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lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Fato e furia, di Lauren Groff

Tragedia, commedia. Tutta questione di punti di vista.

Titolo: Fato e furia
Autrice: Lauren Groff
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 459
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Per alcuni la vita è sogno. Lotto e Mathilde, il ragazzo d’oro e la principessa di ghiaccio, si conoscono alla fine dell’università e si sposano subito: giovani, bellissimi e innamorati, si avviano verso un destino di felicità. Lotto depone senza troppo dolore le ambizioni da attore per diventare celebre come autore teatrale, e Mathilde si rivela la moglie ideale, la musa silenziosa: lui ama le luci della ribalta e lei sceglie il riparo delle quinte, lui è fiducioso e aperto verso le persone e il futuro, lei è più oscura e sfuggente. Ventiquattro anni di matrimonio per una coppia perfetta, quella che vedono - o credono di vedere - tutti da fuori: ma basta cambiare punto di vista e la maschera cade. Il fato cala senza pietà; e Mathilde è la furia che libera un carico di rivelazioni. Con la sua scrittura intensa e luminosa Lauren Groff è riuscita a dare grande respiro narrativo a quella che si può leggere come una pièce teatrale, una tragedia animata da due personaggi folgoranti: perché ogni storia ha due facce, e la chiave di un matrimonio non è la verità, ma il segreto.
                                            La recensione
A un certo punto, sul finire di dicembre, sapevo di dovere leggere Fato e furia ma non sapevo perché. A un certo punto l'ho preso in prestito, l'ho letto e, a tratti, sentito quasi di amarlo: neanche di questa inspiegabile attrazione per una storia pretenziosa, di questa cotta per personaggi antipatici come pochi, conosco tuttavia le ragioni. Il romanzo di Lauren Groff, che su Instagram veniva fotografato fra le mani di Barack Obama, Brie Larson e Florence Welch, è infatti tra quelli più facili da odiare che da apprezzare. Ha anni riassunti in un paragrafo e conversazioni sviscerate in un intero capitolo; si rivela inutilmente intricato nel finale, dopo un'impeccabile prima parte; ha scene di sesso brusche, che fanno a pugni con la comune idea di erotismo, e rarissimi livori per essere, almeno su carta, un dramma matrimoniale a un passo dalle nozze d'argento. Il sesso senza amore. La crisi senza litigi. Lui vanesio, misogino; lei impassibile e passivo-aggressiva. 
L'autrice parte da lontano. Dalla Florida in cui, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, cresce coccolatissimo il nostro Lotto: figlio di una sirena del circo in aspettativa e di un imprenditore locale, arricchitosi imbottigliando acqua; fratello maggiore della precoce Rachel; adolescente brufoloso ma affascinante che fa strage di cuori e, nel periodo speso in un collegio in New Hampshire, svolazza di fiore in fiore, dagli uomini alle donne. Naturalmente melodrammatico, snello e dotato di una voce stentorea, sgomita per diventare attore ma non riesce; con il sopraggiungere della mezza età capirà, ben consigliato, che il suo destino è scrivere. A ventidue anni, mentre si pavoneggia a una festa, scorge dall'altra parte della stanza una ragazza che non si è mai portato a letto. La scena di un film: la folla si apre, lui le chiede di sposarla, lei per scherzo dice sì. Poco dopo sono marito e moglie per davvero. Lo saranno nella buona e nella cattiva sorte. Finché dura. Acquistano una cagnetta e la ribattezzano Dio. Sono pieni di falsi amici, tagliano entrambi i ponti con le loro famiglie. La loro storia è colta e chirurgica. Sgradevole all'occorrenza, ma magnetica sempre. Tra le righe, tra parentesi quadre, il commento in pluralis maiestatis di una narratrice onnipotente. Fato e furia si perde e si ritrova: salta di festa in festa, di forma in forma – romanzo, ma anche pièce teatrale e abbozzo di opera lirica all'occorrenza. 
Ti distrae e ti schiocca all'improvviso le dita in faccia, se vuole gli occhi a sé. Mi aspettavo accuse, recriminatorie e rimpianti come in un moderno Revolutionary Road: invece la Groff racconta un connubio solidissimo; perfetto a una prima occhiata. Ci lavora su quando è notte, inosservata, Mathilde: una compagna mite, una custode impassibile. Ma anche vendicativa, incapace di dimenticare. Una sottile Lady Macbeth che nell'amore, nel loro, vuole crederci con tutta l'anima. Algida e distante, sembra una diva di Hitchcock: la donna che visse due volte – sotto falso nome, sottratta a un passato pieno di porte chiuse e proposte indecenti. Lauren Groff mette a disagio: ambigua, sfacciatamente talentuosa. Di che genere è il suo ultimo romanzo? Ricorda il King meno indagato di La storia di Lisey – si parla, infatti, delle grandi donne all'ombra di grandi uomini -, le doppie verità del telefilm The Affair, le bionde imprevedibili dell'Amore bugiardo. A chi lo consiglierei, se mi è piaciuto subito ma, banalizzandolo, non è che una soap opera scritta ad arte? Cosa c'è al di là della maschera? Cosa si nasconde in quei loro cuori glaciali? Soprattutto, qual è il segreto di un matrimonio felice? Lotto e Mathilde, la sua sposa fedele e silenziosa, sorridono: sembrano svelarsi, ma poi dissimulano tacendo i trucchi del mestiere. Si confermano maliziosi, sudoli e narcisisti. Sfuggenti, all'interno di un romanzo che sfuggente lo è altrettanto, ma irresistibili: per gli spazi bianchi, per il non detto soffocato in un cuscino, per il dubbio che persiste. Per legittima difesa. A proposito di una furia (quella di lei) che plasma come creta il fato (quello di lui).
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Stand By Me

venerdì 29 luglio 2016

Recensione a basso costo: I Gillespie, di Jane Harris

E io, oltre a portare la colpa di essere femmina, avevo un'aggravante: ero nubile.”

Titolo: I Gillespie
Autrice: Jane Harris
Numero di pagine: 508
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Nella primavera del 1888, in seguito al decesso della zia da lei amorevolmente accudita, Harriet Baxter decide di lasciare Londra e viaggiare alla volta di Glasgow. Trentacinque anni, nubile, una piccola rendita annua cui attingere, Harriet arriva nella seconda città dell'Impero nell'anno dell'Esposizione Internazionale. Durante una passeggiata in una giornata insolitamente calda, Harriet soccorre una distinta signora di circa sessant'anni stramazzata al suolo per un malore sconosciuto. Qualche giorno dopo si ritrova a onorare l'invito, elargito in segno di riconoscenza per il suo bel gesto, a casa dei Gillespie, la famiglia della donna soccorsa. Ci sono Elspeth, l'esuberante madre del padrone di casa; Mabel, la figlia di Elspeth inacidita per essere stata abbandonata sull'altare; Kenneth, il figlio belloccio tormentato da un segreto inconfessabile; Annie, la dolce moglie del padrone di casa alle prese con l'educazione di due figlie; il padrone di casa, Ned Gillespie, un giovane, geniale pittore dai tratti meravigliosamente regolari e piuttosto avvenenti, e una punta di tristezza negli occhi blu oltremare. L'incontro con Ned Gillespie risulta fatale per Harriet Baxter. In lei si fa strada la convinzione di dover salvare Ned Gillespie. Salvarlo dalla sua indigenza, che gli impedisce di dare libero sfogo alla sua creatività, e salvarlo dalla sua turbolenta famiglia. Una convinzione che, come ogni ossessione, trascina inevitabilmente dietro di sé l'ombra della tragedia.

                                                   La recensione
Nella Londra degli anni Trenta, Harriet Baxter – arzilla ottuagenaria coinvolta, decenni prima, in un misterioso caso di cronaca nera -, decide di lavorare a un'autobiografia, mentre l'immaginazione galoppa, la salute la abbandona e la sua domestica, Sarah, diventa fonte di sospetti. Quale tremenda cicatrice nasconderà sotto le gonne, voluminose e scure anche in piena estate? Quanto la tradisce un accento che ricorda all'anziana il suo lungo soggiorno a Glasgow, nella primavera del 1888? Chi è la sua aiutante e, domanda che preme ancora di più, chi è davvero questa paranoica, intrigante vecchietta? Un'occhiata al suo memoriale, ed eccola lì, trentacinque anni appena, visitatrice di una Scozia che, sul finire del secolo, ospitava le invenzioni straordinarie, le curiosità e le ricchezze dell'Esposizione Internazionale. A passeggio, per caso, salva un'appariscente matrona dal soffocare. Ed è per caso che, piena di riconoscenza, la donna a cui ha prestato aiuto la invita prima per il tè, poi per il pranzo, fino a rendere Harriet un'ospite ricorrente. La matrona, pettegola e vanagloriosa, è la mamma di Ned, artista emergente che – per caso, si capisce – la turista ha già conosciuto a un vernissage, in Inghilterra. Quant'è piccolo il mondo. E ampio e accogliente, al contrario, è il salotto dei Gillespie: Harriet si mette comoda; li osserva, affascinata. Il pittore e Annie, moglie mite e protettiva, sono i genitori di due bambine che mettono a soqquadro lo studio, disturbano il papà a lavoro, ricercano attenzioni: se Rose è un cherubino, però, la maggiore, Sibyl, è al centro di incidenti, fenomeni inspiegabili, sinistri episodi di violenza. Intossicazioni alimentari, disegni osceni sui muri, cocci di vetro nel letto della secondogenita. Gesti inquietanti, scherzi da bambini; finché non accade l'irreparabile. E ci sarà un processo che, a distanza di mezzo secolo, il Regno Unito non scorda ancora. E una famiglia borghese consumata lentamente dall'interno; smantellata. Voluminoso e di altre epoche, impegnativo solo all'apparenza, il romanzo di Jane Harris era un mattoncino in edizione Beat – il dorso rosa antico e la bellezza di cinquecento pagine complessive – che, da un po', prendeva polvere nella pila di libri intonsi perché temibili. L'ho letto in pochi giorni, invece: nonostante la lentezza degli inizi, qualche pagina in eccesso e il mio scarso feeling verso le letture in costume, che fanno il verso ai romanzi d'appendice. 
La Neri Pozza è la quintessenza dello stile, storia vecchia, questa, e il dipinto di Sargent in copertina – quotidiano, eppure oscuro, con le ombre fittissime e una bambina spettrale che ci guarda dritti in faccia – promette un intrigo contorto, che parla di pittura, bambole di ceramica e domestiche dalle orecchie lunghe. Per fortuna, non si smentisce neanche un po'. Strane, le mie letture sotto l'ombrellone: non tra le più semplici. Quando dedicarsi ai romanzi più corposi, però, soprattutto se di sicura qualità, se non nei mesi in cui le giornate si allungano e il tempo, abbondantemente, avanza? Tempo passato bene, quello in casa Gillespie. Tempo che scorre in fretta, se il solito giallo storico, in realtà, ha dalla sua una voce insolita. Ciò che rende peculiare il romanzo della Harris, e in parte profondamente antipatico, è infatti questa signorina Baxter, che non ha il dono della sintesi, eppure glissa su dettagli compromettenti e rigetta le accuse. I Gillespie è la sua vendetta; la sua versione dei fatti. Tutto ruota attorno a lei, e tutto è un perpetuo enigma. Non è la persona migliore su cui fare affidamento: egocentrica e sospettosa, manipolatrice, in barba all'attinenza al vero. Abbondano le coincidenze, non si contano i passi falsi, la si odia per fantasiosi doppi giochi che fanno perdere il sonno: è il burattinaio insospettabile in una storia di ossessione. Non la racconta giusta. Oppure sì? 
Mitomane, o vittima del fato – e del pregiudizio dei suoi tempi? Harriet Baxter è nubile, autosufficiente, dimessa e donna, in una società che punta il dito facilmente e, con un nonnulla, potrebbe far passare una quieta amica di famiglia per una mantide religiosa. La generosità nei riguardi di Ned, fascinoso e sposato, talentuoso ma distratto, ha un secondo fine? Sono forse un trabocchetto le metaforiche caramelle che tende alle discole figlie del pittore? Non si accettano regali dagli sconosciuti, ma Harriet è un viso familiare; una zia, quasi. Chi può dire, tuttavia, di saperla leggere davvero? Il gioco della nostra narratrice bugiarda si protrae a lungo: come ogni gioco, forse, sarebbe stato meglio se di breve durata. Ma in un romanzo che di “forse” vive e muore, i miei vengono chiusi in gabbia. Le chiavi le tiene la donna che, se fossi esperto di alberi genealogici e dintorni, una piccola indagine ci rivelerebbe essere antenata della crudele (ma irresistibile) Amy Dunne. I Gillespie è L'amore bugiardo ai tempi del Vittorianesimo, per molti versi. Uno straordinario esercizio di stile, meticoloso e, a tratti, crudelmente divertente, in cui Jane Harris parte da uno spunto semplice e accattivante – cedere la parola a una nobildonna sotto accusa -, portato, qui, alle estreme conseguenze. Non c'è spazio che per la voce di Harriet, tra le pagine, e il dubbio persiste: quale ruolo ha avuto, esattamente, nelle inspiegabili tragedie che hanno coinvolto una sfortunatissima famiglia scozzese? Non lo sapremo mai con certezza: confusi da un sorriso sornione; soggiogati da una prosa che ci rivolta da così a così, tanto che è incalzante.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Big Eyes

giovedì 2 aprile 2015

Pillole di recensioni: Come un ricordo che uccide (Durrant), Il re degli incasinati (Going)

Titolo: Come un ricordo che uccide
Autrice: Sabine Durrant
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 373
Prezzo: € 17,90
Il mio voto: ★★★½
La recensione: Il successo cerca successo. La moda genera moda. Dopo il boom di Gone Girl, ecco romanzi su coniugi che s'odiano e su matrimoni pericolanti. Gillian Flynn non ha scoperto l'acqua calda, ma i suoi sposi infelici si lasciavano amare, smuovendo odi sopiti e minacciando tormenti. Quello di Sabine Durrant non è il novello L'amore bugiardo che le fascette promettono e i paragoni sono colpa delle trovate pubblicitarie, non di questa scrittrice che, elegante e talentuosa, è da tenere d'occhio. Prima della Flynn, che con Fincher ha scoperto però l'America, anche Sophie Hannah bazzicava dalle parti degli avvocati divorzisti, dei salotti borghesi, dei gialli coi fiori d'arancio. La Durrant sperimenta in maniera convincente gli schemi del thriller e si avvicina più alla Hannah, che a me comunque non fa impazzire, che all'incontrastata Gillian. Però non è poca cosa. Perché il romanzo raffinato, accattivante e un po' romantico, come la copertina suggerisce – non nasconde sicuramente i fuochi d'artificio in un finale poco in grande, ma semina suggestioni, indizi e brividi. C'è più fumo che arrosto, ma ti diverti nello scoprire questa nuda verità e nell'esplorare capitoli che sono vortici sospesi di isteria, angoscia, paranoia. L'autrice ci sa fare: non si lascia scappare di mano le regole della suspance. La gestione del doppio punto di vista è funzionale e convincente. I capitoli sono svelti e hanno il ritmo di un duetto che sfiora talora note stridenti. La Cornovoglia regala scenari originali, soprattutto se così ben descritti. Ha una struttura articolata con cura, ma una trama che non è pensata da una mente superiore. La Durrant spaventa la concorrenza maschile perché scrive con più classe degli uomini, ma non per le punizioni che promette ai traditori. Qui, come i telegiornali raccontano e la banalità del male prevede, è un uomo a tormentare una donna. Storia di ordinaria violenza domestica poco fisica, ma psicologicamente spossante, che prosegue anche quando l'incubo sembra finito. Dopo la morte. Quel marito pieno di segreti e spigoli, con vecchie fidanzatine morte come nella stanza di Barbablù, davvero non c'è più? Chi altro l'ha amato, e chi è quell'adolescente che conosceva a fondo i suoi lati oscuri? Quello che colpisce è l'amore di Lizzie, mite bibliotecaria e amica fedele, proprietaria di un cagnolone che è un dolce coprotagonista, verso il suo orco cattivo. E il fatto che quell'orco cattivo, che ti racconta i suoi misfatti senza peli sulla lingua, davvero accanto a lei avrebbe potuto aprirsi al bene. Alcuni sentimenti ti salvano, e alcune vittime potrebbero anche essere la tua cura. Ci sono alcune cose, poi, che non si possono sapere. Gli incontabili e se?. Come un ricordo che uccide vive nel ricordo e nella colpa, mentre si trasforma in un'indagine autoptica dell'altro lato del letto.

Titolo: Il re degli incasinati
Autrice: K.L Going
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 350
Prezzo: € 15,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Il titolo che è tutto un programma e io che immaginavo la storia di un casinista per professione. Liam è un'eccezione alla regola, una voce assai più timida di quel che sembra: ti risparmia la lezioncina facile, ma - tra le risate e gli incidenti di percorso – ti suggerisce una morale sempre valida. Ruota tutta attorno all'importanza sacrosanta di essere sé stessi. Figlio di una modella, Mister Popolarità indiscusso sin dall'asilo, il protagonista è vanitoso e alla moda; non disdegna un tocco di trucco, in casi estremi, ed è il maestro dei guai e degli abbinamenti vincenti. Ma non è gay, come lo stereotipo vuole, né un prepotente: venerato dai coetanei suo malgrado, è gentile e genuino, ma non abbastanza per suo padre. Di macelli ne ha fatti, ma non tanto da meritarsi quello: le porte in faccia, le valigie fatte sotto minaccia, una nuova destinazione. Ma Liam vorrebbe solo fare l'indossatore, anche se è “bello in modo assurdo”, ma non stupido come i protagonisti di Zoolander, e tornare a casa, anche se nella roulotte di zia Pete – un deejay omosessuale, con un vestito rosso che non mette più e una famiglia con cui ha tagliato i ponti, perché la sua confusa sessualità era per loro motivo di altra confusione – male non sta. Il re degli incasinati ha una voce maschile, anche se dietro le abbreviazioni di K.L Going si nasconde un'autrice. L'inequivocabile tocco di donna non toglie credibilità, però, e rende profondo un personaggio che si semplifica solo da sé, sentendosi stupido, a metà, perennemente fuori posto, quando ha un'interiorità che non contempla, al contario, i tipici luoghi comuni: pecora nera che sogna l'anonimato e l'invisibibilità, accanto a un'altra pecora nera con cui ha in comune geni e dispiaceri. Pete e i suoi amici, virili a modo loro e irresistibili, sono i riusciti comprimari di un romanzo cinematografico, dove non accadono parecchie delle cose che, invece, ci saremmo aspettati. Voci non spuntate, nella classica lista: storia d'amore giovanile, finale chiuso e consolatorio, risate slegate dal resto. Ci sono libri che scegli appositamente pur sapendo che non andranno mai oltre una certa valutazione, e va bene. Hai bisogno, ogni tanto, di sentirti la testa leggera e il cuore che sorride insieme alla faccia. Con un altro esame imprevisto, io mi fiondo sui libri leggeri. Alcuni, nelle ultime settimane, si sono rivelati insignificanti. Altri, come questo, uniscono semplicità e brio e ciò che ne viene fuori è un risultato non farà di certo urlare al miracolo, ma che fa una compagnia così positiva da non avere prezzo. “Non puoi creare l'amore. Devi semplicemente prenderlo ovunque lo trovi.”

mercoledì 31 dicembre 2014

2014 Mr Ciak Awards - La Top 20

Quest'anno, ho parlato tanto di film quanto di libri. Nasco come blogger letterario, ma sono un po' un tuttologo. Mi piace parlare, in realtà, di quello che mi è piaciuto. Come a tutti, credo. Alla lista dei film del 2014 ci tenevo particolarmente: è il primo anno che la faccio e mi piace moltissimo l'idea, tra un paio di mesi o qualche anno, di venire a sbirciare cosa mi aveva colpito e perché. Un rapidissimo viaggio, dunque, dalla ventesima posizione alla prima e un tuffo tra i migliori attori, i personaggi fighi, le scene “incriminate”. Occhio: nell'ultima parte del post potrebbero esserci spoiler su situazioni e simili. Il mio, di occhio, sempre puntato verso i miei amati libri e, sul podio, più di qualche trasposizione cinematografica. E i grandi assenti? Non li ho proprio visti. Di Grand Budapest Hotel mi disgustano i colori zuccherosi da torta avariata; Nynphomaniac avrei voluto vederlo al cinema, per evitarre imbarazzanti situazioni in casa, ma avevo paura che il mio vicino di posto, nel buio della sala, potesse – che ne so – masturbarsi, e con la mia mano; The Wolf of Wall Street, per tutti il vero film dell'anno, mi era risultato un titolo indigesto a causa di tutti i fan(atici) di Di Caprio che, alla vittoria del bravissimo McConaughey, gridavano alla cospirazione e così non l'ho recuperato. Non ho beccato al cinema neanche Interstellar. Vi saluto, mentre sulla mia città scende una neve freddissima. Torno al mio latino, vi auguro buon anno, vi ringrazio per avermi fatto compagnia. Buona fine e buon inizio, M.
 
20. Il giovane favoloso: Operazione razionale e poco vivace, con un Elio Germano assurdamente in parte che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio, le idee.
19. American Hustle: Una commedia funambolica e bugiarda, in cui tutti imbrogliano tutti, ma lo spettatore è trattato con i guanti bianchi.
18. The JudgeUn'americanata di raro valore, con due mostri di carisma al comando. 
17. Nebraska: La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una perla che ruba consensi e parole superflue.
16. Song'e Napule: Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde. Un Gomorra in versione neomelodica. Il personaggio di Morelli chi se lo scorda? A casa mia ne parlano ancora.
15. 12 anni schiavo: Ci si aspettava di più. Da un “miglior film” e da McQueen. Nonostante le frustate, non lascia cicatrici.
14. Dallas Buyers ClubStoria vera, senza peli sulla lingua e senza cornici, con due attori per descrivere i quali ci vorrebbero nuovi aggettivi.
13. The Babadook: Un horror di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto.
12. Tutto può cambiare: Un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone.
11. I segreti di Osage County: Uno scontro tra tre generazioni, una pellicola che odora di grande teatro e brilla di grandi dive: il nuovo Carnage. Un delizioso calvario.


10. Saving Mr Banks: Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentirmi. Immancabile, totalmente, per chi vive di storie.
9. Due giorni, una notte: Ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i “no” nudi e crudi... e per quegli impensati gesti di gentilezza che ti accarezzano l'anima.
8. The Normal Heart: Bomer si trasforma, Ruffalo ti urla addosso. Cast straordinario, script perfetto, per un grande film del piccolo schermo con un cuore non normale, ma grosso così. Vivere d'amore, morire di Aids.
7. Locke: Tom Hardy regna. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita.
6. Lo sciacallo: Un immorale e bruttissimo Jake Gyllenhall in preda a un inquietante, divertentissimo, perfetto delirio di onnipotenza.
5. Colpa delle stelle: Ho capito che era meglio del libro quando mi sono ritrovato con il viso bagnato di lacrime, per due volte, e quando perfino gli utenti di Cineblog01 scrissero commenti sensati, in italiano, e sinceri. Quella volta risparmiai sulla bolletta dell'acqua: l'anonimato mi permette di dire che ho pianto il mare?
4. Gone Girl: Un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione è vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? 
3. Alabama Monroe: La vera, inarrivabile Grande Bellezza proveniva dal Belgio. Una ballad che fa ballare i piedi e sanguinare i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo gitano può costruirsi una famiglia. E un amore con cui marchiarsi la carne per l'eternità.
2. Boyhood: Il più generoso e originale regalo che qualcuno potesse fare alla mia generazione. Siamo ragazzi fortunati. Chi altro potrà dire di aver visto la propria infanzia in tre ore? Una storia epica nella sua semplicità, non recitata ma vissuta a fondo. Splendido e infinito.
1. HerJonze firma un capolavoro pieno di saggezza e grazia. Una lunga lettera aperta a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio .The Artist era il ritorno al muto. Her, più che vederlo, lo senti. Cieco, come l'amore impossibile tra Theodore e Samantha.  

Migliore attore protagonista:
- Lo sciacallo - Jake Gyllenhall
- Dallas Buyers Club - Matthew McConaughey
- Locke - Tom Hardy
Miglior attore non protagonista:
- Dallas Buyers Club - Jared Leto
- 12 Anni Schiavo/Frank - Michael Fassbender
- The Judge - Robert Duvall 
Migliore attrice protagonista:
- Gone Girl - Rosamund Pike
- I segreti di Osage County - Meryl Streep
- Due giorni, una notte - Marion Cotillard
Miglior attrice non protagonista:
- I segreti di Osage County - Julia Roberts
- Her - Scarlett Johannson
- Boyhood - Patricia Arquette

[ATTENZIONESPOILER]
Sono una muchacha troppo sexy:
- Sin City 2 – Eva Green
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley
- American Hustle – Amy Adams
Bello impossibile:
- Posh – Booth, Claflin, Irons
- Cattivi Vicini – Zac Efron
- Dracula Untold – Luke Evans
Nice to meet you, where you been?:
- Ansel Elgort (Colpa delle stelle, Divergent)
- Ellar Coltrane (Boyhood)
- Lupita Nyong' (12 anni schiavo)
Will you recognize me?:
- The Normal Heart – Matt Bomer
- Gimme Shelter – Vanssa Hudgens
- Sarah Snook – Predestination
Sing:
- Lost Stars – Tutto può cambiare
- The Moon Song – Her
- The Hanging Tree – Hunger Games III
Psycho Killer:
- Gone Girl – Rosamund Pike
- Wolf Creek 2 – John Jarratt
- Sin City 2 – Eva Green
I love the way you d(l)ie:
- Emma Stone – The Amazing Spiderman 2
- Neil Patrick Harris – Gone Girl
- Juno Temple – Horns
Cry me a river:
- Colpa delle stelle – Il prefunerale, la lettera
- Alabama Monroe – La scena conclusiva
- The Normal Heart – L'addio
Hot Stuff:
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley e Shiloh Fernandez
- Nurse 3D – Paz De La Huerta
- American Hustle – Amy Adams e Jennifer Lawrence 

venerdì 12 dicembre 2014

Mr Ciak #50: Gone Girl, Lo sciacallo, Magic in the moonlight, St. Vincent, The Babadook

Vi avevo detto che stavo lavorando a una serie di post, e questo è il primo. Un nuovo, ricchissimo appuntamento con Mr. Ciak. Ci sono film imperdibili, vi avverto. Tre di questi, Gone GirlLo sciacallo e St. Vincent, sono tra le pellicole in lizza per i Golden Globe: i titoli sono stati annunciati proprio l'altro ieri, e la curiosità è alle stelle. Qui si parla della straordinaria prova di un Jake Gyllenhall che risulta più brutto e più bravo; dell'attessima trasposizione di L'amore bugiardo e di una Rosamund Pike da paura; dell'ultimo lavoro di un Woody Allen in ottima forma; di una commedia più o meno indipendente; di un horror a cui però quest'etichetta, per una serie di ragionevoli motivi, sta strettina. Leggete. Fatemi sapere la vostra. A presto e buona visione, M.

Amo pianificare, ma l'amore fa male. Pianifico dall'estate scorsa di vedere Gone Girl. Il conto alla rovescia era partito da quando avevo letto l'ultima riga del romanzo e mormorato un semplice wow che diceva tutto. L'amore bugiardo era uno di quei libri che ispirano e, prestato al grande schermo, diventa uno di quei thriller puri, onesti, di parola, che vanno alla radice stessa del termine thrill: “fremere”, “appassionare”. Stai seduto e ti agiti nella tua poltrona. In sala potrebbe partire una tifoseria da stadio. Quando scoppia la guerra, meglio sapere da che parte schierarsi. E Gone Girl è guerra fredda. Un piano criminale a prova di sentimento. Al contrario, i miei piani erano destinati a essere stravolti, quella volta, senza troppa premura. Posticipato, il film meno per famiglie dell'universo conosciuto è slittato da ottobre a dicembre: la ragazza scomparsa, col suo volto di porcellana, che fa capolino dai poster delle commedie di Natale. Qualcuno lassù ha uno strano senso dell'umorismo. Per festeggiare il mio trenta all'esame di Inglese, quel giorno avevo sopperito alla mancanza dell'ultimo Fincher al multisala di fiducia con Skype e gelato. Vedete, pensavo a Gone Girl come un matto: una volta che incontri Amy Dunne è così. L'ho trovata bellissima, algida e fastidiosamente perfetta nei tratti leziosi dell'inglese Rosamund Pike. Finalmente. C'è mistero in lei, ha segreti che solo il suo caro diario sa. Il regista sceglie inaspettatamente questa bionda che viene da lontano. E le affida un film. Gone Girl è essenzialmente cosa di donna, e lei – scrollandosi di dosso tutta una serie di calibrati ruoli da comprimaria – si mette al centro della scena, le spalle dritte, il mento in su, il collo da cigno teso, e sembra dire: questo è tutto mio. Spavalda e egocentrica, insospettabile e forte, la Pike è una sorpresa che spiccherà nella stagione dei premi. Diverte, terrorizza, seduce come la Stone dei tempi d'oro; se non fosse per un dettaglio: il lontano da cui viene non è solo Londra. Lei è una delle bionde di vetro di Hitchcock, ghiaccio che va a fuoco. Chi le avrà fatto del male? Per Barbare D'Urso impenitenti e Salvi Sottile d'America, è opera di un mostro. Quel marito aitante e sospetto. Ben Affleck è Nick Dunne. Un ragazzone buono, con i modi bonari e il sorriso un po' beota di cui tutti si fidano, e che merita tutto il bene e tutto il male del mondo: un ruolo intenso come questo, ad esempio, e le accuse di un'agguerrita ex come Jennifer Lopez. Tra moglie e marito non mettere il dito, si dice, ma a loro rischio e pericolo nel film si intromettono il significativo personaggio della sorella di lui, due poliziotti, un improbabile salvatore di donzelle che ha il volto familiare di Neil Patrick Harris: moncherini tranciati restano di loro. Personaggi scaltri, simpatici, che fanno da giuria a un processo in un salotto borghese. L'istituzione del matrimonio chiamata in giudizio. Ci si toglie le maschere, la farsa è svelata, ma a questa cinica fiera dei sentimenti umani non puoi che occupare un posto in primissima fila per non perderti un attimo. Un coccio di cuore lanciato in aria, uno sparuto rimasuglio di fiducia, un lapillo fumante di romanticismo. Gone Girl è un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione penso sia vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? La cattiveria e la potenza della storia non avrebbe lasciato indifferenti neanche nella più misera delle trasposizioni, invece il regista di Fight Club e Seven mette al servizio del genio creativo della Flynn le certezze di una carriera infinita. Si parlava di cambiamenti e nuovi colpi di scena, ma chi ha letto il romanzo non troverà nulla per cui stupirsi ulteriormente. Per chi non l'ha letto, invece, invidia: è un campo minato, un'autopsia a cuore aperto della convivenza, e sperimenterete quell'assurdo miscuglio di brividi e risate che vorrei provare ancora. Gone Girl è una tragicommedia dal gusto vagamente teatrale, in cui una principessa delle nevi che si scopre irresistibilmente sboccata e un amplesso che si conclude in un gustoso bagno di sangue arterioso non tolgono grazia al resto. A metà tra un raffinato La guerra dei Roses e un orrorifico Revolutionary Road, è come una prima notte di nozze in cui il tuo amico, lì sotto, fa cilecca. Un incubo all'ombra dei fiori d'arancio. Cos'altro è una storia d'amore se non lo spunto perfetto per un thriller, chiedeva Donato Carrisi al suo pubblico? In entrambi i casi si fanno vittime. Nell'amore come nella morte – da notare le due sole lettere di differenza – ci sono carnefici e martiri. Attenti a non incollare l'etichetta sbagliata sulla persona sbagliata. Attenti a come dite basta così, lasciamoci. Ma anche, o soprattutto, sposiamoci. (9)

Ha un nome comune, un'età indefinita, un passato sconosciuto. Non sai chi fosse quel Lou, prima che l'arte di arrangiarsi facesse di lui un uomo senza scrupoli. Ha rubato, ha truffato, ci ha provato a cercarsi una professione onesta. Ma l'onestà non ti dà un tetto sopra la testa, le strade della violenza sì. In una metropoli mai così inospitale e aggressiva, lui va in cerca di morti e crimini e vende al miglior offerente le immagini che la sua fidata telecamera immortala. Il titolo del film, perfetto, lo chiama Lo sciacallo. Lui è un animale a sangue freddo che gira intorno alle nostre carcasse, in cerca di cibo, quando è notte e i telegiornali acquistano e rivendono il dolore degli uomini. Un personaggio sgradevole, ma che ti suscita odio e simpatia insieme. Per la tenacia, la volontà inossidabile, i modi gentili da venditore porta a porta. Parla per frasi fatte, ha un sorriso sghembo sul viso magrissimo che vorrebbe mettere a proprio agio e invece no, vive di brutte notizie e brutta televisione. Nella sua casa spartana, giusto uno schermo piatto e un portatile. I portali per una conoscenza assoluta e il nutrimento per un sogno di gloria: il suo nome nei notiziari. Jake Gyllenhall, ineditamente brutto e in preda a un'inquietante delirio di onnipotenza, è un ottimo attore che qui si rivela eccelso. Naturale come nessuno, non ti fa pensare alla sua trasformazione fisica, che eppure all'Academy non passerà certamente inosservata: lui ipnotizza per le movente e la gentilezza studiata, per il continuo specchiarsi nella telecamera e la camminata unica, per il fatto che il suo squallido protagonista flirta continuamente, come chi vende a caro prezzo un prodotto e sa farlo. Gli occhi all'infuori, i battiti di ciglia mancati, il corpo spigoloso di un individuo che è brutto dentro e fuori. Usa il plurale maiestatis, fonda un'azienda di cui è capo e unico impiegato, è l'incarnazione dell'aggettivo intermedio – mi aiutate a cercarlo? - tra “matto” e “genio”. Il The Wolf of Wall Street dei disperati. Passato da noi quasi inosservato, Lo sciacallo era un film da me attesissimo, e non ha deluso le aspettative. Anzi, si è superato. Efferato e beffardo, macabro e divertente, oscilla tra la commedia nera e il thriller, grazie a una regia impeccabile e adrenalinica e alla costruzione di un protagonista da brividi. Non fa sconti. Immorale e tagliente, ha l'anima di una satira spietata sullo spietato mondo del giornalismo e il look, nelle sequenze finali, di un GTA al cinema. Un esordio alla regia che ha del miracoloso, un Jake Gyllenhall da manuale. Beccare un altro gran film, con l'anno che ormai ha i giorni contati. Qualche fortuna anche per me, ogni tanto. (8)

A Natale, in sala, c'è il cinema d'autore che piace un po' a tutti. Dopo Blue Jasmine, una tragicommedia sul declino di una quarantenne in banca rotta e sull'ascesa di una Cate Blanchett folgorante, l'occhialuto regista americano torna con qualcosa di più lieve. Salta indietro nel tempo, si sposta nel magnifico sud della Francia. Fa suo il fascino sfavillante degli anni trenta e, tra mistero e amore, mette così in scena una deliziosa commedia romantica vecchio stile, con colori vivissimi e due attori particolarmente divertenti e divertiti. Magic in the moonlight ha spiccato senso del gusto, toni che vanno dal cinico al tenero, tonalità di verde e giallo che i padri fondatori della commedia non hanno, purtroppo, mai potuto contemplare. Una fotografia bellissima che, tra rampicanti rigogliosi e onde azzurre, incornicia una Emma Stone più incantevole del solito. Risplende di luce propria, con i suoi occhi da cerbiatto, e non è difficile capire cosa abbia fatto innamorare a prima vista il lucido personaggio di Colin Firth: lei è un adorabile peperino in abiti trasparenti, lui è il perfetto incrocio tra il principe azzurro e il bastardo incorreggibile. Una presunta medium e colui che ha il compito di smascherarla, la magia contro la scienza: e se l'amore sovvertisse ogni convinzione? Magic in the moonlight è un piacevole omaggio a un filone cinematrografico che ha fatto la storia del cinema. Pianificato con cura e nascosto dietro un velo trapunto di semplicità. Quello è il trucco da maestro di questo grazioso spettacolo di luci e battibecchi. Allen, lontano dai suoi classici drammi umani, ma non per questo privo della sua originale poesia, ci riporta all'epoca in cui le commedie erano in bianco e nero e avevano donne fatali, lunghi corteggiamenti e rari atti d'amore, scenari esotici e dialoghi instancabili, piccoli colpi di scena e ispirate strizzate d'occhio ai gialli britannici. Ritorna al brio di Scoop e accontenta chi, dopo l'indimenticabile Midnight in Paris, sognava che ritornasse nella più suggestiva delle cornici. Il risultato: un nostalgico, gradevole Lubitsch a colori. (6,5)

Io amo molto due cose ancora. I film con i vecchietti e quelli, come li chiamo io, ad altezza bambino. St. Vincent è una commedia indipendente che ha entrambe le cose. Un adorabile brontolone come protagonista e un bimbo che gli fa da spalla e da apprendista. La trama è la solita. Potremmo definirlo un About a Boy della terza età. Ma c'è qualcosa nel film scritto e diretto da Theodore Melfi che, boh, ti fa scendere la pace nel cuore. Il personaggio principale si chiama Vince e di professione non fa il santo, ma il baby sitter a scrocco. Fuma, beve, bestemmia, frequenta “le signore della notte” e, in tutto ciò, dà un'occhiata al figlio della sua nuova vicina. Un tipetto solitario e preso di mira dai bulli, che ha disperatamente bisogno di un amico e di un papà. Nasce un'amicizia. In cambio di dodici dollari all'ora, è vero, ma nasce un'amicizia. Quel misantropo che ha una moglie che lo guarda negli occhi e non lo riconosce più, lo stesso uomo che vuole più bene al suo gatto che al prossimo, sarà la guida spirituale dell'indifeso Oliver, in una delicata fase di passaggio che nessuno dimenticherà. St. Vincent: quando i santi sono i tuoi vicini di casa; quando il film è uguale a mille altri eppure ti conquista ugualmente. Non ci sono grossi misteri. Quel che St. Vincent ha rispetto ai suoi simili sono l'amore per il politicamente scorretto, personaggi dolcissimi, la naturale grazia di far scivolare la commedia nel dramma e il dramma nella commedia. Retorico poco, emozionante sempre, brilla grazie a protagonisti perfetti. La materna Melissa McCarthy, lo sfacciato e tenero Jaeden Lieberher, un'inedita e spassosa Naomi Watts, che recita per tutto il tempo con il pancione e con un marcatissimo accento russo. Lei è la Maddalena, per chi se lo stesse chiedendo, di quel Gesù in pensione. Re assoluto, con le corone di spine della vecchiaia e il calvario di un matrimonio cancellato dall'alzheimer, un Bill Murray magnifico che porta la pellicola ai Golden Globe. E questo Up in carne ed ossa non vincerà, ma qualcosa di miracoloso c'è. Un po' piangi e un po' ridi e, con gli occhi luccicanti e il sorriso a trentadue denti, a fine visione, potresti vederti tra le ciglia una specie di arcobaleno. (7)

La maternità è la croce di Amelia. Quando le ore di lavoro passano, bisogna prendersi cura di Robbie. Sette anni, e le marachelle, e gli incubi, e i guai con le maestre, e l'energia che non si esaurisce. Amelia cerca di essere una buona madre per quel bambino che gli altri reputano cattivo. Finchè un libro misterioso non spunta alla loro porta e le favole della buona notte non saranno più le stesse. Il terrore sta arrivando e Babadook non è il solito mostro. Come The Babadook non è il solito film dell'orrore. Dopo Wolf Creek II, torno ad inchinarmi ai registi australiani. Perché siamo al cospetto di qualcosa di sorprendente, pur nella sua grande semplicità. Diretto dall'esordiente Jennifer Kent, tra il dramma e il gotico, questo film è un gioiellino. Lo guardi e ti vengono in mente grandi titoli e, immerso nella mente della protagonista, una donna dalla sessualità repressa e dai problemi rrisolti, pensi che non sono paragoni esagerati. Ha il ritmo forsennato dell'ossessione. Lo stordimento dell'emicrania. Gli occhi rossi di un'insonnia infinita. Tu, spettatore, cammini tra i pensieri della protagonista e ti fa paura. Capire quello che potrebbe fare lei. Capire quello che potresti fare tu al suo posto, intrappolato in quel legame di sangue che ti suggerisce drastiche risoluzioni. Il suo bambino irrequieto fa tenerezza e orrore, mentre lei – bestia in trappola – prega. Per scacciare il mostro o per chiamarlo in suo soccorso? La regia sfavilla; il tema, cattivissimo, strizza l'occhio al bellissimo The Others; la pellicola, in tutta la sua interezza, è retta da un'attrice mostruosamente brava. Non ho aggettivi per questa sconosciuta Essie Davis, che assilla e preoccupa. Fa tremare la cura con cui il suo personaggio è pensato e l'impegno che lei ci mette: ad urlare, a piangere, a trasmettere prima dolcezza, poi squilibrio. Lei, ancora più di un mostro originalissimo, che fortunatamente evita di crearsi un “franchising” tutto per sé. The Babadook è un film fragile e simbolico, fatto della stessa sostanza di cui è fatta l'ansia. L'ho apprezzato, per il lato tecnico all'avanguardia e per il lato umano profondo come un pozzo. Un dramma di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto. The Babadook dà istruzioni su come aprire le porte del passato, per farci la guerra e la pace. Le sorprese sbucano dagli armadi, da sotto i letti, dal nulla. Questo film è una delle più curiose acquattate nell'oscurità. (7,5)

sabato 26 aprile 2014

L'Amore Bugiardo secondo me: il RACCONTO di una recensione.

Perché chi non ama la Ragazza Morta?
'Giorno! [Ma quant'è brutto il titolo di questo post?] Recensione speciale, questa mattina. Vi ho parlato e straparlato di L'amore bugiardo, un thriller imperfetto e, a tratti, assai fantasiaso, ma che mi ha divertito e intrattenuto come non mi succedeva da secoli. L'ho adorato, e io non sono bugiardo. Per festeggiare – cosa, di preciso, non lo so – vi propongo un mio piccolo racconto ispirato ai personaggi e alle trame della bravissima Gillian. O quello, o vi spoileravo tutto il libro: mi ha così stupito, lì per lì, che non smettevo di raccontarne i dettagli. L'ho spiegato tutto a mia mamma. Per telefono. Lei, sconvolta. Il mio post è una presentazione indiretta dei personaggi che ho odiato e amato per queste cinquecento pagine. A parlare di loro, nel giorno più importante delle loro vite, uno spettatore d'eccezione – disincantato, acido, cinico, bastardo. Con me, ha in comune il mio lato più sprezzante e (quasi) il nome. Accanto alla versione di Nick Dunne e a quella, contrapposta, di sua moglie, anche la mia. Senza spoiler di nessun tipo, spero di divertirvi, anche se in maniera tragicomica. Io mi sono rilassato come mai prima: uno spasso. Che si astengano pure i neosposini e i romantici cronici! Commentate, condividete, aspettate il film di Fincher con me. Tutto quello che volete. Baci, M.

Titolo: L'amore bugiardo – Gone Girl
Autrice: Gillian Flynn
Editore: Rizzoli “Vintage”
Numero di pagine: 462
Prezzo: € 13,00
Sinossi: Amy e Nick si incontrano a una festa in una gelida sera di gennaio. Uno scambio di sguardi ed è subito amore. Lui la conquista con il sorriso sornione, l'accento ondulato del Missouri, il fisico statuario. Lei è la ragazza perfetta, bella, spigliata, battuta pronta, il tipo che non si preoccupa se bevi una birra di troppo con gli amici. Sono felici, innamorati, pieni di futuro. Qualche anno dopo però tutto è cambiato. Da Brooklyn a North Carthage, Missouri. Da giovani professionisti in carriera a coppia alla deriva. Amy e Nick hanno perso il lavoro e sono stati costretti a reinventarsi: lui proprietario del bar di quartiere accanto alla sorella Margo, lei casalinga in una città di provincia anonima e sperduta. Fino a che, la mattina del loro quinto anniversario, Amy scompare. È in quel momento, con le tracce di sangue e i segni di colluttazione a sfregiare la simmetria del salotto, che la vera storia del matrimonio di Amy e Nick ha inizio. Che fine ha fatto Amy?
                                                 la Versione del Testimone
Dal film.
Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto. L'avevo sentito nell'aria. Il sentore della tragedia, l'aroma acre di quell'amore bugiardo, era una presenza costante, anche nel giorno del loro eterno sì. Polvere da sparo, gasolio. Una scintilla e bang, sarebbero saltati in aria. Coppia scoppiata: adoro il suono che ha. Nessuno lo sospettava. Nessuno lo immaginava. Solo io. Ma io sospetto di tutti e, modestamente, sono un re, quando si tratta d'immaginazione. Immaginavo loro e vedevo il peggio. Quel matrimonio che finiva ancor prima di cominciare. Ne avevo contemplato le crepe sottili dal mio posto da privilegiato. Avevo scarpe lucidissime in cui specchiarmi, un bel papillon scuro, i piedi sui gradini che portavano all'altare. Giusto un passo mi distanziava dai due sposi. Era il luglio di qualcosa come cinque anni fa. Indossavo il mio miglior smoking e la mia miglior faccia da Tanti auguri a voi!. Ero il loro testimone di nozze. Evviva. Non lo vedevo dall'università, il caro Nick Dunne, e con lui – anche nei nostri anni da matricole – avevo scambiato sì e no due parole messe in croce. Facevamo gli stessi sogni, ma eravamo diversi, nell'aspetto e nell'anima. Lui faceva strage di cuori e, in un semestre, non aveva dato neanche un esame; io, smilzo e impresentabile, con uno studiato look alla Jean Paul Sartre che esaltava la mia grande bruttezza e le mie pretenziose velleità, mi sarei laureato prima del tempo. Ma alla porta, non avevo la stessa fila di universitarie facoltose in shorts sfrangiati e con birra alla mano. Purtroppo, la mia manciata di bei voti non mi garantiva lo stesso sollazzo. Il nostro rapporto d'amicizia stava tutto in un'assonanza. Eravamo Nick e Mick - sulla bocca dei nostri compagni di corso, come Red e Toby, Tom e Jerry, Fred e Ginger. Quelli con il nome in rima, da duo. Nick Dunne mi aveva scelto come testimone perché sapeva che non avevo niente di meglio da fare. Della nostra annata accademica, ero quello che aveva avuto la peggio. Già prima della crisi, vivere scrivendo era utopia. Quando avevo annunciato di voler studiare giornalismo, a tavola, i miei parenti mi avevano riso in faccia. Stronzi. Pingui e stronzi borghesucci che non sono altro. Ero al fianco di Nick quel giorno perché così lui potesse guardarmi e sentirsi meglio. Non gli ero d'aiuto; giusto di particolare conforto. Peggio di me, si ripeteva, non poteva finire. Ero un memento vivente. La storia patetica da raccontare agli invitati. Ho trentacinque anni e non ho un lavoro. Ho il mio sito e m'illudo che vivrò di quello. Scrivo cose per gli altri, ma per me le scriverò mai? Sono un altruista nato, o un semplice uomo nato senza ispirazione. Non come Nick. Il Nick dalla capigliatura folta, il Nick principe azzurro, il Nick sempre-con-un-sorrisone-stampato-in-faccia-ma-sempre-troppo-bello-per-sembrare-un-ebete, il Nick scrittore, il Nick newyorkese d'adozione. Non lo invidiavo. Qualche tempo dopo, avrebbe detto addio a ogni cosa: addio casa, addio sorriso tutto denti, addio città, addio moglie. Quella bionda in abito nuziale sì che era un gran bel vedere, però. Amy: algida, eterea, superba. Nicole Kidman prima del botox. Di quella bellezza da contemplare e basta, per paura di sciuparla. Così fragile, così sottile. Ti faceva desiderare di metterla su un piedistallo; di rendere quella bambola di porcellana in tulle bianco la più preziosa della tua collezione. O di perdere una decina di chili buoni, per andare a letto con lei senza romperla. Era della stessa sostante di cui sono fatti i sogni. Un cazzo di personaggio da fumetto! Lei era la Amy della serie di romanzi firmati dai coniugi Elliot. La loro unica figlia e la loro unica ricchezza. E non è una metafora, quella della ricchezza. La “Mitica Amy”... Nick che si accasava con la Mitica Amy. Roba da non crederci. Era come scoparsi Anna dei capelli rossi o quella hippy di Heidi. Una perversione da hentai. Leggevano le loro promesse di matrimonio, i due, e si stringevano, mentre gli Elliot ascoltavano e si stringevano a loro volta. Che i due vecchiacci avessero una vita sessuale più intensa della mia, ormai, lo sapevano anche le mura di quella chiesa. Aberrante. I violinisti – perché loro avevano ingaggiato anche i violinisti – suonavano senza posa, senza fiato, e il Canone in Re Maggiore di Pachelbel accompagnava le loro belle parole di troppo. Si erano scambiati le fedi insieme a promesse perfette. Erano entrambi scrittori, d'altronde. Erano entrambi creatori di balle colossali.
Finché morte non ci separi (✓), amen.
Foto, sorriso. Pioggia di fiori, petali nelle scarpe. I baci umidicci dei vecchi sulle guance, i complimenti per la scelta delle bomboniere. Mi ero sorbito tutto, con un ghigno scambiato per sorriso. Manco fossi stato io lo sposo. I balli di gruppo, gli scherzi zozzi, le chiacchiere: tutto. Davanti ai parenti, io e Nick che giochiamo al gioco del Ti ricordi?. Ti ricordi Tizio, ti ricordi Caio, cos'ha fatto Qui, cos'ha fatto Quo, cos'ha fatto Qua. Siamo il falso d'autore dell'amicizia. A un certo punto, lui fa: “E Will e Lucy, te li ricordi? Che combinano?”. Strizza le labbra di Amy tra pollice e indice e le dà un lungo bacio. Specifica che erano i re e la reginetta del liceo, la coppia più bella del mondo. “Dopo di noi”, altro bacio alla consorte, occhiolino figo ai presenti.
Certo che li ricordo! Stanno una favola!”. Bugia: un'altra, l'ennesima. Chiedetelo a Will, com'era la vita da sposati. Alla crisi del settimo anno non c'era arrivato. Lucy gliel'aveva tagliato via prima. Quando avevano messo al mondo un poppante talmente rumoroso da far dormire l'insofferente Will, notte dopo notte, lontano da casa. E si dà il caso che avesse deciso che il letto della sua segretaria – clichè dei clichè! - fosse lontano il giusto dalla sua famigliola. Si sono lasciati, adesso. A Will non restano che una cinquantina di punti di sutura sul pene e un avvenire buio da scapolo. Amy e Nick necessitavano delle mie menzogne, come se quella sala ricevimenti non fosse già piena fino all'orlo di bugiardi. I presenti con la fede all'anulare avevano evitato di leggere Revolutionary Road, di vedere Closer al cinema. Avevano preferito l'ultimo romanzo di Sparks e la commedia sentimentale con la Sandra Bullock di turno. Peccato. Si sarebbero risparmiati i trecento dollari a seduta della terapia di coppia. Avrebbero imparato che chi ama o ha amato mente per istinto di sopravvivenza. Solitarie pecore nere, i genitori di Nick: divorziati. Scandalo grande era vederli perfino felici: come osavano! Mamma Dunne scoppiava di gioia e di cancro: la salute l'aveva abbandonata, ma non il buonumore. Papà Dunne era troppo fuso, invece, per essere felice: l'Alzheimer galoppante gli faceva dire cose strane. Parlava per colpa della malattia e delle medicine, e aveva la lucidità geniale dei folli. Amy gli sorrideva, come una nuora fa con un suocero infermo. Come una maestrina davanti a un bambino disabile. Il padre di Nick la guardava fin dentro l'anima e, in loop, le ripeteva: “Brutta stronza, brutta stronza.” Un vecchio pappagallo con la sindrome di Tourette. Tenero, lui.
Le foto che i notiziari avrebbero mostrato, cinque anni dopo, giravano tutte intorno a quel momento felice. Amy – la Ragazza Scomparsa – m'avrebbe sorriso dai cartoni del latte e dai manifesti appiccicati sui pali della luce con quello stesso, disarmante sorriso da principessa Diana. Un sorriso dipinto sulla superficie di una maschera rubata. Nel clamore dei fischi di invitati alticci, si era sfilata la giarrettiera bianca e l'aveva lanciata insieme al bouquet di rose rosse, ma al suo travestimento era rimasta stretta. Scribacchiavo pensieri all'ombra del menù, io. Mi ritagliavo uno spazio tutto mio tra i vini dall'aria costosa, le immancabili aragoste, le ostriche e gettavo rare occhiate in pista. Sotto un prezioso lampadario a goccia, Amy e Nick giravano piano su loro stessi, ballavano un lento sulle note di She: lagna delle lagne. Lui le soffiava il ritornello in un orecchio: lagna delle lagne. Allora l'ho beccata a fissarmi, e non aveva la sua maschera, e aveva paura, e avevo paura. Per lei. O di lei? A Nick era sfuggita quella scheggia di verità, presissimo da Elvis Costello e dalla scollatura provocante della sommelier. Lui non sapeva guardare. Avrei saputo i loro destini dai notiziari, cercato invano il nome della Ragazza Scomparsa su tutti i necrologi. Un'americana sulla cresta dell'onda li aveva fatti diventare materiale da romanzo. In un mio pezzo, l'avrei definito uno dei libri più misogni e femministi mai scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze). Quegli adorabili stronzi, un giorno, avrebbero avuto anche gli occhi di Hollywood puntati nel salotto messo a soqquadro. Tutti attenti alla bolgia satanica della vita di coppia, tutti presi dalla crociata della vita borghese. Si dice che tra moglie e marito non si debba mettere il dito. Te lo troveresti tranciato: un moncherino sanguinante. Perché il matrimonio è una tagliola con i denti da rottweiler. Quel giorno non ci pensavo. Mangiavo cibo raffinato e criticavo: il top. La sorella di Nick, troppo sbronza, mi strizza l'occhio troppo truccato, ad un certo punto. Margo: pensavo fosse dell'altra sponda. Sorrido a quella disperata avance. Tanto io non mi sposo. Il momento di aprire i regali, poi. Avevo regalato al fratello uno spremiagrumi elettrico e l'augurio sincero di cent'anni di solitudine.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Costello – She