Aiutala.
Lib si scoprì a pregare un Dio in cui non credeva.
Aiutami. Aiutaci
tutti. Silenzio.
Titolo:
Il prodigio
Autrice:
Emma Donoghue
Editore:
Neri Pozza
Numero
di pagine: 301
Prezzo:
€ 17,00
Sinossi:
Irlanda,
seconda metà dell’Ottocento. L’infermiera Lib Wright, una
veterana della guerra in Crimea formatasi all’illustre scuola di
Florence Nightingale, è appena giunta nelle Irish Midlands
dall’Inghilterra. A convocarla è stato un comitato capeggiato dal
dottor McBrearty, il medico della Contea. Il caso sottopostole è
quanto mai insolito: Anna O’Donnell, una bambina in perfetta
salute, afferma di non toccare cibo dal giorno del suo undicesimo
compleanno, quattro mesi prima. Un vero e proprio «prodigio
vivente», che non manca di attirare stuoli di fedeli da tutto il
mondo, impazienti di vedere con i propri occhi la bambina che
sostiene di nutrirsi soltanto di manna dal cielo.
La recensione
Nell'inverno
di due anni fa, nel prologo del peggio che sarebbe venuto,
leggevo Stanza, letto, armadio, specchio.
Cosa rara, ho pianto dall'inizio alla fine. E, se fai il pendolare e
pilucchi pagine e capitoli sui mezzi pubblici, saprete che non è il
massimo. Che gli occhiali scuri non bastano. La storia di Jack e
della sua mamma, prigionieri di un incubo e salvati dalla forza della
tenerezza, mi aveva commosso anche sul grande schermo. Quanto ho
potuto volerle bene? Emma Donoghue – autrice del miglior romanzo
del mio 2015 e sceneggiatrice del mio miglior film dell'anno
successivo – ho preferito non rileggerla nell'immediato. Quando
conosci uno scrittore, quando ti piace tanto, fa strano immaginarselo
alle prese con qualcos'altro. In questo caso, con un narratore che
non avesse cinque anni e la meraviglia negli occhi. Torno a parlare
di un romanzo della Donoghue, così, qualche tempo dopo. Complice
l'uscita del Prodigio,
l'infallibile Neri Pozza e una fascetta promozionale in cui il sommo
Stephen King mi dava la sua parola – mi aveva già messo sulla
retta via, però, un'amica scrittrice che si è presa cura
dell'edizione italiana.
Ambientata nell'Irlanda del
tardo '800, la storia segue l'arrivo di un'infermiera inglese in
un villaggio intriso di superstizione. Lib ha appena
trent'anni ma una profonda conoscenza della sofferenza: ha prestato
servizio in Crimea, porta il lutto sugli abiti. Da persona pragmatica e riservata, non dovrà mai prendersi a
cuore il suo caso: Anna O'Donnell, l'undicenne che da quattro mesi
pare non tocchi cibo. Miracolo o truffa? I suoi compaesani, gretti e
creduloni, credono che la bambina sia in odore di santità. Lì si leggono le Scritture
prima di andare a dormire, si parla con i santi e le madonne. Si
pensa che i boschi siano popolati di fate e folletti. Ci si guadagna
il paradiso a suon di rinunce. Terra superstiziosa e umida,
flagellata dalla pioggia battente e dalle carestie, l'Irlanda ha foto dei morti
in soggiorno, messi in posa come fossero ancora di famiglia. Tutti si conoscono. E, pensa la protagonista, per questo si
proteggono a vicenda. L'agnostica Lib, facendo a turno con una suora
di opposte vedute, si dà a un'osservazione scrupolosa e
reiterata dei sintomi, delle ricadute e dei rari progressi della
digiunante. Anna: un nome palindromo e una religiosità
medievale. Un Dio che è paura, non amore. Un corpo che è considerato impedimento troppo pesante per salire in cielo. Inquietante e affascinantissimo, Il
prodigio è un romanzo che fa pensare. Il mistero di Anna,
tuttavia, dura brevemente.
La sua ambiguità è svelata in fretta,
anche se per i suoi moventi (si dovrà fare i conti, a tal
proposito, con lo shock del finale) vengono rivelati soltanto a poche
pagine dalla conclusione, in un vaneggiamento che si fa confessione.
Questa Emma Donoghue sembra un'altra scrittrice. Chi sa dare voce a
un bimbo innocente senza dare la triste impressione di scimmiottarlo,
di fargli il verso, è infatti in grado di celare le difficolta di
un'esemplare ricostruzione storica dietro una prosa fiume. L'autrice sceglie di
giocare a carte scoperte e, al pari della sua eroina introversa, tende a fornirti qualche dettaglio (nozioni mediche,
descrizioni paesaggistiche) negandotene altri. La
lettura, colpa mia e di un esame da preparare in due settimane, si è
trascinata più lenta del previsto. Ne ho sciupato l'intensità -
questione di momenti sbagliati -, e qui e lì ne ho risentito. Troppi
giorni per giungere all'epilogo. Troppo tempo per
pensare che era bello, ma non quanto il precedente.
Il paragone non dovrebbe nascere: sono storie
diversissime. Ma, capirete, sorge da sé. La terza persona suggerisce
una narrazione più ad ampio respiro, ma la prima ti parla nella testa e con la tua stessa voce. Tornano le infanzie abusate, la tragedia di
un'altra piccola anima incarcerata, però la via crucis di Anna –
dolente come la protagonista del tedesco Le stazioni della
fede e trattenuta come la sua rigida educazione prevede – non mi ha scavato dentro. Il prodigio e
i suoi protagonisti, a tratti, mi sono parsi sconosciuti. Mi sono
piaciuti in ritardo. Dopo un'ampia prima parte che non si
distacca molto dalla quarta di copertina. Quando Anna si
abbandona a se stessa e la fame, la rabbia verso la miopia dei
grandi, prendono il sopravvento. Allora affiora l'emotività. Insieme all'istinto materno di chi ha l'occhio dell'entomologa, ma è
prima d'ogni altra cosa una donna. Dunque, naturalmente tagliata per la vita.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Birdy – Not About Angels