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lunedì 23 gennaio 2017

Mr. Ciak: Indivisibili, Animali fantastici e dove trovarli, Collateral Beauty, Assassin's Creed, Un bacio

Daisy e Viola sono gemelle. Ma, siamesi, di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo indissolubili, indivisibili, cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee. Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate, la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di mare – all'asciuttezza di Mustang. Una lacrima silenziosa, non prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno spigolo generoso anche per te. (7,5)

Peggio dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan. Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di Animali fantastici era nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry Potter su carta ma non sempre sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata per sbaglio, libera per strada i suoi animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere – per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)

Un pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno, in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona. Collateral Beauty aveva, dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty, purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili, accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per Moonlight, e il parziale colpo di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo assistito.  (5)

Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame ambiziose e una serie di romanzi, è giunta fino a me. Giunto fino a me anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile Macbeth e viaggi nel tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's Creed, però, è una visione sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The Light Between Oceans, quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene. Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e che tristezza che mettono. (4,5)

Blu scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a Glee. Antonio, talentuoso cestista, ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo. Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze, le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio, scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei, mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo, omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia, parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un bacio? Un film adatto alle scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -, tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio? Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé qualsiasi vergogna. (6,5)

sabato 27 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: The Danish Girl, Mustang, Anomalisa

Attore, Attrice non protagonista, Costumi, Scenografia
Una modella che tarda ad arrivare, un dipinto che ha bisogno delle ultime pennellate, quel marito artista che accetta di posare per lei, giovane pittrice in cerca d'affermazione. Le scarpe con il tacco sono strette, le calze stringono, ma la sensazione della seta addosso risveglia in lui la metà negata. Gerda e Einar assecondano di comune accordo l'emergere del lato femminile di lui: un po' di trucco, un vestito d'alta sartoria, una parruccha rossa... et voilà. Lili si risveglia, a una festa, con il bacio di uno sconosciuto, come nelle favole. E la favola la vive, ma di nascosto. La moglie paziente, nel mentre, piange in silenzio e sopporta. Il mistero di ciò che ha dentro, in testa, si abbatte anche sul corpo. Una dolorosa trasformazione psicofisica e Lili, mondana ed egoista, prende il sopravvento. Come un'amica immaginaria persa crescendo, che torna a sorpresa alla nostra porta e reclama il suoi spazi vitali, assieme ai nostri. C'è chi vorrebbe imprigionare Einar in una camicia di forza, il disturbo mentale è il verdetto; ma c'è chi, come Gerda, fedele fino all'ultimo, sa che Lili, un giorno, potrà diventare una farfalla. Un corpo che non calza a pennello, una straziante storia vera e, allo scorso Festival di Venezia, si era già sicuri che The Danish Girl si sarebbe fatto valere alla notte degli Oscar. Un amore trascendentale, un'altra trasformazione e, alla macchina da presa, il Tom Hooper così caro all'Academy. “E' stato come baciare me stessa”, racconta una Alicia Vikander qui dolce e risoluta, parlando del primo incontro con il marito artista. Nei quadri, infatti, lei lo vede già donna. Tra sé e sé, pensa in anticipo a una trasformazione mai tentata. La mente non metabolizza ancora, eppure la pittura – sfogo, immediatezza – accetta con facilità l'inaccettabile. Eddie Redmayne, ancora una volta con un ruolo ipercaratterizzato e arduo – e non perché la questione sia tabù, ma perché in Stephen Hawking, così come nei meandri di Lili, c'è il serio rischio di non uscire più -, veste per la prima volta abiti femminili e due personaggi. E, ancora una volta, lascia scossi e toccati. Einer, contrito e provato nella mascolinità, e la sua controparte nascosta, al contrario colorata e frivola: tra i due estremi, l'uomo e la donna, uno sconcertante lavoro di introspezione, un Redmayne particolarmente grazioso en travesti e un cambiamento che il maniacale lavoro di mimetismo palesa agli occhi. Da effeminato, con gli svolazzi delle mani e il passo danzante, ci dà poi l'impressionante illusione di cambiare pelle; alla fine, è Lili. Quand'è che un attore è il migliore della sua categoria, mi ha chiesto mio fratello durante la visione? Quando fa la differenza. Quando non permette che il film, senza di lui, abbia ragione d'essere. Se fosse per me, allora, en plein per un giovane interprete che, per il secondo anno consecutivo, ha la sfacciata fortuna di imbattersi nel ruolo di una vita e in una partner tanto comprensiva, tanto grande, quando lo fu la Jones. Hooper, raffinatissimo, porta un Redmayne in stato di grazia, di nuovo, e la splendida Alicia in un quadro di quelli di Gerda. C'è tanta bellezza, dunque, ma non mancano nemmeno il corpo, l'eros, il dolore di lui – che urla, e nessuno lo sente – e quello di lei – vittima dell'amore eterno nei riguardi del solo uomo che non potrà mai avere. Fino alla poetica immagine finale, almeno: una sciarpa che vola, il ricordo di un aquilone, il resoconto al mattino di un bel sogno. E Gerda che ha paura di svegliare bruscamente loro – dove inizia Einar e dove la sua controparte, ormai, non si sa più - e noi spettatori. Sonnambuli senza riposo e, tanta è stata l'emozione, senza più lacrime. (8)

Miglior film straniero 
Turchia, giorni nostri. L'ultimo giorno di scuola, come accade ovunque, genera euforia, qualche lacrimuccia, il baccano degli studenti felici e contenti, con tutta un'estate di dolce far niente all'orizzonte. Come accade nella mia città, ad esempio, e in tutte quelle a un passo dal mare, si corre in spiaggia al suono della campanella e ci si schizza l'acqua salata in faccia. La si schiva tra una risata e l'altra e le ragazze, punzecchiate, si aggrappano al collo dei ragazzi: a cavallo, accolgono la bella stagione. Ma per cinque ragazze turche, cinque sorelle, quel gesto di giovanile avventatezza è l'inizio della fine. Sarà, per loro, l'ultima estate da trascorrere insieme. Una vicina chiacchierona, comportamenti sconsiderati e improvvisamente, attorno alla loro casa, sorgono le sbarre di un carcere e fioccano visite di indiscreti pretendenti. Le orfane di Mustang, il film franco turco che avrà il mio sincero sostegno alla notte degli Oscar – e non solo perché ho visto solo questo all'interno della cinquina, per quest'anno -, hanno gli occhi chiari, la pelle abbronzata, i capelli lunghi lunghi. Sono bellissime, in età da marito, stando ai ragionamenti degli adulti, e indomabili. La più piccola delle sorelle, schietta e ribelle, racconta queste piccole donne appese ai cornicioni e sui trespoli della loro gabbia dorata, queste verigini suicide che d'amore talora vivono e taloro  muiono. Qualcuna si sposerà per desiderio, qualcuna per ordine di uno zio normativo o di una simpatica nonna che poco ha voce in capitolo e qualcuna, come la giovane narratrice, imparerà a guidare e, in segreto, a sognare una Istanbul che sembra un pianeta a parte. Uscito lo scorso autunno in Italia, il promettente, potente esordio di Deniz Gamze Erguven ha rari difetti, anzi, due: quell'etichetta di film drammatico, serio e rigoroso, che un po' stretta gli sta, e la pigrizia, che poi sarebbe un difetto giusto mio. Recuperato più per dovere che per voglia, Mustang si è rivelato un film diverso – sarà che il film straniero, comunemente, lo si immagina lungo, indipendente, di nicchia –, bello, toccante. Fresco e colorato, nonostante il tema ti mostri la tragica realtà delle spose bambine e gli strascichi di una antiquata società patriarcale, per gran parte del tempo è una commedia adolescenziale orientaleggiante, con l'estate delle grandi scelte e la sensazione di vivere per sempre. Sgattaiolare di nascosto, avere rapporti sessuali preservando la verginità, abbandonare gli studi per diventare perfette massaie: ci si stringe insieme, si stringono denti e pugni, e crescere – scoprirsi donne, mogli: oggetti – pare l'ennesimo gioco spensierato. Mustang, modernissimo e pieno di ottimismo, ha un cuore che pompa, le mille contraddizioni del suo Paese affascinante e terribile e cinque eroine come poche. Contro le lenzuola da sbandierare, con impressi i segni rossi della prima notte di nozze, e le tradizioni medievali dei loro avi, queste sorelle di un cinema francese che non delude si fanno scudo. Proteggono noi dalla pesantezza in agguato, se una simile storia fosse stata raccontata con altri toni, e praticano squarci alle loro brutte gonne per mostrare le gambe. Senza il velo, a capelli sciolti, nel vento. E trasformano la loro realtà, così, da prigione a baluardo, da dramma a commedia, facendo di Mustang il film di cui più ti penti per l'imperdonabile ritardo del recupero. (7,5)

Miglior film d'animazione
Michael Stone è un eterno passeggero. Vive viaggiando e, per lavoro, dà consigli agli altri. Una notte di pioggia l'ha portato a Cincinnati per il lancio del suo ultimo best-seller e, orgoglioso e cauto, si tiene stretto il suo accento britannico e il suo bagaglio a mano. E' ospite al Fregoli: un hotel stellato che gli offre una spaziosa camera per fumatori all'ultimo piano e, a sorpresa, una conoscenza che farà la differenza. Lì, l'indaffarato Michael incrocia la stralunata Lisa, e potrebbe avere inizio così una di quelle chiacchieratissime, poetiche commedie romantiche che piacciono a me. Hanno dolori e vite intense e una notte insieme prima di separarsi. A parole mie, Anomalisa è una storia d'amore alternativa, molto nelle mie corde: metteteci anche i protagonisti di mezza età, il sesso imbarazzato, gli ambienti circoscritti, i dialoghi a opera di un signore scrittore. In pratica, invece, soprattutto se sceneggiato e diretto dalla mente di Eternal Sunshine of The Spotless Mind, diventa più originale e bizzarro del previsto: ci sono due grandi attori – David Thewlis e Jennifer Jason Leigh: quest'ultima, straordinaria ancora una volta, dopo l'exploit con Tarantino – ma doppiano tozzi omini in stop motion; la romcom, perfino nell'esplicito rapporto sessuale, si fa a cartoni; i personaggi che popolano l'hotel e il mondo, fatta eccezione per i due protagonisti, hanno tratti anonimi e la stessa voce. Le figure di Kaufman, nonostante le prodezze dell'animazione, hanno sul viso quella che ha tutta l'aria di essere una maschera posticcia. Come mai, ci si domanda, e perché Lisa, eppure non bellissima, non brillantissima, è l'impensata variabile nel mondo dello scrittore sempre a zonzo? Lo psicoanalitico Anomalisa ci dà molte chiavi di lettura e, allo stesso tempo, nessuna in particolare. Candidamente, si potrebbe dire che abbiamo bisogno di una sola voce, purché sia quella giusta, per sorridere alla vita. Documentandosi un po', invece, si scoprirebbe tutt'altro: ad esempio, riferimenti criptici nel nome stesso dell'albergo che fa da sfondo. Fregoli, trasformista italiano, ha dato il nome all'omonima sindrome: un raro delirio in cui il malato si sente braccato da una persona che cambia aspetto e, stando a lui, si camuffa per confondergli le idee. Ecco il perché dei volti simili ma diversi, delle voci omologate. Se la prima parte – introspettiva, tenera, logorroica – fa del film un gioiello, la seconda – più visionaria, sbrigativa – lascia confusi, soddisfatti a metà. Ma venti minuti irrisolti possono forse cancellare una splendida ora introduttiva? Un Freud ci andrebbe a nozze, il nostro Pirandello avrebbe tanto da ridire sulle maschere, gli esseri umani e sui misteri insondabili della nostra psiche. Io, pur non apprezzandolo al cento percento, con qualche forte riserva legata alla vaghezza della chiusa, ho trovato che in Anomalisa ci fosse tanta, ma tanta di quella umanità... Pur parlando di disumanizzazione, tra le righe. Pur essendo fatto, a prima vista, di tanti cliché sull'anima gemella e plastilina. (7)

lunedì 12 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La teoria del tutto, The Imitation Game, American Sniper

Buongiorno, amici. Si inizia una nuova settimana di letture e cinema ed avete letto bene. Mr. Ciak, mettendosi tutto elegante, è pronto e attento. La stagione dei premi, dopo che i Golden Globe hanno avuto già i loro vincitori, è alle porte. Lo scorso anno, l'ho seguita, ma con il mio solito disordine. Vi ho parlato dei film che facevano parlare in ordine sparso, col caos. Quest'anno, siccome tra i miei propositi c'è quello di essere più puntuale e organizzato, troverete me che vi commento i film in lizza in And the Oscar goes to. Occhio, però. Ho già recensito Gone Girl, Lo sciacalloMaps to the stars, St. Vincent, Boyhood, ma in fondo erano pellicole dello scorso anno, no? Se li avete visti, ovviamente ditemi la vostra. Un abbraccio e buon inizio di settimana, M.

Ero preoccupato che guardare La teoria del tutto, a dicembre, avrebbe scombussolato la mia personale lista dei film dell'anno. Riscriverla? Un problema, se il biopic sulla geniale vita di Stephen Hawking si fosse imposto, come mi aspettavo, sul podio. Piccolo grande ma. La teoria del tutto, elegante e curato com'è, non ha messo in discussione le mie preferenze: resta un bel prodotto, ma coi suoi limiti ed i suoi punti di vista poco a fuoco. Il profumo di Oscar, forte, però rimane. James Marsh prende una storia intensa, attori non ancora noti quanto meriterebbero e, in punta di piedi, ma con un'eleganza tutta inglese, mette insieme un film giusto. La fotografia è avvolgente, la colonna sonora incalza, la macchina da presa si concede qualche convincente volteggio tra le scale a chiocciola e i girotondi tra innamorati. Il film è cristallino, delicatissimo, e - per quelle due ore – arriva dove dovrebbe. Emoziona piano, scoprendosi capitanato da un cast meraviglioso. Quieto, intimo, sommesso, rinuncia al virtuosismo, ai fiumi di lacrime e, con una maliziosa ironia e toni agrodolci, in rewind, ti mostra l'altra faccia che ha il lieto fine. Realistico, ma incantato. Cosa che mi è piaciuta, anche se forse ha impedito le morse al cuore e il resto. La storia di Stephen e Jane ha un inizio e una fine come l'universo percepito dallo scienziato, ma è arduo mettere un punto fermo all'amore di una vita. Il registra ne mostra gli inzi e gli sviluppi, il matrimonio e i figli che nacquero, con una fluidità che non si percepisce e un meticoloso lavoro di trucco che invecchia i protagonisti poco alla volta, sotto gli occhi di chi guarda. Alle scoperte si sommano i sacrifici della vita coniugale, scossa da una malattia che li indebolisce, ma non li uccide del tutto. Le sorprese sono Eddie Redmayne e Felicity Jones, più bravi di quanto pensassi. Lui, giovane attore che ho trovato spesso scialbo, a trentadue anni è così fortunato da imbattersi nel ruolo della vita: timido e impacciato all'inizio, fragile e muto alla fine, recita con il viso e con quella voce che viene meno, mentre il corpo si accartoccia come una foglia secca e la malattia avanza. Ogni cosa nella sua performance – dalla camminata storta alla grafia tremolante – è studiata fino a far scomparire qualsiasi traccia di finzione; esalta. Nel 2014 ho visto prove splendide, ma il magnifico Redmayne le mette quasi in ombra. La Jones, al suo fianco, non è da meno, anche se il suo è un ruolo semplice e dimesso. L'incantevole Felicity, con il viso pulito e un candore d'altri tempi, è una donna con una missione: custodire la sua famiglia. Sprigiona forza d'animo, coraggio, anche disperazione... ma la disperazione è tutta lì, in quegli occhi blu che brillano, perché non deve piangere. Non deve far capire a quel marito bambino che, a volte, è un peso sullo stomaco intollerabile. Trattenuta e intensa, dondola con Redmayne in perfetto equilibrio, sull'altalena delle loro miracolose vite. Ottimi anche i comprimari: in particolare Charlie Cox, che rende buono e empatico un personaggio che, mostrato per vie traverse, sarebbe apparso un infelice terzo incomodo in un matrimonio perfetto. Onesto e verisimile, La teoria del tutto addolcisce ma non cambia i fatti e, pur privo di occhi grandi e davvero significativi, dà l'impressione che Jane e Stephen, per tutto il tempo, guardino insieme quello che hanno costruito e quello che hanno di comune accordo infranto dal loro verdissimo giardino segreto. (7)

Un altro biopic che viene dal Regno Unito. Un'altra produzione british fino al midollo. Un'altra ottima performance, per rendere la complessità e le contraddizioni di un'esistenza. Turing come Hawking. Un genio. Ma The Imitation Game è la storia di un genio dalla vita solo apparentemente meno sofferta; un brillante matematico che non ebbe né il conforto di una moglie paziente, né la consolazione della gloria. Alan Turing nessuno se lo ricorda. Per cinquant'anni, il suo nome e la sua invenzione sono stati sotto silenzio. Arsi in un rogo scoppiettante, quando la Seconda Guerra Mondiale era finita, ma anche grazie a lui. Che era troppo gracile per la trincea, ma che salvò milioni di vite, sconfiggendo Hitler e il tempo in una stanza grande quanto un garage. In una gara avvincente e impossibile. Per lui, nessun onore. L'oblio, e poi la beffa. Il suo volto sui giornali per le sue preferenze sessuali, non per quello che, padre dei moderni computer, aveva intutito. The Imitation Game parla di una storia che non conoscevo e che pensavo non potesse interessarmi. I punti in comune con La teoria del tutto sono più di uno, ma convince più questo. Quella di Stephen e Jane è una storia d'amore, ma questa è una storia di passione. La passione bruciante verso i lati di noi che non riusciamo a smettere di amare, anche se ci fanno del male. Come quel cervello iperattivo e veloce, che eppure non ci insegna come stare in società; quel sentimento impossibile verso un tuo compagno di scuola, da bambini, che consacriamo dando alla nostra grande invenzione il nome del primo amore; quell'idea fissa che ci fa perdere il sonno e i chili, in cui nessuno crede davvero, ma in cui confidiamo con il vigore dei pazzi. E' discreto, ponderato, non particolarmente audace, proprio come il biopic di Marsh, ma con un quid dato da una struttura tripartita, neanche originalissima ma piacevole, e da personaggi a cui vuoi bene con poco. Personaggi, al plurale. Mentre l'altro non ha occhi che per i suoi romantici protagonisti, a The Imitation Game giova la sua dimensione collettiva. I comprimari, pignoli e accaniti smanettoni dei computer ante litteram, sono interessanti e delineati con eleganza. Matthew Goode, bello e sicuro, non si fa mai mettere in un angolo; Mark Strong e Charles Dance sono ottimi caratteristi; Keira Knightley – discreta, sì, ma immeritevole di una candidatura – è una donna decisa e forte, con gli attribuiti grandi così in un mondo a misura d'uomo. I discorsi, le rivalità e la complicità tra personaggi numerosi danno ritmo al film, regalano qualche risata, accompagnano meglio lo spettatore, ma forse mettono in ombra il lavoro di Benedict Cumberbatch. Un lavoro notevole; non il migliore. Quel personaggio sagace, testardo e fragile sembra scritto su misura per lui, ma Redmayne e Gyllenhall reggono i loro rispettivi film. Non si può dire lo stesso in questo caso, anche se pare che, doppiato, il protagonista perda molto del suo decantato (e per me incomprensibile) fascino. Mi ha intrattenuto, regalato qualche sorriso e più di qualche brivido e, mentre scendevano i titoli di coda, mi ha piegato in due per un finale che non conoscevo. Allora The Imitation Game spiega che la guerra è finita, che Hitler è morto, ma che altri due mostri temibili – ignoranza e omofobia – sono a piede libero. Ha inusuale leggerezza, un cast omogeneo, tre diversi protagonisti. Quello ragazzino, con un solo amico e orde di bulli intorno; quello giovane e vitale, che sa cos'è ma non sa cosa diventerà; quello adulto, con la speranza a terra, che aspetta una visita amica e le sue pillole. Si rivela, sul finale, tanto amaro: ma con un epilogo diverso mi sarebbe piaciuto? Non amo le guerre, detesto lo spionaggio. Ma penso che una storia ben raccontata sia sempre una gran cosa, e il film di Tyldum, la cui regia è però alquanto convenzionale, è scritto bene, senza parole superflue. Neanche due ore, per un intrattenimento non indimenticabile, ma solido. Il mio primo bel film dell'anno. (7,5)

Io leggo tutto. Anche i film che guardo. Deformazione professionale. Aspettavo il nuovo film di Clint Eastwood, pensando non fosse il solito film di guerra. Basato sulla biografia di Chris Kyle, uno dei cecchini più spietati e noti d'America, ci raccontava la storia dell'uomo, la missione del patriota, il mestiere dell'assassino. Invece, quando avrei voluto leggere le sue verità tra le righe, quando avrei voluto osservare la tragedia del conflitto così come l'avevano osservata i suoi stessi occhi, mi sono trovato davanti un libro chiuso, sigillato. Non si poteva leggere. Era già scritto, preconfezionato, e dovevi prendere o lasciare. Al solito. American Sniper promette un'umanità che manca. Non ho capito l'uomo, non mi sono chiesto se tutte quelle infinite vittime fossero giuste o sbagliate, non ho sentito la tremarella o il tentennamento. La mano di Eastwood non si concede tremori, così come il dito di Chris, che preme il grilletto e centra il bersaglio a colpo sicuro: che sia una donna o un bambino, che sia un soldato o un civile. Il protagonista, la prima volta, uccide un ragazzino, con la moglie che a casa porta in grembo un figlio suo, e io non ho percepito le sue incertezze, i suoi dubbi. Si chiedeva se era giusto farlo, e in un modo che non fosse così retorico? Si sentiva sporco, dopo? Con che cuore ritornava dalla sua famiglia? Il cinema fa della controversa figura del cecchino un eroe a tutto tondo, un cavaliere nero i cui lati oscuri sono prevedibili e noti; perdonabili. Sullo sfondo, dappertutto, che fa fuoco e miete vittime, c'è la guerra di una nazione, ma non la guerra di un uomo qualunque di cui non riesci a fare tua l'interiorità lacerata. Un personaggio potenzialmente immenso, invece, è trasformato in una figurina stilizzata, ricordata in un'agiografia americanissima che sente una sola campana, non ammette repliche, non solleva dubbi etici. E invece me lo sono chiesto, io. Qual era la differenza tra i bambini con i mitra e i figli di papà yankee che, nei civili Stati Uniti, sono educati al culto della caccia; qual era la linea di confine tra le sette vergini che spettano in premio ai kamikaze e la Bibbia che il protagonista si portava appresso; quant'era distante il violento e folle senso patrio estero rispetto al connaturato patriottismo americano. Eastwood, invece, scolasticamente, contrappone il cecchino iracheno a quello nato e cresciuto in Texas, con un punto di vista tanto collaudato quanto pigro. American Sniper è un film di guerra come tanti, quello è il guaio, e che il protagonista sia una persona vera poco importa. Non è una personale soggettiva, questa; è una strategia, tra le granate e le tempeste di sabbia, in cui ci sono l'amico occidentale e il nemico orientale che si sparano addosso, mentre qualcuno – e quel qualcuno non coincide, purtroppo, con Chris – te lo racconta con toni assai standard. Grandi assenti: la colonna sonora, non pervenuta; l'emozione. La sceneggiatura non tiene conto della spersonalizzazione del soldato, di un'omologazione premiata a furia di medaglie ma che lascia aridi dentro, del rapporto altalenanete con una moglie estranea le cui tensioni radicate nel profondo, dopo due ore, vengono liquidate con una battuta maliziosa, una pacca sul culo e una risata. Buoni i protagonisti, ma non eccelsi: convincenti, come da copione, ma basta. Dialoghi scarni e nulla per cui strapparsi i capelli. La Miller è discreta; Cooper, ingrassato e in parte, ci mette la fisicità ma non il resto. American Hustle gli avevi messo i bigodini in testa, eppure, lo aveva reso ridicolo ma magnetico. Manca una chiave di lettura, e se non è il buon Clint a darcela, allora chi? Il suo, resta un prodotto superficiale, nel senso stretto del termine. Indugia sulla soglia; non va mai oltre il confine. E non bastano le linee nemiche varcate. (5,5)