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giovedì 13 aprile 2017

I ♥ Telefilm: Tredici | New Girl VI | How to get away with murder III

La morte tocca, soprattutto quando quel mazzolino di fiori a bordo della strada, quell'articolo triste sul giornale locale, ci ricorda che a venir meno è stato qualcuno della nostra età. Facevo i primi anni di liceo quando una mia coetanea, Carla, fu trovata senza vita nella sua stanza. Non la conoscevo, ma ricordo un sabato mattina passato in classe a parlare di lei, e di come la sua scomparsa ci facesse sentire. Tredici, prodotta da Selena Gomez e tratta dal best-seller di Jay Asher, è una serie importante. Non il solito teen drama vuoto, alla moda, a cui una CW ci ha abituato. Ha come spunto una morte tra i banchi, e dalla tragedia non prende le distanze. Racconta in disordine la storia di Hannah, una diciassettenne che un giorno l'ha fatta finita. La sua lettera d'addio, la sua vendetta, supera i confini della carta e dell'aldilà. La verità di una ragazza morta troppo presto, nell'indifferenza, si diffonde negli auricolari di Clay: un compagno innamorato, che elabora la perdita e cerca indizi. Coloro che nel frattempo hanno già ricevuto le cassette, accusati di averla trascinata a fondo, hanno paura che il più candido tra loro li smascheri. I cattivi hanno punti di rottura, sprazzi di umanità. I buoni, non così immacolati, hanno scatti isterici che ti mettono sul chi va là. I personaggi, più che approfonditi, sono scavati. Possiedono case e famiglie modeste, spesso. Un'aria comune, familiare, non da fotoromanzo patinato – Katherine Langord è bellissima proprio in virtù di qualche curva in più, Dylan Minette è uno di quegli adorabili sfigatelli alla Seth Cohen che faranno strage di cuori. Ci sono tredici episodi per tredici nastri. Una playlist da ascoltare e riascoltare, un cast di esordienti piuttosto in parte, ritmi dilatati. Nel decantato Tredici, purtroppo, ne succedono così tante, ma così tante, che a un certo punto ho smesso di crederci. Più che l'emozione, allora, affiora il fastidio. Verso un dramma così esagerato da risultare inverisimile. Verso una scrittura a tavolino, che vorrebbe compiare gli adulti – guardate che età difficile, guardate il liceo che mondo selvaggio che è – più che raccontare gli adolescenti. Alcol e droghe. Stupro. Guida in stato di ebbrezza. Bullismo. Troppi temi che rimestano a fin di bene nella cronaca nera. Molte minoranze rappresentate in nome del politicamente corretto, fino a sfiorare il parossismo (una coprotagonista cinese, omosessuale, adottata da una coppia di papà gay). Tredici non pecca di superficialità, ma di un un po' di pietismo sì. Di un certo pressappochismo, ma sempre a fin di bene. Fa la voce grossa, dice le parolacce. In realtà, nonostante le arie indie, è un prodotto ben più furbo di quanto sembri. Di quelli così accomodanti e impegnati, però, che criticarlo fuori dai denti significherebbe peccare di insensibilità. Di quelli paraculi, chiamiamoli col loro nome, che ti imboccano con il cucchiaino fino alla fine. Voce fuori dal coro, dico che ne ho capito le intenzioni ma che non mi ha scosso. Allena l'empatia, questo sì. Ci ricorda che ognuno ha i suoi fardelli e i suoi fantasmi. Che essere gentili con qualcuno – che magari, in testa, sta combattendo una guerra segreta – è questione di un attimo. Purché vivere l'adolescenza non diventi camminare sul filo, sulle uova, per paura di mettere un piede in fallo e sbagliare costantemente. (6)

Visto quando capitava ai tempi del debutto televisivo e rivalutato anni dopo, New Girl è la sitcom giusta al momento giusto. Merito di una squadra affiatatissima, di una casa a Brooklyn in cui ogni cosa scoppia in risata, che sopravvive alle coppie scoppiate, ai cali di ritmo, a cambiamenti belli e brutti. Cosa combina, quest'anno, la frizzantissima coinquilina dai vestiti pastello? Come reagisce Jessica Day alle novità? Schmidt e Cece, convolati a nozze nella stagione precedente, vanno a vivere insieme. Winston e la sua collega poliziotta, usciti allo scoperto, seguono le orme dell'altra coppia: radunate le brutte camicie a fantasia e il mitico gatto Ferguson, un'altra parte del quartetto è perciò pronta a spiccare il volo. Nick Miller, alias la mia anima gemella, ha pubblicato il suo primo romanzo e vive una relazione complicata con una certa Megan Fox. Il loft, piano piano, si svuota. Jess ha paura di rimanere sola, e noi assieme a lei. Sarà che nessuno, sotto sotto, ha smesso di fare il tifo per lei e per il burbero Nick, distratto dalle grazie della bella di Transformers. Come si scopriranno cambiati alla fine di questi traslochi, di inevitabili viavai che hanno il sentore triste degli addii? Lo scopriamo al ventiduesimo episodio. Forse, l'ultimo di sempre. La Fox non si esprime sul rinnovo e l'epilogo, perfetto, è un cerchio che si chiude. Di perfetto, purtroppo, c'è quello e poco altro. Un finale che giunge inatteso, annunciato senza il necessario preavviso, che emoziona ma non troppo. A chiosa di un ciclo di episodi piuttosto piatto, sprovvisto della classica verve, a cui onestamente non ho prestato grande attenzione. Non sapevo di assistere all'ultima stagione – sempre, appunto, che di un'ultima stagione si tratti. L'ho guardata in maniera distratta, a tempo perso, alla fine di giornate lunghissime. Non avevo gli occhi dell'amore, insomma. Lo sguardo da pesce lesso che mette tutto in prospettiva. Se dovessimo fermarci qui, mi dispiacerebbe. Né io né questo New Girl – brodo allungato in cerca di un'occasione per riscattarsi eravamo al nostro meglio. Ma, come vecchi amici, ci siamo fatti compagnia sul divano. Senza sentire il bisogno di giudicarci. (6)

In una sessione invernale che mi aveva messo a dura prova, avevo scoperto per la prima volta How to get away with murder e una Shonda Rhimes che, a lungo andare, ti dà i guilty pleasure perfetti e una totale assuefazione. Dopo un'accattivante stagione introduttiva, il legal thriller con qualcosa in più aveva rischiato di perdermi con un secondo appuntamento in cui la protagonista spadroneggiava un po' troppo. In autunno, mi sono puntualmente presentato a lezione da Annalise. Ai primi banchi, i suoi pupilli. Nei flashback, un incendio e un cadavere carbonizzato in cantina. Ci sarà un morto, giusto per il midseason finale. Chi sarà? How to get away with murder, per il terzo anno, ripropone la tipica struttura a incastro e sembra avere imparato dagli errori di percorso. I coprotagonisti hanno spazio per una vita sentimentale al di fuori del salotto esclusivo della loro insegnante. Si formano strane coppie e quelle più affiatate scoppiano per poi rinsaldarsi – bandita l'ambiguità dei primi tempi, quanto sono sono diventati noiosi Connor e Oliver? Il sicario Frank è in fuga e il preferito di Annalise, Wes, fa i conti con le sue origini e un omicidio a cui ha assisitito un finale di stagione fa. Quest'anno il mistero c'è e, a metà, il colpo di scena non manca. Sul tavolo autoptico giace un personaggio chiave, che ha portato con sé i dubbi di una protagonista incriminata. Un incendio doloso, i personaggi in lutto, la verità che salta fuori, e l'opportunismo, in un epilogo calmo ma amarissimo, prende il sopravvento. How to get away with murder, imperfetto ma intrigante, ha al solito qualche sottotrama che funziona e qualche sottotrama che avremmo volentieri evitato; personaggi numerosi, che trovano compattezza attorno a un cadavere caldo; una protagonista rara, che scende a patti e scambia il giusto con l'utile. Insuperati professionisti nell'arte dell'elusione, gli indisciplinati e disorganici membri della classe della Keating la sfangano anche quest'anno. Li mette in riga la Davis, fresca di Oscar, che ha forse bisogno di loro più del solito. Per salvarsi la pelle in carcere. Per distrarsi dal posto vuoto a lezione. (6,5)

giovedì 22 settembre 2016

I ♥ Telefilm: Scandal V, Barracuda, American Gothic

Quattro stagioni fatte fuori in un'estate. E io, che eppure non amo né le maratone ser(i)ali né i recuperi in grande, con Scandal mi ero fissato. Con i gladiatori in doppiopetto della bellissima e spietata Olivia Pope, dopo aver fatto l'errore di ignorarli per anni e anni, avevo fatto pace, infatti, consacrandogli i mesi fatidici in cui il sole batte, la televisione è spenta, i cinema chiudono. Nonostante il gran parlarne, nonostante i “guardalo, guardalo”, che sorpresa: me lo aspettavo più serio o forse l'esatto opposto, trash e senza redenzione. Invece, tra comprimari iconici, dialoghi brillanti e loschi intrighi alla Casa Bianca, ero rimasto conquistato dalla Rhimes amata dai più. Una furiosa carrellata, giusto in tempo per la quinta stagione. Sono in pari: guardo un episodio, un altro... arrivo al decimo. E poi? C'è che, poi, di Scandal ho fatto indigestione. Gli ho detto arrivederci durante la pausa invernale e solo mesi dopo, a stagione conclusa e già doppiata, ho prosegito. Ma sempre perché la concorrenza scarseggiava, in sala così come sui palinsesti, e nelle sere a casa non sapevo come impiegare il tempo. Indigestione, a ripensarci, o delusione? La quinta, probabilmente, è la stagione meno riuscita. E gli episodi introduttivi, lenti, disinformativi e patinati come una puntata speciale di Verissimo, erano l'equivalente dei rotocalchi che leggi – e scordi – nelle sale d'attesa. Dopo lunghi tira e molla e infinite chiamate notturne, il Presidente e il suo braccio destro, quella Olivia suscettibile e sentimentale che non mi è mai stata troppo simpatica, hanno l'occasione di essere felici. Ma le cene di gala, le mani sventolate e i compiti di una first lady non si addicono alla Pope, che trascura il suo team e, momentaneamente, la sua anima battagliera. La squadra, così, rischia il disfacimento: manca il collante, che indossa abiti color avorio e procura succulenti ingaggi. Scandal si perde fino a metà. Poi, è tempo di presidenziali: il mandato di Fitz sta scadendo, lui e lei si accorgono che si amavano di più se lontani e ostacolati, il magnifico Commando muove le fila – e, a sorpresa, trova una moglie per Jake, l'altro lato del triangolo. Ritorna Mellie, in gran spolvero, reduce dalla tragica morte del figlio e dal chiacchierato divorzio: sa cosa vuole, e vuole essere la prima donna al potere. Olivia, da sua nemica giurata, sposerà la sua causa. Mi è mancato Cyrus (protagonista di una grottesca relazione con la sua guardia del corpo, mentre il marito, affascinante gigolò affrancato, rode per la gelosia) e qualche episodio in surplus – dieci, diciamolo pure – mi hanno traviato, in accordo con la mia incostanza. Però Scandal rimonta in sella, si rialza senza graffi sanguinanti, e torna lo stesso di sempre o quasi. A ricordarti che nel profondo del suo essere è una soap opera, sì, ma che un cast straordinario – guidato dall'affidabilissima Kerry Washington – e una scrittura che si va man mano rinvigorendo e raffinando fanno miracoli contro la catastrofe delle prime impressioni. (7)

Danny Kelly, diciassette anni, viene ammesso in una prestigiosa scuola privata in cui appare subito fuori posto. Ha una famiglia d'immigrati, che gli dà tanto supporto e anche un po' di vergogna, e un solo talento. Il nuoto è e sarà il suo lasciapassare. "Pariah" tra i coetanei, in piscina si muove come un delfino. Anzi, come un pesce cane. Le bracciate precise, il corpo perfetto e i tempi folgoranti lo porteranno a essere ben visto nella squadra, a guadagnarsi un soprannome su misura. Forse, alle Olimpiadi. Tratto da un romanzo dell'autore di Lo schiaffo e liberamente ispirato alle imprese in vasca di Ian Thorpe, Barracuda è una miniserie che ho visto per caso. Ed è così che spuntano le belle sorprese. Partita come un teen drama, canonica ma coinvolgente già a prima vista, la serie australiana sul liceale con la stoffa del campione si evolve in fretta: la popolarità, infatti, fa sì che il timido Danny venga ammesso nei salotti, e nella casa delle vacanze, di una famiglia in vista. Corteggiato dalla primogenita, in segreto pensa però al fratello di lei, Martin: nuotatore che il protagonista ha scalzato, e che a volte sembra assecondare il suo sentimento, altre respingerlo. Barracuda, tra le righe, parla del tabù dell'omosessualità nel mondo dello sport, ma con assoluta discrezione. Parla di quei giovani dati per sconfitti che invece ce la fanno. Ancora, di quant'è difficile rialzarsi dopo una caduta: se si atterra in acqua, c'è il serio rischio di morirne. Nella seconda parte, emozioni intense e notevoli picchi di struggimento. La serie punta sul viso pulito dell'esordiente Elias Anton, fisicamente e emotivamente provato; sugli sguardi con Ben Kindon, viziato e impenetrabile; su una calorosissima dimensione familiare e sulla sinergia con l'ottimo Matt Nable, allenatore saggio e fragile quanto Stallone nell'ultimo CreedBarracuda punta al cuore. Un cuore grande e sciupato – per l'oro olimpico, per l'amore -, che ricorda un Veloce come il vento. Come lì, coinvolgimento assicurato anche per i non appassionati; solo, più amarezza. Il greco Christos Tsiolkas cura la biografia immaginaria di una meteora degli anni Novanta: un atleta che un giorno emerge, l'altro sprofonda nell'oblio. La notorietà, in un mondo di competizione e sacrificio, dura un niente: quattro episodi appena. E se si annega e poi si torna a respirare, come in quelle storie di rivincita che mi emozionano sempre, qui ci si concentra più sullo scivolone, sulla caduta, sul piede messo in fallo. Quanto è umiliante deludere le attese? Quanto fa male reinventarsi, anche se a soli vent'anni? (7,5)

La famiglia Hawthorne è sinonimo di denaro e potere. Costruttori da generazioni, lavano i panni sporchi lontani da occhi indiscreti e custodiscono gelosamente i loro misteri. In seguito a un crollo, viene trovata la prova schiacciante che il Killer delle Campanelle, assassino che strangolava le proprie vittime con una cintura di pelle e lasciava una campanella d'argento sulla scena del crimine, ha mietuto un'altra preda prima di scomparire nel nulla. Forse, è uno di loro: al di sopra di ogni sospetto, con tutto da perdere. Quel patriarca, magari, che è morto portandosi nella tomba il suo ultimo segreto? American Gothic, libero rifacimento di una serie degli anni Novanta a me sconosciuta, ha un titolo che rimanda al dipinto a olio di Grant Wood e a un celebre romanzo del Robert Bloch di Psycho. Giallo in tredici episodi, patinatissimo ma dal decoroso taglio stilistico, è in realtà una soap – da quel che leggevo, già in onda su Rai Due – ambientata tra passato e presente, dei cui misteri si viene a capo solo alla fine. Semiserio intrattenimento estivo, trash ma non così tanto, è una partita a Cluedo giocata dai membri della famiglia protagonista: chi perde muore. Eredità e delitti svelati portano gli Hawthorne a riunirsi, sotto i flash e le domande dei giornalisti d'assalto. Una buona Virginia Madsen, mamma chioccia senza scrupoli, accoglie in salotto la figlia maggiore, che si è data alla politica; la piccola di casa, che ha poco intuito e un marito poliziotto; il tenebroso Antony Starr di Banshee – incrocio tra Fassbender e Ian Somerhalder –, che torna suo malgrado all'ovile, dopo una gioventù ribelle; da Shameless, un Justin Chatwin fumettista e tossicodipendente, padre di un bambino inquietantissimo e compagno di un'artista che salta da una clinica all'altra. Cinque pedine, ognuna con le proprie sottotrame da portare avanti, la giusta quantità di curiosità e qualcosa che non torna, anche se sei stato un fedelissimo perfino delle discutibili vendette di Revenge. Lo seguivo a tempo perso, ma American Gothic mi piaceva oppure no? Un epilogo non all'altezza – il season finale è forse la parte peggiore -, infine, mi ha suggerito di no. Quello, non del tutto scontato, ma raffazzonato e strascinato, ha fatto più danni di un cast che recitava senza crederci davvero e di un intrattenimento discreto, tutto sommato, nonostante i buchi narrativi e le leggere noie in mezzo. La metà esatta degli episodi avrebbe fatto a metà del patimento. Richiesta esagerata, se parliamo a tu per tu con un irredento guilty pleasure? (5,5)

martedì 22 marzo 2016

I ♥ Telefilm: How to get away with murder, Galavant, L'ispettore Coliandro

Stagione II
Lo scorso anno avevo conosciuto l'amata, odiata Shonda Rhimes qui, a scuola di crimine. Un legal thriller semiserio, seducente, velocissimo, per chi come me con gli avvocati in tivù ha un brutto rapporto e il più noto Scandal, recuperato in estate, non lo seguiva ancora. How to get away with murder ti insegnava a farti andare a genio l'autrice più prolifica della storia del piccolo schermo e a farla franca con il sangue freddo e la fedina penale pulita, in caso di moderni delitti e castighi. Nemico giurato delle maratone tanto quanto dei personaggi in toga, avevo trovato nella spregiudicata Annalise Keating e nei suoi cattivi allievi una sorprendente eccezione e un titolo da inserire, lo scorso anno, ai margini del mio listone. Guilty pleasure ma non troppo, il primo How to get away me l'ero bevuto in un sorso. E l'autunno successivo, mi accorgevo, restava la sete. Puntuale la seconda stagione e la terza, da quel che leggo, è già certezza, ma a malincuore i nuovi appuntamenti oltre il nastro giallo, tra aule universitarie e salottini esclusivi, deludono e annoiano un po'. In tempi non lontani l'interrogativo era uno, incalzante: chi aveva ucciso il marito della protagonista? Questa volta, invece, la stagione ruota attorno a una nuova domanda, a un ennesimo caso, anche se le risposte si perdono, in una storyline che fa il passo più lungo della gamba e frequentemente si smarrisce. L'indagine portante ruoterebbe, comunque, attorno a due fratelli, accusati di avere assassinato i genitori adottivi, in nome di una ricca eredità e, mormorano i rotocalchi, del loro amore incestuoso. Come da tradizione, si gioca con flashback e anticipazioni, e l'effetto dèjà vu all'inizio cattura: i discepoli riuniti, di nuovo, sulla scena del delitto perfetto. Quello di una Annalise agonizzante in una pozza di sangue, ferita – mortalmente? - da uno di loro. Prima della pausa per le vacanze natalizie, abbiamo una decina di episodi nella media: il giallo è classico, senza grossi guizzi. Dopo, con l'anno nuovo, How to get away with murder predilige l'indagine psicologica, i viaggi nel passato, l'introspezione. Si parla di un bambino mai venuto al mondo, della relazione della selvaggia avvocatessa con il traditore Sam e con una affascinante collega – quella Famke Janssen incapace di invecchiare -, dell'imprinting istintivo con il bisognoso Wes. Cosa sa delle origini di lui? E quanto è coinvolta nel suicidio della madre, testimone in un processo scomodo? La storyline è frastagliata, sfilacciata, e l'indagine su quei fratelli assassini, ma al di sopra di ogni sospesto, né intriga né interessa. Il lato negativo, quello che fa pendere la bilancia verso la delusione, è l'importanza smodata data ai comprimari. Coi pregi e i difetti che ciò comporta. Si perde spesso il punto della situazione, dunque, e in mezzo a coppie improbabili, sicari affranti e riunioni familiari, Alfred Enoch – tanto per fare un esempio - si mostra incapace di dare spessore al suo Wes e Jack Falahee, ammirato in precedenza per la faccia tosta e l'insolenza, accasato col noioso Oliver, appende al chiodo l'indole di Connor. E la domanda, abbandonata quella iniziale, diventa man mano un'altra: ma a noi che importa? Di chi se la spassa con chi, della Keating bisex, di salti in avanti e indietro che, quest'anno, si fanno seguire con distrazione? La Shonda (inter)nazionale, dunque, rivela le falle delle sue infinite trame e ci dà conferma del talento di una Viola Davis tappa buchi, più mattatrice del solito: vulnerabile, umana, materna. A tratti, straordinaria. E questo How to get away che a volte ritorna, in definitiva, vive solo di lei, spietata e inaffidabile, quando invece vorrebbe coinvolgere l'intera classe che affolla l'ingresso della protagonista notte e dì. L'udienza è sciolta. La corte e il sottoscritto si aggiornerano in data da destinarsi, per concedersi un'altra possibilità. (6)

Stagione II
Lo avevamo cantato, ballato, accolto calorosamente. Galavant, intonatissima comedy di cappa e spada, lo scorso inverno, quanto ci aveva stupito? Debuttato con Once Upon a Time in pausa, e dire che quella serie io l'ho abbandonata anni e anni fa, aveva dieci episodi di venti minuti ciascuno, situazioni brillanti e, soprattutto, canzoni così orecchiabili da convincere anche chi il musical, al contrario mio, non lo tollera. Il segreto: leggerezza da vendere, un cast freschissimo e, a scrivere e comporre, tra gli altri, lo stesso Alan Menkel che vanta diciannove nomination e otto vittorie agli Oscar, nella categoria delle migliori colonne sonore. Record, dite? Ma dove li avevamo lasciati, 365 giorni fa, e cos'è di loro, sopravvissuti alla cancellazione già una volta e separati e lontani, ormai, a causa di una trama più ampia e di imprevedibili incidenti di percorso? Lo scopriamo con una canzone: anche il riassunto delle puntate precedenti, infatti, in Galavant è un'occasione in più per cantarsela. Isabella, in definitiva il vero amore del nostro eroe, è tenuta sotto chiave: deve sposare a forza suo cugino, che per avere una decina di anni è un vero demonio, e vincere le insidie di un wedding planner stregone che l'ha soggiogata con un diadema magico. Madalena, vendicativa ex ragazza, regna con il boia Gareth sul regno che fu di quel marito mai stimato. Il protagonista e King Richard, invece, suo storico rivale, si sono alleati: amici per la pelle, adesso, devono salvare l'amata, riconquistare il trono, guidare un esercito di non-morti in una battaglia che vedrà contrapposti ben tre schieramenti. Interverranno il paranormale – con morti e resurrezioni, lucertole che forse sono draghi dormienti o forse no, regine che per la vittoria venderebbero quel poco di anima che resta loro – e, lungo il tragitto, tappa obbligatoria presso regni che portano a nuovi sorrisi e a ennesimi grattacapi, la riconciliazione con famiglie imperfette, il coinvolgimento nella secolare disputa tra (non) nani e (non) giganti. Meno spazio per i comprimari a me tanto cari – i fedeli servitori, i funzionari reali – , ma altrettante canzoni da fischiettare, altrettante ore spese in assoluta allegria. Due puntate in più, rispetto alla prima stagione, ma è l'effetto sorpresa che, questa volta, purtroppo non si ripete.
Restano le canzoni, folli e sempre a tema; le interpretazioni a fuoco e i cameo inaspettati – quello della Minogue, ad esempio, che nel bel Joshua Sasse ha trovato anche un toy boy da ostentare; l'incertezza del rinnovo. La cancellazione è un orso, ci cantano nella canzone conclusiva, e chissà se, come il caro Leo in Revenant, riusciranno di nuovo a spuntarla senza ferite. (6,5)

Stagione V
Il cinema italiano sta facendo passi da gigante. E se vi dicessi che anche la tivù, talora, sorprende, mi prendereste in parola? Erano già cinque anni che non lo vedevamo muoversi, cafone e mitologico al solito, sul piccolo schermo. Non c'era il blog, e non avevo potuto parlarvi di me, afflittissimo, che mi logoravo per l'incertezza di un nuova, eventuale stagione. Non c'era il blog e, nel mio piccolo, non avevevo potuto illuminare gli scettici sulle mirabolanti prodezze dell'ispettore che spara, fa centro e conquista. Quando meno te lo aspetti, L'ispettore Coliandro – la serie italiana più figa su piazza: okay che poco ci vuole, uno dice – rispunta sui palinsesti, con gioia e sommo gaudio da parte del sottoscritto e famiglia. Non lo avete neanche incrociato, dieci anni fa, quando, in sordina, faceva il suo esordio su Rai Due? Il primo caso è una storia di mafia russa e bionde siberiane; il secondo, nella campagna bolognese, lo vuole impegnato a proteggere un testimone autistico; il terzo, con il colpo di fulmine per un'esotica barista non udente e le pressioni del medico legale ultrasessantenne, lo trascinerà sulla pista da ballo; il quarto – il mio preferito, insieme all'ultimo – lo renderà senza memoria e spietato, all'indomani di un brutta botta in testa; il quinto, tra i peggiori, lo vorrà Taxi Driver tricolore in compagnia di una ex e procace miss; il sesto, alla fine di un ciclo, ci darà filo da torcere: il nostro eroe, dato per morto, è infatti prigioniero nello scantinato di un'affascinante e fragile Psycho al femminile. Le citazioni grandi e piccine, una scrittura intelligente, battute cult, la partecipazione vivissima di gente che crede nel proprio lavoro. Quelle partner che, per dirla a modo suo, più che bellissime sono “scopabili”, i colleghi affezionati – la Bertaccini, che ha sposato da poco la sua compagna; Gargiulo e le lasagne di mammà; la risata con sfiato di Gamberini – e, tra una pagina Facebook sempre aggiornata e iniziative nei locali della capitale emiliana, tanta voglia di ringraziare chi di Coliandro ha curato il successo e il prezioso ritorno. Nato dalla penna di Carlo Lucarelli, L'ispettore Coliandro – sbirro provetto ma non troppo, che in ogni puntata cambia caso e ragazza, come un James Bond pane e salame – ha episodi di novanta minuti, perfettamente autoconclusivi, e cinque stagioni brevissime. Alla regia, gli immancabili Manetti Bros e nel cast, accanto a presenze ricorrenti e vecchie conoscenze, uno Giampaolo Morelli da idolatrare seduta stante. Insieme, sempre affiatati, divertentissimi e di corsa, avete già potuto ammirali, ad esempio, in quel delizioso mix di hard boiled e canzone neomelodica che era Song'e Napule. In una colorata Bologna criminale, inquadrata dall'alto coi droni e, con la sua turbolenta movida notturna purtroppo piena di spunti, la legge ha il volto squadrato – la giacca di pelle, gli occhiali di sole anche di notte e, sotto, un occhio azzurro un po' malandrino – di un agente di polizia cresciuto con il sogno di Eastwood, Tomas Milian, gli sparatutto anni '70. Egocentrico, sboccato, maschilista e fiero di esserlo, Coliandro – che un nome di battesimo non sembra proprio averlo, giacché ispettore lo nacque – inciampa per la quinta volta, così, in crimini, fanciulle e meriti. E, senza bisogno di un aggettivo di troppo, lo si riassume con un “bestiale” dei suoi. (7,5)

giovedì 1 ottobre 2015

I ♥ Telefilm: Scandal I-IV, Faking It II, Impastor, Lady Chatterley's Lover

Scandal
Stagione I-IV
I fan di vecchia data, quando vengono a sapere che tu, spettatore compulsivo, non fai parte della loro cricca dicono, sdegnati: non segui Scaldal?, scandalo. Antichi filosofi orientali, invece, lasciavano ai posteri un aforisma che suonava così: tira più un pelo di Olivia Pope – un nome, una garanzia – che un carro di buoi. Così questo recupero da fare si è fatto, in un'estate che mi ha visto poco impegnato ma molto diligente. In un mese e mezzo, in realtà, in cui i più che mi dicevano “ma davvero non guardi Scandal?" hanno avuto la mia riconoscenza e anche un po' del mio odio. Una volta iniziato – complice il brutto tempo dell'ultimo periodo, quattro stagioni arretrate, altri titoli in pausa per le vacanze – non vuole occhi che per lui. Piace perché è ben scritto, impreziosito da interpreti e caratteristi sopra la media, pensato come un compromesso tra il thriller politico e un irrinunciabile guilty pleasure. Lo immaginavo all'inizio serioso, serial su avvocati scrupolosi in giacca e cravatta, ma ai tempi del colpo di fulmine con How to get away with murder – sempre della Shonda che non delude – mi avevano assicurato, al contrario, fosse la quintessenza del trash intelligente. E Scandal rigido e convenzionale non lo è mai; trash raramente. Eclatante e audace sì, ma alla maniera di quell'autrice di cui ho imparato ad apprezzare il gusto e il piglio originale, anche se ci sono cose che continuano a non piacermi. Scandal mi ha coinvolto e sconvolto come chiarivano le premesse e giuravano le promesse, ma – all'inizio, almeno: poi ci ho fatto l'abitudine – a convincermi di meno era proprio la decantata Olivia. L'idolo delle spettatrici; la donna che tutte loro vorrebbero essere da grande. Troppi pianti, troppi bronci, per quella Kerry Washington, impeccabile e splendida nei suoi completi avorio, che a volte, palla che rimbalza tra un innamorato e l'altro, si mostra vulnerabile in una maniera che è in contrasto con i suoi pochi scrupoli e i metodi non convenzionali. Qualcosa di simile succede con Viola Davis, fresca di Emmy: mostrarsi umana, vulnerabile, significa togliersi trucco e parrucca, piangere? Non mi convince il modo che ha la Rhymes di mostrare la fragilità delle sue eroine: una donna che parla di donne potrebbe fare assai meglio. Con gli occhi lucidi e i sospiri affranti, sembrano tante adolescenti: atteggiamento che poco si confà a due vincenti, a due leonesse. Possibile renderle vicine e lontane insieme, senza melò? Ma questa non è solo la storia di una professionista spregiudicata che, tra verità e inganno, fa perdere la testa al Presidente degli Stati Uniti in persona e a Jake, capo del B613. Si parla di avvocati difensori, i più affiatati e costosi che incontrerai, e dei loro facoltosi clienti: statisti, agenti segreti, re. La squadra dei "gladiatori in doppio petto" non conosce sconfitte o tentennamenti: da Huck, hacker e assassino dal commovente passato, a Quinn, allieva brillante, passando per la civettuola Abby e per il dandy Harrison, nessun attore fuori fuoco, nessuna falla. I miei personaggi preferiti, accanto al tenero psicopatico dalla doppia vita, quelli al centro dei rapporti sentimentali più credibili: Mellie, subdola e pungente First Lady che rinascerà spesso dalle ceneri; Cyrus, braccio destro di Fitz che, parlando d'amore, compone con James, di professione giornalista investigativo, una realistica coppia omosessuale di mezza età, non in perfetta forma fisica e mossa dal forte desiderio di adozione. Nella prima stagione: la presunta tresca tra il Presidente e una sua segretaria; vecchia storia che si ripete? Nella seconda, la verità su Quinn e i brogli elettoriali. Nella terza, notizie sulla famiglia di Olivia – ha, infatti, due magnifici mostri per genitori – e sulla gioventù di Fitz: nel frattempo, ci si prepara alle prossime elezioni, e tutto sembra lecito, se in ballo c'è la vittoria finale. Nella quarta, invece, Olivia come Elena di Troia: la bella per cui fare scoppiare una guerra? Scandal va visto, decisamente. Ideale e accattivante hobby che ha tanto pepe e, a volte, un po' di zucchero superfluo che, tutto sommato, si perdona: la folle dipendenza vale la vaga glicemia dei primi tempi. (7/8)

Faking It 
Stagione II
Nel liceo delle pari opportunità, luogo colorato e irrealistico in cui a capo delle cheerleader c'è una ragazza intersessuale e leader degli studenti è un gay rubacuori pieno di smanie, Karma e Amy si erano finte innamorate per la popolarità. Regine del ballo e idoli delle masse, avevano scoperto che le bugie ti portano alla pubblica gogna o, se hai sedici anni, a una storia d'amore che nessuno aveva previsto. Tra le due, poteva esserci l'amicizia e qualcosa di più? Faking It, lo scorso anno, imprevisto e leggero com'era, si era rivelato materiale per una spassosa teen comedy a episodi. Protagoniste bellissime, comprimari utili, un modo nuovo per parlare di diversità che – al cinema o in televisione – sono inserite puntualmente con buonismo, come il decalogo del politicamente corretto prevede. Nella scuola di Faking It – che ricordo, tempo fa, di avere definito un'allegra distopia – personaggi altrove marginali sono alla riscossa e figure tradizionali siedono, invece, ai margini. Immaginate un mondo sottosopra in cui, per essere accettato, devi avere una tua particolarità. Quel buono spunto, nonostante poligoni amorosi e nuovi ingressi, non si perde in una seconda stagione discontinua perché divisa in due parti. La prima, terminata a dicembre. La seconda, invece, iniziata e finita nove mesi dopo per un attacco hacker che non ha preso di mira, questa volta, i nudi di Jennifer Lawrence ma le puntate rimanenti di una storia sempre e comunque piacevole. E' successo, a un certo punto, che la curiosa Amy sia finita a letto, per ripicca, con Liam, l'amato di Karma. Se l'amica non può amarla, potrà forse perdonarla? Mentre da quelle parti si fa all'amore e alla guerra, un preside dittatore vorrebbe rendere la Hester High una scuola normale e i comprimari, tra cotte mostruose e relazioni illecite, vivono nuove disavventure sentimentali. Faking It, parlando di quel che chiede il corpo e di quel che suggerisce in segreto il cuore, di esperimenti e friendzone, continua a essere spontaneo e sexy. Cosa ne pensate del sesso a tre? E la bisessualità sarà verità o leggenda? (7)

Impastor
Stagione I
In questa estate rapida e indolore, con le serie più attese in vacanza e le serate in compagnia delle maratone di Scandal, mi sarò concesso probabilmente solo una novità Avevo bisogno di una comedy breve e fresca per riempire i tempi morti, ma venti minuti di risate e astinenza dalla serietà sembrano difficili da trovare: tra pilot che non decollavano e sitcom che, dopo pochi episodi, avevano già un destino fallimentare, è spuntato poi Impastor. Che, a sorpresa, mi ha abbandonato solo da poco. Ha resistito, alla fine, e ho resistito anch'io. La serie che ha fatto il suo debutto su Tv Land e che, per condotta scorretta, ha fatto borbottare i cattolici più ferventi gira e rigira attorno a uno scambio di identità e a tutti gli imprevisti del caso. Quando Buddy, irresponsabile e pieno di guai, vorrebbe suicidarsi per sfuggire al pugno di ferro dei suoi temibili aguzzini, ecco che gli si presenta un'occasione irripetibile: prendere in prestito la vita dell'uomo che, nel tentativo di salvarlo, è scivolato in acqua e non è più tornato a galla. Chi lo cercherebbe mai, in una comunità in cui tutti sono in attesa di una nuova guida spirituale? Buddy – pastore impostore – fingerà perciò di essere chi non è: un omosessuale in cerca dell'anima gemella e, soprattutto, un sacerdote dalla fede incorruttibile. Commedia americana a puntate, colorita e poco brillante, ma all'occorrenza divertentissima, Impastor funziona come può. I sospetti dei parrocchiani, le attenzioni di una lei bellissima e di un lui che invece aspetta e spera, le ondate migratorie – in paese – di sicari armati fino ai denti. Un po' Big Mama e un po' Il missionario, non farà la storia della televisione ma con il caldo, il tempo libero e la concorrenza di serie mediocri ha avuto, per poco, la sua da dire: sempre sottoforma di battuta di spirito, politicamente scorretta nelle intenzioni ma, in pratica, mai davvero provocatoria. Punto in più, inoltre, per il protagonista. Un Michael Rosenbaum, il Lex Luthor del mio caro Smallville sotto Crescina, che fa piacere rivedere. (6+)

Lady Chatterley's Lover
Film TV
Il classico dell'erotismo che aveva suscitato infinito scalpore, torna in televisione. La storia che tutti conoscono, sotto lo sguardo casto e puro della BBC, ha qui un inizio veloce, un epilogo affrettato e una metà in cui c'era tutto il tempo per dirsi e darsi. I primi minuti riassumono a grandi linee la nascita e la morte dell'unione dei coniugi Chatterley: il colpo di fulmine e un matrimonio in grande stile; il ritorno dalla guerra, ma con la dignità e il fisico a pezzi. Nel frattempo, così, Constance dà inizio a una storia di sesso con il guardiacaccia della tenuta. La televisione inglese, sinonimo di grazia e eleganza, questa volta toppa. L'ultimo Lady Chatterley's Lover, semplificato e ripulito, ha l'aria poco ricercata di una fiction Rai e limiti grandi. Uno dei titoli più osteggiati ha un amaro destino nelle mani della BBC, puntuale ma scolastica, allergica alle debolezze della carne e ai segreti della camera da letto. Il loro ultimo prodotto è una riscrittura pudica e algida, senza il languore dei corpi e il fuoco. C'è più pelle in vista ma prevedibilmente manca il bestiale, il primitivo, il bisogno basico che ha reso Connie e Oliver degni di memoria. Compitino insoddisfacente, televisivo rispetto a standard solitamente elevati, dalla resa discutibile e dal cast mediocre. Se il Richard Madden che fu il Principe Azzurro in Cinderella, nonché presenza fissa in Games of Thrones, se la cava – è bello, ombroso, e il suo personaggio di poche parole non fa pesare le poche espressioni -, fa assai peggio Holliday Grainger. Anche lei nella recente fiaba di Branagh – ma in veste di sorellastra maligna; vista, comunque, in Posh – esibisce una recitazione innaturale, melodrammatica come nel muto del passatato, e l'antipatico nasino all'insù proprio non aiuta. Un riassunto, dunque, per chi volesse sapere com'è che finisce – e deludente è anche il finale rose e fiori – e non avesse tempo di recuperare un romanzo che intimorisce. Da parte mia, il desiderio di un recupero ci sarebbe pure. Anche se mi assicurano una lettura lenta, con poco per cui valga la pena scandalizzarsi, al giorno d'oggi, e noia a volontà. (5)

giovedì 14 maggio 2015

I ♥ Telefilm: Revenge, Secrets and Lies, Weird Loners

Revenge
IV (e ultima) Stagione
Ha avuto un inizio non dico promettente, ma dignitoso, questa quarta stagione, e grande esclusa, sin dal primo episodio, la suadente voce narrante che aveva accompagnato i fedelissimi nelle stagioni precedenti. I colpi di scena dello scorso anno non hanno lasciato scie degne di nota e i morti ammazzati, resuscitati secondi le Sacre Scritture e le sceneggiat(ur)e di Mike Kelley, sono lì che vegetano sullo sfondo. Avevano più utilità quando si pensava non fossero più tra noi. Si aggiungono comprimari – la provocante Louise – e altri purtroppo non si smarriscono lungo il tragitto – l'odiosa Margot. I personaggi zavorra trovano redenzione e abbandonano a forza la nave. I più cari – Nolan, ad esempio, con una vita sentimentale di cui non ci frega niente – perdono il loro smalto. Restano la crudele Victoria, villain cult, e Emily, contessina di Montecristo che, risolto un enigma, potrebbe starsene tutta quieta, se non fosse che negli Hamptons è sempre guerra e che c'erano ventidue episodi da riempire d'aria fritta. Revenge si perde e non si ritrova. Ha almeno il coraggio di finirla qui: davanti alla prospettiva estrema della cancellazione, sceglie un epilogo sì definitivo, ma talmente rose e fiori da fare impallidire Glee. Se deludono gli sviluppi più recenti, non si può fare affidamento neanche sullo charme di una protagonista venerata anche da me. Quella Emily VanCamp che aveva il senso della misura anche nell'esagerazione. Mentre la sua rivale ringiovanisce, la bella Emily perde il controllo – del copione e della forma fisica. Addio charme, moda, riccioli d'oro: trasandata, mascolina, arruffata. Che fine ha fatto la bambolina che faceva con l'arzilla Stowe a gara di femminilità e cambi d'abito? Revenge era anche quello. Frivolo e, in mancanza di profondità, tutta apparenza. Insomma: io so due cose in inglese. Che the pen is on the table significa “la penna è sul tavolo”. E che revenge sta per “vendetta”. Perciò che Revenge c'era senza vendetta? Emily Thorne, la mia imbattuta ed elegante reginetta trash dei lunedì sera, non aveva più nulla da dire. Nessun sassolino da togliersi nel tacco dodici, qui diventato scarpa da ginnastica puzzolente. La sua missione è compiuta: quella che fa di Revenge Revenge, dico. E che cos'era la serie della Abc, venuto meno il suo perché? Sempre un piacevole modo per ammazzare la noia, ma un controsenso. A testimoniare che il trash è bello quando dura poco. (5,5)

Secrets & Lies
Stagione I
Qualche settimana fa, al telegiornale, hanno mandato in onda le scene dell'arresto di Bossetti. Che sia colpevole o meno – sono solito lasciarmi aperta l'ipotesi dell'innocenza, perché la giustizia italiana fa spesso cilecca e i colpi di scena, anche nelle storie vere, possono saltare fuori, benché qui sembri tutto già scritto -, di quelle immagini ho odiato l'accanimento. Ho pensato che quella persona – colta di sorpresa a lavoro – a casa avesse una famiglia. Se lui ha fatto quel che ha fatto, con l'arresto in diretta, ha ucciso anche la fiducia dei suoi figli; se invece non l'ha fatto, cosa sarà dopo la gogna pubblica della sua vita? Mi è venuto in mente questo caso di cronaca guardando Secrets & Lies. Un bambino assassinato, un padre di famiglia accusato, le persecuzioni di vicini sospettosi e di poliziotti instancabili ai danni di uno che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vita da sogno di Ben Crawford crolla sotto l'ombra del sospetto, mentre la moglie si allontana e fuori ci si prepara a un Natale solitario. Le decorazioni delle case adiacenti, i flash dei reporter, le porte che sussultano sotto i tocchi insistenti della detective Cornell, un segugio che fiuta l'inganno ovunque. L'originalità non è di casa. Secrets & Lies ha pochi spunti per uscire dal suo anonimato e affinità con gli applauditi Broadchurch e The Missing. Messi da parte i paragoni, si può però ammettere che, a sorpresa, sa difendersi. Gli episodi catturano. I pezzi forti sono nei finali di ciascuna puntata, appositamente pensati per mantenere alta la suspance, e nella struttura delle dinamiche familiari, importanti quanto la risoluzione del caso. Nel cast, i bravi Ryan Philippe e Juliette Lewis. Lui, idolo dei film anni '90, con il guaio di avere geni generosi: invecchia bene; è bello e biondo come un tempo; dimostra la metà dei suoi quarant'anni. Nei miei giorni migliori sembro suo nonno. La natura, invece, è stata forse meno gentile con la Lewis: sfiorita, ma adatta a ruoli di spessore. Qui ha tra le mani una figura di poche parole e dalle espressioni del viso contate. In un climax continuo di bugie e depistamenti, si arriva presissimi a un epilogo definitivo ma giusto, che potrebbe considerarsi anche autoconclusivo, se si amano quei finali sospesi, tesi, un po' beffardi. Il season finale, per me, è stato l'affermazione della buona riuscita del tutto. Sarà che amo particolarmente il non detto, anche quando resta tale. (7)

Weird Loners
Stagione I
Quattro “strambi solitari” – alcuni per scelta, altri per scelta degli altri – che si scoprono dirimpettai. Due uomini, due donne. I simpatici disastri della convivenza, gli immancabili amori capricciosi, lo spasso dei qui pro quo. Questo Weird Loners l'ho guardato in una sola sera. Non avevo niente di meglio da fare e mi andava di passare due ore – in totale, sei episodi di venti minuti ciascuno – in compagnia di qualcosa di fresco e divertente. Magari con il famoso marchio Fox, che da New Girl a The Last Man On Earth di rado, in materia di sit-com, delude. A deludere non delude – sarà che la delusione è generata da aspettative alte, e questo Weird Loners nessuno l'ha sentito nominare – ma non si ricorda, a fine visione. La colpa, adesso, della durata ridotta o di una cattiva scrittura? La risposta, a metà strada: non c'è il tempo materiale per scoprire se quello che vedi ti piace o no, ma non c'è il dubbio che i creatori – gli stessi della fortuna serie con la mia amata Deschanel – non siano al loro meglio eppure sappiano il fatto loro, in quanto a tempi comici giusti e a battute che fanno ridere con un niente. Già visto tutto, compresi i personaggi. Nel senso che sono attori riciclati da altri serial e che non hanno personalità innovative. L'imbarazzante nerd Nate Torrence – sì, quello che c'è in qualche film di Adam Sandler; Zachary Knighton, il piacione di turno, che recitava nel piacevole Happy Endings prima della cancellazione; Becki Newton – la mitica segretaria Amanda, in Ugly Betty – che, solita single sfortuna, fa una dignitosa figura. Evitabile, ma onesto. Di poca utilità, ma non sconsigliabile. Come una di quelle commedie americane che, carine e un po' scontate, ti regalano un sorriso e via: finisce lì. (6)

lunedì 2 marzo 2015

I ♥ Telefilm: How To Get Away With Murder, Mozart in The Jungle, Red Band Society

Immagino che il mio essere sorpreso risulterà fuori luogo. Quando ho parlato del mio colpo di fumine con How to get away with murder, tutti mi hanno detto con aria di sufficienza: “E che ti aspettavi? E' Shonda. Un nome, una garanzia.” Ecco, io con questa mitica Shonda Rhimes non c'ho mai avuto niente a che fare. L'ho sentita nominare, certo. E conosco, ma esclusivamente di vista, i suoi figli maggiori: Grey's Anatomy e Scandal. Serie fortunatissime e longeve che, con una scusa ed un'altra, non ho mai seguito. Ignaro di un nome status symbol, inconsapevole e restio (diciamolo: sprovveduto), ho conosciuto How to get away quando su Sky sono andati in onda i primi episodi. Molte serie erano in pausa, ma questa era disponibile nella nostra lingua, a portata di mouse, per sere in cui non avevo neanche voglia di vivere, causa studio. Si parte in medias res e la trama, a metà tra So cosa hai fatto e quegli spassosi thriller degli anni duemila con Ashley Judd, ti lascia entrare nella vita di alcuni studenti, alle prese con un corpo da bruciare e con un mentore dal carattere imprevedibile. Retta dalla brava Viola Davis – donnone sensuale come Mike Tyson nelle scene d'amore, inguardabile senza trucco e parrucco, ma con un ruolo brillante -, la serie vive di personaggi che sanno che utile e onesto non coincidono e di persone immorali ma con il fiuto per i successi. A casa della prof Keating, cospirazioni e congetture, in una scuola di vita che non ha banchi o cattedre, né linee a separare insegnante ed allievo, ma passaggi segrete e stanzini in cui sussurrarsi viscide bugie o darsi a del furioso sesso con subordinati e superiori. Insieme alla protagonista di The Help, lo studente squattrinato, i due raccomandati, l'allieva modello con un futuro da fiaba tutto in forse. A spiccare nella massa, la bella Katie Findlay – la ragazza scomparsa di The Killing, la migliore amica di The Carrie Diaries – e la rivelazione Jack Falahee con il suo ambiguo Connor Walsh: gay, intraprendente, sfacciato, il sesso usato come un'arma a doppio taglio. Nonostante il vero coprotagonista sia lo spilungone Alfred Enoch, non c'è gara: Falahee – una stronza al maschile, destinato a diventare molle e fedele nel finale di stagione, ma convincente ugualmente – provoca e fa simpatia. I primi dieci episodi sono uno spasso; gli ultimi, i più lenti dopo tanto rumore, ti strappano la definitiva approvazione grazie a un epilogo col botto e a personaggi sempre ben delineati. Non che il legal thriller sia tutto questo spasso: ho un brutto rapporto col genere. Schivo Grisham al pari dell'ebola e l'idea di darmi alla giurisprudenza – nel periodo delle scelte e dei cambiamenti – non mi ha neppure sfiorato il cervello. Avvocati e processi mi annoiano, sarà che a tavola i miei guardano Forum a pranzo e Law & Order a cena. Ampia premessa per dirvi che se vi aspettate una barbosa serie in toga, avrete di che stupirvi. How to get away lo prendi sul serio – l'ho finito di vedere in lingua, in pochissi giorni: era diventato la mia missione – anche se è divertentissimo, cazzaro, sexy e improbabile. Ma la sua scioltezza, in unione a un montaggio favoloso, è l'equivalente della nicotina nelle sigarette: dà dipendenza. Poco importa se, al servizio della spettacolarità, potrà risultare spesso veloce e inverisimile: ti diverti, pensi al delitto perfetto e, nel frattempo, rimugini su cosa faresti se, in una notte cupa e tempestosa, ti ritrovassi con un cadavere in salotto. La serie della Abc risulta utile per ammazzare il tempo e per scagionarti con classe estrema, se insieme al tempo hai ammazzato pure altro. (7/8)

La scorsa estate i miei incubi andavano al ritmo di musica classica. Ho preparato l'esame di Storia della musica e, sarà che andava dal Madrigale a Miley Cyrus, sarà che le note so leggerle a stento e che quegli spartiti indecifrabili mi facevano venire la strizza, alla fine di quel tormento c'ho messo sopra una pietra. Una croce. Avevo detto addio a quel mondo, come quando le cose che fai a forza, malvolentieri, ti smuovono i succhi gastrici e la noia, ma non la passione. Avevo studiato e non ci avevo messo interesse. Ma a me piacciono il dramma in musica, il teatro, l'orchestra, i backstage. E una delle cose che più mi emoziona al mondo è il suono che fanno in coro tutti gli strumenti mentre vengono accordati, prima dell'apertura del sipario. Sono ritornato sui miei passi, superato il trauma da sessione estiva e, per fortuna, ho voluto concedere un'occhiata al pilot della nuova serie targata Amazon: Mozart in the jungle. Questa è un'altra storia. Tutt'altro che ingessata e seriosa; mai sonnolenta. Alcuni episodi sono dei gioielli, altri servono oggettivamente ad allungare il brodo, ma il livello è alto e il trinomio "sesso, droga e Mozart” vi darà alla testa. La trama: all'alba di uno spettacolo importantissimo, la Filarmonica di New York è messa a soqquadro dall'arrivo di un nuovo direttore d'orchestra. Capello lungo, completi spaiati, idee bizzarre. Un nome che tutti conosceranno: Rodrigo. Interpretato con vigore da Gael Garcìa Bernal, porterà una ventata di gioventù e colore in un ambiente polveroso. Nel frattempo, trascinerà al centro del palcoscenico l'insicura Hailey, tenterà di conquistare una moglie geniale e pazza e proverà a rimpiazzare il vecchio “maestro” senza fargli pesare troppo il suo pensionamento, mentre la direttrice rischia un crollo nervoso e la musica, come nel bellissimo Tutto può cambiare, si fa anche per strada. Accanto al pupillo di Almodòvar, Gondry ed Inarritu, un granitico Malcom McDowell – e guai a ricordargli che sta invecchiando -, la sexy Saffron Burrows e Bernadette Peters, quasi settant'anni e non mostrarli, una voce squillante e un nome che a Broadway è leggenda. Diretto per gran parte dei suoi dieci episodi dal Chris Weitz di About a boy e American Pie – okay, ha girato anche New Moon: doveva rimettere il parquet in soggiorno o tinteggiare il bagno, che vi devo dire? -, Mozart in the jungle ha autorialità e brio, l'immagine di una New York glamour e personalissima che potrebbe rimpiazzare a tempo debito quella del noto Sex & The City, una colonna sonora da manuale. La musica classica non è mai stata così rock 'n roll. L'esaltante Whiplash ha fatto appassionare i profani alle misteriose magie del jazz; questo – scapigliato, ribelle, un po' figlio dei fiori – farà lo stesso con la musica sinfonica. (7)

Red Band Society aveva la strada già spianata. Gli spettatori di Colpa delle stelle, abituati a tante lacrime e alle risate che scoppiano in faccia al cancro. La firma di Steven Spielberg, che coi telefilm non ha in verità molto successo. Una schiera già fitta di fan ed estimatori, non essendo proprio una novità: Red Band Society è Braccialetti Rossi. C'è in Spagna, c'è in Italia; gli americani potevano farsi mancare la versione a stelle e strisce? Ma Red Band Society è arrivato senza il trambusto sperato e, con altrettanto silenzio, è andato via. Cancellato dopo tredici episodi. Mi giurano che sia mille volte meglio la serie italiana, perciò figuriamoci, ma comunque non non dispiace. In molti lamentano i rapporti di convenienza, i legami passeggeri e le amicizie non del tutto disinteressate che si instaurano tra i giovani personaggi. Viene meno la bontà e la fratellanza di cui tutti andavano in cerca, ma quella vena politicamente scorretta ogni tanto mi è garbata. Una storia alla libro Cuore, quando il telefilm è già di per sé gigione, non l'avrei retta. Non ci si annoia, l'andamento è costante – e se piace dall'inizio, come nel mio caso, è un bene, altrimenti anche no – e gli attori, freschi e svegli, benchè coinvolti in una serie non destinata al decollo ma al tracollo, si sono fatti notare, ottenendo un trampolino di lancio notevole. La voce narrante di un bambino in coma guida lo spettatore fino alla fine e ci fa conoscere i personaggi principali, nei momenti costruttivi e in quelli distruttivi. Ci si affeziona a Leo, la mascotte del gruppo: neanche un capello in testa, un arto mancante e il volto del bravo Charlie Rowe. Zoe Levin, vista in Palo Alto, è un paradosso: una ragazza meschina, senza cuore, che in realtà ha un cuore più grande del normale e quello è il guaio. Acida e insensibile, avrà la sua mezza redenzione grazie al personaggio di Darek Kagasoff – odioso ed odiato protagonista di Vita segreta di una teenager americana – che non solo qui è tollerabile, ma in uno degli ultimi episodi – grazie a una svolta toccante – strappa pure una lacrimuccia. Simpatico e sfortunato il Jordi di Nolan Sotillo, adolescente in cerca dell'emancipazione; irritante come pochi personaggi, invece, Emma, ragazza che non mangia e non suscita empatia. Mentre c'è che va e chi viene, chi muore e chi torna a casa sulle proprie gambe, in corsia spazio anche per le storie e gli amori del personale ospedaliero: l'infermiera amareggiata di un'ottima Octavia Spencer; il fascinoso dottore di Dave Annable, col capello sale e pepe del Clooney di E.R e qualche lezione di recitazione presa da quando faceva (male) 666 Park Avenue. Lontani dall'andamento convincente del pilot – divertente, emozionante, sincero – gli ultimi episodi, che potevano essere riscritti per mettere un punto a questa storia non riuscitissima, ma godibile, e invece no. Ho imparato i nomi dei personaggi, ho sorvolato sui loro difetti, ma non chiedetemi adesso se il gioco sia valso la candela: francamente, non saprei. (6)

giovedì 29 gennaio 2015

I ♥ Telefilm: AHS. Freak Show, Galavant, A to Z, Manhattan Love Story

American Horror Story
Stagione IV
AHS è sì una serie antologica, ma anche una matassa inestricabile. Impossibile parlarne in generale, come si fa quando i finali di stagione ci lasciano con un serial in meno da seguire, in settimana, e un commento da mettere a punto. Perché è lungo, disordinatissimo, strabordante: o lo ami, o lo odi. Senza mezze misure. Lo conosci da quattro inverni, lo critichi e lo santifichi, lo insulti quando spesso ti delude e lo incensi quando ti ricorda la sua eccezionale presunzione. Quest'anno, non mi sono chiesto se mi stesse piacendo oppure no, fino all'episodio tredici. Quando il sipario si è calato e, con il pacchetto completo in mano, mi sono accorto che con Freak Show è tutto un prendere o un lasciare. Mai come quest'anno Murphy si sarà meritato fischi, con una trama ingarbugliata ed eccentrica; con un pagliaccio assassino che durava poco e non faceva mica paura come It; con la scelta di trattare a pesci in faccia un'attrice premio Oscar, Kathy Bates. Al solito, parte con vigore e maestria. Un pilot surreale, colorato, assurdo, in cui ci viene presentata una famiglia di mostri erranti, dove si organizzano prazi, orge e massacri. Lì, nella prima ora, la scena cult. La colonna sonora post-moderna permette alla regina del circo di cantare David Bowie, la volta successiva Lana Del Rey. Ma ci si fa il callo e la stranezza finisce per diventare normalità: quei mostri non sono poi così folli, né così rivoltani; anzi, ti appassioni – come fosse una soap – alla storia della stella tramontata che sogna il cinema, del ragazzo con le mani d'aragosta che non può toccare la sua sensitiva imbrogliona, delle gemelle siamesi che desiderano l'indipendenza, del perfetto damerino che ha una casa di bambole e la sete di sangue. Troppe trame, troppi personaggi, troppo. Molti restano estranei, perciò; liquidati solo come Murphy è tanto pessimo e brutale nel fare. La sceneggiatura ha un occhio di riguardo per il fedele Evan Peters, anche intonato alle prese con i Nirvana; per Sarah Paulson, sdoppiata ma non per questo doppiamente più brava; per la new entry Finn Wittrock, ragazzo belloccio e versatile, con mamma svampita e occhi blu da fotomodello assassino. Infine, c'è Jessica Lange. Impeccabile, magnetica, credibile, è la dea indiscussa di uno show che, senza di lei, il prossimo anno, non sarà lo stesso. Sarà meglio? Sarà peggio? Si mette in gioco con il canto e i primi piani. Non si arrende al tempo e, sessantacinquenne dal fascino d'acciaio, ricopre un ruolo pensato per una donna più giovane, e lo fa a testa alta. La sua Elsa Mars – madre dello show, senso del tutto – la si identifica con lei, nonostante il curatissimo accento tedesco, qualche parolina in italiano, un passato di sevizie. Il difetto di questo nuovo orrore è che, nonostante la violenza palesata, non impressiona. La cosa più agghiacciante rimane la sigla. Ci accontentiamo, se ci va, di qualche personaggio memorabile e di qualcuno piacevole ma che abbiamo già scordato; di una sfarzosa messa in scena; di una storyline ricchissima che poteva fare disastri e invece, grossomodo, no; di una regia incisiva ma lontana dai manierismi del passato. L'episodio più bello: il decimo. La fragile Pepper commuove e il richiamo ad Asylum esalta. Il cameo più brutto: Wes Bentley. Quello più significativo: Neil Patrick Harris, raramente così talentuoso e, dopo Gone Girl, mostrandosi in un'irripetibile scena di sesso a tre, fan ufficiale del “famolo strano”. E che vi devo dì? A me Freak Show, pur con tutte le sue sottotrame superflue, i grandi attori trattati malissimo, gli eccessi e il kitsch, le insensatezze da telenovela argentina, è piaciuto lo stesso abbastanza. Distante dal per me splendido Asylum, ma anche dal pessimo Coven: un'onesta via di mezzo. Con troppe sbavature, molto Bowie e tanta Jessica Lange. (7)

Galavant
Stagione I
Brillante. Aggettivo che calza a pennello. Non posso definire in altro modo una delle novità più gustose e divertenti che, per iniziare al meglio il nuovo anno, l'ingessata ABC ci ha proposto, apparentemente sulla riga di quell'Once Upon a Time che avrà sì tanto successo, ma che per me, dalla seconda stagione in poi, è cosa inguardabile. Insomma: coloro che me lo paragonavano a quel telefilm di inciuci e fiabe non attiravano propriamente la mia attenzione, anzi. Mi facevano paura. La storia, inoltre, un incrocio curioso tra Reign e Glee, mi sembrava troppo stupida per essere vera. Ma l'ho trovato sorprendentemente piacevole, sapete? Perciò dico che è brillante. Il mandare in onda due episodi per volta di venti minuti ciascuno, in modo da soddisfare più di una normale sit-com e di occupare meno spazio di una produzione lunga un'ora. Il sapersi fermare dopo otto episodi appena, il fare durare la serie meno di un mese, il capire dov'è il troppo – troppo cantato, troppo infantile, troppo assurdo – e fermarsi prima del limite. Forse voi non ve lo ricordate un film che si chiamava Ella Enchanted, con una giovanissima e sconosciuta Anne Hathaway che si muoveva in una fiaba piena di ironia, tra fate, giganti e canzoni dei Queen. Oppure Il destino di un cavaliere, più serio e sicuramente più degno di nota, che aveva un biondo Heath Ledger nel fiore degli anni e sempre i Queen, da cantare e suonare mentre i villici seduti sugli spalti, con applausi e pugni, seguivano duelli tra cavalieri e scandivano il ritmo irresistibile della We will rock you che ti fa sempre battere i piedi a tempo. Sicuramente vi ricordate Shrek, il romantico e sporco orco delle paludi. O Rapunzel, la fiaba in musica che, prima dell'avvento di Frozen, aveva divertito anche i nemici giurati del film d'animazione. Bene: prendete lì l'ironia, qui l'orecchiabilità, lì gli eroi improbabili e qui i regni da salvare, e otterrete un simpatico equilibrio che va sotto il nome di Galavant. Una serie musical di cappa e spada che, lampo di genio, penso piacerà un po' a tutti. A chi i siparietti musicali li adora, a chi i siparietti musicali li detesta. Si canta al posto di parlare, ogni tanto, e perfino le battute sono in rima: pronunciate in falsetto e con un'intonazione perfetta. L'umorismo è quello di un Mel Brooks, alla lontana; le vicende, con i servi svegli, le principesse traditrici, i re fanfaroni, sembrano puntare l'occhio verso l'antica tradizione della commedia latina che era un po' l'antecedente del musical moderno, no? O forse questa è una mia impressione, perché sto studiando troppo e ormai vedo Plauto e Terenzio anche in tivù. L'eroe eponimo è interpretato dal londinese doc Joshua Sasse: un "baldo giovine", carismatico e sicuro di piacere a tutte le dame che vorranno dargli un'occhiata o due, ma non troppo spavaldo da non riuscire a ridere sinceramente di se stesso. Lo accompagnano quell'arpia di Mallory Jansen, fanciulla un tempo casta e pura che ha voltato le spalle al nostro eroe per via del potere dei soldi; l'esotica Katen David, dalla bellezza tipicamente indiana e dai segreti sporchi; un mitico Timothy Omundson, nelle vesti di un villain frufrù, cattivo ma non troppo, che ha il cuore di burro e la lacrima facile; un imponente Vinnie Jones che, per la prima volta, presta i suoi muscoli e la sua stazza da sportivo al demenziale. Le coreografie sono semplici; le canzoni – con coretti di sottofondo – assicurano risate. Non dico che acquisterò un cd o qualcosa di simile, ma qualche esibizione potrei rivederla su Youtube. Ecco! Si ride con poco, come da bambini, parlando di flatulenze e gente che russa, di codardia e capitomboli, e non si vuole essere originali, ma neppure volgari. Galavant è un intrattenimento da bollino verde, che ha gli assi nella manica per rendere decisamente allegri anche i bimbi più cresciuti. Mio padre, cinquant'anni ad agosto, ma non ricordateglielo, è già un fan. (7)

A to Z
Stagione I 
Sembrava promettente. E non dico sulla carta, ma limitandoci giusto al pilot. Una voce narrante che mi aveva fatto venire in mente Pushing Daisies. Una coppia coi giorni contati, come in 500 giorni insieme, di cui la sigla già annunciava la rottura. Il rapporto tra Andrew e Zelda sarebbe stato spiegato nel dettaglio. Cosa sarebbe stato di loro alla fine dell'alfabeto? Si è arrivati alla lettera “m”, a tredici episodi e stop. Cancellato. Ma vi dirò, sembrava promettente giusto in principio. Nemmeno uno come me, che alle cose dopo poco si affeziona di già, piangerà la sua cancellazione. Tanto, tranquilli, finisce bene: non arriva dove pattutito, ma ha un epilogo che soddisferà coloro che l'hanno seguito. Tanto, era inutile. I protagonisti, amalgamati ma male assortiti, si innamorano senza che tu ti innamori di loro. Né a prima vista, né dopo episodi ed episodi. Cristin Milioti, vista in The Wolf of Wall Street e in Alla fine arriva mamma, ha un personaggio irritante e quel sorriso alquanto creepy che rovina lineamenti di un volto discreto; meglio Ben Feldman, che ha una lunga relazione aperta col piccolo schermo, da Drop Dead Diva a Mad Men, un non so che fa simpatia, ma un ruolo da mammoletta e non da romanticone. Il che è diverso! Come in ogni sit-com che si rispetti, anche gli amici di lui e gli amici di lei, gli ex e le ex, i parenti imbarazzanti: furbastro il tentativo di fare del cicciottello Henry Zebrowksi un nuovo Zach Galifianakis – anche se hanno in comune un cognome arduo da scrivere. Ogni tanto piacevole, ogni tanto noiosetto, ma sempre superfluo; sempre senza vita propria. L'ho seguito perché non mi rubava tempo e perché, dopo la pausa natalizia, una parziale ripresa c'è stata. Abbastanza da non farmi pentire di averlo salvato dal cestino del mio computer, ma non abbastanza da risultare così indispensabile da recuperarlo. Altra stupida commedia americana, con sorrisi rarissimi e un ritmo buono, divisa in scomode rate mensili. (5)

Manhattan Love Story
Stagione I 
Detto tra me e voi, pensavo di averci messo una croce sopra. Con il quarto episodio, annunciato come ultimo, pensavo di avere già detto addio a Manhattan Love Story e me ne ero fatto una ragione, nostante – per quel poco che avevo visto – era davvero uno spunto brillante per una rom com solita e insolita allo stesso tempo. Squilli di trombe, rullo di tamburi. Da un giorno all'altro, mi ritrovo davanti il quinto episodio, poi il sesto, poi il settimo... fino all'undicesimo. Rinnegato dalla ABC, era andato in onda online, in modo che avesse un finale tutto suo. E non come quel Selfie che mi divertiva, ma mi ha fatto pure incazzare, perché, su, quale commedia romantica non sai già come finisce?! Ecco, Selfie. Troncato bruscamente, finito in sospeso. Per chi lo segue o vorrà seguirlo, quindi, una rassicurazione: Manhattan Love Story dura poco, comunque meno del previsto, ma finisce nel migliore dei modi. Come mi diceva la mia amica Sonia in chat, c'è ancora qualche sceneggiatore televisivo che, messo alle strette, senza farsi troppo l'originale, mette a dovere un bel punto fermo alla fine di una bella storia. Vi dico che i protagonisti, belli e biondissimi come fossero la progenie segreta di Hitler, sono simpatici e in gamba. Lui, forse unica cosa degna accanto a un Cooper spento nell'ultimo film di Eastwood, è una sorpresa. Lei, piena di potenziale, non vedo l'ora di vederla accanto a Miles Teller in una commedia romantica che in America è giù uscita, ma che da noi beccheremo giusto coi sottotitoli. Per il resto? Mi copio-incollo. E dico quello che avevo detto, confermando una sufficienza piena: “ambientato nella città più bella del mondo, ha venti minuti che volano e le voci incensurate di due innamorati alle prese con le prime fasi del loro rapporto. Nella sua semplicità, funziona. La leggerezza concentrata in streaming”. (6,5)

sabato 10 gennaio 2015

I ♥ Telefilm: Selfie, Remember me, The Fall II

Selfie
Stagione I
Regola numero uno dello spettatore compulsivo. Non affezionarsi mai alle novità del palinsesto. Potrebbero avere vita brevissima. Finora, non è mai stato un peso. Non è stato un peso, soprattutto, nell'autunno 2014 che, tra sit-com e supereroi fantomatici, non aveva occupato i miei pomeriggi con troppe robe non dico notevoli, ma almeno carine. Però Selfie era carinissimo, anche se per nulla originale. Nato all'apparenza sulla scia della moda più imitata e odiata minimo minimo dell'ultimo secolo, in realtà è una limpida, rilassata e divertente riscrittura di My Fair Lady, ma senza canzoni o questioni di etichetta. Il titolo Selfie indica la mania inguaribile della protagonista, Eliza, di aggiornare continuamente i Social con foto sue – ed è una bellezza, davvero: lasciamole fare questi scatti per la pace nel mondo! – e soprattutto la sua fortissima propensione all'egoismo. Eliza Dooley, avvenente ma con un passato da nerd, lavora nel patinato e competitivo mondo della pubblicità e, amanti saltuari a parte, non ha contatti con gli altri. Non ha neanche un amico che non sia puramente virtuale. Esiste una Eliza vera, e non quella oca e festaiola di Facebook e Instangram? Com'è quella senza i trucchi di Photoshop? C'è qualcuno che ha avuto il privilegio di conoscerla, senza inviarle prima la richiesta d'amicizia? Ci prova il suo capo, Henry: lienamenti orientali, papillon a non finire, l'avversione per la tecnologia e i modi da damerino. L'opposto. Sono diversissimi, ma c'è alchimia. Perché ci fanno sorridere sempre e perché, sotto sotto, sanno di amarsi. Possibile superare gli abissi della sbandierata friendzone, appianare le divergenze, dichiararsi prima dell'episodio tredici? Chissà. Tredici episodi, purtroppo, e ha avuto fine lo sfortunato Selfie. Che non mi pesava, che mi metteva puntualmente di buon umore, che era una delle novità meno nuove, ma più piacevoli. Perché anche qualcosa che non è niente di che, una volta a settimana, a vita, sa fare la differenza. Selfie è stato un po' così, per il sottoscritto. Situazioni riuscite, una popolosa e colorata galleria di comprimari, due protagonisti centratissimi. John Cho che, dopo American Pie, anche con un ruolo tanto igessato, sa come farci divertire a modo suo; e soprattutto la mia rivelazione: Karen Gillan. Non l'avevo mai vista l'attrice di Doctor Who, buona protagonista tra l'altro anche del recente Oculus e comparsa blu e calva nei Guardiani della galassia, ma l'ho vista adesso ed è stato amore. Dopo la Deschanel, ora c'è lei: un metro e ottanta, gambe chilometriche, vestitini mini e una voce squillante, che si presta a fresche gag e a una cosa bella come la cover “da brilla” della Chandelier di Sia (qui). Una novella Isla Fisher che, ogni weekend, ci dava, fissa, appuntamento. Imdb dice che ha un'agenda piena zeppa: vorrà dire che, se non qui, sigh!, la rivedrò altrove. (6,5)

Remember Me
miniserie tv (3 episodi)
In una mattina di nuvole nere, il misterioso Tom Parfitt – che forse ha ottant'anni, forse centodieci – simula un malore e si fa trovare accasciato ai piedi di una scalinata, nella sua casetta di mattoni, incastonata tra altre casette di mattoni. Decide, così, di abbandonare ogni cosa e, con una valigia vuota, di raggiungere l'incubo di ogni anziano: una casa di riposo. Vuole lasciarsi qualcosa alle spalle, qualcuno. Guai a portare con sé uno spillo, un oggetto, una fotografia. Gli oggetti appartenuti a lui, alla sua lontana gioventù, sono come maledetti. E perché? Inizia a domandarselo una giovane infermiera, che lavora con le persone anziane per pagarsi l'università e per stare lontano da casa – da una madre incostante, da un fratello minore che ha bisogno di attenzioni continue -, quando una sua collega vola inspiegabilmente giù da una finestra blindata e, impregnate d'acqua salmastra e circondate da conchiglie, vengono trovate nuove vittime legate, in un modo o nell'altro, a quel vecchio senza identità e al suo bruttissimo segreto. Remember me è il realizzarsi di una specie di mio sogno nel cassetto, scherzando scherzando. Lo sceneggiato tipo per chi non resiste alle ghosh story, ai vecchietti burberi, all'innata eleganza britannica. Composto da tre sole puntate, proposto dalla BBC con l'anno che finiva, è un prodotto curato ed estremamente interessante ma, penalizzato forse dai pochi episodi, non è esente da difetti più o meno perdonabili. Ci sono punti che rimangono nebulosi, passaggi frettolosi intervallati da passaggi lenti, personaggi un po' abbozzati che prendono subito a cuore i bisogni dell'altro, una storia di spettri e ossessione che uno Stephen King a caso avrà già raccontato meglio, prima, altrove. Il primo episodio è praticamente perfetto; il secondo ha un inizio lento e una chiusa che promette tanto; il terzo – destinato a uno di quegli epiloghi emozionanti che, da The Orphanage a La Madre, il mondo dell'horror non ci nega – dice e non dice. Ho trovato che al servizio di una storia non degna di nota, però, ci fossero cose fantastiche a dir poco. Dettagli che fanno la differenza in un intreccio non sempre all'altezza delle aspettative. Come la fotografia, sontuosa: scenari cupi, acque limpide, cieli pulsanti di corvi e venti. A brillare, insieme ad essa, l'ottima regia e lo straordinario protagonista: il Michael Palin dei Monty Phyton, che emoziona nel senso più ampio del termine, trasmettendo inquietudine, sofferenza, leggerezza. Arzillo e ancora affascinante, ruba ogni attenzione e si contende la scena con il detective interpretato dal simpatico e corpulento Mark Addy (Full Monty) e con la dolce infermiera Jodie Comer, che gli appassionati conosceranno per My Mad Fat Diary. Un mistery di grande atmosfera, non particolarmente brillante nella scrittura ma sublime nella resa, che qualche raro sussulto lo regala, insieme a un orrore che è in rima con incanto. (7)

The Fall - Caccia al serial killer 
Stagione II
Essere troppo fighi – e io lo so bene, certo – non è cosa facile. Essere un serial killer troppo figo – e questo, invece, no che non lo so – è proprio difficilissimo. Può dircelo Paul Spector, l'assassino di donne più corteggiato, minacciato e ricercato del piccolo schermo. Lo vogliono gli agenti della polizia, per metterlo dietro le sbarre; i mariti gelosi, per riempirlo di botte; le sexy baby sitter minorenni, per passare la prima notte d'amore con lui; la moglie, al contrario un po' cozza, che comincia a non credere più alle sue continue bugie. Cosa fa l'insospettabile Paul Spector, assistente sociale e psicologo, quanto è l'ora di dormire? Nella prima stagione di The Fall ci avevano mostrato il modus operandi e le reti di inganni del sociopatico irlandese. Alla fine, un intoppo e Stella Gibson che gli stava con il fiato sul collo. Dopo un anno, anche se io avevo già a disposizione tutte e due le serie, fortuntatamente, si ritorna nella tetra Belfast e nella testa di un'omicida che ha già mietuto tre vittime. Ambientata in tempo reale, la seconda serie conta sei episodi – con un season finale che, con uno strappo alla regola, dura un'ora e mezza – e si svolge in un paio di giorni. Non ci sono altri massacri e, a un certo punto, molto prima di giungere all'epilogo, la polizia riesce a dare un nome e un volto al male. Gli episodi, accantonando la noiosa indagine secondaria della serie precedente, hanno occhi solo per Stella e Paul. Testimoni della caduta. Ma chi è che cadrà? Il cattivo, messo al tappeto dalla giustizia; o colei che rappresenta il bene, tuffata a capofitto in un abisso passato di abusi, case famiglia e pedofilia? Partito del tutto in sordina, The Fall si è rivelato ancora una volta un ottimo intrattenimento: un poliziesco dei più classici, ma estraneo alle americante a cui siamo assuefatti. Il ritmo è lento, ma giusto, e i protagonisti non sono macchine perfette: sbagliano, si fanno prendere la mano. Piacciono per quello – per i passi falsi, le piste sbagliate, la pigrizia della burocrazia. Rispetto alla prima stagione, questa è più focalizzata sulla loro psiche e solo apparentemente è meno densa di fatti; scorre, in realtà, meglio. Lo spettatore ha capito come funziona il gioco e i creatori si sono fatti furbi. Si capisce da un dinamismo aggiuntivo e dal fatto che, con una certa concupiscenza, questa volta indugino un paio di volte in più sul fisico scolpito e il fascino innegabile di un Jamie Dornan sì post Cinquanta Sfumature, ma sempre ineccepibile. Più malizioso, fa della precoce e provocante tata Katie un personaggio chiave e lascia intuire, con un bacio saffico veloce, che scottano le lenzuola dell'algida Stella, una Gillian Anderson ufficialmente rinata. Si parla delle donne che occupano ruoli di potere, della violenza che il genere femminile ancora oggi subisce – a lavoro, a casa, in prigionie forzate – e si aggiunge al cast, in un ruolo da poco, Colin Morgan. Ma l'ex Merlin, se non fosse per le orecchie enormi, non spicca. L'ultimo episodio, serratissimo grazie al montaggio degno di nota, ci mostra un lungo e bellissimo interrogatorio – la macchina da presa che gira intorno a loro, i campi e i contro campi, le accuse e le manipolazioni – e ci saluta con un epilogo brusco, che non è né abbastanza aperto, né abbastanza chiuso. Sarebbe un peccato, comunque, chiuderla qui. Il rischio di un altro Hannibal e di un ennesimo The Following potrebbe esserci, ma The Fall è più realistico, diretto e pragmatico degli altri. Ho fiducia che, potendo, non commetterà questo errore. (7,5)