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venerdì 17 maggio 2019

Recensione: Ogni tuo passo, di Alice Feeney

| Ogni tuo passo, di Alice Feeney. Nord, € 19, pp. 350 |

L'esistenza di Aimee Sinclair è finzione scenica. Fasulle le generalità, illusori i successi lavorativi e sentimentali. Per sua fortuna, però, ha fatto delle bugie di cui si nutre una professione remunerativa: è un'attrice sulla cresta dell'onda. Il suo compito, farti pendere dalle sue labbra. Dopo un lungo apprendistato è riuscita a soggiogare i fan, costantemente in crescita; un agente che a sorpresa le ha proposto un provino con David Fincher in persona; il marito giornalista, Ben, che la venera nonostante l'esagerata gelosia. Quanto possono stare in equilibrio i castelli di carta? Pochissimo nel mondo del cinema, fabbrica di sogni e incubi che in fretta chiude le porte alle sue stelle splendenti. E ancora meno nel nuovo romanzo della giallista inglese Alice Feeney, maestra indiscussa dei tracolli coniugali e delle protagoniste inaffidabili.

Non tutti vogliono essere qualcuno. Alcuni vogliono essere qualcun altro.

Qualche estate fa mi aveva stregato con Ogni piccola bugia, ingegnosa opera prima che in quanto a cattiveria rivaleggiava con L'amore bugiardo, e nel fervore generale ci riprova con un intreccio costruito nuovamente fra passato e presente, con una donna che ha perso il bandolo delle sue stesse matasse. Tutto ha iniziato quando Ben scompare senza lasciare traccia e l'agente Alex Croft, poliziotta inutilmente sul piede di guerra come previsto dal cliché, punta il dito contro quella moglie sotto i riflettori. Prima per i successi hollywoodiani, poi per i presunti misfatti. La violenza domestica, infatti, colpisce anche gli uomini: era forse lei l'aguzzina del giornalista, schiaffeggiato in pubblico in seguito a una lite al tavolo del ristorante? Lo ha ucciso? Se sì, lo ha dimenticato per proteggere la propria sanità mentale? Salteranno fuori corpi dalla dubbia identità, rivali in amore, stalker a immagine e somiglianza della tormentata Aimee, mentre i salti temporali ci condurranno implacabilmente nell'infanzia della protagonista: lì si annidano le prime ambizioni – un paio di inavvicinabili scarpette rosse in vetrina, come quelle indossate da Dorothy –, i primi stratagemmi per salvarsi dal provincialismo irlandese – lezioni di dizioni, favole da ascoltare con il mangianastri, blockbuster anni Ottanta noleggiati in videocassetta –, i primi crimini. La norma se sei la figlia di due spiantati allibratori, Maggie e John, e devi imparare a difenderti con le maniere cattive dai creditori. Inevitabile se un bel giorno sei stata sequestrata, ripenso a tal proposito alla lettura del toccante Ellie all'improvviso, e due perfetti sconosciuti ti hanno intimato di chiamarli mamma e papà.

Sposiamo chi ci fa da specchio: è il nostro opposto, ma a noi sembra un riflesso. E, se lui è un mostro, io cosa sono?

Non si può dire che Alice Feeney sonnecchi sugli allori. Moltissimi i colpi di scena, nonostante abbia purtroppo intuito il principale a cento pagine dalla fine, e altrettanti i momenti da pelle d'oca. Il vademecum di thriller così, sordidi, sanguinosi e malati fino all'ultimo, esige figure borderline e tabù infranti. Il rischio corso, in questo caso, è stato quello di ripetersi per paura di fare peggio che in passato. Simile al romanzo precedente ma più maldestro, Ogni tuo passo ripropone con capitoli rapidi e stile accattivante – per gusto personale, preferisco tuttavia qualche frase ad effetto in meno – scambi di persona, doppie identità, flashback a raffica. Aveva tutte le carte in regola per farmi suo ma, pur funzionando senza sbadigli di sorta, rimesta nei temi caldi del successo precedente e nel classico repertorio delle narratrici bugiarde, citando più volte sé stesso. All'ombra di Ogni piccola bugia, i pregi dell'uno diventano con una punta di dispiacere i difetti dell'altro.
Torna a mentirci, Alice: irretiscici, fallo meglio e di più. Sperando che a ogni passo, a ogni romanzo, non riprenderai puntualmente a raccontarci l'ennesima storia in assonanza di donne-mantidi e relazioni pericolose.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Doris Day – Perhaps, Perhaps, Perhaps

mercoledì 5 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Sharp Objects | The Innocents

Il romanzo è sempre meglio del film, o così sostiene qualche lettore. Cosa succede però se i nomi coinvolti sono troppo importanti per non ammettere un'eccezione alla regola? Cosa succede se non è di un film ma di un telefilm che si parla e se, cosa nota di questi tempi, sul piccolo schermo si è soliti aumentare il numero dei capitoli, la qualità, l'intensità? Inizialmente pubblicato con il titolo Sulla pelle e poi protagonista di innumerevoli ristampe, tra lo straordinario successo ottenuto al cinema da Gone Girl e quello di questa miniserie HBO già sulla bocca di tutti, l'esordio di Gillian Flynn – a quando un nuovo romanzo, mi domando, e quando decidersi a rinunciare a vivere di rendita? – non convinceva: un trio di magnetiche protagoniste femminili, infatti, faceva carta straccia di una trama che stentava a reggersi. Una giornalista dal corpo ricoperto di tagli autoinflitti che torna a casa in cerca di scoop, il ritrovamento di due adolescenti con i denti cavati di bocca, i segreti di una famiglia che vive di apparenze e quelli di una provincia americana arricchitasi conducendo maiali al macello o rievocando antiche battaglie. I sospettati: un padre e un fratello maggiore che reagiscono male al lutto, e ancora peggio alla pressione pubblica. Gli oggetti contundenti con cui marchiarsi a sangue il corpo, non soltanto quelli del delitto, bensì le lingue affilate di una matriarca gelida e di una sorellastra arrivista; la relazione passeggera con un detective dalle buone intenzioni, forse troppo gentile per un'anima nera come lo è in fondo la problematica Camille. Trattandosi di una trasposizione fedelissima, nel bene e nel male, il destino di banalità e confusione di Shap Objects vive un'immancabile replica in tivù: ecco palesarsi gli stessi contro riscontrati su carta, e con una divisione in episodi – otto di un'ora ciascuno, dunque tanti – che li esacerba allo sfinimento. I ritmi diventano dilatatissimi, il giallo un pensiero incidentale e le protagoniste, distrazioni eccellenti, uno specchietto per le allodole. Ci si prova a convincere del contrario, allora, con un montaggio a regola d'arte che rende la struttura un puzzle; con una colonna sonora lisergica, in cui sono le note dei Led Zepelin a far da padrone; con la regia indie di un Vallée con il pallino per le storie al tempo del metoo e per le donne con gli attributi. L'abuso della telecamera a mano mi ha innervosito, a lungo andare, e proprio non mi sono fatto bastare l'impegno di un'apatica Amy Adams che, colta fuori dalla sua comfort zone, si fa rubare la scena da Patricia Clarkson superba e dalla rivelazione Eliza Scanlen. Rinnovare il copione di un giallo non particolarmente ispirato rendendolo, più che d'autore, pretenzioso? Sharp Objects con me ha ingranato a fatica e dopo essersi preso tutto il tempo del mondo, troppo, accelera all'inverosimile nel frettolosissimo finale – stralci di spiegazione, pensate, sono relegati in flashback lampo dopo i titoli di coda, alla stregua di un horror di infima categoria. È una penna scarica, un coltello spuntato. Una serie, annunciata in anticipo come l'evento dell'estate, che non graffia un lettore coriaceo. Farà senz'altro faville durante la prossima stagione dei premi, mieterà consensi e mi sottoporrà a più di qualche critica, ma per me rimarrà un mistero. Meno scontato e più fitto ancora di quelli nascosti nel cuore della sordida, sonnacchiosa Wind Gap. (5,5)

Si conoscono a scuola. Candidi e innocenti come da titolo, June e Harry sono una specie da salvaguardare in una generazione che brucia in fretta le tappe e veicola modelli sbagliati. Lei cresciuta nell'inganno, con un patrigno che l'ha protetta con le buone e con le cattive dalle domande su una madre scappata lontano da loro dopo una notte di cui in giro ancora si mormora; lui, più intraprendente, alle prese con un genitore catatonico che necessita di attenzioni continue. Si innamorano presto ma di nascosto, scoprendosi ugualmente fragili e in cattività, e pianificano la fuga su una Fiat sgangherata. Meta: una Londra mai così distante da quella provincia senza prospettive. Il viaggio in macchina, già consolidata metafora giovanile di per sé, svela in fretta la natura nascosta della protagonista: è una mutaforma, creatura sbucata direttamente da una leggenda scandinava. Scopriranno insieme che ci sono altri come lei, identici nella natura ma opposti nei desideri: possedere qualcun altro è erotico, infatti, sa di onnipotenza. Soprattutto, si accorgeranno insieme allo spettatore che c'è una trama parallela alla loro che conduce a un'isola in Norvegia: una casa di donne, portatrici dello stesso inspiegabile gene, sedotte e controllate da uno psichiatra con il volto del sempre fascinoso Guy Pearce. Questi novelli Romeo e Giulietta, accomunati dallo stesso finale (di stagione) tragico, rischiano di perdere innocenza e alchimia strada facendo, confusi sui loro stessi sentimenti. Rischia di perdersi lei, June, nel riflesso di quella mamma che non si è mai raccontata con limpidezza e di un dubbio che intanto logora la coppia. Non bisogna perdere il controllo: la protagonista ha sperimentato che basta un tocco anche fugace, quando è fuori di sé, per risvegliarsi in un corpo che non le appartiene e, suo malgrado, per profanarlo, lasciando lungo la strada uomini e donne come gusci vuoti. E l'amore, invece: ha effetti collaterali oppure ti salva? Di teen drama a tinte fantasy si tratta, sì, e con passioni salvifiche, famiglie preoccupate e cattivi annunciati ci si intrattiene per otto episodi. Fortunatamente, non siamo nei territori post Twilight: vuoi i protagonisti sconosciuti e acqua e sapone, che insieme formano una coppia tenerissima; vuoi i grigi acquosi e la pacatezza delle produzioni britanniche; vuoi una storia semplice ma ad alto tasso emozionale, complice la colonna sonora indie rock, che agli adolescenti parla di identità metaforicamente e non. Romanzo di formazione sci-fi, delicatissimo tanto nella componente sentimentale quanto in quella mitologica, The Innocents è la serie di cui nessuno sta parlando: perché piccola, comunque più di quanto ci si aspetterebbe da una coproduzione internazionale, ma piena di grazia. (7)

lunedì 4 settembre 2017

Recensione: Ogni piccola bugia, di Alice Feeney

| Ogni piccola bugia, Alice Feeney. Nord, € 16,90, pp. 324 |

A lungo, la lettura dei thriller mi ha regalato più amarezze che notti in bianco. Con fascette promozionali che urlavano superlativi assoluti e trame scritte con l'escamotage della carta copiativa, andavano scelti con cura maggiore per limitare danni e delusioni. Letto uno, letti tutti. Quanti amori bugiardi, dopo Gillian Flynn? Quante ragazze sui binari, dopo il passaggio – tutt'altro che degno di nota, ma tant'è – del treno Paula Hawkins? Qualcosa è cambiato quest'estate. Sotto l'ombrellone, prima i tranelli della Fidanzata messa in un angolo, poi il cuore sorprendente di Paola Barbato. Dico arrivederci alle giornate lunghe, ai tramonti sul mare, con l'esordio di Alice Feeney. Un thriller psicologico che fa eccezione: per fortuna, un altro. Articolato su tre diversi piani temporali, Ogni piccola bugia racconta il prima e il dopo di Amber Reynolds. Fino a Natale, speaker radiofonica a rischio di licenziamento; un matrimonio in crisi con Paul, autore di best-seller che ha perso parole, ispirazione e il desiderio di diventar padre; una sorella perfetta, Claire, riuscita dove lei ha fallito. Dopo le feste comandante e una notte di neve, di Amber non resta che un guscio semivuoto in un letto d'ospedale: un misterioso incidente d'auto, una pioggia di vetri in frantumi, il coma farmacologico. Nessuno, a parte lei, sa cosa sia successo. Nessuno immagina che la donna attaccata alle macchine stia vegliando notte e giorno, e prestando tacitamente ascolto. Alle ipotesi della polizia. Alle preoccupazioni di medici e infermieri. Alle confidenze troppo intime di Paul e Claire: molto più che cognati?

Siamo fatti tutti di carne e di stelle, ma alla fine diventiamo tutti polvere.
Meglio brillare, finché possiamo.

Della protagonista restano le fragili ricostruzioni a cui dare voce tra il sonno e la veglia e qualche vecchia pagina di diario: la storia di una bambina infelice, trascurata, e di un'amicizia sui banchi di scuola che diventa questione di vita e di morte. Amber, stando a titolo e copertina, spesso mente. Ci vogliono cento pagine per imparare a diffidare; per capire che la tipica narratrice bugiarda, in realtà, è il cuore nero di un atipico romanzo di genere. Ogni piccola bugia sembrava a torto il classico thriller matrimoniale. Alla lentezza dell'inizio – non piatto né mal scritto, ma canonico – seguono capitoli sfuggenti, imprevedibili, in cui si confondono ad arte le voci e le intenzioni. Intricato gioco al femminile, finalmente degno delle trame della famigerata Amy Dunne, ha una affascinante matrioska per protagonista. Amber soffre di disturbi ossessivi-compulsivi. Sospetta di tutto e di tutti. Affida al caminetto le liste per punti e quadernini fitti, che potrebbero spifferare i segreti di fuoco di certe notti. Per tutto il tempo, insieme a un'autrice perfida e profondamente divertita, si prende gioco di te. Chi ha l'ultima parola? Chi dorme davvero?

La gente pensa che il bene e il male siano due opposti, ma non è così: sono l'uno l'immagine riflessa dell'altro su uno specchio infranto.

Sbavato a tratti (non convince, ad esempio, il personaggio di Edward: vecchia fiamma a cui dare una seconda possibilità, un po' per vanità e un po' per ripicca), il romanzo è una bestia di premeditazione e vendette da servire fredde. Una bambola russa dal sorriso stonato, che inquieta nei labirinti di corridoi asettici e sulla striscia dell'asfalto. Se della mancanza di bei thriller non potevo già lamentarmi, mi mancava comunque questa stessa smorfia di stupore; il boccheggiare, con un filo di tachicardia, in un finale che vale la candela. Di quelli che vorresti spifferare a tutti per dire: ci credete, voi, che va così? Di quelli che ti fanno prestare cieca fiducia alle piccole bugie di queste grandi affabulatrici. Facendo il contrario, pagheresti un prezzo salatissimo. E non vedresti con gli stessi occhi chi – sotto osservazione, sotto sospetto – intanto dorme il sonno dei giusti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Wankelmut & Emma Louise - My Head is a Jungle


giovedì 29 settembre 2016

Pillole di recensioni: Lettera a Dina | Un buon presagio

Titolo: Lettera a Dina
Autrice: Grazia Verasani
Editore: Giunti – Scrittori
Numero di pagine: 160
Prezzo: € 14,00
Il mio voto: ★★★½
La mia recensione: Una mattina, la radio passa una canzone d'altre epoche. E le canzoni, così come i profumi, rievocano sensazioni o persone. La protagonista ricorda d'un tratto l'amica Dina: inseparabile, fino a una certa età, e poi improvvisamente persa. Dimenticata, nel profondo, mai. Sappiamo poco della narratrice: una che non si sbottona. Ha intrapreso da poco una relazione clandestina con un musicista sposato, lavora senza troppa voglia a un giallo: fa la scrittrice per mestiere, non fa nomi. I luoghi asteriscati, le identità dei comprimari nascoste da una lettera puntata. Non c'è spazio che per la migliore amica e i ricordi. Quando erano compagne di banco agli antipodi – una comunista e l'altra fascista, una povera e l'altra ricchissima – ma, anziché accapigliarsi, si erano trovate. L'infanzia e l'adolescenza passate vivendo come in simbiosi, poi il distacco. Colpa dell'ordine naturale delle cose, crescendo, e del mal di vivere di cui si ammala l'incostante Dina – prima a un passo dall'obesità e poi magra come un chiodo, prima etero e poi omosessuale, prima aspirante suicida e poi tossicomane. Sappiamo che Dina non c'è più. Sappiamo che la protagonista, anonima, non le è stata accanto. E, complice la radio, galeotta una maledettissima canzone, fa un bilancio di episodi e responsabilità: un esame di coscienza a cuore aperto. Quanto può dirsi responsabile per l'autodistruzione dell'altra, abbandonata? Quando si sono separate, e poi cos'è successo? Lettera a Dina è un flusso di coscienza ordinato, intenso, interessante. Prima volta tra me e Grazia Verasani, che emoziona con una storia-confessione che ho immaginato personale, sentita. Il romanzo è brevissimo: rapido, ma non del tutto indolore. Come quando qualcuno, una sconosciuta per di più, ci rende parteci di una questione privata, di un pezzo di vita che non era tenuta a svelarti, verso la fine prevalgono il riconoscimento – grazie per le tante verità – e la difficoltà – cosa rispondere, come mettere bocca. Allo stesso modo, Lettera a Dina posso consigliarlo, ma non so bene a chi. Con la sua scrittura sincera, la ricostruzione en passant degli anni Settanta – mi ha fatto venire in mente La ricchezza, di Marco Montemarano –, l'antipatico espediente dei nomi censurati e tutti i pregi, tutti i difetti, di quei romanzi che forse sono stati più utili a chi li ha scritti che a chi li ha letti.

Titolo: Un buon presagio
Autrice: Gillian Flynn
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 85
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★★
La mia recensione: Che L'amore bugiardo sia stato un lampo di genio isolato? Se lo chiedono un po' tutti, andando alla scoperta dei primi romanzi di Gillian Flynn o leggendo le poche pagine dell'ultimo pubblicato, Un buon presagio. Sono passati quattro anni dagli straordinari drammi dei coniugi Dunne, ma l'apprezzatissima autrice americana non ci dà indizi. Cosa fa? Scrive qualcosa di nuovo, nel mentre, oppure no? Si inganna l'attesa rimarcando il mio fondato dubbio e prendendosi del tempo da spendere con una narratrice piacevolissima, ma coi suoi “ma”. Cartomante e ladra, la protagonista arrotonda ospitando i clienti più vogliosi e ricchi nel retrobottega. Con uno di loro, dopo l'orgasmo, scambia pareri sui noir che legge, come fossero gli unici partecipanti di un improbabile – e appiccicoso – club del libro. Ancora, c'è una cliente pavida e ricca, che si è trasferita in una casa che scricchiola e che, nel tardo Ottocento, fu protagonista di un orrido massacro. Una famiglia sterminata dal primogenito, un quindicenne spietato e sociopatico: il killer di due secoli fa somiglia in maniera preoccupante, per indole e aspetto, a suo figlio Miles. Le tate scappano, gli animali vengono mutilati, il sangue scorre sui muri. Coincidenze, o suggestioni assassine? Tra la commedia nera e la ghost story, Un buon presagio è intrigante, scorrevole, si legge in un soffio. La protagonista, miserabile cartomante che fa marchette all'ora di chiusura, abile nell'arte di cavarsela ma amante delle letture di valore, è un personaggio grintoso, pieno, di quelli che mi piacerebbe incrociare ancora. Qui, poi, c'è una Flynn irresistibile, che sembra la nostra cara Alice Basso: linguacciuta, sferzante, artefice di autentici pasticci – tra case stregate e manipolazioni, professioni disoneste e etica professionale, generi letterari agli antipodi che vanno curiosamente a braccetto. Ma, grosso difetto, costa quanto un libro vero; l'autrice l'avrà scritto in un paio d'ore, noi lo leggiamo in trenta minuti. Come la sua protagonista, il racconto quindi è simpatico e vagamente truffaldino. Farsi leggere la mano da una prostituta senza arte né parte? Spendere dodici euro per una novella (benché pregevole) che, al massimo, avrebbe potuto essere ospitata sul paginone centrale di una rivista, con una sforbiciata vaga qui e lì?

lunedì 9 novembre 2015

Recensione a basso costo: Sulla pelle, di Gillian Flynn

Dicono che l'impulso di infliggere dolore sia un bisogno imperioso, a cui non ci si può sottrarre. E se fosse il contrario? Se invece la gente lo facesse perché è una sensazione bellissima

Titolo: Sulla pelle
Autrice: Gillian Flynn
Editore: Piemme
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 5,90
Sinossi: Due bambine sono state rapite e assassinate. Avevano nove e dieci anni; quando sono state ritrovate, la loro bocca era aperta, come in un estremo gesto di stupore, e l'assassino aveva strappato loro tutti i denti. Spetta alla giovane reporter Camille seguire il caso per conto del giornale per cui lavora. Da quando se n'è andata da casa, otto anni prima, non ha quasi più parlato con i suoi familiari: né con la madre, bella e inavvicinabile come una bambola di porcellana, né con la sorellastra che conosce a malapena, una tredicenne precoce dal fascino misterioso e fatale. Ora, tornata nella dimora vittoriana di famiglia, Camille è perseguitata dai ricordi d'infanzia e da una tragedia che neppure un ricovero in un ospedale psichiatrico le ha permesso di dimenticare. Indagando sugli omicidi insieme al capo della polizia locale e a un agente speciale dell'FBI, Camille inizia a identificarsi sempre di più con le giovani vittime. Perché ha la sensazione di aver già vissuto sulla propria pelle i loro orrori? Incalzata dai suoi demoni, dovrà risolvere il puzzle del suo passato, prima che il ritorno forzato a casa si trasformi in un viaggio a senso unico verso l'inferno.
                                            La recensione
Ho letto L'amore bugiardo un anno e mezzo fa. Avevo scritto non una recensione, ma una specie di racconto, per non rovinarvelo; avevo messo in lista gli altri romanzi di Gillian Flynn, autrice che scoprivo lì, sorprendente, ma non li avevo acquistati subito per paura non fossero all'altezza. La scrittrice che ormai non ha più bisogno di presentazioni, firma d'eccellenza, è arrivata per due volte sul grande schermo – la prima è stata un trionfo; la seconda, sebbene non indimenticabile, comunque non è dispiaciuta – e quasi dieci anni fa, critico televisivo, ha fatto il suo debutto nel mondo del giallo con il romanzo che Stephen King, l'autore più grande che c'è anche se spesso ha gusti discutibili, definiva “fantastico”. I commenti, in rete, non concordavano. Sulla pelle, infatti, chiamava a sé parereri discordi: prima delle luci della ribalta con Fincher, prima delle memorabili guerre tra i coniugi Dunne, a Gillian Flynn si rimproveravano protagonisti irrisolti, un intreccio semplice, uno stile poco maturo. Visto soltanto il film di quel Dark Places che sulla carta non m'ispirava particolarmente, ho invece acquistato a metà prezzo la ristampa di Sulla pelle – in testa, più parole brutte che belle – e prima di aprirlo, allungando la mano verso il comodino, mi sono sinceramente chiesto se L'amore bugiardo fosse stato un colpo di fortuna, un'eccezione alla regola, oppure no. La Flynn era una meteora – un'autrice che, dopo un grande romanzo, va avanti di rendita – o non erano azzardate le previsioni di chi, dopo la scena del crimine di un matrimonio di facciata, le aveva consegnato, a fiducia, scettro e corona? Sulla pelle, meno debole di quanto pensassi ma comunque non abbastanza incisivo, è segno che si può crescere. Tra le svolte di un caso non senza sbavature, si scorgeva – bastava aguzzare lo sguardo, prestare attenzione – qualcosa di interessante. La storia di Camille, giornalista che in cerca dello scoop torna nella cittadina che aveva abbandonato anni prima senza rimpianti, non è tra le più nuove. I cadaveri di due bambine a cui l'assassino ha strappato i denti, una famiglia gelida che custodisce con cura un passato di masochismo e perdita, una piccola realtà in cui tutti sospettano di tutti e i piccoli di casa non sono così innocenti. Qualcuno ha voluto sopprimere Ann e Natalie. Animaletti recalcitranti, gatti selvatici. Bambine crudeli, che mordevano.
Sulla pelle, con un'autrice che altre volte ci ha abituato a colpi di scena eclatanti e a piani imprevedibili, punta poco sulla creazione della suspance e tanto sulle atmosfere: affascinanti, torbide, come le pieghe della psicologia di una protagonista che, per tutto il tempo, purtroppo sfugge. In quella Wind Gap sospesa, impossibile da lasciarsi alle spalle, la noia è una cattiva consigliera: il sesso senza amore, le droghe pesanti, i boschi che nascondono segreti osceni. I tredicenni imparano in fretta il peggio, complice una realtà che è pessima maestra di vita, e in silenzio nutrono i loro lati oscuri. Camille, avventata e irresponsabile, trentenne irrisolta, ne è vittima diretta. Cresciuta all'ombra di una sorella morta in tenera età, ricordo indelebile con cui era impossibile competere, ha reso il suo corpo un cruciverba di parole scritte con il sangue. Indossa abiti coprenti, si dà a un sesso consumato con rabbia e con i vestiti sempre addosso, perché – con una lametta – si è tatuata ovunque aggettivi amari, rancorosi. Lei si ferisce, mentre la sorellastra Amma, tredicenne più scaltra e adulta di lei nel comportamento, bullo della scuola, ferisce gli altri. Questione di famiglia. Sulla pelle ha uno stile acerbo, un epilogo prevedibile, ma ha un non so che di scabroso, depravato, torbido che, a tratti, l'ha reso profondamente seducente. Sensuale, anche, con gli amori trasgressivi – la protagonista si avvicinerà, infatti, a un poliziotto forestiero e a un giovanissimo sospettato – e una tenuta gotica, perfetta come una casa di bambole, che fa da sfondo, quasi, a un circolo di streghe. 
Ho pensato a Stoker: una mamma bellissima e austera, Adora, distante anni luce da questo mondo; un interno dall'arredamento anni cinquanta, abitato da figure misteriose e spiritate; una persona – lì uno zio sconosciuto, qui una sorellastra impertinente – che ti ammalia e sconvolge, mettendo in discussione tutto. Rovesciandoti il mondo, ed è un mondo di violenza e brutalità, addosso. I personaggi maschili latitano, relegati sullo sfondo, e ancora una volta, con quel miscuglio di spregiudicatezze e sfida, Gillian Flynn si affida a donne con cui è difficile entrare in empatia, in una visione – cosa che avevo sottolineato anche in Gone Girl – misogina e femminista allo stesso tempo. Ci sono tante donne, infatti, e poche sono personaggi positivi. Se con la spietata Amy Dunne era stato grande amore, però, ugualmente non si può dire di Camille: narratrice che agisce tra il sonno e la veglia, sempre stordita, a cui manca personalità. Si ricordano le sue cicatrici, non si condividono le sue scelte. Meglio, invece, Amma: piccola Lolita di provincia, che anticipa un po' il personaggio di Chloe Moretz in Dark Places – disinibita e manipolatrice – e un po' quella sposa tradita che fa, agli uomini, sangue e paura. Il tutto, ovviamente, rimpicciolito e rivisto. Ancora più delle mie parole, a farvi capire la differenza tra questo e i romanzi successivi, il prima e il dopo, è forse la notizia che Sulla pelle diventera un film, ma per la televisione. Non passerà dal grande schermo. Modesto senz'altro, dunque, ma con un certo appeal e una storia che, nonostante tutto, anche solo per il suo linguaggio forte e i dettagli agghiaccianti, merita di farsi raccontare. Con la Flynn, tuttavia, chi non si aspettava un'indimenticabile prima volta?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Big Girls Cry

lunedì 14 settembre 2015

Mr. Ciak: Rudderless, Fantastic 4, Dark Places, Aloha, Tutto può accadere a Broadway, Return to Sender

Rudderless parte schiacciando il solito tasto. Quello, a orecchio, dolente: la morte di un figlio, la voglia di disperarsi. Eppure la vicenda che ti racconta non è di quelle che che sperano di condurti sull'orlo del pianto. La storia di questo padre straziato dalla perdita – un figlio ucciso in una sparatoria in un campus universitario – si perde, qualche volta, in una bottiglia di birra scura, ma per fortuna si ritrova nella musica. Basta beccare l'accordo o trovare il coraggio di mettere il naso in una stanza che spaventa. Sam – che ha abbandonato tutto, per vivere da spiantato su una barca: per fuggire – un giorno trova i dischi che suo figlio ha inciso prima dell'inizio della fine. Così, in sua memoria, li fa suoi e canta qualche canzone per locali: i testi di Josh sono il mezzo più efficace per essergli vicino. Quel lupo di mare di mezza età, perennemente alticcio e su di giri, stringe amicizia con un ventunenne che cela la timidezza cronica dietro una parlantina a raffica: con lui e due coetanei sfigatelli forma un improbabile gruppo che fa bella musica. Rudderless racconta l'ascesa di una band e il lento risalire la china; dramma – anche un po' commedia però – in musica, sul perdono e il correlato perdonarsi. A sorprendere dell'esordio di William H. Macy – ma sì, il Frank di Shameless – è la leggerezza di cui, nonostante un fatto bruttissimo, è padrone e la presenza di pezzi già riascoltati, personalmente curati da un cast che non ti aspetti. Un magnifico Billy Crudup regala così una prova vocalmente ineccepibile e emotivamente ricca: il suo papà a pezzi un po' clochard è uno di quelli che quando si sbronzano son patetici ma allegri. Anton Yelchin, come il prezzemolo ma in gamba, intonato, suona con convinzione e non si riconosce quasi con il viso emaciato e i capelloni ricci. E l'amicizia strana tra un padre senza figlio e un figlio senza padre, un vecchio e un giovane, ha effetti ora tragicomici e ora miracolosi, senza retorica alcuna – tra i due, inoltre, la fidanzata a lutto Selena Gomez e la mamma recalcitrante Felicity Hoffman. Oltre a una colonna sonora originale e a un'aria trasandata nelle mie corde (e quando mai il Sundance sbaglia, poi?), c'è una simpatica parte teen – il ragazzo impresentabile che ha il talento ma non la faccia tosta – e un colpo di scena da pelle d'oca. Se non ti commuove all'inizio, Rudderless ti commuove quando meno te lo aspetti, con un'intensa ballad di chiusura che è una benedizione; un pugno forte, ma necessario: delicato. Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, con la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Rudderless – tra Begin Again e La stanza del figlio –  non è mai una scontata, stonata, canzone triste. Mi ha rubato cuore e mp3. (8)

Io odio il cinecomic. Così, quest'anno, era cominciato un post in cui – tra posizioni finto snob e ricordi – mi ero per metà ricreduto. Non odiavo il fumetto quando era come il Daredevil Netflix, ad esempio. Per il resto sì. Neanche quando il film è amatissimo io riesco ad apprezzarlo; figuratevi quante probabilità ci siano che mi piaccia, invece, il disastro annunciato che neanche gli appassionati salvano. Fantastic 4 – flop clamoroso, rinnegato perfino da chi l'ha diretto e interpretato – a sorpresa non mi è dispiaciuto. Alla sufficienza piena non arriva, e facile sarebbe fare ironia con l'aggettivo fantastico, mai così fuori luogo qui, e con il numero nel titolo che, per magia, va a richiamare il quattro secco della valutazione finale. Prima di vederlo, e viva il pregiudizio, avevo un'idea per un bel commento negativo. Ma poi, pronto al peggio, mi sono mediamente goduto quest'ora e mezza, vista solo per una curiosità di quelle brutte: quando mai di mia spontanea volontà guarderei un prodotto Marvel? Vista a suo tempo la saga originale, che mi aveva diverto e poco più, non mi ha turbato l'idea di un reboot. Il cast, inoltre, vanta alcuni tra gli attori più promettenti della nuova generazione: la rivelazione di Whiplash, la sorella meno impegnata di Rooney Mara, il Billy Elliot cresciuto con Von Trier e Vinterberg, il protagonista del premiato Fruitvale Station. Questa riscrittura in chiave giovanile, per me, parte bene: un cenno a un'infanzia da nerd e a una lunga amicizia, la coesione non messa in gioco da nessun amore, salvare il mondo come fosse un progetto del liceo. Spensierata, la prima ora vede un quinto membro di passaggio – un giovane Dottor Destino non ancora cattivo – e la scoperta di un mondo parallelo. Non ci sono momenti seriosi né la simpatia per forza; New York non sarà nuovamente distrutta. Da qui in poi, la situazione precipita: qualcuno schiaccia "avanti veloce". Un'ellissi narrativa buttata lì, un anno è passato: sviluppi che nessuno ti ha spiegato, uno scontro finale di pochi minuti, un epilogo aperto. Quello c'è di negativo – non la Torcia Umana di colore che tanto ha fatto strepitare (momento ironia: la fiamma l'avrà scurito un po' troppo?), né il mondo alternativo che ricorda preoccupantemente i wallpaper dozzinali del mio portatile: ossia, il sembrare il pilot introduttivo di un telefilm senza un to be continued. (5,5)

Gillian Flynn – dopo il fenomeno Gone Girl – non ci ha messo molto a tornare al cinema. Presta la sua interessante penna al francese Gilles Paquet-Brenner. Dark Places è un poliziesco non particolarmente piaciuto in rete, di cui mi sono concesso direttamente il film, senza prima passare per il romanzo. Come saprà qualche lettore, parla di un caso di cronaca riportato alla luce dopo trent'anni: Libby Day – unica sopravvissuta al massacro di famiglia di cui è stato dichiarato colpevole il fratello maggiore – adesso è una donna che ha bisogno di soldi e pace. Non indaga per sete di giustizia, ma per conto di uno strano club finanziato da appassionati di crimini irrisolti: torna ad aprire la porta al passato, e scopre che forse il mostro in galera aveva avuto un ruolo marginale in quella notte di sangue. Cos'è successo davvero? Nelle zone d'ombra del titolo, una storia tra passato e presente, ambientata in una America rurale, dura e polverosa: le fattorie pignorate, le bettole che attirano i papà alcolizzati, i ragazzini precoci che adorano il Demonio. I paragoni scattano e non sembrano tenere in considerazione lo spirito diverso delle due storie: quella proposta da Fincher, cinica e all'insegna del colpo di scena; questa a cura del modesto regista di La chiave di Sara – capace, anche in quell'occasione, di districarsi con fluidità tra diversi piani temporali – verosimile e lineare. Davanti a una svolta non perevista ma poco incisiva, ho però avuto l'impressione che sin dall'inizio Dark Places fosse una piccola storia; ma il risultato – nonostante le imperfezioni e i limiti – è più che sufficiente. Merito di una confezione classica e di un ritmo lento, che ti lascia apprezzare più il dramma ambientato in quei sonnacchiosi anni ottanta che il giallo contemporaneo. Ottima la scelta dei comprimari – una sexy Chloe Moretz, una Christina Hendricks dimessa, un Nicholas Hoult che ha fatto di meglio altrove – e prevedibilmente in parte la Theron, camaleontica e dello stile androgino, à la Jodie Foster. (7)

Bradley Cooper è un eroe in congedo – traumi di guerra dopo American Sniper? - che arriva alle Hawaii con un gamba dolorante e piani confusi. Riallaccia rapporti con una Rachel McAdams mai scordata; si innamora di un rigido caporale con gli occhi di Emma Stone; finanziato da un esagerato Bill Murray che vuole comprarsi il cielo, fa da paciere tra americani e indigeni. Questo e qualcos'altro, con illustri comparse che non vi sto a elencare e un intreccio a metà tra la commedia sentimentale e la spy story, capita in Aloha, ultimo film del buon Cameron Crowe – nel mio cuore a vita per Quasi Famosi e Vanilla Sky – su cui, in Patria, hanno detto peste e corna. Se ingiustamente, guardate, non saprei: la stampa criticava posizioni politiche che non ho colto e un razzismo di fondo nel descrivere le tribù locali; non la sceneggiatura – disimpegnata, ma estremamente gradevole – e il lavoro dei protagonisti – rilassati e bene amalgamati. Glissando perciò su questi elementi – forse dolenti per gli yankee, ma noi siamo italiani, quindi chissene – resta il fatto che Aloha, film di puro intrattenimento sorretto da un ottimo cast e da più di qualche scena brillante – il dialogo muto tra Cooper e un laconico Krasinski, il ballo a Natale tra la Stone e Murray -, diverte e intrattiene con intelligenza. Dovrebbe sorprenderci la cosa? Direi di no, con un Crowe che ci mancava, i suoi classici personaggi combattuti e dai lavori inconsueti, la profondità e l'acume, gli epiloghi non scontati. Se la surreale parentesi spionistica non si segue con molta convinzione, è anche perché si è impegnati a vedere il protagonista alle prese con due delle donne della mia vita, su uno sfondo esotico che non fa da cornice folkloristica. Per una volta il titolo italiano non sbaglia, in ballo infatti c'è il cielo, ma preferisco quello internazionale, che significa “ciao” e “arrivederci”. L'unico termine che conosco insieme a ohana, direttamente da Lilo & Sitch: “famiglia”. Altra parola che può andare tanto bene, per riassumere questa storia di salvataggi sopra le righe, nidi, sogni di secondo taglio. (7)

Una stella in ascesa racconta a una giornalista l'incarico con una compagnia in cui – suo malgrado – ha seminato zizzania. Quella nuova diva, infatti, un tempo lavorava come squillo in attesa della grande svolta: uno dei suoi amanti – un regista filantropo o puttaniere – aveva finanzato generosamente i suoi sogni e, per pura coincidenza, si era ritrovata a recitare proprio nello spettacolo di quest'ultimo. Ma con una moglie sospettosa, un attore inaffidabile che sa tutti i dettagli del tradimento, uno scrittore pazzo d'amore, lo spettacolo con la bella Isabella – ingenua, nonostante la professione più antica del mondo – sarà stato allestito senza divorzi o, per un crimine d'amore, reputazioni rovinate? Tutto può accadere a Broadway – in inverno da noi – è il ritorno al cinema di Peter Bogdanovich, settantaseienne che – come sapranno i cinefili doc, dunque non troppo io – è un'istituzione quando si parla di commedia. Qui, tutti in un colpo, il Wilson cascamorto, l'Ifans istrione, una Aniston pazza; soprattutto, una Imogen Poots – se sia più bella o simpatica non si sa, con il suo personaggio alla Audrey, di gran classe – da cui portano tutte le strade. Newyorkese con orgoglio, Bogdanovich cita sé stesso, Lubitsch e l'Allen più brillante, in un film dalla comicità sofisticata, in cui una scrittura pimpante, un cast all stars e colori retrò trovano l'approvazione di un pubblico che stravede facilmente per le cose così. Luccicanti, parlatissime, d'altre epoche. Non un attore fuori forma o un momento di silenzio, quando tutti si affidano a un'anziana leggenda e fraintendimenti e battute fulminanti – in cui si parla di sentimenti, show business e dintorni – ti sommergono come un'onda e ti intontiscono di chiacchiere. Ma giusto un po'. (6,5)

L'ultimo Fincher aveva lasciato scoprire ai più il potenziale di una grande attrice. Dopo Gone Girl, si attendevano riconferme dalla Pike; collaborazioni importanti e nuovi progetti, anche se, cronologicamente, si ha la sfortuna di imbattersi prima in Return to sender. Il lavoro direttamente successivo a quello che la portò a un passo così dall'Oscar: scivolone imperdonabile. Perché è un thriller scialbo e inconcludente; perché il personaggio di Miranda – algida, perfetta, impenetrabile – è la fotocopia in bianco e nero di Amy. Un anno dopo, con un'altra vendetta e un'altra regina di ghiaccio? Scelta sbagliata e ingiustificata, dato uno script inconsistente e l'idea vecchia. La storia della perfetta infermiera che, in pieno giorno, viene stuprata da un fattorino (no, non lo mandava Zalando - "urla di piacere") e medita punizioni poco esemplari, infatti, regala un'unica sorpresa: la vendetta ci sarà, ma rimandata di un'ora. Se la violenza manca, si nega all'appello anche una degna caratterizzazione dei personaggi – incomprensibili – e il minimo sindacabile di coinvolgimento. Lei ha la vecchia maschera, Nick Nolte è il papà burbero e premuroso che sempre gli riesce; nota positiva, Shiloh Fernandez: giovane antagonista che intriga. Il resto: il trauma e la nascita di disturbi ossessivi, le cure miracolose della legge del taglione, innumerevoli cambi d'abito tollarabili unicamente per il fisico statuario della Pike. Bellissima sempre, ma qui tornata alla leziosità e al rigore di quando nessuno la conosceva. Rosamunde mia, perché? (4)

mercoledì 31 dicembre 2014

2014 Mr Ciak Awards - La Top 20

Quest'anno, ho parlato tanto di film quanto di libri. Nasco come blogger letterario, ma sono un po' un tuttologo. Mi piace parlare, in realtà, di quello che mi è piaciuto. Come a tutti, credo. Alla lista dei film del 2014 ci tenevo particolarmente: è il primo anno che la faccio e mi piace moltissimo l'idea, tra un paio di mesi o qualche anno, di venire a sbirciare cosa mi aveva colpito e perché. Un rapidissimo viaggio, dunque, dalla ventesima posizione alla prima e un tuffo tra i migliori attori, i personaggi fighi, le scene “incriminate”. Occhio: nell'ultima parte del post potrebbero esserci spoiler su situazioni e simili. Il mio, di occhio, sempre puntato verso i miei amati libri e, sul podio, più di qualche trasposizione cinematografica. E i grandi assenti? Non li ho proprio visti. Di Grand Budapest Hotel mi disgustano i colori zuccherosi da torta avariata; Nynphomaniac avrei voluto vederlo al cinema, per evitarre imbarazzanti situazioni in casa, ma avevo paura che il mio vicino di posto, nel buio della sala, potesse – che ne so – masturbarsi, e con la mia mano; The Wolf of Wall Street, per tutti il vero film dell'anno, mi era risultato un titolo indigesto a causa di tutti i fan(atici) di Di Caprio che, alla vittoria del bravissimo McConaughey, gridavano alla cospirazione e così non l'ho recuperato. Non ho beccato al cinema neanche Interstellar. Vi saluto, mentre sulla mia città scende una neve freddissima. Torno al mio latino, vi auguro buon anno, vi ringrazio per avermi fatto compagnia. Buona fine e buon inizio, M.
 
20. Il giovane favoloso: Operazione razionale e poco vivace, con un Elio Germano assurdamente in parte che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio, le idee.
19. American Hustle: Una commedia funambolica e bugiarda, in cui tutti imbrogliano tutti, ma lo spettatore è trattato con i guanti bianchi.
18. The JudgeUn'americanata di raro valore, con due mostri di carisma al comando. 
17. Nebraska: La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una perla che ruba consensi e parole superflue.
16. Song'e Napule: Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde. Un Gomorra in versione neomelodica. Il personaggio di Morelli chi se lo scorda? A casa mia ne parlano ancora.
15. 12 anni schiavo: Ci si aspettava di più. Da un “miglior film” e da McQueen. Nonostante le frustate, non lascia cicatrici.
14. Dallas Buyers ClubStoria vera, senza peli sulla lingua e senza cornici, con due attori per descrivere i quali ci vorrebbero nuovi aggettivi.
13. The Babadook: Un horror di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto.
12. Tutto può cambiare: Un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone.
11. I segreti di Osage County: Uno scontro tra tre generazioni, una pellicola che odora di grande teatro e brilla di grandi dive: il nuovo Carnage. Un delizioso calvario.


10. Saving Mr Banks: Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentirmi. Immancabile, totalmente, per chi vive di storie.
9. Due giorni, una notte: Ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i “no” nudi e crudi... e per quegli impensati gesti di gentilezza che ti accarezzano l'anima.
8. The Normal Heart: Bomer si trasforma, Ruffalo ti urla addosso. Cast straordinario, script perfetto, per un grande film del piccolo schermo con un cuore non normale, ma grosso così. Vivere d'amore, morire di Aids.
7. Locke: Tom Hardy regna. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita.
6. Lo sciacallo: Un immorale e bruttissimo Jake Gyllenhall in preda a un inquietante, divertentissimo, perfetto delirio di onnipotenza.
5. Colpa delle stelle: Ho capito che era meglio del libro quando mi sono ritrovato con il viso bagnato di lacrime, per due volte, e quando perfino gli utenti di Cineblog01 scrissero commenti sensati, in italiano, e sinceri. Quella volta risparmiai sulla bolletta dell'acqua: l'anonimato mi permette di dire che ho pianto il mare?
4. Gone Girl: Un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione è vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? 
3. Alabama Monroe: La vera, inarrivabile Grande Bellezza proveniva dal Belgio. Una ballad che fa ballare i piedi e sanguinare i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo gitano può costruirsi una famiglia. E un amore con cui marchiarsi la carne per l'eternità.
2. Boyhood: Il più generoso e originale regalo che qualcuno potesse fare alla mia generazione. Siamo ragazzi fortunati. Chi altro potrà dire di aver visto la propria infanzia in tre ore? Una storia epica nella sua semplicità, non recitata ma vissuta a fondo. Splendido e infinito.
1. HerJonze firma un capolavoro pieno di saggezza e grazia. Una lunga lettera aperta a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio .The Artist era il ritorno al muto. Her, più che vederlo, lo senti. Cieco, come l'amore impossibile tra Theodore e Samantha.  

Migliore attore protagonista:
- Lo sciacallo - Jake Gyllenhall
- Dallas Buyers Club - Matthew McConaughey
- Locke - Tom Hardy
Miglior attore non protagonista:
- Dallas Buyers Club - Jared Leto
- 12 Anni Schiavo/Frank - Michael Fassbender
- The Judge - Robert Duvall 
Migliore attrice protagonista:
- Gone Girl - Rosamund Pike
- I segreti di Osage County - Meryl Streep
- Due giorni, una notte - Marion Cotillard
Miglior attrice non protagonista:
- I segreti di Osage County - Julia Roberts
- Her - Scarlett Johannson
- Boyhood - Patricia Arquette

[ATTENZIONESPOILER]
Sono una muchacha troppo sexy:
- Sin City 2 – Eva Green
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley
- American Hustle – Amy Adams
Bello impossibile:
- Posh – Booth, Claflin, Irons
- Cattivi Vicini – Zac Efron
- Dracula Untold – Luke Evans
Nice to meet you, where you been?:
- Ansel Elgort (Colpa delle stelle, Divergent)
- Ellar Coltrane (Boyhood)
- Lupita Nyong' (12 anni schiavo)
Will you recognize me?:
- The Normal Heart – Matt Bomer
- Gimme Shelter – Vanssa Hudgens
- Sarah Snook – Predestination
Sing:
- Lost Stars – Tutto può cambiare
- The Moon Song – Her
- The Hanging Tree – Hunger Games III
Psycho Killer:
- Gone Girl – Rosamund Pike
- Wolf Creek 2 – John Jarratt
- Sin City 2 – Eva Green
I love the way you d(l)ie:
- Emma Stone – The Amazing Spiderman 2
- Neil Patrick Harris – Gone Girl
- Juno Temple – Horns
Cry me a river:
- Colpa delle stelle – Il prefunerale, la lettera
- Alabama Monroe – La scena conclusiva
- The Normal Heart – L'addio
Hot Stuff:
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley e Shiloh Fernandez
- Nurse 3D – Paz De La Huerta
- American Hustle – Amy Adams e Jennifer Lawrence 

lunedì 29 dicembre 2014

2014 Book Awards - Cosa ho letto e cosa (forse) non avrei dovuto leggere

Ciao a tutti, amici. Come state? Indigestione da panettoni? Ire funeste per il regalo sbagliato? Io mi mantengo in linea e calmo: più o meno. C'è la preparazione in corso del tostissimo esame di Letteratura Latina e potrei morire prima di finire tutto il programma. No, non sono calmo. Scherzavo. Chi mi segue sulla pagina Facebook comunque lo sa: non dite, dunque, che non vi avevo preparati a dovere all'invasione di post prima di Capodanno. Dopo gli ultimi appuntamenti con Mr Ciak e I love telefilm, con in mente tante e stupide idee per parlarvi dei film e dei serial del mio tortuoso 2014, oggi si torna a parlare dei libri. Precisamente, dei libri che mi sono piaciuti di più tra i novantatrè letti dal primo gennaio ad ora. Pensavo sarebbe stato difficile, pensavo mi ci sarebbe voluto più tempo, e invece no. Le letture davvero imperdibili, come sempre accade, si contano sulle dita di una mano, ma non posso dirmi deluso. Ci sono state belle scoperte, sorprese impreviste e gradittissimi ritorni. Occupati da tempo immemore, sinceramente, i primi tre (anzi, quattro: lo so ho imbrogliato!) posti di questa Top10 che, se vogliamo essere proprio pignoli, in realtà è una Top11: i titoli restanti li ho scelti ripescando dalla mia memoria i ricordi più belli, le recensioni più sentite, quelli con il numero di stelline più numerose. Non sono proprio in ordine di preferenza. Sapete che non sono bravo a dare i numeri! Qualcuno l'ho dovuto escludere, qualcuno l'ho dovuto invece inserire, in onore di quanto stupidamente felice o orribilmente triste mi abbia fatto sentire al tempo della lettura – magari mesi e mesi fa, magari solo la settimana scorsa. Alla fine del post, però, menzione speciale per quegli autori che ci sono stati, per le cover splendide e per quelle storie di genere che spiccano anche al buio. E i vostri romanzi preferiti, invece, quali sono stati? Ditemi un po', ché sapete sono curioso. Un abbraccio, M.

10. Arrivano i pagliacci: Parlava Allegra e mi è venuta in mente nonna che, quando beve un sorso di limoncello in più, inizia a straparlare e a costruire per l'aria alberi genealogici. Stasera la chiamo e glielo dico che ho pensato a lei: la prossima volta, porto con me il libro di Chiara.” 
9. Noi siamo grandi come la vita: Noi siamo infinito apprezzerebbe. Per la scrittura semplice, i passaggi delicati, i fiori nell'asfalto e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in cerca di un loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e la morte. Un mistero guardato in faccia da occhi timidi.
8. Le ho mai raccontato del vento del Nord: La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore aperto, ma quella lontananza elettronica è una barriera insormontabile. Sono parole in chat, voci timide sussurrate nella segreteria telefonica. Un Her in una dimensione possibile. 

7. La misura della felicità: La sensazione che tanti pensieri siano in rima con i tuoi spiega il tuo sentirti meglio al mondo. Non è vero che i libri ci isolano. Guarda quanta gente che c'è. Vivi e lascia vivere. Leggi e lascia leggere.
6. Città di carta: Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli, il romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska. E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche questo. Non fa una piega.
5. Noi: Un bellissimo pronome personale che, a lungo andare, si fa aggettivo possessivo. Noi è tutto ciò che è nostro. 
4. La vendetta del diavolo: Un vangelo apocrifo di Giuda ballerini, figli che uccidono le madri, passioni che fanno male più dell'inferno, autori dalle voci sempre più riconoscibili. Satana diverte, emoziona e non fa paura. 
3. Shotgun Lovesongs: vuole essere cantato e basta. Richiede un giro di do, falsetti strozzati e dolenti che ti escono dalla gola come singhiozzi. Dove non arriva la voce, sopraggiunge l'emozione. Quella dice tutto. Quella compensa a una nota troppo tremula. Quella ti libera e ti imprigiona.
2. L'amore bugiardo: Uno dei libri più misogni e femministi mai scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze). 

Venuto al mondo è un romanzo bellissimo. Senz'altro più bello e perfetto di Splendore. E' più facile che piaccia. Gemma si scopre una protagonista con la forza incredibile delle donne. Gli uomini della Mazzantini, invece, sono tutti come Diego - il fotografo di pozzanghere. Vedono la vita scorrere tra le fessure delle loro dita, non agiscono, si nascondono. Quando gli uomini sono due, tutto è più difficile e triste ancora. Quando è un amore omosessuale quello di cui si parla, tutto è un campo minato. La prima era una storia spezzata dalla guerra. Non te la spieghi, la guerra. In Splendore poteva essere tutto più semplice. L'amore malinconico tra questi due uomini ha un inizio e ha una fine. Non ha tregue, ma avrebbe potuto averne. Sarebbe bastata una legge, legalizzare un semplice sì, un po' di coraggio (...) Libri da leggere a voce alta, libri che ti sbudellano il cuore.
PREMI DI (S)CONSOLAZIONE.
Il miglior horror: NOS4A2 – Ritorno a Christmasland
Il miglior new adult: Hopeless – Le coincidenze dell'amore
Il miglior urban fantasy/distopico/sci-fi: La quinta onda
Il romanzo più... boh: Un bravo ragazzo, Breaktime, Agnes
Risate assicurate: Geek Girl, La prima cosa bella
Leggere con gli occhi lucidi: Quella vita che ci manca, Promettimi che ci sarai, Sette minuti dopo la mezzanotte
Autori che ho stalkerato: Bianca Marconero, Donato Carrisi, Chiara Gamberale, Alessia Gazzola
Romanzi che sono piaciuti a tutti, ma a me no: Dio di illusioni, Vita dopo Vita, Io che amo solo te, L'estate dei segreti perduti
Il romanzo più brutto, quello scritto peggio, quello più inutile: Black Ice
Ti ho letto una volta, non ti leggerò mai più: Kerstin Gier, Becca Fitzpatrick
Meglio al cinema che in libreria: The Giver – Il mondo di Jonas; Colpa delle stelle
Guarda un po' chi si rivede – i sequel belli: Alice Allevi in Le ossa della principessa; Lena e Ethan in La diciottesima Luna; Jack e Danny Torrence in Doctor Sleep 
Be', dai, ci siamo visti – i sequel meno belli: Requiem, Multiversum – Utopia, Allegiant
L'abito (non) fa il monaco - le cover più belle: Noi siamo grandi come la vita, Doctor Sleep, Utopia, Shotgun Lovesongs, Lo straordinario mondo di Ava Lavender
Guilty pleasure: molto “guilty” e poco “pleasure”: Black Ice, Un disastro è per sempre, Le sintonie dell'amore 
Stai senza pensier” - un libro soft: Il profumo del pane alla lavanda 
La recensione più idiota: Black Ice, Silver
La recensione più originale: L'amore bugiardo, Noi siamo grandi come la vita