperta. Sarà vero, se a dirlo è un uomo paranoico e possessivo, con la coscienza e le mani già sporche? Lei è una prigioniera o una superstite? Il mix è insolito, ma il risultato sorprende ben poco. Forse, ne hanno parlato con toni troppo stupefatti: troppo bene. 10 Cloverfield Lane è il perfetto non-seguito, paradossalmente, per chi Cloverfield non l'ha mai sentito nominare. Per gli altri, invece, viene meno il dubbio: fuori, quest'apocalisse, c'è oppure no? A questi ultimi, che rimarranno a bocca asciuta se in cerca di nuove prospettive, consiglio l'inedito Hidden. Ci sono mostri e mostri, e 10 Cloverfield Lane descrive quelli della nostra specie, con lo stile di un dramma psicologico teso e coinvolgente. Sembrerebbe il solito thriller, ma ha una misteriosa cornice fantascientifica; sembrerebbe il solito prodotto fantascientifico, ma ha le dinamiche – appunto – del thriller. Sfumature complementari, volti speculari: basta l'originalità della cornice? C'è quella, e una protagonista dalle mille risorse, e l'antagonista di un ottimo John Goodman; un trio credibile e l'ansia. Accontentiamoci. (6)

Pierre, stralunato barista di provincia, cade in un pozzo, mentre va a passeggio. Il mattino successivo, un viso – un viso bellissimo – fa capolino dall'alto. Una ragazza passata lì al momento opportuno gli tende una mano. Si chiama Stella, è morta nell'incendio doloso della casa a cui badava, cerca un ragazzo buono che la vendichi e la liberi. Pierre, non conoscendo la sua natura, s'innamora di lei. Contemporaneamente, un boss da poco – colui che di quel rogo è la causa principale – insegue una borsa piena di soldi che gli è stata rubata. E tutte le strade porteranno nella cittadina di Pierre. E a una specie di vendetta. The Driftless Area – da noi, Niente cambia, tutto cambia – ha il potenziale di una trama che, all'apparenza, sembra un buffo e romantico miscuglio di generi e, soprattutto, due protagonisti che ai patiti del cinema indie staranno senz'altro tanto a cuore. Anton Yelchin, che lo scorso anno ci ha regalato quei gioiellini di 5 to 7 e Rudderless, ha addirittura una partner più splendida del solito. La lei del suo Pierre, e c'è da dire che lui è perfetto, è Zooey Deschanel: presenza misteriosa, spettrale, impalpabile. E se, nonostante un sodalizio felicissimo, il loro film si rivelasse, invece, un mezzo pasticcio? The Driftless Area è un luogo scomodo, strano, in cui incontrarsi: onestamente, non l'ho capito. Pieno di simboli e figure allegoriche, lento, crea un senso d'attesa: la meta si capirà nel finale? Qual è il punto? Invece, le domande si accumulano, i due sono carinissimi ma confusi, il dubbio persiste. Un po' canonico boy meets girl, un po' crime, un po' ghost story, The Driftless Area si ricorderà, appunto, un po'. Quella, la parolina chiave, per un prodotto indipendente che ho faticato a interpretare e, invano, a farmelo stare a cuore. Anton e Zooey, cari miei, meritavate un giardino più fertile: lontano da gole rocciose e fiamme, salvo dal guazzabuglio inaspettato. (5,5)

lunedì 14 settembre 2015

Mr. Ciak: Rudderless, Fantastic 4, Dark Places, Aloha, Tutto può accadere a Broadway, Return to Sender

Rudderless parte schiacciando il solito tasto. Quello, a orecchio, dolente: la morte di un figlio, la voglia di disperarsi. Eppure la vicenda che ti racconta non è di quelle che che sperano di condurti sull'orlo del pianto. La storia di questo padre straziato dalla perdita – un figlio ucciso in una sparatoria in un campus universitario – si perde, qualche volta, in una bottiglia di birra scura, ma per fortuna si ritrova nella musica. Basta beccare l'accordo o trovare il coraggio di mettere il naso in una stanza che spaventa. Sam – che ha abbandonato tutto, per vivere da spiantato su una barca: per fuggire – un giorno trova i dischi che suo figlio ha inciso prima dell'inizio della fine. Così, in sua memoria, li fa suoi e canta qualche canzone per locali: i testi di Josh sono il mezzo più efficace per essergli vicino. Quel lupo di mare di mezza età, perennemente alticcio e su di giri, stringe amicizia con un ventunenne che cela la timidezza cronica dietro una parlantina a raffica: con lui e due coetanei sfigatelli forma un improbabile gruppo che fa bella musica. Rudderless racconta l'ascesa di una band e il lento risalire la china; dramma – anche un po' commedia però – in musica, sul perdono e il correlato perdonarsi. A sorprendere dell'esordio di William H. Macy – ma sì, il Frank di Shameless – è la leggerezza di cui, nonostante un fatto bruttissimo, è padrone e la presenza di pezzi già riascoltati, personalmente curati da un cast che non ti aspetti. Un magnifico Billy Crudup regala così una prova vocalmente ineccepibile e emotivamente ricca: il suo papà a pezzi un po' clochard è uno di quelli che quando si sbronzano son patetici ma allegri. Anton Yelchin, come il prezzemolo ma in gamba, intonato, suona con convinzione e non si riconosce quasi con il viso emaciato e i capelloni ricci. E l'amicizia strana tra un padre senza figlio e un figlio senza padre, un vecchio e un giovane, ha effetti ora tragicomici e ora miracolosi, senza retorica alcuna – tra i due, inoltre, la fidanzata a lutto Selena Gomez e la mamma recalcitrante Felicity Hoffman. Oltre a una colonna sonora originale e a un'aria trasandata nelle mie corde (e quando mai il Sundance sbaglia, poi?), c'è una simpatica parte teen – il ragazzo impresentabile che ha il talento ma non la faccia tosta – e un colpo di scena da pelle d'oca. Se non ti commuove all'inizio, Rudderless ti commuove quando meno te lo aspetti, con un'intensa ballad di chiusura che è una benedizione; un pugno forte, ma necessario: delicato. Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, con la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Rudderless – tra Begin Again e La stanza del figlio –  non è mai una scontata, stonata, canzone triste. Mi ha rubato cuore e mp3. (8)

Io odio il cinecomic. Così, quest'anno, era cominciato un post in cui – tra posizioni finto snob e ricordi – mi ero per metà ricreduto. Non odiavo il fumetto quando era come il Daredevil Netflix, ad esempio. Per il resto sì. Neanche quando il film è amatissimo io riesco ad apprezzarlo; figuratevi quante probabilità ci siano che mi piaccia, invece, il disastro annunciato che neanche gli appassionati salvano. Fantastic 4 – flop clamoroso, rinnegato perfino da chi l'ha diretto e interpretato – a sorpresa non mi è dispiaciuto. Alla sufficienza piena non arriva, e facile sarebbe fare ironia con l'aggettivo fantastico, mai così fuori luogo qui, e con il numero nel titolo che, per magia, va a richiamare il quattro secco della valutazione finale. Prima di vederlo, e viva il pregiudizio, avevo un'idea per un bel commento negativo. Ma poi, pronto al peggio, mi sono mediamente goduto quest'ora e mezza, vista solo per una curiosità di quelle brutte: quando mai di mia spontanea volontà guarderei un prodotto Marvel? Vista a suo tempo la saga originale, che mi aveva diverto e poco più, non mi ha turbato l'idea di un reboot. Il cast, inoltre, vanta alcuni tra gli attori più promettenti della nuova generazione: la rivelazione di Whiplash, la sorella meno impegnata di Rooney Mara, il Billy Elliot cresciuto con Von Trier e Vinterberg, il protagonista del premiato Fruitvale Station. Questa riscrittura in chiave giovanile, per me, parte bene: un cenno a un'infanzia da nerd e a una lunga amicizia, la coesione non messa in gioco da nessun amore, salvare il mondo come fosse un progetto del liceo. Spensierata, la prima ora vede un quinto membro di passaggio – un giovane Dottor Destino non ancora cattivo – e la scoperta di un mondo parallelo. Non ci sono momenti seriosi né la simpatia per forza; New York non sarà nuovamente distrutta. Da qui in poi, la situazione precipita: qualcuno schiaccia "avanti veloce". Un'ellissi narrativa buttata lì, un anno è passato: sviluppi che nessuno ti ha spiegato, uno scontro finale di pochi minuti, un epilogo aperto. Quello c'è di negativo – non la Torcia Umana di colore che tanto ha fatto strepitare (momento ironia: la fiamma l'avrà scurito un po' troppo?), né il mondo alternativo che ricorda preoccupantemente i wallpaper dozzinali del mio portatile: ossia, il sembrare il pilot introduttivo di un telefilm senza un to be continued. (5,5)

Gillian Flynn – dopo il fenomeno Gone Girl – non ci ha messo molto a tornare al cinema. Presta la sua interessante penna al francese Gilles Paquet-Brenner. Dark Places è un poliziesco non particolarmente piaciuto in rete, di cui mi sono concesso direttamente il film, senza prima passare per il romanzo. Come saprà qualche lettore, parla di un caso di cronaca riportato alla luce dopo trent'anni: Libby Day – unica sopravvissuta al massacro di famiglia di cui è stato dichiarato colpevole il fratello maggiore – adesso è una donna che ha bisogno di soldi e pace. Non indaga per sete di giustizia, ma per conto di uno strano club finanziato da appassionati di crimini irrisolti: torna ad aprire la porta al passato, e scopre che forse il mostro in galera aveva avuto un ruolo marginale in quella notte di sangue. Cos'è successo davvero? Nelle zone d'ombra del titolo, una storia tra passato e presente, ambientata in una America rurale, dura e polverosa: le fattorie pignorate, le bettole che attirano i papà alcolizzati, i ragazzini precoci che adorano il Demonio. I paragoni scattano e non sembrano tenere in considerazione lo spirito diverso delle due storie: quella proposta da Fincher, cinica e all'insegna del colpo di scena; questa a cura del modesto regista di La chiave di Sara – capace, anche in quell'occasione, di districarsi con fluidità tra diversi piani temporali – verosimile e lineare. Davanti a una svolta non perevista ma poco incisiva, ho però avuto l'impressione che sin dall'inizio Dark Places fosse una piccola storia; ma il risultato – nonostante le imperfezioni e i limiti – è più che sufficiente. Merito di una confezione classica e di un ritmo lento, che ti lascia apprezzare più il dramma ambientato in quei sonnacchiosi anni ottanta che il giallo contemporaneo. Ottima la scelta dei comprimari – una sexy Chloe Moretz, una Christina Hendricks dimessa, un Nicholas Hoult che ha fatto di meglio altrove – e prevedibilmente in parte la Theron, camaleontica e dello stile androgino, à la Jodie Foster. (7)

Bradley Cooper è un eroe in congedo – traumi di guerra dopo American Sniper? - che arriva alle Hawaii con un gamba dolorante e piani confusi. Riallaccia rapporti con una Rachel McAdams mai scordata; si innamora di un rigido caporale con gli occhi di Emma Stone; finanziato da un esagerato Bill Murray che vuole comprarsi il cielo, fa da paciere tra americani e indigeni. Questo e qualcos'altro, con illustri comparse che non vi sto a elencare e un intreccio a metà tra la commedia sentimentale e la spy story, capita in Aloha, ultimo film del buon Cameron Crowe – nel mio cuore a vita per Quasi Famosi e Vanilla Sky – su cui, in Patria, hanno detto peste e corna. Se ingiustamente, guardate, non saprei: la stampa criticava posizioni politiche che non ho colto e un razzismo di fondo nel descrivere le tribù locali; non la sceneggiatura – disimpegnata, ma estremamente gradevole – e il lavoro dei protagonisti – rilassati e bene amalgamati. Glissando perciò su questi elementi – forse dolenti per gli yankee, ma noi siamo italiani, quindi chissene – resta il fatto che Aloha, film di puro intrattenimento sorretto da un ottimo cast e da più di qualche scena brillante – il dialogo muto tra Cooper e un laconico Krasinski, il ballo a Natale tra la Stone e Murray -, diverte e intrattiene con intelligenza. Dovrebbe sorprenderci la cosa? Direi di no, con un Crowe che ci mancava, i suoi classici personaggi combattuti e dai lavori inconsueti, la profondità e l'acume, gli epiloghi non scontati. Se la surreale parentesi spionistica non si segue con molta convinzione, è anche perché si è impegnati a vedere il protagonista alle prese con due delle donne della mia vita, su uno sfondo esotico che non fa da cornice folkloristica. Per una volta il titolo italiano non sbaglia, in ballo infatti c'è il cielo, ma preferisco quello internazionale, che significa “ciao” e “arrivederci”. L'unico termine che conosco insieme a ohana, direttamente da Lilo & Sitch: “famiglia”. Altra parola che può andare tanto bene, per riassumere questa storia di salvataggi sopra le righe, nidi, sogni di secondo taglio. (7)

Una stella in ascesa racconta a una giornalista l'incarico con una compagnia in cui – suo malgrado – ha seminato zizzania. Quella nuova diva, infatti, un tempo lavorava come squillo in attesa della grande svolta: uno dei suoi amanti – un regista filantropo o puttaniere – aveva finanzato generosamente i suoi sogni e, per pura coincidenza, si era ritrovata a recitare proprio nello spettacolo di quest'ultimo. Ma con una moglie sospettosa, un attore inaffidabile che sa tutti i dettagli del tradimento, uno scrittore pazzo d'amore, lo spettacolo con la bella Isabella – ingenua, nonostante la professione più antica del mondo – sarà stato allestito senza divorzi o, per un crimine d'amore, reputazioni rovinate? Tutto può accadere a Broadway – in inverno da noi – è il ritorno al cinema di Peter Bogdanovich, settantaseienne che – come sapranno i cinefili doc, dunque non troppo io – è un'istituzione quando si parla di commedia. Qui, tutti in un colpo, il Wilson cascamorto, l'Ifans istrione, una Aniston pazza; soprattutto, una Imogen Poots – se sia più bella o simpatica non si sa, con il suo personaggio alla Audrey, di gran classe – da cui portano tutte le strade. Newyorkese con orgoglio, Bogdanovich cita sé stesso, Lubitsch e l'Allen più brillante, in un film dalla comicità sofisticata, in cui una scrittura pimpante, un cast all stars e colori retrò trovano l'approvazione di un pubblico che stravede facilmente per le cose così. Luccicanti, parlatissime, d'altre epoche. Non un attore fuori forma o un momento di silenzio, quando tutti si affidano a un'anziana leggenda e fraintendimenti e battute fulminanti – in cui si parla di sentimenti, show business e dintorni – ti sommergono come un'onda e ti intontiscono di chiacchiere. Ma giusto un po'. (6,5)

L'ultimo Fincher aveva lasciato scoprire ai più il potenziale di una grande attrice. Dopo Gone Girl, si attendevano riconferme dalla Pike; collaborazioni importanti e nuovi progetti, anche se, cronologicamente, si ha la sfortuna di imbattersi prima in Return to sender. Il lavoro direttamente successivo a quello che la portò a un passo così dall'Oscar: scivolone imperdonabile. Perché è un thriller scialbo e inconcludente; perché il personaggio di Miranda – algida, perfetta, impenetrabile – è la fotocopia in bianco e nero di Amy. Un anno dopo, con un'altra vendetta e un'altra regina di ghiaccio? Scelta sbagliata e ingiustificata, dato uno script inconsistente e l'idea vecchia. La storia della perfetta infermiera che, in pieno giorno, viene stuprata da un fattorino (no, non lo mandava Zalando - "urla di piacere") e medita punizioni poco esemplari, infatti, regala un'unica sorpresa: la vendetta ci sarà, ma rimandata di un'ora. Se la violenza manca, si nega all'appello anche una degna caratterizzazione dei personaggi – incomprensibili – e il minimo sindacabile di coinvolgimento. Lei ha la vecchia maschera, Nick Nolte è il papà burbero e premuroso che sempre gli riesce; nota positiva, Shiloh Fernandez: giovane antagonista che intriga. Il resto: il trauma e la nascita di disturbi ossessivi, le cure miracolose della legge del taglione, innumerevoli cambi d'abito tollarabili unicamente per il fisico statuario della Pike. Bellissima sempre, ma qui tornata alla leziosità e al rigore di quando nessuno la conosceva. Rosamunde mia, perché? (4)

venerdì 10 luglio 2015

Mr. Ciak: 5 to 7, Ted II, While We're Young, Burying The Ex, Woman in Gold, Duri si diventa

Brian vive in un monolocale e, alle pareti, tiene appese le prove dei suoi fallimenti. Ma ha ventiquattro anni appena e, fuori dalla finestra, la città più stimolante del mondo: New York. E succede così che, durante una delle sue lunghe passeggiate, dall'altra parte della strada vede Arielle, all'angolo fumatori di un ristorante di lusso: si innamora a prima vista. Lei – francese, felicemente sposata, di dieci anni più grande – per qualche motivo ricambia; tuttavia, nel suo matrimonio aperto, c'è posto per un giovane amore adulterino una volta a settimana, per due ore. Ma se lui, ragazzo di sani principi, non capisse cos'è questa storia che i francesi, civili e libertini, sono disposti a condividere l'anima gemella con un terzo incomodo? E se a quell'adulta che si chiama come un sirena – e delle sirene ha il potere di sedurre poveri marinai e confusi scribacchini – a un certo punto non sapesse più rinunciare? 5 to 7, ai più sconosciuto, è una delizia di commedia romantica che, in tutta sincerità, mi aveva incantato sin dalla copertina. Ho potuto giurargli un po' d'amore nell'ora e mezza in cui, spensierato, mi sono goduto coi protagonisti lo spettacolo raro del cielo in una stanza. Bizzarri amici di letto, il romanziere e la sua esotica Mrs. Robinson passano il tempo che hanno a disposizione a braccetto, nelle suite degli hotel, passeggiando a Central Park, andando a pranzo con il marito di lei e a cena con i genitori di lui. Intraprendono conversazioni lunghissime e, prima e dopo il sesso, si confrontano sugli americani moralisti e sugli europei spregiudicati, progettando nuovi sogni e scrivendo nuovi racconti. Creando inconsapevolmente, insieme, un gioiellino di parole e fatti, un po' newyorkese e un po' parigino, ma comunque tanto malinconico. I sentimenti secondo Victor Levin flirtano con Allen e Truffaut, e coinvolgono con uno di quegli amori sospesi e un epilogo limone e vaniglia che incrina il cuore. Arguto, loquace, colto. Classe sconfinata che fischia appresso ai taxi gialli, degusta vini rinomati e fa ridere chi, smaliziato, sa che “baiser” non significa quel che tutti pensano. Avvenenti e naturali, i proprietari di queste due anime trasognate – e di questi visi che fanno centro - danzano su melodie da gourmet. Anton Yelchin, mite e dalla voce bellissima, che fa gli stessi film che farei io se fossi un attore avvenente e naturale, mite e dalla voce bellissima, ovviamente; e – nel suo letto, al suo braccio – la soprannaturale Bérénice Marlohe. Una che quando sorride ferma il traffico. (7,5)

Il caro Ted è tornato. Dopo averci parlato di come la magia del Natale avesse regalato un migliore amico a un bambino solitario, adesso l'orso sporcaccione di MacFarlane è pronto a diventare papà. Come dimostrare di essere umano? Mentre perde lavoro e moglie, un'avvocatessa rampante e l'inseparabile amico John lo aiuteranno nella lunga battaglia per i diritti (in)civili. Il primo film, divertentissimo, aveva messo d'accordo tutti. L'estate scorsa, poi, il regista – lì anche attore in carne e ossa – ci aveva riprovato con Un milione di modi per morire nel west, e anche in quell'occasione – tra crossover, momenti da musical e cameo folli – aveva centrato il besaglio. Il successo cerca successo e un sequel non poteva mancare. Da parte mia, l'accoglienza era delle più favorevoli. Però, come nel caso di Pitch Perfect e 21 Jump Street, ecco un altro seguito sì atteso, ma poco necessario. Una delle famose volte in cui si ride più con il trailer che con il lungometraggio in sé. Fatto di quella comicità nonsense poco familiare agli italiani, strappa risate nelle poche scene non contemplate negli spot tivù – ad esempio, riferimenti scorretti a personaggi noti e a tragedie mondiali cinicamente scomodate. Sensibile forse senza volerlo, funziona paradossalmente più nei momenti da film per famiglie – riposte via droghe e birre – mentre la sua comicità bostoniana lascia freddini. Per il resto, tralasciando una capatina al Comic Con, sono poche le soddisfazioni legate al vecchio cast – nuovo ingresso, giusto la solare Amanda Seyfried – ma c'è il tema, in compenso, a fare pensare. Ted 2, infatti, a modo suo, mi è sembrato anticipasse il giorno in cui Facebook si è colorato d'arcobaleno e gli hashtag, su Twitter, hanno celebrato un altro passo avanti della civiltà. (5,5)

Quando ci si accorge di essere diventati adulti? La vecchiaia, per Cornelia e Josh, è un'invenzione borghese: loro – ben oltre i quarant'anni – si sentono reattivi, innamorati, così diversi dalle coppie di amici che, vuoi i figli, vuoi la famiglia tradizionale, sono cresciute in un giorno solo. Ma si sentono fuori luogo accanto ai loro coetanei, dotati di una voglia di diventare genitori che loro non sentono particolarmente, proprio come non si sentono di stare al passo con Jamie e Darby, venticinque anni e tutto il tempo per rivoluzionare il mondo del documentario. Più deprimente chiudersi in casa, rassegnati, o tentare la via, tra pattini e lezioni di danza, di una seconda e impossibile gioventù? While we're young – da noi, Giovani si diventa – parla della vana ricerca del tempo perduto e, con un colpo di scena che colpo di scena non è, della spietatezza del rinnovo generazionale: quella coppia hypster tanto affabile sta dando loro un'altra possibilità, in nome di una strana amicizia, o sta cercando di strappare via dai due – soprattutto da lui, competitivo e geloso - la soddisfazione delle ultime volte, con relazioni “usa e getta” e bugie su bugie? La commedia scritta e diretta da Noah Baumach – di cui mi tocca recuperare quel Frances Ha acclamato come capolavoro – è profonda, intelligente, bene interpretata. Prevedibilmente riuscita, nel bene e nel male. Nel bene, perché fa sempre piacere vedere uno Stiller più serio del solito, una Watts che si scatena, gli occhi da bambola della Seyfried e il viso indefinibile del promettente Adam Driver; nel male, perché Giovani si diventa è profondo, intelligente, bene interpretato proprio come immaginavi fosse prima di vederlo. Cosa va ad aggiungere ai Peter Pan del primo Muccino – ma qui senza strepiti, fortunatamente -, che inevitabilmente sentivamo anche più vicini a noi? Niente, o così mi è parso. Ma è un niente, il mio, che non sottintende disprezzo. Fa molto più che compagnia e, in definitiva, molto meno che rumore. (6,5)

Lo scorso anno, a un Festival di Venezia più serioso che mai, veniva proiettato Burying the Ex. Ventata d'aria fresca e ritorno alla regia di Joe Dante – regista di commedie horror come Gremlins; anche per me, che all'epoca non ero neanche nella mente dei miei genitori, must. Dopo averci provato con gli spauracchi per ragazzi e il 3D, eccolo con una storia divertente e sanguinosa. Max ama Olivia a cui è legato da una forte attrazione fisica e dal comune amore per i film di serie B; non molto tempo fa, però, nella sua vita c'era Evelyn. Vegana convinta, dispotica: come lasciarla senza spezzarle il cuore? A quello che dovrebbe essere l'ultimo appuntamento, Evelyn attraversa di fretta e l'urto con un autobus le spezza il collo. Il cuore, in compenso, è sano e salvo. L'accanita non morta sbuca dalla tomba e getta le basi per un'infernale convivenza. Il risultato è una commedia più che discreta, sulla persistenza dei ricordi e lo stalking da parte di splendide ex. E beato il sempre in parte Anton Yelchin, da me odiatissimo: cioè, in Like Crazy aveva Felicity Jones e qui, in meno di novanta minuti, sia Ashley Greene – e con lei, prima vampira e adesso zombie, neanche la necrofilia pare così strana – che quello schianto di Alexandra Daddario? La mano di quello che un tempo è stato un regista culto si nota palesemente nei dettagli: i poster italiani appesi ai muri, il cinema all'aperto e le proiezioni di Romero, le citazioni sparse; ma a metà tra Warm Bodies e La sposa fantasma c'è un territorio piuttosto arido in quanto a fantasia. Poteva essere più spassoso, folle, originale: arriva in ritardo. Ma gli si perdona tutto, in fondo, per il glamour del trio e perché Joe, sessantottenne, sa ancora il fatto suo. George Miller – di due anni più anziano – però ha diretto una cosetta come Fury Road: tanto per dire. (6+)

La storia vera dietro un capolavoro e quella della donna che per riaverlo – dopo le razzie naziste – chiamò in giudizio l'intera Austria. Giusto privare Vienna della sua splendida Monnalisa e lasciare che trionfi una giustizia senza prezzo? L'apparenza suggerisce un prolisso polpettone, no? Invece la durata contenuta, la compresenza del dramma delle persecuzioni – visto, qui, da una prospettiva nuova – e della parentesi giudiziare, fanno sì che il lungometraggio scorra, tocchi e, soprattutto, intrattenga grazie all'ennesima prova maiuscola di Helen Mirren. Maria Altman era pungente, severa e volitiva e aveva ingaggiato, sapendo di perdere in partenza, il figlio di amici di famiglia – qui, un bravo Ryan Reynolds – per tentare, rimasta sola al mondo, la carta disperata della giustizia. Quando il passato prende vita e si passa dalla Los Angeles degli anni novanta alla Vienna assediata, la Mirren ringiovanisce e diventa la nostra Tatiana Maslany – talento puro, alle prese con un'altra sfida: l'accento tedesco – e, accanto a lei, si ritagliano ruoli minori il giovane marito Max Irons e Daniel Bruhl, uno dei pochi austriaci disposti a non dimenticare i crimini dei padri. Ma Woman in Gold, oltre a parlare di arte e di donne, è anche la storia di un giovane uomo –  americano, ma con il cognome di uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – che, commosso, fa pace con le sue origini. Inedito come Philomena e sotto sotto fiaba come Saving Mr. Banks, il dramma di Simon Curtis si dipana tra passato e presente, con la sua struttura tradizionalissima, un solido rigore, un po' di retorica e, a sprazzi, tocchi d'umorismo che contribuiscono a renderlo una visione non imprescindibile, ma degna. Anche se qualcosa andava evitata – un flashback alla Titanic di troppo -, qualcosa approfondita – il rapporto tra la piccola Maria e zia Adele, la musa di Klimt – e non è tutto oro quel che luccica. (6,5)

Chi ha tutto ha tutto da perdere. Così James, imprenditore, finisce nei guai: andrà in un carcere di quelli infernali. Come proteggere, in quel covo di criminali, la sua virtù? Ha trenta giorni per imparare le regole del vivere selvaggio, così si affida all'afroamericano Darnell – quieto padre di famiglia che, in cambio di una somma da capogiro, insegnerà al protagonista a essere una belva. Duri si diventa ha la tipica comicità che, in estate, il cinema ha da offrire: o ti accontenti di horror che non spaventano o, come è già successo con Affare fatto, di linguaggio coloritissimo e facce simpatiche. Nel dubbio, meglio farsi due risate con questi due tipi qui, quando la giornata è lunga, lo stress uccide e sorridere – per parolacce e chiappe (o peggio) al vento – alleggerisce il male di vivere. Si sa inizio, svolgimento e fine, ma questa Poltrona per due al contrario – e senza Landis e repliche a Natale – non le manda molto a dire e, fisico e invadente, con sparatorie, sessioni di sollevamento peso e disgustosi tentativi di imparare l'arte del sesso orale – perché se non puoi batterli, almeno fatteli amanti, i carcerati – è fresco e funzionale. Soprattutto grazie a un istrionico Will Ferrell – lo stesso che spesso e volentieri trovo irritante – che qui gigioneggia alla grandissima e regge ogni singolo sketch, tra una battuta razzista e un pianto da ragazzina. (6)