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giovedì 1 luglio 2021

Recensione: Tre gocce d'acqua, di Valentina D'Urbano

| Tre gocce d’acqua, di Valentina D’Urbano. Mondadori, € 19, pp. 372  |

Alla nascita l'hanno chiamata Celeste per via della sua pelle traslucida, pallidissima. Successivamente è stata ribattezzata Riccio di mare: da bambina, affetta da osteogenesi imperfetta, si è scoperta fragile e in balia della corrente. A suo fratello Pietro – più grande di una decina d'anni, figlio dello stesso padre ma di una madre diversa – la protagonista deve tutto, compreso il nome. Protetta da un esoscheletro di sarcasmo, isolata dal resto dei coetanei per scongiurare litigi, Celeste nutre un'adorazione viscerale verso il ragazzo, con cui condivide la camera e i dolori. Lui, ribelle e impegnato sin dall'adolescenza, giura di proteggerla da tutto. Ma le ossa di Celeste sono cave, come quelle degli uccelli, e basta poco a incrinarle: un salto di trenta centimetri dallo scivolo le rompe una gamba; colorare energicamente un disegno le spezza le dita. Cosa potrebbe accadere dall'incontro-scontro con Nadir – suo coetaneo, fratello di Pietro –, che nelle estati in piscina a Feudi gioca ad affogarla? Con gli occhi di colori diversi e il viso scavato dall'acne, spigoloso dentro e fuori, Nadir è una bestiaccia maleducata dai modi pericolosi: nella collisione fatale quei due potrebbero ammazzarsi; potrebbero amarsi.

Guardo i miei nove anni impressi sulla pellicola dalla macchina fotografica di Lucrezia. Ho un piede scalzo, i capelli scorciati male e un paio di pantaloncini di cotone rosa a righe bianche. Una serie di lividi scuri affiora sulle gambe nude, a guardarli da qui sembrano una costellazione. Dall’altra parte, Nadir tiene le braccia conserte. Ha un aspetto scontento, anonimo, antipatico, di ragazzino viziato. Proprio come me. In mezzo a noi c’è Pietro. Pietro che posa le mani sulle nostre spalle, come se fosse in procinto di stringerci a sé. In realtà stava cercando di separarci, di sedare l’ennesima zuffa, almeno il tempo necessario per scattare la foto. Lucrezia ci aveva sfiancati per farci mettere in posa, ma di sorridere proprio non se ne parlava. Era il 1994. Era la nostra prima vacanza tutti insieme. Non facemmo altro che litigare.

Vicenda lunga vent'anni a proposito di un triangolo viscoso e ossessivo che suscita invidia nelle persone tagliate fuori, che suona talora ambiguo, Tre gocce d'acqua è raccontato dall'unica donna dell'equazione: bloccata al quarto piano di un appartamento senza ascensore, imbottita di antidolorifici che poco servono contro le domande angosciose o i ricordi laceranti, una Celeste ormai adulta fa i conti con la misteriosa sparizione di quei fratelli giramondo. Zoppicante, ha fatto sempre fatica a stare al passo con le loro utopie reazionarie. A nove anni dal successo del Rumore dei tuoi passi, Valentina D'Urbano torna in libreria con un romanzo che sembra una versione più adulta del suo esordio. L'autrice è uscita sana e salva dalla Fortezza. Adesso ne sa di politica internazionale. È brava in biologia. Per nostra fortuna, non è diventata più educata. Porta con sé la lingua scabrosa che abbiamo imparato ad amare, i pensieri urticanti, le relazioni proibite. Porta con sé, immancabile, il crepacuore. Sai già che colpirà basso. Ma non sai come né quando. Farà male, e da lì la scelta precisa di centellinare le pagine conclusive; di rimandare il finale, prevedibilmente struggente, per paura che possa coglierti scomposto, brutto e inconsolabile, in lacrime, sul treno del ritorno.

Noi sappiamo cos’era Pietro, la materia insopprimibile e misteriosa che lo animava da dentro. È la nostra stessa radice.

Uniti a lei da una fedeltà simile al masochismo, questa volta la seguiamo in vacanza in Grecia – sono gli anni dell'università: danze, canne, alcol, follie – e, soprattutto, tra gli orrori della guerra civile in Siria. Pietro, single impenitente, ha imbracciato il kalashnikov e si è arruolato volontario per combattere in prima linea. Nadir, fotografo reduce da due divorzi, lo segue pur di fuggire dall'attrazione impossibile per Celeste. Fatto di distanze invalicabili, di angosciosi silenzi alla cornetta e di attese su attese, l'ultima D'Urbano ricorda i migliori Paolo Giordano e Margaret Mazzantini per la narrazione ad ampio respiro. È una storia d'amore e resistenza, di resistenza all'amore, in cui i martiri non muoiono. E gli amanti? Ci sono innumerevoli paradossi in questo romanzo, che è una storia di fuochi incrociati ma ha un altro elemento – l'acqua – nel titolo. Spetta infatti a Celeste, all'apparenza la più debole del trio, ergersi a custode dei fardelli di questa strana famiglia allargata. E spetta a una narratrice notoriamente spietata maneggiare il cuore e le ossa di una protagonista di vetro. Valentina D'Urbano è in ogni piede in fallo, in ogni scivolone, in ogni ecchimosi. È il punto di sutura che unisce insieme i lembi strappati di queste tre giovinezze perdute. Ma, a sorpresa, è anche la gommapiuma con cui incartare spigoli e pomelli affinché Celeste non si ferisca.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Vasco Brondi – Ci abbracciamo

sabato 18 novembre 2017

Mr. Ciak: Indignazione, Auguri per la tua morte, Maudie, Fortunata, Sole cuore amore

Indignazione è stato il mio primo Philip Roth: a sorpresa, il romanzo più bello della scorsa annata. C'era il rischio, a fine lettura, di non vedere la trasposizione cinematografica con i giusti occhi, nonostante la buona accoglienza al Festival di Berlino e i plausi qui e lì: inevitabile quando una storia ci tocca, ci scuote. Un po' per sicurezza, un po' per noia, ho lasciato passare undici mesi. Sono servite le dovute precauzioni, la giusta distanza, a farmi prendere a cuore quest'altro avvocato delle cause perse, questo Marcus fattosi di carne e ossa? La sua educazione sentimentale, la sua silenziosa ribellione nei primi anni Cinquanta, passa attraverso le tappe che ricordavo: l'interrogarsi sulla vita sessuale della ragazza con cui esce; gli insospettabili genitori che pensano al divorzio; l'opporsi strenuamente alla guerra e a Dio. Marcus ci crede: si impunta, fino a farsi venire i travasi di bile; fino a una tragedia tutt'altro che annunciata. Tutto accade dietro la scrivania del superbo Tracy Letts, o a colloquio al capezzale del protagonista. Al cinema, Indignazione sembra già vecchio. Sarà la fedeltà filologica, per una volta eccessiva, verso un coming of age che ha la maleducazione dei vent'anni e la velocità del racconto; sarà una sceneggiatura elegante e misurata, emotivamente lontana, che non si getta mai a capofitto nel travaglio interiore di lui; sarà che risulta più pesante, più teatrale, più sconfitto. Lo accompagnano le scale al pianoforte, la fotografia patinata, le fattezze rassicuranti di due protagonisti eppure bravissimi – la fragile e fatale Sarah Gadon e un Logan Lerman, dopo Noi siamo infinito, che torna a interpretare con convinzione un altro dei personaggi del mio cuore di lettore. Roth bolle e sbolle. Esplode di rabbia repressa. La regia di Schamus, invece, ha il grande difetto di risultare impersonale: imperdonabile con un protagonista di tale levatura. Che alza sempre la voce, che sa come farsi notare. Per Marcus, inevitabilmente, tutto va come deve andare. Ma questa lentezza, questa flemma, questa vaga leziosità, con l'indignazione del titolo purtroppo poco hanno a che fare. (6)

Universitaria ai vertici di una sorellanza viene assassinata la sera del suo compleanno. Il maniaco omicida indossava la maschera di un bebè e non si svelava guardandola morire. Chi c'era dall'altra parte? Chi voleva il male, ma soprattutto il bene, di un'aspirante Mean Girl con più rivali che compagni? Jessica Rothe, una Lively meno clamorosamente bella, ha tutto il tempo per farsi domande, esami di coscienza e scartabellare la nutrita lista dei sospettati. L'ultimo giorno della sua vita, in realtà, è il primo di un loop temporale in cui si agonizza e ci si risveglia dal nuovo, con un corpo che va indebolendosi e una mente che non dimentica. Come nella commedia cult con Bill Murray, si ricomincia da capo. Come nel già non memorabile Prima di domani, di cui Auguri per la tua morte sembra la riscrittura in chiave sanguinosa ma non troppo, una ragazza superficiale è costretta a guardarsi dentro, a mettersi in discussione come amica, figlia e fidanzata, prima di essere pugnalata per l'ennesima volta. L'ultima? Commedia (poco) slasher dal regista del delizioso Manuale scout per l'apocalisse zombie, Auguri per la tua morte è un horror innocuo e già visto, a cui avremmo potuto trovare giustificazione giusto nella penuria dell'estate. In ritardo per Halloween, invece, con un serial killer semiserio che scimmiotta Scream e La bambola assassina, è un incubo dalla morale facile e dall'esito scontato, che diverte meno del previsto e di certo non sorprende. Spegniamo in fretta candeline e luci sull'ennesimo prodotto mordi e fuggi, pronto all'uso, che riempie le pance con le tentazioni passeggere dei dolcetti preconfezionati. (5,5)

Cercasi domestica, diceva l'annuncio sulla bacheca di un alimentari della Nuova Scozia. Nessuno, eppure, si capacita di come Maud sia finita sotto lo stesso tetto di Everett, maleducato pescatore ben lontano dal ravvedersi in nome della vita insieme. La protagonista – sola al mondo, piccola e artritica – non ha il physique du role. Né per essere una buona tuttofare né per improvvisarsi, come insinuano i conoscenti maliziosi, una schiava d'amore. Il delicatissimo biopic irlandese che porta il nome della donna racconta di come le sue mani nodose non le impedirono di riempire quella casetta condivisa con disegni di fiori, uccelli e fate, dal pavimento fino al soffitto. Di uno strano ménage domestico che prima si fece amicizia, poi strano amore. E di come il sentirsi amata, degna di fiducia, la rese un'illustratrice richiesta perfino da Nixon. Maud Lewis, artista a me finora sconosciuta, aveva la mente di una bambina, la maledizione di un corpo deforme e un marito burbero, incapace di buone maniere ma non di una certa pazienza, che zitto zitto vedeva il mondo con i suoi stessi colori. Se a Ethan Hawke donano le camicie grezze e le tenerezze farfugliate come fossero insulti, a commuovere e a impressionare è la straordinaria Sally Hawkins, scomparsa dietro i tic e i sorrisi dolorosi del suo personaggio: non tocca aspettare The Shape of Water per assistere alla sua consacrazione. Ballano schiacciandosi la punta delle scarpe. Vendono stampe sull'uscio di casa. Invecchiano, e diventano marito e moglie, in maniera impercettibile. Sono, come dice Everett, un paio male assortito di calzini: scuro e sbrindellato lui, sgargiante lei. Fa sinceramente piacere ritrovarli riposti nello stesso cassetto. Nello stesso film lieve, ad acquerello, che in un pomeriggio di pioggia, con il gatto e il plaid sulle ginocchia, una tazza di tè accanto, te li fa conoscere (soprattutto, te li fa piangere) per la prima e ultima volta. (7,5)

Per ironia della sorte porta un nome augurale. Eppure, mamma single che si arrangia come parrucchiera in attesa che si realizzi il sogno di aprire un istituto di bellezza, Fortunata tale non è. La vediamo ancheggiare nella sua minigonna di jeans, correre a perdifiato sulle zeppe scomode, come se avesse sempre fretta; come se inseguisse chissà che. I numeri vincenti della lotteria, i capricci delle spose di borgata e degli altri inquilini, l'amore di un Accorsi che si merita la nostra antipatia. Jasmine Trinca, meritatamente premiata a Cannes, si sbraccia, strilla, si spoglia e si riveste, in un dramma – non sprovvisto di una certa ironia di fondo – in cui c'è troppo in ballo. L'ultimo film di Castellitto, tratto da un racconto inedito dell'immancabile Mazzantini, la ribattezza e la plasma: la tinta per capelli, la volgarità dell'accento romano, due ali a metà tatuate sulla schiena. La bravura della Trinca non si perde nella sovrabbondanza di temi e tragedie, nelle piazze di una Roma grezza e multiculturale, nella folla di comprimari che si trascinano storie pesanti appresso – un plauso all'intensità di Alessandro Borghi, sensibile tatuatore della porta accanto con mamma smemorata al seguito. Dopo il buon equilibrio del precedente Nessuno si salva da solo, che per impostazione e dialoghi faceva il verso al dramma da camera, Castellitto ci riprova con una vicenda che non riesce ad arginare, e forse neanche vorrebbe. La scrittura fiume della moglie scrittrice non sa contenersi. Colpa di toni che vorrebbero virare al lirismo grottesco di Sorrentino; di interpreti tutti bravi e tutti sguaiati; di una regia che non lavora purtroppo a togliere, bensì a mettere. E più che generoso, di cuore, Fortunata appare così esagerato. Meno a sua agio coi bagagli pesanti e l'equilibrio mantenuto pur se in bilico di una donna che, al contrario del film stesso, si fa bastare con un sorriso stanco il poco che ha. (6,5)

Eli – trent'anni, un marito disoccupato, quattro figli – esce di casa quando fuori è ancora notte. Scivola dal letto senza far rumore e macina chilometri da Ostia a Roma per tirare su la saracinesca del bar in cui lavora per ottocento euro al mese, sette giorni su sette, come cameriera, cuoca e donna delle pulizie. Vale, sua coetanea, conduce invece una vita indipendente e solitaria che suscita vergogna nella madre alto-borghese: agile come una perfetta étoile, calca però le piste dei locali notturni. Eli e Vale sono vicine di casa. Amiche, diremmo, se non fosse che la prima esce quando l'altra rincasa. L'ultimo dramma di Daniele Vicari racconta gli spossanti viavai, il loro incrociarsi quando capita, con la voce asciutta ma partecipe del cinema di Loach e dei Dardenne. Le accompagnano una bella colonna sonora jazz, le sfarfallanti luci notturne e più di qualche dubbio verso la struttura, se la storia dell'androgina Eva Grieco appare quasi incidentale, sempre all'ombra della meraviglia di una Ragonese che non ha nulla da invidiare alla Marion Cotillard di Due giorni, una notte. In una scena, arriva la canzone di Valeria Rossi: così leggera, così spensierata, in un film pesantissimo, eppure, che scava rughe di preoccupazione in mezzo agli occhi. Il cuore si affanna e cerca riposo. Il sole ci si scorda che faccia abbia, al chiuso, tra le chiacchiere querule di un bar e le luci al neon di una discoteca. L'amore è quello verso una famiglia che chiede un po' troppo, per un Francesco Montanari che ci aiuta arrangiandosi, ma a mancare è quello più necessario, per se stessi. Quanto male mi ha fatto Sole cuore amore. Gli ingredienti di una banale canzonetta amata dai bambini. Gli ingredienti di una vita banale, che in due ore con Vicari finisci per scambiare per verità. E ti domandi che senso abbia tutto questo correre e sacrificarsi, e per cosa poi? E ti confonde l'idea che sia inutile tutto il dolore in cui indugia – vivere è difficile, soprattutto in questi tempi disperati, e lo sappiamo già, chi più e chi meno – ma che allo stesso tempo siano un dolore, un'amarezza, che van provate. Ti fai venire i sudori freddi, perché al contrario di Eli – a modo, vitale, educata – tu in certi giorni non conosci decoro. Appunti i segreti dei suoi sorrisi perciò: sinceri, nonostante tutto. Aspetti che il lorogorio di una vita in nero, sempre in moto eppure ferma immobile, faccia il suo corso. Una routine a tempo indeterminato in cui domani è un altro giorno, sì, però scritto con i migliori auspici e il copia-incolla. (7,5)

sabato 26 dicembre 2015

Recensione: Mare al mattino, di Margaret Mazzantini

"La storia è un millepiedi e ogni piede tira da una parte diversa, e in mezzo c'è il nostro corpo."

Titolo: Mare al mattino
Autrice: Margaret Mazzantini
Editore: Mondadori – Einaudi
Numero di pagine: 127
Prezzo: € 12,00
Sinossi: "Pensava soltanto a quello. Riportare la sua vita a quel punto. Nel punto dove si era interrotta. Si trattava di unire due lembi di terra, due lembi di tempo. In mezzo c'era il mare. Si metteva i fichi aperti sugli occhi per ricordarsi quel sapore di dolce e di grumi. Vedeva rosso attraverso quei semi. Cercava il cuore del suo mondo lasciato". Farid e Jamila fuggono da una guerra che corre più veloce di loro. Angelina insegna a Vito che ogni patria può essere terra di tempesta, lei che è stata araba fino a undici anni. Sono due figli, due madri, due mondi. A guardarlo dalla riva, il mare che li divide è un tappeto volante, oppure una lastra di cristallo che si richiude sopra le cose. Ma sulla terra resta l'impronta di ogni passaggio, partenza o ritorno che la scrittura, come argilla fresca, conserva e restituisce. Un romanzo di promesse e di abbandoni, forte e luminoso come una favola.
                                         La recensione
Farid vive nel deserto e non ha mai visto il mare. Ne ha sentito parlare, però, come fosse l'invenzione di una favola della buonanotte. L'ha immaginato con i suoi pochi strumenti – le dune come onde, gli insetti sotto la sabbia come pesci sul fondale. L'ha visto in televisione, nelle telenovelas egiziane che vanno per la maggiore – il padre, Omar, aggiusta antenne e regala a donne stanche attimi di evasione, il sogno dell'occidente. Un conflitto immotivato – uno di quelli senza nome, che rendono i ricchi ricchissimi e i poveri, per quanto possibile, più poveri ancora – porterà il bambino e sua madre, Jamila, a sfidare la sorte, le onde, per un futuro senza spari nel cielo. Accalcati tra cento, mille disperati, su uno scafo pericolante. 
Sarà abbastanza vicina l'Italia, si domanda Farid con un amuleto portafortuna al collo, mentre la mamma lo stringe fortissimo e, sulle labbra secche, immagina di sentire il gusto della prima Coca Cola? Angelina, invece, nel deserto ci ha vissuto, ma è tornata indietro a undici anni. I genitori facevano candele profumate e della sua infanzia ricorda l'abbandono dell'amico Alì, che non temeva le api, e l'addio alla bella Tripoli. Il suo mal d'Africa, per la vendetta del rais contro lo spietato colonialismo italiano. Il posto al sole che Mussolini aveva promesso ai suoi nonni e a cui successivamente, con Gheddafi, avevano dovuto rinunciare. Adesso, però, è mamma: caucasica, profuga in Sicilia benché italianissima, ha cresciuto un figlio – Vito, da poco maggiorenne – che, in regalo, di punto in bianco, le chiede un viaggio. Per vedere dove tutto è iniziato oppure finito. Due mamme, due figli, due viaggi – ma inversi. Una sola guerra che cambia appellativi, ma non faccia, e che ci vede o ci ha visto con il mal di mare, la terra strappata da sotto i piedi, i pensieri gravosi. Margaret Mazzantini, dopo il capolavoro Venuto al mondo, struggente e indelebile, firma un romanzo breve, di storie di clandestinità che si incrociano e migranti in balìa delle forze del destino. 
Vicende indigeste, di bruciante attualità, scritte con lo stile scabroso che so e amo e, in contrappunto, un tema che io – ignorante, se si parla di storia contemporanea – non conoscevo nel dettaglio. L'autrice mi illumina – ci spiega, infatti, gli strascichi profondi del colonialismo fascista, il dramma di generazioni nuove e vecchie in marcia: alcuni africani sognano l'Italia, ho capito, e alcune generazioni d'italiani la Libia – ma, nel farlo, spegne qualcosa, come d'abitudine. In questo periodo di festa, le luci del presepe, ora al buio, e le speranze. Vito nota che la madre non fa più il bagno a largo; si bagna appena, con il costume intero della piscina, e sguscia fuori. Non mangia il pesce delle spiagge dove affondano i barconi di fortuna. Ma Margaret Mazzantini, induscussa signora del dolore e cronista di pagine di storia che ci piace cestinare, può intristirci a piacimento. Stentate a immaginarlo, scommetto, il peso di un volume così piccino. Un romanzo breve in cui latitano i dialoghi e i sollievi, senza fronzoli e frontiere, sulle cose che restituisce il Mediterraneo all'alba. I messaggi in bottiglia, gli scampoli di stoffa, un talismano contro gli spiriti cattivi. Il cadavere di un Pinocchio di schegge, rovesciato sulla pancia, dopo che la balena l'ha sputato sul bagnasciuga. Il corpo di Aylan, già simbolo, che mette in ginocchio il mondo. E rare volte, nell'ultima pagina, magari, una mezza buona notizia. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale:  Luigi Tenco - Ciao amore, ciao

venerdì 13 marzo 2015

Mr. Ciak: Nessuno si salva da solo, The Voices, Two Night Stand, Honeymoon, The Best of me, La Piramide

Avevo lasciato Delia e Gaetano a un tavolo, mentre la pioggia faceva venire giù il mio cielo. I vetri appannati: appannato pure io. Non sapevo se Nessuno si salva da solo m'era piaciuto oppure no. Mi aspettavo una trasposizione indigesta, per rendere giustizia a quel libro brevissimo, ma un po' mattone: cena di qualche ora consumata all'impiedi, con le scarpe che stringevano. Invece Nessuno si salva da solo si è rivelato una parziale epifania, come era già capitato con Non ti muovere. La storia si è ripetuta; l'ultimo progetto della storica coppia si tiene a galla a furia di spinte convulse e, nonostante qualche scenetta sopra le righe che avrei troncato, la voglia di sopravvivere è più forte di uno scivolone. L'attenzione filologica per il romanzo manca e si riscrivono dialoghi e situazioni. Lo zampino della Mazzantini si nota e, a parte la discutibile abitudine di lasciare a comprimari abbozzati il compito di fare spaccati della nostra società, la riuscita generale convince. Meno crudo e più passionale, istintivo, il film incastra nel mezzo dell'ultima cena le immagini liete dei tempi che furono. Foto ricordo di due cambiati poco nell'aspetto, ma stravolti nel sentimento. Lei che gli tiene il muso, lui che le risponde col sorriso fiducioso di tutti gli uomini – perché noi siamo fessi e ci dispiaciamo per tutto. Ai due estremi del ring, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca: bravissimi, soprattutto lei, alle prese con dialoghi lunghi, che strizzano l'occhio al teatro. Si spremono. Per cacciare le lacrime, per sputare fuori le parole più aspre. Le masticano e le digeriscono, le sputano, anche se - tratte da un romanzo pesante e lirico - a volte sono pesanti e liriche anch'esse, ma grazie a protagonisti validi, tu ne senti il peso smorzato. Scamarcio, grandi passi in avanti dai tempi di Tre metri sopra il cielo, ma si sa; la Trinca, bellissima e furiosa, sempre vista da me qui e lì in ruoli piccoli, è una rivelazione: la sua Delia è un personaggio sgradevolissimo, ma lei ha un'intensità forte e sa renderla tollerabile. Il loro dramma è a voce alta. Schiamazza e urla e le loro nevrosi di giovani genitori e di amanti finiti toccano, perché, da figlio di genitor spigolosi, certi litigi li hai origliati. Altre volte, invece, il loro rapporto è violento, ma tenero, e le scene di sesso mostrano due attori uniti da una grande alchimia – anche fisica. E loro sono ottimi soprattutto allora, in armonia col mondo e con loro stessi. I baci in bocca, la saliva, il dare morsi allo stesso cornetto. Perché fingersi tristi non è impossibile, ma fingersi felici sì che è difficile. La pellicola è girata d'un fiato. Si intravedono la Galiena e Angela Molina; alla fine esce Roberto Vecchioni – cantastorie, cantamore – a ricordarci di brindare alla vita. In un melò classico e solido, agrodolce, portatore di tanti difetti del nostro cinema, eppure diretto da un Castellitto abile nel maneggiare i punti di vista e le sue punte di diamante, si giunge a quel finale che, nel romanzo, mi aveva lasciato di sasso. Benché lontano dall'idillio, qui, c'è un ospite a sorpresa: la speranza. Allora, ho detto che questi Delia e Gae, egoisti ma capaci di un concederci un sorriso, mi sono piaciuti di più. A metà tra i finali sospesi prediletti da lei e la consolazione cercata da lui, nelle sceneggiature grossolane con la sua firma. Un punto e si va a capo, nel momento delle mance ai camerieri e dei dessert - e degli amori - buttati in faccia. Quando ritorna la fame. (7)

Potrei essere pazzo, e tutto può essere. Ma non vedevo un film così convincente da un po'. Non mi sono sbilanciato nemmeno per gli Oscar, pensate, sarà che i film che sono piaciuti a tutti io li ho trovati compiaciuti e antipatici. Fatto sta che questo The Voices, notato su un sito di cinema e beccato poi in rete, mi è piaciuto troppo. Inaspettato ma vero, è uno dei prodotti più fighi visti di recente. Una sorpresona di quelle spietate, divertenti, originali: rare. Nei titoli di coda leggo un nome straniero, alla regia, e indago. Ma sapete che Marjane Satrapi, qui per la prima volta lontana dall'Europa, è l'ideatrice di quel Persepolis che io non ho visto, ma che tutti hanno apprezzato? Be', io non lo sapevo. La mia ignoranza ha fatto il suo, come quando mi sono drogato di How to get away with murder senza sapere chi fosse la Rhimes. Lecito, per gli estimatori veri, dunque, aspettarsi una commedia nera sveglia e fuori. Per me, che la Satrapi la scopro qui e che volevo solo guardare una sottospecie di horror, The Voices è stato un colpo di genio. La storia di un efferato serial killer mostrata come fosse una commedia romantica, coi toni pastello, le farfalle che svolazzano, le fabbriche antracite che – nella mente di un sognatore o di un pazzo – diventano ospitali come se le gestisse Willy Wonka. Il mondo di Jerry, imprevedibile sociopatico, è una fiaba. Per essere un individuo che colleziona teste umane, reduce da un' infanzia tribolata, è uno a posto. Stravede per i suoi cuccioli: un cagnone bavoso che è il suo angelo custode e un gatto dal pelo rosso fuoco che, diavolo tentatore, lo squadra da capo a piedi con cattiveria e lo spinge ad uccidere. La confezione, particolarissima, è a metà tra gli splatter movie anni '80 e le velenose commedie musicali di John Waters – non perdetevi l'assurda scenetta da musical, prima dei titoli di coda, in cui gli attori fanno sfoggio di bacini snodati e doti vocali. Si alternano interiora e zucchero filato rosa, perché la Satrapi segue il suo protagonista dentro e fuori dalla sua psiche contorta, e se l'appartamento di lui, nella realtà, è una macelleria di sangue secco e cadaveri, nell'immaginazione di Jerry è lindo e pinto e la testa di Gemma Arteron, che nel frattempo marcisce nel frigo, non va a male. L'amore con Anna Kendrick è possibile e le donne non devono per forza fare la triste fine della sua cara mamma... Con un cast credibilissimo e una resa, ora cupa e ora tutta cuori, che metterà d'accordo chi ama generi cinematografici agli antipodi, è un film assurdo nelle premesse, ma che in realtà ho preso sul serissimo. Ne avrei voluto di più, come se Jerry – come il collega omicida Dexter – potesse avere una serie tutta sua. Impiegatuccio stressato e quieto che ha la faccia di un Ryan Reynolds mai così versatile e convincente. E' sempre il solito lui ma c'è qualcosa – lo sguardo timido, le camicie floreali, il fatto che presti la voce a gatto e cane – che lo rende il più looser dei sex symbol. Tant'è vero che mio fratello, nel mezzo del film, mi ha chiesto se fosse lo stesso tipo piacione di Lanterna Verde & Co. Un tenero Norman Bates, nel suo fiabesco non-mondo di gatti luciferini, teste chiacchierone e Gesù pop star. (7+)

Dopo un amore tramontato, ci vuole un rimpiazzo. Una cosa da poco. Questione di una notte e via. Ed è così che si incontrano Megan e Alec, finiti a letto grazie a un sito d'incontri. Ma svegliandosi... sorpresa! Sono bloccati a casa di lui, per via di una di quelle tormente di neve che ogni tanto paralizzanno la City, e scoprono – abbandonate le lenzuola, recuperati i vestiti – di trovarsi irritanti. Pensavano di concordare su cosa fare a letto, ma lei fingeva l'orgasmo e lui trovava poco sexy il suo modo di liberarsi di jeans e maglietta e cose simili. Calzini sì o calzini no? Luce accesa o spenta? Bacio o non bacio? Alzarsi di soppiatto o addormentarsi abbracciati? Two Night Stand è una commedia semplice, pulita, retta da due giovani attori in gambissima che duettano con leggerezza e malizia: si stuzzicano e parlano per tutto il tempo dei segreti del piacere, senza mai risultare volgari. L'impredibilità delle previsioni meteo e quelle del corazòn li porteranno a una seconda notte insieme, ma in nome della scienza, puramente per la felicità degli amanti che verranno. Come finirà lo sapete già, ma il film è così sorridente e spensierato che è di un già visto che... riguardi. Miles Teller, la rivelazione di Whiplash, e l'adorabile Analeigh Tipton, stella tra le altre cose dello sfortunato Manhattal Love Story, sono belli in una maniera non convenzionale e convincono, perché meno prestanti e molto meno nudi della Kunis e di Timberlake si guardano in quel modo . Quello che gli amanti non si dicono. Quello che lo spettatore sa, ma che comunque si diverte a vedere succedere. Tra The First Time e What If – ugualmente inediti in Italia. Tra Venere e Cupido. (6+)

Honeymoon per molti è uno dei film di genere più interessanti dello scorso anno. Un ritorno alla fantascienza vecchio stile, in cui tutto si intuisce già, ma in cui nulla viene mostrato prima del tempo pattuito. In realtà, non mi ha impressionato come mi avevano assicurato – la storia è risaputa, le svolte sono prevedibili e non è paragonabile a perle inedite come The Babadook – ma è una visione che funziona, soprattutto lì dove l'horror comune toppa: nella parte iniziale. Honeymoon – luna di miele nel profondo del bosco, con donne mantidi e laghi mortali – colpisce per l'aspetto di dramma indie. I dialoghi sinceri, la fotografia mossa, attori affiatati. I canonici venti minuti iniziali degli horror annoiano e, spesso, hanno svolte ridicole: questi, romantici e profondi, invece funzionano a tal punto da risultare quasi meglio del resto. Prendi a cuore quei due giovani e assisti angosciato alla degenerazione del loro sentimento, che è soprannaturale anche se ricorda da vicino il comune tramonto delle storie d'amore. Merito di una scrittura notevole, di una regia che gioca coi rimandi e di due protagonisti che reggono da soli il tutto – giacché i mostri non si vedono; giacché loro, preoccupati e atterriti come fossero in un Paranormal Activity d'autore, convincono pienamente. Da Games of thrones, Rose Leslie – qui molto inquietante. Conosciuto per Penny Dreadful, Harry Treadaway: un giovane talento con la faccia giusta e tutte le carte in regola. Honeymoon è un po' un Amityville Horror al femminile, che cita Antichrist, Funny Games e lo sci-fi d'epoca: una riscrittura detta e non, inserita nella parentesi graffa di un matrimonio che va allo sfascio. Uomini e donne si sa che vengono da pianeti diversi. (6,5)

Capita con le cose che ti porti appresso dall'infanzia. Di guardarle, anche adesso che sei grande, con occhi buoni. Le boy band, i cartoni animati che non danno più in tivù, gli autori che piacevano a tua mamma e che, quando in casa non c'era nient'altro, leggevi anche tu per noia. Sparks è da inserire lì. Una volta all'anno, mi ci riavvicino e, nella noia di una sera infrasettimanale, se sono a casa e non all'università, me lo recupero: mia mamma sul divano, ma tanto si addormenta. The Best of me è una storia delle sue. Questa volta, talmente sfigata che Paul Walker era in lizza per il ruolo del protagonista e, be', sapete che fine ha fatto. L'ha sostituito James Marsden, bello accanto alla sua bella Michelle Monaghan, e i due interpretano una coppia di innamorati che, a vent'anni di distanza, si rincontrano. Sapete come vanno le cose: gente che si bacia sotto gli acquazzoni senza prendersi un coccolone, lunghe lettere, famiglie che si mettono in mezzo perché lei è ricca e lui è povero, amori doppi che esistono solo nei libri, una New Orleans senza uragani ma piena di sole. E non scordiamoci i flashback. Partono, e la Monaghan diventa Liana Liberato, dolce e somigliante, mentre Marsden tale Luke Bracey – un tipo più giovane no, eh? La solita formula. Però, più di tanto, non saprei che dirgli di male. Scrive sempre la stessa storia – cambiano i punti, le virgole, i nomi – ma, purché venga a trovarti ogni tanto, riconosci che nella sua retorica c'è educazione e una certa magia. L'importante è sapersi accontentare di una vicenda che fa un po' estati di Canale Cinque. Perché nessuno ti amerà mai come se vivessi in un suo libro, eppure consolati: non sei in un suo libro, ergo la persona che ti è accanto e non ti ama così forte, probabilmente, non è condannata a lacrimose morti. (5,5)

Ci sono i classici archelogici che vanno a visitare il classico luogo misterioso e inaccessibile, nel classico horror tremolante e buio, uscito addirittura nelle nostre sale. La Piramide oggettivamente non è niente di nuovo. Certo, non è inguardabile, non è la più brutta delle visioni augurabili al nostro nemico, ma è inutile e trascurabile, soprattutto considando il fatto che venga proposto sulla scia del più recente e interessante Necropolis. Stile simile, trama in rima, ma idee giocate meglio, lì, e con più genuinità. Quello, nel profondo delle catacombe parigine, con la Divina Commedia che scendeva a patti con le avventure di Dan Brown, si era guadagnato una sufficienza. Questo, scimmiottando il predecessore – troppo recente e troppo poco importante per essere imitato – e alla lontana il cult Quella casa nel bosco, ci parla di leggende e dinvinità incazzose, ma oltre al sano brivido manca anche il mistero. Il found footage non stanca, vero, ma gli effetti visivi non sono, a tratti, all'altezza della situazione. Descritto così penserete che è uno schifo, ma invece no. Si segue, nonostante il tipico inizio pallosissimo, e l'improbabile svolta finale – costellata di buchi narrativi, ma fantasiosa il giusto – diverte. La mitologia egizia, accanto ai gatti carnivori e alle figure leggendarie dei libri di storia, avrebbe potuto offrire dritte più suggestive. Invece, l'autore del meritevolissimo Alta tensione – splatterone francese con una De France bestiale; l'avete visto? – non fa il massimo con una sceneggiatura esile scritta dagli americani, né con un cast modestissimo, in cui spicca giusto Denis O'Hare. Ma, ottimo in American Horror Story, con le sue mille facce da caratterista, qui non salva una barca che ha accolto acqua nera a bordo e, se non fosse per i canonici novanta minuti, andrebbe miseramente a fondo. (4,5)

mercoledì 25 febbraio 2015

Recensione a basso costo: Nessuno si salva da solo, di Margaret Mazzantini

Piove a dirotto, domani ho l'esame; dovrei ripassare ma non mi va. Così, nonostante la mia reclusione forzata, mi sono connesso cinque minuti e ho deciso di parlarvi dell'ultimo romanzo che ho letto. Ho bisogno di un vostro in bocca al lupo, ché è quasi fatta, dai. Buon mercoledì, o quel che ne resta.
E questo era stato il vero sbaglio. Chiudersi in un solo amore e chiedergli tutto. Semplicemente perché di tutto hai bisogno

Titolo: Nessuno si salva da solo
Autrice: Margaret Mazzantini
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 188
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Delia e Gaetano erano una coppia. Ora non lo sono più, e stasera devono imparare a non esserlo. Si ritrovano a cena, in un ristorante all'aperto, poco tempo dopo aver rotto quella che fu una famiglia. Lui si è trasferito in un residence, lei è rimasta nella casa con i piccoli Cosmo e Nico. La passione dell'inizio e la rabbia della fine sono ancora pericolosamente vicine. Delia e Gaetano sono ancora giovani, più di trenta, meno di quaranta, un'età in cui si può ricominciare. Sognano la pace ma sono tentati dall'altro e dall'altrove. Ma dove hanno sbagliato? Non lo sanno. Tre anni dopo "Venuto al mondo", Margaret Mazzantini torna con un romanzo che è l'autobiografia sentimentale di una generazione. La storia di cenere e fiamme di una coppia contemporanea con le sue trasgressioni ordinarie, con la sua quotidianità avventurosa. Una coppia come tante, come noi. Contemporaneamente a noi.
                                              La recensione
Lo scorso anno ho scoperto che Margaret Mazzantini è la sola che può rattristarmi quando e come dice lei. Glielo consento. Quando cerco una storia aspra, una narrazione che se ne infischia delle censure e dei limiti, uno stile che resta appiccicato addosso, è lei che leggo. Mi sfrego il pollice sul palmo, contro le dita, e la Mazzantini è esattamente lì che sta. Così la spiego a chi non la conosce. Lei la leggi, la sfiori e, anche quando il romanzo finisce, volente o nolente, non ti abbandona. Come una traccia di farina, dopo aver impastato il pane; come colla sotto le unghie, che si annerisce col tempo e va via quando vuole; quando ormai ti eri scordato che – sgradevole e appiccicosa – era lì, magari, dal pomeriggio prima. E la Mazzantini sgradevole può risultarlo spesso, è vero, qui come poche volte in precedenza, ma per quel che vale incolla: te alle pagine, i suoi personaggi alle due estremità di un tavolino, gli occhi nel profondo dell'anima... ed è una morsa che ti strapazza e ti lascia confuso. L'ho conosciuta un'estate, all'epoca del ginnasio, con Non ti muovere e non l'avevo capita. Ero troppo piccolo io. Ma, in realtà, con questo Nessuno si salva da solo è accaduto qualcosa di simile, e adesso sono grande, quindi che scusa ho? Non ho vissuto abbastanza, immagino. I pensieri sconci di Timoteo mi turberebbero ancora, ho realizzato, come adesso mi hanno turbato le confessioni maleducate di due vecchi sposi in un ristorante del centro. Lui con le maniche della camicia arrotolate, lei con un tubino nero. L'estate che si avvicina, i bambini lasciati dalla nonna, ritrovarsi soli dopo tanto. A quattr'occhi, dopo una separazione voluta da entrambi, ma tremenda; sofferta. Tragico dire al mondo di non avercela fatta, di aver perso. Ci vuole coraggio, ci vuole l'orgoglio calciato da un lato per sventolare bandiera bianca e ammettere a denti stretti che l'amore è perduto, insieme alla gioventù. E si pensa ai bambini, che avranno una mamma e un papà che non dormono più nello stesso letto e che non si lavano più i denti allo stesso lavandino, guardandosi nello specchio di sempre; si pensa agli errori grandi e a quelli minuscoli, alle tavolette lasciate abbassate e a un piatto non lavato, a un'amante passeggera e a un lavoro di cui portavamo a casa la noia e lo stress, il peggio. Si ripensa però anche agli inizi. All'amore, quando era così forte, così vorace e presente, che non li faceva dormire, se non l'uno addosso all'altra. Appiccicati e bagnati. Cosa mi hai fatto? Cosa ci siamo fatti? In poche pagine, ma poche pagine con un peso che si avverte e affonda, l'autrice rievoca gli inizi, la fine e quello che c'è nel mezzo, in una specie di strano dialogo fatto di poche battute e ricordi profondi che vincono, alla fine, sul chiacchiericcio. Seziona i baci, esplora i giochi delle lingue sui denti corrosi dai succhi maligni dell'anoressia e ne riporta l'umidità, la saliva, l'odore. Smantella le armature, i filtri e va al nocciolo più segreto e velenoso: i pensieri di una cattiva madre, la felicità spiata alle altre famiglie, le tentazioni di un padre che cova un risentimento che potrebbe massacrarli. Delia e Gaetano sono le coppie testarde e in frantumi che escono dai tribunali, dagli studi degli avvocati, insoddisfatte del verdetto finale. Vogliono avere ragioni entrambi, vogliono lottare, vogliono volersi. Ogni occasione è buona per bruciarsi a un gioco che non diverte più, perché non si può confidare nemmeno nei benefici del sesso riparatore, ma la fiamma è viva, scalda ancora, e calorosi e sanguigni chissà che non possano ritornare sui loro passi, solo per litigare a sangue e fare di nuovo pace. 
In una storia tutt'altro che facile – e quando mai sono facili, le sue storie? - la Mazzantini a modo suo, con la poesia e il turpiloquio, con le metafore audaci e i “cazzi” disegnati nei bagni e nei metrò, mostra quant'è banale una storia d'amore che fallisce e quant'è facile, invece, come cantava Samuele Bersani, dirsi in faccia “sei solo la copia di mille riassunti”. Ci ha fatto commuovere con la guerra e con la forza delle madri, ci ha spezzati con un amore omosessuale lungo una vita intera e, adesso, abile nel rendere difficile ciò che sembra tanto immediato, ma “troppo cerebrale per capire che si può stare bene anche senza complicare il pane”, gira intorno, come un cane affamato, a un matrimonio messo in tiro per una sera sola, che puzza come una carogna sotto il sole. Altrove ho parecchio apprezzato i giri di parole, i voli pindarici, i capelli spaccati in quattro o in cento parti, ma questa volta non del tutto, non abbastanza. Mi sono distratto un po'. E a capire li ho capiti i personaggi, ma mi hanno messo angoscia, lì dove gli altri avevano lasciato altro, il meglio di sé, al loro passaggio. Più romanzati, più costruittivi, più buoni. Qui ci sono le macerie e la forza di metterle insieme non sapevo sinceramente dove trovarla. Salvarli, e a me chi mi salva? Con Gillian Flynn l'amore era bugiardo, ma qui è fin troppo vero, sconvolge per quello, e tra Gae e Delia non ci sono parole trattenute, taciute, anche se per il bene comune e per il cuore – che non vede, e perciò non sta male – quattro bugie a cena hanno il potere miracoloso del conforto. Una Mazzantini in pillole – ma niente imbrogli, sono pillole grosse e amare che vanno giù senza un sorso d'acqua – per lettori con il pelo sullo stomaco, più maturi di me, che comunque mi ostino ancora a vederci il buono nei cuori della gente e i lieto fine nell'ultima riga di un matrimonio al capolinea. Per chi sa certe cose e certe scrittrici. Per tutti gli altri, direttamente il film di prossima uscita, frutto di una coppia consolidata e invidiata che per fortuna non scoppia. Sento che, perso nelle immagini, potrei metabolizzarlo meglio e inquadrarlo in una cornice fatta con le mani, con gli indici e i pollici; afferrarlo, per dire di averlo posseduto, anche se non è del tutto vero, ma vabbè.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Samuele Bersani – Giudizi Universali 


Leggera leggera si bagna la fiamma, rimane la cera.
E non ci sei più.”

lunedì 29 dicembre 2014

2014 Book Awards - Cosa ho letto e cosa (forse) non avrei dovuto leggere

Ciao a tutti, amici. Come state? Indigestione da panettoni? Ire funeste per il regalo sbagliato? Io mi mantengo in linea e calmo: più o meno. C'è la preparazione in corso del tostissimo esame di Letteratura Latina e potrei morire prima di finire tutto il programma. No, non sono calmo. Scherzavo. Chi mi segue sulla pagina Facebook comunque lo sa: non dite, dunque, che non vi avevo preparati a dovere all'invasione di post prima di Capodanno. Dopo gli ultimi appuntamenti con Mr Ciak e I love telefilm, con in mente tante e stupide idee per parlarvi dei film e dei serial del mio tortuoso 2014, oggi si torna a parlare dei libri. Precisamente, dei libri che mi sono piaciuti di più tra i novantatrè letti dal primo gennaio ad ora. Pensavo sarebbe stato difficile, pensavo mi ci sarebbe voluto più tempo, e invece no. Le letture davvero imperdibili, come sempre accade, si contano sulle dita di una mano, ma non posso dirmi deluso. Ci sono state belle scoperte, sorprese impreviste e gradittissimi ritorni. Occupati da tempo immemore, sinceramente, i primi tre (anzi, quattro: lo so ho imbrogliato!) posti di questa Top10 che, se vogliamo essere proprio pignoli, in realtà è una Top11: i titoli restanti li ho scelti ripescando dalla mia memoria i ricordi più belli, le recensioni più sentite, quelli con il numero di stelline più numerose. Non sono proprio in ordine di preferenza. Sapete che non sono bravo a dare i numeri! Qualcuno l'ho dovuto escludere, qualcuno l'ho dovuto invece inserire, in onore di quanto stupidamente felice o orribilmente triste mi abbia fatto sentire al tempo della lettura – magari mesi e mesi fa, magari solo la settimana scorsa. Alla fine del post, però, menzione speciale per quegli autori che ci sono stati, per le cover splendide e per quelle storie di genere che spiccano anche al buio. E i vostri romanzi preferiti, invece, quali sono stati? Ditemi un po', ché sapete sono curioso. Un abbraccio, M.

10. Arrivano i pagliacci: Parlava Allegra e mi è venuta in mente nonna che, quando beve un sorso di limoncello in più, inizia a straparlare e a costruire per l'aria alberi genealogici. Stasera la chiamo e glielo dico che ho pensato a lei: la prossima volta, porto con me il libro di Chiara.” 
9. Noi siamo grandi come la vita: Noi siamo infinito apprezzerebbe. Per la scrittura semplice, i passaggi delicati, i fiori nell'asfalto e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in cerca di un loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e la morte. Un mistero guardato in faccia da occhi timidi.
8. Le ho mai raccontato del vento del Nord: La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore aperto, ma quella lontananza elettronica è una barriera insormontabile. Sono parole in chat, voci timide sussurrate nella segreteria telefonica. Un Her in una dimensione possibile. 

7. La misura della felicità: La sensazione che tanti pensieri siano in rima con i tuoi spiega il tuo sentirti meglio al mondo. Non è vero che i libri ci isolano. Guarda quanta gente che c'è. Vivi e lascia vivere. Leggi e lascia leggere.
6. Città di carta: Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli, il romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska. E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche questo. Non fa una piega.
5. Noi: Un bellissimo pronome personale che, a lungo andare, si fa aggettivo possessivo. Noi è tutto ciò che è nostro. 
4. La vendetta del diavolo: Un vangelo apocrifo di Giuda ballerini, figli che uccidono le madri, passioni che fanno male più dell'inferno, autori dalle voci sempre più riconoscibili. Satana diverte, emoziona e non fa paura. 
3. Shotgun Lovesongs: vuole essere cantato e basta. Richiede un giro di do, falsetti strozzati e dolenti che ti escono dalla gola come singhiozzi. Dove non arriva la voce, sopraggiunge l'emozione. Quella dice tutto. Quella compensa a una nota troppo tremula. Quella ti libera e ti imprigiona.
2. L'amore bugiardo: Uno dei libri più misogni e femministi mai scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze). 

Venuto al mondo è un romanzo bellissimo. Senz'altro più bello e perfetto di Splendore. E' più facile che piaccia. Gemma si scopre una protagonista con la forza incredibile delle donne. Gli uomini della Mazzantini, invece, sono tutti come Diego - il fotografo di pozzanghere. Vedono la vita scorrere tra le fessure delle loro dita, non agiscono, si nascondono. Quando gli uomini sono due, tutto è più difficile e triste ancora. Quando è un amore omosessuale quello di cui si parla, tutto è un campo minato. La prima era una storia spezzata dalla guerra. Non te la spieghi, la guerra. In Splendore poteva essere tutto più semplice. L'amore malinconico tra questi due uomini ha un inizio e ha una fine. Non ha tregue, ma avrebbe potuto averne. Sarebbe bastata una legge, legalizzare un semplice sì, un po' di coraggio (...) Libri da leggere a voce alta, libri che ti sbudellano il cuore.
PREMI DI (S)CONSOLAZIONE.
Il miglior horror: NOS4A2 – Ritorno a Christmasland
Il miglior new adult: Hopeless – Le coincidenze dell'amore
Il miglior urban fantasy/distopico/sci-fi: La quinta onda
Il romanzo più... boh: Un bravo ragazzo, Breaktime, Agnes
Risate assicurate: Geek Girl, La prima cosa bella
Leggere con gli occhi lucidi: Quella vita che ci manca, Promettimi che ci sarai, Sette minuti dopo la mezzanotte
Autori che ho stalkerato: Bianca Marconero, Donato Carrisi, Chiara Gamberale, Alessia Gazzola
Romanzi che sono piaciuti a tutti, ma a me no: Dio di illusioni, Vita dopo Vita, Io che amo solo te, L'estate dei segreti perduti
Il romanzo più brutto, quello scritto peggio, quello più inutile: Black Ice
Ti ho letto una volta, non ti leggerò mai più: Kerstin Gier, Becca Fitzpatrick
Meglio al cinema che in libreria: The Giver – Il mondo di Jonas; Colpa delle stelle
Guarda un po' chi si rivede – i sequel belli: Alice Allevi in Le ossa della principessa; Lena e Ethan in La diciottesima Luna; Jack e Danny Torrence in Doctor Sleep 
Be', dai, ci siamo visti – i sequel meno belli: Requiem, Multiversum – Utopia, Allegiant
L'abito (non) fa il monaco - le cover più belle: Noi siamo grandi come la vita, Doctor Sleep, Utopia, Shotgun Lovesongs, Lo straordinario mondo di Ava Lavender
Guilty pleasure: molto “guilty” e poco “pleasure”: Black Ice, Un disastro è per sempre, Le sintonie dell'amore 
Stai senza pensier” - un libro soft: Il profumo del pane alla lavanda 
La recensione più idiota: Black Ice, Silver
La recensione più originale: L'amore bugiardo, Noi siamo grandi come la vita

lunedì 23 giugno 2014

Recensione: L'amore involontario, di Chiara Marchelli

Ma poi, in mezzo a quei sorrisi che facevi un tempo, mi riconoscerai. Tu sei mia sorella, dirai. Mia sorella. 

Titolo: L'amore involontario
Autrice: Chiara Marchelli
Editore: Piemme
Numero di pagine: 280
Prezzo: € 15,50
Sinossi: Il giorno in cui Riccardo riceve la telefonata, per lui sua sorella è solo un pensiero fastidioso, un ricordo cacciato con rancore. Cresciuti vicini, stretti in un rapporto necessario e profondo, non si sentono più da anni: a Irene, scrittrice molto amata, Riccardo non ha mai perdonato di aver scritto di lui nel romanzo che l'ha portata al successo. Di aver parlato di quel dolore devastante che l'ha reso un uomo duro e cinico e che ha trasformato per sempre la sua famiglia. Ora Irene è in coma dopo un grave incidente e Riccardo si trova a doverle stare accanto. Da lui tutti si aspettano una pena che non riesce a provare, un amore che non sente più. Ma, un giorno dopo l'altro, accanto al corpo muto eppure così vivo di sua sorella, quell'amore torna a pulsare. Anche attraverso la lettura del libro di Irene, che Riccardo si era sempre rifiutato di leggere e che ora gli restituisce la sua vita in un modo che non era mai riuscito a vedere. Lentamente le parole di Irene riescono a scalfire il muro dietro al quale Riccardo si è nascosto per anni, permettendo al dolore di uscire, e liberarlo. La storia della trasformazione di un uomo, il racconto intenso e forte di un risveglio. Dei sentimenti, dei ricordi, di un possibile nuovo legame. Per trovare il coraggio di mettere da parte il dolore più grande e prendersi cura di ciò che resta
                                                 La recensione
Non l'avevo visto. L'aquilone arancio rimasto impigliato tra i rami. Guardavo a terra, invece era il cielo il segreto. Guardare il cielo per scoprire che il simbolo di un'infanzia, il tempo dei giochi e l'innocenza dei bambini non erano cose andate perse nel fuoco, per sempre. Gli alberi, come una soffitta, nascondevano l'importante. Non avevo visto L'amore involontario. Guardavo altrove: avevo la testa tra le nuvole, ma gli occhi da un'altra parte. Il mio sguardo scivolava su quel giocattolo sull'albero, ma non lo metteva bene a fuoco. Poi è accaduto. Una finestra d'ospedale dava su quel prato. Per una volta, a New York non nevicava. E ho sentito, dal posto in cui mi trovavo, un uomo parlare e imprecare, tutto solo. Le sue parole, intime, private, sbattere contro un muro e l'indifferenza del coma. Aprirsi all'amore, abbandonarsi alla speranza, sfumarsi nel ricordo di un'estate a Genova, ai tempi che furono. La storia di Chiara Marchelli mi ha portato lontano, tra i fiocchi di neve della Grande Mela e nelle profondità di due esseri umani che – nonostante l'odio, nonostante il rancore, nonostante i silenzi – sono rimasti quello che erano. Fratello e sorella, prima di ogni altra cosa. Avrebbero voluto negarlo, avrebbero voluto staccarsi da dosso il fardello immane di quel legame di parentela che si era fatto vergogna. Lui, avrebbe voluto. Il fratello. Riccardo. Nel momento in cui ha realizzato che non era possibile ripudiare Irene – la scrittrice che ha cambiato cognome, la professionista che si fa chiamare Nina e si fa egoisticamente beffe del dolore altrui, nei suoi tanto acclamati capolavori – ha smesso di parlarle, e ha smesso di parlare. E' nervoso. E' addolorato. Ma la pena inespressa sussurra al cuore di spezzarsi: il suo cuore non ha retto più. Diventato ghiaccio, si è sbriciolato. Sciolto, è finito nello scarico. Tirato lo sciacquone, addio. Lui perciò non ha cuore. Lui non ha più una famiglia. Ha un appartamento, certo. Una moglie premurosissima con cui fa sesso ma non l'amore e un figlio magrissimo verso cui ha solo parole cattive. Un appartamento, a un passo dalla City, che non è una casa: cornici a faccia in giù, foto usate come segnalibro, un nome che nessuno ha la forza di pronunciare. A questo pensa Riccardo, mentre guarda la flora e la fauna nelle stazioni americane. Le strane abitudini dei pendolari, l'indolenza dei ragazzini in cattività. Pensa a come sua sorella abbia rovinato quello che era già rovinato, girando dita nelle piaghe, vendendo lutti in cambio di contratti editoriali e premi. Va a trovarla e si dice che il Natale è vicino. E' vicina anche lei, ma non la tocca. I tubi che entrano ed escono ovunque, in quel suo corpo storto che è diventato un puntaspilli. La pelle livida, le ammaccature, i traumi più grandi che sono quelli che non puoi vedere. Dorme, Irene. Un taxi in corsa l'ha colpita in pieno e, da trenta giorni, dorme in un letto d'ospedale, evitando discussioni con un fratello che la evita; negandosi; rifiutando di svegliarsi. Scappa, l'ha sempre fatto. A diciotto anni è andata in Islanda. A trenta, più o meno, ha firmato il primo libro ed è andata in giro per le librerie del mondo. A quarantasei ha pubblicato il secondo ed è finita in coma a tempo indeterminato. I suoi fan pregano, i suoi studenti la invocano, la gente – con striscioni, fiori, messaggi – ostruisce l'uscita principale dell'ospedale. 
Riccardo non fa niente. La guarda e vorrebbe essere altrove. Vorrebbe che quel compito non spettasse a lui: sorvegliarla, custodirla. Irene emana un cattivo odore, Irene ha i baffetti che stanno ricrescendo, Irene ha fatto una cosa brutta. Però il bene si riaccende. Naturale, involontario. Come i movimenti di lei, che strizza gli occhi e muove la dita, fa pipì e stringe le mani di chi le sta accanto. Riccardo allunga un dito, vagamente schifato. La infastidisce, la scosta come fosse un animale morto sull'autostrada. Lei lo afferra. Questione di nervi, questione di testa, questione di cuore. Questione di sangue. L'amore involontario è un libro forte, intenso, in cui ogni pagina strappa un brivido. Ha il sapore forte delle storie di casa nostra. Vero, anche quando è scomodo. Onesto, anche quando è indelicato. Ho pensato alla crudezza della Mazzantini, alla limpidezza della Rattaro. A Non ti muovere e a Un uso qualunque di te. Ho riconosciuto all'istante la bravura pazzesca della Marchelli. 
La storia appassiona perché è semplice, ma molte scelte – tutte – rivelano una perizia da chirurgo, una maturità da artista vero. Non ha una voce comune e non parla di persone comuni. I protagonisti, italiani emigrati all'estero, sono tra i pochi fortunati a potersi permettere un'assicurazione sanitaria senza sforzi, in un'America splendida e splendidamente contraddittoria. Alto-borghesi; donne che vivono di sola scrittura e uomini che si danno a investimenti di cui tu, cresciuto in una famiglia umile, cogli assai poco: il necessario. L'autrice – viaggiatrice instancabile, insegnante d'oltreoceano, newyorkese d'adozione - parla di meccanismi di cui, per professione, fa ormai parte. Premi letterari, lezioni di scrittura creativa. Spezza la narrazione come pane all'ultima cena, come una merendina che due fratelli bambini si dividono prima di fare un tuffo a mare, senza aspettare le proverbiali tre ore e l'approvazione degli adulti. Troviamo le parole di Riccardo, noi. Quelle di un giornalista che di Irene era perdutamente innamorato. Quelle di Irene stessa, che parla attraverso le pagine del suo romanzo più recente: You are my sister. Il presente sfocia nel passato, l'odio nell'adorazione, il colloquio in un brano di prosa. Bello, davvero. Tutto.
Soprattutto, umano. Quella narrazione spezzata che tanto amavo, alla fine, mi ha distratto un po': non lo nascondo. Diluisce il dramma - scelta volontaria dell'autrice. E io avrei voluto sentirlo tutto intero, il dramma. Pesante e scomodo. Una palla da demolizione contro le ossa. La Marchelli prende un'altra strada, ma arriva dove era inevitabile che arrivasse. Riccardo parla a Irene. Lei parla a te. Delle tue vecchie estati, delle sfide a nascondino, delle crudeltà dei sei anni e delle lucertole catturate per gioco nei barattoli. Chi ti stava accanto? Un prolungamento di te stesso; un altro seme diventato erba, fiore. Un compagno o una compagna di giochi con cui hai condiviso il letto e le coperte. Quelle coperte che tirava e tirava, lasciandoti mezzo nudo contro il freddo. Non lo facevo da anni. L'ultima volta avevo finito di vedere La custode di mia sorella. Abbracciare una persona senza motivo, abbracciare mio fratello senza motivo. Ho chiuso il libro e sono andato da lui. Era al computer, il tatuaggio nuovo fasciato nella pellicola, la maglietta buttata su una sedia che era diventata un nuovo armadio. E l'ho abbracciato. Non tutto quanto. Solo la testa. Una mano sul suo collo, l'altra nei capelli. Testa sua contro petto mio. Sangue mio. Ma che cazzo vuoi, mo', mi ha detto? L'amore involontario era anche questo, ho pensato. Una battaglia contro i Che cazzo vuoi di fratelli che - come nel bel film con Germano e Scamarcio - sognano di essere figli unici. Fingono di farlo. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele - Turning Tables