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venerdì 23 agosto 2024

Recensione: Wellness, di Nathan Hill

| Wellness, di Nathan Hill. Rizzoli, € 22, pp. 736 |

È possibile provare l'esistenza dell'amore a prima vista? Jack ed Elizabeth, dirimpettai, si studiano dalle finestre dei rispettivi palazzi: a separarli c'è soltanto un vicolo. Lui, fotografo, si è lasciato dietro le praterie del Kansas: romanticissimo, nasconde una sensibilità d'altri tempi dietro l'aspetto studiatamente trasandato. Lei, studentessa cresciuta in una magione invasa dai pipistrelli, è l'erede di una famiglia arricchitasi sulle disgrazie altrui: ribelle, molla tutto e decide di vivere da bohémien. Siamo nella Chicago degli anni Novanta, ma sembra di essere a Montmartre. Mentre l'avvento di internet semina dappertutto promesse, la scena artistica si colora di sperimentazioni. “Diversi in modi simili”, i nostri protagonisti tuonano contro il capitalismo e si fingono orfani. Cos'è dei loro sogni vent'anni dopo?

Credi in quello che vuoi, mia cara, ma credici con delicatezza. Credici con consapevolezza. Credici con curiosità. Credici con umiltà. E non fidarti dell'arroganza della sicurezza.

Ormai sposati, Jack ed Elizabeth puntano a mimetizzarsi tra le famiglie del circondario. Performanti, moderni, perfettibili, tentano (invano) di educare il figlio a un uso più accorto del Tablet e investono (invano, sempre) su un cantiere in corso d'opera, in un quartiere dove i grattacieli sono talmente brillanti da tendere trappole agli stormi. Le agenzie immobiliari sponsorizzano “case per sempre”, ma intanto consigliano alle coppie di dormire separate. Servono sex toys e locali per scambisti, pare, per tenere viva la scintilla. La società impone l'appagamento di bisogni continui, ma nel frattempo annichilisce con idiosincrasie, tensioni, caos. Gli orologi monitorano i respiri, gli algoritmi tracciano gli alti e bassi delle prestazioni lavorative e alcuni credono perfino che la vita non sia altro che una simulazione: il presente, insomma, è una distopia. Jack non tituba, ha finalmente una famiglia tutta sua per contrastare la solitudine vissuta nell'infanzia. Ma Elizabeth, più cinica, guarda angosciosamente la curva discendente della mezza età. È possibile preservarlo, l'amore? Famosa per gli studi sull'effetto placebo, sa che le persone amano lasciarsi ingannare pur di superare il dolore di vivere. E se la loro storia, sin dal primo incontro, fosse una frottola al pari dell'agopuntura?

Si poteva scegliere di essere sicuri o si poteva scegliere di essere vivi.

Wellness, sontuoso boy meets girl con dieci pagine di bibliografia in chiusura, resterà la folgorazione dell'anno. Arguto e coltissimo, Nathan Hill impiega 700 pagine per indagare il più grande dei misteri: il benessere matrimoniale. La sua prosa deve somigliare ai dipinti realizzati dalla sorella di Jack. Pennellate semplici e veloci, dettagli fugaci, con l'obiettivo della massiva universalità: la letteratura, così come le tempere, va fatta respirare. E questo romanzo respira, sì, e vive una vita propria in un luogo di confine in cui la commedia romantica e il saggio antropologico possono coesistere, fare l'amore e riprodursi. Come in Rooney, al centro ci sono due protagonisti perfetti l'uno per l'altra ma vittime dell'autosabotaggio. Come in Yanagihara, sullo sfondo, c'è una città popolata da bohémien vestiti da yuppie. Come in Franzen ci sono il disincanto, il grottesco, la satira, e si sorride a denti stretti di papà che cospirano su Facebook, strampalate coppie aperte, fortune fraudolente legate al Ku Klux Klan. Visceralmente contemporaneo, Hill gioca con la chimica delle emozioni e sonda le prese di coscienza di un'età in cui somigliare a tutti gli altri sembra la scelta più comoda. Si è troppo grandi per credere alle favole, alle bugie, alle cospirazioni. O forse no? Se perfino il mercato immobiliare collassa, infatti, gli unici architetti restano i romantici: costruttori di straordinarie bugie, in un mondo sempre più digitale e distratto, creano ogni giorno le emozioni per guarire in autonomia. Bisogna soltanto avere fede nella cura, e tenersi stretta la fede al dito. Il matrimonio è un placebo. Ma quanto è bello credere a una storia d'invenzione, per poi scoprirsi realmente cambiati?

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Smiths – How Soon Is Now?


giovedì 30 giugno 2022

Recensione: I grandi sognatori, di Rebecca Makkai

| I grandi sognatori, di Rebecca Makkai. Einaudi, € 22, pp. 528 |

La rete lo ha paragonato al romanzo di Hanya Yanagihara e per un po' l'impressione è stata la stessa. Non c'è New York, ma Chicago. E ci sono Yale e Charlie – il primo un ambizioso gallerista in erba, l'altro direttore di un giornale politicamente schierato –, all'apparenza felici e monogami, che si amano nel mezzo di una popolosa galleria di amici geniali: attori dongiovanni che affrontano la vita come se fosse un parco divertimento, avvocati dalla voce stentorea, fotografi e artisti destinati a essere studiati in futuro dagli addetti ai lavori. Ma questa non è la loro storia, o comunque non soltanto. I grandi sognatori racconta di una generazione perduta: anzi tre. Rebecca Makkai, infatti, intreccia traumi collettivi e personali in un dramma fatto di corsi e ricorsi storici, dove la paura cambia nome – prima guerra, poi Aids, infine terrorismo – ma la perseveranza dei superstiti, invece, resta immutata. È una fortuna o una tragedia sopravvivere? È un dono o una maledizione trovarsi a essere il custode di mille storie di fantasmi?

Abbiamo vissuto qualcosa che i nostri genitori non hanno vissuto. Ci ha reso più vecchi di loro. E quando sei più vecchio dei tuoi genitori, che fai? Chi ti insegna a campare?

Strutturato tra passato e presente, il romanzo ha il personaggio di Fiona per filo conduttore: sorella minore di un giovane omosessuale morto nel clou degli anni Ottanta, è diventata prima l'anima del gruppo degli amici del defunto e poi, anni dopo, una madre talmente assente da lasciare l'unica figlia in balia di una setta religiosa. C'è un limite massimo all'amore che possiamo garantire agli altri? Fiona lo ha forse superato, al punto da essere ormai un guscio vuoto? Ultracinquantenne, vola nella Parigi del Bataclan per fare ammenda, ma laggiù il passato è più vivo che mai: come non pensare agli aneddoti della prozia, musa dei maggiori pittori della Belle Epoque, o a Yale – il più grande tra i sognatori – che fino all'ultimo tentò di rendere giustizia all'anziana?

Non ci pensi mai, che so, a dove andiamo dopo la morte? […] Secondo me è come dormire, ma aiutando a sognare il mondo. Qualunque cosa accade sulla terra, tutti i fatti incredibili che capitano, l'eruzione di un vulcano, per dire, nasce dai sogni collettivi di chi ha vissuto.

C'è tanto materiale per un romanzo solo: troppo, perfino per queste 500 pagine. Avrebbero avuto bisogno di essere limate, asciugate dagli eccessi, sintetizzate. Si fatica in particolare nella prima parte, quando l'autrice si addentra nei dettagli delle opere da autenticare o nella disputa tra gli eredi. Per fortuna, però, appare altrettanto meticolosa quando si giunge al focus principale: l'epidemia di Aids. Makkai, alla maniera della serie TV It's a Sin, fa delle ultime pagine un manifesto umano e politico di attese snervanti in ospedale, diagnosi spaventose, slogan e striscioni contro il sistema sanitario americano, deleghe e lasciti. I migliori amici erediteranno sciarpe a righe, scarpe troppo strette, del filo interdentale, perfino un gatto. E nel tempo che resta loro – purtroppo, mai abbastanza – offriranno al prossimo spalle su cui piangere e baci plateali in pubblico. Ti viene da ringraziarla, allora, quest'autrice con talmente tanto da dire, da dare, da sacrificare la compattezza di un romanzo che avrebbe potuto senz'altro essere migliore di così. Ti viene da correggerti e definirla non più disordinata, ma semmai generosa, con le sue trame densissime che tentano di risolversi a vicenda e regalano, in rewind, in sogno, una seconda illusoria giovinezza a Fiona, Yale e gli altri. In pegno – per noi, per la pazienza e le lacrime – lascerà un pugno di cenere e glitter.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – America

lunedì 7 febbraio 2022

Recensione: Verso il paradiso, di Hanya Yanagihara

| Verso il paradiso, di Hanya Yanagihara. Einaudi, € 22, pp. 766 |

Leggo Hanya Yanagihara per trovare salvezza dai miei lati peggiori. La scorsa estate, vittima di un'apatia che mi rendeva estraneo al mondo, mi sono affidato a Una vita come tante in cerca della catarsi del pianto. A gennaio, invece, isolato in camera insieme al virus e ai miei soli pensieri, ho atteso l'arrivo di una nuova storia – anzi, tre – per fuggire lontanissimo da me. Questa volta, lo ammetto, non avrei tollerato l'ennesimo magnifico struggimento. E l'autrice, per fortuna, ha avuto grande cura di me e della mia solitudine: nell'arco di oltre settecento pagine l'ha riempita di voci. Le sento anche ora, a lettura ultimata, e tento di districarle a furia di scriverne. Ma si può realmente possedere un romanzo così ampio, sfuggente, indefinibile? È forse possibile averne a colpo d'occhio la visione d'insieme? Mi piacerebbe riportare alla mente tutti i dettagli, grandi e piccoli; individuare la costante in grado di sbrogliare l'equazione. Ma è impossibile, tanto quanto la pretesa di scorgere una silhouette claudicante sull'uscio di un condominio di mattoni: il nostro Jude St. Francis, sappiatelo, non abita lì. Restano allora le strade di New York, una poetica malinconia di fondo, una dimensione umana dal calore contagioso e, soprattutto, una domanda sprovvista di risposte nette: cos'è il paradiso?

Le amicizie a quell'età sono così fragili, perché quello che sei – non solo le tue dimensioni fisiche, ma pure quelle emotive – cambia moltissimo da un mese all'altro. […] Ci eravamo allontanati, non divisi, e quando ci vedevamo da lontano nei giardini della scuola o nei corridoi, facevamo un cenno con la testa, o con la mano, i gesti che faresti in mare, da lontano, dove sai che la voce non si sente. Quando più di una decina d'anni dopo ci ritrovammo, parve in qualche modo inevitabile, come se fossimo entrambi andati alla deriva così a lungo da doverci ritrovare prima o poi.

In un Ottocento ucronico, la fine della guerra di secessione ha portato all'indipendenza della città e all'avvento dei matrimoni egualitari. Immerso in atmosfere degne di Jane Austen, un giovane di ricca famiglia si scopre combattuto tra il matrimonio combinato con un vedovo e il sentimento bruciante per un insegnante socialmente inferiore a lui. Il paradiso è una casa status symbol, già pronta a essere ereditata, o una tormentosa passione da romanzo d'appendice? Mentre l'avvento dell'Aids falcia un'intera generazione, un venticinquenne di nobili origini hawaiane riflette sull'amore e la morte: i migliori amici del suo partner stanno morendo come mosche e ogni rimpatriata si trasforma in una festa di addio; il padre lontano, colpevole di un torto indicibile commesso in nome del fanatismo, domanda di lui in un delirio struggente. Il paradiso è un salotto in cui risuonano le chiacchierate di amici un po' attempati, o l'utopia di restaurare la sovranità hawaiana in trenta ettari? Ci si sposta nel futuro, infine: l'apocalisse si esprime con un lessico ormai familiare. Continuamente in balia di virus di differente entità, il mondo è diventato una distopia in cui vigono la legge marziale e i baratti, i ribelli vengono massacrati in pubblica piazza e i matrimoni, combinati con la forza, mirano a scoraggiare l'omosessualità. Prigioniera di un matrimonio senza amore, una tecnica di laboratorio segnata dalla malattia fa i conti con sentimenti nuovi e spaventosi: la gelosia verso il marito, al centro di una vita parallela; l'attrazione verso l'ultimo arrivato nel distretto, che osa avanzare quesiti di natura personale; la nostalgia per il nonno epidemiologo, che in una lunga corrispondenza confessa amaramente di aver sacrificato gli equilibri della famiglia per la salvezza della specie. Il paradiso è una società in cui il caos è arginato con fermezza, o il buio del guado?

Tu sei tanto giovane; hai passato quasi metà della tua vita vita accanto alla morte e alla possibilità della morte – ci hai atto il callo, che è una cosa che mi spezza il cuore. E allora forse non capirai fino in fondo quel che ti voglio dire. Ma quando si invecchia, si fa tutto ciò che si può per restare vivi. A volte nemmeno ti accorgi di farlo. A volte, un istinto, un sé deteriore, prende il controllo: e perdi ciò che sei. Non succede a tutti. Ma succede a molti.

Nell'impossibilità di bissare il successo precedente, Yanagihara spezza le linee temporali e la compattezza della narrativa americana; spiazza. Costruisce un dedalo di storie dentro storie, e di epoca in epoca ripropone nomi di battesimo (David, Edward, Charles) e indirizzi (Washington Square). Si tratta delle stesse persone in realtà differenti? Se fossimo in un film, avrebbero gli stessi volti o sarebbero sconosciuti gli uni agli altri? I nessi, poco manifesti, vanno cercati unicamente in questa galleria di giovani inetti, nonni granitici, triangoli sentimentali e famiglie omogenitoriali; in riflessioni sulle radici culturali e l'identità, sul sangue e sul crepacuore dei sogni infranti. Quale mondo lasceremo ai nostri figli? In che mondo li lasceremo? Solidale e spietata, con una scrittura che è un mare caldo in cui è incantevole immergersi, l'autrice apre finestre, parentesi, squarci; registra i passi falsi commessi lungo i cammino dell'utopia. Ma se i genitori sono umani, dunque fallibili per natura, allora tocca ai loro eredi abbandonare la sicurezza dei confini già tracciati. Rinunciando, però, a cosa? Affrancarsi significa costruirsi un paradiso su misura. Lo fanno i protagonisti, combattuti tra andar via o restare, tradirsi o scoprirsi. Lo fa Hanya Hanagihara, alle prese con un cambio di rotta che scontenterà più di qualche accolito. I loro passi – avvolti da una luce misteriosa – sfumano nella vaghezza dell'incerto, fin quando non distogliamo finalmente lo sguardo: sono troppo distanti. Verso il paradiso.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Judy Garland – Somewhere Over The Rainbow

martedì 28 dicembre 2021

[2021] Top 10: Le mie letture

10. La figlia oscura: In attesa dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, una Ferrante in pillole amarissime. Misteriosa, erotica e perturbante come non mai, l'autrice della leggendaria tetralogia scandaglia il cuore femminile con la coerenza spietata di chi ha stretto amicizia coi propri demoni. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere, al contempo, madri esemplari?

9. Latte arcobaleno: Energico, vitale e leggerissimo, il debutto di Mendez rischia di venire appesantito dalle pagine finali. Ma nemmeno allora, per fortuna, tradisce l'amore per i colori saturi, le citazioni pop, i corpi ansanti. Basso e magrolino, il protagonista avrebbe bisogno di una terapeuta o di un abbraccio. Nel frattempo canta in playback le hit del momento, lasciandosi alle spalle le tracce dell'avvenuta muta: pelle di serpente, pelle nera.

8. Le stanze buie: Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze – apparse otto anni fa con Mursia Editore –, e le ho scoperte riarredate. Nonostante il mobilio mutato, ho constatato di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava l'odore di cera calda e il profumo di Lucilla Flores; quella del cuore, invece, tutto il resto. 

7. La casa vicino alle nuvole: Sporco eccezionalmente di sangue, l'ultimo Nickolas Butler – immancabile nelle mie classifiche di fine anno – racconta di un'amicizia che minaccia di erodersi. Come si erodono gli animi, se mangiati dalla cupidigia; come si erodono le montagne. È una lotta contro il tempo, contro la morte, contro la Natura stessa, per erigere un sogno su misura. O forse un incubo?

6. La nostra furiosa amicizia: Formazione inquieta e pericolosissima, questo young adult a tinte crime sorprende sin dalla prima pagina: in esergo, infatti, leggiamo citazioni tratte da Hannah Arendt e RuPaul. Come si possono conciliare una filosofa tedesca e un'icona della TV americana, celebre per la sua sfida tra drag queen? Scopritelo attraverso lo stile folle e immaginifico di Rufi Thorpe. 


5. Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata: Esordio narrativo dello sceneggiatore di BoJack Horseman, mi ha fatto ridere, piangere e spinto a sottolineare le cose più urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è un dolcetto pescato da una scatola di latta – o di essermi preso una sbronza triste. Mi giravano forte lo stomaco e la testa; mi girava il cuore.

4. Il valore affettivo: Nicoletta Verna obbliga a uno stato di tensione imperituro. Il suo è un esordio di vertiginosa bellezza da leggere come fosse un noir. Disturbato e disturbante, richiama per eleganza il cinema di Haneke e si pianta in testa attraverso la voce di Bianca: un personaggio unico nel suo genere, che non sfigurerebbe nella galleria di quelli interpretati da Isabelle Huppert.

3. La promessa: Fresco vincitore del Booker Prize, il romanzo sui membri della sfortunata famiglia Swart (raccontati attraverso quattro funerali in quattro decenni) ha la fluidità e l'estro di quei film girati interamente in piano sequenza. Nonostante le 300 pagine scarse, la lettura risulta densissima: un caos tragicomico con un irresistibile cast sudafricano.

2. Un giorno questo dolore ti sarà utile: Non è mai troppo tardi per rivivere i propri tormenti adolescenziali, né per auscultarsi e scoprirsi degli adorabili disagiati. A diciotto anni lo avrei considerato uno dei miei romanzi preferiti. A ventisette anni, invece, vado dicendo di essermi imbattuto a scoppio ritardato in una di quelle storie-specchio che riflettono tutte le mie contraddizioni.

1. Una vita come tante: Quando ho iniziato questa bellissima impresa lunga oltre mille pagine, avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. Cercavo la catarsi. E l'ho trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Hey Jude: ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare. Ti devo perdonare.

martedì 10 agosto 2021

Recensione: Una vita come tante, di Hanya Yanagihara


| Una vita come tante, di Hanya Yanagihara. Sellerio, € 22, pp. 1091 |

Hey Jude, don't make it bad, take a sad song and make it better. Da qualche giorno, mi scopro spesso a canticchiare la canzone dei Beatles. Stonature e tutto, la dedico al protagonista di questo romanzo e, un po', anche a me stesso. Quando ho iniziato a leggere Una vita come tante – impresa lunga oltre mille pagine – avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. E di una storia in cui smarrirmi. Pazientemente, senza l'ansia di fingermi spensierato o di aggiornare il blog, mi sono preso del tempo per me e per la mia malinconia. Anziché fuggirla, l'ho assecondata. Fino a quel momento i romanzi più lievi mi infastidivano tanto quanto le hit estive alla radio, e allora ho scelto una vita difficile: la terapia d'urto. Qualcuno mi ha avvisato: leggere un romanzo così disperato sarebbe stato controproducente. Ma vi ho riposto piena fiducia, invece, e ho pregato affinché il mio cuore fosse maltrattato, ma con garbo. Cercavo la catarsi. E ringrazio per il fatto di averla trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Avrei voluto che il ritornello di questa proseguisse all'infinito.

Quando sei fatto come me, devi accontentarti di quello che ti arriva.

Hey Jude, refrain, don't carry the world upon your shoulders. A reggerlo, il mondo, per fortuna ci sono gli amici di sempre. JB, artista di origini haitiane, è specializzato nei ritratti delle persone care: travolto dal successo, rischia di perdersi tra lussi e droghe. Malcolm, architetto di buona famiglia, lavora in uno studio che sta anestetizzando lentamente la sua fantasia. Willem è il classico attore che sbarca il lunario come cameriere: il talento, e soprattutto una nobiltà d'animo commovente, gli spianano la strada verso Hollywood. Né le lunghe sedute di trucco né i viaggi di lavoro distolgono quest'ultimo dal prendersi cura di quel migliore amico e coinquilino che fa letteralmente da centro gravitazionale. Jude porta le maniche lunghe anche in estate, è affetto da una misteriosa zoppia che a volte lo costringe a muoversi in sedia a rotelle, è reduce da un'infanzia da orfano di cui non fa volentieri menzione. Jude sa cantare e preparare dolci, ha mille talenti inespressi, e in tribunale fa faville come avvocato, al punto da guadagnarsi un mentore: Harold, insegnante di rara dolcezza, chiamato talora a raccontarci i protagonisti in prima persona. Jude è un enigma, spesso affascinante, spesso frustrante. Perché crede di non meritarsi nient'altro che il disprezzo? Perché, succube del passato, coltiva una solitudine siderale a dispetto dei molti che gli offrono solidarietà, sesso, vie di fuga? Mitizzato, alla stregua di un personaggio di Hardy o Dickens, non anela alla libertà: non la conosce. Si limita a passare da un aguzzino a un altro, a schivare il contatto fisico, a immaginare lo scherno nascosto dietro un innocuo complimento. Saprebbe meritarselo, l'amore vero? Nonostante tutto, vivrà una delle relazioni più romantiche e sorprendenti di cui serbi memoria.

L’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante.

Quanta violenza nel suo passato. Quanta incertezza nel suo futuro. E l'autrice non ci risparmia i dettagli più sordidi, infelici e rocamboleschi, al punto che – non a torto – qualcuno ha reputato eccessivo l'accanimento verso Jude e irrealistico il suo bagaglio esperienziale. Per me, tuttavia, c'è un malinteso alla base: questo romanzo, tragico senza mai diventare pessimista, non è stato pensato come uno spaccato contemporaneo. Anzi: nonostante l'iconica ambientazione newyorchese, i personaggi vivono in una città sospesa nel tempo, senza traccia di lotte politiche, razzismo o omofobia. Lontani dal divenire storico, creano una storia parallela altrettanto importante, in cui – proprio come sull'Isola che non c'è – non esiste null'altro a parte loro. Sono moltissime le pagine strazianti, in quarant'anni di amicizia, ma ho speso le migliori lacrime soprattutto per le cose belle: non per le brutture. Per la dedizione, la pazienza e la generosità dei personaggi secondari. Per la sessualità, che si fa fluida pur di uniformarsi alla solidità di certi attaccamenti. Per la continua capacità di stupirsi e per l'invidiabile senso di appartenenza. Per chi smette di bere caffè, taglia via la crosta dei toast, bacia con gli occhi chiusi e costringe il protagonista ad amarsi un po'. E a bere, mangiare, smettere di tagliarsi, anche a costo di piantonarlo, portarlo in spalla, afferrarlo per i capelli mentre se ne va alla deriva. La vita è un diritto o un dovere?

A quel punto gli tornava in mente l’affermazione di Harold seconda la quale la vita trovava sempre il modo di ricompensarti per quello che ti toglieva, e si rendeva conto di quanto fosse vera, anche se a volte gli sembrava che la vita non si fosse limitata a ricompensarlo, ma avesse deciso di farlo nel modo più sontuoso, come se cercasse disperatamente il suo perdono e lo ricoprisse di ogni ricchezza, offrendogli tutto ciò che esisteva di più bello e desiderabile nella speranza che superasse il proprio risentimento e le consentisse di accompagnarlo negli anni a venire.

Egoisticamente ho provato il desiderio di non arrivare mai all'ultima pagina. Di allungare ulteriormente i tormenti di Jude, pur di essere ancora parte della routine del gruppo, come accade al cospetto delle sitcom più longeve. Con stile pieno e limpidissimo, Hanya Yanagihara firma una moderna Bohème in grado di comunicare un senso di invincibilità accanto alla precarietà diffusa. In questi appartamenti dai mattoni rossi, con le classiche scale antincendio arrugginite sulla facciata, c'è sempre una festa o una cena. Tra ricadute e accidenti, benché defilati, io e Jude ci siamo goduti i brindisi, le preghiere e le risate: è stato confortante lasciarsi cullare fino al sonno da queste voci, senza mai sentirsi tagliati fuori. La vita come tante di Jude St. Francis, in realtà, è una vita come nessuna, raccontata per di più in un romanzo come pochi. Perché, in definitiva, appare infinitamente tribolata? Semmai il contrario: è fortunata. È raro, infatti, che la vita ci ricompensi per tutto ciò che ci ha tolto. E questa volta mi sono soffermato non su ciò che sottrae, ma su ciò che di miracoloso regala. Hey Jude, ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare, ti devo perdonare. Non sei mai stato una canzone triste, ma come avresti potuto saperlo? Non hai mai conosciuto i Beatles, o la tenerezza.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hey Jude