Secondo
David Foster Wallace, tutte le storie d'amore sono storie di
fantasmi. E quelle di famiglia, invece? Per la seconda estate
consecutiva, mi sono regalato la lettura di un romanzo-mondo di
Nathan Hill. Anche questa volta, un'epopea varia e giocosa,
tentecolare e ambiziosissima, sulla vita vera e immaginaria di due
generazioni a confronto. Senza sorprese, l'autore di Wellness
fa ancora centro — anzi, lo aveva già fatto un decennio fa: Il
nix
è il suo esordio. Subito opzionato per una serie TV con Meryl
Streep, purtroppo mai andata in porto, parte dall'aggressione
all'aspirante presidente degli Stari Uniti. Cosa ha spinto una
pensionata con un passato da sessantottina a lanciare sassi contro
l'alter-ego di Trump?
Se
non hai paura, non è un vero cambiamento.
A
tentare di scrivere la biografia della terrorista di cui tutti
parlano è Samuel, professore sull'orlo del licenziamento: Faye è la
madre che l'ha abbandonato. È possibile perdonare ciò che scoprirà?
O è proprio in quella conoscenza che si nasconde un’occasione di
trasformazione? È così che il romanzo si apre, si espande, si
moltiplica. Con invidiabile intelligenza, Hill ci guida tra linee
temporali che si rincorrono, cambi di prospettiva, rimpianti a
confronto. C’è l’infanzia di Samuel, segnata dall’incontro
ambiguo con l'amico Bishop e dalla presenza di Bethany, la gemella
violinista. C’è poi l’adolescenza di Faye, tra l’assassinio di
Martin Luther King e un poligono sentimentale bruciato tra poesie di
Ginsberg e lacrimogeni. Ma prima ancora c’è lui, nonno Frank: un
immigrato norvegese che produce napalm, ma rimpiange una casa color
salmone affacciata sui fiordi. È da lui che arriva la leggenda del
titolo: il nix è uno spirito mutevole, che si manifesta sotto forma
di ciò che desideri di più — ma solo per colpirti dove sei più
vulnerabile.
Forse
accanto al mondo reale c'era questa fantasia, quest'altra vita in
cui aveva ereditato la fattoria color salmone. A volte queste
fantasie possono essere più persuasive della vita vera, Faye lo sa.
Una cosa non è necessario che accada perché sia vera.
Si
viaggia dai videogiochi di ruolo ai libri-game, dai beatnik ai gamer,
dal Vietnam all'Iraq. Ogni generazione ha il suo linguaggio, i suoi
traumi, le sue rivoluzioni. Ma l'America di Hill, oggi, è un paese
in cancrena, dove perfino la politica è un’operazione di marketing
e il cinismo appare l’unica via di fuga. Eppure il suo è un
debutto che vibra di rivoluzione, attraversato dalla consapevolezza
che anche la rabbia, la disillusione, la paura siano scosse. Perché
niente cambia senza crisi. E nessuna generazione si salva da sola.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: The Beatles - Come Together
Mi ero appena rassegnato a un'esistenza noiosa quando iniziarono a succedere cose straordinarie. La prima fu traumatica. E come tutto ciò che ti cambia per sempre, spaccò la mia vita in due metà: il Prima e il Dopo.
Titolo:
La casa per bambini speciali di Miss Peregrine
Autore:
Ransom Riggs
Editore:
Rizzoli – Bur
Numero
di pagine: 382
Prezzo:
€ 10,00
Sinossi:
Quali
mostri popolano gli incubi del nonno di Jacob, unico sopravvissuto
allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la
trasfigurazione della ferocia nazista? Oppure sono qualcosa d'altro,
e di tuttora presente, in grado di colpire ancora? Quando la tragedia
si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano
per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui,
decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri
piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale.
Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei
bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, Jacob potrà
stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia
e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni
notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità,
come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca
che Abraham custodiva gelosamente. Possibile che i bambini e i
ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di
rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali,
dotati di poteri straordinari, forse pericolosi? Possibile che quei
bambini siano ancora vivi, e che - protetti, ma ancora per poco,
dalla curiosità del mondo e dallo scorrere del tempo - si preparino
a fronteggiare una minaccia oscura e molto più grande di loro?
La recensione
Piantonamenti,
inseguimenti senza dare nell’occhio, la spia dal buco della
serratura e, infine, le piazzate sotto casa. Descrivervi come, dopo
anni e anni di ordini cancellati e tentativi vani, abbia fatto a
reperire una copia della prima edizione di La casa per bambini
speciali di Miss Peregrine suonerebbe tanto come il diario di
uno stalker seriale. Nel carrello non ci voleva stare,
quell’edizione con copertina rigida presto finita nei Remainders,
e quante illusioni, quanti scongiuri, quando Libraccio, puntualmente,
mi cancellava acquisto e buoni propositi all’ultimo minuto.
Verso marzo, poi, e ormai non ci credevo neanche più, ci sono
riuscito: Libreria Universitaria, qualche giorno di attesa, ed eccolo
lì, pagato sei euro anziché diciannove, solido, bellissimo e mio. Nel frattempo, in rete, iniziavano a circolare i primi trailer
della trasposizione di Tim Burton e, dopo gli ultimi flop
collezionati dallo stesso regista che, con Big Fish, ha
diretto quello che è forse il mio film preferito, le
invenzioni curiose e la fantasia contagiosa di Ransom Riggs
sembravano il portale ideale per ritornare alla magia perduta. Io sono
io, però, e ci sono voluti quattro mesi affinché, all’indomani
del tallonamento, Miss Peregrine passasse dalla libreria al
comò; l’ispirazione, un po’ di tempo libero in più e cieli che
conciliano – odiando l’estate, aspettavo i temporali di queste
mattine. Primo volume di una trilogia fantasy che pare giungerà a
conclusione entro l’anno, l’esordio di Ransom Riggs si è
rivelato degno del mio spietato, assiduo corteggiamento? O è valsa a
poco la smania di possesso che me l’ha fatto letteralmente
ricercare per mari e per monti? Da grandi aspettative derivano
grandi responsabilità, sì, eppure io ne sapevo pochissimo dei suoi
mondi incantati e dei terrificanti piccoli eroi ricordati dal titolo:
l’ho aspettato – e come, se l’ho aspettato – ma a
scatola chiusa. In ritardo avrei scoperto del rapporto stretto
tra Jacob e suo nonno, un anziano polacco scampato al Nazismo, e delle favole a tinte fosche che raccontava a suo nipote prima di
addormentarsi. Favole di cui quel nonno, miracolo in incognito, si
diceva essere il vero protagonista. Un misterioso meccanismo della
psiche per rielaborare gli orrori dell’Olocausto, o resoconti di
una vita parallela? Metafora o verità? Il vecchio conserva una
straordinaria lucidità, l’accento originario, lettere di un’amante
lontana non immaginereste mai quanto e una chiave che apre un
arsenale: non abbastanza per farsi prendere sul serio da un nipote
magico come lui, e non abbastanza per proteggersi dai
Vacui. Quando il nonno viene rinvenuto nei boschi, assassinato, Jacob si
accorge che incubi e prodigi sono all’ordine del giorno per persone
come loro due: speciali. Scortato dal padre, ornitologo in erba, il
sedicenne viaggia nella tempesta, fino a una sperduta isoletta
britannica: nella punta più estrema, sorge l’orfanotrofio in cui
il nonno è stato allevato prima della guerra.
O quel che ne resta.
Un rudere distrutto dai bombardamenti, di cui rimangono sinistre
fotografie color seppia e un passaggio segreto. Si accede alla Casa
per bambini speciali di Miss Peregrine viaggiando nel tempo,
esplorando un anello in cui si è prigionieri di uno stesso giorno
destinato a ripetersi in loop e affidandosi anima e corpo alle cure
della direttrice, Peregrine, che si trasforma in un falco pellegrino all’occorrenza e protegge i suoi straordinari orfani in una bolla
di sapone. Jacob arriva lì per innamorarsi di Emma, dalle cui mani
scaturiscono sfere di fuoco, e stringere amicizie con gli altri:
bambine forzute, aspiranti dottor Frankenstein, fanciulle fluttuanti,
ragazzi invisibili... Lui, che apparentemente non ha nulla che non
vada, normalissimo, ha il potere di smascherare i mostri – vogliono
rapire la tutrice e sterminarne i discepoli, mossi da un piano da
ostacolare – e il compito gravoso di proteggere i suoi pari. La
scelta è perdersi o restare. Ransom Riggs, valente narratore e
rigattiere a tempo perso, confeziona una deliziosa favola moderna,
che nei momenti buoni – soprattutto nella prima metà, dunque –
sortisce sul lettore l’effetto di una nostalgica macchina del tempo.
Fa
piacere ritrovarsi bambini d’un tratto, all’epoca in cui si
leggevano i primi King sotto le coperte, e il merito va a una una
scrittura fresca e fascinosa e, soprattutto, a inserti fotografici
che sono un prezioso elemento aggiuntivo. L’autore scopre
fotomontaggi di un’epoca passata in un baule e, tutt’intorno,
cuce una fiaba che da quei negativi prende i volti inquietanti e da
lì, in seguito, s'inventa storie dentro storie. Il risultato è dei
più suggestivi, nonostante la memorabilità non sia purtroppo di casa. E la colpa è di uno svolgimento potenzialmente
ripetitivo, che non sono certo si sia lasciato dietro forti nodi da
sciogliere, briciole di pane, o figure che facciano a gara per
conquistarci: la stessa Miss Peregrine, ad esempio - che da
attempata nonna Papera al cinema mi diventa la splendida Eva Green:
altro che lifting -, fa da guida ai suoi pupilli senza rivelare troppo di sé. Il potenziale di La casa per bambini
speciali di Miss Peregrine starà tutto qui, come ho iniziato a sospettare verso la conclusione? Burton, che sin dal trailer
sembra avere imboccato una strada molto diversa, approfitterà del
materiale di partenza per fare addirittura meglio, così com’era
stato per il pare non imperdibile romanzo di Daniel Wallace?
Nonostante mi tenga compagnia più di qualche dubbio, quello di Riggs
è però il romanzo da sfoggiare in libreria. E io, che eppure mi sono convertito piano alle gioie della biblioteca comunale e, di
tanto in tanto, leggo anche qualche ebook, mi sarei sentito a metà
senza un volume in cui l’inventiva del narratore, l’impaginazione
curatissima e le logore fotografie al suo interno giocano gomito a gomito per rievocare giardini segreti, pseudo ucronie e
giovani avventurieri che, in viaggio nel tempo, arrossiscono per le
moine della bambina speciale che, una vita prima o appena ieri, si
scambiava baci e promesse con un nonno che ha scelto la normalità e
un tempo che scorre come deve.
Sinossi:
Nei
casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è
difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena
nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il
massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un
fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una
panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra
quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo
adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un
posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata
fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con
violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano,
convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e
non si piega, scorre immobile senza vie d'uscita. Poi un giorno
arriva l'amore, però arriva male, le poche certezze vanno in
frantumi e anche l'amicizia invincibile tra Anna e Francesca si
incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta
un'Italia in cerca d'identità e di voce, apre uno squarcio su
un'inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe
operaia non esiste più.
La recensione
“La
loro amicizia era diventata una cosa inesplosa, come i petardi
difettosi rinvenuti il giorno dopo. Quelli che ti cavano un occhio,
se li raccogli dal marciapiede”. Francesca e Anna –
tredici anni, quasi quattordici – si schizzano, si rotolano nella
sabbia e attirano sguardi indiscreti, sulle spiagge di una Toscana
che non riconosci: grigia, radioattiva, industriale. Angosciante.
Eccola lì, una spallina del costume che scivola giù. Eccolo, il
triangolo del bikini che si sposta e si infila ovunque, lasciando ben
poco all'immaginazione. Ci fanno caso a quanto sono diventate belle
di botto, a quanto piacciono, loro due, mentre fanno i giochi stupidi
di sempre e fanno girare la testa ai ragazzi del quartiere? C'è chi,
con il binocolo alla mano e i pantaloni gonfi sul davanti, le guarda
e fa pensieri strani: un genitore fin troppo apprensivo, un amico di
famiglia ritrovato, un operaio in pausa caffè... Nuotano, e a largo
c'è l'Elba. Saranno mai abbastanza forti le loro braccia, per
portarle d'un fiato fin lì, a cavallo di un'onda? Non sanno ancora,
infatti, che la loro amicizia è destinata a finire presto – una
andrà al classico, un'altra al professionale; una vuole bene
all'altra come a una sorella, e l'altra la ama come pare sia
sconveniente amare una ragazza – e che da via Stalingrado, un
labirinto di casermoni a pezzi e motorini truccati, non si scappa
mica. La periferia è un destino, la terra all'orizzonte un miraggio
sfocato. Insieme alle due, ingenue e fatali, con i poster di Britney
Spears alle pareti e gli sguardi estranei fissi addosso, i parenti –
padri troppo assenti o troppo presenti, mamme similmente vittime –
e gli amici, a un bivio. Quel fratello così invidiato, Alessio, che
eppure muore d'amore per l'inarrivabile Elena e campa di strisce di
coca, turni faticosissimi, vita spericolata. Quei soliti amici suoi,
Cristiano e Mattia, che con le adolescenti del quartiere hanno i
flirt e, talora, i figli. E su di loro, nell'Italia delle centomila
lire e Berlusconi, le luci tremolanti delle tivù, che trasmettono in
sincrono la caduta delle Torri Gemelle, e l'ombra della Lucchini, che
a tanti dà la vita – con le occasioni lasciate in eredità alle
generazioni future, gli incarichi a tempo (in)determinato – e a
qualcuno la morte. Le temperature di fusione sono altissime, infatti,
i walkman non sovrastano il rumore assordante e sono lunghi, i turni,
per permettersi un tuffo nel blu. Come separi il ferro dal carbonio,
uniti insieme in una lega metallica? Come spezzi un'amicizia in due,
un cuore, e sperare di tirare avanti? Acciaio, in
whishlist dal giorno dell'uscita, a metà strada tra il romanzo
d'inchiesta e quello di formazione, è l'esordio nostrano che
guardava a Niccolò Ammaniti – la sua periferia, i tocchi pulp, i
nuovi miserabili - e a cui, qualche tempo dopo, avrebbe guardato
Valentina D'Urbano, amatissima da queste parti.
Sono
passati sei anni. Facevo il liceo, mi sembra, e la Avallone era
ovunque mi girassi: amici non lettori, perfino, mi parlavano di un
vagheggiato amore saffico, nocche livide, colate
incandescenti. Acciaio faceva discutere e vendeva,
sì, ma non ero curioso neanche un po'. Esploravo altri generi,
all'epoca, e le storie suburbane sarebbero arrivate sul mio scaffale
soltanto qualche estate fa – prima con i Gemelli e la Fortezza, poi
con l'indimenticabile Graziano Biglia e le figure della inventata
Ischiano Scalo. Tutti ne parlavano. E allora perché parlarne ancora?
Tutto era stato detto. E allora cos'altro aggiungere? L'ho riscoperto
solo adesso e l'ho letto lentamente: un esame dai giorni contati, che
forse andrò a dare mercoledì o forse no, e climi afosi, tra le
pagine. Una vicenda per cui mi viene in mente un aggettivo
preciso, torrida, e un rapporto al femminile di amore e
odio, gelosie e confidenze, che vagamente mi ha reso queste Francesca
e Anna molto simili a Lila e Lenù, che però popolano un'altra città
e altre saghe – acclamate, a giusta ragione, come eroine di
un capolavoro contemporaneo. Acciao l'hanno amato e
l'hanno odiato invece. Forse, lo amano più all'estero, da quel che
leggo. Io sono il tipo che preferisce stare in mezzo. In mare aperto.
Perché è scritto benissimo o, se benissimo non è scritto, comunque
è scritto come piace a me: suggestivo, vigoroso, sferzante. E
perché, d'altra parte, raccoglie personaggi - e purtroppo luoghi -
comuni, e inevitabilmente non tutti affascinano allo stesso modo.
Spettacolo voyeuristico e verisimile che non ha occhi che per loro.
Gli si perdonano, perciò, le svolte irrisolte e i drammi mancati: le
tragedie colpiscono loro, poco noialtri. Non si urla all'ingiustizia,
alla vita che è una gran bastarda, se sembravano inevitabili. Le
storie che vi nominavo, che lo abbiano preceduto o seguito poco
importa, hanno più anima e più pancia. Come il metallo di cui porta
il nome, il romanzo è duro e tagliente. Ma come quell'acciaio lì è
anche freddo, al tatto. Ritiri la mano, ma prima getti il sasso. O
era l'uniposca rubato? Quello, sui muretti e nei libri, con colori
sanguigni, ti racconta di tutti loro e di un'isola che potresti
sfiorare con un dito: se non fosse per la pigrizia, se non fosse per
la paura... Quando ci mette il sole a cancellare amicizie ed amori a
inchiostro dalle panchine?
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Vasco Rossi – Albachiara
L'essere di ciascuno è come un collage. In movimento, per di più. Un moto moltiplicato di pensieri che prendono senso girando tutto intorno. E nessuno potrà mai registrarli tutti, non contemporaneamente, né presi da soli, mai. Tutta la letteratura è una storia incompleta.
Titolo:
Breaktime
Autore:
Aidan Chambers
Editore:
Bur
Numero
di pagine: 190
Prezzo:
€ 9,00
Sinossi:
Ditto
e Morgan, grandi amici. Morgan pensa che la letteratura sia una
scemenza. Ditto non è d'accordo, e per smentire questa affermazione
scrive un resoconto di quello che gli sta succedendo: l'attacco di
cuore del papà, l'amicizia stravagante con una coppia di ladri, una
rissa tra ubriachi, l'incontro con la ragazza dei suoi sogni. Tutto
vero? O pura fiction? Un gioco? Chissà.
La recensione
Tra
i corridoi scolastici affollati, durante la sacrosanta pausa caffè,
Morgan sfida Ditto. Sapete come sono i ragazzi a quell'età. E' tutto
un continuo provocarsi al suon di chi ce l'ha più lungo, e la mia
macchina è più veloce della tua, e la mia ragazza è più sexy
della tua ragazza. Ditto e Morgan - i loro nomi curiosi già ve lo
lasciano intuire - sono due tipetti un po' sui generis. Particolari,
e particolare è un puro eufemismo. A ricreazione, infatti, parlano
di letteratura - narrativa, in particolare - con Morgan che pensa sia
tutta una grossa, grassa balla e Ditto che vorrebbe fargli cambiare
idea. Le accuse mosse all'arte suprema della finzione è che, per
l'appunto, è tutta falsa. Ma è proprio così? Cosa c'è di
realistico in un romanzo in prosa? Di sicuro non quel susseguirsi
ordinatissimo degli avvenimenti che imitano, sbagliando, la vita: la
vita è un macello. Nei libri non ci sta. Io sto pensando a
una cosa ed eccomi che già penso a tutt'altro. Figuriamoci se si
hanno diciott'anni. Figuriamoci se si scrive un libro così come
viviamo: a singhiozzi; a sorpresa. Gli adolescenti creati da Aidan
Chambers - e mi dicevano leggilo, e mi dicevano recupera vita morte e
miracoli di lui - fanno discorsi
sopra le righe e ragionamenti astratti. Avranno ancora i brufoli e
l'ansia da prestazione, ma si esprimono come adulti fatti e finiti.
Peggio dell'Augustus Waters di Colpa delle stelle, guardate, che, tra
metafore e perle di saggezza, la sapeva pure lunga la canzone: di
Augustus Waters, con tutto il bene che gli voglio, non mi era
piaciuto quello.
Anche se capivo. Che la paura di morire accelera il
processo conoscitivo, che ci sono adolescenti brillanti. Qui è tutto
più sopra le righe, più esagerato, più chiacchierato. Piaciuto?
Non piaciuto? Breaktime, in realtà, è un altro volume che va ad
aggiungersi alla categoria interessante e in allestimento dei romanzi boh. E'
stranissimo, una cosa mai letta, e se consigliarlo o no dipende un
po' dai vostri gusti: amate sperimentare? Io sono un lettore
dai gusti assai semplici, e non me ne vergogno affatto. Soprattutto
quando, con le feste di mezzo, mangio pesante e vado a stendermi sul
divano. Leggevo Breaktime e non volevo un altro peso sullo stomaco.
Questo romanzo audace, tutto forma, parla di tutto e di niente a modo
suo: lì il lampo di genio autentico. Ma io non amo il cinema anti
narrativo, figuriamoci la narrativa anti narrativa. E Breaktime per
essere un romanzo dannatamente breve che parla di tutto e di niente
può risultare, a lungo andare, pesante. Mi esaltava all'inizio, mi
annoiava al centro, mi dava da pensare alla fine. Razionalmente:
geniale. Emotivamente: cuore e testa non vanno d'accordo, perciò
nulla di pervenuto alla voce "emotivamente-due-punti". Ho
conosciuto Aidan Chambers con il suo romanzo meno semplice, con
quello più personale. Ditto e Morgan, anacronistici nel modo di
esprimersi ma comuni nei desideri, sono bambole nelle mani del
ventriloquo Chambers. Parla lui, che è un autore navigato. Un
adolescente non ci arriverebbe. A quei discorsi e a una costruzione
che fa rima con distruzione. Lui non scrive una storia con un inizio, uno
svolgimento e una fine. Lui fa mash up con passi di Oliver Twist;
inserisce vignette illustrate e fumetti; lascia pagine in bianco;
copia-incolla lettere e, libero, scivola dalla terza persona alla
prima. Incolonna frasi, lascia puntini da riempire; perfino buchi
narrativi, nell'attimo in cui il protagonista era tutto impegnato ad
ansimare in compagnia di Federica la Mano Amica - non trovavo modo
più chic per dire che Ditto si masturba e ogni tanto ci abbandona;
ecco, l'ho detto lo stesso. Cioè, una cosa artistica e tanto, tanto acuta.
Ma il gioco è
bello quando dura poco e questo, nonostante le sue centonovanta
pagine a spizzichi e bocconi, è durato un po' troppo. Diverte, ma meno
quando noti che l'autore, anzianotto, si diverte più di te. La
lampadina si riaccende davanti a una scena di sesso carinissima, con
tanto di spiegazione scientifica dell'atto (leggetela, e se non
volete leggerlo leggete solo quella!), e a un finale in cui entriamo
in gioco noi, a dire se è verità o bugia. Attivo è
il ruolo del lettore. Ci sono passi originali, tutti intrecciati, con
frasi alternate, che ti fanno tornare indietro per essere lette tutte
quante. Mai sfogliato un romanzo al contrario, in quattordici, quindici anni che leggo. Tu dici che è
illogico, e l'ho detto anch'io; ma in realtà Chambers ti stimola per tutto il tempo, anche quando la sua sembra una barzelletta senza senso.
Ecco, adesso che ne parlo, mi rendo conto mi è piaciuto più di
quanto pensassi. Lì per lì, proprio come Morgan che ascoltava, mi
chiedevo cosa cavolo significasse quella storia. Anche se noi siamo
sia Ditto, che nel potere della letteratura ci crede, ma siamo un po' anche
Morgan, che non capisce a sua volta Ditto. Capito? Non fa una piega! Ribadisco lo strano, ma è uno strano che può piacere oppure no. Se
avesse avuto la dimensione del racconto, pollice del tutto in su. Aidan
Chambers, la prima volta che ci incontriamo, lancia un guanto di
sfida. E' una provocazione intellettuale, Breaktime. E mi sa che io,
per questa volta, non l'ho colta di petto. All'appuntamento all'alba,
nella brughiera nebbiosa, con il vestito buono e le pistole
sguainate, non mi ci sono presentato proprio. Ero nascosto nel mio
pigiama chiazzato di dentifricio, in cameretta, a dire che John Green
è vero che è più retorico, ma mi piace di più.