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venerdì 10 novembre 2017

I ♥ Telefilm: Alias Grace | The Booth at the End

Grace ha violato il quinto comandamento. Ha ucciso. Condannata all'ergastolo, ha evitato l'impiccagione per il beneficio del dubbio. Immigrata irlandese poco più che adolescente, avrebbe massacrato i padroni di casa con la complicità di un garzone. Un giovane psichiatra, quindici anni dopo, la interroga. La verità sfugge. La protagonista taglia e cuce, inventa e soggioga, si difende con parole studiatissime, lo seduce. Con il suo viso angelico, coi suoi misteri insolvibili, diventa un'ossessione. Sarà innocente o colpevole? O l'una e l'altra cosa, se scrive Margaret Atwood, sceneggia Sarah Pauley, dirige Mary Harron e le piccole sfumature, sì, contano? Period drama in sei puntate, senza particolari guizzi ma con un cuore bugiardo fino all'ultimo, Alias Grace inquieta e confonde. Ha i suoi difetti in qualche svolta soap di troppo – il prevedibile transfert vissuto da un imbambolato Edward Holcroft, eppure intenso amante di Ben Whishaw in London Spy, o il doppio ruolo del furfante Zachary Levi – e in un epilogo accelerato, dopo qualche episodio a metà scorso invece a rilento. Ispirata a una storia vera ma con una fortissima matrice letteraria alla base, la miniserie della regista di American Psycho si muove sul filo. La coerenza, sacrificata per fedeltà assoluta a una protagonista manipolatrice: Sarah Gadon, assassina impenetrabile e incantevole. Paranormale, follia, o forse semplice menzogna? E quel finale ambiguo, che svela e non svela: sospeso o inconcludente? Gli sguardi in camera che tanto mi avrebbero fatto dannare l'anima in un'ora e trenta, i puntini di sospensione, a lungo hanno invece finito per infastidirmi. A volte, soprattutto in un tocco femminile impossibile da fraintendere, Alias Grace somiglia alla Maurier di My Cousin Rachel: una caccia alle streghe guidata dal pregiudizio dei tempi, dalla misoginia, in cui l'essere donne era il vero crimine da scontare. Altre a un Gone Girl in costume, in cui a una protagonista messa con le spalle al muro spetta l'ultima parola. Altre ancora, e lì non convince chi come me non apprezza il genere, a un feuilleton che sacrifica il dramma giudiziario, la seduzione del doppio gioco, in nome di una classica storia di orfane sfortunate e grandi soprusi. Di The Handmaid's Tale, inevitabile metro di paragone, mancano purtroppo la sorpresa, lo spessore, la doppiezza. E dalla penna della Atwood – per un soffio, mancato premio Nobel – quest'anno ci si aspettava l'impossibile en plein. (6)

Siede nell'angolo più estremo di una tavola calda. L'uomo, un affascinante cinquantenne con la giacca elegante e il taccuino sempre aperto, non abbandona il suo posto fino all'orario di chiusura. In un bar ai confini della realtà,  il protagonista fa accomodare davanti a sé interlocutori innumerevoli. Presta ascolto, prende nota. Ci sono uomini e donne, anziani e perfino qualche bambino. Ognuno brama disperatamente qualcosa. Una famiglia unita, la bellezza, l'eterna giovinezza, il denaro, l'amore, Dio. L'uomo senza nome, che ha le premure di un analista e i poteri del genio della lampada, può esaudire le loro richieste in cambio di un prezzo salatissimo. Ci si vende l'anima con il furto a mano armata, le stragi in piazza, l'infanticidio, la tortura, il concepimento di un figlio indesiderato, la corruzione da cui non sono esenti né gli agenti di polizia né le spose di Cristo. Mi ha dato il suo biglietto da visita Paolo Genovese: forse a corto di buone idee dopo il successo del magnifico Perfetti Sconosciuti, forse sinceramente interessato a farci riscoprire una piccola serie dal grande potenziale. Le due stagioni di The Booth at the End – in totale, dieci episodi di venti minuti ciascuno – spaventano con i loro spunti faustiani, degni delle ispirazioni di Black Mirror, ma si trasformano in qualcosa di impercettibilmente diverso pur non tradendo l'originalità del menù. Restano il leggero umorismo nero e i dilemmi etici. Il meglio e il peggio degli avventori rievocato a voce, se non ci si può allontanare da quello scenario fisso. A cavallo di una stagione e l'altra, invece, le costanti sono questa misteriosa cameriera che sa molto più di quanto crediamo; una ragazza riportata in vita dall'egoismo del padre in lutto; lo straordinario Xander Berkeley, forse un diavolo spregevole o forse la personificazione del nostro angelo custode, che rischia di rimanere a tal punto invischiato nei drammi mortali da non poter più rinunciare alla loro compagnia. E da scoprire bricioli di mortalità, di moralità, perfino in sé stesso. The Booth at the End ha richieste tremende e una delicatezza conciliante. L'uomo spinge i suoi clienti l'uno tra le braccia dell'altro con incastri perfetti, per combattere la solitudine e l'infelicità. A volte si incontrano, trovano il lieto fine. Altre cozzano, collidono, in tragedie agghiaccianti già predette e scritte sul suo fedele quadernino. Qualcuno, in una tavola calda qualsiasi, ha il potere di esaudire i tuoi peggiori desideri. Ti spinge al limite, ti ascolta arrabbiarti per quello che non hai. Nel mentre – proprio quando progetti ordigni esplosivi, rapimenti, cuori spezzati, remake italiani – ti ravvedi, magari, e ti accorgi del bicchiere mezzo pieno; di ciò che hai già. (7,5)