Visualizzazione post con etichetta Felicity Jones. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Felicity Jones. Mostra tutti i post

martedì 25 febbraio 2025

And the Oscar goes to: The Brutalist | A Real Pain | Flow | The Girl with the Needle

Qual è il prezzo del sogno americano? Recentemente se l'era chiesto Anora, commedia amara in cui il risveglio dalla favola somigliava a un pianto. La domanda riecheggia anche in The Brutalist, un film con la solennità di un cinema che non c'è più. Ambientato in quarant'anni, diviso in due capitoli con tanto di intervallo al centro, è un'epopea degna di Philip Roth. Corbet, classe 1988, sceneggia dal nuovo l'odissea di un architetto ungherese al soldo del filantropo Guy Pierce. Finalmente riunitosi alla moglie Felicity Jones, sopravvissuta ai campi di concentramento, vivrà una parabola oscura dopo un viaggio tra i bianchi marmi di Carrara. Mentre il suo capolavoro si eleva, infatti, la sua vita sprofonda in un abisso di vergogna. È un genio o un parassita? Sulle spalle nervose di Adrien Brody, a lungo a digiuno di ruoli memorabili, poggia il peso immane di una struttura grigia e austera, con corridoi angusti e soffitti altissimi. Il simbolismo del progetto sarà spiegato in un finale, purtroppo, troppo didascalico. The Brutalist, per il resto, è una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson, in cui lo spirito di onnipotenza del committente e l'ossessione dell'architetto si scontreranno con l'impossibilità di cambiare le proprie origini. L'innesto, giacché forzato, non fiorirà. (8)

Dopo la morte dell'affezionata nonna, miracolosamente sopravvissuta ai campi di sterminio, due cugini americani dai caratteri agli antipodi volano insieme fino a Varsavia, Polonia, con lo scopo di omaggiarla. Jesse Eisenberg, per un po' pupillo di Woody Allen, scrive, dirige e interpreta una classica commedia indie dai toni dolce-amari, ritagliando per sé il classico personaggio del newyorkese nevrotico, privilegiato, ipocondriaco. Il ruolo migliore? In un atto generosissimo, lo regala all'amico e collega Kieran Culkin: già in odore di Oscar, nonostante un personaggio cucito addosso, veste qui i panni trasandati di una sorta di Zach Galifianakis votato all'ipersensibilità e agli eccessi. Affascinante e imprevedibile negli sbalzi d'umore, Culkin è il bellissimo cuore emozionale di un film on the road assai poco memorabile per approccio e scrittura — il pensiero corre ai cult Ogni cosa è illuminata o Little Miss Sunshine: A Real Pain è ben lontano dalla loro iconicità —, ma con il pregio di sapere riflettere con un sorriso a fior di labbra di colpa, memoria, elaborazione. Quanto pesa il fardello di essere immigrati di terza generazioni, magari non all'altezza dei sacrifici dei propri antenati? Quanto pesa, soprattutto, questa leggerezza? (6)

Il film animato più bello dell'anno (scorso) arriva dalla sconosciuta Lettonia. Meritatamente candidato a due Oscar, è il diretto rivale di Il robot selvaggio. I due film, favole ambientaliste in cui gli animali imparano per forza di cose a collaborare, hanno a ben vedere più di qualche punto in comune. Ma mentre il film DreamWorks si perde in una seconda parte inutilmente roboante, questo film è un esempio perfetto di tecnica e delicatezza. Sensibile, minimalista, sperimentale, racconta l'odissea di un gatto nero all'indomani di un inspiegabile diluvio. Come un novello Noè, il gatto vincerà la diffidenza per radunare una piccola arca con un labrador, un lemure, un capibara: con loro anche un misterioso airone, che li guida – e giudica – come un dio imperscrutabile. In mancanza di dialoghi, parlano l'espressività dei protagonisti e i rumori d'ambiente, in un gioiello d'immagini e suoni che ha il nitore del documentario. I 90 minuti di durata sembrano forse troppi per uno spunto che si sarebbe prestato meglio al mediometraggio; la morale si perde di vista nel lirismo dell'epilogo. Eppure la visione di Flow angoscia, incanta e stupisce, portandoci alla deriva in un mondo in cui a mancare, per una volta, è l'animale più infestante: l'uomo. (7,5)

Irresistibili atmosfere da fiaba nera. Una fotografia ispirata al meglio del cinema espressionista. Una donna sessualmente repressa, sempre a un passo da un abisso di oscurità. Non sto parlando del sopravvalutato Nosferatu, bensì del danese The Girl with the Needle, in lizza per il Miglior Film Straniero. Ambientato nella Copenhagen del dopoguerra, sceglie un claustrofobico bianco e nero – accompagnato al 4:3, immancabile in questi angosciosi film di nicchia – per rievocare una spaventosa catena di infanticidi realmente accaduti. Indeciso tra il dramma sociale e l'horror, sin troppo manierato per strappare veri brividi, racconta comunque con solidità la vicenda di un'operaia sedotta dal suo datore di lavoro. Rimasta incinta, con un marito invalido appena tornato dal fronte, affiderà il nascituro a una donna misteriosa. Più simile del previsto al film della nostra Maura Delpero, che in definitiva avrebbe meritato un posto in cinquina ben più dell'algido ibrido di Von Horn, non è tanto la storia di una efferata serial killer, quanto uno spaccato su un gruppo di donne mute e abbandonate, private della facoltà di scegliere, qui costrette a commettere l'indicibile pur di assaporare in extremis un briciolo di libertà. Per non essere le vittime della Storia, infatti, tocca forse diventare le carnefici? (7)

mercoledì 2 novembre 2016

Mr. Ciak: Sing Street, Inferno, Nerve, Pericle il Nero, Microbo e Gasolina

Conor ha quindici anni, una famiglia che va allo scatafascio, una città che gli sta strettissima. Mamma e papà mettono in vendita la casa, vogliono vivere altrove ma separati, e a lui tocca trasferirsi alla scuola cattolica, in cui gli studenti indossano divise monocolore e scarpe che non può permettersi. Vessato dai bulli per la sua gentilezza e preso di mira dal direttore, che proprio non apprezza i suoi occhi screziati à la David Bowie, il ragazzino trova slancio nelle attenzioni di una ragazza che si sogna modella. Vuole comparire nell'ultimo videoclip della sua band, sì o no? Peccato che, di band, nelle giornate del timido Conor, non ce ne siano. Metterne su una per amore, così, e chiamarla Sing Street. Dopo la felice parentesi americana con Begin Again, John Carney torna a casa. Nella stessa Dublino dello splendido Once, ma con toni che omaggiano la commedia adolescenziale, l'ultimo film del regista irlandese è un leggerissimo, bellissimo romanzo di formazione, sullo sfondo di un Paese tagliato fuori dal mondo. Nelle aule campeggiano enormi crocifissi; a vent'anni si è già disillusi; il futuro passa solo dal tubo catodico. Londra, distante una striscia di mare appena, appare un miraggio. Qui, se ne parla come dell'America. Top of the Pops e i vinili di un fratello sfattone distribuiranno a piene mani pillole (della felicità) di Depeche Mode, Cure e Spandau Ballet: tra gli effetti collaterali, un look da camaleonte; tra i pro, sonorità che omaggiano di tutto un po', mentre si indagano sentieri non battuti. I protagonisti, liceali con il pop in circolo, cercano una scorciatoia e una voce. Troveranno anche loro stessi, magari, nella prossima canzone? Sing Street, in soldoni, parla di conquistare la bella di turno, diventare una celebrità, non rimanere inchiodati lì. In quella Irlanda che da lontano mi incanta, ma che dev'essere stata una prigione con lo steccato bianco e un amen per salvarci l'anima. Una trama elementare è però l'occasione per darsi a un altro irresistibile concerto all'aria aperta. Il Carney retrò immalinconisce, diverte e, da me attesissimo, non perde un colpo. E se il suo Sing Street non ha stonature, il merito va alle guance rosse di Ferdia Walsh-Peelo: un nome impronunciabile, le dritte fraterne di un prezioso Jack Reynor e, vero animale da palcoscenico, la capacità di trasformarsi da anatroccolo implume a idolo, quando con il microfono in pugno. Se mancano i peli sul petto, i costumisti e le groupie, si compensa con una testa che si inventa, lassù tra le nuvole, struggenti melodrammi e scenografie rubate a Ritorno al futuro. Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, infatti, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo. Canta dell'andare fiero del tuo paio di scarpe marroni, se il mondo ti impone il nero, e di prende il largo in compagnia della tua sola buona volontà. Di quello, e di balli di fine anno, sole e sirene, anche in questo novembre che ti vorrebbe cupo, fotosensibile e boccheggiante. (8)

Dopo il successo di Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, anche il terzo romanzo con protagonista il professor Langdon – a volere essere pignoli, il quarto: Il simbolo perduto, infatti, resta ancora orfano di trasposizione – arriva al cinema. E io, che prima che questo blog esistesse avevo trovato i precedenti una compagnia piacevole, sono arrivato all'appuntamento impreparato: ho Inferno in libreria da anni, ma non l'ho letto. Accanto avevo papà, per una volta, a sottolineare analogie e differenze; a dire che il libro era già così così di per sé, eppure di gran lunga superiore all'adattamento. A dieci anni dall'inizio della saga, ritornano prontamente regista, protagonista, compositore; l'arte italiana in filigrana e, a scatenare l'azione, cospirazioni che minacciano di nuovo di sconvolgere il mondo. Langdon si risveglia a Firenze senza memoria: al suo fianco, una dottoressa che non si tira indietro davanti all'avventura; nel taschino, un indizio che rimanda al capolavoro dantesco. Tra la Toscana e Venezia, con una virata finale in direzione Instanbul, Inferno è un thriller legato all'idea che la sovrappopolazione ci annienterà in tempi brevi. Si corre da una parte e dall'altra, il tempo stringe, il ritmo è dei più serrati; purtroppo, però, il tutto porta a un nulla di fatto. Indebolito dalla regia da dozzinale fiction Mediaset, da un pessimo Hanks – con lui, una Jones per cui però si hanno sempre occhi dolci – e da un epilogo, giura mio padre, stravolto in peggio. E quanto suonano ridicoli i dialoghi, in cui parte della colpa è anche del nostro doppiaggio? E quanto sono abbozzati i figuranti tutt'intorno, con tanto di immancabili cameo italiani? Si avevano basse aspettative per partito preso, e Inferno, televisivo e senza nerbo, nonostante le tinte orrorifiche dell'incipit, non è purtroppo neanche all'altezza di quelle. L'indagine di un James Bond in antropausa, imbolsito e visibilmente annoiato, che forse non sarà l'inferno del cinema, ma il purgatorio di Ron Howard. (5)

Vee viene convinta dai migliori amici ad osare. Sulla scia di una brutta delusione, così, si affida a Nerve: app futuristica che spinge chi si iscrive a compiere gesti avventati. Una variante di “obbligo e verità” in cui è contemplato solo il primo punto; in cambio, somme di denaro, versate da followers voyeur, e la fama mediatica. A lungo andare, la posta in gioco si alza: la sfida, da innocente, si fa mortale. E, presto, ci si trova con le spalle al muro. Tratto da un romanzo di prossima uscita per Newton Compton, Nerve parte come commedia adolescenziale, si evolve come thriller adrenalinico e, infine, arriva a un epilogo – la parte più insoddisfacente, con gli innamorati l'uno contro l'altra, come in Hunger Games – a tinte distopiche. Ibrido pop, coloratissimo, con le sue luci al neon, la musica instancabile, il montaggio dinamico, è un esperimento giovanile in cui, qui e lì, si scorge il potenziale: le nuove generazioni prigioniere dei social, ossessionate dai like e dalle dirette Facebook, che perdono il contatto con la realtà, il concetto di giusto e sbagliato, e di conseguenza si perdono, inseguendo l'ennesima folle richiesta. Di notorietà si muore, ma qui il pericolo non viene mai percepito come reale, e mancano la giusta dose di crudezza e coraggio. Ci si limita a farsi un po' male, ma mai nulla di grave, e il coraggio degli sconsiderati protagonisti – l'adorabile Emma Roberts e un Dave Franco sprovvisto del physique du role – non lo si ritrova, purtroppo, nelle intenzioni degli autori. Il lieto fine scende come manna dal cielo, miracoloso e affrettato, e fa sbuffare: gli Hunger Games finiscono, dal Labirinto si scappa via, c'è pace per i Divergent, ma dalle maglie della rete – lo dimostrano il cyberbullismo, tutte le Tiziana Cantone che non ce la fanno a ricominciare, i leoni da tastiera - non puoi districarti. (6)

Pericle, di mestiere, "fa il culo alla gente". Una notte, però, uccide la donna sbagliata. E, tra clan che si alleano, tradimenti e rivelazioni sulle sue origini, non resta che la fuga a Calais. Pericle il Nero, simbolo del tricolore allo scorso festival di Cannes, è la trasposizione di un controverso romanzo degli anni '90. Il progetto, fermo per un po', è passato dalle mani di Abel Ferrara a quelle di Stefano Mordini. Nel mentre, però, Sky ha sdoganato i meccanismi della camorra e Lo chiamavano Jeeg Robot ha aperto la strada ai bei film di questa annata. Questione di tempismo sbagliato, per Pericle il Nero, che tuttavia resta un onesto e curato noir d'esportazione. Producono i Dardenne e, dall'estremo sud della versione cartacea, il film si trasferisce al di là delle alpi: si gira al buio, e in una Europa grigia e tentacolare. Pericle si spaccia per chi non è, s'innamora di una panettiera madre di due bambini, fantastica di fare l'uomo di casa. Manesco e fesso, fondamentalmente inoffensivo; tonto, perfino, a causa delle droghe sintetiche, delle botte, di un'infanzia strana. Il passato, però, non vuole saperne di dargli un'altra chance. La sporcizia di Pericle il Nero è superficiale. Nonostante il suo cruento modus operandi, infatti, l'anti-eroe di Mordini ragione a voce alta e, finché può, evita i problemi alzando i tacchi. Dopo una buona prima parte, i difetti arrivano nella seconda: senza connotati, senza spazio, velocissima, con un protagonista che si muove, prende e va, e si capisce solo successivamente dove o perché. Pericle il Nero è un esperimento interessante, soprattutto grazie alla prova di uno Scamarcio contraddittorio e fragile, sempre più adulto; ma lontano dalle provocazioni, purtroppo, e altrettanto dalla memorabilità. Rapido e alquanto indolore, non fa il culo – parafrasandolo - alle sorprese al cinema di quest'anno: ben fatto, ma costruito alla bell'e meglio. Qualcuno, comunque, si potrebbe accontare: un marcio Riccardo, Nina Simone in cuffia e le luci sulla Manica, in fondo, non sono cosa che si vede spesso. (6,5)

Daniel e Théo si conoscono il primo giorno di scuola: si trovano. Il primo, per la pubertà che non vuole saperne di arrivare, è detto Microbo. L'altro, il chiodo e l'olio per motori sotto le unghie, ha il soprannome di Gasolina. Con le vacanze estive di mezzo, ha inizio un'avventura che somiglia a una fuga da una normalità che appiattisce: con legno, olio di gomito e il motore di un tosaerba super, costruiscono un'auto che dovrà portarli in giro per la Francia. Lungo il tragitto, ospiti bizzarri, guai e svincoli. Che promettono di legarli, lì dove i legami di sangue mancano in natura, o di dividerli per sempre. Quanto durerà il viaggio? E, soprattutto, come li troverà il ritorno? Stravolti, risanati, maturi? Microbo e Gasolina, ultimo film di quel Gondry che spesso faccio fatica a riconoscere – dopo l'intramontabile Eternal Sushine of the Spotless Mind, infatti, non posso dire di essere andato d'accordo con i successivi lavori, discontinui e surreali – ma che qui, senza fuochi artificiali o fronzoli di sorta, ma a corto di fantasia giammai, è più se stesso del solito. Sbugiardato e tenerissimo, in borghese e con il cuore in mano, ci intrattiene con il sorriso in un'ora e mezza piena di ricordi, adolescenti che pensano e parlano troppo, toni fiabeschi. Sembrerebbero di altre epoche, Microbo e Gasolina, e sembrerebbe di qualche generazione fa anche il loro romanzo di formazione su ruote: qui e lì, ci ricordano che non sono gli anni '80 dei Duffer Brothers, quelli, la tecnologia che sotterrano letteralmente in un fosso e le imperfezioni delle famiglie contemporanee. Il regista non l'ho rintracciato né nei manierismi né nei garbugli delle trame, e per me non è un difetto, e ho voluto ai protagonisti, bravissimi, un bene dell'anima. Qualche riserva giusto sul finale, che è amarognolo e troppo brusco. Di quelli che ti fanno dire: ma è finito già? E poi: cosa succede poi? (7)

martedì 3 febbraio 2015

Mr. Ciak: Like Crazy, Gemma Bovery, I nostri ragazzi, Breathe In

Ciao a tutti, amici. Come state? Oggi, per riempire un vuoto lungo quasi una settimana, causa studio ed esami tragicamente imminenti, ho deciso di proporvi una puntata della rubrica Mr. Ciak – che ormai, quando le mie letture vanno a rilento e il blog è in stato comatoso, è un po' il mio jolly. In realtà, non guardo un film da tipo una settimana – e no, la mia maratona di How to get away with murder non vale: le puntate sono corte! - quindi vi parlo di cosa ho visto di recente. Avrei voluto aspettare, parlarvi di altro, perché tutti quei sette e tutti quei film già noti creano solo monotonia, ma boh. E poi se fino a quando non mi libero dalla sessione invernale non riesco a guardare più niente di niente? Quindi, se vi va, sorbitevi le mie chiacchiere sui drammi indie di Felicity Jones, sugli italiani che portano (bene) al cinema un romanzo straniero molto acclamato, sulla commedia francese che – con la bellissima Gemma Arterton e con l'intramontabile Flaubert – fa al solito faville. Un abbraccio, M.

Dopo la scoperta che una Felicity Jones al giorno toglie il medico di torno, ho dedicato una sera a Breathe In e quella direttamente successiva a Like Crazy. Invertendoli, guardandoli al contrario. Due visioni con la firma dello stesso Drake Doremus, con protagonista la stessa inglesina dagli occhi verdi verso cui a vent'anni ho sviluppato una cotta mostruosa, che manco alle scuole medie. Per i motivi sbagliati – ma la bellezza della Jones è poi un motivo sbagliato? - sono andato a ripescare molti dei suoi film che, non so nemmeno io il motivo, mi erano sfuggiti. Lei mi piace perché è lei e perché fa un genere vagamente di nicchia che ha sempre saputo toccare le mie corde segrete. E, a proposito di segreti, quando mi chiedevano “Ma Felicity Jones chi?”, io rispondevo “Quella di Like Crazy”, anche se Like Crazy non l'avevo mica visto. Tutti pensavano il contrario; io non davo smentite. Adesso però me lo chiedo. A cosa diamine pensassi, dove diavolo fossi, quando quattro anni fa al Sundance presentavano un film che anche allora mi sarebbe piaciuto. Riassunta, condensata, ma mai compressa a forza – violata – ci viene raccontata una storia d'amore nella sua interezza. Anna e Jacob si piacciono un mondo, ma lui è americano, lei è una studentessa inglese con un visto in scadenza. Imbrogliano per qualche tempo, lei parte, quando ritorna non può ritornare davvero. Problemi con la dogana. Problemi con chi la aspetta a casa. Odorarsi, conoscersi, poi perdersi mai del tutto. C'è parecchio in un'ora e trenta. La spensieratezza degli anni d'oro, il disincanto dell'età adulta sperimentato anche da chi continua ad avere il volto d'adolescente. La fiamma che si raffredda ma non si spegne. Anton Yelchin e Felicity, insieme a una Jennifer Lawrence di passaggio, sono i teneri e convincenti testimoni di un amore di quelli veri, mentale e fisico, che ha bisogno di un tocco, d'un promemoria, per farsi ricordare. O lo si scorda, con il silenzio e la lontananza. Maturi ed immaturi, zelanti e pigri, sono la pioggia, e il sole, e i check in in aeroporto, e le promesse (non) fatte tanto per. Un Doremus più acerbo e introverso, ma già bravo, li inchioda con i primi piani e le spalle al muro, mentre una fotografia opaca e nuda ce li racconta alle prese con il rimpianto. Lui cattura il significato più profondo dell'assenza, il nocciolo dell'attesa, l'eroico tentativo di imbrogliare il tempo e, con una quiete solo apparente, stupisce con trovate brillanti e un montaggio che mi ha regalato spunti di una bellezza impensata – la serie di istantanee di loro a letto, i campi e contro campi che alternano il corpo della Jones a un posto vuoto sul bus, sei mesi di pratiche e ripensamenti sbrigati buttatando avanti veloce. Il pane quotidiano per chi ama le storie d'amore indie, con dialoghi lunghissimi che sarebbero il sogno di ogni giovane attore, momenti di una maturità che strappano il cuore e ti fanno invecchiare con un singolo passaggio di macchina, svolte impreviste per capire davvero le quali devi essere semplicemente un po'... come loro. Un po' così. Così, senza definizioni. Così, come chi quando guarda uno squarcio di storia d'amore pensa già a come andrà a finire. (7,5)

Nella lontana estate del quarto ginnasio, adolescente brufoloso dato in pasto a una prof di letteratura indicibilmente maligna, leggevo in spiaggia tutta una serie di romanzi minori che lo stesso Verga aveva scordato di aver scritto e un grande classico, Madame Bovary. Verga, mio acerrimo nemico, l'ho odiato senza troppo sforzo; Flaubert no. Mentre, perciò, qui aspettavano Dio solo sa cosa, io già avevo intercettato Gemma Bovery tra le uscite straniere e avevo avuto fiducia nei distributori italiani, che mi vogliono bene e le buone commedie d'oltralpe non se le fanno scappare. Chi mi legge, sa: che penso che il cinema francese abbia una marcia in più, che non c'è posto più affascinante della campagna normanna e che se ci sono toni irresistibili e una protagonista bellissima, allora il gioco è fatto. L'ultimo film di Anne Fontaine è una deliziosa produzione con suggestioni british e carte in regola perfette. Echi letterari, un epilogo tragicomico eppure divertentissimo, garbo, Gemma Arterton. E lo so che ho appena giurato amore eterno a Felicity Jones, ma tanto mica capisce l'italiano lei, no? Gemma Arteron, mai così bella, quasi da combustione spontanea, ha lo stesso nome del suo personaggio e il destino apparente dell'eroina di Flaubert. O almeno di questo è convinto il suo vicino di casa, un fornaio ficcanaso che legge troppo e vive troppo poco. Quanto può fare un romanzo? Tanto, questo è certo, ma conoscere il finale in anticipo forse potrà cambiare il destino di quella conturbante giovane venuta dall'Inghilterra, con marito americano e una flotta di ammiratori segreti che minacciano la sua serenità? Ispirato a una graphic novel, Gemma Bovery è una riscrittura in chiave moderna di un polveroso capolavoro: operazione rischiosa, ma salvata da quei francesi coltissimi, autoironici, nostalgici, che fanno sembrare cosa da niente qualcosa da maneggiare, invece, con cura. Saranno antipatici, o almeno così dice la leggenda, ma hanno una leggerezza inimitabile. Inutile dire che non ci si annoia mai e che quel loro sguardo malizioso, anche in mezzo a presagi e giochi del destino, diverte. Fattura impeccabile; una barriera linguistica impossibile da comprendere non guardano il film in lingua originale, ma discretamente suggerita dal nostro doppiaggio. Fabrice Luchini, con l'ormone non ancora in pensione, una fantasia che fa guai e sogni erotici in costumi ottocenteschi, è ottimo. Gemma Arteron, con un ruolo cucito addosso su quel suo corpo burroso e cosparso di lentiggini, è erotica e ingenua: impastare il pane è la cosa più sexy del mondo. Per non parlare di quando, in una scena con il fortunato biondino già visto il Les Amours Imaginaires, si sfila l'impermeabile... Mi ha ricordato la Malena di Tornatore, muta e raccontata dagli altri - vicini invidiosi che le guardavano nella scollatura e nel buco della serratura; ma anche una creatura inconsapevole, studiata e manipolata come nell'imperdibile Nella casa, con lo stesso Luchini nel cast, un regista più grande, riflessioni in rima – tra sarcasmo e seduzione – sulla realtà che imita il falso e viceversa. (7)

Gli italiani che riadattano un altro romanzo scritto fuori dai nostri confini. Un romanzo che chi ha letto definisce, spesso, un Carnage, in cui quattro adulti si riuniscono per parlare di un misfatto più grande di una scaramuccia tra bambini. In attesa di vedere I nostri ragazzi – che ha cambiato titolo, ambientazione e forse anche qualcos'altro – avrei voluto recuperare il libro, per dirvi come siamo noi quando diamo un'impronta altra a qualcosa che non ci appartiene. I protagonisti sono due fratelli che non potrebbero essere più diversi. Uno crede nell'onestà, l'altro nel potere dei soldi. Mettono da parte i litigi e le divergente una volta all'anno, durante una cena che è un trionfo di maschere, ipocrisie, chiacchiere stantie. Ma quando si insinua il sospetto di un fatto terribile, quando un interrogativo fa capolino attraverso la tivù che annuncia l'ultimo caso di cronaca, allora tutto si ribalta e l'affetto seppellisce la ragione. Prima distanti, poi quasi complici, i quattro si domandano cosa fare, alla notizia che i loro figli perfetti hanno la coscienza sporca. Con una direzione tutt'altro che pedestre, il regista colpisce per la qualità della scrittura e per diverse scelte formali: i dialoghi densi e i patinati luoghi chiusi si alternano a scene in cui il chiasso, attraverso un uso capace della colonna sonora, è messo a tacere e in cui quelle case futuriste, con le linee dritte e i colori freddi, ricordano prigioni. Tra i quattro protagonisti, decisamente convincenti, menzione per una Giovanna Mezzogiorno invecchiata, ma sempre a fuoco, che è un piacere rivedere: il ruolo sgradevole di una madre disposta a chiudere gli occhi davanti all'evidenza, i vestiti castigati contrapposti a quelli provocanti dell'affascinante Bobulova. Calato nel ruolo quell'Alessandro Gassman che spesso, altrove, stona; padrone, sottile, complicato un Luigi Lo Cascio che con i personaggi impegnativi va a nozze. Scomodo, curato, preoccupantemente vicino, sa come non cadere nel facile moralismo: sarà che una morale non c'è e che quel finale tronco, agghiacciante e inaspettato, ribalta yin e yang. Un quartetto di intriganti personaggi calati in una situazione pericolosa, riflessioni e colpe già mostrate ma che incatenano, un epilogo tragico e farsesco, di un nero che soffoca. Notevole, tutto. E tu, persona corretta e generosa, proprio tu: cosa faresti se i tuoi figli fossero gli assassini di cui hai sentito parlare in televisione? (7)

La famiglia perfetta che apre le porte di casa a una studentessa straniera. Una ragazza timida, pacata: una lettrice e una musicista. Una con gli occhi sterminati, che parla la loro stessa lingua, ma con un accento diverso. Quello britannico, che rende tutto più elegante e formale. Sono in tre, in una villa di campagna lontana dalle luci della città, ma quell'estranea, un posto aggiunto a tavola, un'altra bocca da sfamare, un'altra testa pensante, metterà alla prova i loro equilibri. E nulla è dato per certo, quando ci si mettono di mezzo l'attrazione fisica e qualcosa che, forse, somiglia all'amore che tutti sognano. Le tazze da collezione della mamma cadono a terra in mille pezzi; le vecchie amicizie della figlia sembrano avere occhi solo per la nuova arrivata; i desideri autentici del padre, uomo di mezza età che insegna in un liceo ma insegue la grande musica, fanno prepotentemente capolino, mentre il signor Reynolds si scopre innamorato della dolce Sophie. Breathe In è un dramma indipendente di qualche anno fa, che ho recuperato per la voglia di conoscere meglio e più da vicino quella giovane attrice che in La teoria del tutto mi aveva incantato. Ma quant'è bella Felicity Jones? E quanto è delicato questo film? E quante scarse sono le probabilità di vederlo anche da noi? Sarebbe strano vederlo distribuito. Doppiato. Contro natura, quasi, strappare la Jones da quelle atmosfere tenui a cui appartiene e rendere in italiano i dialoghi intimi che costruiscono questo storia d'amore, che poi è una lezione di respirazione. In inglese, come saprete meglio di me, non c'è differenza tra il tu e il voi. You è pronome di seconda persona singola e plurale, e sono le situazioni a farci capire se, formali, ci si dà del lei, oppure se si è passati, con la conoscenza reciproca, a un rapporto più confidenziale. Mi sono chiesto per tutto il tempo quando i due protagonisti avessero oltrepassato la soglia delle buone maniere per scoprirsi confidenti. Ma, in verità, impossibile dire se la loro relazione vada mai oltre qualcosa. Nascosta, trattenuta, platonica. Breathe in parla di un uomo sposato che intraprende una relazione clandestina con la ragazza che ospita per un semestre, ma non esiste malizia. E poi, ai paesaggi bucolici e ai primissimi piani su quei volti acqua e sapone, si aggiunge la musica classica; la professione del musicista. Bravissimi e naturali la Jones e Guy Pearce, in una prima parte in perfetto equilibrio, pure un po' magica, che quando si scopre terrena, dotata di un peso suo, perde qualcosa. Il film di Drake Doremus è l'equivalente di un sussurrare, di uno sfiorarsi, di un non dirsi, di un camminare in punta di piedi. Un mezzo gesto, perlopiù nascosto, che è significativo proprio perché destinato a non completarsi: a non diventare un dialogo, una carezza, un confronto, una fuga. (7)

lunedì 12 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La teoria del tutto, The Imitation Game, American Sniper

Buongiorno, amici. Si inizia una nuova settimana di letture e cinema ed avete letto bene. Mr. Ciak, mettendosi tutto elegante, è pronto e attento. La stagione dei premi, dopo che i Golden Globe hanno avuto già i loro vincitori, è alle porte. Lo scorso anno, l'ho seguita, ma con il mio solito disordine. Vi ho parlato dei film che facevano parlare in ordine sparso, col caos. Quest'anno, siccome tra i miei propositi c'è quello di essere più puntuale e organizzato, troverete me che vi commento i film in lizza in And the Oscar goes to. Occhio, però. Ho già recensito Gone Girl, Lo sciacalloMaps to the stars, St. Vincent, Boyhood, ma in fondo erano pellicole dello scorso anno, no? Se li avete visti, ovviamente ditemi la vostra. Un abbraccio e buon inizio di settimana, M.

Ero preoccupato che guardare La teoria del tutto, a dicembre, avrebbe scombussolato la mia personale lista dei film dell'anno. Riscriverla? Un problema, se il biopic sulla geniale vita di Stephen Hawking si fosse imposto, come mi aspettavo, sul podio. Piccolo grande ma. La teoria del tutto, elegante e curato com'è, non ha messo in discussione le mie preferenze: resta un bel prodotto, ma coi suoi limiti ed i suoi punti di vista poco a fuoco. Il profumo di Oscar, forte, però rimane. James Marsh prende una storia intensa, attori non ancora noti quanto meriterebbero e, in punta di piedi, ma con un'eleganza tutta inglese, mette insieme un film giusto. La fotografia è avvolgente, la colonna sonora incalza, la macchina da presa si concede qualche convincente volteggio tra le scale a chiocciola e i girotondi tra innamorati. Il film è cristallino, delicatissimo, e - per quelle due ore – arriva dove dovrebbe. Emoziona piano, scoprendosi capitanato da un cast meraviglioso. Quieto, intimo, sommesso, rinuncia al virtuosismo, ai fiumi di lacrime e, con una maliziosa ironia e toni agrodolci, in rewind, ti mostra l'altra faccia che ha il lieto fine. Realistico, ma incantato. Cosa che mi è piaciuta, anche se forse ha impedito le morse al cuore e il resto. La storia di Stephen e Jane ha un inizio e una fine come l'universo percepito dallo scienziato, ma è arduo mettere un punto fermo all'amore di una vita. Il registra ne mostra gli inzi e gli sviluppi, il matrimonio e i figli che nacquero, con una fluidità che non si percepisce e un meticoloso lavoro di trucco che invecchia i protagonisti poco alla volta, sotto gli occhi di chi guarda. Alle scoperte si sommano i sacrifici della vita coniugale, scossa da una malattia che li indebolisce, ma non li uccide del tutto. Le sorprese sono Eddie Redmayne e Felicity Jones, più bravi di quanto pensassi. Lui, giovane attore che ho trovato spesso scialbo, a trentadue anni è così fortunato da imbattersi nel ruolo della vita: timido e impacciato all'inizio, fragile e muto alla fine, recita con il viso e con quella voce che viene meno, mentre il corpo si accartoccia come una foglia secca e la malattia avanza. Ogni cosa nella sua performance – dalla camminata storta alla grafia tremolante – è studiata fino a far scomparire qualsiasi traccia di finzione; esalta. Nel 2014 ho visto prove splendide, ma il magnifico Redmayne le mette quasi in ombra. La Jones, al suo fianco, non è da meno, anche se il suo è un ruolo semplice e dimesso. L'incantevole Felicity, con il viso pulito e un candore d'altri tempi, è una donna con una missione: custodire la sua famiglia. Sprigiona forza d'animo, coraggio, anche disperazione... ma la disperazione è tutta lì, in quegli occhi blu che brillano, perché non deve piangere. Non deve far capire a quel marito bambino che, a volte, è un peso sullo stomaco intollerabile. Trattenuta e intensa, dondola con Redmayne in perfetto equilibrio, sull'altalena delle loro miracolose vite. Ottimi anche i comprimari: in particolare Charlie Cox, che rende buono e empatico un personaggio che, mostrato per vie traverse, sarebbe apparso un infelice terzo incomodo in un matrimonio perfetto. Onesto e verisimile, La teoria del tutto addolcisce ma non cambia i fatti e, pur privo di occhi grandi e davvero significativi, dà l'impressione che Jane e Stephen, per tutto il tempo, guardino insieme quello che hanno costruito e quello che hanno di comune accordo infranto dal loro verdissimo giardino segreto. (7)

Un altro biopic che viene dal Regno Unito. Un'altra produzione british fino al midollo. Un'altra ottima performance, per rendere la complessità e le contraddizioni di un'esistenza. Turing come Hawking. Un genio. Ma The Imitation Game è la storia di un genio dalla vita solo apparentemente meno sofferta; un brillante matematico che non ebbe né il conforto di una moglie paziente, né la consolazione della gloria. Alan Turing nessuno se lo ricorda. Per cinquant'anni, il suo nome e la sua invenzione sono stati sotto silenzio. Arsi in un rogo scoppiettante, quando la Seconda Guerra Mondiale era finita, ma anche grazie a lui. Che era troppo gracile per la trincea, ma che salvò milioni di vite, sconfiggendo Hitler e il tempo in una stanza grande quanto un garage. In una gara avvincente e impossibile. Per lui, nessun onore. L'oblio, e poi la beffa. Il suo volto sui giornali per le sue preferenze sessuali, non per quello che, padre dei moderni computer, aveva intutito. The Imitation Game parla di una storia che non conoscevo e che pensavo non potesse interessarmi. I punti in comune con La teoria del tutto sono più di uno, ma convince più questo. Quella di Stephen e Jane è una storia d'amore, ma questa è una storia di passione. La passione bruciante verso i lati di noi che non riusciamo a smettere di amare, anche se ci fanno del male. Come quel cervello iperattivo e veloce, che eppure non ci insegna come stare in società; quel sentimento impossibile verso un tuo compagno di scuola, da bambini, che consacriamo dando alla nostra grande invenzione il nome del primo amore; quell'idea fissa che ci fa perdere il sonno e i chili, in cui nessuno crede davvero, ma in cui confidiamo con il vigore dei pazzi. E' discreto, ponderato, non particolarmente audace, proprio come il biopic di Marsh, ma con un quid dato da una struttura tripartita, neanche originalissima ma piacevole, e da personaggi a cui vuoi bene con poco. Personaggi, al plurale. Mentre l'altro non ha occhi che per i suoi romantici protagonisti, a The Imitation Game giova la sua dimensione collettiva. I comprimari, pignoli e accaniti smanettoni dei computer ante litteram, sono interessanti e delineati con eleganza. Matthew Goode, bello e sicuro, non si fa mai mettere in un angolo; Mark Strong e Charles Dance sono ottimi caratteristi; Keira Knightley – discreta, sì, ma immeritevole di una candidatura – è una donna decisa e forte, con gli attribuiti grandi così in un mondo a misura d'uomo. I discorsi, le rivalità e la complicità tra personaggi numerosi danno ritmo al film, regalano qualche risata, accompagnano meglio lo spettatore, ma forse mettono in ombra il lavoro di Benedict Cumberbatch. Un lavoro notevole; non il migliore. Quel personaggio sagace, testardo e fragile sembra scritto su misura per lui, ma Redmayne e Gyllenhall reggono i loro rispettivi film. Non si può dire lo stesso in questo caso, anche se pare che, doppiato, il protagonista perda molto del suo decantato (e per me incomprensibile) fascino. Mi ha intrattenuto, regalato qualche sorriso e più di qualche brivido e, mentre scendevano i titoli di coda, mi ha piegato in due per un finale che non conoscevo. Allora The Imitation Game spiega che la guerra è finita, che Hitler è morto, ma che altri due mostri temibili – ignoranza e omofobia – sono a piede libero. Ha inusuale leggerezza, un cast omogeneo, tre diversi protagonisti. Quello ragazzino, con un solo amico e orde di bulli intorno; quello giovane e vitale, che sa cos'è ma non sa cosa diventerà; quello adulto, con la speranza a terra, che aspetta una visita amica e le sue pillole. Si rivela, sul finale, tanto amaro: ma con un epilogo diverso mi sarebbe piaciuto? Non amo le guerre, detesto lo spionaggio. Ma penso che una storia ben raccontata sia sempre una gran cosa, e il film di Tyldum, la cui regia è però alquanto convenzionale, è scritto bene, senza parole superflue. Neanche due ore, per un intrattenimento non indimenticabile, ma solido. Il mio primo bel film dell'anno. (7,5)

Io leggo tutto. Anche i film che guardo. Deformazione professionale. Aspettavo il nuovo film di Clint Eastwood, pensando non fosse il solito film di guerra. Basato sulla biografia di Chris Kyle, uno dei cecchini più spietati e noti d'America, ci raccontava la storia dell'uomo, la missione del patriota, il mestiere dell'assassino. Invece, quando avrei voluto leggere le sue verità tra le righe, quando avrei voluto osservare la tragedia del conflitto così come l'avevano osservata i suoi stessi occhi, mi sono trovato davanti un libro chiuso, sigillato. Non si poteva leggere. Era già scritto, preconfezionato, e dovevi prendere o lasciare. Al solito. American Sniper promette un'umanità che manca. Non ho capito l'uomo, non mi sono chiesto se tutte quelle infinite vittime fossero giuste o sbagliate, non ho sentito la tremarella o il tentennamento. La mano di Eastwood non si concede tremori, così come il dito di Chris, che preme il grilletto e centra il bersaglio a colpo sicuro: che sia una donna o un bambino, che sia un soldato o un civile. Il protagonista, la prima volta, uccide un ragazzino, con la moglie che a casa porta in grembo un figlio suo, e io non ho percepito le sue incertezze, i suoi dubbi. Si chiedeva se era giusto farlo, e in un modo che non fosse così retorico? Si sentiva sporco, dopo? Con che cuore ritornava dalla sua famiglia? Il cinema fa della controversa figura del cecchino un eroe a tutto tondo, un cavaliere nero i cui lati oscuri sono prevedibili e noti; perdonabili. Sullo sfondo, dappertutto, che fa fuoco e miete vittime, c'è la guerra di una nazione, ma non la guerra di un uomo qualunque di cui non riesci a fare tua l'interiorità lacerata. Un personaggio potenzialmente immenso, invece, è trasformato in una figurina stilizzata, ricordata in un'agiografia americanissima che sente una sola campana, non ammette repliche, non solleva dubbi etici. E invece me lo sono chiesto, io. Qual era la differenza tra i bambini con i mitra e i figli di papà yankee che, nei civili Stati Uniti, sono educati al culto della caccia; qual era la linea di confine tra le sette vergini che spettano in premio ai kamikaze e la Bibbia che il protagonista si portava appresso; quant'era distante il violento e folle senso patrio estero rispetto al connaturato patriottismo americano. Eastwood, invece, scolasticamente, contrappone il cecchino iracheno a quello nato e cresciuto in Texas, con un punto di vista tanto collaudato quanto pigro. American Sniper è un film di guerra come tanti, quello è il guaio, e che il protagonista sia una persona vera poco importa. Non è una personale soggettiva, questa; è una strategia, tra le granate e le tempeste di sabbia, in cui ci sono l'amico occidentale e il nemico orientale che si sparano addosso, mentre qualcuno – e quel qualcuno non coincide, purtroppo, con Chris – te lo racconta con toni assai standard. Grandi assenti: la colonna sonora, non pervenuta; l'emozione. La sceneggiatura non tiene conto della spersonalizzazione del soldato, di un'omologazione premiata a furia di medaglie ma che lascia aridi dentro, del rapporto altalenanete con una moglie estranea le cui tensioni radicate nel profondo, dopo due ore, vengono liquidate con una battuta maliziosa, una pacca sul culo e una risata. Buoni i protagonisti, ma non eccelsi: convincenti, come da copione, ma basta. Dialoghi scarni e nulla per cui strapparsi i capelli. La Miller è discreta; Cooper, ingrassato e in parte, ci mette la fisicità ma non il resto. American Hustle gli avevi messo i bigodini in testa, eppure, lo aveva reso ridicolo ma magnetico. Manca una chiave di lettura, e se non è il buon Clint a darcela, allora chi? Il suo, resta un prodotto superficiale, nel senso stretto del termine. Indugia sulla soglia; non va mai oltre il confine. E non bastano le linee nemiche varcate. (5,5)