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lunedì 8 aprile 2019

I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03

Ambiziosa, autoriale e impenetrabile, nell'anno dei fasti di Stranger Things si era imposta a sorpresa come mia serie del cuore. Non l'avevo compresa fino in fondo, eppure mi aveva commosso. Con le sue coreografie ipnotiche e metaforiche. Con i suoi protagonisti indecisi fra l'additare la malattia mentale della loro guida spirituale oppure abbandonarsi al miracolo. Il finale, per me perfetto così, ci doveva qualche spiegazione. The OA, attesa al varco non senza timore, è tornata ad aprirci occhi e mente, a prenderci in giro, con un nuovo arco di episodi. Se l'attesa è stata ripagata, le si perdona anche il ritardo: assolutamente necessario per riprendere le fila, stupirci e, a tratti, superarsi. Prairie, la sempre incantevole Brit Marling, è andata incontro a morte certa ma infine ci è riuscita: ha fatto il salto in un'altra dimensione. L'atterraggio ha avuto effetti collaterali: da un lato, infatti, deve imparare a muoversi nell'esistenza dell'alter-ego Nina, imprevedibile e viziosa; dall'altro, invece, fare i conti con il fatto che Homer non sappia chi lei sia e con il pensiero che Jason Isaacs, il folle che l'ha tenuta per sette anni rinchiusa, ricopra anche lì un ruolo di potere. Prairie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, è prigioniera insieme alle altre cavie di Hap. Alle ambientazioni di Maniac e Homecoming si sovrappongono le vicende di un nuovo personaggio, un detective in cerca di un'adolescente scomparsa, e quelle dei compagni di Prairie, commoventi liceali on the road reduci da un'amicizia impossibile da dimenticare. Due dimensioni distinte, tre diversi piani narrativi: cosa succederà quando si sfioreranno? The OA promette faville e frustrazione. Di ripetersi. La seconda stagione rischia di dire troppo, vero, e troppo presto. Fa sentire qui e lì la mancanza dei suoi adolescenti: nonostante il surclassamento a personaggi secondari, comunque, ci regalano gli attimi più struggenti – saranno quelle danze affascinantissime, o forse il candore di chi si fida ciecamente. Consapevoli dello strano patto narrativo, quest'anno si lascia seguire con minori difficoltà. Guadagna ritmo, comprimari, quesiti. Osa, contaminandosi con l'horror alla Lynch e il leggero trash di fughe e feste mascherate. Il salto si fa maggiore, somiglia a un volo impossibile su San Francisco. La totale comprensione della visione è questione di fede. Siamo punto e a capo, con lo stesso pugno di mosche e un'immutata suggestione. L'epilogo non è che lo specchio riflesso del precedente. L'interpretazione, al centro di dubbi prima fugati e poi rinnovati, non è univoca. La serie, infatti, ha i passaggi segreti e le zone cieche della casa degna di Hill House, costruita da un ingegnere e da una medium, nella quale si imbattono i nostri protagonisti: giovani sognatori vi hanno smarrito al suo interno il lume della ragione e le pareti, sottilissime, promettono di collegarci a realtà alternative. Come sarà il mondo dall'alto, visto dal rosone istoriato della facciata? Prairie promette ai naviganti una visione d'insieme splendida e destabilizzante, simile a quella di Neil Armstrong quando si voltò in assenza di gravità e vide la terra. E The OA è proprio una creatura aliena. Una serie lunare dove tutto è possibile, ogni domanda è lecita, ma le risposte potrebbero negarcisi. Questo la rende amata da qualcuno, odiata da altri. Ma una provocazione intellettuale senza precedenti. (8)

Una piccola comunità, due bambini scomparsi nel bosco, una famiglia che si sgretola sotto il peso della tragedia. Un corpo viene ritrovato presto, infatti; l'altro no. Il mistero dura venticinque anni. Non ci saranno superstiti in casa Purcell, ma due segugi, per fortuna, non smetteranno mai di chiedere, scavare, provocare. Messa così, fatta eccezione per la suddivisione in tre piani temporali, la trama è la stessa di un giallo come tanti: una ricerca tanto delicata quanto preoccupante, di quelle che anche sul piccolo schermo abbiamo visto e rivisto spesso. A onor del vero, tutto è come appare. Ben poche variazioni sul tema, a parte l'insolita parentesi dolce-amara con i protagonisti invecchiati, e nessun guizzo fino all'ottava puntata. Non si può parlare di delusione, eppure era lecito aspettarsi maggiore complessità da un ritorno tanto inaspettato. Erano gli intrighi difficoltosi, i personaggi criptici e gli spunti di attualità la cifra stilistica di True Detective? Dal momento che i pregi della prima stagione si erano rivelati anche i difetti della seconda, la HBO ha ripiegato su una semplicità che premia. Lineare non tanto nella struttura quanto nella pianificazione, il mistero che sono chiamati a sbrogliare gli ottimi Mahershala Ali e Stephen Dorff si protrae nel tempo – tanti buchi nell'acqua, tante false risoluzioni e altrettante ripartenze – anche se, come ci conferma l'epilogo, certe storie vanno avanti da sé. Reduce del Vietnam e guardato con sospetto dal razzismo, Ali – straordinario, al punto che verrebbe voglia di scommettere già su di lui nella prossima stagione dei premi – fa prima i conti con i conflitti d'interesse per la moglie romanziera, poi con l'oblio della demenza. Il ritrovato Dorff, tutto d'un pezzo anche sotto il trucco che lo appesantisce, è il classico sbirro dai metodi poco ortodossi e la vita sentimentale sregolata, nonostante spesso e volentieri i ruoli di potere si invertano: chi è allora il poliziotto buono, chi quello cattivo? I ritmi sono quelli lenti a cui ci siamo affezionati, i dialoghi ben scritti abbondano – a sorpresa, questa volta affiora un'emozionalità sconosciuta – e lo scioglimento, immancabilmente, arriva. In un cameo fotografico fanno capolino perfino McConaughey e Harrelson, insieme all'ipotesi di traffici umani, ma siamo fuori pista. Come si diceva, la serie si mantiene su stilemi classici. Un colpo di cuore, allora, giunge davanti a quel finale che in rete divide. Non mi spiego, sinceramente, il perché delle libere interpretazioni fioccate qui e lì; le critiche di chi dice di aver visto Pizzolato lavarsene le mani. Ci sono brividi, epifanie, immagini, che percepiti attraverso la demenza del personaggio principale sanno invece dare speranza e armi pacifiche a chi crede nell'immaginazione; nelle seconde opportunità. C'è una confusione di quelle buone a indicarti piazzole d'emergenza in questo viaggio, rigorosissimo ma un po' anonimo, al termine della notte. (7)

venerdì 1 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La favorita | Green Book

Nemmeno un anno fa, parlando del Sacrificio del cervo sacro, mi dicevo attratto e disgustato dal mondo matto di Yorgos Lanthimos: il greco da concedersi a piccole dosi, tanto forte era il disturbo nei suoi lungometraggi, a cui ho sempre riconosciuto un tocco da maestro – Kubrick e Haneke, tocca scomodarvi – ma intrecci troppo ermetici, troppo strani, per conquistarmi. È tornato in anticipo con un film che su carta poteva scoraggiare: mai stato un appassionato di ricostruzioni storiche tutte intrighi e minuzie, infatti, e i pochi mesi di distanza trascorsi dall'horror con Colin Farrell e Nicole Kidman acuivano il rischio d'indigestione. Gli applausi, per fortuna, lo hanno preceduto. Mi sono giunti all'orecchio prima gli echi degli apprezzamenti a Venezia, poi la notizia delle dieci nomination agli Oscar. Davanti a una tale scrittura, a un tale trio, a un tale Lanthimos il pensiero vien da sé: per favore, diamogli tutti i premi che merita. La regina della fuoriclasse Olivia Colman, volto del piccolo schermo qui in attesa della definitiva consacrazione a star, tiene in gabbia diciassette conigli in memoria dei diciassette figli che ha perso. Nevrotica e bisognosa, si è attorniata di cuccioli, amanti e serve in una corte che dev'essere il capolavoro di architetti e scenografi. Immobilizzata dalla gotta, si trucca come un pagliaccio triste e, sul finale, una paralisi le renderà il viso rattrappito per metà. Mentre gli uomini indossano parrucche, importunano le ultime arrivate per dispetto, lanciano frutta ai buffoni nel ludibrio generale, le donne fanno. Hanno l'ultima parola nello scontro con i francesi, e la crudele Weisz vota per l'attacco, l'imprevedibile Stone per l'armistizio. Hanno parole di solidarietà, perfino di passione, verso una reggente patetica e abbandonata che si circonda di bellezza per contrastare il proprio decadimento fisico: la Weisz, amica di sempre e sempre stupenda, ci prova con modi brutali e consigli mirati; la Stone, sottovalutato agnellino sacrificale deciso a tornare nobildonna, si svende con moine, attenzioni, baci. Chi avrà la meglio? Non è questione di onore. Soprattutto, non è questione di bon ton. Il risultato, strepitoso e straniante, è una catfight che diverte da morire seppure con i corsetti e le gonne di costumisti in stato di grazia; di un Lanthimos che piace addirittura più del solito, grazie a una sceneggiatura affidata a terzi. Il suo tocco comunque non manca: dall'uso deformante del grandangolo al sesso promiscuo con cui puntualmente si sollazza, dalle parentesi grottesche agli attimi toccanti all'improvviso. Il dramma in costume non è mai stato così maleducato, tanto nudo e crudo: la storia è liberata dalla sua patina polverosa a suon di pallottole volanti, scariche di vomito, colpi proibiti sotto la cintola. La guerra non è mai stata priorità del sesso dominante, bensì un gioco caustico e lezioso per dame in prova e dame provette. Sorretto da un umorismo feroce, dalle autentiche eccellenze del cast e da un eleganza esageratissima, il regista greco rischia di rimanere purtroppo a bocca asciutta: non ci sono rivali che gli tengano testa, inutile dire il contrario, ma i pronostici sembrano aver parlato chiaro – qualche speranza soltanto per la Colman, per il comparto tecnico. Resterà uno dei colpi di fulmine dell'annata, posso già stabilirlo a febbraio. Resterà il mio favorito. (8)

Prendete un regista parte di un duo demenziale, Peter Farrelly, e assolvetelo grazie a una commedia tanto americana quanto funzionale. Gli ingredienti segreti, furbi ma altamente vincenti, amalgamati tutti in una sceneggiatura ammiccante – verso i temi giusti, verso le simpatie ormai sdoganate dell'Academy – eppure efficace dall'inizio alla fine, tra le atmosfere calorose del vicino Natale e la fidata supervisione del produttore Steven Spielberg. Uno splendido Viggo Mortensen, italo-americano con lo stomaco capiente e il cuore più grande ancora, condisce ogni conversazione con esilaranti improperi in siciliano stretto (d'obbligo, pertanto, la visione in lingua originale) e ha un fare attaccabrighe che spesso torna utile. Autista a tempo pieno, non ha grandi richieste per i successivi due mesi in viaggio se non tornare in tempo per il cenone. Nel mentre, da bravo sentimentale, scrive lettere sgrammaticate e dolcissime alla moglie e fa i conti con la propria natura di immigrato, con gli sgarbi e i soprusi di un'America doppiamente intollerante. Impara, così, a onorare l'amicizia con il suo datore di lavoro, un Mahershala Ali in cerca di un secondo Oscar: seduto sui sedili posteriori con le gambe accavallate e la coperta sulle ginocchia, il musicista lo rimbecca all'inizio con falsa antipatia e gli confessa infine le contraddizioni della propria solitudine. A che serve essere un virtuoso del pianoforte richiesto in lungo e in largo, infatti, se non è abbastanza bianco per gli illustri committenti, non abbastanza nero per la comunità afroamericana, non abbastanza uomo per sgualcire le giacche d'alta sartoria a suon di pugni? Grazie a una delle migliori coppie che avremo modo di ammirare al cinema quest'anno, la visione fila liscia come l'olio senza il rischio di perdersi strada facendo né di sorprendere. I confronti, il loro adorabile punzecchiarsi, rende godibilissimo il viaggio insieme nonostante le due ore di lunghezza. La strada di quest'ennesima strana coppia è già stata rodata da predecessori noti e sconosciuti, ma gli autori hanno un asso nella manica accanto ai ritmi perfetti e al cast indovinato: un manuale tascabile, il libro verde del titolo per l'appunto, che da un lato contiene dritte preziose su quali città evitare se sei un nero in trasferta nei violenti anni Sessanta; dall'altro, al contrario, le svolte da imboccare per un cinema vecchio stile che punti dritto all'obiettivo. Farci gioire e commuovere, nello spirito scanzonato delle commedie a tesi. Delle avventure con una morale nell'ultima riga, finale stucchevole a parte, forse troppo perfettine per piacere all'unisono, ma verso cui sembra impossibile muovere critiche sostanziali. È un film che sta alla controversa presidenza Trump come l'uvetta al panettone. È un film a cui, nel mentre, si vuole bene davvero, per quanto la benedizione dell'ottima compagnia sia preferibile a un andirivieni dagli indiscreti scossoni emotivi, ma senza curve a gomito. (7)