Qual
era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di
un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie
di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a
dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo
bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno
niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei
baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così
naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori
ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette.
Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult
generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni
sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della
durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai
protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è
piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta,
ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona
di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo
muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé
dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si
rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul
Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo, lei un
incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare
innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo,
all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti
scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione
sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano.
Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal
People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione
così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri.
Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei
social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia
ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia,
sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti
soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)
Villette
a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate
Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che
prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva.
Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti
nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il
finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli
adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di
troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi
avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime
Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla
regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla
base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in
realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una
fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata
esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i
bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre –
maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i
personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i
salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo
responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina
Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della
classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo
personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel
vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è
stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo
Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia
del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si
lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più
convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a
ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già
visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è
tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e
scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo
distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)
Nel
1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi
dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg.
La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non
ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di
ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il
mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno
sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di
colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una
produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi
una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur
mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica
dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era
una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia
in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte
alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze
etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy,
con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di
bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul
talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto
attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving
appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia
guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente
McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi
dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli
inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los
Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre
dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale
smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di
Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un
antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a
fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel
tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo,
così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood
spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il
reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una
speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non
c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque
nostalgia. (7)
Dalle
rovine di una casa rispettabile – di quelle tutte uguali, da
ricchi, che suggeriscono ordine maniacale, perfezione e
decoro – si sollevano le spire di un incendio doloso. Dalle camere
dei Richardson sono partiti focolai che hanno inglobato la
proprietà in una cortina asfissiante. Dal prato, i membri della famiglia contemplano la disfatta. Si leccano
le ferite, additano il colpevole. Com’è
potuto accadere? Da un’immagine decisamente cinematografica – non
stupisce l’arrivo di una serie TV con due attrici d’eccezione,
Reese Whiterspoon e Kerry Washington, debuttata in patria nei giorni
scorsi – prende avvio il bestseller di Celeste Ng. Corteggiato sin
dai tempi della pubblicazione, l’ho rispolverato per prepararmi
alla trasposizione. Denso e corposo – quasi quattrocento pagine,
con capitoli piuttosto lunghi –, avrebbe potuto darmi noie in un
periodo in cui riesco a leggere poco e male. A sorpresa, nella
migliore tradizione dei page turner, ha
generato un’istantanea dipendenza.
Quanto
ci piace, infatti, curiosare nelle vite altrui? Quanto è divertente
smascherare le bugie del perbenismo? Dopo la lettura di La storia di un matrimonio,
così, ho conosciuto nuovi segreti coniugali; ennesimi divari
generazionali; un nuovo quartiere residenziale dove non è tutto oro
quel che luccica.
Proprio
quando pensi che sia tutto finito, trovi un modo. […] Come un
incendio prativo. Ne ho visto uno anni fa, mentre eravamo in
Nebraska. Sembra la fine del mondo. La terrà era bruciata e nera e
tutto il verde era sparito. Ma dopo un incendio il terreno diventa più
ricco, e possono crescere cose nuove. Anche le persone
sono fatte così, sai? Ricominciano da capo. Trovano un modo.
Anche
se non stonerebbe immaginare i protagonisti negli anni Cinquanta,
siamo nell’era di Tori Amos e Bill Clinton. La sordida relazione
tra il Presidente e la sua stagista fa parlare eccezionalmente di
sesso a tavola e a scuola. In un clima già teso, a bordo di una
Volkswagen fanno il loro ingresso Mia – fotografa hippy che si
arrangia come tuttofare – e Pearl, quindicenne stanca dei continui
trasferimenti. Desiderosa di stabilirsi lì in pianta stabile,
l’ultima arrivata vince la solitudine e si intrufola nella famiglia
degli affittuari.
I
Richardson hanno quattro figli pressoché coetanei di Pearl, e
accolgono a braccia aperte la studentessa dall’aria bisognosa:
generosi e spontanei, neanche particolarmente antipatici, possiedono
la naturalezza dei privilegiati di cui si parlava anche in Parasite.
Ma a una certa età si è sempre affascinati da ciò che non si può
avere, dallo scintillio misterioso dall’altra parte della
barricata: la minore dei Richardson, una mina vagante di nome Izzie,
compie il percorso inverso rispetto a Pearl. Si avvicina a Mia,
semplice donna delle pulizie ma dal talento artistico folgorante.
Come preferire gli incarichi ordinari della madre Elena, blanda
firma di un quotidiano locale, ai collage della fotografa? Come
identificarsi con la donna che ha fatto della genitorialità una
professione anziché sognare il passato enigmatico e la vocazione
dell’inquilina girovaga?
Grazie
a una scrittura agile e bella, che con leggerezza invidiabile scava a
fondo e all’occorrenza si libra in coinvolgenti voli pindarici –
ho amato i capitoli monografici con le sperimentazioni di Mia –, la
narratrice onnisciente spia dal buco della serratura i membri del suo
cast. A proprio agio con la gestione dei diversi punti di vista, la
Ng sviscera approfonditamente i pensieri e le azioni dei personaggi:
con il rischio di risultare, a volte, un po’ ridondante.
Per
un genitore, un figlio non è solo una persona: un figlio è un
luogo, una specie di Narnia, uno spazio vasto ed eterno dove il
presente che stai vivendo, il passato che ricordi e il futuro che stai attendendo con ansia coesistono nello stesso istante. […] È
un luogo in cui trovare rifugio, a patto di sapere come entrarci. E
ogni volta che lo lasci, ogni volta che tuo figlio esce dal tuo campo
visivo, hai paura di non potervi più fare ritorno.
Benché
non sia un thriller, Tanti piccoli fuochi ne ha il
ritmo e gli intrighi. È un garbuglio di fraintendimenti, bugie e non
detti, di cui soltanto lettore e narratrice hanno la visione
d’insieme. Alcuni personaggi non vengono mai sfiorati dalle
conseguenze della vicenda in atto. Altri, senza grandi epifanie,
cambiano seduti sui gradini del portico. A differenza che nella serie
TV, immagino ben più focalizzata sullo scontro ideologico tra Mia e
Pearl, queste donne agli antipodi non si accapigliano e di rado
figurano nella stessa pagina. I veri protagonisti sono i loro figli,
imprevedibili e ormonali, insieme al magnetismo che lo status
dell’una esercita sull’altra. Le madri di Celeste Ng ascoltano,
ficcanasano, agiscono per un bene maggiore. E ci fanno riflettere sui
bambini nati in serie, su quelli mai venuti al mondo, su quelli
promessi e poi pretesi indietro. Cos’è più forte: la biologia o
l’amore? Mentre nel quartiere si confabula dell’adozione in forse
dei McCollough, ci si alzerà di frequente da tavola con il broncio;
si infrangeranno i dogmi del politicamente corretto parlando per la
prima volta di fecondazione assistita o aborto. Purtroppo,
con il senno di poi, sono costretto a mettere in discussione
quell’incipit forte ed esplicativo all’inizio lodato: dice troppo
– colpevole incluso –, mentre l’epilogo aggiunge troppo poco. Nel mezzo mezzo, a dispetto della mancanza di colpi di scena, ci sono per
fortuna pagine rimarchevoli e tantissima carne al fuoco. Il successo
di Celest Ng, un’intrusa in quel di Shaker Heights, non è solo
fumo.
Con
il suo bagaglio di tematiche scottanti – scandali sessuali, fake
news, donne di potere, metoo – si è rivelata la serie più attuale
dell’anno appena passato. Recuperata a fine dicembre e aggiunta al
listone all’ultimo momento, di The Morning Show potrei
parlare come di una sorpresa inaspettata. Ma, in parte, mentirei. Che
senso ha dirsi meravigliati della perfetta riuscita di una produzione
che vanta un cast di sole stelle, per cui gli sceneggiatori hanno
scritto alcuni dei migliori copioni in circolazione? Hanno già
parlato le candidature ai Golden Globe nelle categorie principali.
Hanno già commentato i social, divisi tra Jennifer Aniston e Reese
Whiterspoon: chi è la più bella, chi la più simpatica, chi la più
brava? Sin dalla prima puntata, è sfida aperta. Se la prima è una
conduttrice sul viale del tramonto con un divorzio nell’aria,
conservatrice e perbenista, l’altra è una cronista volgare e
battagliera le cui sfuriate sono già diventate virali: donne dalle
vedute opposte – sul lavoro, sulla vita, sul tacere o sul
denunciare – si troveranno sedute alla stessa scrivania
all’indomani della denuncia che ha rovinato la reputazione di Steve
Carell. Ex volto del notiziario del mattino, fascinoso e piacione, il
cinquantenne ha davvero stuprato un’assistente? Alla forza dei
cinque episodi iniziali sono purtroppo fatti seguire i toni meno
incisivi dei restanti, e la piega degna di un thriller d’inchiesta
– per quanto importante – risulta un po’ prevedibile. Molto più
di una semplice catfight, molto più di un je accuse ai
tempi di Harvey Weinstein, la serie Apple si regge però sulla
potenza delle performance – per me, questa volta, la spunta una
Aniston che non ti aspetti – e sulla caratterizzazione magistrale
di protagonisti e comprimari – occhio a Crudup e Duplass, accanto a
una struggente Gugu Mbatha-Raw – indagati sin nelle contraddizioni
più profonde. Poteva il dramma sui retroscena del mondo della
televisione non finire nel meglio di un anno di TV? La domanda è
retorica, la risposta scontata: soprattutto se, nel parlare della
cultura del silenzio, intervengono dialoghi tanto clamorosi. (7,5)
Il
lupo perde il pelo ma non il vizio. Il nostro psicopatico preferito,
abbandonata Brooklyn per Los Angeles, cambia nome e città. Dopo il finale shock della prima stagione, ha trovato in fretta un altro impiego, un’altra ragazza,
altri guai. Lavora sempre coi libri. E la sua vicina di casa, benché
questa volta provvista di tende, riaccende prestissimo il fuoco
dell’ossessione nonostante il proposito di diventare buono. Joe,
ribattezzato Will, ci prova davvero. Ma come fare con le due
dirimpettaie, pericolosamente vicine a un personaggio noto per molestie? Dove piantare in asso Forty, datore di
lavoro con velleità da sceneggiatore? E, soprattutto, possibile
smettere di pensare alla sorella gemella di quest’ultimo se ha un
nome che è tutto un programma: Love? Catapultato in una metropoli di
luci e ombre, il protagonista si troverà a non essere l’unico
pazzo in circolazione. Inizialmente prodotto da Lifetime, poi passato a Netflix in corso
d’opera, il thriller sullo stalking e gli amori tossici purtroppo o
per fortuna non aggiusta il tiro nel passaggio: perfino più trash
degli esordi, sanguinosissimo ma leggero altrettanto, You rinuncia
agli ultimi scampoli di serietà – la prima stagione, al contrario,
conservava ancora l’impronta dell’omonimo romanzo – per
confermarsi il guilty pleasure definitivo. Tra app d’incontri,
pasticcini ed ex che ritornano, calca la mano sulla componente
umoristica e si affida al carisma innegabile di Penn Badgley – che
bei maglioni che sfoggia qui – accompagnato da un’ottima Victoria
Pedretti, indimenticabile in The Haunting of Hill House e
superiore sia per talento che per bellezza alla defunta Elizabeth
Lail. Il finale, scoppiettante, preannuncia una terza stagione
altrettanto borderline. Peccato per qualche svolta da soap opera nel
mezzo, con tanto di ridicolo trip sotto LSD: troppo, anche per uno
spettatore che non si formalizza come il sottoscritto. Insomma: la si
divora, ma si preferisce la prima; la si prende in giro, ma
segretamente ne vorremmo ancora. Senza mezze misure, questo guilty
pleasure è così colpevole che potremmo buttare via la chiave. E
andarlo a trovare saltuariamente, dietro le sbarre, come se You
fosse Hannibal Lecter e noi la povera Clarice. (6,5)
Si
dice che smettere di serbare rancore sia un bene, ma non lo so, a me
il rancore piace parecchio. Mi prendo cura di lui come di un
cucciolo.
Titolo:
Piccole Grandi Bugie
Autrice:
Liane Moriarty
Editore:
Mondadori
Prezzo:
€ 19,50
Numero
di pagine: 428
Sinossi:
Un
luogo in cui è spontaneo conversare con i vicini e trovarsi per una
grigliata dietro casa nei pomeriggi estivi. È facile per Madeline,
Celeste e Jane diventare amiche. Anche se non potrebbero essere più
diverse, e non possono dire di conoscersi davvero. Madeline è
divertente e caustica, si ricorda tutto e non perdona nessuno. Il suo
ex marito si è appena trasferito con la giovane moglie e la
figlioletta nelle vicinanze e, quel che è peggio, la sua primogenita
adolescente è già totalmente conquistata dalla nuova matrigna.
Com'è possibile? si tormenta Madeline. Celeste è quel genere di
bellezza che tutti si voltano a guardare quando cammina per la
strada, ha due gemelli e un marito adorabile e bello quanto lei, sono
ammirati da tutti, specialmente dai genitori della scuola dei figli.
Tanta fortuna non potrebbe avere un prezzo? E quanto sarebbe disposta
a pagare? si domanda Celeste. E poi c'è Jane, che si è appena
trasferita in città. Una mamma single provata da un passato di
tristezze, piena di dubbi e segreti che riguardano suo figlio.
Madeline e Celeste prendono subito Jane sotto la propria ala
protettrice, senza capire quanto il suo arrivo, e quello del suo
imperscrutabile bambino, stia per cambiare per sempre le loro vite.
Senza rendersi conto che a volte sono le bugie più piccole, quelle
che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere, che possono rivelarsi
le più pericolose...
La recensione
No,
mi ero detto. Per una volta non posso tradire il telefilm. Suonavo, almeno nelle intenzioni, categorico. Avevo visto ben cinque dei sette episodi della
serie HBO – un gioiello di tecnica e recitazione, presto acclamato come evento dell'anno – quando, complice un Libraccio in vena
di promozioni, mi sono lasciato tentare dal fortunato romanzo di
Liane Moriarty. Ne parlavano tutti, e con un entusiasmo
invariato. La curiosità di conoscere in anticipo i
retroscena, la rivelazione finale, mi tormentava. E così ho letto
Piccole Grandi Bugie conoscendo
tutto o quasi dell'intreccio, epilogo a parte, e adorandone l'acidità
per partito preso. La trasposizione a opera dell'infallibile
Jean-Marc Vallée, non nuovo ai cast da Oscar, mi aveva già fatto affezionare ai caratteracci
delle protagoniste. Un'allegra brigata di donne sull'orlo
di una crisi di nervi, sempre con le mani in pasta, la scusa pronta
del mal di testa, la famigerata irritabilità della sindrome
premestruale. Le mean
girls sono
cresciute, hanno messo su famiglia. Non rinunciano al tacco dodici,
ai ricatti spietati, alle sanguinose guerriglie tra i banchi. Qui, non alunne ma mamme di cherubini iscritti alla prima
elementare, è per i loro figli che battagliano. Nel romanzo siamo in
Australia, nella miniserie in California: restano gli scenari
paradisiaci e le case assurde, l'oceano a perdita d'occhio e scuole
pubbliche che fanno invidia a quelle private. Alla porta i bulli,
così come, ça
va sans dire,
l'imperfezione e l'indigenza. Jane (Shailene Woodley), ultima
arrivata in città, ha un figlio concepito nella violenza e accusato
di tormentare la primogenita della facoltosa Renata (Laura Dern). La logorroica e irresistibile Madeline (Reese
Whiterspoon, la mia preferita), annoiata dagli scarsi impegni presso il club del libro
erotico e il teatro cittadino, prende la ragazza sotto la propria ala. La porta in un bar famoso per gli ottimi muffin, la
dolcezza del personale e la vista mozzafiato, e la presenta alla
terza parte del trio. Celeste (una Nicole Kidman tornata alla bravura clamorosa di un paio di ritocchini fa) è una Barbie silenziosa, intrappolata in un sottile rapporto
sadomastochistico: le invidiano i gemelli angelici e il compagno
affascinante, il sesso sfrenato in cucina e il fascino incorruttibile. Peccato porti i
maglioni a collo alto e le maniche lunghe per nascondere i segni
delle percosse. Tutto parte con un semplice qui pro quo all'uscita di
scuola. Le mamme si schierano in due fronti opposti, pronte ad
additare il presunto bullo. Tormentate dalla noia, dai tacchi alti,
da matrimoni infelici, si danno battaglia – pagina
dopo pagina, puntata dopo puntata -, con i bambini che intanto hanno già fatto pace.
Quanti segreti si nascondono in quel
concitato ciarlare? Da cosa dipende l'adesione a una fazione o
all'altra? Qualcuno, lo sappiamo sin da premesse, ci lascerà le
penne. La polizia ficca il naso, interroga i sospettettati e i
genitori più pettegoli: tutto pur di scoprire cosa sia andato per il
verso sbagliato in una fantasiosa festa a tema – gli uomini vestiti
da Elvis, le donne col tubino dalla Hepburn – ospitata a scuola
nella proverbiale notte buia e tempestosa. C'è un morto ammazzato e
un colpevole a piede libero. Tutti ne parlano e ne sparlano, ma senza
farsi scappare il nome. Chi si è andato a
schiantare un paio di piani più sotto? Procedendo a ritroso, Liane Mortiarty costruisce una
bestia stranissima.
Piccole Grandi Bugie
non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa e un mistero
che perdura. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di
sangue, eppure qui e lì risulta a dir poco esilarante. Intricato e
politicamente scorretto, è una commedia nera con amiche da chick lit
che si affacciano sul lato oscuro della mezza età e della vita di
provincia. La miniserie – cupa, introspettiva, montata e musicata
alla perfezione – è uguale ma diversa. Meno frizzante, a tratti più realistica e convincente.
Le protagoniste sono esattamente come
le immaginavi leggendo, e le aggiunte danno pepe ai drammi borghesi di
ogni dove. Gli scontri a voce alta diventano gare di bravura fra
pari; le ombre si addensano intorno al passato della tribolata Jane; l'erotismo si sveste (se hai il buon Skarsgard a bordo,
recita una regola non scritta, stai pur certo che si spoglia per
contratto). Qualcosa, in un caso e nell'altro, scricchiola un po' in una
chiusa frettolosa e non particolarmente brillante. Il bello, però, è
come Piccole
Grandi Bugie
non si limiti a vivere in funzione del suo mistero. Come non si riduca a una classica questione di vittime e carnefici, in cui domandi che sia un colpo di scena ben assestato a lasciarti a bocca aperta. Nel mezzo c'è un tanto che, stando in equilibrio, non diventa
troppo. Scorrono fiumi di alcol. I genitori si danno al karaoke, o si fiondano su cocktail gassati, color confetto, sconsigliabili a
stomaco vuoto. Danno alla testa, e a poco possono qualche pacco di
patatine sbocconcellato a metà serata, un mediatore neutrale, i diritti e i doveri del vivere civile. I bambini ti voltano le spalle per la
matrigna vegana, tacciono dettagli compromettenti, mordono. Gli
uomini vanno e vengono, le danno e le prendono, portano leccornie a
tavola ma peccato che i migliori siano gay. Le donne, invece, regine della casa e del cortile, è meglio non farle arrabbiare. Sono l'incubo
delle maestre e dei traditori. Solidali nel portarsi il broncio o
nello spalleggiarsi a tempo debito. Rivali una vita e, in un attimo spruzzato di sangue pazzo, improvvisamente complici.
Il
romanzo: ★★★★La serie: 8
Il
mio consiglio musicale: Michael Kiwanuka – Cold Little Heart