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sabato 8 settembre 2018

Mr. Ciak: Resta con me, Tully, Disobedience, Chiudi gli occhi, In Darkness

La protagonista di Colpa delle stelle incontra il protagonista di Io prima di te: sembrerebbero d'obbligo i finali tragici, le lacrime. Insieme, infatti, conoscono un oceano che Pacifico lo è soltanto di nome e tutta la violenza dell'urgano Raymond. Che li spazza via, ma non li spezza. Feriti e disperati, andranno alla deriva per più di un mese. In Resta con me, cronaca romanzata della loro storia d'amore e sopravvivenza, i giorni sembrano però passare troppo in fretta, senza peso. Ci si nutre, ci si guarisce, ci si protegge con un sentimento che sa essere totalizzante senza per fortuna risultare stucchevole. Dotato della struttura strategica delle bambole russe e bilanciato con misura, con un taglio classico che non disegna tuttavia un colpo di scena finale, il film con la coppia di richiamo nel cast non rischia di risultare memorabile né nella parte melodrammatica né in quella catastrofica, benché discreto in entrambe. All'appello: le immagini spettacolari e spaventose della Tempesta perfetta, il viaggio come ricerca di sé del metaforico Vita di Pi, la solitaria ode alla resilienza di Cast Away. Novella Robinson Crusoe, Shailene Woodley tiene il timone del tutto con l'intensità di cui a sorpresa la avevo scoperta capace ai tempi della leucemia e dell'adolescenza in sala; Sam Claflin, nuovamente ferito e inservibile, si lascia invece salvare da un'altra donna con il polso di ferro. Resta con me non insegue onde alte o lidi mai esplorati prima. Ma non spiace, eppure, gettare l'ancora e ammainare per un po' le vele. Se alla tempesta, anche a quella aizzata del già visto, c'è qualcosa di buono che resiste: puntando i piedi contro tutti i luoghi comuni di sorta e le altre correnti avverse. (6)

Ah, le gioie della maternità. L'indimenticabile Juno, troppo saggia per diventare ragazza madre senza arte né parte, nel finale del miglior Reitman rinunciava a malincuore a quelle ma anche ai dolori che scoprirsi genitori comporta. A farci una rapida rassegna di questi ultimi, nel ritorno in sala del figlio d'arte, è una Charlize Theron splendida anche con venti chili di troppo, già irrequieta Peter Pan in Young Adult. Mamma di due bambini, ha rinunciato al sonno, al sesso e all'amor proprio in vista di un terzo neonato: la crisi di nervi è dietro l'angolo. Ci si ritrova infatti a rimpiangere il bel fisico dei tempi andati, la vita da single, perfino i fraintendimenti con una coinquilina rivista al bar; a non sopportare più un marito menefreghista, incantato dai videogiochi. Quello che le ci vorrebbe in regalo: una tata sui generis come Mackenzie Davis. Bussa alla sua porta, una notte, e assicura sia lì per aiutarla. Ha inizio allora un gioco di ruoli, di riflessi, con cenni di situazioni tanto surreali quanto amare. Chi è, cos'è, Tully? Né un'odierna Mary Poppins, né una stalker da home invasion, né una mitica sirena. Né un dramma, né una commedia. Un altro nome di donna, piuttosto. Un altro dialogo intergenerazionale a opera della solita Diablo Cody, che poco graffia, anche se fa piacere riscoprirla in forma dopo una serie di passi falsi. Squadra vincente non si cambia, se all'insegna di un intrattenimento lieve ma di qualità. Questa volta ne nasce una bambina capricciosa, che vorrebbe stare sveglia fino a tardi per poi ammalarsi di invidia, di rimpianti. La rabboniscono le cure di un regista dalla sensibilità spiccata e un cast raccolto. Le augura una serena notte una chiusa agrodolce, dopo una svolta mai messa in conto, che non fa chiudere la sua serata in un pianto isterico, né la nostra in una delusione evitata senza salti mortali. (7)

La pecora nera che torna, i pregiudizi della comunità che l'ha messa al bando, la scoperta di come tutto sia cambiato mentre lei era impegnata a diventare una lanciata fotografa. I suoi migliori amici si sono sposati tra loro. Da bambini s'intuisce fossero un trio affiatatissimo: lui diventato un giovane rabbino e lei, molto più che una compagna di scuola, etero se l'ebraismo non consente altrimenti. Rachel Weisz incontra di nuovo Rachel McAdams e, nonostante tutto, s'innamorano da capo. In due ore rubano aria, risate, baci profondi. Vivono una seconda adolescenza, tra amore e fede. Soprattutto, il loro diritto a essere donne. La Weisz apre infatti vecchie ferite, occhi appannati dal velo del perbenismo e questioni lasciate in sospeso su un volo per gli Stati Uniti. Al vertice del loro triangolo sentimentale, un barbuto Alessandro Nivola che a sorpresa spicca per intensità: marito e amico tra l'incudine e il martello, con una relazione e una promozione improvvisamente in forse. A raccontarceli è il cileno Sebastian Lelio, che sceglie la disobbedienza nel titolo ma qui, intanto, non sovverte le regole: algido e delicato, fin troppo, in un dramma al femminile a cui mancano i guizzi poetici che gli hanno valso un meritato Oscar per Una donna fantastica. Scopre l'America, ma non si perde né migliora, anche se stilisticamente Disobedience è un passo indietro. Spento, monocromatico, piatto in superficie, nasconde lo stesso cuore bello del ventoso La terra di Dio; un intero mondo di passioni sotterranee, sconquassato piano dalle riflessioni su un libero arbitrio affrontato a voce alta, ora in teoria e ora in pratica. (7)

L'amore è cieco, dicono. Cosa succederebbe se riprendesse a vederci? Emergerebbero le crepe e i difetti. E un'ottima Blake Lively, forse, si accorgerebbe che c'è del marcio nel marito Jason Clarke. Sono sposati da un po' e vorrebbero un figlio. Lei cieca in seguito a un incidente automobilistico, lui suo fedele custode. Un'operazione andata a buon fine, fra l'ammaliante Bangkok e una Spagna a luci rosse, restituisce alla protagonista la vista all'occhio destro. Da lì un taglio di capelli radicale, vestiti nuovi e una nuova casa, la tentazione del tradimento. Ma anche la diffidenza, le paranoie, bugie grandi e piccole quando il rapporto con un marito messo da parte minaccia di incrinarsi. Melodramma coniugale dagli spunti assai verisimili e vestito ingannevolmente da thriller negli spot pubblicitari, il cosmopolita All I See is You in Italia diventa Chiudi gli occhi. In realtà si parla dell'esatto contrario: di aprirli, gli occhi; di scoprire traumi familiari, indecisioni coniugali, la sessualità nella sua pienezza. La Lively, lasciato il bastone e il braccio di Clarke, vorrebbe vivere indipendente, curiosa, erotica: l'ammaliante regia dell'ondivago Marc Forster ce ne suggerisce lo stupore e le percezioni, la liquidità. Peccato che il consorte geloso abbia piani alternativi. Tremendamente ben fatto, purtroppo, il film è per il resto un ibrido confuso e brancolante. La sceneggiatura si accartoccia in fretta su sé stessa, risultando perfino noiosa nella confusione del finale, rendendo vano il risveglio di Gina. Facendo sì che la sua apertura al mondo, con un pizzico di rammarico per l'occasione persa, si scordi a occhi e sipario chiusi. (5,5)

Belle, famose, non vedenti per copione: anche Natalie Dormer si aggiunge alla schiera di giovani dive in pericolo con gli occhiali scuri, il bastone da passeggio e più di qualche scheletro nell'armadio. La solitaria Sofia vive a Londra, compone colonne sonore e ha come vicina di casa un'altra donna bella e impossibile: Emily Ratajkowski, figlia di uno spietato dittatore con innumerevoli nemici. Il soggiorno della star di Instagram sul set dura poco: cade dal secondo piano, e la polizia parla di suicidio. Ma Sofia, al piano di sotto, ha sentito qualcosa di sospetto. Perché, eppure, sembra covare tra sé e sé sentimenti ambigui e non informa gli agenti nell'immediato? Thriller elegante e laccato, diretto con inaspettata classe dal compagno di una Dormer qui anche co-sceneggiatrice, In Darkness è un teatro delle ombre con una sottile sottotrama politica e garbugli un po' confusi di doppi o tripli giochi. Sul ritmo perfetto di un metronomo, così, tenta di inanellare una lunga serie di colpi di scena: alcuni andati a buon fine, altri meno. Se poco convincono i personaggi affatto limpidi del galante sicario Ed Srkein e di Joely Richardson, femme fatale in là con gli anni, a rimediare agli errori è un personaggio principale che ha stoffa da vendere: un background doloroso suggerito con intelligenza, un'interprete con abbastanza carisma da bucare lo schermo, un titolo che cela una doppiezza di significato. Nel buio della coscienza, infatti, si perde la via del bene peggio che in quello della cecità. Benché impegnati a farsi ipnotizzare dalle pose di Natalie Dormer, nel nostro caso, no: in In Darness non procediamo alla cieca. (6,5)

venerdì 31 agosto 2018

Mr. Ciak: La penuria estiva? Ridiamoci su (per fortuna, è finita)

Sempre nella stessa taverna a mezz'ora di autobus dall'università, mi sono avvicinato ai giochi da tavolo. All'inizio in un angolo, ho scoperto che quella scusa per rivedersi non stonatava affatto come piano alternativo. Posso dirlo, sì, ma sottovoce: quel mondo – etichettatio come intrattenimento per nerd, né più né meno – mi piace. Probabilmente sarei finito lo stesso per recuperare Game Night, ma conoscere di persona quei meccanismi, quelle strategie, me l'ha fatto vedere con uno spirito diverso. Sarà per questo che non ha conquistato uno che appassionato lo sta diventando? Bateman e la McAdams aprono le porte di casa agli amici per una serata a tema. Una cena con delitto organizzata da un fratello al centro di loschi traffici, però, diventa una caccia al tesoro, anzi al rapito, in cui persone medie si troveranno a fare i conti con un gioco che sfugge di mano. Lo spunto del film si esaurisce presto. Game Night lascia di lato le sue pedine e, tra buoni sentimenti e stiracchiati colpi di scena, inseguimenti e sparatorie all'americana, preferisce i muscoli al ragionamento. I protagonisti avrebbero potuto essere indifferentemente membri del club del libro o rappresentanti Tupperware. Mancano loro, purtroppo, le strategie dei giocatori incalliti, i piani studiati nel dettaglio, un regolamento ferreo. Non all'altezza delle premesse, la commedia degli autori di Come ammazzare il capo è arrivata giusto in tempo per la stagione, scorrevole e ben diretta com'è – inaspettati il livello di splatter e la cura dei piani sequenza a effetto. Peccato non sia uno Sleuth in cerca di leggerezza, peccato tradisca non troppo originalmente il giallo per l'azione. Diventando, dopo Notte folle a Manhattan Crazy Night, l'ennesimo ibrido con persone qualunque, serate qualunque, piani criminosi qualunque: barando. (6,5)

Altri amici nostagici, altri giochi per adulti. Non per una notte e basta, questa volta, ma per tutto un mese: un maggio consacrato a un acchiapparello senza confini e senza regole. Ci si insegue perciò negli anni, fra le nascite, i matrimoni e i drammi personali. Una buona scusa per darsi sui nervi a vicenda, per riavvicinarsi. Forse per l'ultima volta, se l'imbattibile Jeremy Renner convola a nozze, e il matrimonio è l'occasione perfetta per metterlo con le spalle al muro? Helms, Hamm e Johnson, con al seguito un'adorabile Fisher e una Wallis in cerca di scoop, tornano a casa come i Perdenti di It. Si ride, in Prendimi!, e si finisce con un po' di affanno grazie a quel cast perennemente in moto e a una regia che non si fa mancare neppure gli uomini incappucciati del thriller. Sono ammessi i tiri mancini, i siparietti ingannevoli, colpi bassi non sempre metaforici: il gioco sporco, pur di aggrapparsi pateticamente al tempo perduto. Rischieranno di rovinare proprietà private, relazioni e ricordi. Restano gli zigomi che tirano, lo stupore per una vicenda così assurda da essere vera, il pensiero sinceramente preoccupato per quello che faranno di lì a un anno. Cosa hanno vinto, infatti? Cosa hanno perso? Per fortuna la ruota della fortuna gira, il gioco tiene giovani e in forma e, a volte, il vero trionfo sta nel dichiarare bandiera bianca in nome di un abbraccio da prendere, e poi subito da restituire. (7)

Quattro amiche dalla pelle fieramente nera cercano di riallacciare i contatti, con la scusa di un festival nella scatenata New Orleans. La scrittrice Regina Hall, legata alla star di Nick Cage per convenienza, accetta i tradimenti per mantenere la propria indipendenza; Queen Latifah, giornalista passata alla cronaca rosa, gestisce un blog di gossip che non la rispecchia; Jada Pinkett Smith, infermiera repressa, quando non accudisce i suoi pazienti bada alla sua bisognosa nidiata; Tiffany Haddish – sboccata rivelazione che per questo ruolo ha collezionato perfino qualche nomination – è un'impiegata troppo impulsiva per lasciarsi comandare. Come recuperare il tempo perso, se non scambiandosi i segreti di amanti superdodati e trucchi per il sesso orale; prendere parte a sfide di ballo sotto allucinogeni che sfociano presto in rissa; spruzzare fiotti di urina su spettatori che non sanno bene se dirsi disgustati o divertiti fino alle lacrime? Le parolacce non sono una prerogativa maschile. Non sono una prerogativa dei bianchi. Volgarissimo ma da record al botteghino, Il viaggio delle ragazze è all black e, soprattutto, retto da un cast di sole donne: binomio vincente, in questo periodo di commedie giuste nel momento sbagliato, tra razzismo che purtroppo ritorna e #metoo. L'emancipazione, infatti, sembra passare anche dalla grassa risata. E Malcolm D. Lee, cugino del ben più impegnato Spike, ti reinventa così la parità e il femminismo, lontano dagli impegni del politicamente corretto. (7)

Le Barden Bellas sono tornate. Dopo un secondo capitolo che non aveva né il piglio ironico né la colonna sonora del primo. Dopo la fine degli studi, che le ha sorprese confuse, lontane e non sempre realizzate – qualcuna fa i conti con la maternità, qualcun'altra con un lavoro sottopagato. Rimettersi in gioco allietando le truppe in un viaggio per l'Europa, con un tour fa tappa ora dalla Spagna, ora dalla Costa Azzurra. E scoprire che c'è chi gioca sporco, tra gruppi a cappella che ammettono strumenti e padri redivivi, coinvolti in situazioni di dubbia legalità. Pitch Perfect 3, uscito da noi in sordina e in ritardo, è una piacevole via di mezzo a cui non si osava chiedere nulla di più, nulla di meno. Questa volta, esplorando nuove sottotrame, la commedia musicale si tinge di sfumature criminose, e una regia da action finisce per dare spazio più alle gag comiche di una Rebel Wilson bad-ass che alle canzoni. Misto colorato di canto, umorismo grossolano e femminismo militante, non ne sentirò la mancanza ma da vecchio orfano di Glee, da spettatore che se si tratta di commedie demenziali non va affatto per il sottile, aspetto in fondo l'arrivo di un altro ibrido sul pentagramma; di un'altra scusa per tornare, tra me e me, a canticchiare. (5,5)

Un bambino da sottrarre alla custodia di un padre fanfarone e una strana coppia pronta ad accoglierlo in famiglia. Lo spunto di A Modern Family, vecchio come il mondo, è aggiornato per l'occasione al tempo delle unioni civili e di quelle famiglie monogenitoriali che fanno discutere. Scorretto per finta, è abbastanza innocuo e tenero, in verità, da non scandalizzare troppo neanche il nostro Ministro della famiglia. Tenere l'orfano o non tenerlo: cos'è giusto e cosa sbagliato? Un bravissimo Coogan e il compagno Paul Rudd, particolarmente bello con la barba da hipster, non si pongono il problema: credono di stare meglio da soli e, dopo dieci anni di convivenza, giurano che il loro amore sia ormai cosa finita. Quel bambino di cui non ricorderanno mai il nome li tiene insieme, li spinge a ripensare alle loro priorità e a mettere il prossimo al centro. La variazione sul tema di Tre scapoli e un bebè, questa volta con una coppia gay e un anonimo teppistello in cerca d'affetto per protagonisti, risulta mediamente divertente e trasmette quel po' di dolce progressismo che basta. Ma la lezione, già familiare agli americani, non rivoluzionerà di certo i nostri cinema, il nostro pensare. In una stagione in cui le commedie leggere leggere sono le bene accette, sì, ma i messaggi importanti, gli insegnamenti di civiltà, avrebbero avuto bisogno di maggiore eco per aprire gli occhi. (6)

Tre adolescenti pronte a spiccare il volo e i loro rispettivi nonché preoccupatissimi genitori. Leslie Mann, mamma single che teme la solitudine; un inedito John Cena, papà piagnucoloso di una futura campionessa di calcio; Ike Barinholtz, alias il fac-simile di Mark Walberg, che divorziando ha perso la moglie, ma non quella primogenita che tentenna all'idea dell'outing. Se in una commedia assai alla buona, lo spunto ironico ma affatto iconico è presto servito. Il ballo è alle porte, la partenza altrettanto: perchè non perdere la verginità all'unisono, si domandano così le tre amiche, inconsapevoli dei piani di sabotaggio dei parenti. Uniti per cospirare contro i capricci delle ragazze e, si spera almeno, per farci ridere. Giù le mani dalle nostre figlie, a rischio di confusione con il francese Non sposate le mie figlie!, ha difetti grandi e piccoli: Cena non possiede un po' della verve del collega The Rock e Barinholtz avrà diritto sì alla storyline più toccante, ma alla deliziosa Mann tocca riconoscere a mani basse i tempi comici migliori. Quello davvero imperdonabile, di difetto, è come spesso succede un altro: il trailer. Lo stesso che ti svela le gag più spassose, tra gare alcoliche per via rettale e tanga prelevati dal cassetto sbagliato. Lo stesso che ti ruba l'ilarità delle situazioni, in una sera prima degli esami a cui, già di tuo, chiedevi le scarse pretese di un'altra stupida commedia americana. (5,5)

mercoledì 17 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Room, Il caso Spotlight

Miglior film, Regia, Attrice, Sceneggiatura non originale
Una mamma prigioniera, un figlio che non ha mai visto l'esterno. Dopo la fuga, il miracolo impensato di una seconda infanzia per il piccolo Jack - tra i narratori più dolci in cui mi sia mai imbattuto – e anche per noi lettori. A volte, troppo presi dal resto per accorgerci di quanto sia azzurro il cielo e di quanto grande, ma spaventoso sia invece il mondo. Là fuori, piccoli principi - sui loro pianeti a forma di capanno degli attrezzi - e orchi famelici. Mi era piaciuto raccontarvelo come una fiaba, a parole mie. Un ricordo per un ricordo, scambio equo, e una panoramica personalissima su undici metri che racchiudevano tutto l'amore e tutta la speranza di questa nostra folle umanità. Nella Stanza, c'è però chi ci ritorna. Ho letto il bestseller di Emma Donoghue a dicembre e l'ho incoronato senza doverci pensare su romanzo dell'anno; dalla mia palla di vetro, da petto e stomaco che scalpitavano all'unisono, vi avevo anticipato la sua necessaria presenza alla notte degli Oscar, dopo la calorosa accoglienza a Roma e il premio alla migliore attrice protagonista ai Golden Globes. Lo avevo letto in cerca del meglio – sull'innocente Jack, così minuto eppure così forte, il fardello di un triste inizio e delle mie aspettative astronomiche – e, di lì a poco, avrei visto la trasposizione cinematografica a cura di Lenny Abrahmson, già autore del dissacrante Frank, con simile ansia. Se Revenant era un'americanata senza fantasia e Brooklyn una commedia retrò dallo scarso mordente, in Room cercavo la potenza e l'originalità di cui il cinema indie è naturalmente capace. Il miglior film della competizione, o almeno il mio - amante, al contrario dell'Academy, del cinema di nicchia, più della sostanza che della forma e di emozioni che, nel tempo, non ti tradiranno. Room, rimaneggiato, è altrettanto struggente e trasognato. Una trasposizione rispettosa e calzante di un racconto che si articola in due parti: la vita dentro, sotto chiave, e l'avventuosa conquista del fuori. Ma dove si sta meglio e dov'è più facile volersi bene? Per vivere in questo mondo, ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, invece, per sopportarla – la vicenda infatti sconvolge, ma i toni sono quelli delicatissimi in cui confidavo sin dall'inizio - basta guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay, grandi e stupiti, mentre contempla un cielo di un colore sconosciuto, ritagliato tra i fili del telefono, i rami secchi, la ruggine del pick up del padre assassino. Ancora in cattività, ma presto libera, una intensa Brie Larson: la notevole somiglianza fisica, la confidenza e l'intimità di un piccolo set, di una piccola stanza, rendono i due attori metà combacianti e parenti di sangue. Lui, ancora più di lei, è un ometto da applausi: inspiegabile la sua mancata candidatura. E Leo, al posto tuo, avrei avuto paura del prodigioso Jacob. Si sorride, inteneriti. Si piangono fiumi di lacrime, ma sono sincere, e scorrono più per le cose belle che per quelle brutte. E nel dramma madre-figlio di Abrahmson, nonostante la rabbia e il disgusto, c'è davvero tanto per cui gioire: l'amore non ha confini, la stanza è un buco arredato alla bell'e meglio, ma il film del regista irlandese sa essere immenso. Ciao Ma', sii forte, e ciao Jack, di mezza spanna già più alto. Sapete che in sala sta per passare una perla tutta schegge e speranze che parla niente meno che di voi? Arriverci Letto, arrivederci Armadio, arrivederci Specchio; a tutti, addio. Anche a te, cuore, che ormai dici di voler restartene lì, per un altro po'. (8,5)

6 Nominations 
Siamo negli anni ottanta e, in una commissariato di Boston, c'è una mamma interrogata, insieme al figlio. Il bambino è stato molestato - e da chi, all'epoca, non ti saresti aspettato mai. Il suo aguzzino indossava l'abito talare. Ma il crimine non poteva essere denunciato: si seppelliva la verità sotto mucchi e mucchi di sabbia, se poteva creare scandali mediatici. Per il sacerdote, il minimo indispensabile della pena: il trasferimento presso un'altra parrocchia. E lì, come riveleranno i coraggiosi giornalisti del Globe, altre vittime innocenti, altri occhi chiusi, altre menzogne. Sono trascorsi quasi vent'anni e siamo precisamente agli inizi del nuovo millennio, quando nella redazione di un quotidiano locale arrivano un nuovo direttore e, dal passato, uno scoop. All'incirca, le statistiche dimostrano che il sei percento dei sacerdoti, almeno una volta, ha abusato di un loro piccolo parrocchiano: un chirichetto, il bambino più timido che frequenta il gruppo del catechismo, un fragile dodicenne che ha confessato al parroco gli ingenui sospetti sulla propria omosessualità... Fatte le debite proporzioni, nel capoluogo del Massachussets dovrebbero essere quasi novanta i preti tacciati di pedofilia. Invece, risultavano dieci scarsi quelli implicati in lunghi casi giudiziari che si erano conclusi o con l'omertà, o con un irrisorio risarcimento danni. E gli altri ottanta a piede libero, ma mai denunciati? Cos'era stato, soprattutto, di quei minori che per vergogna non avevano chiesto prima giustizia? Spotlight, presentato in anteprima a Venezia, premiatissimo e nominato nelle maggiori delle categorie, è un thriller che ruota intorno alle indagini di un manipolo di tenaci reporter statunitensi, invischiati in un caso che sfugge, disgusta, mette a dura prova i nervi. All'inizio, hanno pochi nomi e tanti nemici. L'indagine è circostritta e delicata. Da metà in poi, lo scandalo pedofilia supererà i confini nazionali e, nel mirino, il vicino di casa, il vecchio insegnante di religione, il Vaticano. E la Chiesa che, potente e corrotta associazione a delinquere, intima che si faccia al più presto silenzio. Tom McCarthy, ispirandosi a un'indagine Premio Pulitzer, scrive e dirige un film d'inchiesta che ha, dalla sua, insieme a una storia spinosa e quantomai attuale, un cast d'eccezione. Prevalgono la dimensione corale, la portata della notizia e la ricerca dei sopravvissuti al tocco ignobile di alcuni adulti, piuttosto che le singole storie dei giornalisti in azione. I riflettori saranno puntati, dunque, sui dati nudi e crudi e sui resoconti delle vittime, non su prove attoriali piene di discrezione, tatto e naturalezza – Keaton, Schreiber, Tucci e Crudup non sono meno soprendenti, infatti, del sempre grande Ruffalo e di un'anonima Rachel McAdams. Le vittime, bambini bisognosi e taciturni a cui un cattivo sacerdote, un orco, aveva rubato l'innocenza e, peggio, la Fede nel prossimo. Non ci sono religioni giuste o sbagliate, non c'è un Padreterno che vendica in questa vita – e nell'altra? - i torti subiti: la colpa, conferma il lucido e analitico McCarthy, è degli uomini. E lo fa con uno stile cronachistico, valido e incalzante, ma con il taglio di un documentario. Spotlight, percio, seppure fruibile e schietto, è un film d'inchiesta che ha riflessioni e dita puntate, ma non il guizzo. Incontrovertibile e ingiudicabile. Non la mia idea di miglior film, laddove l'attinenza ai fatti e il forte realismo lasciano da parte il piacere di una storia – vera o falsa che sia – raccontata con personalità, assieme ai non trascurabili benefici della quarta parete, qui assente. Ci perde Dio, sotto accusa. Ci perde l'essere umano, vile. E quando ci guadagna qualitativamente parlando il cinema, se trionfa la verità? (6,5)