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giovedì 14 giugno 2018

Recensione: Chiamami sottovoce, di Nicoletta Bortolotti

| Chiamami sottovoce, di Nicoletta Bortolotti. HarperCollins, € 17, pp. 358 |

Ci sono quei nomi, quegli scrittori diventati negli anni un po' amici tuoi, a cui è sempre un piacere aprire le porte di casa o un documento Word. Autori e autrici che passano a trovarti con regolarità, per sapere se stai bene, cosa ne è dei tuoi ultimi esami e, soprattutto, se dicevi il vero congedandoti da loro con il classico: a rileggerti presto. Nicoletta Bortolotti, scoperta anni fa e da allora inseguita con piacere tra i generi, le case editrici, la Storia con la lettera maiuscola, è tornata sul mio comodino a fine maggio per raccontarmi un'altra vicenda a metà tra rievocazione e fantasia. In precedenza ci sono stati gli adolescenti alle prese con i morsi del lutto, o quella partita di pallone per battere ad armi pari i nazisti. Adesso, nel suo ritorno a una narrativa per adulti che conserva comunque un occhio di riguardo per l'infanzia, per la fiaba, Nicoletta racconta il dramma di un passato a me poco noto e quello di tre persone irrisolte che tentano disperatamente di far luce, di imparare ad alzare la voce, per andare oltre senza più rimorsi. La prima che conosciamo è Nicole, voce rotta ma preponderante alle prese con le esequie della madre e i suoi ultimi lasciti. In eredità, le legge il notaio, i ricordi di un'adolescenza a Lugano, il profondo disagio di sentirsi orfani anche a quarant'anni e le chiavi della Maison des roses, casa polverosa in quel di Airolo in cui ha passato le prime vacanze e detto i primi addii. Nella Svizzera neutrale, ma non per questo ben disposta alla concorrenza della forza-lavoro straniera, il padre era uno degli ingegneri ai vertici del traforo del San Gottardo: un'impresa in cui si contrastavano uomo e montagna, un'ossessione lunga una vita, per costruire la galleria autostradale più lunga al mondo. Erano gli anni Settanta e Nicole aveva due genitori con la mente altrove, un'anziana dirimpettaia dalla doppia professione e un amico immaginario, solo e soltanto suo. Trent'anni dopo, tornando su luoghi di radure incantate, profumi intensi e leggende che ispiravano fantasiosi disegni a matita, tocca fare i conti con una pensione non così spettrale, amicizie segrete e una pagina purtroppo dimenticata della storia recente.

«Perché non ho avuto un padre alcolista o una madre tossica? La pazzia della nostra famiglia era troppo normale.»
«Vuoi dire che troppo bene fa male?»
«Voglio dire che eravamo felicemente tristi.»
«O tristemente felici.»
«È lo stesso.»

Accanto a Nicole, giunta a una crocevia, troviamo Michele: l'amico di cui nessuno doveva sapere. Figlio di un minatore italiano, era arrivato in Svizzera a otto anni nel bagagliaio della monovolume di famiglia. Alla dogana, interrogati, i genitori avevano disposto di non avere nulla da dichiarare: nemmeno quell'unico bambino da introdurre clandestinamente oltre il confine, da allevare nel buio di una soffitta rischiarata appena dalle cure della pensionante Delia Pizzorno – cresciuta da un padre anti-fascista, innamorata in gioventù di un ragazzo che voleva assassinare Mussolini e poi andata in moglie a un comune odontoiatra, l'anziana manterrà qualche camera sfitta e silenzio assoluto in caso ci sia bisogno del suo proverbiale riserbo. 
Quello era lo status quo nella vecchia Confederazione Elvetica, quando un referendum contrario all'inforestierimento aveva decretato che si dovessero accogliere cinquemila migranti per cantone; che i lavoratori stagionali con un contratto da rinnovare non potessero portare con sé i propri affetti. Allora c'era chi, nelle miniere, vendeva boccette in cui annunciava di avere racchiuso l'aria di casa. E chi, come i genitori di Michele, facevano carte false e condannavano i figli alla reclusione, alla legge del silenzio. Con la vana promessa che la soffitta come cameretta, l'incubo ricorrente di irruzioni armate che facevano bagnare i pantaloni del pigiama, l'arcobaleno scarabocchiato sulle nude assi di legno, sarebbero durati giusto il tempo dei lavori in corso. O di una denuncia anonima.

Ma poi cos'è una casa. La stanza dove sono nato? La soffitta di Delia? La dimora azzurra? L'appartamento lussuoso in cui abito adesso? Oppure lo sguardo di Nicole. L'odore di Delia. Un giardino di rose dove posare l'infanzia. Forse una casa non è dove tu sei, ma dove sei tu. C'è una differenza.

Cos'è stato di Nicole e Delia, protagonista di infanzie opposte ma coincidenti, e di un'anziana ribelle che parlava dei morti, coi morti? Perché la prima, illustratrice per l'infanzia, rifiuta l'idea della maternità, l'amore del compagno Giovanni e il perdono a una mamma sepolta di fresco; perché il secondo, uomo di successo rintracciato grazie a Facebook, non cerca chiarimenti, ha risposto all'infelicità con la ricchezza economica e conserva sempre l'antica paura del buio? E dov'è Delia, con un'attività di affittacamere ceduta a un indiano gentile e, si spera, risposte che dicano cosa sarebbe stato di loro – magari una coppia, chi lo sa – se il destino non avesse strappato all'una il cuore, all'altro il tetto sulla testa? Ci voleva una quarta persona per riprendere la loro storia da dove si era interrotta, ci voleva Nicoletta Bortolotti. Sempre impeccabile, ma matura ed emozionante come non mi ero accorto mai. Riconciliarsi con i bambini che si è stati una volta, con il desiderio ossessivo di venire di nuovo alla luce lasciandosi le storie di fantasmi alle spalle: si può, grazie alle prose intense, agli spunti sconosciuti, agli sguardi che non ti aspetti.

Non sempre le persone sono la terra in cui nascono, ma spesso diventano la terra che abitano.

Chiamami sottovoce è una storia vera, in parte, che non conosce il rallentamento delle ricostruzioni né il buonismo dei romanzi a tesi. Attualissimo in tempi di porti chiusi, di hashtag che fanno appello a un ritorno all'umanità perduta, è un dramma di migranti e frontiere – geografiche, anagrafiche, psicologiche – che scuote e fa riflettere. 
Sull'imparare a fare rumore, a disobbedire, a sgolarsi, per dirsi con il senno di poi che quei bambini sono stati forgiati dalle stelle avverse, dalle scelte altrui, ma non stravolti: hanno una voce chiara e squillante, inequivocabile, e l'autrice ce la restituisce riaccordata, ricomposta. 
Su quando eravamo noi lo straniero di qualcun altro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tom Walker – Leave a Light On

lunedì 9 marzo 2015

Recensione: In piedi nella neve, di Nicoletta Bortolotti

La palla ne ha, di coraggio: lei sa che, certe volte, a ucciderti non è quello che fanno i nemici, ma quello che non fanno gli amici. La palla ha il coraggio che manca agli esseri umani di iniziare quel viaggio lunghissimo tra fare una cosa giusta e non farla. Tra guardare chi sale su un treno e non guardare.

Titolo: In piedi nella neve
Autrice: Nicoletta Bortolotti
Editore: Einaudi Ragazzi
Numero di pagine: 181
Prezzo: € 11,00
Sinossi: Sasha ha quasi tredici anni e una passione bruciante: il calcio. Come potrebbe essere altrimenti? Suo padre è Nikolai Trusevyc, portiere della squadra più forte del Paese: la Dynamo Kiev. Ma in Ucraina, nel 1942, il pallone non è cosa per ragazze. E dopo l'invasione da parte del Reich non è cosa nemmeno per i campioni della Dynamo: accusati dai nazisti di collaborare con i sovietici e ridotti per questo alla fame e all'inattività, i giocatori hanno perso la voglia di vivere. Quando, a sorpresa, i tedeschi organizzano un campionato cittadino, non lo fanno certo per perdere; Sasha, d'altra parte, sa che suo padre e i compagni giocano sempre per vincere... Stavolta, però, vincere significherebbe morire. E qual è la vera vittoria? Lottare fino all'ultima azione, come chiede il pallone, o sabotare la partita, come le ha intimato un misterioso spettro, nel buio di un sottopasso? Mentre il fiume Dnepr, gelido, si porta via l'infanzia di Sasha, la Storia segue il proprio corso: il match avrà un esito cosi incredibile che nessuno, per lungo tempo, potrà raccontarlo.
                                           La recensione
La guerra fa esplodere non solo le case, ma anche i pensieri. Quando mi è arrivata un'email in cui mi si chiedeva di recensire In piedi nella neve sono stato colto in contropiede; altamente impreparato. Tutto preso dal mio famoso esame di Letteratura Latina – correva, perciò, il mese di febbraio -, mi erano sfuggite le ultime uscite e mi era sfuggita, in particolar modo, questa qui. Non collaboro con la Einaudi e sui loro titoli, in realtà, non sono aggiornatissimo, soprattutto se pensati per i ragazzi: raramente, nei blog che seguo, c'è spazio per quelli, a meno che non abbiano illustrazioni e copertine da sogno. A meno che non ci ricordino com'era essere bambini e leggere una favola prima di andare a dormire. Avrei notato mai il libro della Bortolotti se, in una mattina freddissima, non mi avesse lei stessa contattato per un parere spassionato? La copertina di In piedi nella neve è illustrata e bella, ma la vicenda che la sinossi riassume – una partita di calcio tra verità e leggenda, una rievocazione della Seconda Guerra Mondiale con un punto di vista pressoché inedito: troppo vera, troppo poco fiabesca – avrebbe potuto allontanare chi il calcio non lo segue e chi la storia la studia e la dimentica, ma sa ricordarla, a volte, grazie ai bei film e ai bei libri. Bei libri come questo. Nemici del pallone e dei sussidiari, per chiarire invece la precedente voce, come il sottoscritto – parte della bassisima percentuale di italiani che non segue il Campionato e che si siede in poltrona solo quando gioca la Nazionale, nonché di quegli studenti di lettere che si lasciano all'ultimo il laborioso esame di Storia Contemporanea. “Sorpresa” è il sostantivo che ricorrerà per tutta la recensione di In piedi nella neve: vi avverto. La sorpresa che mi ha fatto l'autrice, redattrice editoriale e professionista ormai affermata, nel prendersi la briga di propormi il suo ultimo romanzo, neanche fosse un'esordiente alle prime armi, e di inviarmelo di persona, con mille parole gentili e con una graditissima dedica in prima pagina. La sorpresa nel leggere uno scritto – accettato all'inizio per pura cordialità; perché estremamente breve; perché proposte del genere, da parte di un editore che non mi conosce e da un'autrice che si fida ciecamente di me, sono più uniche che rare – che ho trovato davvero bello. 
Sorpreso, io, perché non conoscevo la scrittura di Nicoletta e, prendendo il libro un po' a scatola chiusa, sono rimasto conquistato sin da pagina uno; dài, diciamo da pagina dieci, perché mi devo pur fare desiderare. Lei scrive come piace a me. Con spiccato buon gusto, con la passione per le descrizioni più suggestive, con la testa e con il cuore. Con quel fattore X - inafferrabile e misterioso, ma quando lo trovi lo sai - che insegue un noto talent. Inoltre, non conoscevo la storia narrata, se non come una lontana leggenda, e alla fine mi ha toccato profondamente. Scosso, pure un po' commosso. Mi è piaciuta per una vicenda pensata per lettori ancora bambini, ma in grado di coinvolgere anche chi è già cresciuto. Si sa che i piccoli sono il pubblico più esigente, no?, e Nicoletta sa trattarli con intelligenza, come una mamma e come un'insegnante: come se fossero – e infatti lo sono, solo che altri dovrebbero capirlo meglio, più spesso, di più – i nuovi adulti. Nella Kiev sotto lo schiaffo dei nazisti, raccontata ora a mo' di telecronaca, ora come un romanzo di formazione vecchio stile, la storia di una ragazzina con il sogno del pallone; quella dei suoi migliori amici; quella della sua famiglia. 
Quando Sasha perde la sua infanzia sotto le bombe, il padre, portiere di una squadra imbattibile ed imbattuta, perde il suo amato lavoro: in casa adesso lei litiga spesso con la madre, una donna che nasconde un segreto triste sul fondo di una matrioska, e non può più giocare a calcio, se non clandestinamente. E il papà non può osare fare un affronto ai tedeschi, e il suo amico del cuore non può dire ai genitori di sognare una carriere da ballerino e la Dynamo ricostruita non può vincere – nella "partita della morte" in cui in ballo c'è tutto – contro il nemico crucco. Certe volte, quando si vince si perde. In In piedi nella neve c'è il freddo e c'è “una guerra che secca il cuore”, la privazione e la negazione di sé. Cosa fare e cosa no? Filtrato dalla sguardo di Sasha - lunghe ciglia e un corpo ancora acerbo, le ginocchia sbucciate per le partite contro i muri a pezzi, i palloni di cuoio bucati, le mamme normative e le minacce al buio che odorano di acqua di colonia da quattro soldi – uno scorcio di storia vera che ha dell'incredibile, costituito da pensieri spesso crudeli e da dolci giochi d'infanzia. La narratice, con i suoi pregi, la sua ottusità e le sue piccole malefatte, è di una complessità incantevole. La rievocazione della Kiev assediata, pulsante e contraddittoria, ammalia e i fantasmi dei soprano nei sottopassi, il pensiero delle Baba Jaga nel fondo del bosco e gli avvertimenti dei falchi che fiutano il nevicare delle bombe antiuomo riempiono il romanzo di suggestioni varie e il lettore di pensieri originali. I dialoghi e le discussioni, così, vengono raccontati come nella telecronaca sportiva. Si fa un fallo, quando si mente a un amico. Si fa una finta, quando mentiamo agli adulti e fingiamo che di quel primo bacio mai dato non ci importi poi granché. In piedi nella neve è un esempio di coraggio; un paradigma della sportività. Nicoletta, al diavolo chi dice che le donne e il calcio non siano compatibili, tira dritta in porta e fa perfettamanete centro: a colpo sicuro. Non importa se siate tifosi o meno, se vi manca l'abc del gioco e se le strategie militari, a lungo andare, vi annoiano o confondono. Imparerete nel corso del viaggio - perché sì, questa lettura è un piccolo viaggio - a lasciarvi contagiare dall'entusiasmo della folla. E al gol decisivo, oltre la guerra e il fuoco, vi solleverete sulle vostre gambe in un boato che fa paura anche al temibile nemico, non pensando a quel che verrà. Alle conseguenze imprevedibili di un atto di valore. 
Il male è il solo bene che ci resta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Book Thief - John Williams