Visualizzazione post con etichetta Bates Motel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bates Motel. Mostra tutti i post

sabato 6 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Feud | Fargo | Bates Motel V

Murphy non si ferma. Lo sceneggiatore più inarrestabile (e instabile) che c'è torna con l'ennesima serie antologica. Con una seconda stagione già confermata, Feud ha fatto il suo debutto parlando della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford. Ormai sul viale del tramonto, le due leggende erano tornate a sfidarsi nel cult Che fine ha fatto Baby Jane. Quanto di vero e quanto di simulato c'era in quell'odio che ricordiamo a distanza di mezzo secolo? Feud, tra biopic e rotocalco, mostra le premiazioni, i livori, il girato. Ha una Jessica Lange autoironica e calcolatrice, strepitosa nei panni della Crawford: attrice più bella che capace, si vociferava, incapace di rinunciare al rosa shocking. Antipatica nel suo narcisismo, commuove a sorpresa nel decadimento finale. Con lei una magnetica Sarandon, che della Davis ricalca la voce roca, lo sguardo, la scortesia. La paura, certo, era che il tutto si trasformasse in una mezza soap opera. Murphy, adorante, qui fa rare concessioni al kitsch e nessun errore. Il cast è centratissimo e meno affollato del solito, nonostante comprimari illustri – Tucci, Molina, Judy Davis nel ruolo che in Trumbo fu di Helen Mirren. La piacevolezza della scrittura, poi, accoglie di buon grado i capricci, gli strepiti, gli exploit. Quando le luci si spengono, quando la compezione non ha ragione d'essere, cosa resta? Perché vivere se non per detestarsi? Si accumulano allora le sigarette spente, i tappi di champagne, le rughe. Tagliate fuori, come la Swanson in Viale del tramonto, si sperimenta la compagnia della solitudine. La storia dei dissapori tra Bette e Joan affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione e un po' seduta spiritica mascherata a festa, Feud è una miniserie in cui lo star system celebra e condanna se stesso. Ti svela, così, come negli anni abbia sedotto e abbandonato le proprie amanti; destinato all'aridità i tanti fiori all'occhiello. Il tutto, creando da una semplice intuizione un nuovo tassello del filone del divismo – e Feud non teme paragoni né primi piani. Hollywood, mamma chiocca e matrigna degenere, non è un paese per cuori docili e vecchie signore. (7,5)

In un periodo in cui in sala c'è poco, e di quel poco non viene neanche voglia di parlarne, fare come le stelle di Hollywood. Tradire il cinema con il piccolo schermo. Complice la noia delle feste comandate e l'uscita di una terza stagione, ho recuperato gli inizi dell'acclamato Fargo. L'adattamento televisivo di un cult degli anni Novanta, uno dice, e ti mobiliti solo adesso? Questione di momenti sbagliati, di film visti nella superficialità di uno sbadiglio, ma non sono un estimatore dei Coen. Disinteressato, ne ho letto distrattamente le lodi qui e lì. Assistiamo a fatti realmente accaduti, ci assicura una scritta che compare all'inizio di ogni episodio. L'ennesima burla degli sceneggiatori. Che amano prendersi gioco dello spettatore e irretirlo con massime surreali, coincidenze a cui si presta fede, intrighi troppo impossibili per essere veri. L'umorismo nero e il protagonista, un timido assicuratore vessato dal prossimo, fanno subito pensare a Breaking Bad. Martin Freeman, maltrattato da moglie e concidittadini, incontra nella sala d'aspetto del pronto soccorso un Billy Bob Thornton più iconico che mai: a quel perfetto sconosciuto, a quella canaglia, racconta tutti i suoi guai. Non sa di stare confessando i suoi desideri a un sicario senza scrupoli. Undetto d'un fiato, così, genera una carneficina esagerata: di quelle che fanno socchiudere gli occhi e, se ami il cinismo gratuito, ridere a crepapelle. Alla fine del primo episodio si contano la bellezza di quattro morti ammazzati in una cittadina spazzata dalla neve. Fatta eccezione per un'agente messa in un angolo, la polizia locale non ha né i mezzi né la voglia di mettersi a ficcanasare. Ma quando il sangue scorre non puoi fermarlo. E il delitto perfetto di un tale, come un'emorragia, chiama a sé l'attenzione della malavita e una bizzarra girandola di violenza. In Fargo, meravigliosamente sopra le righe, si chiacchiera a suon di apologhi e si spara a bruciapelo. C'entrano le piaghe d'Egitto – piovono sangue e cavallette sull'imprenditore Oliver Platt -, la fragilità del ghiaccio, l'ira dei miti. Le persone che cambiano dal giorno alla notte, e si trasformano in predatori. La città è disorganizzata: abbastanza da pensare di poterla fare franca. Ma è piccola, un buco di mondo: ci si pesta i piedi, ci si dà sui nervi anche non volendo. La neve custodice le tracce delle loro assurde "rocambolerie", e la memoria non può fare altro che imitarla. (8)

Non pensavo che la chiusura del motel più famoso del piccolo schermo potesse lasciarmi addosso questa tristezza. Bates Motel, riscrittura del capolavoro di Hitchock, era infatti iniziato sotto una cattiva stella. Aveva difetti grandi due stagioni. La pazzia emergeva a partire dalla terza. Quando il liceo finiva, gli ospiti sparivano, il giovane Psycho covava cattivi pensieri. Il resto, a beneficio di chi aveva preferito rimandare l'abbandono, era stato una sorprendente escalation. Parco di splatter e generosissimo dal punto di vista emotivo, Bates Motel aveva avuto forse il suo apice nel decimo episodio della quarta stagione. Succedeva l'irreparabile e un Norman distrutto rimaneva in compagnia di un cadavere trafugato. L'ultima stagione, ambientata qualche anno dopo, si allinea al film originale ma sceglie una conclusione diversa. Marion Crane – Rihanna, impegnata in un discutibile cameo – parcheggia sul vialetto. Si concede la famosa doccia, ma sotto la furia delle coltellate muore qualcun altro. Norman commette errori su errori, va incontro a un epilogo annunciato. Al solito, non si rinuncia a sottotrame più o meno accessorie: la sete di vendetta dello sceriffo galeotto e il riavvicinarsi di Olivia Cooke e Max Thieriot – affiatati genitori di una neonata da tenere all'oscuro - richiamano protagonisti e figuranti dove le tragedie della famiglia hanno avuto inizio. Egregio padrone di case, con la sognante Dream a little dream of me in filodiffusione, un Freddie Highmore psicotico e sottovalutatissimo; lo spettro dell'indispensabile sobillatrice Vera Farmiga, invece, si accontenta di aleggiare tra cucine assolate e scene del crimine. All'inizio lo si mal sopportava. Alla fine, preoccupati per cosa sarà di lui e dei suoi incubi assurdi, si tifa per la redenzione della mela marcia. Perché quello al Bates Motel resta sì un pernottamento modesto, su Tripadvisor e in streaming c'è di meglio, ma mantiene le promesse – che sarà turbolento e senza ritorno, volubile e poco confortevole, degno di tutta la fiducia che gli hai regalato. Dispiace fare il check out. Dispiace congedarsi da Norman, serial killer di cui sentirò la mancanza, e voltargli le spalle. Potrebbe essere l'ultima volta. Potrebbe nascondere un coltello e pugnalarci alla schiena, sognandosi Norma. (7)

sabato 21 maggio 2016

I ♥ Telefilm: Bates Motel IV, Damien, Grease - Live

Era partito in sordina e rimangiandosi la promessa dell'orrore. Bates Motel, reboot sul giovane Psycho, giurava di raccontarci un Norman Bates agli esordi. Quanto erano acuti i dolori del giovane Norman? Quanto era crudele e subdola una madre che, consapevolmente, lo aveva traviato? A lungo, in tivù, le risposte non soddisfacevano. L'adolescente, nonostante i suoi frequenti blackout, sembrava sano come un pesce; Norma era un dolce angelo del focolare con gli abiti floreali, anni Cinquanta. La terza stagione, però, ci aveva fatto ricredere: il gioco, allora, valeva la candela? Bates Motel, al suo quarto anno di vita, va velocissimo verso l'inevitabile. Dove, sin dall'inizio, doveva andare. E così si rivela il gioco degli sceneggiatori. Parchi quando si tratta di efferatezze e sangue – anche questa volta, infatti, gli omicidi scarseggiano – ma, per tutto il tempo, abilissimi nel farti stare a cuore personaggi psicotici, sgradevoli, ma memorabili proprio per quello. Ti affezioni agli assassini in erba con il complesso di Edipo e alle mamme belle e pressanti, che di quel famoso complesso sono senz'altro la causa, a tal punto che è difficile vederli passare dalla potenza all'atto; osservarli mentre diventano – cosa che, qualche serie fa, invece supplicavi – gli stessi del film originale. La fragile Emma, questa volta, con un'operazione abbraccia il proprio benessere; Dylan sogna di allontanarsi da una famiglia pesante, in cui qualche tempo prima si desiderava il benvenuto; lo sceriffo Romero, ed ecco la solita sottotrama superflua, ha fatto fuori un boss del posto, attirando su di sé le indagini della DEA e le gelosie di una vecchia amante. Norma, per amore di suo figlio, si sposa, perché ha bisogno di sostegno economico e, vuoi o non vuoi, s'innamora dell'uomo che ha accettato di metterle una fede al dito per imbrogliare la previdenza sociale. Norman, invece, è sempre più Norman: indossa la vestaglia di mamma, parla come lei e, in una sequenza seducente, corteggia una cubista; quando si baciano, però, ci sono solo Norma e la ballerina: lui è scomparso. Buchi nel muro, spioncini ovunque, amnesie... Viene chiuso in una casa di cura, per un po'. Ma, a contatto con altri pazzi, peggiora, e fa sue nuove e stranissime idee. Prende ispirazione per il suo gran finale? La Cook e Thierot sono teneri e affiatati. Lo sceriffo di Nestor Carbonell è duro, ma sentimentale. Vera Farmiga e Freddie Highmore, lei struggente e lui più inquieto del solito, sono finalmente al centro di una stagione che è alla loro altezza. Il season finale: fatale, lungo, quasi commovente. E, per una volta, così, puoi essere grato alla tua testa dura e, intanto, ti domandi dove fosse, quel giorno, la pigrizia; la voglia di mettere un'altra serie da parte. Perché Bates Motel, onesto e disonesto insieme, non ti fa pentire di non averlo abbandonato, quando non era che un teen drama in un mare di teen drama con il nome ingannevole, però, di un capolavoro senza tempo. (7,5)

Quarant'anni fa, Richard Donner dirigeva un horror cult, destinato a sequel discutibili e, nel 2006, a un remake che personalmente non mi era dispiaciuto. Sarà che avevo dodici anni, un'attrazione strana verso l'arcano e che Omen l'ho conosciuto proprio così. Cos'è stato del giovane Anticristo, che in un finale assai beffardo, dopo l'assassinio di entrambi i genitori adottivi, trovava ospitalità presso la Casa Bianca? Il dominio del mondo? Damien, prosecuzione ideale e a fantasia, portata sul piccolo schermo dagli stessi che avevano pensato un Psycho adolescente, immagina il figlio di Satana adulto. L'erede della sfortunata famiglia Thorne, dopo un'infanzia burrascosa e un'adolescenza con altrettanti misteri, è andato in Medio Oriente in cerca d'espiazione. Avverte un profondo senso di colpa, la voglia di cambiare: fotoreporter di guerra, rischia la vita, si dà a nobili missioni, le sue foto fanno il giro del mondo. Evidentemente, non sa che lui e la guerra sono fatti della stessa pasta... Dopo la trentesima candelina spenta, è tempo però di raccogliere un'eredità scomoda: gli incubi lo perseguitano, sul suo cuoio capelluto spunta il tatuaggio “666”, chi è vicino a lui rischia di perdere ciò che ha di più caro, due potenti – tra questi, l'affascinante Barbara Hershey, femme fatale agèe – fanno a gara per corromperlo. C'è chi lo vuole vivo e chi lo vuole morto, chi lo vuole cattivo e chi sognerebbe di cambiare la sua indole. In questa battaglia consumata tra il deserto e una patinata New York, come si sente il diretto interessato? Damien, che aveva tutte le carte in regola per essere un'operazione pessima, in realtà si pone i giusti interrogativi e, nell'abbracciare il male, lo fa con contrizione e umanità. Pur non venendo meno gli spunti horror – omicidi, apparizioni, voci -, si pone come un intrigante thriller psicologico e a lungo, eccezion fatta per ultimi episodi non così soddisfacenti, l'orrore è nella mente. Se la collega Katie McGrath in Slasher si confermava una cagna maledetta (cit.), Bradley James, altro volto di Merlin, è invece piuttosto capace: piace alla macchina da presa – ed è molto bello: piacerà senz'altro alle spettatrici – e ammicca poco e niente, curando come meglio può il ruolo di un ragazzo che fa di tutto per liberarsi dal suo cuore nero. Tra tentati suicidi e incidenti di percorso, Damien conta anche su qualche comprimario ben pensato: se gli aiutanti del nostro anti-eroe, però, non sono granché, gli sceneggiatori fanno bene con la storyline dell'agente Shay: poliziotto ligio al dovere, segugio spietato e, nella vita privata, protagonista di una relazione omosessuale senza cliché, con tanto di bambino – in pericolo, con Satana nei dintorni – a carico. L'iniziale sorpresa va scemando nell'epilogo, ma si ha l'impressione che come Bates Motel – che nella terza e nella quarta stagione ha sfiorato picchi lodevoli – questo Damien potrebbe fare meglio (o peggio, parlando dell'Anticristo) nei suoi snodi futuri. Rispetto al serial con la Farmiga e Highmore, inoltre, la nuova creatura di Glen Mazzarra parte meglio: senz'altro, con maggiore coerenza. (6,5)

Volete sentirvi vecchissimi? Quando sono nato io, Grease aveva già spento sedici candeline. Dandoci alla matematica, mio padre aveva tredici anni la prima volta che la commedia musicale di Randal Kleiser arrivò in sala: erano partiti in macchina, lui e mio nonno, e si era spostati dal paesello alla grande città, pur di vederlo. Perciò Grease, anche se non è cosa della mia generazione, l'ho visto e rivisto, da bambino. Ho memorizzato le prime parole in inglese, fischiettando le sue canzoni, e ho imparato ad apprezzare un genere che può irritare i più. Invece, per me, con l'attore che veste i panni del cantante, le strizzate d'occhio al teatro e le divertite contaminazioni tra generi, il musical è tra le manifestazioni più piene e affascinanti di quanto potente possa essere il cinema. Giravano da un po' voci su un remake e i nostalgici, dalla loro, borbottavano: i cult non si toccano. Però, non riduzione televisiva ma evento live in grande, il Grease andato in onda su Fox e trasmesso qualche mese dopo su Rai 4, non sembra un affronto neanche per un attimo. Anzi, fa una bella figura nell'inevitabile confronto. Rispetto alla versione cinematografica, canzoni sconosciute e nuove parentesi: soprattutto su quei comprimari, al cinema, poco approfonditi. I novelli DNCE suonano al ballo di primavera, Mario Lòpez presenta, una popstar inglese apre le danze. Il cast, rinnovato, ha volti del piccolo schermo a fantasia – Keke Palmer, Kether Donohue -, una cantante pop – Carly Rae Jepsen -, e un trio di protagonisti sorprendentemente versatili, nei ruoli più contesi. Se Julianne Hough, bambola di porcellana, è una natural born Sandy, Aaron Tveit – noto ai più per l'action Graceland, ma star di Broadway – sorpredente parecchio per estensione vocale, passo leggero, capello inamovibile. Vanessa Hudgens, ex brava ragazza di casa Disney, qui scatenatissima e ammiccante, convince particolarmente, con la sua Rizzo spregiudicata e romantica. E, sapendola sulle scene all'indomani della scomparsa del padre, tocca per una professionalità straordinaria. Il Senior Year alla Rydell di un'affiatata compagnia di amicici – bulli e pupe, auto truccate, il chiodo, le giacche rosa shocking, i capelli cotonati e l'immancabile brillantina – si apre con una Jessie J biondo platino che canta l'intro. Aggiornato ma non troppo, Grease: Live conserva dunque la sua aria retrò, ma approfitta di una necessaria rinfrescata – non nelle sonorità, immutate, né nei costumi, che tra Converse e risvolti ai jeans, sono quantomai attuali, bensì, nei volti: familiari, giovani, visti un po' qui e un po' lì. Corpi agili e voci senza sbavature, uniti in uno spettacolo a cavallo tra le generazioni, che ci stampa il sorriso sulle labbra e, nelle orecchie, il ritornello che pensavi di aver dimenticato. Perché perfino l'ultimo venuto al mondo, almeno una volta, ha visto Grease in vhs. Sennò, che infanzia hai avuto mai? Il pubblico che esulta in sala. La troupe e il set itineranti. E qualche scintilla, poi, qualche effetto speciale, per fare sfrecciare i bolidi e scamparla in un'avvincente gara su ruote. (7)

giovedì 21 maggio 2015

I ♥ Telefilm: The Royals, Bates Motel, New Girl IV

The Royals
Stagione I
Pensavo fosse amore, e invece... Voglio dire, per quanto si possa amare una serie come The Royals: scema, sfarzosa e incredibilmente pacchiana. L'erede apparente di quel Gossip Girl che ho seguito – e apprezzato – anche quando minacciato dal pericolo cancellazione. Dalle vite scandalose delle élite di Manhattan a quelle, altrettanto scandalose, ma senza dubbio più glamour, della Casa Reale il passo è breve. Vi siete mai chiesti che combinano lì a Buckingham Palace? Questa serie TV, distribuita in tempi record anche da noi, sguazza nel gossip, negli amori contrastati, nell'alto tradimento. La soglia tra satira e finzione è sottile. Il lezioso Liam di William Moseley, perfetto damerino innamorato di una bella popolana, è l'aspirante principe William. La sua gemella, Eleanor, interpretata da Alexandra Park, giovane attrice di cui mi appunto mentalmente il nome, va in giro senza la biancheria intima, si è fumata ormai anche il cervello, cerca con tutte le forze lo scandalo facile. Capricciosa e imprevedibile, è una scaprestrata Henry al femminile, con il fisichetto proprio non male della Effy di Skins. Accanto a un viscido zio, il leale Re Simon – che vorrebbe votare per l'abolizione della monarchia, disgustato da soldi sporchi e troppe svolte da soap – e soprattutto una sovrana che non ricorda granché la vegliarda Elisabetta. Regina delle Milf e di questa corte modaiola, una Elizabeth Hurley che non si scopre invecchiata di un giorno e, in quanto a sensualità e fascino, ha tanto da insegnare alle inesperte Ophelia ed Eleanor – trent'anni di meno, le curve al punto giusto, ma sprovviste di quell'aria strafottente da diva. The Royals ha l'accento british, ma è un'americanata grossolana e senza redenzione: ed è cosa buona e giusta. I primi episodi, esagerati e accattivanti, gli avevano fatto depositare sul capo regale il diadema ingioiellato di guilty pleasure dell'anno. Purtroppo, mi hanno trovato quasi favorevole al colpo di stato i conclusivi. Piatti, pigri, adagiati sugli allori. Quando The Royals diventa The Noyals, insomma, che fare? Resta un cast di cui non ci importa neanche un po' come recita, tanto è una notevole parata di bellissime e bellissimi; una colonna sonora alla moda e dalle entusiasmanti sfumature indie; gente sempre in tiro e impegnata a fare danni; la speranza, il prossimo anno, di una scrittura altrettanto tamarra ma più sensata. Solo allora, soddisfatto, potrò esclamare lunga vita alla Regina. E lunga vita a questo trash qui. (6)

Bates Motel
Stagione III
Parlavo di Bates Motel con la voce del rimpianto. Preso così, come teen drama a tinte fosche, male non era. Come riscrittura del capolavoro di Hitchock faceva però acqua. Ci si aspettava tanto, ci si aspettava altro. Non un'ambientazione spiccatamente liceale, non il politicamente corretto, non un Norman al venticinque per cento, da dividere con un sottobosco di spacciatori e piccoli mafiosi di paese di cui, sinceramente, a nessuno fregava. Avevo visto le prime due stagioni con un po' di noia e la paura costante della cancellazione: sì, avevo paura, perché – io che eppure faccio fuori più serie tv che zanzare, d'estate – avevo fiducia per il futuro della serie e non volevo che finisse lì. Così. Con una sufficienza regalata per bontà a un tenero germoglio di maniaco omicida. Questa volta – con una misteriosa ospite che, morendo, lascia a mamma e figlio una pendrive zeppa di segreti – le sottotrame viaggiano a una velocità diversa e ci sono scarsi elementi di disturbo a separare lo spettatore dal cuore pulsante, nero, vero della serie: accanto a un nuovo giallo, infatti, solo la romantica vicinanza tra Olivia Cooke e Max Thieriot ha un'importanza rilevante. Freddie Highmore e Vera Farmiga, ottimi anche con i passati copioni, striminziti e scialbi com'erano, adesso hanno l'occhio della macchina da presa puntato addosso. Nati per il cinema e prestati al piccolo schermo, per un'operazione che solo ora si scopre promettente, sono bravissimi e lo dimostrano. Lui, con un viso innocente che ti ispira sberle; lei, mamma coraggiosa che è nata tra i guai e, inconsapevolmente, ne ha messo al mondo un altro. Come smettere di volere bene a un figlio borderline? Come strapparlo da sé o, ancora, dalla naturale propensione a far del male? Più affiatati che mai, catturano e intimoriscono per la svolte che, a breve, la storia potrebbe imboccare: l'immagine celebre di un albergatore psicotico con lo scheletro della madre in cantina... Per adesso, a un passo dalla fine, continuano a fingersi normali; ma lui sta per diventare il Norman che tutti noi conosciamo, e infondo vogliamo – nei suoi black out indossa la vestaglia di Norma, vede il suo spettro accanto al letto nelle notti d'amore, ha pulsioni sessuali nei suoi riguardi -, e lei commuove quando cerca di avvicinarsi a un fratello rinnegato, incestuoso, che le ha reso l'infanzia sopportabile e bruttissima in un colpo solo. Con una Emmy Rossum a riposo e una Tatiana Maslany divina al solito, ma che inizia ad annoiare, la bella Vera – potentissima – non vi assicuro vincerà un Golden Globe per la sua vulnerabile e umana Norma, ma avrà un posto d'onore nella mia lista di fine anno. Orgoglioso, allora, di dire che non ho lasciato sfitta la mia stanza presso l'albergo di una delle mie famiglie televisive preferite e che, nonostante i limiti, Bates Motel fa enormi passi in avanti e si fa perdonare, episodio dopo episodio, tutto il poco che è stato. (7)

New Girl
Stagione IV
L'estate scorsa mi sono innamorato di New Girl, con qualcosa come tre anni di ritardo. Ho recuperato nel giro di un paio di settimane le tre stagioni che mi ero perso e, nonostante la terza fosse leggermente sottotono, si era rivelato una compagnia perfetta. Contro il caldo, lo stress, la noia da esami. Ricordo gelati, ventilatori e New Girl. Pochissimo mare, purtroppo. Ho avuto un rapporto senz'altro meno intenso con questa quarta stagione, e non per colpa di qualcuno in particolare. Che Jess si sia pettinata la frangia in un altro modo e che la sigla sia cambiata d'un tratto mi hanno sì causato un piccolo shock, ma il coccolone è venuto e se ne è andato in tempi ragionevoli. Il guaio con le sit-com è che venti minuti a settimana sono pochi e vanno guardate tutte insieme: ci vogliono abbuffate, mica appuntamenti a spizzichi e bocconi. Me lo trascino dall'autunno scorso, insomma, perché o aspetto tre anni o non so aspettare e, tra pause e ritardi, il colorato mondo di Jessica Day – in cui c'è sempre ma proprio sempre il sole – mi ha incantato leggermente meno del previsto, diluito com'era. Ma resta il solito. Spassoso, leggero, a fuoco. Chi trova un coinquilino come loro cinque trova un tesoro; allora perché cambiare formazione? L'insicuro Winston è entrato in polizia; Coach – per il colpo di fulmine con una seducente violoncellista – medita di abbandonare il nido; Cece e Schmidt si amano ma non se lo dicono; Nick fa Nick – beve, mangia, si incazza: al solito – e Jess, non più parte di una coppia storica, diventa vicepreside, vede sposarsi papà e sperimenta gli amori a distanza con un bel supplente dall'accento inglese. Ma poi davvero ha importanza quel che combinano? Insieme non conosco serietà e ci fanno ridere, tra siparietti e fraintendimenti, con il loro essere amichevoli, umani e tontissimi. Resta sempre adorabile la mia amata Zoey Deschanel dai vestiti a fiori e dagli occhiali a fondo di bottiglia – e leggo che avrà a breve un bambino, ma non sono io il padre – e il finale di stagione, aperto e con la prospettiva di un lieto fine sperato e atteso, è uno dei più soddisfacenti dell'ultimo periodo. Il prossimo anno, da brava formichina, permetterò ai ventidue episodi totali di accumularsi come da proposito? (6,5)

giovedì 15 maggio 2014

I ♥ Telefilm: Glee, Revenge, Bates Motel

Buongiorno! Come state? Rieccomi, con un nuovo appuntamento di I love Telefilm. Da rubrica a cadenza casuale, questa, potrebbe diventare puntualissima in queste ultime settimane di maggio: in programma, ci sono tanti finali di stagione di cui parlare. Oggi vi parlo di Glee e Revenge, giunti a conclusione questa settimana, e di Bates Motel, che li ha preceduti appena di qualche giorno. Tra i tre, Revenge si conferma un grande intrattenimento che, con classe e divertenti colpi di scena, sa farsi perdonare tutto, anche le virate verso Beautiful & Co. Bates Motel, proprio come la prima stagione, promette cose che non dà e, per quanto piacevole, si conferma un tantino inutile: come farsi sfuggire di mano un'idea geniale. Ultimo, Glee, di cui ho visto il ventesimo episodio proprio ieri: una quinta serie pessima. La peggiore. E non tanto per l'assenza del povero Cory Monteith, che già nella quarta stagione aveva un ruolo altamente sottovalutato dagli autori, ma per la mancanza di idee di fondo e di numeri musicali salvabili. Salvo due episodi su venti: il resto, lo dico dispiaciuto, è una noia. Ditemi la vostra. Seguite qualcuna di queste serie? Cosa ne pensate? Io scappo a studiare! Un abbraccio, M.

Glee
V Stagione
Glee. Istruzioni per l'uso. Cosa salvare di Glee. In generale, due episodi su venti, per una quinta stagione che percorre allegramente i sentieri più pericolosi del trash. Lo sapete. E' in onda da ormai cinque anni e posso dire di esserci cresciuto. Cinque sono gli anni delle superiori e cinque anni fa, io ne avevo appena quindici. Non è facile descrivere cosa sia diventato Glee. Oggettivamente, non più il solito già da qualche stagione a questa parte. Ma, quest'anno, il peggio, veramente. Personaggi insulsi, svolte stupide, cover che non meritavano un secondo ascolto. Sceneggiatori... Ah, perché, Glee ha una sceneggiatura?! Naaa. I fan all'opera, probabilmente, avrebbero fatto qualcosa di meglio. Sicuramente, l'avrebbero trattato con maggiore rispetto e cura. Nella seconda parte di questa serie, si decide di seguire i vecchi protagonisti alle prese con la vita da adulti, in una New York di bar canterini, vecchie volpi, esordi a teatro. Si perde il liceo, si perdono le cricche e le classiche tematiche, si perde il perché di ogni cosa. Gli autori hanno voluto tenere troppo a lungo due piedi nella stessa scarpa, poi, scomodissimi, hanno voluto cambiare. Di botto. Alle vecchie glorie, già precedentemente, avevano affiancato nuovi personaggi: alcuni riusciti, altri scialbi, altri da definire. Nel caso di Marley, Unique e Jake, personaggi dalle doti evidenti. Non a caso le loro versioni di If I were a boy e Wide Awake, proposte nella prima parte, sono tra le cover più degne di nota di questa stagione sonnolenta. A un certo punto, tabula rasa. I personaggi introdotti di recente spariscono nel nulla, tutto si concentra sulle nostre vecchie conoscenze. Un anno fa, avrei trovato la cosa entusiasmante. Peccato che, a lungo andare, anche le persone più piacevoli di questo mondo vengano a noia e i legami farlocchi che si formano tra loro possano sfiorare il limite massimo del ridicolo. La relazione tra l'aspirante modello Sam e Mercedes non è credibile nemmeno per un secondo; Artie in versione sciupafemmine, con i suoi gilet a rombi del nonno e gli occhiali senza fondo, è credibile quanto la Spears che canta Pavarotti; Kurt e Blaine – prossimi alle nozze – sono noiosi, antipatici, stucchevoli. Okay che di Colfer non ho mai avuto un'ottima impressione: mi irrita come poche persone al mondo. Colori da pavone, voce da soprano, la capacità di rovinare a colpi di note perfino la canzone più caruccia dei criticati One Direction, Story of my life (qui). Il collega, Darren Criss, ha sempre avuto la mia stima: bravissimo, alle prese con ogni genere musicale. Bravo lo è sempre, ma a stonare sono i tratti sbiaditi del suo personaggio macchietta. Agli autori: per studiare una coppia omosessuale realistica e affiatata, guardare quel capolavoro di Shameless. Per il resto, temi ovvi, tanta e troppaRachel Berry, tanti primi piani da wow della splendida Santana Lopez, brani narcolettici personalizzati male e coreografati ancora peggio, in una stagione che si conclude con una ruffiana Pompeii e un destino infausto da sit-com. Discorso a parte, per gli episodi numero tre e tredici. Gioiellini di scrittura, commozione vera. Il primo (la mia recensione qui) al compianto Cory Monteith, il secondo l'addio al Glee Club. Quel tredicesimo episodio aveva l'aspetto di un addio nostalgico. E penso che sarebbe stato non solo un ottimo finale di stagione, ma un ottimo finale per la serie stessa che – so già – continuerà a trascinarsi stancamente per un altro anno ancora. Quel giorno avevo la febbre, pensavo ad altro, ma l'immagine dell'auditorium vuoto mi aveva fatto scendere le lacrime, giuro. Due funerali nell'arco dello stesso show: Finn e il Glee club come noi lo conosciamo. Un 9 a loro, uno spietato 4,5 al resto.

Revenge 
III Stagione
Tre anni di Revenge. Negli Hamptons, la vendetta va presa per le lunghe. Altro che piatto da servire freddo! Il cammino della novella Contessa di Montecristo continua a essere lastricato di colpi di scena, vittime, bersagli a cui mirare. Le X sui nemici da punire sono sempre più numerose. Quella famosa foto con il peggio dell'alta borghesia costiera è sempre più piena di facce sbarrate col pennerello, sempre più vuota. Restano in pochi, ormai. Eppure ci sarà una quarta stagione. Un quarto anno di Revenge, e un quinto? Gli ascolti, in caso, sosterrebbero la causa e gli sceneggiatori, anche se non sembra, sfornerebbero nuove idee. Anche le più assurde. Tutto, purché lo show di Emily vada avanti. E a testa alta. La serie TV Abc, basata su un tema semplice e affascinante, prende spunto dal capolavoro di Dumas, ma non dura un romanzo. Ormai le intenzioni della protagonista sono cambiate, nuovi personaggi si sono aggiunti, altri hanno lasciato il serial in una bara, ma la sua vendetta non più a freddo non è diventata stantia. Ha il gusto sfizioso e fresco degli inizi. Come il McDonald, mica viene a noia: ingrassi, ma hamburger, coca-cola e patatine continui a metterle in conto. No? Vestiti firmati, case che non avrai mai, amori proibiti che speri di non avere: questo è Revenge. Un coro di personaggi bellissimi nell'aspetto, ma dall'anima nera. Personaggi che, ogni tanto, fanno anche un po' ridere, ma che ormai fanno parte della tua settimana: il geniale e simpaticissimo Nolan che cambia un partner – maschile o femminile che sia: non si butta via niente, da queste parti – a stagione; Daniel e la sua faccia da schiaffi; Jack e la sua aria perennemente imbambolata; i superbi coniugi Grayson. Il mio sogno è andare a cena da loro: volerebbero rivelazioni, piatti, coltelli appuntiti. I pantaloni, in casa, li porta Victoria: l'ape regina. Una delle cattive più carismatiche e amate del piccolo schermo. Sempre ben vestita, sempre velenosissima. Imprevedibile. A darle il volto, Madeleine Stowe: l'immortale. Cinquantasei anni portati alla grande. Più bella e più brava che da giovane, la Stowe si diverte e ci diverte con la sua malignità, i suoi amanti, i suoi figli sbucati dal cilindro magico. Ho il sospetto che, in ogni finale di stagione, la ibernino... o la mettano sotto sale. Complimenti alla mamma, e al chirurgo: good job! Degna rivale, altrettanto seducente, altrettanto padrona della scena, Emily VanCamp. Nata e cresciuta in tv, si scopre sempre più convincente, l'innocente biondina di Everwood. Fa da indossatrice, fa il doppio-gioco, fa tele di menzogne in cui non si perde mai. Sono loro il segreto di Revenge, una serie TV che è donna nel sangue. Eva contro Eva. Non posso che parlarne bene, ma oggettivamente è un prodotto pieno di difetti, sin dalla lontana immatricolazione. Il confine con Beautiful è labile; i “Sono tua madre!”, “Sono tuo padre!”, “Sono tua sorella!”, “Sono tua nonna!” a volte si sprecano; come in The Following i morti risorgono. E' una soap, nel profondo del suo essere. Però davanti a uno dei finali di stagione più entusiasmanti degli ultimi palinsesti, ci passi sopra. Concitato, teso, tragico, divertentissimo. Non vedo l'ora di sapere cosa succederà, ed è risaputo: io mi annoio subito. Ma non questa volta. Un trashata di estrema classe, firmata Armani e Mike Kelley. (7+)

Bates Motel
II Stagione
Ho legato dal primo momento con quel pazzo furioso di Norman Bates. C'ho legato dalla prima serie. Le puntate erano finite, il titolo era sparito dai palinsesti televisivi e quella famiglia decisamente fuori aveva iniziato a mancarmi. Sono tornati un anno dopo, puntuali e da molti indesiderati. Bates Motel non aveva fatto faville e, effettivamente, non mi era difficile capire il perché. Una storia potenzialmente splendida buttata alle ortiche. Ingabbiata in un formato spiccatamente televisivo, ripulita per bene da sangue, omicidi, rapporti incestuosi, morti su morti. Un tiepido thriller da bollino verde, o al massimo giallo. Le puntate di questa seconda stagione sono volate, senza intoppi, ma sono sempre stato in attesa di una scintilla, di uno scoppio, del botto. Invece, niente. Attese e aspettative vane. Bates Motel si accontenta di poco e mi dà fastidio solo per quello. Perché sciupare così un'opportunità simile? Perché non raccontare a regola d'arte i dolori del giovane Norman e la sua trasformazione bestiale nel Psyco ricordato da tutti? Gli sceneggiatori cercano nuove strade, inseriscono nuovi personaggi e nuovi intrecci, ma la verità è che importano poco. L'attenzione è per il protagonista, non per il fratello coinvolto in un giro di narcotrafficanti, per gli amori di turno, per i misteri di paese. Alla rete che lo trasmette, evidentemente, non piace sporcarsi le mani. Ma io adoro il torbido, adoro il “malato” e, mentre perfino la puritana Lifetime con Flowers in the attic giocava con il sadismo e il proibito, trovavo Bates Motel sempre meno a fuoco. Un teen drama gestito discretamente, ben recitato, privo di tempi morti, ma che raccontava una storia diversa – nei toni e nelle intenzioni – da quella resa nota dall'immenso Hitchcock. Ci sono piccoli e insoddisfacenti cenni a tutto. Minuscoli. Il candido Norman si macchia d'omicidio, ma involontariamente; il suo cervello e il suo autocontrollo iniziano a spegnersi in momentanei black out; si avvertono le conseguenze di un latente complesso di Edipo. La cosa più inquietante di questa stagione, invece, si ha nei primi episodi, quando l'affascinante Norma trascina il suo recalcitrante figlio a... lezione di musical. Che ben vengano i pensieri cattivi, ma i duetti con mamma no! Anche se questa mamma è la bellissima Vera Farmiga: intensa, convincente, impegnata e al massimo, nonostante la modestia del tutto. Sfoggiando una gran bella voce in una magistrale versione a cappella di Maybe this time, un caschetto biondo e vestiti floreali da casalinga anni '50, anima un personaggio senza lati oscuri. Affettuoso, petulante, oppressivo, materno. Senza malizia; fatta eccezione per un bacio sulle labbra, piuttosto candido, dato al suo giovane partner, nel finale di stagione. Sono dell'idea che Freddie Highmore, con il suo viso da eterno bambino, sia un protagonista perfetto, ma il problema sta nella costruzione del suo carattere, nella scarsa complessità del suo personaggio. La sceneggiatura lo vuole un adolescente complessato, con buchi nel passato e nella memoria. Problematico, ma non volontariamente nocivo. D'effetto, però, lo sguardo in camera che lui – sempre più psicopatico? - rivolge allo spettatore, alla fine. Bates Motel ha un pregio che si chiama Vera Farmiga. Ha un'ambientazione moderna che gioca con i colori del vintage, una colonna sonora retrò a cui si alternano "sputtanatissimi" pezzi radiofonici, l'aspetto delle occasioni perse. Mi ci appassiono, lo seguo bene, ma poi penso che dovrebbe essere il prequel di Psyco e dico Peccato! (6)