lunedì 2 luglio 2018

Recensione: L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr

| L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr. Salani, € 15,90, pp. 300 |

Qualcuno ha detto che il primo bacio non si scorda mai. Flora Banks, diciassette anni, scopre a proprie spese quanto quel qualcuno abbia ragione. A una festa bacia al chiaro di luna Drake: sono su una spiaggia della Cornovaglia, hanno bevuto un po' e lui, in partenza per le isole Svalbard, è il ragazzo di Paige, complice della protagonista sin dai tempi dell'asilo. Sono cose che no, una migliore amica non dovrebbe fare, eppure è successo: metti l'atmosfera giusta nel momento sbagliato, una pietra nera come l'onice in dono. Poco male, perché nella vita di Flora in teoria non ci sarebbe spazio per i sensi di colpa: quella notte – l'euforia del contatto fisico, il contro di un tradimento imperdonabile – è destinata a scomparire senza lasciar traccia. L'adolescente, infatti, non ha la memoria a breve termine. Un'operazione chirurgica, da bambina, le ha tolto un tumore al cervello assieme a qualcos'altro: la capacità di immagazzinare persone, avventimenti e drammi successivi al suo male. Quando torna in sé, ogni volta da capo, interiormente ha dieci anni ma esteriormente un corpo già formato, da donna, che cozza contro la stanza dipinta di rosa, i Lego e le Barbie ancora in esposizione, gli abiti tutti merletti delle bambine modello. A raccontarle la sua storia, ogni volta da capo, sono i segni incancellabili dell'inchiostro: appunti volanti sui taccuni, sui post-it, perfino sulla pelle di braccia e mani, per non smarrirsi in un mare di confusione. Succede qualcosa di strano e di miracoloso. Succede, forse, che l'amore è mistero, è magia. Perché Flora Banks, all'indomani del bacio, continua a non ricordare tante cose importanti – ad esempio Jacob, fratello maggiore magnifico e sempre fuori scena – ma Drake e le sue labbra sì.

C'è stata una festa. Drake parte. Paige è triste. Ho diciassette anni. Devo essere coraggiosa.

Ci sono nuove coordinate, così; un prima e un dopo. Ma a contare non è più l'operazione che l'ha resa vittima dell'amnesia, bensì il coetaneo in volo per il Polo Nord e il desiderio folle di partire all'avventura sulle sue tracce. Rimasta a casa da sola, con i genitori a Parigi per le condizioni improvvisamente critiche di Jacob, la figlia modello sorprende tutti – sé stessa in primis – e segue alla lettera le sue ultime annotazioni. Su un post-it ha scritto che non c'è da fidarsi dell'ipocrisia della famiglia, che con la scusa del troppo bene la tiene reclusa e all'oscuro; sul palmo della mano, invece, che adesso dev'essere coraggiosa. Smette di prendere con puntualità le sue pillole, due al giorno. Prende una pelliccia, prima un treno e poi un aereo, e lascia il Regno Unito per la Norvegia. Vive, perché prima respirava solamente.

Ho bisogno di un po' di aiuto per ricordare le cose. Non mi stanno in testa, ma in compenso ce le ho sulle mani.

L'esordiente Emily Barr sa scrivere, e scrive un romanzo difficile da incasellare: un po' limitante la definizione di Young Adult, che purtroppo scoraggerà i lettori più maturi; ingannevole la promessa dell'elemento thriller. Come mai mamma e papà, che vorrebbero proteggerla costi quel che costri, non tornano a casa? Perché Drake, con cui si è messa a nudo in un'intima corrispondenza via e-mail, smette d'un tratto di risponderle? 
C'è una giovane donna, questo sì. Ci sono un passato avvolto dalla nebbia, qualche colpo di scena qui e lì, e niente di davvero pericoloso in ballo. Paragoni che citano a sproposito John Green, quando si è più dalle parti dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte e di una versione meglio architettata di Noi siamo tutto. Non si tratta, per fortuna, di disvalori. La struttura particolarissima dell'Unico ricordo di Flora Banks avrebbe potuto infatti rendere la lettura dispersiva, frammentaria, ripetitiva: eppure, chissà come, la Barr non ci casca. Tanto è dovuto a una mina vagante per eroina: un'adolescente senza la bussola che in realtà non cerca l'amore, ma l'indipendenza.

Il tempo è una cosa casuale. È la cosa che ci rende vecchi. […] Gli altri esseri umani, tutti tranne me, hanno la loro vita scandita dal passare delle ore, dei minuti, dei giorni, dei secondi, ma tutte queste cose non sono niente. […] Il tempo è la cosa che fa avvizzire e deteriorare il nostro corpo. Ecco perché tutti ne hanno paura. Ma questo non mi riguarda: io so che non invecchierò mai.

Ci vogliono fegato e cuore in parti uguali, un briciolo di sana avventatezza, per perdersi e ritrovarsi in un luogo (della mente) dove sconsigliano di andare in inverno, da soli: il principe azzurro un ideale astratto, orsi polari e foche avvistati all'orizzonte, i guanti spessi a coprire le mani e dunque i promemoria. Nessuna distinzione fra giorno e notte. Tutti sono sconosciuti e ogni città è straniera. Tutti, soprattutto, possono ingannare la narratrice. Le parole non mentono, gli altri – chi per una ragione e chi per un'altra, senza distinzione – sì. Leggere di Flora Banks, da bambina indifesa a donna che sopperisce alla memoria ballerina con una volontà di ferro, tocca e stupisce come l'imboccare nonostante tutto, a colpo sicuro, la via di casa. Rinnova il dolore. Rinnova lo smarrimento. Rinnova l'emozione. 
Di chi non c'è più, eppure ti trova lo stesso attraverso le righe di una lettera vecchio stile. Del sole di mezzanotte, spettacolo a cui assistere almeno una volta nella vita. 
Di un grande amore che grande amore non è, ma intanto ti spinge a scoprire come gira il mondo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Clean Bandit ft. Jess Glynne – Rather Be

giovedì 28 giugno 2018

Mr. Ciak: Ogni giorno, Stronger, La terra di Dio, Tulip Fever

Un altro Young Adult sceglie il grande schermo. Questa volta, però, tocca a una storia che qualche anno fa avevo consigliato in lungo e in largo: Ogni giorno, diventato un piccolo film da un momento all'altro, in sala trova il regista della Memoria del cuore e l'autore di Quel fantastico peggior anno della mia vita. Nonostante l'affidabilità dei nomi coinvolti e un cast freschissimo, l'impresa era difficile se non impossibile. A conti fatti, non è stata persa in partenza. Scoprire al suono della sveglia di essersi svegliati in un corpo diverso: spunto abusatissimo. Ogni giorno, eppure, fa eccezione. Perché A. è un'anima antica che si sveglia ogni giorno, appunto, in un corpo estraneo. Qualche male intenzionato parla di lui come di uno spirito demoniaco, ma il protagonista non ha cattive intenzioni. Soltanto tanta voglia di restare, quando osa innamorarsi di Rhiannon, diciassettenne con due genitori in crisi e un fidanzato che la dà per scontata. All'inizio è arduo credere alle parole di uno sconosciuto che a volte è il ragazzo dell'armadietto accanto, altre un'aspirante suicida; a volte un orientale obeso, altre un'adolescente transessuale; alcune maschio, altre femmina. Quanto è difficile, infatti, andare oltre il guscio esterno per ricordarsi che lì sotto c'è chi ci ha regalato momenti perfetti? Quando è difficile pensare un dramma sentimentale in cui il protagonista cambia faccia a ogni stacco di montaggio? Sucsy e la sua squadra di attori – segnaliamo Lucas Zumann da 20th Century Women – ci provano, prediligendo la prospettiva del personaggio femminile e facendo una cernita doverosa delle infinite storie di A. Ne viene fuori una produzione forse non all'altezza dello spunto vincente, ma d'impatto. Il film sceglie la via più onesta. Non strappa lacrime con furberia, non si concede effetti speciali o una chiusa meno agrodolce, e ci ricorda con delicatezza il suo messaggio. Da dove nasce l'attrazione? Dalle tracce dei vecchi innamorati che ricerchiamo nelle fotografie, negli hashtag, nel gesto di riavviare una ciocca di capelli. Come ti rapporteresti con il prossimo, se l'empatia fatta sostanza ti avesse fatto soggiornare per un po' nella sua esistenza? Considerando tutto il mondo casa, ribadisce David Levithan, e l'amore un'esperienza trasversale. (6,5)

Ha promesso di aspettarla al traguardo. Voleva farsi perdonare le mancanze, i ritardi. Sostenerla con un cartellone impiastricciato alla maratona di Boston. Fra i due è tutto un tira e molla. Colpa di lui, che non è pronto a crescere, a impegnarsi, ad abbandonare il pollaio. Perciò Erin corre e Jeff, che non sta mai fermo, che si sbraccia e si sgola come un bambino cresciuto, la aspetta come prova di fiducia. Un'esplosione. Il fumo. La caccia istantanea agli attentatori. Jeff li ha visti e sopravvive: può denunciare. Jeff si sveglia nel sangue e non ha più gli arti inferiori: tranciati di netto sotto il ginocchio. Stronger, ritorno al cinema e alla serietà di David Gordon Green, ne racconta la caduta e la risalita. Biografia di un uomo e di un Paese – patriottica alla Eastwood maniera, ma piuttosto onesta; commovente ma lieve –, restituisce la verità, l'energia, gli sbagli, a un trentenne trasformato dai media in simbolo istantaneo. Uscito dall'ospedale, il protagonista ha le telecamere sbattute in faccia: due occhi che dicono tanto, un sorriso tirato, il pollice all'insù. L'America, come lui, è forte. Non viene vinta, non si arrende. Spente le luci, il ragazzo era soltanto un sopravvissuto bocconi, che reclamava il suo spazio per soffrire e guarire. Il bambinone irrequieto dell'inizio, a cui toccava dipendere dalla pietà degli altri; a cui toccava dare l'esempio che non era in grado di offrire. Un Gyllenhaal straordinario si strugge in solitudine, si ubriaca coi compagni di merende, si trascina nella polvere per scongiurare Tatiana Maslany – stanca delle sue continue bizze, di mamma Richardson che deve metter sempre bocca –, e infine si rialza. Lui, molto meglio di un ritratto a modo, godibile, a cui manca la spinta decisiva. Per imporsi presso un Academy che non troppo a sorpresa l'ha ignorato, e all'inizio ci si chiedeva il perché. Per metterci in ginocchio con la sua tragedia, e poi tenderci la mano. (6,5)

La storia di un amore omosessuale tra le nebbie dello Yorkshire. Si parla di braccianti e mandriani, di bestie da far nascere o macellare, e la cupezza delle atmosfere e l'alta quota richiamano subito Brokeback Mountain. Si parla di giovani uomini sporchi, incolti, laconici, agli antipodi rispetto agli innamorati elitari di Chiamami col tuo nome. Lassù ci si capisce con il linguaggio dei gesti, o così sembra. Sullo sfondo di paesaggi mozzafiato, la regia spartana dell'inglese Francis Lee – vincitore a sorpresa agli scorsi Satellite Awards accanto a Tre manifesti a Ebbing, Missouri – segue la routine di due personaggi ridotti all'osso, che passano dal reciproco fastidio all'attrazione senza quasi bisogno di parlarsi. Lo scapestrato Josh O'Connor e il solerte Alec Secareanu si trovano a collaborare fianco a fianco per mandare avanti l'azienda agricola del primo: nonna Gemma Jones che sa tutto ma non dice, un padre disabile in fondo interessato alla felicità dell'unico figlio, la difficoltà immane di farsi andar bene una vita imposta da qualcun altro. Quella terra non può domarla nessuno, se non il Padreterno. Il piccolo God's Own Country, approdato anche in qualche coraggioso cinema italiano con il titolo La terra di Dio, è un'educazione alla natura e ai sentimenti. I corpi pelosi, nudi, che nell'unica scena di sesso si limitano a toccarsi. I parenti che tacitamente acconsentono. Una discrezione scambiata per indifferenza soltanto in principio: non ci si chiede scusa, lì, e non si dice né grazie né prego. Manca loro, purtroppo, la testardaggine che una fattoria da mandare avanti e una relazione sentimentale inevitabilmente presuppongono; non di certo la tenerezza che non ti aspetteresti, benché agli agnelli e agli amanti si riservino le stesse cure spicce. God's Own Country è lento, crudo, secco. Sarà per questo che sorprende in punta di piedi quell'intensità finale, quel trasporto emotivo fortissimo, in un melodramma bucolico per il resto pieno di spifferi e violenza. Il lieto fine, raro e meritato dopo una giovinezza di compromessi e sacrifici. I colpi di testa e di cuore, i sorrisi stentati, in terre a picco in cui gli innamorati fan da padroni, andandosene via, infine, perfino il Creatore. (7)

Nella cornice dell'Olanda seicentesca, una serva impertinente – Holliday Grainger, innamorata del pescatore Jack O'Connell – racconta con un inglese perfetto la corsa all'oro, anzi ai tulipani, e le sfortune della famiglia Sandvoort. Lei moglie bambina, lui scafato mercante, in attesa di un erede o di una tentazione da cogliere: a strappare una Vikander bellissima e annoiata dal cupo castello di Waltz, cattivo al solito ma con qualche sfumatura in più, arriva così il pittore di un anonimo DeHaan. La loro passione clandestina: fragile quanto quei fiori di cui qualcuno vive e qualcuno muore. Tulip Fever si poggia sull'intrigo, sull'inganno, sul malinteso. Dramma della gelosia e della sorte, ha un clima ben reso – la regia moderna e il montaggio concitato suggeriscono il fervore, il respiro affannoso della corsa e del sesso – ma svolte macchinose e dialoghi a tratti ridicoli. Se non fosse per la scarsa fretta nel trovargli una distribuzione in Italia e per la fredda accoglienza, se non fosse per il romanzo piacevole e poco più alla base, sarebbe stato lecito nutrire alte aspettative. Con quel ricco cast, tra protagonisti e figuranti (ci sono anche la badessa Dench, il giullare Galifianakis e la prostituta Delevingne). Con quell'aria giusta, a scatola chiusa, da film assai caro all'Academy. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, l'ultimo film di Chatwin poteva risultare altresì noioso, pesante, ingessato. Leggero e sensuale, dai ritmi vorticosi e caotici, Tulip Fever è invece una visione che si affronta con leggerezza e con altrettanta leggerezza si dimentica. Una febbre lunga un pomeriggio appena, con i sintomi di una sfarzosa mise-en-scène, di un inutile impiego di nomi e mezzi, di una bellezza formale (nei costumi, nei luoghi, nei nudi) che a malincuore subito sfiorisce. (5,5)

lunedì 25 giugno 2018

Recensione: Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson

| Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson. Rizzoli, € 16, pp. 160 |

Adam Costello, diciotto anni, ha una famiglia che se la cava così così, una ragazza che non lo merita e grossi problemi di meteorismo. Sua madre, ex impiegata in banca senza uno straccio di entrata fissa, non ha l'età per rimettersi in gioco nello spietato campo del lavoro né per ricostruire un'autostima malandata dopo la scomparsa del marito, forse morto suicida o forse semplicemente scappato in un posto in cui sono maggiori la domanda e l'offerta. La sorella minore, Nattie, mette invece all'asta l'infanzia e i peluche di sempre nella speranza di crescere in fretta, di dare loro una mano in più. Le soluzioni, se vittime di una crisi economica senza precedenti e abili con tempere e carboncini, sono due: affittare l'altro ramo della casa ai membri superstiti della famiglia Marsh, altrettanto al verde e con una secondogenita la cui vista ci fa battere fortissimo il cuore; iscriversi a un ricco concorso su consiglio di un insegnante d'arte pieno di spirito d'iniziativa, probabilmente il solo vero adulto in un mondo di gente che confonde la maturità anagrafica con la saggezza. Dissacrante, agrodolce, senza una facile morale di fondo o un finale netto, Paesaggio con mano invisibile racconta gli amori brevissimi, la prigionia di mutui lunghi tutta la vita, le famiglie allargate ai tempi di una recessione che fa strage dei proverbiali sogni americani. È l'equivalente su carta di quegli adorati film indie – un ritorno al neorealismo, se vogliamo – che parlano con leggerezza degli attimi insignificanti, degli istanti risolutivi, di noi ai margini. Quello realizzato dal bravissimo Matthew Tobin Anderson, non a caso autore cult dell'introvabile Feed, è il ritratto di un'adolescenza con variazione sul tema: l'apocalisse fuori.

Sii te stesso. Racconta la nostra storia. Di' la verità. È questo che vince nell'arte: la verità.

Ve lo avrà giù annunciato la copertina: gli extraterrestri sono in mezzo a noi. Sono venuti a invaderci, sì, ma in pace: civili, diplomatici, geniali. Sinistre presenze che assomigliano più agli eptapodi di Arrival che agli usurpatori dell'Invasione degli ultracorpi, hanno promesso agli uomini cure prodigiose, autentici capolavori dal riciclo dei rifiuti e una tecnologia che farebbe apparire obsoleto perfino Steve Jobs. Negare all'umanità i loro servigi, o assecondarli nonostante l'altezza del prezzo da pagare? I vuuv ci hanno reso in fretta tutti inutili, tutti disoccupati: si pensi per analogia all'avvento delle catene di montaggio, alla forza-lavoro del proletariato rimpiazzata infine dall'efficienza delle macchine. All'ordine del giorno, così, gli attentati contro le autorità e le proteste; una competitività maleducata che, in una guerra fra poveri, dà la colpa alla concorrenza dell'immigrato messicano (lo sa bene, da sotto il toupet paglierino, Donald Trump). C'è qualcosa, però, che l'infinita conoscenza degli alieni non contempla: l'amore, e la perdita di tempo che comportano le passeggiate romantiche, i tramonti per due, baciarsi alla francese. Che ne sanno loro, che si riproducono per gemmazione e hanno una passione esagerata per gli anni Cinquanta? Adam e Chloe, la fidanzata-coinquilina, si sono ingegnati: dare in pasto ai vuuv la loro relazione, mostrandosi innamoratissimi sotto lauto compenso in una sorta di reality show a tema Grease. Le macchine con gli alettoni, i drive-in, i frappé condivisi e le smancerie abbondano: anche quando l'amore passa – lei si invaghisce di un bellimbusto all'ultimo anno di liceo, che scolpisce statue a colpi di motosega e non la imbarazza con le conseguenze tragicomiche della Sindrome di Merrick –, ma il bisogno di sbarcare il lunario, di fingersi coppia, resta.

A volte si crede che la vista dall'alto possa infondere un senso di dominio e di potere; e poi invece scopri che ti fa soltanto capire quanto in realtà è stata piccola la tua vita.

Il povero Adam, spesso farneticante per la febbre a quaranta e il bisogno urgentissimo della toilette, è impegnato su un doppio fronte. Da un lato, combattuto tra intimità ed esibizionismo, truffa gli spettatori extraterrestri accanto a quella coetanea che d'un tratto non gli appare più incantevole come una Madonnina rinascimentale. Dall'altro, lo tenta l'idea di dipingere per quel concorso intergalattico l'America com'è e non come sarebbe bello che fosse: anche se i vuuv, turisti in un paese straniero, ne sanno poco d'amore, di religione, e meno ancora di arte. 
I capitoli di Paesaggio con mano invisibile avranno perciò i titoli o le didascalie dei lavori del protagonista: dipinti alla Hopper, intrisi di solitudine, per cogliere a colpo d'occhio il cambiamento tutt'attorno – i ricchi sulle case fluttuanti delle fiabe, i poveri che elemosinano il lieto fine su cumuli di curricula e pattume. Nel tentativo di familiarizzare con il capitalismo del futuro, allora, finire per somigliare ai membri della classe dominante – imparare la loro lingua di fruscii impercettibili, imitarne le brutte teste glabre –, o opporsi?

La mano invisibile che guida le nostre opere, le nostre azioni, i nostri mercati non potrà raggiungergi laggiù. Fuori dallo spazio e dal tempo, dal tempo e dallo spazio, non ci sarà più alcuna distanza tra noi e i nostri desideri.

La mano invisibile: quella di cui parlavano gli economisti settecenteschi; quella di dio, forse, che ha lasciato la terra sfitta, a beneficio di nuovi e molesti ospiti (che maggiorano i prezzi, sporcano, fanno i loro porci comodi). Cosa ci rende incontrovertibilmente umani? 
Non siamo solo rock 'n roll: c'è, infatti, chi osa ballare su un ritmo alternativo, il proprio. 
Non siamo tutti natura morta su tela: c'è chi sceglie la realtà, non l'evasione delle bugie. Pur scrivendo di semplice – be', si fa per dire – fantascienza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: 4 Non Blondes – What's Up

venerdì 22 giugno 2018

Recensione: Guasti, di Giorgia Tribuiani

Guasti, di Giorgia Tribuiani. Voland, € 14, pp. 128 |

Plastinazione. È così che si chiama il processo che permette ai corpi umani di essere conservati. Senza liquidi, sostituiti con polimeri di silicone. Senza il cattivo odore della morte. I cadaveri – imbalsamati, levigati, sezionati – sono esposti come bronzi greci nei templi della dea scienza. Gli organi all'aria, preziosi camei. Le cavità interne, i genitali e i difetti, sotto gli occhi di tutti, a portata di flash. Se non fanno troppa impressione è perché sembrano statue di cera. Se non ispirano grandi interrogativi etici, un po' di empatia, è perché delle statue non inventi mica le carriere, gli affetti, un cuore congelato. Immaginate, adesso, un museo imprecisato.
Le pareti candide, l'illuminazione dei faretti strategici, il vociare di un pubblico eterogeneo tra lo stupito e l'inquieto: queste sculture di carne, fisse al centro della sala nelle loro pose plastiche, saranno per un mese l'attrazione principale. Il dottor Frankenstein che le ha plasmate e radunate si chiama Tulp. Il compagno di Giada, che di arte è vissuto ed è morto, ha promesso al luminare della plastinazione la sua salma: diventato uomo da piedistallo, dunque, per una tanto precisa quanto imperscrutabile volontà testamentaria.

Ogni uomo uccide la cosa che ama.

Nel museo di cui vi parlavo, a questo punto, aggiungete una presenza ricorrente. Una donna che tra me e me mi sono figurato di mezza età, con un vestito fuori contesto, il rossetto ripassato di fresco sul sorriso tristissimo, un bicchiere di spumante fra le dita guantate. Si intromette nelle chiacchiere dei critici, dei laureandi in Medicina, delle coppie innamorate. Stringe mani, rifiuta dichiarazioni, timbra biglietti d'ingresso per trenta giorni complessivi. Lì festeggia i compleanni in solitaria, sollevando il calice verso una mummia con la Nikon al collo. Lì pianifica i potenziali flirt e le interviste. Ogni tanto qualcuno la riconosce e le chiede con sincera afflizione come sia essere lei, strana vedova incapace di andare altrove. È proprio la ragazza dell'altalena, immortalata di spalle in uno scatto apprezzatissimo? È lei la moglie – si correggono, poi: la donna – del fotografo di risonanza mondiale famoso per i capelli lunghi, le bandane e la scarsa voglia di accasarsi? Rare, invece, le occasioni in cui la visitatrice infastidisce il prossimo: vaneggiando, alzando la voce contro i vivi o i defunti, cercando di coprire le vergogne del compagno con un berretto di lana. Sì, è lei in persona: Giada. Nessun cognome, nessun dato anagrafico e nessun hobby che non sia orbitare notte e giorno attorno a un sole da tutti compianto. Con quale cuore, infatti, non custodirlo?

No, non lo abbandono. Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo.

Voltargli le spalle, finché è in esposizione, sembra un tradimento. E rassegnarsi all'idea che lo spirito di onnipotenza di un misterioso acquirente possa portarlo via, in una casa in cui lei non è invitata a entrare? Il grande amore della protagonista, fatto sta, è morto: non sappiamo né quando né perché, come sia nata e come finita la loro relazione da rotocalco. Su un piedistallo, nudo, non può temere più l'imbarazzo o crucciarsi per il bozzo sulla testa che i maligni additano. Il dottor Tulp ne ha scolpito lo scheletro in modo che reggesse l'inseparabile macchina fotografia e ha trasformato un cimitero in una galleria; un raffinato vernissage in una camera ardente. Giorgia Tribuiani, classe 1985, racconta la veglia eterna sotto i riflettori di una Antigone che perde sé stessa per non perdere l'amore; di cadaveri che respirano e si truccano sul pianto versato. L'ordine asettico del museo collide allora con la ferocia di una prosa vandalica, che i personaggi vorrebbe ora custodirli, ora farli a pezzi. Nudi e crudi, esposti, non hanno connotati o un passato. Fasci di nervi insanguinati, mucchi d'ossa, mazzi di vertebre. Sono stati forse uomini? Sono state forse donne? Quanto si sono amati, e quando? Cosa facevano prima di essere lì?

Guasto era il suo amore, guasta la ballerina, guasto era in fondo il destino di tutte le persone, immobili nelle loro esistenze come lei era stata immobile sull’altalena, che visitavano le sale e non capivano che in fondo stavano guardando il futuro, che prima o poi sarebbe toccato a loro, che la carica sarebbe finita e con quella ogni possibilità di muoversi o dondolare, e che forse non sarebbero mai stati dei plastinati, ma guasti senza alcun dubbio: senza alcun dubbio guasti.

Giada, come il compagno e gli altri plastinati del dottore, è ferma nell'attimo; il soggetto più interessante dell'esposizione, forse, ma non necessariamente il più vivo. Dopo una vita nell'ombra, si scopre suo malgrado la protagonista assoluta di un'altra esibizione: struggersi. E di un romanzo d'esordio assurdo, intenso, scritto a confine fra la terza persona, il soliloquio e l'apostrofe a un tu di cui non pretendere risposte in cambio; ambientato fra le sale da esposizione e le toilette, dove si affastellano i collezionisti becchini e i giornalisti avvoltoi; gli specchi per aggiustarsi l'identità e il mascara sbavati; i servizi inagibili con un foglio che dichiara d'un tratto guasto. Luoghi insoliti per l'elaborazione di un lutto sbattutoci sempre in faccia, e insolite le voci che suggeriscono a un'avventrice inconsolabile di ricominciare da capo: quella angelica del vigilante del piano di sotto, ad esempio, che al mattino le porta in dono cornetti alla marmellata e mp3 pieni di bella musica. L'addio, un show alla Marina Abramovic che scalza l'intimità del dolore. L'amore e la morte, neoavanguardia.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Fake Plastic Trees 

mercoledì 20 giugno 2018

I ♥ Telefilm | Sense8 - The Series Finale: Amor Vincit Omnia

Abbiamo avuto una gioia lunga ventitré episodi e scarsissimo preavviso per dirgli addio. Quella cancellazione arrivata inaspettata, un fulmine a ciel sereno, e spettatori appassionati che da ogni dove apostrofavano l'ennesima scelta infelice presa in casa Netflix a suon di petizioni e hashtag. Lo davamo per spacciato – troppo costoso, troppo ambizioso, eppure così voluto dai più – ma Sense8 è tornato su gran richiesta, a un anno di distanza, soltanto per congedarsi a modo suo. Per scioglierci i dubbi sulle sorti di Wolfgang, purtroppo cavia nelle mani sbagliate; per parlarci del rapimento di Whispers, preziosa merce di scambio, e far chiarimenti sul ruolo ambiguo da sempre ricoperto da Jonas e Angelica, che dei magnifici otto erano i genitori spirituali. 
Siamo nella capitale francese e, in uno sfarzoso appartamento condiviso con amici, partner e ospiti a sorpresa, i protagonisti delle ormai sorelle Wachowski si sono finalmente e fisicamente riuniti. Devono prima salvare il tedesco in ostaggio, dato che il suo dolore è il loro dolore; poi spostarsi nella bella Napoli con i Depeche Mode in stereo, all'inseguimento del profumo della pizza, di qualche perdonabile luogo comune e dei piani di guerra della fatale Bilello. 
Kala è combattuta tra Wolfgang e il marito venuto apposta dall'India, ma scegliere non è priorità se anche l'amore è comunanza; Sun scappa dal Detective Mun, ma l'attrazione per il rivale è talmente forte che farsi cogliere in flagraza di reato, per una volta, sarebbe il male minore; Nomi e Amanita pensano alle nozze in cima alla Tourre Eiffel, simbolo internazionale di amore e rivoluzione (le parole chiave); Will, vero uomo d'azione del gruppo, pianifica invece missioni impossibili, mettendo con dispiacere nell'ombra personaggi come Riley (spiace, perché la deejay islandese era uno dei migliori), Lito (dimenticate le dolorose conseguenze del recente outing, e mettetici i capricci sopra le righe degli attori ispanici), Capheus (cos'è stato, ci si domanda, della sua lotta politica in Africa?). Se le scene non sono state divise così equamente tra i membri del cast, tocca ammettere quanto preziosa sia invece la partecipazione dei comprimari: Daniela, parte di un eterno triangolo amoroso, rivela forza di carattere e grande abilità con le pistole automatiche; il saggio Hernando cita Virgilio, improvvisandosi guida turistica a Forcella, e dà il titolo a quest'ultimo episodio; l'ingessato Rajan, qui in trasferta, è pronto a schiudere gli occhi davanti all'impossibile e a rendersi utile, mostrando che per il taser ci sono utilizzi e utilizzi. Nelle due ore e trenta di Amor Vincit Omnia, molte ma non abbastanza con al solito tanta carne al fuoco, sono forti i bang e le emozioni. Se la sanguinosa prima parte preferisce non andare per il sottile, scegliendo per la resa dei conti la frenesia e le esplosioni del cinema d'azione americano, ci si concede la venalità della seconda per la celebrazione di nozze pirotecniche, promesse di matrimonio che diventano un'ode ai sentimenti e alla serie stessa, feste (e orge) in grande con i brividi garantiti da Ludovico Einaudi. Un po' sovversivi e un po' turisti, sempre più famiglia, i Sensate hanno risposto all'unisono all'appello di spettatori che in fondo desideravano una conclusione tale e quale a questa. Non la più indimenticabile, non la più giusta, ma forse la più necessaria: un flash mob colorato di razze, vestiti e sfumature, senza morti tragiche di sorta o spese a cui badare, che rende felici, non amareggiati. La visione di Sense8 si conferma, perciò, strabordante in ogni dove e imperfetta. Ma mai come ora – in tempi di muri fisici e ideologici, di frontiere e porti chiusi al diverso da te, di una Parigi di nuovo nell'occhio del terrore – la famiglia più bella e varia di cui Netflix poteva vantarsi ha il pregio di regalarti qualche scampolo di fiducia, un'altra lezione di umana benevolenza, in questo nostro pazzo mondo. 
Vedere questo episodio: segno, in parte, che la lezione è stata metabolizzata; che i fan si sono uniti, come parte di uno sconfinato cluster, per un piccolo traguardo quale può essere un degno finale di serie. Che qualcosa si stia già impercettibilmente muovendo? Questo episodio era per loro, per noi, per me. Perché l'unione fa la forza e, a volte, anche il lieto fine. (7)

lunedì 18 giugno 2018

Recensione: Heidi, di Francesco Muzzopappa

| Heidi, di Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 237 |

Quest'anno ha un titolo che cita l'eroina tutta prati e libertà dell'anime di Hayao Miyazaki – non eravamo a Woodstock, no, ma nella Svizzera ottocentesca raccontata prima ancora da una certa Johanna Spyri, parola di Wikipedia – eppure Francesco Muzzopappa ha un tempismo che neanche Mary Poppins. Per sua fortuna non è servito un ombrello volante quanto mai fuori stagione. Me l'ha portato il postino qualche giorno fa, l'unico abbastanza intrepido da potermi vedere senza trasformarsi in un blocco di pietra nel pieno di una sessione estiva che mi vuole trascurato, brutto, intrattabile – il solito me, insomma, ma con molta più barba a chiazze. Penso che potrei abituarmi a essere viziato un po'. Sapendo ormai che il tempestivo autore barese mi legge nel pensiero e nei disagi, come immaginare un altro periodaccio senza le risate a profusione che solo lui e pochi altri assicurano? Per il suo sperato ritorno ha cambiato città, professione, sesso. Parla, e adesso è Chiara: trentacinque anni, la frangetta, una passione sconsiderata per le canzoni di Gary Barlow, costretta in ufficio per dodici delle ventiquattro ore della sua giornate. Tutto normale, se impiegata a rischio di licenziamento in un'azienda uscita da una Milano nevrotica, futurista, dominata da edifici di vetro e acciaio, puntualità maniacale e hipster dappertutto. Come sopravvivere al martellare della routine da astemi: darsi alle scorte di cioccolato per sopperire alla generale mancanza di affetto e agli ansiolitici di contrabbando, ingollati come fossero tisane al bergamotto prima di coricarsi. L'ordine mentale di Chiara, purtroppo, ha nemici giurati contro cui l'organizzazione e la calma dello Xanax nulla possono: lo Yeti, capo diabolico con la stessa politica sessista di Harvey Weinstein e accese conversazioni con Siri; la convivenza forzata con Massimo Lombroso, spietata firma del Corriere della Sera che si dà il caso essere suo padre nonché la vittima di una galoppante demenza senile. Eccolo lì, mentre danza come il nonno artritico di Bolle, pretende le caramelle o si incanta a guardare i balli folkloristici sui canali locali, semina disordine a destra e a manca e non mette mai i tappi sui pennarelli: non fatevi trarre in inganno, però, dal suo trasognato scodinzolare qui e lì. Lombroso ha un'alta citazione per ogni occasione, ricorda le parole di Byron, Dickens e Roth, ma non il nome dell'unica figlia. Perché il superfluo e Chiara no? L'anziano chiede di Fiocco di neve, Nebbia, Clara e della misteriosa sparizione delle alpi all'orizzonte, in preda a un buffo delirio cartoonesco. Ma nella metropoli nostrana in cui tutto va di fretta, comprese le malattie degenerative, caprette, fanciulle in carrozzella e paesaggi da cartolina hanno vita breve: alla mancanza di nebbia (non dico il cane, bensì il fenomeno metereologico) risponde almeno la piaga dello smog. Dettagli comunque trascurabili per l'anziano: Chiara è Heidi e Thomas – fisioterapista ventottenne con il look da surfista, una famiglia che gestisce il Central Perk, le scampagnate di domenica perché fuori in fondo è pur sempre estate – è l'inseparabile Peter.

Penso troppo, a volte; sono maestra nel rendere la mia vita difficile.

Sembrerebbe la protagonista di una commedia di Barbara Fiorio, ma invece puoi leggere di lei in un Muzzopappa sorprendentemente a proprio agio con una narratrice femminile: il segreto, forse, è non fare due pesi, due misure. Come fanno quegli scrittori che non sanno prendersi in giro? Francesco ha fatto della parodia un ramo della narrativa italiana e riconfermato, qui, come il romanzo umoristico viva non solo in funzione dei facili sorrisi di sorta. Come campa, soprattutto, quella gente che: giammai, io accendo la tivù soltanto per vedere Voyager e Superquark, mica Quattro ristoranti? Fate come me, oggi alle prese con una confessione shock: Piero e Alberto Angela li conosco giusto per i meme su Facebook, davanti ai programmi culturali storco gli occhi e, nelle sessioni di zapping durante i pasti, mi divido tra un Rubio e un Rugiati, DMAX e TV8. La sfida della nostra Heidi, addetta ai casting, è infatti smistare provini esilaranti e format così assurdi da funzionare, in cerca di idee vincenti e piani alternativi.

Una volta, per curare certe patologie si andava dal medico. 
Ora si va in televisione.

Una posizione scomoda descriveva il mondo della pornografia senza cadere nella volgarità; Dente per dente violava i dieci comandamenti per vendetta, eppure chissà come appariva indegno di scomunica. Heidi parla, fra le altre cose, di televisione spazzatura, ma non è mai trash. Le disavventure nei corridoi della fittizia Videogramma – dove si vendono illusioni, passatempo e aria fritta – fanno share, e pure ridere. Fra momenti di grande tenerezza e qualche altro di romanticismo, uno shot di Laura Palmer e una Carrie Bradshaw ben cotta al ristorante dei genitori di Thomas, l'umorismo caustico del romanzo precedente cede il passo alla leggerezza di un rosa pastello che proprio non stona. La Madonnina, dall'alto, veglia con aria compassionevole e le braccia spalancate, come a dire: tranquilla, Chiara, ci si separa, spesso si fa fiasco, ma alla fine si torna sempre insieme per l'happy ending. Come i Take That.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Found a Job 

sabato 16 giugno 2018

Mr. Ciak: Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene, Metti la nonna in freezer, Amori che non sanno stare al mondo, Il ragazzo invisibile II

Piazzalo non troppo strategicamente sotto Natale, in mezzo a commedie tra le quali è difficile distinguerlo. Metti sul poster due attori di richiamo – i soliti, i migliori, che con il loro essere onnipresenti eppure a te non chiamano, no – e aspetta senza curiosità. Per vedere i successi al botteghino, a fine anno, e di lì a poco qualche candidatura a sorpresa. Come un gatto in tangenziale, allora, non era così stupido come sembrava? I protagonisti, agli antipodi per stile di vita e professione, sono i genitori di due tredicenni pazzamente innamorati. Lui pagato per pensare, con la ex Sonia Bergamasco che inventa profumi in Provenza. Lei inserviente in un ospizio, con l'ex Claudio Amendola appena uscito di galera. Vogliono le stesse cose, hanno gli stessi difetti, ma da una parte e dall'altra manca il desiderio di deporre l'ascia da guerra. Per il signorile Albanese, il quartiere della consuocera è un covo di criminalità e spaccio. Per la coatta Cortellesi, invece, la borghesia è tutta una magna-magna. Ci si crogiola nel cliché, perché dà sicurezza, ma la verità siede nel mezzo. La periferia, caotica e multiculturale, ha il mare sporco, i modi rozzi, ma un cuore immenso. E la stessa cosa, in parte, succede con l'ultima commedia di Riccardo Milani: un Fortunata da ridere ma mica troppo, con una regia imperdonabilmente televisiva che inquadra, eppure, una moderna storia di orgoglio e pregiudizio che fa riflettere ed emozionare. Merito di una scrittura ponderata e intelligente, di personaggi vincenti – menzione d'onore alle sorellastre gemelle e cleptomani della protagonista, esilaranti – e di una retorica di quelle a fin di bene. In tangenziale, a Roma, si rischia grosso. Ma i gatti, i preconcetti e qualche commedia nostrana, per fortuna, hanno le proverbiali sette vite. (7)

Una famiglia di ristoratori si dà appuntamento al porto. Prendere il largo a bordo di un traghetto per raggiungere Sandrelli e Marescotti, capostipiti pronti alle nozze d'oro, su un'isola del Mar Tirreno. Prepararsi a pranzi e cene senza fine e agli immancabili schiamazzi, se s'incrociano ex, cugini arrivisti, amanti mancati. Insomma, tutte cose che apprezzo: i meccanismi del dramma da camera, i conflitti fra attori impeccabili, la regie energiche per sfuggire alla piattezza del teatro fotografato. Dirige Muccino nel ruolo di Muccino. Tornato in Italia, alle crisi di mezza età, ai suoi cari film a voce alta, a un genere consolidato ai cui cliché mancherebbero giusto le nevrosi della Buy. E senz'altro sa emulare sé stesso, ripetersi, con un piglio che fa la differenza. Una commedia all'italiana di vecchio stampo, così, acquisisce personalità, stizza, grazie a una macchina da presa che non sta mai ferma, al montaggio fluidissimo e ai membri di un cast strapieno, da cui saltare qui e lì a tracolli coniugali alterni. Le bellezze di Ischia e la colonna sonora di Piovani incantano, appaiono sottotono Accorsi e Favino e, accanto a un'urticante Crescentini, risultano bravissimi Ghini e la Gerini, intensa coppia minata dall'Alzheimer galoppante di lui, e quella Sabrina Impacciatore tragicomica. Il difetto sta nella sceneggiatura: tradimenti, ripicche, segreti scomodi, su uno sfondo azzurro mare che è la gioia dei turisti, all'indomani di una tempesta che costringe il cast a una convivenza arrangiata. Le nuvole nere invadono anche la villa con piscina in cui vigono i sorrisi di facciata, l'ipocrisia, le mezze parole. Inevitabilmente, per quanto piacevoli, le vicende risultano troppe, e troppo abbozzate. Le situazioni già viste, con guizzi di autorialità che non contemplano stavolta la novità, di un cinema che intrattiene al solito, ma forse non sta bene come il titolo annuncia. Eppure si accontenta, eppure ci accontenta. (6,5)

De Luigi stana frodi e truffatori. Un po' per gioco, un po' per ripicca, i colleghi preoccupati lo spingono fra le braccia di Miriam Leone, sfortunata artista con un curriculum da miss. Restauratrice in una Italia che si vanta della sua arte ma non le dà valore, la giovane va avanti con la pensione di nonna Bouchet: un giorno morta nel suo letto, però, e con il rischio di lasciara in mezzo a una strada. La soluzione, spregevole: non denunciarne la scomparsa pur di avere l'assegno assicurato. De Luigi, alle sue calcagna per questione di cuore in primis, è disposto a scoprirsi corruttibile per amore? La vita del malaffare è dura, ma remunerativa e piuttosto divertente, all'interno di una storia non così originale, con sketch comici che vengono praticamente da sé. Non troppo nera, in verità, ma coerente nello scherzare con lo status di giovani spiantati e vecchi da tenersi stretti; con il fuoco – anzi, il ghiaccio – di una dipartita su cui lucrare. Metti la nonna in freezer, che intreccia a lunga andare la sua strada con una caccia al latitante (e al malinteso) e un arzillo amante tornato a reclamare una lontana passione, piace al pubblico e alla critica per il cast convincente e la vivacità dello stile; per la regia e il montaggio che fanno la corte alla frenesia da action movie del sopravvalutato Smetto quando voglio. Per una volta più lodevole per lo stile pop che per la sostanza, strano ma vero, allieta con la sua freschezza artificiale una serata in cui i primi caldi fanno togliere i calzini, a letto, e scegliere i pigiami corti. Tra provviste di tortelline, lasagne surgelate, e cadaveri sotto ghiaccio. (6)

Mascino e Trabacchi, cinquantenni bellissimi, si innamorano con l'intensità degli adolescenti. Ma come si sopravvivere alla fine di un sentimento così forte? Si sono amati moltissimo senza mai piacersi, gli inconciliabi protagonisti dell'ultimo film di Francesca Comencini. Prende spunto da un suo stesso romanzo, qui, e Amori che non sanno stare al mondo – titolo lungo e bellissimo, di quelli che piacciono a me – diventa la commedia dal piglio femminista e dalla struttura letteraria, quasi, di una Gamberale arrivata già alla mezza età. Eccole lì, le voci off che raccontano tutta la verità. Le fotografie incantevoli a un passo dal Tevere e le sequenze di nudo che mostrano la peluria dei corpi e la scompostezza dello struggimento. Eccola, ancora, una protagonista logorroica e sull'orlo di una crisi  – la Mascino, splendida –, che s'illude fino a rendersi ridicola e si affida alle prescrizioni dello Xanax. Per superare la rottura o, nel bel mezzo dei giorni d'oro della relazione, per viverla senza idiosincrasie. Per accettare che Trabacchi, scapolo storico, ha detto sì a una ragazza con la metà dei loro anni. Per non darti pace notte e giorno, ma infine trovarla, la felicità: accanto a chi meno t'aspetti. Vagamente morettiana, la Comencini sorprende per l'insolito target a cui parlare di prime volte e seconde possibilità. Quegli amori incapaci di tante cose, così, sanno amareggiare e divertire per la franchezza e la verve della loro voce. Sanno insegnare a stare al mondo te, che sei ancora giovane e, purtroppo o per fortuna, poco ne sai: di com'è o come non è. (7)

I supereroi italiani esistevano, e non si chiamavano solo Jeeg. Qualcuno, un regista premio Oscar, aveva aperto le acque e a un bambino dalla doppia infanzia dato il mio stesso nome. Michele è cresciuto. Adolescente, orfano all'improvviso di mamma Golino, scopre il liceo, una sorella gemella e i piani di una sempre brava Rappoport, genitrice in cerca di eroi da reclutare. Il primo, fantasy tanto candido da infondere un po' di meraviglia anche negli adulti, era delicato e naïf: un'avventura intessuta di citazioni alte e basse che non si prendeva sul serio e nel suo piccolo, a sorpresa, intratteneva e divertiva prima che Mainetti ci mostrasse meglio la retta via. Nella Seconda generazione i protagonisti crescono, e si cimentano con i drammi dell'età: devono staccarsi, devono prendere decisioni di vita o di morte, devono crescere. Il sangue ribolle, la famiglia chiama. Con più effetti speciali che cuore, scritto con sufficienza e un'estetica che non troppo convince, l'ultimo Salvatore si avvicina al gusto degli USA, ma sbaglia mira e la fa fuori dal vaso. Questo capitolo, senza superpoteri, ha una recitazione piatta; una regia sempre padrona del gioco (vedasi la festa da ballo o il cameo da incubo della defunta Golino), a cui tocca fare i conti con i pasticci del montaggio e di una sceneggiatura tagliata con l'accetta; il solito villain, il solito pozzo da fare esplodere, il solito colpo di scena finale che poco coglie impreparati. Un autore e un attore affatto a proprio agio, l'approccio degli studenti svogliati allultimo banco: i difetti imperdonabili di quei sequel, più che brutti, proprio invisibili. (5)