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lunedì 1 settembre 2025

Recensione: Il Nix, di Nathan Hill

| Il Nix, di Nathan Hill. Bur, € 17, pp. 768 |

Secondo David Foster Wallace, tutte le storie d'amore sono storie di fantasmi. E quelle di famiglia, invece? Per la seconda estate consecutiva, mi sono regalato la lettura di un romanzo-mondo di Nathan Hill. Anche questa volta, un'epopea varia e giocosa, tentecolare e ambiziosissima, sulla vita vera e immaginaria di due generazioni a confronto. Senza sorprese, l'autore di Wellness fa ancora centro — anzi, lo aveva già fatto un decennio fa: Il nix è il suo esordio. Subito opzionato per una serie TV con Meryl Streep, purtroppo mai andata in porto, parte dall'aggressione all'aspirante presidente degli Stari Uniti. Cosa ha spinto una pensionata con un passato da sessantottina a lanciare sassi contro l'alter-ego di Trump?

Se non hai paura, non è un vero cambiamento.

A tentare di scrivere la biografia della terrorista di cui tutti parlano è Samuel, professore sull'orlo del licenziamento: Faye è la madre che l'ha abbandonato. È possibile perdonare ciò che scoprirà? O è proprio in quella conoscenza che si nasconde un’occasione di trasformazione? È così che il romanzo si apre, si espande, si moltiplica. Con invidiabile intelligenza, Hill ci guida tra linee temporali che si rincorrono, cambi di prospettiva, rimpianti a confronto. C’è l’infanzia di Samuel, segnata dall’incontro ambiguo con l'amico Bishop e dalla presenza di Bethany, la gemella violinista. C’è poi l’adolescenza di Faye, tra l’assassinio di Martin Luther King e un poligono sentimentale bruciato tra poesie di Ginsberg e lacrimogeni. Ma prima ancora c’è lui, nonno Frank: un immigrato norvegese che produce napalm, ma rimpiange una casa color salmone affacciata sui fiordi. È da lui che arriva la leggenda del titolo: il nix è uno spirito mutevole, che si manifesta sotto forma di ciò che desideri di più — ma solo per colpirti dove sei più vulnerabile.

Forse accanto al mondo reale c'era questa fantasia, quest'altra vita in cui aveva ereditato la fattoria color salmone. A volte queste fantasie possono essere più persuasive della vita vera, Faye lo sa. Una cosa non è necessario che accada perché sia vera.

Si viaggia dai videogiochi di ruolo ai libri-game, dai beatnik ai gamer, dal Vietnam all'Iraq. Ogni generazione ha il suo linguaggio, i suoi traumi, le sue rivoluzioni. Ma l'America di Hill, oggi, è un paese in cancrena, dove perfino la politica è un’operazione di marketing e il cinismo appare l’unica via di fuga. Eppure il suo è un debutto che vibra di rivoluzione, attraversato dalla consapevolezza che anche la rabbia, la disillusione, la paura siano scosse. Perché niente cambia senza crisi. E nessuna generazione si salva da sola.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles - Come Together

sabato 16 luglio 2016

Recensioni a basso costo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs

Mi ero appena rassegnato a un'esistenza noiosa quando iniziarono a succedere cose straordinarie. La prima fu traumatica. E come tutto ciò che ti cambia per sempre, spaccò la mia vita in due metà: il Prima e il Dopo

Titolo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine
Autore: Ransom Riggs
Editore: Rizzoli – Bur
Numero di pagine: 382
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Quali mostri popolano gli incubi del nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista? Oppure sono qualcosa d'altro, e di tuttora presente, in grado di colpire ancora? Quando la tragedia si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, Jacob potrà stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità, come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca che Abraham custodiva gelosamente. Possibile che i bambini e i ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali, dotati di poteri straordinari, forse pericolosi? Possibile che quei bambini siano ancora vivi, e che - protetti, ma ancora per poco, dalla curiosità del mondo e dallo scorrere del tempo - si preparino a fronteggiare una minaccia oscura e molto più grande di loro?
                                             La recensione
Piantonamenti, inseguimenti senza dare nell’occhio, la spia dal buco della serratura e, infine, le piazzate sotto casa. Descrivervi come, dopo anni e anni di ordini cancellati e tentativi vani, abbia fatto a reperire una copia della prima edizione di La casa per bambini speciali di Miss Peregrine suonerebbe tanto come il diario di uno stalker seriale. Nel carrello non ci voleva stare, quell’edizione con copertina rigida presto finita nei Remainders, e quante illusioni, quanti scongiuri, quando Libraccio, puntualmente, mi cancellava acquisto e buoni propositi all’ultimo minuto. Verso marzo, poi, e ormai non ci credevo neanche più, ci sono riuscito: Libreria Universitaria, qualche giorno di attesa, ed eccolo lì, pagato sei euro anziché diciannove, solido, bellissimo e mio. Nel frattempo, in rete, iniziavano a circolare i primi trailer della trasposizione di Tim Burton e, dopo gli ultimi flop collezionati dallo stesso regista che, con Big Fish, ha diretto quello che è forse il mio film preferito,  le invenzioni curiose e la fantasia contagiosa di Ransom Riggs sembravano il portale ideale per ritornare alla magia perduta. Io sono io, però, e ci sono voluti quattro mesi affinché, all’indomani del tallonamento, Miss Peregrine passasse dalla libreria al comò; l’ispirazione, un po’ di tempo libero in più e cieli che conciliano – odiando l’estate, aspettavo i temporali di queste mattine. Primo volume di una trilogia fantasy che pare giungerà a conclusione entro l’anno, l’esordio di Ransom Riggs si è rivelato degno del mio spietato, assiduo corteggiamento? O è valsa a poco la smania di possesso che me l’ha fatto letteralmente ricercare per mari e per monti?  Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità, sì, eppure io ne sapevo pochissimo dei suoi mondi incantati e dei terrificanti piccoli eroi ricordati dal titolo: l’ho aspettato – e come, se l’ho aspettato – ma a scatola chiusa. In ritardo avrei scoperto del rapporto stretto tra Jacob e suo nonno, un anziano polacco scampato al Nazismo, e delle favole a tinte fosche che raccontava a suo nipote prima di addormentarsi. Favole di cui quel nonno, miracolo in incognito, si diceva essere il vero protagonista. Un misterioso meccanismo della psiche per rielaborare gli orrori dell’Olocausto, o resoconti di una vita parallela? Metafora o verità? Il vecchio conserva una straordinaria lucidità, l’accento originario, lettere di un’amante lontana non immaginereste mai quanto e una chiave che apre un arsenale: non abbastanza per farsi prendere sul serio da un nipote magico come lui, e non abbastanza per proteggersi dai Vacui. Quando il nonno viene rinvenuto nei boschi, assassinato, Jacob si accorge che incubi e prodigi sono all’ordine del giorno per persone come loro due: speciali. Scortato dal padre, ornitologo in erba, il sedicenne viaggia nella tempesta, fino a una sperduta isoletta britannica: nella punta più estrema, sorge l’orfanotrofio in cui il nonno è stato allevato prima della guerra. 
O quel che ne resta. Un rudere distrutto dai bombardamenti, di cui rimangono sinistre fotografie color seppia e un passaggio segreto. Si accede alla Casa per bambini speciali di Miss Peregrine viaggiando nel tempo, esplorando un anello in cui si è prigionieri di uno stesso giorno destinato a ripetersi in loop e affidandosi anima e corpo alle cure della direttrice, Peregrine, che si trasforma in un falco pellegrino all’occorrenza e protegge i suoi straordinari orfani in una bolla di sapone. Jacob arriva lì per innamorarsi di Emma, dalle cui mani scaturiscono sfere di fuoco, e stringere amicizie con gli altri: bambine forzute, aspiranti dottor Frankenstein, fanciulle fluttuanti, ragazzi invisibili... Lui, che apparentemente non ha nulla che non vada, normalissimo, ha il potere di smascherare i mostri – vogliono rapire la tutrice e sterminarne i discepoli, mossi da un piano da ostacolare – e il compito gravoso di proteggere i suoi pari. La scelta è perdersi o restare. Ransom Riggs, valente narratore e rigattiere a tempo perso, confeziona una deliziosa favola moderna, che nei momenti buoni – soprattutto nella prima metà, dunque – sortisce sul lettore l’effetto di una nostalgica macchina del tempo. 
Fa piacere ritrovarsi bambini d’un tratto, all’epoca in cui si leggevano i primi King sotto le coperte, e il merito va a una una scrittura fresca e fascinosa e, soprattutto, a inserti fotografici che sono un prezioso elemento aggiuntivo. L’autore scopre fotomontaggi di un’epoca passata in un baule e, tutt’intorno, cuce una fiaba che da quei negativi prende i volti inquietanti e da lì, in seguito, s'inventa storie dentro storie. Il risultato è dei più suggestivi, nonostante la memorabilità non sia purtroppo di casa. E la colpa è di uno svolgimento potenzialmente ripetitivo, che non sono certo si sia lasciato dietro forti nodi da sciogliere, briciole di pane, o figure che facciano a gara per conquistarci: la stessa Miss Peregrine, ad esempio - che da attempata nonna Papera al cinema mi diventa la splendida Eva Green: altro che lifting -, fa da guida ai suoi pupilli senza rivelare troppo di sé. Il potenziale di La casa per bambini speciali di Miss Peregrine starà tutto qui, come ho iniziato a sospettare verso la conclusione? Burton, che sin dal trailer sembra avere imboccato una strada molto diversa, approfitterà del materiale di partenza per fare addirittura meglio, così com’era stato per il pare non imperdibile romanzo di Daniel Wallace? Nonostante mi tenga compagnia più di qualche dubbio, quello di Riggs è però il romanzo da sfoggiare in libreria. E io, che eppure mi sono convertito piano alle gioie della biblioteca comunale e, di tanto in tanto, leggo anche qualche ebook, mi sarei sentito a metà senza un volume in cui l’inventiva del narratore, l’impaginazione curatissima e le logore fotografie al suo interno giocano gomito a gomito per rievocare giardini segreti, pseudo ucronie e giovani avventurieri che, in viaggio nel tempo, arrossiscono per le moine della bambina speciale che, una vita prima o appena ieri, si scambiava baci e promesse con un nonno che ha scelto la normalità e un tempo che scorre come deve.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Wild Horses 

sabato 20 febbraio 2016

Recensione a basso costo: Acciaio, di Silvia Avallone

L'adolescenza è un'età potenziale.

Titolo: Acciaio
Autrice: Silvia Avallone
Editore: Bur – Rizzoli
Numero di pagine: 357
Prezzo: € 5,90
Sinossi: Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d'uscita. Poi un giorno arriva l'amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l'amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta un'Italia in cerca d'identità e di voce, apre uno squarcio su un'inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più.
                                                 La recensione
La loro amicizia era diventata una cosa inesplosa, come i petardi difettosi rinvenuti il giorno dopo. Quelli che ti cavano un occhio, se li raccogli dal marciapiedeFrancesca e Anna – tredici anni, quasi quattordici – si schizzano, si rotolano nella sabbia e attirano sguardi indiscreti, sulle spiagge di una Toscana che non riconosci: grigia, radioattiva, industriale. Angosciante. Eccola lì, una spallina del costume che scivola giù. Eccolo, il triangolo del bikini che si sposta e si infila ovunque, lasciando ben poco all'immaginazione. Ci fanno caso a quanto sono diventate belle di botto, a quanto piacciono, loro due, mentre fanno i giochi stupidi di sempre e fanno girare la testa ai ragazzi del quartiere? C'è chi, con il binocolo alla mano e i pantaloni gonfi sul davanti, le guarda e fa pensieri strani: un genitore fin troppo apprensivo, un amico di famiglia ritrovato, un operaio in pausa caffè... Nuotano, e a largo c'è l'Elba. Saranno mai abbastanza forti le loro braccia, per portarle d'un fiato fin lì, a cavallo di un'onda? Non sanno ancora, infatti, che la loro amicizia è destinata a finire presto – una andrà al classico, un'altra al professionale; una vuole bene all'altra come a una sorella, e l'altra la ama come pare sia sconveniente amare una ragazza – e che da via Stalingrado, un labirinto di casermoni a pezzi e motorini truccati, non si scappa mica. La periferia è un destino, la terra all'orizzonte un miraggio sfocato. Insieme alle due, ingenue e fatali, con i poster di Britney Spears alle pareti e gli sguardi estranei fissi addosso, i parenti – padri troppo assenti o troppo presenti, mamme similmente vittime – e gli amici, a un bivio. Quel fratello così invidiato, Alessio, che eppure muore d'amore per l'inarrivabile Elena e campa di strisce di coca, turni faticosissimi, vita spericolata. Quei soliti amici suoi, Cristiano e Mattia, che con le adolescenti del quartiere hanno i flirt e, talora, i figli. E su di loro, nell'Italia delle centomila lire e Berlusconi, le luci tremolanti delle tivù, che trasmettono in sincrono la caduta delle Torri Gemelle, e l'ombra della Lucchini, che a tanti dà la vita – con le occasioni lasciate in eredità alle generazioni future, gli incarichi a tempo (in)determinato – e a qualcuno la morte. Le temperature di fusione sono altissime, infatti, i walkman non sovrastano il rumore assordante e sono lunghi, i turni, per permettersi un tuffo nel blu. Come separi il ferro dal carbonio, uniti insieme in una lega metallica? Come spezzi un'amicizia in due, un cuore, e sperare di tirare avanti? Acciaio, in whishlist dal giorno dell'uscita, a metà strada tra il romanzo d'inchiesta e quello di formazione, è l'esordio nostrano che guardava a Niccolò Ammaniti – la sua periferia, i tocchi pulp, i nuovi miserabili - e a cui, qualche tempo dopo, avrebbe guardato Valentina D'Urbano, amatissima da queste parti.
Sono passati sei anni. Facevo il liceo, mi sembra, e la Avallone era ovunque mi girassi: amici non lettori, perfino, mi parlavano di un vagheggiato amore saffico, nocche livide, colate incandescenti. Acciaio faceva discutere e vendeva, sì, ma non ero curioso neanche un po'. Esploravo altri generi, all'epoca, e le storie suburbane sarebbero arrivate sul mio scaffale soltanto qualche estate fa – prima con i Gemelli e la Fortezza, poi con l'indimenticabile Graziano Biglia e le figure della inventata Ischiano Scalo. Tutti ne parlavano. E allora perché parlarne ancora? Tutto era stato detto. E allora cos'altro aggiungere? L'ho riscoperto solo adesso e l'ho letto lentamente: un esame dai giorni contati, che forse andrò a dare mercoledì o forse no, e climi afosi, tra le pagine. Una vicenda per cui mi viene in mente un aggettivo preciso, torrida, e un rapporto al femminile di amore e odio, gelosie e confidenze, che vagamente mi ha reso queste Francesca e Anna molto simili a Lila e Lenù, che però popolano un'altra città e altre saghe – acclamate, a giusta ragione, come eroine di un capolavoro contemporaneo. Acciao l'hanno amato e l'hanno odiato invece. Forse, lo amano più all'estero, da quel che leggo. Io sono il tipo che preferisce stare in mezzo. In mare aperto. Perché è scritto benissimo o, se benissimo non è scritto, comunque è scritto come piace a me: suggestivo, vigoroso, sferzante. E perché, d'altra parte, raccoglie personaggi - e purtroppo luoghi - comuni, e inevitabilmente non tutti affascinano allo stesso modo. Spettacolo voyeuristico e verisimile che non ha occhi che per loro. Gli si perdonano, perciò, le svolte irrisolte e i drammi mancati: le tragedie colpiscono loro, poco noialtri. Non si urla all'ingiustizia, alla vita che è una gran bastarda, se sembravano inevitabili. Le storie che vi nominavo, che lo abbiano preceduto o seguito poco importa, hanno più anima e più pancia. Come il metallo di cui porta il nome, il romanzo è duro e tagliente. Ma come quell'acciaio lì è anche freddo, al tatto. Ritiri la mano, ma prima getti il sasso. O era l'uniposca rubato? Quello, sui muretti e nei libri, con colori sanguigni, ti racconta di tutti loro e di un'isola che potresti sfiorare con un dito: se non fosse per la pigrizia, se non fosse per la paura... Quando ci mette il sole a cancellare amicizie ed amori a inchiostro dalle panchine?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Vasco Rossi – Albachiara

venerdì 26 dicembre 2014

Recensione a basso costo: Breaktime, di Aidan Chambers

L'essere di ciascuno è come un collage. In movimento, per di più. Un moto moltiplicato di pensieri che prendono senso girando tutto intorno. E nessuno potrà mai registrarli tutti, non contemporaneamente, né presi da soli, mai. Tutta la letteratura è una storia incompleta

Titolo: Breaktime
Autore: Aidan Chambers
Editore: Bur
Numero di pagine: 190
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Ditto e Morgan, grandi amici. Morgan pensa che la letteratura sia una scemenza. Ditto non è d'accordo, e per smentire questa affermazione scrive un resoconto di quello che gli sta succedendo: l'attacco di cuore del papà, l'amicizia stravagante con una coppia di ladri, una rissa tra ubriachi, l'incontro con la ragazza dei suoi sogni. Tutto vero? O pura fiction? Un gioco? Chissà.
                           La recensione
Tra i corridoi scolastici affollati, durante la sacrosanta pausa caffè, Morgan sfida Ditto. Sapete come sono i ragazzi a quell'età. E' tutto un continuo provocarsi al suon di chi ce l'ha più lungo, e la mia macchina è più veloce della tua, e la mia ragazza è più sexy della tua ragazza. Ditto e Morgan - i loro nomi curiosi già ve lo lasciano intuire - sono due tipetti un po' sui generis. Particolari, e particolare è un puro eufemismo. A ricreazione, infatti, parlano di letteratura - narrativa, in particolare - con Morgan che pensa sia tutta una grossa, grassa balla e Ditto che vorrebbe fargli cambiare idea. Le accuse mosse all'arte suprema della finzione è che, per l'appunto, è tutta falsa. Ma è proprio così? Cosa c'è di realistico in un romanzo in prosa? Di sicuro non quel susseguirsi ordinatissimo degli avvenimenti che imitano, sbagliando, la vita: la vita è un macello. Nei libri non ci sta. Io sto pensando a una cosa ed eccomi che già penso a tutt'altro. Figuriamoci se si hanno diciott'anni. Figuriamoci se si scrive un libro così come viviamo: a singhiozzi; a sorpresa. Gli adolescenti creati da Aidan Chambers - e mi dicevano leggilo, e mi dicevano recupera vita morte e miracoli di lui - fanno discorsi sopra le righe e ragionamenti astratti. Avranno ancora i brufoli e l'ansia da prestazione, ma si esprimono come adulti fatti e finiti. Peggio dell'Augustus Waters di Colpa delle stelle, guardate, che, tra metafore e perle di saggezza, la sapeva pure lunga la canzone: di Augustus Waters, con tutto il bene che gli voglio, non mi era piaciuto quello. 
Anche se capivo. Che la paura di morire accelera il processo conoscitivo, che ci sono adolescenti brillanti. Qui è tutto più sopra le righe, più esagerato, più chiacchierato. Piaciuto? Non piaciuto? Breaktime, in realtà, è un altro volume che va ad aggiungersi alla categoria interessante e in allestimento dei romanzi boh. E' stranissimo, una cosa mai letta, e se consigliarlo o no dipende un po' dai vostri gusti: amate sperimentare? Io sono un lettore dai gusti assai semplici, e non me ne vergogno affatto. Soprattutto quando, con le feste di mezzo, mangio pesante e vado a stendermi sul divano. Leggevo Breaktime e non volevo un altro peso sullo stomaco. Questo romanzo audace, tutto forma, parla di tutto e di niente a modo suo: lì il lampo di genio autentico. Ma io non amo il cinema anti narrativo, figuriamoci la narrativa anti narrativa. E Breaktime per essere un romanzo dannatamente breve che parla di tutto e di niente può risultare, a lungo andare, pesante. Mi esaltava all'inizio, mi annoiava al centro, mi dava da pensare alla fine. Razionalmente: geniale. Emotivamente: cuore e testa non vanno d'accordo, perciò nulla di pervenuto alla voce "emotivamente-due-punti". Ho conosciuto Aidan Chambers con il suo romanzo meno semplice, con quello più personale. Ditto e Morgan, anacronistici nel modo di esprimersi ma comuni nei desideri, sono bambole nelle mani del ventriloquo Chambers. Parla lui, che è un autore navigato. Un adolescente non ci arriverebbe. A quei discorsi e a una costruzione che fa rima con distruzione. Lui non scrive una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine. Lui fa mash up con passi di Oliver Twist; inserisce vignette illustrate e fumetti; lascia pagine in bianco; copia-incolla lettere e, libero, scivola dalla terza persona alla prima. Incolonna frasi, lascia puntini da riempire; perfino buchi narrativi, nell'attimo in cui il protagonista era tutto impegnato ad ansimare in compagnia di Federica la Mano Amica - non trovavo modo più chic per dire che Ditto si masturba e ogni tanto ci abbandona; ecco, l'ho detto lo stesso. Cioè, una cosa artistica e tanto, tanto acuta. 
Ma il gioco è bello quando dura poco e questo, nonostante le sue centonovanta pagine a spizzichi e bocconi, è durato un po' troppo. Diverte, ma meno quando noti che l'autore, anzianotto, si diverte più di te. La lampadina si riaccende davanti a una scena di sesso carinissima, con tanto di spiegazione scientifica dell'atto (leggetela, e se non volete leggerlo leggete solo quella!), e a un finale in cui entriamo in gioco noi, a dire se è verità o bugia. Attivo è il ruolo del lettore. Ci sono passi originali, tutti intrecciati, con frasi alternate, che ti fanno tornare indietro per essere lette tutte quante. Mai sfogliato un romanzo al contrario, in quattordici, quindici anni che leggo. Tu dici che è illogico, e l'ho detto anch'io; ma in realtà Chambers ti stimola per tutto il tempo, anche quando la sua sembra una barzelletta senza senso. Ecco, adesso che ne parlo, mi rendo conto mi è piaciuto più di quanto pensassi. Lì per lì, proprio come Morgan che ascoltava, mi chiedevo cosa cavolo significasse quella storia. Anche se noi siamo sia Ditto, che nel potere della letteratura ci crede, ma siamo un po' anche Morgan, che non capisce a sua volta Ditto. Capito? Non fa una piega! Ribadisco lo strano, ma è uno strano che può piacere oppure no. Se avesse avuto la dimensione del racconto, pollice del tutto in su. Aidan Chambers, la prima volta che ci incontriamo, lancia un guanto di sfida. E' una provocazione intellettuale, Breaktime. E mi sa che io, per questa volta, non l'ho colta di petto. All'appuntamento all'alba, nella brughiera nebbiosa, con il vestito buono e le pistole sguainate, non mi ci sono presentato proprio. Ero nascosto nel mio pigiama chiazzato di dentifricio, in cameretta, a dire che John Green è vero che è più retorico, ma mi piace di più.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Stromae – Papaoutai