
Daisy
e Viola sono gemelle. Ma, siamesi,
di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un
medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero
spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in
processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro
particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si
scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al
mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e
l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non
lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia
di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in
due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo
indissolubili, indivisibili,
cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De
Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna
sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla
ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è
un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai
margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo
scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo
sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora
mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché
alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in
qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se
ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a
galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha
ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due
esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee.
Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di
Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate,
la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di
mare – all'asciuttezza di Mustang.
Una lacrima silenziosa, non
prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis
Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si
farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un
gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno
spigolo generoso anche per te. (7,5)

Peggio
dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan.
Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di
Animali fantastici era
nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è
cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare
dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona
incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry
Potter su carta ma non sempre
sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali
fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in
altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido
zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una
ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata
per sbaglio, libera per strada i suoi
animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo
sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o
gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi
ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un
indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da
approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a
Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i
protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un
simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo
di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e
bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a
sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una
romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere –
per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente
conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York
digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il
resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di
incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di
Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)

Un
pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il
posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno,
in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona.
Collateral Beauty aveva,
dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer
furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito
all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che
l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i
melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse
dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty,
purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama
che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto
per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito
Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista
inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni
dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili,
accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte
scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in
extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per
Moonlight, e il parziale colpo
di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e
toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno
come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce
invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e
a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente
divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non
sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo
assistito. (5)

Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia
che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's
Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame
ambiziose e una serie di romanzi, è
giunta fino a me. Giunto fino a me
anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una
splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile
Macbeth e viaggi nel
tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's
Creed, però, è una visione
sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione
artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi
a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i
muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace
constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor
d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The
Light Between Oceans,
quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un
blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene.
Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast
così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che
hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza
neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed
è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai
videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e
che tristezza che mettono. (4,5)

Blu
scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a
Glee. Antonio, talentuoso cestista,
ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici
anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo.
Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze,
le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio,
scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La
kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo
scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei,
mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato
come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo,
omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per
natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio
eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi
fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia,
parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa
importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente
tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un
bacio? Un film adatto alle
scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche
trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -,
tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo
Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore
del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi
Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio?
Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé
qualsiasi vergogna. (6,5)