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giovedì 16 febbraio 2017

Recensione: Il prodigio, di Emma Donoghue

Aiutala. Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva. 
Aiutami. Aiutaci tutti. Silenzio.

Titolo: Il prodigio
Autrice: Emma Donoghue
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 301
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Irlanda, seconda metà dell’Ottocento. L’infermiera Lib Wright, una veterana della guerra in Crimea formatasi all’illustre scuola di Florence Nightingale, è appena giunta nelle Irish Midlands dall’Inghilterra. A convocarla è stato un comitato capeggiato dal dottor McBrearty, il medico della Contea. Il caso sottopostole è quanto mai insolito: Anna O’Donnell, una bambina in perfetta salute, afferma di non toccare cibo dal giorno del suo undicesimo compleanno, quattro mesi prima. Un vero e proprio «prodigio vivente», che non manca di attirare stuoli di fedeli da tutto il mondo, impazienti di vedere con i propri occhi la bambina che sostiene di nutrirsi soltanto di manna dal cielo.

                          La recensione
Nell'inverno di due anni fa, nel prologo del peggio che sarebbe venuto, leggevo Stanza, letto, armadio, specchio. Cosa rara, ho pianto dall'inizio alla fine. E, se fai il pendolare e pilucchi pagine e capitoli sui mezzi pubblici, saprete che non è il massimo. Che gli occhiali scuri non bastano. La storia di Jack e della sua mamma, prigionieri di un incubo e salvati dalla forza della tenerezza, mi aveva commosso anche sul grande schermo. Quanto ho potuto volerle bene? Emma Donoghue – autrice del miglior romanzo del mio 2015 e sceneggiatrice del mio miglior film dell'anno successivo – ho preferito non rileggerla nell'immediato. Quando conosci uno scrittore, quando ti piace tanto, fa strano immaginarselo alle prese con qualcos'altro. In questo caso, con un narratore che non avesse cinque anni e la meraviglia negli occhi. Torno a parlare di un romanzo della Donoghue, così, qualche tempo dopo. Complice l'uscita del Prodigio, l'infallibile Neri Pozza e una fascetta promozionale in cui il sommo Stephen King mi dava la sua parola – mi aveva già messo sulla retta via, però, un'amica scrittrice che si è presa cura dell'edizione italiana. 
Ambientata nell'Irlanda del tardo '800, la storia segue l'arrivo di un'infermiera inglese in un villaggio intriso di superstizione. Lib ha appena trent'anni ma una profonda conoscenza della sofferenza: ha prestato servizio in Crimea, porta il lutto sugli abiti. Da persona pragmatica e riservata, non dovrà mai prendersi a cuore il suo caso: Anna O'Donnell, l'undicenne che da quattro mesi pare non tocchi cibo. Miracolo o truffa? I suoi compaesani, gretti e creduloni, credono che la bambina sia in odore di santità. Lì si leggono le Scritture prima di andare a dormire, si parla con i santi e le madonne. Si pensa che i boschi siano popolati di fate e folletti. Ci si guadagna il paradiso a suon di rinunce. Terra superstiziosa e umida, flagellata dalla pioggia battente e dalle carestie, l'Irlanda ha foto dei morti in soggiorno, messi in posa come fossero ancora di famiglia. Tutti si conoscono. E, pensa la protagonista, per questo si proteggono a vicenda. L'agnostica Lib, facendo a turno con una suora di opposte vedute, si dà a un'osservazione scrupolosa e reiterata dei sintomi, delle ricadute e dei rari progressi della digiunante. Anna: un nome palindromo e una religiosità medievale. Un Dio che è paura, non amore. Un corpo che è considerato impedimento troppo pesante per salire in cielo. Inquietante e affascinantissimo, Il prodigio è un romanzo che fa pensare. Il mistero di Anna, tuttavia, dura brevemente. 
La sua ambiguità è svelata in fretta, anche se per i suoi moventi (si dovrà fare i conti, a tal proposito, con lo shock del finale) vengono rivelati soltanto a poche pagine dalla conclusione, in un vaneggiamento che si fa confessione. Questa Emma Donoghue sembra un'altra scrittrice. Chi sa dare voce a un bimbo innocente senza dare la triste impressione di scimmiottarlo, di fargli il verso, è infatti in grado di celare le difficolta di un'esemplare ricostruzione storica dietro una prosa fiume. L'autrice sceglie di giocare a carte scoperte e, al pari della sua eroina introversa, tende a fornirti qualche dettaglio (nozioni mediche, descrizioni paesaggistiche) negandotene altri. La lettura, colpa mia e di un esame da preparare in due settimane, si è trascinata più lenta del previsto. Ne ho sciupato l'intensità - questione di momenti sbagliati -, e qui e lì ne ho risentito. Troppi giorni per giungere all'epilogo. Troppo tempo per pensare che era bello, ma non quanto il precedente. Il paragone non dovrebbe nascere: sono storie diversissime. Ma, capirete, sorge da sé. La terza persona suggerisce una narrazione più ad ampio respiro, ma la prima ti parla nella testa e con la tua stessa voce. Tornano le infanzie abusate, la tragedia di un'altra piccola anima incarcerata, però la via crucis di Anna – dolente come la protagonista del tedesco Le stazioni della fede e trattenuta come la sua rigida educazione prevede – non mi ha scavato dentro. Il prodigio e i suoi protagonisti, a tratti, mi sono parsi sconosciuti. Mi sono piaciuti in ritardo. Dopo un'ampia prima parte che non si distacca molto dalla quarta di copertina. Quando Anna si abbandona a se stessa e la fame, la rabbia verso la miopia dei grandi, prendono il sopravvento. Allora affiora l'emotività. Insieme all'istinto materno di chi ha l'occhio dell'entomologa, ma è prima d'ogni altra cosa  una donna. Dunque, naturalmente tagliata per la vita.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Not About Angels

lunedì 4 aprile 2016

I ♥ Telefilm: Mr. Robot | Thirteen

Per Lisa, la voce di Rami Malek era ipnotica. Per Marco e tanti altri, già dal pilot si trattava di una delle migliori serie dell'anno. Per StepHania, quel protagonista incappucciato e dal viso che non passa inosservato meritava decisamente un pezzetto di header. Me lo consigliavano loro e non solo, ma io facevo orecchie da mercante. Avevo visto quel pilot, bellissimo a detta dei più, e ne ero uscito confuso e un po' annoiato. Mr. Robot, con gli hacker e le cospirazioni che ogni tanto fanno perdere il filo, non era cosa per Mr. Ink. Finché, in tv, non è spuntato il provvidenziale spot con Belén. Vestita ho fatto fatica a riconoscerla, ma era proprio lei quella che in una pubblicità di Premium, mentre era in videochat, veniva presa d'assalto da un attacco informatico, e voilà. Elliot Alderson, con un click, la eliminava dai social. Amici blogger, mi dispiace, ci voleva la Rodrìguez. Grossomodo, mi sono dato al recupero per due nobili motivi. Se un giorno facessi una passeggiata con la bella soubrette argentina, saprei di cosa parlarle – qualcosa mi lascia intuire, infatti, che non sia ferratissima in fatto di libri. Soprattutto: se le magagne di un personaggio smanettone e psicotico le capiva lei, perché io no? Con mio fratello, così, mi sono messo sul divano a Pasqua e in un paio di sedute abbiamo saputo cosa ci eravamo persi. Il cyber thriller che ha conquistato perfino gli inconquistabili, in maniera assai più complicata, parla di un programmatore che, in compagnia di un gruppo di insofferenti underdogs, mette su un piano per salvare il mondo e far fallire le banche. Banche che, nostra segreta rovina, sono le stesse che in 99 Homes e La grande scommessa facevano ora vittime e ora allibratori miliardari. Underdogs capitanati dal signore del titolo, che ha i tratti di una Christian Slater sulla retta via, e che si ritrovano a confabulare in una sala giochi nei pressi di Coney Island. Spiccano a colpo d'occhio una regia gelida, una scrittura cervellotica e una voce narrante che ipnotizza sul serio. Al giorno d'oggi, ci si meraviglia ancora per banchieri ladroni e serial tanto ben fatti? Direi di no, ci sono i quotidiani online e l'abbonamento Netflix, però Mr. Robot può contare su guizzi il cui genio è incommensurabile, un creativo commento musicale e lo sfuggente Elliot, interpretato da un Rami Malek – lo ricordo con un sorriso, lui, nella comedy The war at home – stupefacente. E la scelta dell'aggettivo non è un caso. Il protagonista, antieroe misantropo e taciturno, è dipendente da morfina; vive di crisi e trip. Confessa i suoi demoni a un'analista che è lui, sotto sotto, a psicanalizzare e dialoga con lo spettatore. Noi, dall'altra parte dello schermo, siamo i suoi amici immaginari. Anima gemella di Lisbeth Salander, lo seguiamo ma non troppo in complotti alla V per vendetta – la serie, nella conclusione, ha i tratti dell'ucronia – e, lui che odia tutto e tutti, ci diverte con poligoni sentimentali irrealizzati. Non schiva infatti le attenzioni di una sexy hacker, della dirimpettaia spacciatrice e di un'amica di infanzia a cui è legato da un lutto simile. Tra i dirigenti della Evil Corp, si inimicherà un personaggio che Bret Easton Ellis amerebbe come un figlio: lo svedese Martin Wallstrom è Tyrell, trasgressivo e ambizioso uomo d'affari con una Lady Macbeth al seguito. Qualcuno suggerisce una somiglianza con Hannibal Lecter e Patrick Bateman? Mr. Robot è interessante, ostico e matto come da programma; a mio dire, però, meno bello di quanto si legga. L'ho detto dell'ultimo Tarantino, che aveva trasformato un caffeinomane in un narcolettivo, e mi ripeto. Il promettente Sam Esmail – già autore della rivelazione Comet – omaggia Palahniuk e Saramago, Fight Club e Enemy, e il suo protagonista cammina nella Time Square deserta di Vanilla Sky. Apprezzo la citazione quando dura poco, io, e se a fare da contraltare c'è uno scipt solidissimo: qui c'è, Esmail è un raro talento, ma, da ignorante in materia, di ciò che ha messo lui – un linguaggio tecnico, tastiere supersoniche, giustizieri come gli Anonymous – ho colto l'essenziale. Mia cara Belén, e Lisa, Marco e StepHania, con la seconda stagione vi saprò dire quello che ho capito. Qui abbondano i vuoti di memoria e i buchi narrativi. Confido ci capirò un bit di più. (7,5)

Ivy Moxam, tredici anni, viene rapita e segregata in uno scantinato. Voleva marinare la scuola, quel giorno, e si trova a vivere l'incubo. Ivy, ormai ventiseienne, sbuca correndo da un'anonima villetta a schiera della periferia londinese. Scalza, scarmigliata, in pigiama. Tredici anni dopo, riesce a scappare. Come nel meraviglioso Room, che nella seconda metà raccontava l'inserimento del dolcissimo Jack e della sua Ma' in una società estranea, anche Thirteen – miniserie britannica scritta bene e realizzata meglio ancora, con la sua fotografia slavata e una colonna sonora inconsueta – parla di una superstite che, all'indomani della fuga, tenta di trovare il proprio posto in un mondo che non riconosce più. Cosa ne sarà stato dei suoi compagni di scuola; cosa della sua famiglia perfetta? La protagonista porta fuori dalla sua cella traumi e segreti. A casa, la attendono altri dolori: due genitori separati, una sorella minore che sta per convolare a nozze, un fidanzatino che si è sposato quando invece le aveva promesso amore eterno, amicizie dalla vita breve e interrogatori insistenti. Se c'è la BBC a produrre, saranno tante l'accuratezza psicologica e le figure di contorno, che qui fanno di tutto per proteggere Ivy da delusioni e speranze infrante. Quanto è impegnativo agire in nome del suo bene? E cosa nasconde? Cinque puntate di un'ora ciascuna, personaggi umani e, soprattutto, una protagonista straordinaria per questo dramma giallo a cui non mancano il ritmo e i colpi di scena. Al contrario di quello che accadeva all'Old Nick della trasposizione del romanzo di Emma Donoghue, in Thirteen il mostro è però a piedi libero. Si lascia dietro un corpo murato nello scantinato, scarsi indizi, un'ennesima famiglia in lacrime: per riavere Ivy, ha rapito un'altra bambina. Si intrecciano attimi di vita quotidiana e indagini e, mentre la protagonista non ce la racconta troppo giusta, si arriva pian piano a capire il disegno globale. Un'immagine che, a onor del vero, sorprende poco. Thirteen si riserva i sussulti per le prime puntate – scelta strana – e, nell'epilogo, si rivela meno intricato e ambiguo di quanto sembrasse. Un'ordinaria storia d'orrore, con una novella Natascha Kampusch a fare da cardine e, per il resto, le sottili conseguenze della Sindrome di Stoccolma. In soldoni: la miniserie è una versione non trash di Finding Carter, un Room senza brividi. Piace, però, per quella Bristol che non ha detective perfetti, soluzioni improvvise, e per Jodie Comer, di cui alla fine mi sono un po' innamorato. Spettrale e espressiva, senza un filo di trucco, mi ricorda la cantante Birdy – altra mia storica cotta – e le bellezze inquiete del cinema di Burton. (7)

mercoledì 17 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Room, Il caso Spotlight

Miglior film, Regia, Attrice, Sceneggiatura non originale
Una mamma prigioniera, un figlio che non ha mai visto l'esterno. Dopo la fuga, il miracolo impensato di una seconda infanzia per il piccolo Jack - tra i narratori più dolci in cui mi sia mai imbattuto – e anche per noi lettori. A volte, troppo presi dal resto per accorgerci di quanto sia azzurro il cielo e di quanto grande, ma spaventoso sia invece il mondo. Là fuori, piccoli principi - sui loro pianeti a forma di capanno degli attrezzi - e orchi famelici. Mi era piaciuto raccontarvelo come una fiaba, a parole mie. Un ricordo per un ricordo, scambio equo, e una panoramica personalissima su undici metri che racchiudevano tutto l'amore e tutta la speranza di questa nostra folle umanità. Nella Stanza, c'è però chi ci ritorna. Ho letto il bestseller di Emma Donoghue a dicembre e l'ho incoronato senza doverci pensare su romanzo dell'anno; dalla mia palla di vetro, da petto e stomaco che scalpitavano all'unisono, vi avevo anticipato la sua necessaria presenza alla notte degli Oscar, dopo la calorosa accoglienza a Roma e il premio alla migliore attrice protagonista ai Golden Globes. Lo avevo letto in cerca del meglio – sull'innocente Jack, così minuto eppure così forte, il fardello di un triste inizio e delle mie aspettative astronomiche – e, di lì a poco, avrei visto la trasposizione cinematografica a cura di Lenny Abrahmson, già autore del dissacrante Frank, con simile ansia. Se Revenant era un'americanata senza fantasia e Brooklyn una commedia retrò dallo scarso mordente, in Room cercavo la potenza e l'originalità di cui il cinema indie è naturalmente capace. Il miglior film della competizione, o almeno il mio - amante, al contrario dell'Academy, del cinema di nicchia, più della sostanza che della forma e di emozioni che, nel tempo, non ti tradiranno. Room, rimaneggiato, è altrettanto struggente e trasognato. Una trasposizione rispettosa e calzante di un racconto che si articola in due parti: la vita dentro, sotto chiave, e l'avventuosa conquista del fuori. Ma dove si sta meglio e dov'è più facile volersi bene? Per vivere in questo mondo, ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, invece, per sopportarla – la vicenda infatti sconvolge, ma i toni sono quelli delicatissimi in cui confidavo sin dall'inizio - basta guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay, grandi e stupiti, mentre contempla un cielo di un colore sconosciuto, ritagliato tra i fili del telefono, i rami secchi, la ruggine del pick up del padre assassino. Ancora in cattività, ma presto libera, una intensa Brie Larson: la notevole somiglianza fisica, la confidenza e l'intimità di un piccolo set, di una piccola stanza, rendono i due attori metà combacianti e parenti di sangue. Lui, ancora più di lei, è un ometto da applausi: inspiegabile la sua mancata candidatura. E Leo, al posto tuo, avrei avuto paura del prodigioso Jacob. Si sorride, inteneriti. Si piangono fiumi di lacrime, ma sono sincere, e scorrono più per le cose belle che per quelle brutte. E nel dramma madre-figlio di Abrahmson, nonostante la rabbia e il disgusto, c'è davvero tanto per cui gioire: l'amore non ha confini, la stanza è un buco arredato alla bell'e meglio, ma il film del regista irlandese sa essere immenso. Ciao Ma', sii forte, e ciao Jack, di mezza spanna già più alto. Sapete che in sala sta per passare una perla tutta schegge e speranze che parla niente meno che di voi? Arriverci Letto, arrivederci Armadio, arrivederci Specchio; a tutti, addio. Anche a te, cuore, che ormai dici di voler restartene lì, per un altro po'. (8,5)

6 Nominations 
Siamo negli anni ottanta e, in una commissariato di Boston, c'è una mamma interrogata, insieme al figlio. Il bambino è stato molestato - e da chi, all'epoca, non ti saresti aspettato mai. Il suo aguzzino indossava l'abito talare. Ma il crimine non poteva essere denunciato: si seppelliva la verità sotto mucchi e mucchi di sabbia, se poteva creare scandali mediatici. Per il sacerdote, il minimo indispensabile della pena: il trasferimento presso un'altra parrocchia. E lì, come riveleranno i coraggiosi giornalisti del Globe, altre vittime innocenti, altri occhi chiusi, altre menzogne. Sono trascorsi quasi vent'anni e siamo precisamente agli inizi del nuovo millennio, quando nella redazione di un quotidiano locale arrivano un nuovo direttore e, dal passato, uno scoop. All'incirca, le statistiche dimostrano che il sei percento dei sacerdoti, almeno una volta, ha abusato di un loro piccolo parrocchiano: un chirichetto, il bambino più timido che frequenta il gruppo del catechismo, un fragile dodicenne che ha confessato al parroco gli ingenui sospetti sulla propria omosessualità... Fatte le debite proporzioni, nel capoluogo del Massachussets dovrebbero essere quasi novanta i preti tacciati di pedofilia. Invece, risultavano dieci scarsi quelli implicati in lunghi casi giudiziari che si erano conclusi o con l'omertà, o con un irrisorio risarcimento danni. E gli altri ottanta a piede libero, ma mai denunciati? Cos'era stato, soprattutto, di quei minori che per vergogna non avevano chiesto prima giustizia? Spotlight, presentato in anteprima a Venezia, premiatissimo e nominato nelle maggiori delle categorie, è un thriller che ruota intorno alle indagini di un manipolo di tenaci reporter statunitensi, invischiati in un caso che sfugge, disgusta, mette a dura prova i nervi. All'inizio, hanno pochi nomi e tanti nemici. L'indagine è circostritta e delicata. Da metà in poi, lo scandalo pedofilia supererà i confini nazionali e, nel mirino, il vicino di casa, il vecchio insegnante di religione, il Vaticano. E la Chiesa che, potente e corrotta associazione a delinquere, intima che si faccia al più presto silenzio. Tom McCarthy, ispirandosi a un'indagine Premio Pulitzer, scrive e dirige un film d'inchiesta che ha, dalla sua, insieme a una storia spinosa e quantomai attuale, un cast d'eccezione. Prevalgono la dimensione corale, la portata della notizia e la ricerca dei sopravvissuti al tocco ignobile di alcuni adulti, piuttosto che le singole storie dei giornalisti in azione. I riflettori saranno puntati, dunque, sui dati nudi e crudi e sui resoconti delle vittime, non su prove attoriali piene di discrezione, tatto e naturalezza – Keaton, Schreiber, Tucci e Crudup non sono meno soprendenti, infatti, del sempre grande Ruffalo e di un'anonima Rachel McAdams. Le vittime, bambini bisognosi e taciturni a cui un cattivo sacerdote, un orco, aveva rubato l'innocenza e, peggio, la Fede nel prossimo. Non ci sono religioni giuste o sbagliate, non c'è un Padreterno che vendica in questa vita – e nell'altra? - i torti subiti: la colpa, conferma il lucido e analitico McCarthy, è degli uomini. E lo fa con uno stile cronachistico, valido e incalzante, ma con il taglio di un documentario. Spotlight, percio, seppure fruibile e schietto, è un film d'inchiesta che ha riflessioni e dita puntate, ma non il guizzo. Incontrovertibile e ingiudicabile. Non la mia idea di miglior film, laddove l'attinenza ai fatti e il forte realismo lasciano da parte il piacere di una storia – vera o falsa che sia – raccontata con personalità, assieme ai non trascurabili benefici della quarta parete, qui assente. Ci perde Dio, sotto accusa. Ci perde l'essere umano, vile. E quando ci guadagna qualitativamente parlando il cinema, se trionfa la verità? (6,5)

lunedì 28 dicembre 2015

Book Awards 2015 - Cosa ho letto e cosa [forse] non avrei dovuto leggere

L'ultima settimana dell'anno è cominciata e, come da tradizione, possono avere inizio i famosi listoni. Da quando si chiacchiera, da queste parti, anche di cinema e telefilm, non soltanto sulle migliori letture – purtroppo per me. Il purtroppo è perché, nel fare bilanci, intervengono l'amnesia e la mia storica indecisione. Farò bene? Avrò dimenticato qualcosa, strada facendo? Sui miei libri preferiti – e quest'anno ne ho letti novantasette in tutto, compresi alcuni testi teatrali e Carol, di Patricia Highsmith, a cui prossimamente dedicherò un post per l'imminente trasposizione – non ho dubbi. Si parte, dunque, da qui: un podio ragionato e, a precederlo, sette titoli non disposti secondo un ordine rigidissimo. Alla fine del post, dopo il romanzo vincitore, qualche lettura che è rimasta fuori dalla lista e che, per meriti o demeriti, ricorderò insieme a voi. 
E la vostra Top 10, invece? 
 Amedeo, je t'aime:I dipinti di Modigliani e il romanzo di Francesca hanno gli stessi identici occhi. Occhi stretti e umidi. Senza segreti, quando si parla di Jeanne Hébuterne. L'unica creatura dallo sguardo azzurro mare, in un mondo imperscrutabile di orbite insonni.
 Suite francese: Una vinta tra tanti racconta i vincitori, con la leggerezza di chi guarda le cose dalla giusta distanza e non mette chincaglierie, a nascondere le crepe delle nostre contraddizioni e i fiori della loro indulgenza.
 Still Alice - Perdersi: Un countdown da incubo, che finisce con l'amore. E con l'Alzheimer. Se l'amore – secondo la leggenda, dalla parola latina “mors”, morte, con una particella privativa davanti – davvero è vita eterna.
 Dante e Aristotele scoprono i segreti dell'universo: La bellezza della prima edizione Loescher – che porta un romanzo sull'omosessualità tra i banchi di scuola - ci mostra che la cultura è libertà. Il posto nel deserto che solo noi, un filosofo greco e un poeta fiorentino conosciamo. Stesi nel cassone di un pick up, a contemplare quelle stelle che, secondo un altro Dante, l'amore stesso muoveva.
 Acquanera: Rimane accanto, prepotente e spietato, come una macchia sul soffitto.
L'amica geniale: Arduo dire quanto sia capolavoro davvero e quanto pensi sia capolavoro per tutti gli altri che l'hanno definito tale prima di te. Elena Ferrante, all'altezza della sua notorietà, non delude, con un album di foto seppia considerato, dai molti, già una specie di piccolo classico. Dai molti, più uno.
Ti prendo e ti porto via: Le pagine sono cinquecento in tutto, la giostra fila nella notte e, dopo l'ennesima sbandata, degli scossoni perdi il conto esatto. E no, non turba nel senso che si rivela un libro triste, e quindi resta impresso perché le cose tristi, alla gente come me e voi, piacciono un mondo. Ma turba nel senso che c'è il cielo sereno e poi grandina. Perturba.
3. Il ladro di nebbia: Quante domande, quante storie in una e, soprattutto, quanta bravura. L'arzigogolata e romantica storia infinita di Lavinia ha i toni surreali - i capelli multicolore e i "se mi lasci ti cancello" - del cinema di Gondry, i mondi fatati di papà geniali, paesi delle meraviglie e maghi di Oz in quantità. Una favola di esordio - in tutti i sensi possibili.
2. On Writing: L'esplorazione del profondo di Stephen King.
1. Stanza, letto, armadio, specchio - Room: Quanto amore possono contenere undici metri? Quanto bene e quanto male queste trecento pagine? Il miracolo raro del mondo visto per la prima volta. Come se Emma Donoghue ci avesse regalato un paio di occhi nuovi – e ogni tanto si inumidiscono – e tutta la speranza che serve. In attesa di vederlo, presto, anche al cinema.” 

I premi di (s)consolazione?
Thriller/ horror: La gemella silenziosa, di S.K. Tremayne
New adult: La nostra ultima canzone, di S.K. Falls
Young adult: Fino alla fine del mondo, di Tommy Wallach
Urban fantasy/distopico: Chaos - La fuga, di Patrick Ness
Romanzo storico: Il miniaturista, di Jessie Burton
Non solo per bambini: Il favoloso libro di Perle, di Timotée De Fombelle
Risate assicurate: L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome, di Alice Basso
La migliore storia d'amore: Un amore di carta, di Jean-Paul Didierlaurent
Il romanzo più... boh: Il manifesto degli attori anonimi, di James Franco
Shock: The Bunker Diary, di Kevin Brooks
Sta' senza pensier”: Giulia 1300 e altri miracoli, di Fabio Bartolomei
Guilty Pleasure: Io, Romeo e Giulietta, di Rebecca Serle
Guarda un po' chi si rivede – i sequel belli: Albion – Ombre, di Bianca Marconero
Be', dai, ci siamo visti – i sequel meno belli: Raven Boys – Ladri di sogni, di Maggie Stiefvater
Tanto rumore per nulla - la sòla suprema: La ragazza del treno, di Paula Hawkins

giovedì 10 dicembre 2015

Recensione: Stanza, letto, armadio, specchio - Room, di Emma Donoghue

Noi ci riconosciamo anche al buio, vero?

Titolo: Stanza, letto, armadio, specchio – Room
Autrice: Emma Donoghue
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 341
Prezzo: € 19,50
Sinossi: Jack ha cinque anni e la Stanza è l'unico mondo che conosce. È il posto dove è nato, cresciuto, e dove vive con Ma': con lei impara, legge, mangia, dorme e gioca. Di notte Ma' chiude al sicuro nel Guardaroba, e spera che lui dorma quando il Vecchio Nick va a fare loro visita. La Stanza è la casa di Jack, ma per Ma' è la prigione dove il Vecchio Nick li tiene rinchiusi da sette anni. Grazie alla determinazione, all'ingegnosità, e al suo intenso amore, Ma' ha creato per Jack una possibilità di vita. Però sa che questo non è abbastanza, né per lei né per lui. Escogita un piano per fuggire, contando sul coraggio di Jack e su una buona dose di fortuna, ma non sa quanto potrà essere difficile il passaggio da quell'universo chiuso al mondo là fuori...
                               La recensione
Noi non apparteniamo a lui”. “Giusto.” 
Il dottor Clay sorride. “Sai a chi appartieni, Jack?” 
“Sì-ì.” “A te stesso.” Si sbaglia, io appartengo a Ma'.
Jack ha imparato presto a contare. Ha venti denti – li sfiora con la lingua, per prendere sonno e qualche volta, quando perde il conto, risultano diciannove, il che vuol dire ricominciare da capo – e cinque libri, con più figure che parole. La sua Ma' è vecchissima – ha ventisei anni e i denti che ballano tutti, per via delle mancate cure dentistiche – e, insieme, vivono nella Stanza. Undici metri quadri, in cui gli oggetti, come fossero gli amici di sempre, hanno un nome proprio – senza l'articolo determinativo davanti, la prima lettera scritta in maiuscolo – e in cui la Faccia di Dio, una sfera gialla che si oscura quando il cielo è coperto, entra dall'unica finestra nel tetto. Sul tappeto, una macchia scura scura. Il sangue di Ma', quando Jack è sceso giù dal Cielo ed è venuto al mondo. E cos'è, poi, il mondo? Il mondo è il Fuori, ma tanto esiste solo in televisione. Finché arriva il suo compleanno e Jack è abbastanza grande per conoscere finalmente la verità. Le bugie vanno dette, se a fin di bene, e Ma' gli ha mentito a lungo. Oltre la Stanza, oltre Porta, c'è qualcos'altro. A negare loro la libertà, Old Nick. Jack non l'hai mai visto in faccia – Ma' lo chiude nell'armadio, quando la porta fa bipbip, e urla all'uomo le cose peggiori, se solo osa avvicinarsi al piccolo – e non capisce perché le molle del letto cigolino cinquanta, cento volte, prima che l'ospite indesiderato ritorni da dov'è venuto. Portando via l'immondizia e lasciando sacchetti pieni di spesa. Permettendo a Jack, qualche volta, di scegliere il Premio della Domenica, quando un'altra settimana termina. “Ricordi come va a finire Il conte di Montecristo?”, gli domanda il giorno del suo compleanno Ma', che l'ha cresciuto con l'esercizio fisico, le prove di coraggio e i resoconti di straordinarie storie di fuga. Sarà Jack, la cui fortitudine, come ci direbbe lui, si annida in una chioma folta e indomabile quanto quella dell'eroe del mito greco, a fare però un regalo all'amata mamma, con l'arrivo dei cinque anni. La libertà. Qual è il vostro primo ricordo in assoluto? Io avevo compiuto due anni da qualche mese e ricordo di essermi svegliato al buio. Quello non era il mio letto. Ho iniziato a piangere, inconsolabile, e la luce si è accesa, nella solita stanza di sempre. Ma accanto a me c'era mia nonna, non mamma, e senza di lei tutto mi sembrava vuoto. Il letto era quello, ma più strano. Senza i corpi dei miei genitori a destra e sinistra, che mi tenevano stretto come in una confortante parentesi, io che facevo? Nonna Angelina – la mia nonna paterna che non c'è più da qualche anno e di cui, grossomodo, conservo giusto questo ricordo, avendola conosciuta poco, per i rancori degli adulti – continuava a ripetermi in dialetto che mamma era andata all'ospedale, a comprare un bambino. Il rigonfiamento sotto la sua maglia era mio fratello. Ero curioso di conoscerlo? 
Così tanto che, quando lo vidi, chiesi di poterlo buttare nella betoniera dei muratori. Mi permisero di scegliere il nome – e mio fratello si chiama Diego, cosa che vi sorprenderà, perché amavo i cartoni di Zorro, non perché in famiglia tifassero Napoli – ma, per forza di cose, non acconsentirono al'infanticidio. Volevo fare il muratore, all'epoca, e il movimento dell'impastatrice mi ipnotizzava. La mamma di Gesù aveva lo stesso nome della mia, imparai presto, e della scuola, non in ordine cronologico, ricordo lo straziante primo giorno – mia madre che piangeva vedendomi piangere, l'inevitabile distacco – e Diego, il famoso bambino sottratto alla betoniera, che prendeva il latte dal suo seno. Preferiva il sinistro, come Jack; l'altro bleah. E, come Jack o quasi, si sarebbe fatto allattare fino a una veneranda età. All'asilo, si puliva la bocca con la manica del grembiule a quadretti azzurri e bianchi, prima di correre a combinare guai. Stanza, letto, armadio, specchio – titolo splendido, libero adattamento dell'inglese Room – è un romanzo che ho scoperto per caso e desiderato fortemente, dopo che l'omonimo film aveva commosso il Festival di Roma, lo scorso autunno, e prima che la sicura presenza agli Oscar, a febbraio, mi intimidisse un po', per le attenzioni rinnovate, le immancabili ristampe dal prezzo alto, le luci della ribalta. Uscito cinque anni fa e pagato cinque euro su Ebay – cinque, tra l'altro, è il numero preferito di Jack -, parla di una vicenda agghiacciante di rapimento, violenza sessuale, prigionia, la cui massima originalità è data dai toni delicatissimi e da un narratore speciale. E' un thriller psicologico, ma sembra una fiaba per la buonanotte, la storia che mi ha fatto pensare ai miei primi ricordi e a come, in ognuno di essi, fosse presente la mia mamma. 
La disegnavo enorme – più grande di papà, più alta delle montagne – con i pastelli ben temperati. Me la volevo addirittura sposare. I ricordi sono più dolci della realtà e il romanzo di Emma Donoghue, qui autrice magistrale, è claustrofobico e terrificante per le prime duecento pagine. Però, e se ve lo dicessi dal vivo la mia voce tremerebbe, perché è un pensiero che mi colpisce molto, ha in Jack – tenuto all'oscuro dalla verità, frutto degli strupri reiterati ai danni di una studentessa segregata in un capanno - la sua unicità. Tutto è un gioco: chiudere gli occhi, non muoversi, urlare forte. Come in La vita è bella, in cui le buffe scuse di Benigni, le sue allegre menzogne, servivano a Giosuè per vivere con spensieratezza la tragedia dei campi di concentramento. Il premio, ambitissimo: il carro armato degli alleati americani. Si seguono con il cuore in gola, così, i tentativi di fuga di Jack e, nella seconda parte, questo novello Piccolo Principe mette per la prima volta il naso fuori. E il romanzo, dallo sguardo animato da meraviglia pura, raccontato ad altezza bambino, travolge per la novità delle percezioni, le esplorazioni vaganti dei cinque sensi, la vastità sconfinata del mondo esterno. I parenti stretti, strette anche le scarpe. Le macchine, i dentisti, lo zaino rosa di Dora l'Esploratrice, le forbici, lo spettacolo del mare, la pioggia in cui si teme di affogare. Essere lontano da Ma', spesso, e lei che si dispera per le domande dei giornalisti d'assalto. Perché non ha mai provato a chiedere al suo aguzzino di portare via il bambino, per assicurargli un futuro normale? Ha mai pensato, mossa dall'orrore per gli abusi, di soffocarlo con un cuscino? Jack ha qualche problema con il participio passato, i superlativi assoluti e fa divertenti sandwich di parole. Con tutto il candore e la saggezza dei suoi anni, però, è tra i narratori più teneri e indimenticabili che incontrerai in vita tua. Protagonista di un legame simbiotico, che il Fuori metterà alla prova per dispetto, e di un romanzo che è lui sputato. Fresco e sincero. Pieno di domande, soprattutto, in cerca di risposta. Quanto amore possono contenere undici metri? Quanto bene e quanto male queste trecento pagine? Stanza, letto, armadio, specchio è il miracolo raro del mondo visto per la prima volta. Come se ci avessero regalato un paio di occhi nuovi – e ogni tanto si inumidiscono; chissà come si toglie via la ruggine dalle ciglia – e tutta la speranza che serve. Un'altra infanzia ci viene restituita, recuperata sana e salva dall'ufficio oggetti smarriti della nostra memoria.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Damien Rice – One (U2)


"One Love. One Blood.
One Life. "