lunedì 8 ottobre 2018

Recensione: Dai tuoi occhi solamente, di Francesca Diotallevi

Dai tuoi occhi solamente, Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 16,50, pp. 207 |

Si presenta alla loro porta spaccato il secondo e suona il campanello con una pressione decisa del dito indice. La puntualità maniacale, la fermezza delle mani, sembrano essere i primi segni rivelatori di un carattere poco amabile. Brusca come chi è disabituata alle relazioni umane, spesso riservata ai limiti dello scortese, questa Mary Poppins a rovescio arriva a casa Warren non grazie al prodigioso vento dell'est, ma con un inserto del giornale riposto nella tasca del soprabito.
In quel di New York, infatti, c'è una famiglia a soqquadro – due bambini incantati dalle avventure di Lessie alla tivù, una mamma il cui trucco pesante non nasconde lo stress per la nascita imminente di un terzo figlio, un papà in crisi creativa – che ha tutta l'aria di avere il disperato bisogno di qualcuno come lei. Senza grilli per la testa, sprovvista del tipo di bellezza che possa indurre in tentazione il capofamiglia, la tata francese si prende cura con dedizione della casa in disordine, e della loro storia privata. Al pari dell'eroina dei romanzi per l'infanzia di Pamela Travers ha, dalla sua, un po' di magia: si dà il caso che sappia fermare il tempo da dietro l'obiettivo dell'irrinunciabile Rolleiflex. 
La tata si chiamava Vivian Maier, e questa è la sua storia. Una storia vera, incredibile ma amarissima, che inizia come una fiaba anni Cinquanta e si conclude mezzo secolo dopo: nell'anonimato, nella povertà, nella solitudine di un amore mancato e di una felicità, di un talento, vissuti con un ingiustificato senso di inferiorità. Durante una sera di neve, in un parco di Chicago dove la sorte oscura della tata avrebbe comportato, però, la fortuna di un antiquario dall'intuito eccezionale: l'uomo che avrebbe esposto nella sala di un museo quegli scatti mai sviluppati – bambini che giocano per strada, mani intrecciate, baci o sguardi rubati, per un totale di centocinquantamila fotografie da lei rinnegate come figli abortiti –, alimentando da lì in poi l'enigma di Vivian.

Ognuno di noi ha una storia. È scritta tutta nel volto. Le storie sono sempre nei volti, sai? Impara a decifrare gli sguardi, a leggere le pieghe della pelle, il mondo in cui si atteggia una bocca, e avrai la storia di una persona.

In questa biografia romanzata cerca risposte la sempre bravissima Francesca Diotallevi, autrice della scuderia Neri Pozza in cui ho creduto ciecamente sin dai tempi dell'esordio – come lei, d'altronde, ha sempre creduto in me. All'apparenza non lontano dalla sua comfort zoneDai tuoi occhi solamente è in realtà il suo lavoro più difficile. Da un lato, infatti, abbiamo il potenziale di una protagonista straordinaria che ricorda la versione in carne e ossa della dolente Olive Kitteridge, dell'indimenticabile portinaia dell'Eleganza del riccio, delle muse solitarie nei caffè a olio di Edward Hopper. Dall'altro, invece, la personalità sfuggente della Maier era un mare sconfinato in cui un'autrice trentenne correva il serio rischio di perdersi. Sballottata tra gli Stati Uniti e la Provenza come un oggetto smarrito, Vivian impara presto a non affezionarsi a nessuno: non a Jeanne, coinquilina con cui dividere una stamberga nel Bronx che la inizia alla celluloide; non alla zia, che in casa accoglie un uomo delle cui attenzioni morbose la ragazzina è purtroppo la destinataria; non all'odiata mamma Marie, né tanto meno al turbolento Karl, fratello maggiore in custodia cautelare. Non alla silhouette delle alpi – deve sentirne nostalgia anche la Statua della Libertà, altra francese in terra straniera –, non al caos di una metropoli che smaltisce l'insonnia al suon di mille clacson. Ma, e l'esperienza insegna, non si diventa maestri di addii con la forza dell'abitudine.

Sa, ho sempre pensato che ci fosse un legame tra la scrittura e la fotografia. Lo dice la parola stessa: phòs, luce, e graphè, scrittura. Letteralmente, luce che scrive. Non lo trova meraviglioso? Lei scrive con luce, Miss Maier?

Vivian Maier sedeva all'ultima fila in autobus, dava false generalità, studiava il voyeurismo nel cinema di Hitchcock – era quella stessa propensione che la portava a immortalare incidenti, a imbucarsi al cimitero in nome di un'inspiegabile tensione all'assoluto – e, in una stanza barricata, accumulava compulsivamente scontrini, biglietti, giornali. Si circondava di storie su storie, rimandando a domani lo scioglimento della sua. Fuggiva per non essere scacciata, mordeva per non essere morsa, vestiva un'armatura per non essere messa a nudo: arduo, perciò, scalfirne la corazza impenetrabile. Nella finzione letteraria ci provano i Warren: i piccoli Arthur e Grace, di cui la protagonista apprezza la sincerità spassionata; il padre Frank, insoddisfatto autore di best seller che legge nelle “stanze buie” di Vivian quando lei, per istinto di autoconservazione, vorrebbe di nuovo fare dietrofront. In libreria, invece, tenta – e fa centro – un'indagine psicologica minuziosa ed evocativa, a opera di un'autrice abituata a lavorare di fino nella camera oscura dei suoi processi creativi, a destreggiarsi in una ricerca quanto mai frustrante.

Non tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno lieto fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è la storia di un'ombra.

Come si descrive l'attimo che precede l'istante perfetto? Come, ancora, una donna che appariva una sfinge perfino a se stessa? Francesca Diotallevi osa portare alla luce un'artista da scoprire o riscoprire tra le pagine, e l'abbandono di quel cono d'ombra, di quel limbo, suona al lettore troppo delicato per apparire un'ingiunzione. La donna non scompare, così, come Euridice alle spalle di Orfeo.
Alcuni dicono che le foto fermino il tempo per sempre. Per fortuna, esistono romanzi come questo, dotati dello stesso potere taumaturgico.
Dai tuoi occhi solamente, il cui titolo cita una poesia di Pedro Salinas, invita con gentilezza il mito di Vivian Maier a lasciare il suo comodo rifugio nelle retrovie. A imparare a sorridere un po', prima del flash, davanti alla nuova consapevolezza che esista un mondo non senza simmetrie, non senza speranza, dall'altra parte dell'obiettivo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pomplamoose - Eleanor Rigby 

venerdì 5 ottobre 2018

Recensione: Vox, di Christina Dalcher

| Vox, di Christina Dalcher. Nord, € 19, pp. 416 |

Alle parole non diamo un numero. Spesso, alle parole non diamo peso. Le usiamo per indicare assenso o dissenso, per affermare o negare, per leggere, scrivere e fare l'amore. Perfino da soli, quando cantiamo insieme alla radio o ragioniamo mormorando in una stanza vuota, la voce fa il suo giro. L'aria entra e attraverso i meccanismi magici della catena fonatoria fuoriesce, infine, facendosi verbo. Parlano i gesti dei bambini e quelli degli autostoppisti al volante, parlano coloro che hanno riportato gravi lesioni al cervello non dando però un senso al loro farfugliare confuso, nel caso di noi italiani – che gesticoliamo al telefono, che ci sbracciamo in strada – parlano anche le mani, incapaci di stare ferme ai lati del corpo. Nei miei due esami di Linguistica, i più difficili ma interessanti sostenuti negli anni dell'università, del suono ha imparato la natura fisica e armonica, i tecnicismi difficili da padroneggiare e gli infiniti misteri. Con la mia infarinatura accademica, leggevo l'esordio di Christina Dalcher – professionista del campo dalla grande pregnanza lessicale e, a sorpresa, dall'altrettanto grande abilità narrativa – e annuivo, un po' orgoglioso nel sapere cosa mi stesse dicendo a proposito dell'area di Wernicke e dell'area di Broka, della lallazione e dell'età critica nelle fasi dello sviluppo, di dettagli che in realtà fantascienza sembrano ma non sono. È con il mio essere eppure laconico per natura che leggevo, per l'appunto, e mi mettevo nei panni della protagonista: siamo in un futuro distopico tutt'altro che implausibile, infatti, e gli Stati Uniti, guidati da un presidente fanfarone e dal Movimento della Purezza, sono tornati a un secondo Medioevo riducendo il genere femminile al silenzio.

Puoi portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.

C'è voluto pochissimo affinché misoginia e tirannide prendessero il sopravvento sulla civiltà americana. Dai salotti televisivi dei predicatori locali alla Casa Bianca il passo è stato breve. Le scuole, le case, sono cambiate da un anno appena. Con i libri, le penne e i post-it sotto chiave. Con le macchine da cucire, i kit di giardinaggio e gelati in premio alle studentesse silenziose a sostituire i banchi di formica o i progetti di gruppo. La liberale e instancabile Jean ha quattro figli, origini italiane, un'esperienza saffica negli anni della giovinezza, un amante scienziato di nome Lorenzo e un'unica sfortuna: essere nata donna. Alle omosessuali spettano campi di rieducazione forzata, alle adultere i capelli rasati a pelle e il convento, alle nubili matrimoni combinati o la via alternativa della prostituzione. Lei ha invece dovuto rinunciare a malincuore al suo impiego – con l'autrice condivide proprio il mestiere di linguista –, per provvedere a una casa a cui non vuole stare appresso, recalcitrante all'idea di essere l'angelo del focolare; per covare un rancore naturale ma ingiustificato verso il marito e i figli maschi, che al contrario della protagonista e della piccola Sonia possono alzare la voce a piacimento.

Mi manca parlare. Ma, più di tutto, mi manca sperare.

Con debiti evidenti verso Il racconto dell'ancella, tornato in questi anni sotto le luci della ribalta grazie alla pluripremiata serie Hulu e a causa di una politica che ci fa gelare il sangue nelle vene, Vox ha soprattutto all'inizio il suo bel da dire. Un mondo che inquieta per quanto appare plausibile, riflessioni interessantissime sulle relazioni uomo-donna e i ruoli di potere, una narratrice che volendo può fare la differenza. Non vi dico troppo: a un certo punto, Jean si ritrova con una pesante spada di Damocle sulla testa e senza il suo contatore argentato al polso. Richiamata in un laboratorio di Washington in quanto luminare imbattuta, studia l'afasia all'interno di una task force finalmente riunita. Chi sono, tuttavia, le vere cavie? La Dalcher abbandona presto i drammi del quotidiano per una scienza che parla a lingua sciolta di sé, di cure, di armi batteriologiche; preferisce i laboratori asettici in cui tutto è Top Secret alle famiglie sgomente. La svolta, a mio dire discutibile, trasforma il romanzo in un medical thriller al cardiopalma con atmosfere da film complottistico in cui, nonostante i ritmi vertiginosi, o forse proprio per quelli, si perdono in fretta lo spunto di partenza e il rabbioso senso di ingiustizia che lo pervadeva. Le ultime cento pagine in particolare riescono nell'impresa impossibile di rovinare le trecento precedenti: frettolose, furbastre, liquidano in quattro e quattr'otto distopia, triangolo amoroso e dilemmi morali, all'insegna del lieto fine e delle sue conseguenti forzature.

Mostri non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni artificiali di uomini folli che, come l'incauto Frankenstein, credono sempre di saperla più lunga degli altri.

Vox e la sua sentita crociata generalizzano, e non realizzano che il silenzio non sempre è un male. A volte, è d'oro. Come idee vincenti simili a questa, che, per ironia della sorte, avrebbero avuto bisogno di qualche parola in meno per centrare il bersaglio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Disturbed – The Sound of Silence

mercoledì 3 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Maniac | BoJack Horseman s05

Lei, ribelle ma vulnerabile, cerca di superare la morte della sorella. Lui, schizofrenico, è chiamato a testimoniare il falso in tribunale per salvaguardare la reputazione della stessa famiglia che lo ha ripudiato, mentre tutt'intorno crede di scorgere i segni di un complotto da sventare. Come i protagonisti strampalati di un boy meets girl del Sundance, si scopriranno complici in un contesto dei più particolari: la sperimentazione di un nuovo farmaco per elaborare e combattere, fase dopo fase, il malessere che li accomuna. Siamo in un futuro minimalista alla Spike Jonze, con gli uffici arredati come in quegli anni Ottanta tornati noiosamente in voga e un'intelligenza artificiale dai desideri di donna che, ammalatasi un giorno di malinconia, s'impunta per sabotare i piani di Justin Theroux, scienziato sopra le righe con questioni irrisolte con mamma Sally Field – adorabile al solito, è sempre lei a prestare la voce a un processore che fa i conti con i lati oscuri del lutto. Ma se i farmaci sperimentali prevedono la somministrazione delle pillole di Matrix, per le cavie si spalancano scenari inimmaginabili soltanto in teoria – vedasi i sogni a occhi aperti di Gondry e Nolan, o perfino i viaggi tra generi cinematografici di un Capatonda in cerca d'autore. I protagonisti a volte sono due coniugi che salvano un roditore dall'essere ridotto in pelliccia, e a volte ladri imbucati a una seduta spiritica dei ruggenti anni Venti; alcune elfi mitici verso un lago miracoloso, altre membri di clan mafiosi in cui il sangue è legge; infine, agenti segreti allo scoppio di un'invasione aliena. Nei loro sogni fanno coppia, anche se non dovrebbero; salvano l'universo, salvando frattanto loro stessi. Un'affinità dettata dal fato o dai piani alternativi di un processore irascibile? Qual è la costante, caos a parte, delle danze da un'esistenza all'altra? A spiegarcelo è Maniac, la serie più attesa dell'anno accanto al già deludente Sharp Objects: commedia terapeutica che di folle, di nuovo, in realtà ha solo qualche nome vincente nel cast. A ben vedere, tolta la confusione degli episodi introduttivi, l'originalità manca. Manca la sostanza, da me preferita alla forma. Manca il cuore, a cui in fase di sceneggiatura si è preferito il cervello. Tanto rumore per nulla? Se non per nulla, comunque per poco. E quel poco lo si deve ai toni da commedia indie, alle citazioni mai rinfrescate a dovere, ai piani sequenza di Cary Fukunaga pasticciati stavolta con lo splatter e la computer grafica. Alle smorfie di Emma Stone, a tratti bella e a tratti bruttissima, a tratti troppa; alla bravura di quello sottovalutato del duo, Jonah Hill, che sembra tristissimo anche quando su di giri. Sarà per questo che si storce il naso, in una chiusa che altrimenti avrei adorato: davanti alla banalità di una risposta – indovinate, coraggio, meglio l'illusione o la vita reale? – che cozza contro la fittizia autorialità del progetto. I motivi che mi hanno reso la visione insospettabilmente leggera e godibile, insomma, sono gli stessi che non hanno elevato la serie in mezzo a un garbuglio di storie già lette, di esperienze già fatte, di film già amati. Maniac non è all'altezza di voci di corridoio che ce lo raccontavano geniale. Piace, a modo suo, ma non da impazzire. (6,5)

Ho calcato per la prima volta i red carpet di Holliwoo lo scorso anno, con un ritardo affatto elegante che mi aveva regalato però la gioia di quattro stagioni consecutive. Questa volta senza corsia preferenziale, mi è toccato aspettare i comodi di Netflix, dei rehab e delle star che amano tardare: mettermi in fila. Ne è valsa la pena, anche se eccezionalmente qualche difetto l'ho scorto. Provato dalle aspettative troppo alte io, oppure nel torto loro, con una Hollyhock assente ingiustificata, un Todd dalle parentesi comiche quanto mai stonate, un ennesimo dramma – quello della dipendenza da farmaci – non percepito come tale prima del nono episodio, in cui tutto si fa serio all'improvviso? Fatto sta che un anno è passato, e che BoJack Horseman resta lo specchio perfetto della nostra epoca; il riflesso di idiosincrasie e nevrosi tutte contemporanee, che spesso sfociano nella patologia. Guardane una stagione, infatti, e grazie a sceneggiatori sempre sul pezzo ricorderai cos'è successo intanto intorno a noi, quel che abbiamo letto o visto, di cosa ci siamo rimproverati con acredine guardandoci allo specchio nei giorni no. Ecco gli scandali sessuali, un femminismo da salotto televisivo, tentati abbordaggi che nell'era del metoo non passano inosservati, dipendenze che chiedono un tornaconto personale a suon di vomito a fiotti o scatti di ira. Diane – e questa è la sua stagione, inutile cercare altri vincitori morali – torna pensierosa e divorziata da un viaggio in Vietnam; Princess Carolyn, qui sottotono, vuole adottare un bambino e vivere da single; Mr. Peanutbutter perfeziona invano le pose da duro e fa un bilancio agrodolce dei propri fallimenti sentimentali. Dopo il mancato Oscar e la mancata paternità, ad aspettare BoJack ci sono invece un giallo a puntate e una sentita lezione di autocritica: non basta rimuginare notte e giorno, scavarsi dentro, per mettersi in salvo dalla depressione. I protagonisti sono dunque chi ancora in cerca, chi in pace. Hanno abbandonato il bivio a cui erano fermi da quattro stagioni a questa parte. Ma non per questo sono più realizzati, più coraggiosi, migliori. Raramente insieme, hanno trame appena accennate e, immersi quanto mai in una forte dimensione metatelevisiva, rischiano di far scomparire il loro privato, e perfino la realtà stessa – ma cos'è poi, se non l'ennesima finzione cinematografica? Questa volta si preferisce procedere per salti temporali, rivangare il passato, mostrare i primi incontri-scontri e le origini della loro tristezza. Sempre un gioiello di scrittura, impegnatissima ma un po' incostante nella pianificazione, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci –, ma a questo giro non strappano il cuore. Accendete: c'è l'esistenza in onda. La pubblicità dice di chiedere aiuto a terzi, in caso di bisogno, e i fantasmi sussurrano dalle tombe che il segreto per vivere felici è essere visti. Magari in bingewatching? (7,5)

lunedì 1 ottobre 2018

Recensione: Come fermare il tempo, di Matt Haig

Come fermare il tempo, di Matt Haig. Edizioni E/O, € 18, pp. 368 |

A prima vista non gli daresti più di quarant'anni. Immaginalo, infatti, snello, ordinato, distinto – in un film di prossima uscita, leggevo, potrebbe avere il fascino di Benedict Cumberbatch. Dietro i modi eleganti e la conoscenza enciclopedica di Tom, attualmente professore di storia in un modesto liceo di Londra, si nasconde un segreto a cui il resto del mondo farebbe fatica ad abituarsi, senza scomodare almeno esorcisti o scienziati. Anagraficamente, ha quattrocentotrentasei anni. Nato in Francia da una mamma uccisa sotto i suoi occhi con l'accusa di stregoneria, non ha sempre avuto quel nome, quella professione, quel domicilio. Da eterno migrante, patisce la solitudine, il jet lag e la paura del futuro: invecchia di un anno ogni quindici, ed è impossibilitato a soffermarsi in un posto per più di un decennio. Così ordina la Società degli Albatros: sindacato per pochi eletti che, con le buone e con le cattive, tiene all'oscuro i mortali – le Effimere – dai misteri dell'anageria.

Una nave alla fine si deve fermare. Deve raggiungere un porto, un riparo, una destinazione, nota o ignota. Deve arrivare da qualche parte e fermarsi lì, altrimenti qual è lo scopo di una nave? [...] Non sono una persona. Sono una folla racchiusa in un unico corpo. Sono stato uomini che ammiravo e uomini che detestavo. Sono stato eccitante e noioso, felice e infinitamente triste. Sono stato sia dalla parte giusta sia da quella sbagliata della storia. Per dirla in breve, mi sono perso.

Nel Curioso caso di Benjamin Button si viveva a rovescio, venendo al mondo anziani e andandosene poi neonati; in Vita dopo vita e Reincarnation Blues la caducità dei protagonisti non impediva comunque il loro eterno ritornare; tra le pagine di Anne Rice e Audrey Niffenegger, invece, in un caso un vampiro irrequieto e nell'altro un viaggiatore del tempo senza radici mettevano in rima identità ed eternità. Ultimo ma non ultimo, grazie a una bellissima variazione sul tema in fondo nemmeno particolarmente innovativa, si aggiunge a questo intenso filosofeggiare di massimi sistemi, amore e morte, il protagonista di un Matt Haig letto adesso per la prima volta. Il suo Tom passa attraverso gli anni con la leggerezza e l'autoironia di chi ha imparato che fa male al cuore prendersi inutilmente sul serio. Garbato, mai saccente, vincolato dal peso del proprio segreto ma amante della condivisione e infatuato dell'idea stessa di amore, non metteva piedi in Inghilterra dal Seicento. Quando c'erano il puzzo delle concerie, gli orsi ballerini per attrazione turistica e opportunità sorprendenti per i suonatori di strada – liutaio squattrinato, senza arte né parte, era stato reclutato nella compagnia teatrale di William Shakespeare per mettere in musica Come vi piace. Quando c'erano, soprattutto, Rose e Marion: la moglie morta di peste e l'unica figlia, con gli stessi geni del padre e un destino da fuggitiva. Sulle sue tracce da allora, il professore centenario – nelle esistenze precedenti marinaio, pianista, sicario – combatte invano l'insonnia e l'attrazione per Camille, collega con la quale è tutto un doloroso déjà vu.

Mi sono innamorato una volta sola in vita mia. Immagino che, in un certo senso, questo faccia di me un romantico. L'idea che noi tutti abbiamo un unico vero amore, e che dopo la sua scomparsa nessun altro possa reggere il confronto. È un'idea dolce, ma la realtà è terrore puro. Dover affrontare innumerevoli anni di solitudine dopo. Esistere quando il senso della propria vita non c'è più.

A stargli con il fiato sul collo, oltre alla strana malattia genetica, è Hendrich: mandante millenario e dalla dubbia moralità, che subodora complotti dappertutto e assicura al romanzo di Haig svolte spionistiche, a onor del vero, poco necessarie. Cosa possono le sue minacce, le sue trame, contro la viralità dei social, dei siti d'incontro, dei trend di YouTube? Come si può scegliere deliberatamente la segretezza, se un vecchio akita salvato dal canile, la compagnia di una donna che legge grandi classici sulle panchine o le domande di uno studente brillante ti invogliano dopo secoli alle passeggiate nel parco, a sorseggiare Martini mai provati, a correre il rischio di essere coraggioso? Ho avuto la sfortuna di leggere Come fermare il tempo in un periodo in cui ne avevo poco, di tempo. L'ho fatto durare una settimana. La fortuna, così, è stata quella di sfogliarlo a piccole dosi: godendomelo appieno. Passato e futuro dialogano per dichiarare di comune accordo che a esistere sia soltanto il presente, l'attimo. Si viaggia verso le terre selvagge scoperte da Cook, si offre da bere a Francis e Zelda Fitzgerald in un music hall dei ruggenti anni Venti, si assiste a un concerto con Tchaikovsky come direttore d'orchestra al cospetto dell'esimio Andrew Carnegie in persona.

Ogni volta che vedo qualcuno leggere un libro, specialmente se si tratta di una persona da cui non me lo aspetterei, sento che la civiltà è un po' più al sicuro.

Il secolo corrente è la rozza copia del precedente, innamorarsi è vietato ai membri della Società, l'orologio gira e ticchetta inesorabilmente. Cosa ci suggerisce la nostra inossidabile bussola morale? Come ingannare quel divenire che riduce in cenere coloro che non riescono a stare al passo del longevo Tom? Le risposte non stupiscono, le conoscevamo già, eppure non si può fare a meno di volere bene a Matt Haig, che qui e lì ci regala frasi da incorniciare, e al suo simpatico viaggiatore solitario. Quattrocento pagine, quattrocento anni, il dono e la maledizione di un'eterna nostalgia. L'autore ce ne rende partecipi con la famosa verve britannica, carpendone la vastità senza renderci mai schiavi della pesantezza. Senza commettere l'errore di imbrigliarlo mai, un tempo ora galantuomo e ora tiranno, che ogni giorno ci rende partecipi di un gioco di magia lungo tutta la vita. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Harry Styles – Sign of the Times

venerdì 28 settembre 2018

Recensione: Ogni stella lo stesso desiderio, di Laura Bonalumi

| Ogni stella lo stesso desiderio, di Laura Bonalumi. Piemme Vortici, € 13, pp. 208 |

Arriva a ottobre, a lezioni inoltrate, sovvertendo gli equilibri interni di un classe – una terza liceo, per la precisione – di diciotto studenti, colti alla sprovvista da quell'inatteso più uno. 
Si chiama Guido, è l'ultimo arrivato in città e, timidissimo, non vorrebbe fare troppo rumore. Lo denunciano presto, tuttavia, le assenze frequenti di cui si spettegola tra i banchi di scuola, quando il dramma del cambiamento dei posti a sedere è ormai acqua passata; una tosse aggressiva, soprattutto, che scuote il suo corpo magro e le convinzioni di una diciassettenne acqua e sapone subito incuriosita da un coetaneo che fra i sogni nel cassetto ha quello di pubblicare una raccolta di poesie e innamorarsi. Amelia non sa ancora che leggerà appassionatamente le prime e che, a cuore aperto, lo aiuterà a spuntare il secondo punto della sua bucket list: avere una ragazza accanto, nella buona e nella cattiva sorte.

Sottolineo a matita frasi che mi piacciono, cerchio interi paragrafi che mi emozionano, incollo post-it colorati su pagine che sembrano memorabili. Mi piace pensare che i miei libri vivano. E io con loro.

Scoperta lo scorso anno con Voce di lupo, prezioso romanzo di formazione sul crescere e sul perdonarsi consigliato non soltanto a un pubblico di giovanissimi, Laura Bonalumi è tornata in libreria con un altro titolo per ragazzi: un'altra storia di adolescenti costretti a fronteggiare presto un mondo che non fa sconti, un'altra faccia del dolore. Si parla, infatti, di amore e malattia: binomio amaro, ma che su carta è spesso vincente. 
Il misterioso Guido, infatti, è malato di fibrosi cistica, e a lungo, durante la lettura, sarà ricoverato in ospedale con una flebo nel braccio e una camera asettica tutt'intorno: troppo cagionevole per stare a contatto con gli altri, costantemente in apnea. Amelia, e con lei una Laura armata di speranza e discrezione, lo raggiungono lì. Si parlerà dunque dei dispiaceri dei giovani ai giovani, con la delicatezza di sempre a rispondere all'appello. Sono le modalità, questa volta, a essere purtroppo meno originali, con le relazioni a tempo determinato di John Green, Alessandro D'Avenia e Silvia Montemurro e gli scambi telematici di Le ho mai raccontato del vento del nord. Ci si parlerà, sì, ma per via epistolare, con le e-mail di Daniel Glattauer a rimpiazzare le lettere vecchio stile. Ne nasce una corrispondenza che li fa conoscere, svelare, scoprire indispensabili l'uno per l'altra: i genitori che si preoccupano per il troppo tempo speso in chat, le migliori amiche che non a torto sindacano che il male di Guido potrebbe rovinare la giovinezza di Amelia. Sanno tanto di loro per iscritto, ma non che forma abbia precisamente il naso di cui lei tanto si vergogna; non l'altezza esatta di lui, né la sfumatura nocciola dei suoi occhi belli. Si piacerebbero faccia a faccia, in un ambiente neutrale, dopo essersi confessati l'inconfessabile con l'ausilio di una scrittura che li ha resi affini? Cosa sarebbe della spensieratezza della protagonista, che assorbita dalle problematiche di Guido, dall'inseguimento di un tempo tiranno, rischia di crescere in fretta per sostenere un amico – e molto più – nei momenti difficili?

Se solo il vento potesse regalarmi un po' del suo respiro
Lo userei per raccontare la bellezza della vita
La gioia di svegliarmi ancora vivo
Il timore di dormire per sempre.

Lui ha bisogno all'inizio di un cellulare che prenda, di norme sanitarie rigorose, di mascherina e camice sterili. Lei, che travalica il ruolo di fidanzata rischiando di diventare per forza di cose una chioccia invadente e apprensiva, così facendo rischia di non godersi il poco tempo assieme. Loro, che parlano di sentimenti forse troppo presto citando ora Shakespeare e ora Colpa delle stelle, si scrivono tantissimo e mi si svelano tardi e poco: colpa del filtro delle chat, di frasi ragionate e battute sulla tastiera, che impediscono che a raccontaceli siano i gesti grandi e piccoli; tutta la goffa spontaneità dei diciassette anni. 
Ogni stella lo stesso desiderio, per il resto, non compie passi falsi, tocca la sensibilità dei lettori senza strappare lacrime scontate e mi ha illuminato sui drammi di un male affatto raro – la fibrosi –, che ho la fortuna di non conoscere nella mia vita, se non di nome. Il suo limite isolato: quello di non raccontare nulla che non sia stato già raccontato altrove, pur facendolo bene. L'ultima Bonalumi punta a superare la paura delle vertigini, l'ennesima scarpinata impervia. Mira al cielo aperto, ma portava più in alto grazie alle montagne di un romanzo fa. Quelle che, galeotto l'imprinting del fortunato Cognetti, brillavano ben più di queste stesse stelle avverse.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ermal Meta feat. Elisa – Piccola Anima

mercoledì 26 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Castle Rock | Atypical S02

Ci sono nati il cane Cujo, l'antiquario di Cose preziose, i bambini di Stand By Me, lo scrittore fuori di sé di La metà oscura. Castle Rock, Maine, è la città immaginaria che nutre i crimini di sangue e i best-seller di sicuro successo. L'isola che non c'è, potremmo dire, o meglio: l'inferno che voleva esserci; farsi anche TV, se l'orrore piace pure a puntate. Le produzioni ispirate ai successi di King, tuttavia, le si accoglie sempre con un altro tipo di paura: quella che accompagna gli adattamenti deludenti, i progetti morti sul nascere in quanto mediocri. Così è stato, almeno, prima per Under the Dome, poi per The Mist. Quale destino si doveva mettere in conto invece per la sperimentale Castle Rock, serie scritta dal nuovo che il Re non lo avrebbe adattato, bensì omaggiato? L'omaggio, chiariamolo, è molto alla lontana: soprattutto ai conoscitori superficiali, potrebbe apparire perfino pretestuoso; uno specchietto per le allodole. In dieci episodi, ambientazioni a parte, del mondo di King – auguri a lui, che lo scorso venerdì ha spento settantuno candeline – in realtà c'è poco: la prigione di Shashank sullo sfondo, l'invecchiato ma valente sceriffo Pangborn, una giovane che per fardello ha il cognome del famigerato Jack Torrence. Non si vuole battere il ferro finché è caldo, no, così come non ci appare un vezzo, l'ennesimo easter egg, un cast con una manciata di attori già familiari a questo universo – parlo di Carrie e It, una meravigliosa Sissy Spacek e lo spiritato Bill Skarsgard, qui in borghese e alle prese con ruoli tutti diversi. È di ritorni a casa, invece, che si parla, con l'avvocato André Holland chiamato a fare luce sui misteri della propria infanzia. Di un giovane senza nome né memoria, prigioniero in un'ala nascosta del carcere, che forse è una vittima, forse un pericolo imminente. Si viaggia tra presente e passato, a cavallo tra realtà, soprattutto se nelle ultime puntate – magistrali la settima e la nona, autentici e toccanti girotondi temporali – l'immancabile J.J. Abrams ci mette lo zampino. Qualcosa e qualcuno non funzionano: il taglio tanto classico da risultare un po' compassato, ad esempio, o i personaggi di Jane Levy e della eppur brava Melanie Lynskey. Ma, se non tutto fila a regola d'arte, comunque fa piacere scorgere tra le righe il King meno indagato: introspettivo, malinconico, esistenzialista. Quello per pochi eletti. Nella fascinosa ma irrisolta Castle Rock, infatti, non ci sono enigmi più grandi del fluire del tempo, della memoria che svanisce invecchiando, delle ormai proverbiali sliding doors. Ci si allontana coraggiosamente, anche a costo di risultare meno vendibili, dalle atmosfere del tormentone Stranger Things, dalle trasposizioni fedelissime che puntualmente fanno flop, dallo scrittore tutto spauracchi che solo un profano si aspetta su carta. Le vie e i sentieri che si diramano, gli incroci, sono potenzialmente inesauribili. La serie Hulu non imbocca sempre quelli giusti, ma neppure i più scontati. Se ne va spesso a tentoni, nel bosco, fra multiversi e maledizioni, e nel suo smarrirsi scopre luoghi bizzarri nonché svolte dall'impensata bellezza lirica. E insieme a quest'ibrido degno di interesse, così, realizziamo strada facendo, al buio, che tutte le strade portano a casa. In una Castle Rock insolita, ma che intanto ti fa primo cittadino e suo prigioniero. (7)

Gli acquazzoni, il tè delle cinque, i ritorni che in fondo aspettavi. L'arrivo dell'autunno porta a domicilio piccole gioie irrinunciabili e appuntamenti fissi. Quest'anno, in attesa che i palinsesti americani riprendano a pieno regime, si è ripartiti con dolcezza, dalla famiglia Gardner. Non una delle sorprese più clamorose dello scorso anno, non lo nego, eppure produzione così quotidiana, così spontanea, che era stato un piacere accettarne gli inviti a pranzo e cena per condividerne la leggerezza e i dispiaceri. Si parlava, da titolo, di Sam: l'annunciato atipico dei quattro. Diciassette anni, poche parole e tanti sbalzi d'umore, una forma d'autismo ad alto funzionamento che lo rendeva poco ferrato in materia di adolescenza e ragazze, moltissimo invece se di mezzo c'erano pinguini da adottare a distanza o ghiacciai a rischio di scioglimento. Ci si affezionava a lui – a sorpresa, non il più problematico del nucleo domestico, nonostante le bizzarrie a fantasia –, e soprattutto a chi gli stava accanto, con il difficile compito di essere assennato e paziente; di far bene. Cose impossibili, si sa: nelle famiglie di ogni dove non esiste né perfezione apparente né tregua. Dopo il rinnovo, eccoli lì, proprio dove li avevamo lasciati: mamma Jennifer Jason Leigh, reduce da una relazione fedifraga smascherata in fretta, è invitata di malo modo ad andare altrove ma intanto cerca il perdono di tutti; papà Michael Rapaport, con quel tradimento che ancora brucia nell'orgoglio, si distrae sposando pienamente la causa del figlio maggiore ma la fatica del multitasking pesa sia sul fisico che sui nervi; Brigitte Lundy-Paine, sorella brillante e ambiziosa, cambia scuola e forse gusti sessuali, se un'avvenente coetanea le dà da pensare. E poi c'è l'ottimo Keir Gilchrist: in una relazione da definire, quasi diplomato, innamorato non corrisposto di una terapeuta dagli occhi a mandorla in attesa di un neonato fuori programma. Meno egocentrico, più adulto, il protagonista conferma ancora una volta la propria magia: la capacità inconsapevole di rendere strane e importanti, intense, le esistenze che sfiora. Naturale proseguimento della prima stagione, senza grandi intoppi né forzature, Atypical ha dalla sua, questa volta, un'accentuata dimensione corale che funziona e diverte grazie a comprimari caratterizzati tutti con lo stesso piglio ironico, tutti con lo stesso cuore d'oro. In un prosieguo che non è il più atipico che avresti potuto immaginare, ma il più corretto. (7)

lunedì 24 settembre 2018

Recensione: Gli scellerati, di Frédéric Dard

| Gli scellerati, di Frédéric Dard. Rizzoli, € 17, pp. 204 |

Ci sono quei romanzi che hanno diritto a una seconda primavera. Quegli autori che rinascono come fossero fenici, dopo la morte, grazie ai miracoli che talora l'editoria riesce a compiere. I casi più clamorosi, negli scorsi anni, sono stati a memoria Stoner e la trilogia di Kent Haruf: il primo biografia fittizia di uno struggente uomo qualunque, l'altra raccolta composita di piccole e grandi storie di un Sud che vota Trump ma sa emozionare nel profondo. Avrebbe potuto essere così, ho immaginato a torto, anche per Gli scellerati: romanzo tradotto per la prima volta a sessant'anni di distanza dalla pubblicazione in patria, a opera di uno scrittore molto prolifico – in vita firmò oltre quattrocento testi, pensate –, noto in particolare per le indagini dell'ispettore San-Antonio e paragonato dai cultori ora a Simenon, ora a Céline. L'ultima occasione di Frédéric Dard era finalmente arrivata, e con un romanzo postumo da acclamare magari come nuovo classico del noir? La copertina sofisticata e gli alti paragoni lo facevano ben sperare. 
Per narratrice troviamo la sfrontata e ambiziosa Louise, diciassette anni e mezzo, un lavoro mal retribuito in una fabbrica di automobili e una casa in cui è difficile fare ogni sera ritorno, tra gli sguardi di un patrigno che alza il gomito troppo spesso e l'amara realtà di una provincia parigina senza redenzione. Dalla parte sbagliata della Senna si sente puzza di cavolo bollito e di smog, tutti conoscono tutti e ci si arrende presto a un destino in serie – lavori faticosi, esistenze modeste, matrimoni infelici. Se non fosse che lo stesso tragitto di sempre, un giorno, regala all'irrequieta ragazza una boccata d'ossigeno; la visione di una famiglia tanto perfetta da fare invidia, con il dondolo sotto il portico, le cene all'aperto e una macchina status symbol nel vialetto. Sono i Rooland, gli americani che non passano inosservati. Sono quello che la protagonista mira a essere. In segreto fantastica, infatti, immaginandone gli interni domestici, il passato glorioso e gli amplessi. Quella casa, quell'isola felice, è il posto perfetto per ricominciare, magari come semplice cameriera. Hanno nove stanze, molti ospiti fissi, tanto disordine a cui stare appresso. Louise fa faville ai fornelli, li prende letteralmente per la gola, e in cambio pretende vitto e alloggio, nonché di entrare a far parte di quel duo mondano. Prevedibilmente, però, non è tutto oro quel che luccica, e un'acerba arrivista finisce così nella tana degli scellerati.

Vero è che quando si lavora in casa d'altri non ci si deve stupire di niente. Bisogna convincersi che la ragione è dalla loro parte, o perlomeno fare finta che lo sia e passarci sopra. Manie e vizi sono rispettabili perché ci pagano per rispettarli.

Lui con le lentiggini sulle guance e una luce interiore abbastanza abbagliante da fare invaghire l'adolescente parvenue, lei pigra fumatrice con un thriller americano sotto il braccio e una relazione clandestina. Ci si può fidare di loro, e il lettore, soprattutto, può fidarsi della versione di Louise – ava di ogni narratrice inaffidabile e personaggio, purtroppo, di rara antipatia? Il suo apprendistato presso i Rooland è breve e all'insegna del già letto. Una morte non accidentale nella seconda metà, un'attrazione sconveniente, un colpo di scena per salutarci in grande stile.
Come se fossimo nella versione d'oltralpe di un intrigo di James M. Cain – e Il postino suona sempre due volte, ricorderà qualcuno, si era già dimostrato abbondantemente al di sotto delle mie aspettative.
Come se si trattasse di uno spiegazzato romanzo da bancarella che, senza grande inventiva, mescola mistero ed erotismo. Non gli giova nemmeno lo stile: infarcito di esclamazioni e attempati puntini di sospensione, contribuisce a rendere la voce di Louise troppo stucchevole e infantile per spacciarla per una seconda Lolita.

Speravo nella notte. Quando il mondo scivola nell'ombra, gli uomini non ragionano più come prima, prestano orecchio alle voci segrete che mormorano dentro di loro.

Ogni tanto, si diceva in apertura di post, in libreria si scoprono tesori tardivi. Non è il caso degli Scellerati, riproposto quando nessuno ne sentiva più la mancanza. Imbellettato, tirato a lucido, non riesce a nascondere a lungo la colpevolezza dei suoi protagonisti o le rughe parlanti della terza età. Con la differenza precisa che intercorre fra i classici, e qui non siamo in presenza di uno di loro, e i romanzi semplicemente vecchi.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Presley – Loving You