Visualizzazione post con etichetta Paolo Giordano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paolo Giordano. Mostra tutti i post

mercoledì 7 dicembre 2022

Recensione: Tasmania, di Paolo Giordano

| Tasmania, di Paolo Giordano. Einaudi, € 19,50, pp. 258 |

Ai miei studenti, nell'ora di epica e mitologia, ho rivolto una domanda: cosa portereste con voi in caso di giudizio universale? A casa, qualche giorno dopo, correggendo a penna rossa i loro temi, mi sono trovato a sorridere della banalità di alcune risposte: cellulari, trucchi, profumi... Forse, però, sorridevo soltanto di me stesso. Cosa avrei scritto al posto loro? Cosa mi affannerei a salvare? Cambierei forse hobby e priorità in prossimità dell'apocalisse? La fine del mondo è già qui, ci rivela l'ultimo libro di Paolo Giordano. Tasmania, a metà tra il saggio e l'autofiction, è un decalogo minuzioso del peggio che ci è capitato in questi folli anni: gli attentati terroristici, il Covid-19, il riscaldamento climatico, gli scandali sessuali. Il narratore, presumibilmente lo stesso Giordano, è un uomo di scienza prestato alla letteratura.

Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere.

Ha compiuto da poco quarant'anni, è in crisi esistenziale e, in un pianeta in crisi, fa ricerche su ricerche per il suo prossimo successo: un libro sulla bomba atomica. Esorcizza la paura con la paura. Con un software online simula l'esplosione di un ordigno sul tetto della propria casa e fa una conta approssimativa dei danni. Sempre online, non visto, cerca video di decapitazioni. Nell'altra stanza c'è Lorenza, la compagna di qualche anno più grande, già madre di un adolescente in partenza per gli Stati Uniti, che vorrebbe un altro figlio prima dell'arrivo della menopausa. E altrove, sparsi in giro per il mondo, ci sono amici e conoscenti che si innamorano, si tradiscono, flirtano, sabotano la loro carriera per una parola di troppo, premettono il sesso alla vocazione, si prendono, si mollano e infine si ripigliano.

Per poter scrivere non bisognava prima di tutto, forsennatamente, vivere?

Viviamo, smarriti, in un tempo pre-traumatico. Patiamo l'ansia sociale, la sindrome di Cassandra, i notiziari. Siamo spacciati. Allora perché, come i miei studenti – superficiali o forse soltanto pragmatici –, continuiamo a badare al superfluo? Perché, come Paolo e i suoi amici accademici, nutriamo quest'insensata ossessione per il futuro? Perché la vita, nonostante tutto? Di recente anche al cinema con il bel Siccità, di cui è stato sceneggiatore accanto a Paolo Virzì, l'autore piemontese continua il suo viaggio fra le ansie della nostra generazione. Ne viene fuori una lettura dal taglio divulgativo, all'apparenza distante da quelle che solitamente preferisco intraprendere, ma capace di toccare corde tutte sue – e tutte nostre. In caso di giudizio universale, mi porterei dietro beni di prima necessità e un libro così: un manualetto dotto, poetico e autoironico, sull'arte del reinventarsi e sul vizio della speranza. È possibile trovare scampo dal presente, dagli altri esseri umani, dalle responsabili della vita adulta? Giordano ci fornisce indicazioni preziose sulle vie di fuga. I più ricchi si stanno già procurando stanze antipanico superaccessoriate e navicelle spaziali. A noi non restano che le coordinate per raggiungere la Tasmania, novella terra dell'oro in cui Nick Cave ospitò il suo primo concerto all'indomani della straziante perdita del figlio. E gli abbracci spaccaossa delle persone che amiamo: che sono bunker antiaerei; che son casa.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Andrà tutto bene

giovedì 1 luglio 2021

Recensione: Tre gocce d'acqua, di Valentina D'Urbano

| Tre gocce d’acqua, di Valentina D’Urbano. Mondadori, € 19, pp. 372  |

Alla nascita l'hanno chiamata Celeste per via della sua pelle traslucida, pallidissima. Successivamente è stata ribattezzata Riccio di mare: da bambina, affetta da osteogenesi imperfetta, si è scoperta fragile e in balia della corrente. A suo fratello Pietro – più grande di una decina d'anni, figlio dello stesso padre ma di una madre diversa – la protagonista deve tutto, compreso il nome. Protetta da un esoscheletro di sarcasmo, isolata dal resto dei coetanei per scongiurare litigi, Celeste nutre un'adorazione viscerale verso il ragazzo, con cui condivide la camera e i dolori. Lui, ribelle e impegnato sin dall'adolescenza, giura di proteggerla da tutto. Ma le ossa di Celeste sono cave, come quelle degli uccelli, e basta poco a incrinarle: un salto di trenta centimetri dallo scivolo le rompe una gamba; colorare energicamente un disegno le spezza le dita. Cosa potrebbe accadere dall'incontro-scontro con Nadir – suo coetaneo, fratello di Pietro –, che nelle estati in piscina a Feudi gioca ad affogarla? Con gli occhi di colori diversi e il viso scavato dall'acne, spigoloso dentro e fuori, Nadir è una bestiaccia maleducata dai modi pericolosi: nella collisione fatale quei due potrebbero ammazzarsi; potrebbero amarsi.

Guardo i miei nove anni impressi sulla pellicola dalla macchina fotografica di Lucrezia. Ho un piede scalzo, i capelli scorciati male e un paio di pantaloncini di cotone rosa a righe bianche. Una serie di lividi scuri affiora sulle gambe nude, a guardarli da qui sembrano una costellazione. Dall’altra parte, Nadir tiene le braccia conserte. Ha un aspetto scontento, anonimo, antipatico, di ragazzino viziato. Proprio come me. In mezzo a noi c’è Pietro. Pietro che posa le mani sulle nostre spalle, come se fosse in procinto di stringerci a sé. In realtà stava cercando di separarci, di sedare l’ennesima zuffa, almeno il tempo necessario per scattare la foto. Lucrezia ci aveva sfiancati per farci mettere in posa, ma di sorridere proprio non se ne parlava. Era il 1994. Era la nostra prima vacanza tutti insieme. Non facemmo altro che litigare.

Vicenda lunga vent'anni a proposito di un triangolo viscoso e ossessivo che suscita invidia nelle persone tagliate fuori, che suona talora ambiguo, Tre gocce d'acqua è raccontato dall'unica donna dell'equazione: bloccata al quarto piano di un appartamento senza ascensore, imbottita di antidolorifici che poco servono contro le domande angosciose o i ricordi laceranti, una Celeste ormai adulta fa i conti con la misteriosa sparizione di quei fratelli giramondo. Zoppicante, ha fatto sempre fatica a stare al passo con le loro utopie reazionarie. A nove anni dal successo del Rumore dei tuoi passi, Valentina D'Urbano torna in libreria con un romanzo che sembra una versione più adulta del suo esordio. L'autrice è uscita sana e salva dalla Fortezza. Adesso ne sa di politica internazionale. È brava in biologia. Per nostra fortuna, non è diventata più educata. Porta con sé la lingua scabrosa che abbiamo imparato ad amare, i pensieri urticanti, le relazioni proibite. Porta con sé, immancabile, il crepacuore. Sai già che colpirà basso. Ma non sai come né quando. Farà male, e da lì la scelta precisa di centellinare le pagine conclusive; di rimandare il finale, prevedibilmente struggente, per paura che possa coglierti scomposto, brutto e inconsolabile, in lacrime, sul treno del ritorno.

Noi sappiamo cos’era Pietro, la materia insopprimibile e misteriosa che lo animava da dentro. È la nostra stessa radice.

Uniti a lei da una fedeltà simile al masochismo, questa volta la seguiamo in vacanza in Grecia – sono gli anni dell'università: danze, canne, alcol, follie – e, soprattutto, tra gli orrori della guerra civile in Siria. Pietro, single impenitente, ha imbracciato il kalashnikov e si è arruolato volontario per combattere in prima linea. Nadir, fotografo reduce da due divorzi, lo segue pur di fuggire dall'attrazione impossibile per Celeste. Fatto di distanze invalicabili, di angosciosi silenzi alla cornetta e di attese su attese, l'ultima D'Urbano ricorda i migliori Paolo Giordano e Margaret Mazzantini per la narrazione ad ampio respiro. È una storia d'amore e resistenza, di resistenza all'amore, in cui i martiri non muoiono. E gli amanti? Ci sono innumerevoli paradossi in questo romanzo, che è una storia di fuochi incrociati ma ha un altro elemento – l'acqua – nel titolo. Spetta infatti a Celeste, all'apparenza la più debole del trio, ergersi a custode dei fardelli di questa strana famiglia allargata. E spetta a una narratrice notoriamente spietata maneggiare il cuore e le ossa di una protagonista di vetro. Valentina D'Urbano è in ogni piede in fallo, in ogni scivolone, in ogni ecchimosi. È il punto di sutura che unisce insieme i lembi strappati di queste tre giovinezze perdute. Ma, a sorpresa, è anche la gommapiuma con cui incartare spigoli e pomelli affinché Celeste non si ferisca.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Vasco Brondi – Ci abbracciamo

mercoledì 17 aprile 2019

Recensione: Breve storia amorosa dei vasi comunicanti, di Davide Mosca

| Breve storia amorosa dei vasi comunicanti, Davide Mosca. Einaudi, € 17, pp. 200 |

Un detto dice che sarebbe meglio non giudicare un libro dalla copertina. Dal momento che la saggezza popolare non ha mai menzionato i titoli – la scusa giusta per lasciarsi tentare a scatola chiusa dall'acquisto di un romanzo? –, mi sono innamorato inavvertitamente di quello di Davide Mosca. Dietro l'ultima fatica dell'autore genovese, noto soprattutto per i numerosi thriller storici pubblicati qualche anno fa con Newton Compton, c'è un concetto bellissimo e un cambio di genere, di editore, che incuriosivano. In un'intervista ho letto della lunga gestazione del romanzo, un libricino sì di duecento pagine scarse ma dalle tematiche delicate, e del modo inconsueto per proporlo agli editori: Mosca e il suo agente letterario hanno voluto inviarlo in forma anonima, così che si scegliesse di puntare sulla forza della storia e non sul nome di un autore già affermato presso il grande pubblico. C'erano premesse vincenti quanto basta. C'era, come dicevo, uno spunto toccante: lui in sovrappeso, lei anoressica, s'innamorano a modo loro e sfidano la bilancia, scoprendo sin dall'incipit di essersi magicamente compensati dopo un anno di frequentazione.

Le favole non esistono. A meno che tu non ci creda.
Ce n'è una su un uomo di ventiquattro anni, che ha trascorso l'ultimo rincantucciato in casa, a ingozzarsi e a covare un romanzo che non avrebbe mai visto la luce. [...] Lei lavora nel ristorante di famiglia e nel tempo libero frequenta l'ultimo anno di liceo. Cominciano a parlare. Continuano a parlare. Parlano, discutono e s'amano per sei mesi, o almeno ci provano. […] Che sia l'inizio o la fine non importa a nessuno dei due. Nemmeno io crederei a questa storia, se non fossi quell'uomo.

Peccato che Breve storia amorosa dei vasi comunicanti, non ne faccio misteri, mi abbia deluso presto sia dal punto di vista stilistico, sia per lo sviluppo di una storia d'amore a ben vedere basica e poco coinvolgente. Di quelle di cui, nota l'idea di base, conosci automaticamente anche il resto. Come nelle migliori commedie indipendenti, Remo e Margherita s'incontrano e scontrano per caso. Si piacciono senza dichiararselo. Qualche volta si baciano, ma non si considerano né amici né amanti, ma tutto insieme. Lui, che a ventiquattro anni ha già sforato il quintale, ha bruciato in fretta le tappe fondamentali: ha esordito in libreria da enfant prodige, è andato a convivere con Sara all'università e ha sperimentato la depressione in un infelice anno sabbatico che gli ha fatto perdere il lavoro, l'ispirazione e la fidanzata storica. Ha guadagnato soltanto chili aggiunti. Un corpo irriconoscibile, nascosto nelle tute larghe o nell'isolamento, che gli ha creato imbarazzo su un aereo di linea per Madrid e durante il sesso. Remo ha vissuto intensamente, al punto da risultare adulto: anzi, vecchio. Da ex cicciottello mi sono riconosciuto nella sua vergogna – ammetto fuori dai denti di avere tutt'ora paura di tornare a indossare i miei vecchi vestiti –, ma ho venticinque anni e non conosco miei coetanei che parlino come lui. La voce narrante ama le frasi a effetto e le sentenze da libro stampato. Irritante perché poco credibile, non trova pace fra le pretese autoriali di Mosca e passaggi particolarmente stucchevoli – una frase, ad esempio, ci rivela come la salita altro non sia che una discesa guardata dal punto di vista sbagliato –, che non giovano a uno sviluppo già di per sé troppo aneddotico e ondivago. Lei, che italianizza per volere imperscrutabile il nome della protagonista femminile di Lupin, è una maga nel conteggio delle calorie e nel salto del ciclo mestruale: figlia di un ristoratore con il problema dell'alcol, frequenta il bar Atene – sbucato, per stile e arredi, da un capolavoro di Federico Fellini – ma ordina soltanto caffè amaro e acqua frizzante.

Fu quella sera che conobbi Margherita. 
Non chiedete mai di lei. Finireste per innamorarvi.

Si conosco lì, circondati dalle amiche di lei e dai vecchi compagni di scuola di lui, e ogni occasione è buona per prendersi una pausa dallo studio matto e disperato: le ragazze, diciottenni, preparano la maturità e proseguiranno gli studi a Genova. Anche Margherita, inutile dirlo, parla per citazioni sconosciute e sofismi. Il romanzo adotta toni da manuale di autoaiuto e costringe il protagonista a scampagnate dell'ultima ora, a gite fuori porto, lungo un appennino ligure verso cui Margherita punta con la curiosità di una bambina iperattiva: alla voglia di viaggiare, si affiancherà anche quella di mangiare?

Ciascuno racconta la propria guerra, ma ciascuno è la propria guerra. Di quel particolare genere che non si può vincere.

Dopo Tutto chiuso tranne il cielo, Breve storia amorosa dei vasi comunicanti è un'altra lettura a proposito del fare pace con il cibo e con sé stessi. Di fame di altro, nonché di una ritrovata leggerezza. Dopo Due fiocchi di neve uguali, è un altro romanzo sulla falsa riga del primo Paolo Giordano: come la Calosso, altra delusione incrociata quest'anno, si poggia a personaggi distanti dalla mia sensibilità e a capitoli sconnessi. Il principio dei vasi comunicanti predica l'equilibrio perfetto. Assicura che due contenitori collegati tra loro bilanceranno la quantità del loro contenuto. A Capodanno Remo peserà di meno, così, e Margherita di più. C'è qualcosa di più romantico? Davide Mosca, per me, non individua i personaggi giuste e le giuste proporzioni. L'equilibrio, promesso ma infine mancato, rende il suo cambio di rotta un'occasione parzialmente sprecata. C'è qualcosa di più frustrante?
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Motta - Quello che siamo diventati 


sabato 9 febbraio 2019

Recensione: Due fiocchi di neve uguali, di Laura Calosso

| Due fiocchi di neve uguali, di Laura Calosso. Sem, € 17, pp. 251 |

Mi chiudo dentro e butto via la chiave. Chi non l'ha mai pensato davanti a una scelta, a un dolore, a un incomprensione? Sarebbe molto più facile, la vita, in una bolla a tenuta stagna che tenga fuori la paura del futuro e, a malincuore, anche la luce. Ci sono modi diversi per affrontare un bivio: scegliere, mettendo a fiducia un piede dopo l'altro, oppure voltarsi dall'altra parte e scappare finché i piedi reggono. Puoi fare come Margherita, oppure come Carlo. Hanno diciotto anni e una perspicacia che, a tratti, vivono come una maledizione: qualcuno diceva, infatti, che più si è intelligenti e più si è destinati al tormento. Lei, la frangia troppo corta e il test di Medicina nei piani, prende un treno per raggiungere un'amica ad Alassio: il mare, studiare, anche se a impensierirla è quel padre falciato dalla crisi economica. L'uomo che le ha insegnato a essere buona e studiosa, a coltivare uno spirito di abnegazione profondissimo, ha smesso di leggere poesie la domenica: da piccolo imprenditore ad aiuto salumiere, adesso non pensa più che ogni sacrificio sia debitamente ripagato e l'affezionata figlia, vedendolo sull'orlo del baratro, tentenna insieme a lui. Se non esiste meritocrazia in questa Italia tutta da deridere, cosa farsene del cento e lode al Liceo classico e delle annotazioni fitte – sulle stelle, gli atomi, le fusioni nucleare, i misteri del cervello – ai margini dei libri di testo? Carlo si è posto la domanda ben prima di lei: cresciuto da una mamma single che ha fatto di lui il suo bambino perfetto – la camicia azzurra per far pendant con gli occhi, i capelli con la riga di lato da bravo alto-borghese –, si è ribellato alle aspettative altrui e ha scelto di dare forfait nell'anno delle scelte cruciali. Ha saltato la maturità, si è rifugiato nella sua stanza, ha chiuso le incombenze all'esterno. Gli basta poco: il bagno in camera, tapparelle che taglino fuori tutta la luce del mondo, risme di carta su cui disegnare banchi di pesci che nuotano verso il fondo dell'abisso, la Playstation e le chat. I pranzi passati attraverso una feritoia nella porta, l'illusione di ricominciare daccapo almeno nei videogiochi.

Gli occhi di Carlo restano su di lei ancora per un attimo, poi abbassa lo sguardo sulla punta della sue scarpe da ginnastica. Sembra stia cercando il coraggio per replicare. “Non sono unico”, dice a bassa voce “sono soltanto solo”.

Margherita e Carlo, un tempo, sono stati compagni di studio: i compiti insieme, uno strappo in motorino, contatti timidissimi. A riunirli è la notte di San Lorenzo da cui il romanzo di Laura Calosso prende avvio: una macchina precipita su una spiaggia ligure, come una stella cadente, e a bordo ci sono Margherita (che finisce in coma) e un ragazzo sconosciuto (che, al contrario, muore sul colpo). I protagonisti sono mondi da esplorare, misteri irrisolti, e l'uno potrebbe sbrogliare la vicenda dell'altro. Peccato che faranno fatica a incrociarsi, come rette parallele, nel corso di una lettura che predilige il punto di vista di lei sacrificando troppo l'interessante protagonista maschile: Carlo, che ha avuto l'egoismo e il coraggio che mancavano a Margherita. Li studia ma non a sufficienza un'autrice dal tocco delicato, con una narrazione in punta di piedi per entrare meglio nel travaglio, nell'intimità, di due adolescenti sfuggenti e complessi più di altri. In quel modo si fidano della Calosso, e si lasciano raccontare. Ma lo stile, sommesso per paura di disturbarli, sfortunatamente non è di quelli che conquista: pochi dialoghi, capitoli epigrafici, citazioni scientifico-filosofiche che vorrebbero ricordare il premiato esordio di Paolo Giordano. La sensazione di freddezza e apatia comunicata dalla copertina non mi ha abbandonato. Il romanzo, già di per sé dal respiro breve, si limita a ruotare per 250 pagine attorno agli stessi, sporadici avvenimenti, mostrandoceli da punti di vista impercettibilmente diversi; indagandoli ma non abbastanza. Apprezzo, eppure, le storie che sanno lasciarsi condurre dai loro protagonisti: senza artifici, senza bisogno di grandi trame. Il gioco funziona, però, quando quei protagonisti li capisco, quando li faccio miei. Questi mi sono rimasti dei perfetti sconosciuti: uno chiuso nella sua cameretta, l'altra nelle nebbie del coma. Non li ho compresi fino in fondo, né mi sono appassionato alla loro compagnia: il guidatore seduto accanto a Margherita – Gabriele, figlio di papà che calza Louboutin e prevedibilmente cova i dispiaceri dei poveri ragazzi ricchi –, in particolare, mi è sembrato una comparsa capitata sul set sbagliato.

Ogni cristallo nasce e si sviluppa attraversando condizioni di pressione, umidità e temperatura diverse ogni volta. La storia di ciascun cristallo non potrà mai essere uguale a un'altra. E questo è una forma di solitudine.

Gli eschimesi hanno parole per distinguere i fiocchi di neve. Sono un'infinità e tutti diversi fra loro, perciò necessitano di un lessico su misura. Così le gioie e i dolori degli adolescenti: secondo Giordano, inavvicinabili numeri primi. Laura Calosso, curandosi non soltanto delle analogie ma anche delle differenze, si mette in cerca del comune denominatore. Invano? 
I fiocchi di neve, Margherita e Carlo, non possono evitare di schiantarsi al suolo e sciogliersi, invisibili. Colpa delle amare delusioni di questo inizio febbraio, delle stelle, o della forza di gravità.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio: Ultimo – Ti dedico il silenzio

sabato 29 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le mie letture


10. The Outsider | Stephen King
Lo scriveva già Shakespeare: ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia. Nell'ultimo Stephen King ce n'è qualcuna in più.

9. Sotto il falò | Nickolas Butler
Lo scorso luglio ho salutato Butler fuori stagione. Aveva nel bagaglio a mano dieci storie, dieci ballate, che parlavano di paternità, amicizie al maschile, campagna contro città. È tornato a emozionarci sottovoce, così, con la malinconia che solo lui, Haruf e pochi altri cowboy romantici sanno suggerire. In pillole.

8. Dai tuoi occhi solamente | Francesca Diotallevi
Chi era Vivian Maier, la tata francese che dava false generalità, colleziona storie, fuggiva per la paura di essere abbandonata? Nella finzione letteraria a far breccia nella sua corazza sono le attenzioni della famiglia su cui veglia. In libreria, invece, l'arduo compito spetta a Francesca Diotallevi, qui alle prese con il più fascinoso e sfuggente dei suoi personaggi.

7. Se la strada potesse parlare | James Baldwin
Se la strada potesse parlare ti racconterebbe una storia bellissima già diventata film. Una favola d'amore e denuncia che, con la discrezione dei piccoli grandi classici, non diventa mai una celebrazione fine a se stessa del Black Power né un canonico dramma giudiziario. 

6. Vittoria | Barbara Fiorio
Un siamese, un po' di magia, il nome di Barbara in copertina. L'indispensabile, insomma, in una commedia sulla difficoltà di riprendersi in mano la vita, tra conti in rosso, cuori infranti e fotomanzia. Dentro, tutta la leggerezza del mondo e, a sorpresa, tanto di più. 

5. L'animale femmina | Emanuela Canepa
L'apprendistato di Rosita presso lo studio di Lepore, avvocato spregevole ma magnetico, dura il tempo di una prigionia e di un romanzo ambiguo. Quanto costa cara l'indipendenza, in un piccolo harem della Padova bene dove la parola resilienza è blasfema e il valore di una segretaria si giudica dai caffè che serve?

4. Salvare le ossa | Jesmyn Ward
Ritratto di famiglia con tempesta, come in un film di Hirokazu Kore'eda. Un padre, un pitbull, quattro fratelli contro la distruzione di un uragano che porta il nome di donna, in un microcosmo eppure declinato al maschile. Tutto è bellissimo, incantevole e terrificante come letto nelle recensioni venute prima della mia. Ho conosciuto i Batiste in ritardo, e adesso non me li scordo più.

3. Isola di Neve | Valentina D'Urbano
Siamo a Novembre: un'isola che non c'è. Siamo alla ricerca del concerto per violino di Andreas Von Borger: un musicista tedesco, in realtà, mai esistito. Eppure, sovrappensiero, ti viene da cercare su Google articoli che parlino di tutti loro. Solo per scoprire con un po' di amarezza e un po' di stupore che sono l'invenzione di una scrittrice forse qui al suo meglio.

2. Vincoli | Kent Haruf
Ritorni inaspettati in quel di Holt. Anche se non tutto è oro quel che luccica in campagne in cui l'eredità della terra, i legami di sangue ti vincolano vita natural durante. Quanto decoro però, quanta bellezza: a tal punto che ti viene da dire, Kent, grazie, mi fermo qui a leccarmi le ferite. Quasi quasi resto a Holt. 

1. Divorare il cielo | Paolo Giordano
Un grande romanzo o un romanzo grande? Nel dubbio, una straordinaria storia corale che contiene una generazione ribelle, perfino il cielo, grazie alla scrittura di un Giordano ufficialmente stanco della solitudine del suo primo successo. 


I PREMI COLLATERALI

Miglior thriller: Ellie all'improvviso Lisa Jewell
Miglior fantasy/distopico: Paesaggio con mano invisibile M.T. Anderson
Miglior young adult: Montpelier Parade Karl Geary
Miglior romanzo LGBT: Le ferite originali Eleonora C. Caruso 


Esordi memorabili: Guasti Giorgia Tribuiani
Graphic Novel, che scoperta: S. Gipi
Storie d'amore: Anonimo veneziano Giuseppe Berto
Romanzo kleenex: Eleanor Oliphant sta benissimo Gail Honeyman 


Memoir: Non mentirmi Philippe Besson
Tanto rumore per nulla: Vox Christina Dalcher
Guarda un po' chi si rivede (la sorpresa): Il sole è anche una stella Nicola Yoon
Be', dai, ci siamo visti (il flop): L'ultima volta che siamo stati bambini Fabio Bartolomei

lunedì 14 maggio 2018

Recensione: Divorare il cielo, di Paolo Giordano

| Divorare il cielo, di Paolo Giordano. Einaudi, € 22, pp. 430 |

L'inizio è per definizione il punto di partenza. Meglio cominciare da lì, nel dubbio – lo stesso che accompagna i romanzi densi, incontenibili, di cui non so mai bene come parlarvi all'indomani di giorni intensi di lettura e d'amore. E comincio da un'immagine che per bellezza non fa invidia all'erotismo pieno di candore dell'ultimo Guadagnino: una villa con piscina e tre adolescenti, di notte, che fanno il bagno in una proprietà privata profanata dalla nuda sfacciataggine dei quattordici anni. Teresa, loro coetanea, li spia dalla finestra invidiando i segreti del sesso maschile e il suono che fanno le loro risate contagiose, anche alle orecchie del custode inferocito.

- Loro sono diversi. Sono cresciuti con le radici troppo corte. Prima o poi una folata di vento li strappa e li porta via.
Ma Cosimo non sapeva quello che sapevamo noi: che le piante cresciute al sicuro nei vasi, con le radici lunghe che girano tutto intorno, non si adattano alla terra. Soltanto quelle con le radici libere, estirpate giovani in inverno, ce la fanno. Come noi.

Siamo a Speziale, Brindisi, nei tardi anni Novanta. Lei è un'adolescente torinese in vacanza dalla nonna materna. Loro, cresciuti alla stregua di fratelli, sono invece i vicini che spesso sconfinano in cerca di brividi che scaccino via l'afa di agosto e il bigottismo di una coppia di genitori molto devota. Nicola, il più alto e prepotente, è loro figlio naturale; poi vengono l'efebico Tommaso e lo sfuggente Bert, orfani in affido temporaneo, che da bambini divideranno con il primogenito la magia di una casetta sul gelso e da adulti le tentazioni della carne di una ragazza chiamata Violalibera. Nel mentre, la solita Teresa viene e va. Nell'estate prima del diploma, di Secretly nel walkman e delle farfalle in pancia, perderà la verginità nel canneto con Bern: il ragazzo che scalava le grondaie (per la conquista del letto) e gli ulivi, come il Barone rampante, facendosi perno di un mondo da far girare o crollare tramite la grazia di un suo sì. Speziale sembra esistere solo nei mesi di villeggiatura, all'inizio, e al ritorno aspetta Teresa sempre uguale: dove l'aveva lasciata, come la ricordava. Di quello che accade in autunno sa solo le lettere della nonna e i romanzi gialli in prestito, le bucce dei pistacchi in giro, l'olio di una bacchiatura che c'è già stata senza di lei. Com'è però il mare della Puglia in inverno, in solitudine? 
Da un lato c'è un topo di città, una giovane donna dalla natura anfibia, che si adatta a tutto per il bisogno disperato di fare finalmente parte di qualcosa di vero. Dall'altra, un trio (si uniranno strada facendo Corinne, Giuliana, Danco) cresciuto seguendo i dettami di una rigorosa dieta vegetariana, su una tovaglia da cucina con la riproduzione dei cinque continenti: il mondo, si interrogavano, stava forse tutto su un'incerata?

Era una fantasia e non ce la confessammo nemmeno dopo, ma ero certa, come ne sono certa oggi, che la vedemmo viva davanti a noi, e identica. Perché questo succedeva tra Bern e me in quegli anni: usavamo sempre meno le parole, ma eravamo ancora capaci di riconoscere insieme il visibile e d'inventare, in un tacito accordo, anche l'invisibile.

Raccontarvi Divorare il cielo, a questo punto, mi porta qui: a una masseria occupata abusivamente, un rifugio di attivisti dalle anime perse, con un pisello propiziatorio scarabocchiato sulla facciata e nessun telefono, nessun televisore, nessuna bolletta della corrente pagata, alla faccia del capitalismo. Un orto a chilometro zero, il miele delle arnie, l'utopia hippie di Max Stirner: perché a una determinata età si ha sempre fame di tutto, e subito. Intorno, all'ombra dei veleni degli oleandri, quella terra riarsa in cui eppure fioriscono spontaneamente proteste e visite guidate, ricordi di una gioventù gloriosa e momenti di angosciante isolamento, i matrimoni felici e gli omicidi. Conosciamo i protagonisti ragazzini, li abbandoniamo ultratrentenni. Mossi da incontrastabili forze centripete, tornano a bazzicare sempre i soliti luoghi. C'è chi ci rinuncia a malincuore e chi fa il sacrificio di trasferircisi, in quella parentesi di fortuna. La polvere del tratturo custodisce le orme dei loro passi, le coordinate di un affannarsi irrequieto lungo quasi vent'anni: in cerca dell'assoluzione dall'egoismo, della benedizione di un figlio che non arriva, dell'incontaminato oltre le colonne d'Ercole di una Islanda maestra di addii perfetti.

Non era questa l'avventura che volevo, Teresa. L'avventura che volevo era con te.

Com'è l'ultimo Paolo Giordano? Nei giorni scorsi, strano ma vero, più di qualche passeggero sconosciuto mi ha rivolto la parola sui mezzi pubblici per domandarmelo: un esordiente insignito del premio Strega a ventisei anni lo si ricorda, infatti, anche a un decennio dall'esordio, anche se di rado si frequentano le librerie. Un grande romanzo? Se è un grande romanzo – ho risposto stringendo sovrappensiero la mia bozza in anteprima, l'autografo sul frontespizio – non lo sapevo, no, ma Divorare il cielo è senz'altro un romanzo grande. Quattrocento pagine corali, tante ma non troppe, difficilissime da soppesare. Di quelle necessarie, immediate, con tutto quello che dovrebbe esserci: le chimere della giovinezza, il richiamo dell'avventura per qualcuno e l'abbandono struggente per qualcun altro, l'emozione che una volta gli rimproveravo di non avere. Cuore compreso. 
Se ne resta affascinati e intimoriti, come davanti alla fame del cielo. Brilla dappertutto, azzurro abbacinante, ma qualche fotografia – qualche bocca in preda alla fame chimica, dopo un tiro d'erba – sembra contenerlo. E dappertutto sono gli amici di Teresa, che aspettavano che qualcuno come Paolo Giordano, stranco della solitudine del suo primo successo, li stringesse fortissimo nell'abbraccio di una frase vorace. 
Affinché, di loro, non restassero solo briciole.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Morgan – Altrove

lunedì 8 maggio 2017

Recensione: Il nero e l'argento, di Paolo Giordano

A lungo andare ogni amore ha bisogno di qualcuno che lo veda e riconosca, che lo avvalori, altrimenti rischia di essere scambiato per un malinteso.

Titolo: Il nero e l'argento
Autore: Paolo Giordano
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 118
Prezzo: € 12,00
Sinossi: È dentro le stanze che le famiglie crescono: strepitanti, incerte, allegre, spaventate. Giovani coppie alle prime armi, pronte ad abbracciarsi o a perdersi. Come Nora e suo marito. Ma di quelle stanze bisogna prima o poi spalancare porte e finestre, aprirsi al tempo che passa, all'aria di fuori. È così che la signora A., nell'attimo stesso in cui entra in casa per occuparsi delle faccende domestiche, diventa la custode della loro relazione, la bussola per orientarsi nella bonaccia e nella burrasca. Con le pantofole allineate accanto alla porta e gli scontrini esatti al centesimo, l'appropriazione indebita della cucina e i pochi tesori di una sua vita segreta, appare fin da subito solida, testarda, magica, incrollabile. "La signora A. era la sola vera testimone dell'impresa che compivamo giorno dopo giorno, la sola testimone del legame che ci univa. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo".
                      La recensione
Scrivere un romanzo e farsi pubblicare dalla Mondadori. Esordiente, vincere di lì al poco il tanto prestigioso quanto chiacchierato premio Strega. Per un periodo sulla bocca di tutti, amato e odiato come chi fa in fretta parlare di sé, Paolo Giordano è lo scrittore dei record a cui mi sono avvicinato in ritardo. Ho letto La solitudine dei numeri primi giusto l'estate scorsa, trovandolo sopravvalutato ma interessante. L'approccio freddo del matematico prestato alla narrativa, però, mi aveva coinvolto a metà. Imperdonabile, a tratti, trattandosi di una storia d'amore impossibile tra due disperati – di quelle, si sa, che mi fregano facile. A passeggio in biblioteca, un giorno di questi, ho preso in prestito il suo terzo romanzo – Il corpo umano, infatti, non era reperibile. 
Un cambio di editore, una maturazione evidente, una storia diversa. Eppure, ancora una volta, cosa mi ha lasciato distante? Il nero e l'argento, elegante nel titolo e nella semplicità della copertina, è un piccolo dramma borghese su una famiglia come tante. Di quelle formatesi da poco, in cerca di un equilibrio. Raccontato in prima persona da un personaggio rimasto anonimo – come l'autore, un fisico del nord Italia –, prende avvio dalla morte della signora A. Non una consanguinea, ma la custode segreta della felicità di una giovane coppia. Il protagonista è sposato da un po' con Nora, arredatrice di interni. Hanno un figlio, Emanuele, che a scuola non brilla – soprattutto nelle discipline scientifiche – e dà loro il principio di qualche preoccupazione. Lui vorrebbe accettare una promozione a Zurigo. Lei, categorica, vuole restare. Lui pensa a un altro figlio. Lei, all'idea di un secondo cesareo, tace. A fare da ago della bilancia, finché dura, è la donna che li aiuta nelle faccende domestiche: una vedova che ha santificato il ricordo del defunto marito e ha reso il suo appartamentino una specie di mausoleo kitsch. L'hanno soprannominata affettuosamente Babette. 
Schietta e pragmatica, l'anziana tiene ordine nelle loro stanze e nelle loro vite private: crede nei segni della natura, nella buona cucina, nella cura dell'orto. Fa ora da mamma e ora da nonna, motivando la moglie, lusingando il marito e coccolando il piccolo di casa. Artista del quotidiano, autodidatta, Babette tempra le loro nature opposte. Mescola i colori dei loro umori. Nora è l'argento, infatti, e suo marito il nero. La solarità e la malinconia sono inconciliabili o complementari? Il romanzo, con capitoli brevi e uno stile essenziale, racconta il male degenerativo che ha portato via la governante e, alla sua morte, lo scoprirsi non all'altezza della donna che aveva soluzioni a ogni scontro. Protagonisti assoluti, quei trentenni di oggi all'inseguimento dei falsi miti di un paio di generazioni fa. Ai tempi della compianta signora A. si era forse più sereni, più stabili, più innamorati? La crisi matrimoniale tra i due, ancora sotterranea, è arginata così da una terza persona: una Mary Poppins votata alla serietà (e alla serenità) che fa loro giurare di amarsi, di sforzarsi a pugni chiusi. Le poche pagine invogliano a proseguire quando la storia sembra non decollare, ma non sono abbastanza per rendere i personaggi più memorabili, più amabili, dei passati Alice e Mattia. Chi va a convivere, chi dice di sì all'altare, non è che un altro numero primo; uno che cerca di eludere la maledizione dell'abbandono e si autoinganna, tra pessimismo e speranza. Voglia di farcela e inclinazione alla solitudine.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Vedrai, Vedrai – Luigi Tenco

sabato 9 luglio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Una giornata particolare, Tutti i santi giorni, La solitudine dei numeri primi, Liberal Arts

[1977] Dei classici del nostro cinema non parlo. Da una parte, perché mi vergogno ad ammettere l'imperdonabile ritardo dei miei recuperi; dall'altra, perché non so come scriverne. Certe scoperte, quindi, sono gioielli che tengo solo e soltanto per me. All'indomani della scomparsa di Ettore Scola, però, e del recupero del suo Una giornata particolare, mi sono accorto che in tanti non l'hanno mai visto: spaventati, forse, come me, da tutto ciò che è datato e degno di fama. Faccio un'eccezione, allora, in nome di un tale capolavoro di delicatezza e semplicità. Il giorno da rimarcare a cui il titolo allude è quello in cui Hitler stringe la mano a Mussolini: l'Italietta tutta festeggia, inconsapevole della guerra a un passo. I condomini si svuotano, e a casa restano le donne: angeli del focolare senza indipendenza, che mettono al mondo bambini su bambini per avere diritto al premio delle famiglie numerose. Le donne, e i dissidenti. Antonietta ha sei figli, un destino segnato e un marito traditore che le promette un settimo bambino: le dice che si chiamerà Adolfo, in onore di Hitler. Gabriele, suo dirimpettaio, è stato bandito dagli studi Eiar, perché – sovversivo e omosessuale – è colpevole per ben due volte. Lei segue il volo del suo pappagallo, che brama la libertà; lui chiama un amico – un amante? - lontano, esiliato in Sardegna, e sa che quella sarà la sua triste sorte. Un Mastroianni discreto, elegantissimo, aspetta il destino facendo le valigie e il caffè. Una Loren dimessa, matura, mai tanto bella e di sicuro mai tanto grande, s'innamora di lui. Con la radio e i cinegiornali a fare da indiscreta colonna sonora, due personaggi solitari e romantici vivono la loro personale guerra: un conflitto che hanno in testa. Di quelli misteriosi, che non fanno rumore: vittime, però, sì. Ballano, si confessano i loro dolori, si baciano tra le lenzuola appese in terrazza: si ingannano, tra nichilismo e sogno. Dal loro impalpabile idillio, a tratti sottilmente erotico, viene fuori un manifesto di dolcezza e disincanto a cui, banalmente, devono tanto i "miei" boy meets girl indie, intimi e parlatissimi. Lui le dice che può riscattarsi dalla propria ignoranza, che merita un amore alla sua altezza ma che, purtroppo, non può essere lui; lei, inconsciamente, starà ad ascoltare, e imparerà dal suo pappagallo, Rosamunda, l'attitudine alla libertà. Eccole, le parole, e vengono da sé, senza timori reverenziali e incertezze, come se la storia di queste due solitudini che s'incontrano, un giorno e basta, fosse una di quelle che io amo tanto. Il progenitore, quasi, di Prima dell'alba o Once. O, ancora, di quelle relazioni alla I ponti di Madison County che sono parentesi dai minuti contanti: brevi, eppure felici. (8)

[2012] Guido, classicista doc, si esprime come un libro stampato e ostenta, fiero, le sue origini toscane. Da umanista, inutile dirlo, possiede infinite nozioni, ha una cultura e un cuore grandi e sbarca il lunario con un lavoro precario che non rispecchia le sue volontà. Ammazza il tempo leggendo e esaudendo i capricci degli ospiti, torna a casa in autobus e sveglia con la colazione a letto e un bacio la sua lei: impiegata di giorno e cantante di notte, la cadenza meridionale e un passato di sregolatezza. Conviventi da sei anni, Guido e Antonia vogliono un figlio che non arriva. Fanno l'amore, al mattino, e si danno il cambio. Si rincontrano per cena; si amano davvero. Ma se questo benedetto bambino non volesse arrivare, con il sesso che è diventato un dovere, i vicini coatti che al contrario loro si moltiplicano, le fragilità che si fanno manifeste e le famiglie che premono con domande indiscrete? Cosa succede a un sentimento in vitro, a un bene programmato, a una passione che deve rispettare la tabella di marcia? Succede che, se si è guidati dal Virzì che mancava all'appello, quello più indie e più vero, forse il mio preferito, si sorride e ci si commuove, in compagnia di due personaggi adorabili, canzoni emozionanti, sentimenti da maneggiare, e dosare, con cura. Tutti i santi giorni, a sorpresa, è una bellissima commedia nostrana, che bellissima lo era ancora prima che il nostro cinema conoscesse una nuova giovinezza: ha un'ora e trenta che vola, una coppia a cui ho voluto molto bene e il solo difetto di averlo rivalutato a quattro anni di distanza. Quando Luca Marinelli, ormai premiato e conteso, è già notoriamente ottimo; quando la sexy Thony, cantante dal piglio londinese e protagonista di un esordio che più spontaneo non si può, era una giovane sconosciuta su cui avrei puntato. Paolo Virzì piace e mi piace: sempre in pole position ai David, fa film che posso soltanto definire “nostri”. Questo, sottovalutato, è senz'altro il più mio. Romcom singolare, alternativamente romantica, che sembra rifarsi al modello delle produzioni americane di un certo tipo – 500 Giorni insiemeBegin Again – e, allo stesso tempo, fragile e piena di colori, con accenti del nord e accenti del sud, passati dimenticati e futuri in forse, somiglia solo a se stessa. Ripeto, accadeva quattro anni fa: quando il cinema indie non lo conoscevo e sarei stato stranito, ma contento nello scoprirlo girato da un livornese, ambientato nella Capitale, interpretato da un romano che si finge alla perfezione settentrionale e da una “cantantessa” che, con la chitarra in braccio, perde magicamente la parlata sicula e appare, come le giura Guido al primo appuntamento, bella come non mai. (7,5)

[2010] Recuperi: a otto anni dal romanzo, a sei dal film. In un caso come nell’altro, dalla Solitudine dei numeri primi mi aspettavo pesantezza e sprazzi onirici, tanta inquietudine esistenziale e nessun sollievo. La prosa essenziale di Giordano, il suo piglio chirurgico, lenivano la sofferenza e davano un taglio al carico di dolori di Alice e Mattia: a quattordici anni, più suscettibile, mi sarei fatto coinvolgere di più – addolorare, perfino, dall’incomunicabilità tra loro due. D’altra parte, al cinema, c’è la lettura tra le righe secondo Saverio Costanzo: e lui, regista sperimentale, di nicchia, già apprezzatissimo con il suo ultimo Hungry Hearts, non mi avrebbe coinvolto, da adolescente. Il bestseller vincitore di un Premio Strega sulla bocca di tutti racconta la storia di due anime malinconiche fatte l’una per l’altra o, forse, per nessuno in particolare: condannate alla solitudine, s’incontrano e si scontrano per vent’anni. Inevitabilmente, si perdono. Da lontano, somigliano quasi ai protagonisti di quelle vicende di gente testarda e sentimenti duraturi alla One Day, ma sono più doloranti e, tra sé e sé, propensi all’abbandono. Cos’è infatti La solitudine dei numeri primi se non una storia d’amore – e, parafrasando Marquez, altri demoni? In libreria, lo scrittore torinese usava il linguaggio della matematica, per raccontartela e non farla suonare uguale a mille altre; la trasposizione cinematografica, invece, approccia il mèlo come fosse un ipnotico e asfissiante horror. Quando il cinema italiano era in coma, Costanzo prendeva un caso editoriale, una manciata di attori promettenti e suggestioni kitsch a piene mani: dall’altra parte, però, trovava più di qualche perplessità. Oggi, invece, nel classico confronto libro-film, il dramma di Costanzo, con le sue punte visionarie e la colonna sonora agghiacciante, mi ha positivamente impressionato e, fino alla fine, coinvolto. Esteticamente impeccabile, stranisce nei suoi momenti bui – gli angusti corridoi di Shining, le aguzzine di Carrie, i clown poco raccomandabili di It: insomma, tutto il King che c’è – e fa sospirare quando Marinelli e la Rohrwacher, perfetti, si guardano in quel modo lì. Il montaggio disordinato conferisce mistero alle loro infanzie – cos’è successo sulla neve, cosa nel parco? – e la forma, incontenibile, a volte vorrebbe prevalere sul contenuto. La trasposizione osa guizzi degni di nota, e inquieta e ipnotizza meglio e di più: le gelosie di Viola, simili a quelle di un’amante dimenticata; la magrezza insana di lei e i tagli di lui; il simbolismo che, all’improvviso, avvolge un parco comunale e una pista da sci. I Goblin si curano del commento musicale, e si è in allerta e a occhi sbarrati, e le sequenze slegate sono Lego da ricomporre. Alice e Mattia, nonostante ci siano mostrati bambini, adolescenti e adulti, si conoscono molto superficialmente, però, perché troppo tra le nuvole, troppo a modo loro, e il loro timido legame non sta al passo con tracce che s’impennano, in cuffia, e registi coraggiosi. Glielo si perdona, tuttavia, per un epilogo che i lettori ricorderanno diverso ma che, più lieto, li lascia in bilico, con tutto il tempo del mondo per rimediare agli sbagli e al silenzio. La speranza è sempre una buona idea, e in matematica, in amore,  ci sono eccezioni. (7)

[2012] Jesse, trentacinque anni e l'instancabile utopia che vivere di cultura si può, torna nel campus che l'ha visto matricola in occasione del pensionamento del suo mentore. In una festa un po' tristanzuola e in passeggiate rinvigorenti, tra studenti e studentesse di altre generazioni, conosce l'adorabile e colta Zibby: tanta fretta di perdere la verginità, crescere, varcare la soglia del mondo dei grandi. Come spiegarle che, sul finire della gioventù, il bicchiere del proverbio sembra sempre mezzo vuoto? Come raggirare quei quindici anni di differenza, che li aprono ai confronti e li irrigidiscono davanti alla prospettiva del rapporto fisico? Cercano le risposte a passeggio e diventano protagonisti di una fitta corrispondenza, se lontani. Sproloquiano di Infinite Jest e dei romanzi sui vampiri; si domandano se leggere libri brutti, e uscire con le persone sbagliate, sia tempo sprecato, o puro disimpegno. Crescono, nel mentre, anche se lui dovrebbe essere più adulto e saggio di lei, ed è finito il tempo di dormire sulle corone d'alloro. Tutt'intorno, il rinnovo generazionale sembra ignorare loro: un docente che non si rassegna all'inattività; una prof che commenta gli autori romantici e, al contrario, è il trionfo del disamore; un giovane autodistruttivo che insegue miti sbagliati; un hippy con la faccia di un simpaticissimo Zac Efron che compare sulle panchine, a distribuire perle di saggezza e sorsi da una fiaschetta assai sospetta. Liberal Arts, visto a conclusione di una giornata no, è una di quelle commedie indie, logorroiche e alternativamente romantiche che, da queste parti, troveranno sempre la più calorosa delle accoglienze. Perché retti su bei dialoghi e belle coppie – la splendida Elizabeth Olsen e un Josh Radnor, qui attore e regista, che mi somiglia un po' – e, questa volta, ambientati in campus universitari che non sono meno stimolanti delle città d'arte a cui, con un Linklater, siamo abituati. Questione d'orgoglio personale, anche, parlandosi all'infinito di libri (librerie, libraie e dintorni), soprattutto se stimolati da un'accesa passione per humanae litterae che un giorno ci renderanno malinconici, barbuti e disoccupati, sì, ma inclini alla poesia. Quant'è bella la scena in cui, con l'opera lirica in cuffia, si cancellano i rumori della modernità e New York appare diversa? Quanto frena, però, non sollevare il naso dai libri, studiare il “carpe diem” ma non applicarlo alla lettera? A tratti, ci sono i sorrisi, la riflessione, l'aforisma da appuntarsi. E, ovunque, all'incirca, ci sono anch'io. (7)

martedì 5 luglio 2016

Recensione: La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano

Erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l'uno nell'altra.


Titolo: La solitudine dei numeri primi
Autore: Paolo Giordano
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. È una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili, saranno il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze si incroceranno, e si scopriranno strettamente uniti, eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano "primi gemelli": due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Un romanzo d'esordio che alterna momenti di durezza e spietata tensione a scene rarefatte e di trattenuta emozione, di sconsolata tenerezza e di tenace speranza.
                                             La recensione
Ricordo che, quando uscì, le mie compagne di liceo lo portavano stretto sotto il braccio, a ricreazione. Questo blog non c'era, ognuna ne aveva una copia e, ormai otto anni fa, non si faceva che parlarne. Ai romanzi di successo non ci stavo troppo appresso, però: figuriamoci agli esordi così premiati. Leggevo pochi italiani, mosso da quella presunzione degli adolescenti che, per partito preso, ritengono che americano sia bello, punto e basta, e il Premio Strega m'ispirava pesantezza infinita. Ecco, quello non è cambiato: la narrativa italiana, adesso, la leggo e la sostengo, però con lo Strega niente da fare: polemiche, prosa antiquata, tutti impegnatissimi. Quest'anno, però, sono tornato sui miei passi: prima con Acciaio, di Silvia Avallone, e poi con La solitudine dei numeri primi. Stessa fama, una trasposizione cinematografica ciascuno ma, nel caso di Paolo Giordano, il primato di essere stato il più giovane a stringerlo tra le mani, quel prezioso trofeo letterario di cui, eppure, generalmente poco m'interessa. Laureato in fisica, collagoratore in università, faceva il salto dal mondo accademico alla letteratura, e tutti – o quasi – ne erano conquistati. Il quasi, appunto, per le voci fuori dal coro: inevitabili, se il romanzo è un bestseller, lo scrittore è bollato come enfant prodige e la storia di Alice e Mattia, innamorati tristi, saltava di bocca in bocca, ingigantita o talora sminuita. Con imperdonabile ritardo, io che eppure per le tragedie umane ho un debole e che sento vicinissimi al mio sentire quei protagonisti “un po' così”, l'ho accolto in libreria e, in un giorno appena, portato a termine. Strano: lo immaginavo denso, intriso di cose, surreale, vagamente indigesto. Strano: nonostante il passaparola – e un film da cui, con la speranza di recuperare il romanzo, mi ero tenuto a distanza –, sapevo poco di una trama di cui è stato detto tanto, o forse tutto. Mi ha colpito prima per le immagini forti, la magrezza insana e i tagli sulle braccia, e poi per uno stile rapidissimo, quasi asettico, che spesso ammortizza gli urti e spesso brucia come sale in un graffio. 
Mi è piaciuto, all'inizio, e meno a metà. Pane per i miei denti, invece, una chiusa inevitabile, senza luce, in cui avrei preferito uno di quei rari sospiri di sollievo: per una volta, l'amante dei rapporti irrisolti e dei toni sospesi, avrebbe voluto, figuratevi, meno amarezza. Sin dal titolo, seppure nella sua impensata fruibilità, La solitudine dei numeri primi precisa la distanza incolmabile tra due figure doloranti, fragili, tribolate; sembra anticiparne il divario. Alice e Mattia sono coetanei, crescono nella stessa Torino senza connotati e, per un po', frequentano la stessa scuola. Lei zoppica, dopo un infortunio sugli sci e una notte piena di neve e lupi immaginari, e lo invita a una festa, spinta dall'ape regina della sua classe: Viola, però, punge davvero. Lui, colpevole nel profondo per la scomparsa della sorelle gemella, non si integra, parla per monosillabi e, con uno di quei monosillabi, le dice di sì: accetta il suo invito a una festa in cui, altrimenti, non vorrebbe andare. Più che piacersi, si fanno compagnia: sono complici. 
Entrambi nascondono un segreto. L'anoressia, l'autolesionismo: un modo come un altro per chiedere aiuto. Qualcosa li ha fatti riconoscere, qualcosa li farà separare: chiamasi vita, quell'ammasso caotico e imprevedibile di dottori premurosi, occasioni irrinunciabili, cartoline e jet lag, fisica e arte. Stando a Mattia, che ha l'intuito ma non la pazienza, loro sono come due numeri primi. E dispiace, allora, averla sempre ignorata, la matematica, perché c'è poesia in queste coppie di numeri gemelli che sono unici, ma non potranno mai essere vicini: giusto in mezzo, un insormontabile terzo incomodo. Ma si può essere felici, se lontani – ma di un passo appena? Giordano, con un linguaggio crudo e una filosofia presa in prestito da mondi a me sconosciuti, semplifica la matematica e complica i sentimenti: in trecento pagine, ai suoi protagonisti, fa tanto bene e tanto male. Il lettore, però, anche quello malinconico, avrebbe desiderato vederli meno sofferenti e, soprattutto, maggiormente in armonia. Sui due, la legge matematica, ineluttabile, fa carta straccia del libero arbitrio. E abbondano gli stomaci a digiuno, le ossa friabili, gli spigoli delle costole e dei gomiti, se la lettura vola, lo stile non affatica e il vuoto – nel cuore, nello stomaco: su una panchina in un parco – si fa strada, piano.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiromancino – Due destini

mercoledì 3 ottobre 2012

Grandi ritorni e una nuova collana a piccoli prezzi: anche in casa Mondadori, l'autunno è novità!

In maniera diversa, rappresentano tre nomi di spicco nel panorama letterario italiano. Si occupano di campi diversi, si rivolgono a un diverso target di lettori, riescono ad incantare chi con le immagini e chi con la parola. In comune, hanno il successo che la loro arte ha reso possibile e la passione innegabile che ha fatto delle loro passioni più grandi il loro lavoro. Ormai lanciatissimi, ad ottobre, ritornano alla loro casa madre - la Mondadori – e a in quella terra che per loro è radici ed ispirazione continua. Dorotea De Spirito: il fresco talento di una ventenne al suo quarto romanzo e delicati sogni di angeli, amori e demoni. Paolo Giordano: classe 1982, un acclamato esordio che ha ispirato un film e convinto circa venti editori stranieri, un premio Strega, un ritorno maturo, attuale e di straordinaria intensità. Paolo Barbieri: illustratore, artista.. un poeta che gioca con le immagine e le parole, un'opera ambiziosa e destinata non di certo al silenzio. Accanto a loro, una collana che si avvale di testi inediti o di teasing di romanzi di prossima pubblicazione. Tutti di qualità, tutti rigorosamente d'autore. XS Extra d'autore (qui, trame, informazioni, anteprime..). Esclusivamente in ebook, i titoli proposti dallo staff Mondadori propongono un nuovo modo di leggere: veloce, divertente, soft e a piccoli prezzi! Inaugurata lo scorso 20 Settembre, questa nuova collana interamente digitale si avvale dei nomi di Giuseppe Tornatore, Licia Troisi, Dacia Maraini e Roberto Giabobbo e di una convenienza che non si avventura oltre i € 1,99. La parola a voi: cosa ne pensate? Purtroppo, conosco questi tre autori solo di fama e questi romanzi rappresenterebbero il primo approccio con uno stile che devo imparare a conoscere pian piano. Consigli o avvertenze? :) In quanto all'ultimo punto.. conoscete la mia avversità per gli ebook. Ma ho l'impressione che, presto, cambierò idea. Tutto merito di un nuovo “marchingegno” che presto sentirete nominare spesso in rete e sul blog!

Titolo: Devilish
Autore: Dorotea De Spirito
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 9 Ottobre 2012
Sinossi: "Guglielmo. Ripeto il suo nome nella mente. Lo ripeto come se fosse un dono, un desiderio già esaudito di una stella cadente che ha dimenticato di cadere e ancora brilla nel cielo, viva e lucente." Vittoria e Guglielmo, un angelo senza ali e un demone. L’amore che non conosce confini li ha uniti una volta, ma una minaccia ora incombe sul loro destino. Un’antica leggenda preannuncia il risveglio delle anime nel giorno in cui si romperanno i confini tra il mondo degli angeli e l’Averno. Per salvare il proprio amore Vittoria si ritrova di fronte al bivio tra la vita di Guglielmo e la salvezza della propria anima.

Titolo: Il corpo umano
Autore: Paolo Giordano
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 312
Prezzo: € 19,00
Data di pubblicazione: 12 Ottobre 2012
Sinossi: "Nel dicembre del 2010 ho intrapreso un viaggio in Afghanistan insieme ai militari italiani, con l'idea di scriverne un breve reportage. Per pura coincidenza, o per destino, ho raggiunto un avamposto ancora poco esplorato dai civili a sud del Paese, nel distretto del Gulistan, al centro di un deserto circondato da montagne. Alla fob "Ice" - questo il nome dell'avamposto - ho incontrato ragazzi della mia età. Mi sono accorto che, se è vero che ogni generazione ha la sua guerra, il conflitto in Afghanistan appartiene alla mia. Ho immaginato me stesso al posto dei soldati, in quel contesto paradossale, e al ritorno ho iniziato a scrivere "Il corpo umano". L'energia delle suggestioni che avevo ricevuto in appena dieci giorni trascorsi laggiù si è rivelata più forte di ogni paura o riluttanza e mi ha trascinato fino al termine, un anno e mezzo dopo. Il risultato è un romanzo di guerra, anzi, un romanzo sulla guerra, nelle sue molteplici incarnazioni: la guerra propriamente detta, quella dell'Afghanistan; la guerra dei rapporti intimi, affettivi e famigliari; e la guerra, invisibile e pericolosissima, contro se stessi. I molti personaggi della storia sono ognuno alle prese con il doloroso passaggio fra l'essere giovani e il ritrovarsi d'un tratto adulti, cambiati, con responsabilità che ancora non vorrebbero o non sono pronti ad assumere."

Titolo: L'Inferno di Dante
Autore: Paolo Barbieri
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 22,00
Data di pubblicazione: 23 Ottobre 2012
Sinossi: II luogo letterario più immaginifico, visionario della letteratura italiana, l'Inferno della Commedia dantesca, viene rivisitato da Paolo Barbieri che con il suo stile muscolare, sensuale e unico reinterpreta i grandi personaggi che lo abitano e gli straordinari luoghi che lo scandiscono. Da Caronte a Paolo e Francesca, da Cleopatra al Conte Ugolino, dalla Porta dell'Inferno alle mura di Dite e al lago ghiacciato, giù fino a Lucifero, la matita rinascimentale e i colori infuocati di Barbieri non fanno sconti all'umanità carnale, mortale e trasfigurata dell'inferno dantesco. Una svolta nella carriera dell'illustratore.