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mercoledì 20 maggio 2020

Se ne parlano tutti ci sarà un perché: Normal People | Little Fires Everywhere | Hollywood

Qual era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette. Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta, ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo,  lei un incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo, all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano. Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri. Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia, sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)

Villette a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva. Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre – maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)

Nel 1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg. La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy, con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo, così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque nostalgia. (7)

venerdì 27 marzo 2020

Recensione: Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng

| Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 374 |

Dalle rovine di una casa rispettabile – di quelle tutte uguali, da ricchi, che suggeriscono ordine maniacale, perfezione e decoro – si sollevano le spire di un incendio doloso. Dalle camere dei Richardson sono partiti focolai che hanno inglobato la proprietà in una cortina asfissiante. Dal prato, i membri della famiglia contemplano la disfatta. Si leccano le ferite, additano il colpevole. Com’è potuto accadere? Da un’immagine decisamente cinematografica – non stupisce l’arrivo di una serie TV con due attrici d’eccezione, Reese Whiterspoon e Kerry Washington, debuttata in patria nei giorni scorsi – prende avvio il bestseller di Celeste Ng. Corteggiato sin dai tempi della pubblicazione, l’ho rispolverato per prepararmi alla trasposizione. Denso e corposo – quasi quattrocento pagine, con capitoli piuttosto lunghi –, avrebbe potuto darmi noie in un periodo in cui riesco a leggere poco e male. A sorpresa, nella migliore tradizione dei page turner, ha generato un’istantanea dipendenza.
Quanto ci piace, infatti, curiosare nelle vite altrui? Quanto è divertente smascherare le bugie del perbenismo? Dopo la lettura di La storia di un matrimonio, così, ho conosciuto nuovi segreti coniugali; ennesimi divari generazionali; un nuovo quartiere residenziale dove non è tutto oro quel che luccica.

Proprio quando pensi che sia tutto finito, trovi un modo. […] Come un incendio prativo. Ne ho visto uno anni fa, mentre eravamo in Nebraska. Sembra la fine del mondo. La terrà era bruciata e nera e tutto il verde era sparito. Ma dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere cose nuove.  Anche le persone sono fatte così, sai? Ricominciano da capo. Trovano un modo.
Anche se non stonerebbe immaginare i protagonisti negli anni Cinquanta, siamo nell’era di Tori Amos e Bill Clinton. La sordida relazione tra il Presidente e la sua stagista fa parlare eccezionalmente di sesso a tavola e a scuola. In un clima già teso, a bordo di una Volkswagen fanno il loro ingresso Mia – fotografa hippy che si arrangia come tuttofare – e Pearl, quindicenne stanca dei continui trasferimenti. Desiderosa di stabilirsi lì in pianta stabile, l’ultima arrivata vince la solitudine e si intrufola nella famiglia degli affittuari.
I Richardson hanno quattro figli pressoché coetanei di Pearl, e accolgono a braccia aperte la studentessa dall’aria bisognosa: generosi e spontanei, neanche particolarmente antipatici, possiedono la naturalezza dei privilegiati di cui si parlava anche in Parasite. Ma a una certa età si è sempre affascinati da ciò che non si può avere, dallo scintillio misterioso dall’altra parte della barricata: la minore dei Richardson, una mina vagante di nome Izzie, compie il percorso inverso rispetto a Pearl. Si avvicina a Mia, semplice donna delle pulizie ma dal talento artistico folgorante. Come preferire gli incarichi ordinari della madre Elena, blanda firma di un quotidiano locale, ai collage della fotografa? Come identificarsi con la donna che ha fatto della genitorialità una professione anziché sognare il passato enigmatico e la vocazione dell’inquilina girovaga?
Grazie a una scrittura agile e bella, che con leggerezza invidiabile scava a fondo e all’occorrenza si libra in coinvolgenti voli pindarici – ho amato i capitoli monografici con le sperimentazioni di Mia –,  la narratrice onnisciente spia dal buco della serratura i membri del suo cast. A proprio agio con la gestione dei diversi punti di vista, la Ng sviscera approfonditamente i pensieri e le azioni dei personaggi: con il rischio di risultare, a volte, un po’ ridondante.

Per un genitore, un figlio non è solo una persona: un figlio è un luogo, una specie di Narnia, uno spazio vasto ed eterno dove il presente che stai vivendo, il passato che ricordi e il futuro che stai attendendo con ansia coesistono nello stesso istante. […]  È un luogo in cui trovare rifugio, a patto di sapere come entrarci. E ogni volta che lo lasci, ogni volta che tuo figlio esce dal tuo campo visivo, hai paura di non potervi più fare ritorno.
Benché non sia un thriller, Tanti piccoli fuochi ne ha il ritmo e gli intrighi. È un garbuglio di fraintendimenti, bugie e non detti, di cui soltanto lettore e narratrice hanno la visione d’insieme. Alcuni personaggi non vengono mai sfiorati dalle conseguenze della vicenda in atto. Altri, senza grandi epifanie, cambiano seduti sui gradini del portico. A differenza che nella serie TV, immagino ben più focalizzata sullo scontro ideologico tra Mia e Pearl, queste donne agli antipodi non si accapigliano e di rado figurano nella stessa pagina. I veri protagonisti sono i loro figli, imprevedibili e ormonali, insieme al magnetismo che lo status dell’una esercita sull’altra. Le madri di Celeste Ng ascoltano, ficcanasano, agiscono per un bene maggiore. E ci fanno riflettere sui bambini nati in serie, su quelli mai venuti al mondo, su quelli promessi e poi pretesi indietro. Cos’è più forte: la biologia o l’amore? 
Mentre nel quartiere si confabula dell’adozione in forse dei McCollough, ci si alzerà di frequente da tavola con il broncio; si infrangeranno i dogmi del politicamente corretto parlando per la prima volta di fecondazione assistita o aborto.  Purtroppo, con il senno di poi, sono costretto a mettere in discussione quell’incipit forte ed esplicativo all’inizio lodato: dice troppo – colpevole incluso –, mentre l’epilogo aggiunge troppo poco. Nel mezzo mezzo, a dispetto della mancanza di colpi di scena, ci sono per fortuna pagine rimarchevoli e tantissima carne al fuoco. Il successo di Celest Ng, un’intrusa in quel di Shaker Heights, non è solo fumo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Adele – Rumor Has It

sabato 4 gennaio 2020

I ♥ Telefilm: The Morning Show | You S02

Con il suo bagaglio di tematiche scottanti – scandali sessuali, fake news, donne di potere, metoo – si è rivelata la serie più attuale dell’anno appena passato. Recuperata a fine dicembre e aggiunta al listone all’ultimo momento, di The Morning Show potrei parlare come di una sorpresa inaspettata. Ma, in parte, mentirei. Che senso ha dirsi meravigliati della perfetta riuscita di una produzione che vanta un cast di sole stelle, per cui gli sceneggiatori hanno scritto alcuni dei migliori copioni in circolazione? Hanno già parlato le candidature ai Golden Globe nelle categorie principali. Hanno già commentato i social, divisi tra Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon: chi è la più bella, chi la più simpatica, chi la più brava? Sin dalla prima puntata, è sfida aperta. Se la prima è una conduttrice sul viale del tramonto con un divorzio nell’aria, conservatrice e perbenista, l’altra è una cronista volgare e battagliera le cui sfuriate sono già diventate virali: donne dalle vedute opposte – sul lavoro, sulla vita, sul tacere o sul denunciare – si troveranno sedute alla stessa scrivania all’indomani della denuncia che ha rovinato la reputazione di Steve Carell. Ex volto del notiziario del mattino, fascinoso e piacione, il cinquantenne ha davvero stuprato un’assistente? Alla forza dei cinque episodi iniziali sono purtroppo fatti seguire i toni meno incisivi dei restanti, e la piega degna di un thriller d’inchiesta – per quanto importante – risulta un po’ prevedibile. Molto più di una semplice catfight, molto più di un je accuse ai tempi di Harvey Weinstein, la serie Apple si regge però sulla potenza delle performance – per me, questa volta, la spunta una Aniston che non ti aspetti – e sulla caratterizzazione magistrale di protagonisti e comprimari – occhio a Crudup e Duplass, accanto a una struggente Gugu Mbatha-Raw – indagati sin nelle contraddizioni più profonde. Poteva il dramma sui retroscena del mondo della televisione non finire nel meglio di un anno di TV? La domanda è retorica, la risposta scontata: soprattutto se, nel parlare della cultura del silenzio, intervengono dialoghi tanto clamorosi. (7,5)

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il nostro psicopatico preferito, abbandonata Brooklyn per Los Angeles, cambia nome e città. Dopo il finale shock della prima stagione, ha trovato in fretta un altro impiego, un’altra ragazza, altri guai. Lavora sempre coi libri. E la sua vicina di casa, benché questa volta provvista di tende, riaccende prestissimo il fuoco dell’ossessione nonostante il proposito di diventare buono. Joe, ribattezzato Will, ci prova davvero. Ma come fare con le due dirimpettaie, pericolosamente vicine  a un personaggio noto per molestie? Dove piantare in asso Forty, datore di lavoro con velleità da sceneggiatore? E, soprattutto, possibile smettere di pensare alla sorella gemella di quest’ultimo se ha un nome che è tutto un programma: Love? Catapultato in una metropoli di luci e ombre, il protagonista si troverà a non essere l’unico pazzo in circolazione. Inizialmente prodotto da Lifetime, poi passato a Netflix in corso d’opera, il thriller sullo stalking e gli amori tossici purtroppo o per fortuna non aggiusta il tiro nel passaggio: perfino più trash degli esordi, sanguinosissimo ma leggero altrettanto, You rinuncia agli ultimi scampoli di serietà – la prima stagione, al contrario, conservava ancora l’impronta dell’omonimo romanzo – per confermarsi il guilty pleasure definitivo. Tra app d’incontri, pasticcini ed ex che ritornano, calca la mano sulla componente umoristica e si affida al carisma innegabile di Penn Badgley – che bei maglioni che sfoggia qui – accompagnato da un’ottima Victoria Pedretti, indimenticabile in The Haunting of Hill House e superiore sia per talento che per bellezza alla defunta Elizabeth Lail. Il finale, scoppiettante, preannuncia una terza stagione altrettanto borderline. Peccato per qualche svolta da soap opera nel mezzo, con tanto di ridicolo trip sotto LSD: troppo, anche per uno spettatore che non si formalizza come il sottoscritto. Insomma: la si divora, ma si preferisce la prima; la si prende in giro, ma segretamente ne vorremmo ancora. Senza mezze misure, questo guilty pleasure è così colpevole che potremmo buttare via la chiave. E andarlo a trovare saltuariamente, dietro le sbarre, come se You fosse Hannibal Lecter e noi la povera Clarice. (6,5)

martedì 4 aprile 2017

Recensione [doppia]: Big Little Lies - Piccole Grandi Bugie, di Liane Moriarty

Si dice che smettere di serbare rancore sia un bene, ma non lo so, a me il rancore piace parecchio. Mi prendo cura di lui come di un cucciolo.

Titolo: Piccole Grandi Bugie
Autrice: Liane Moriarty
Editore: Mondadori
Prezzo: € 19,50
Numero di pagine: 428
Sinossi: Un luogo in cui è spontaneo conversare con i vicini e trovarsi per una grigliata dietro casa nei pomeriggi estivi. È facile per Madeline, Celeste e Jane diventare amiche. Anche se non potrebbero essere più diverse, e non possono dire di conoscersi davvero. Madeline è divertente e caustica, si ricorda tutto e non perdona nessuno. Il suo ex marito si è appena trasferito con la giovane moglie e la figlioletta nelle vicinanze e, quel che è peggio, la sua primogenita adolescente è già totalmente conquistata dalla nuova matrigna. Com'è possibile? si tormenta Madeline. Celeste è quel genere di bellezza che tutti si voltano a guardare quando cammina per la strada, ha due gemelli e un marito adorabile e bello quanto lei, sono ammirati da tutti, specialmente dai genitori della scuola dei figli. Tanta fortuna non potrebbe avere un prezzo? E quanto sarebbe disposta a pagare? si domanda Celeste. E poi c'è Jane, che si è appena trasferita in città. Una mamma single provata da un passato di tristezze, piena di dubbi e segreti che riguardano suo figlio. Madeline e Celeste prendono subito Jane sotto la propria ala protettrice, senza capire quanto il suo arrivo, e quello del suo imperscrutabile bambino, stia per cambiare per sempre le loro vite. Senza rendersi conto che a volte sono le bugie più piccole, quelle che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere, che possono rivelarsi le più pericolose...
                                                 La recensione
No, mi ero detto. Per una volta non posso tradire il telefilm. Suonavo, almeno nelle intenzioni, categorico. Avevo visto ben cinque dei sette episodi della serie HBO – un gioiello di tecnica e recitazione, presto acclamato come evento dell'anno – quando, complice un Libraccio in vena di promozioni, mi sono lasciato tentare dal fortunato romanzo di Liane Moriarty. Ne parlavano tutti, e con un entusiasmo invariato. La curiosità di conoscere in anticipo i retroscena, la rivelazione finale, mi tormentava. E così ho letto Piccole Grandi Bugie conoscendo tutto o quasi dell'intreccio, epilogo a parte, e adorandone l'acidità per partito preso. La trasposizione a opera dell'infallibile Jean-Marc Vallée, non nuovo ai cast da Oscar, mi aveva già fatto affezionare ai caratteracci delle protagoniste. Un'allegra brigata di donne sull'orlo di una crisi di nervi, sempre con le mani in pasta, la scusa pronta del mal di testa, la famigerata irritabilità della sindrome premestruale. Le mean girls sono cresciute, hanno messo su famiglia. Non rinunciano al tacco dodici, ai ricatti spietati, alle sanguinose guerriglie tra i banchi. Qui, non alunne ma mamme di cherubini iscritti alla prima elementare, è per i loro figli che battagliano. Nel romanzo siamo in Australia, nella miniserie in California: restano gli scenari paradisiaci e le case assurde, l'oceano a perdita d'occhio e scuole pubbliche che fanno invidia a quelle private. Alla porta i bulli, così come, ça va sans dire, l'imperfezione e l'indigenza. Jane (Shailene Woodley), ultima arrivata in città, ha un figlio concepito nella violenza e accusato di tormentare la primogenita della facoltosa Renata (Laura Dern). La logorroica e irresistibile Madeline (Reese Whiterspoon, la mia preferita), annoiata dagli scarsi impegni presso il club del libro erotico e il teatro cittadino, prende la ragazza sotto la propria ala. La porta in un bar famoso per gli ottimi muffin, la dolcezza del personale e la vista mozzafiato, e la presenta alla terza parte del trio. Celeste (una Nicole Kidman tornata alla bravura clamorosa di un paio di ritocchini fa) è una Barbie silenziosa, intrappolata in un sottile rapporto sadomastochistico: le invidiano i gemelli angelici e il compagno affascinante, il sesso sfrenato in cucina e il fascino incorruttibile. Peccato porti i maglioni a collo alto e le maniche lunghe per nascondere i segni delle percosse. Tutto parte con un semplice qui pro quo all'uscita di scuola. Le mamme si schierano in due fronti opposti, pronte ad additare il presunto bullo. Tormentate dalla noia, dai tacchi alti, da matrimoni infelici, si danno battaglia – pagina dopo pagina, puntata dopo puntata -, con i bambini che intanto hanno già fatto pace. 
Quanti segreti si nascondono in quel concitato ciarlare? Da cosa dipende l'adesione a una fazione o all'altra? Qualcuno, lo sappiamo sin da premesse, ci lascerà le penne. La polizia ficca il naso, interroga i sospettettati e i genitori più pettegoli: tutto pur di scoprire cosa sia andato per il verso sbagliato in una fantasiosa festa a tema – gli uomini vestiti da Elvis, le donne col tubino dalla Hepburn – ospitata a scuola nella proverbiale notte buia e tempestosa. C'è un morto ammazzato e un colpevole a piede libero. Tutti ne parlano e ne sparlano, ma senza farsi scappare il nome. Chi si è andato a schiantare un paio di piani più sotto? Procedendo a ritroso, Liane Mortiarty costruisce una bestia stranissima. Piccole Grandi Bugie non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa e un mistero che perdura. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di sangue, eppure qui e lì risulta a dir poco esilarante. Intricato e politicamente scorretto, è una commedia nera con amiche da chick lit che si affacciano sul lato oscuro della mezza età e della vita di provincia. La miniserie – cupa, introspettiva, montata e musicata alla perfezione – è uguale ma diversa. Meno frizzante, a tratti più realistica e convincente. 
Le protagoniste sono esattamente come le immaginavi leggendo, e le aggiunte danno pepe ai drammi borghesi di ogni dove. Gli scontri a voce alta diventano gare di bravura fra pari; le ombre si addensano intorno al passato della tribolata Jane; l'erotismo si sveste (se hai il buon Skarsgard a bordo, recita una regola non scritta, stai pur certo che si spoglia per contratto). Qualcosa, in un caso e nell'altro, scricchiola un po' in una chiusa frettolosa e non particolarmente brillante. Il bello, però, è come Piccole Grandi Bugie non si limiti a vivere in funzione del suo mistero. Come non si riduca a una classica questione di vittime e carnefici, in cui domandi che sia un colpo di scena ben assestato a lasciarti a bocca aperta. Nel mezzo c'è un tanto che, stando in equilibrio, non diventa troppo. Scorrono fiumi di alcol. I genitori si danno al karaoke, o si fiondano su cocktail gassati, color confetto, sconsigliabili a stomaco vuoto. Danno alla testa, e a poco possono qualche pacco di patatine sbocconcellato a metà serata, un mediatore neutrale, i diritti e i doveri del vivere civile. I bambini ti voltano le spalle per la matrigna vegana, tacciono dettagli compromettenti, mordono. Gli uomini vanno e vengono, le danno e le prendono, portano leccornie a tavola ma peccato che i migliori siano gay. Le donne, invece, regine della casa e del cortile, è meglio non farle arrabbiare. Sono l'incubo delle maestre e dei traditori. Solidali nel portarsi il broncio o nello spalleggiarsi a tempo debito. Rivali una vita e, in un attimo spruzzato di sangue pazzo, improvvisamente complici. 
Il romanzo: ★★★★  La serie: 8
Il mio consiglio musicale: Michael Kiwanuka – Cold Little Heart