mercoledì 4 dicembre 2019

Recensione: Gli altri, di Aisha Cerami

Gli altri, di Aisha Cerami. Rizzoli, € 18, pp. 288 |

Alle porte di una città imprecisata, protetto da una cortina di siepi che ne fanno una fortezza inespugnabile, sorge il condominio in cui ognuno di noi spenderebbe volentieri i propri giorni. Quattro piani, tredici abitanti di diversa estrazione sociale, porte sempre aperte, tutti che possiedono la chiave di scorta di tutti. Il Roseto è un microcosmo gaudente e lieto, destinato a un’eterna fioritura indipendentemente dalle stagioni meteorologiche. C’è un ricco fondo cassa, e ogni scusa è buona per attingervi e organizzare serate per pochi eletti – dal primo ciclo mestruale di una ragazzina al compleanno di un’ottuagenaria, da un funerale a una festa di benvenuto. La morte di un’abitante del Roseto, allo stesso modo, è una tragedia condivisa all’unanimità. Ci si fa forza insieme, soprattutto se l’infarto fulminante dell’anziana Dora significa far fronte a un altro dispiacere: rapportarsi da zero con nuovi inquilini. Qual è l’identità degli ultimi arrivati, che escono all’alba e rientrano al tramonto? Perché rifuggono i momenti di aggregazione e non si adeguano ai ritmi del resto del palazzo? Lo teorizzava già J. G. Ballard, nel classico della distopia da tempo immemore nella mia lista dei libri da recuperare: i condomini sono delle macchine perfette, i cui abitanti – sottoposti alla dittatura del quieto vivere – costituiscono un coro armonico e intonato ai limiti della spersonalizzazione. Lo ha ribadito il regista Roman Polanski, nella trilogia da brivido inaugurata con Repulsione. Gli ha fatto infine eco Alex de la Iglesia, con l’hitchockiano La Comunidad. Ultima ma non ultima, si concede un soggiorno malsicuro anche l’esordiente Aisha Cerami: il suo romanzo di debutto è una sorpresa inaspettata. Non lasciatevi ingannare dalla deliziosa copertina color pastello. Benché frizzante e leggerissimo, scritto in maniera svelta e puntuale, Gli altri non è assolutamente una storia consolatoria in cui l’ultimo rigo regala al lettore un messaggio di concordia. Ogni personaggio, infatti, ha una vita pubblica, una privata e un’altra segreta.

Anni e anni prima, in quel condominio, c’era stato un uomo che aveva stilato una legge uguale per tutti. Una legge indiscutibile e fondamentale perché quel posto restasse per sempre un luogo felice. Il regolamento veniva firmato alla prima riunione di condominio. Una firma senza valore legale, ma sacra. Un patto di sangue, senza tagli o giuramenti sotto la luna piena. E il regolamento diceva più o meno così: rispetta il prossimo tuo come te stesso; non usare violenza; non minacciare; non fare la spia; non avere segreti.
Ci sono Romana e Stevi, protagonisti di un matrimonio sadomasochistico da cui fuggire soltanto attraverso la fantasticheria di un tradimento coniugale; Rachele, sull’orlo di una crisi di nervi e madre di due gemelli pestiferi, con un volto devastato dalla psoriasi; le outsider Libia e Marilyn, la prima ex tossicodipendente e l’altra travestito di buon cuore; il Conte, prigioniero di una genitrice dispotica e dei disturbi ossessivo-compulsivi; il Vedovo e Maria, insegnanti in pensione, che talora mettono pace con parole assennate. E soprattutto c’è la quattordicenne Arina, figlia dell’umile Olga, che contro ogni pronostico si affeziona al figlio della famiglia appena giunta lì e l’ama di un amore quasi shakespeariano: Antonio è gentile, vorrebbe diventare un autore di horror, e regala all’adolescente sogni alternativi e uno sguardo più lucido sugli intrighi dei vicini. Il Roseto è lo specchio fedele delle contraddizioni della nostra società, nonché della cronaca. È fonte di protezione, è un vincolo; discrezione e omertà sono in rima baciata. Al centro di un isolamento perfetto, i personaggi della Cerami hanno buone maniere e animi oscuri: vedono pericoli dappertutto, specialmente nelle novità. Fanno spallucce davanti all’evidenza della violenza domestica, fiutano il marcio nella bellezza delle relazioni nascenti, vietano il sesso occasionale, seminano l’odio. Radunati in cortile, farneticano di suicidi e malocchio, somigliando ai membri di una setta grottesca. Il condominio li protegge, o forse li costringe in gabbia? Meglio porgere l’altra guancia, oppure battagliare?

Era lì, incastrato tra le fauci della morte, a tendere i muscoli verso l’alto, sperando di farsi nascere le ali. «Prima o poi capirà che non ha scampo» disse Rachele, pregustando il momento della resa. «Prima o poi morirà e noi ci illuderemo, per un momento, di aver ucciso tutti i topi del mondo» bisbigliò il Conte col fiato sospeso.
 La puzza persistente d’immondizia, un topo che scorrazza in giardino, l’avanzata di una macchia d’umidità sulla facciata, l’arrivo di un randagio che oltrepassa il cancello e squarcia le buste della spazzatura: la colpa, sancisce l’ennesima riunione, è proprio degli altri. Ricchissimo di dialoghi e caratterizzato da ambientazioni circoscritte, il romanzo ha pregi e difetti che derivano da un impianto sin troppo teatrale: le entrate e le uscite di scena sono scandite con l’orchestrazione un po’ meccanica del palcoscenico; i capitoli, alla stregua di atti, a volte danno l’impressione di essere appena giustapposti; non tutti i personaggi, per via di una divisione diseguale dei copioni, sono caratterizzati per forza di cose con la stessa perizia. Croce e delizia, comunque, di una commedia all’italiana nello stile di Perfetti sconosciuti e L’ultimo Capodanno, sorretta da un’ironia pungente e da un caos francamente irresistibile. Di una cattiveria che non dà tregua, Gli altri apre le gabbie ai matti e ai sentimenti più bestiali. Ti prende per sfinimento, e alla fine smaschera la vera indole di ciascuno di noi: sotto la maschera, in borghese, chi più e chi meno, siamo tutti mostri. Quanti patti abbiamo sottoscritto a cuor leggero, ignari di stringere accordi con Mefistofele? Quante volte abbiamo indicato la pagliuzza nell’occhio di qualcun altro?
La colpa è della trave che intanto sbuca dal nostro. Ci acceca. E se abbastanza acuminata, puntata verso il prossimo, qualche volta ferisce a morte.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Amen 

lunedì 2 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: Dickinson | AHS: 1984 | Atypical S03

È un esperimento di quelli che o si amano, o si odiano.  Maleducata, autoironica, postmoderna, la serie Apple gioca con l’incontro-scontro tra corsetti e musica elettronica, con tanto di parolacce, visioni psichedeliche, festini a base di oppiacei. Al passo coi tempi, scherza sul binge e sul sexting:  cosa ci siamo inventati noi, infatti, se nell’Ottocento le pubblicazioni a puntate di Dickens erano l’equivalente delle serie da non spoilerare agli amici e gli autoritratti senza veli, regalati al cascamorto sbagliato, potevano diventare materia di pettegolezzo? Questo sfondo lontanissimo dall’immaginario dei period drama – per fortuna – si rivela la cornice ideale per parlare di una poetessa femminista, bisessuale, libera come l’aria. La giovane Dickinson flirta con la morte, sogna di vedere il circo e i vulcani, vede l’innamorata convolare a nozze con suo fratello, si lega a un mentore sfortunato. Forse inutile specificarlo, si scontra puntualmente con la mamma casalinga – Jane Krakowski: sempre sinonimo di risate assicurate – e con il padre, politico tanto accomodante in privato quanto severo in pubblico. I toni dissacranti di questa commedia adolescenziale raggiungono un ottimo equilibrio soprattutto negli episodi centrali: gemme di scrittura e regia, che soltanto di rado ci fanno distrarre pur di ammirare il gusto di costumi e scenografie. Dickinson, confermata per una seconda stagione, è una visione sorprendente. Ti affezioni a protagonisti e comprimari, rischiando di commuoverti nel finale. Ti dici meravigliato per l’insospettabile verosimiglianza della serie, che permette nel mentre di scoprire le migliori poesie di Emily – traboccanti di erotismo, tematiche macabre e spiritualità, compaiono sullo schermo in caratteri dorati – o di viaggiare nel tempo conoscendo ora le pose di Thoreau, ora l’ambizione della Alcott. Ti scopri innamorato della gamma espressiva di una Heilee Steinfeld da Golden Globe: esilarante nei momenti comici e potentissima in quelli di raccoglimento, l’attrice e cantante ha una passionalità che renderebbe orgogliosa la stessa autrice. Emily è stata capita. L’ho capita qui. Nella produzione in costume che scalcia, pur di uscire dai banchi di scuola e dalle sue gonne pesanti. Nel mix che, dopo Luhrmann e Coppola, istruisce elettrizzando. Dickinson: centonovanta anni e non sentirli. (7,5)

Ambientazioni lacustri, una scalmanata comitiva di amici, quattro assassini, tre piani temporali. Dopo il fallimento della stagione precedente, un imbarazzante crossover che scontentava fan e detrattori, American Horror Story torna seguendo la scia insanguinata di Venerdì 13 e la retromania dilagante, ormai prassi da Stranger Things in poi, qui proposta in verità senza grande spirito di iniziativa. Ryan Murphy si diverte a prendere in prestito il meglio e il peggio di quel filone cinematografico. Ossia: protagonisti insopportabili, sangue a litri, sesso e colpi di scena a raffica. La serie antologica che ha sempre avuto il gusto per l’eccesso nella lista dei difetti, come se la cava omaggiando un sottogenere già trash di per sé? Benché troppo kitsch per essere vero, fra lezioni di aerobica, capelli cotonati e canzoni a tema, il fritto misto di Murphy e company sceglie quest’anno di viversela con assoluta leggerezza e nel segno dell’autoironia. Abbandonando sia la politica statunitense che i crossover, 1984 torna ai toni sopra le righe della sottovalutata Scream Queens. Il risultato è una nona stagione nient’affatto memorabile, ma che in fondo potrebbe suscitare la benevolenza sia dei nostalgici sia di coloro che ricercano colpevolissimi guilty pleasure. Ci sono infatti stralci di cronaca nera – gli omicidi del Night Stalker, trasformato dagli sceneggiatori in un satanista dalle mille vite –, le leggende da falò – le gesta di Mister Tintinnio, accanto a terreni maledetti dove gli spiriti non trovano pace –, le presenze incorreggibilmente pop – la solita Emma Roberts, troppo specializzata nei ruoli di ape regina per convincere come fanciulla indifesa, e la coppia inedita costituita dai simpatici Matthew Morris e Billie Lourd. Ricordati di noi. Lo implorano questi fantasmi. Lo pretendono gli anni Ottanta. (6,5)

Farebbe bene a cambiare titolo. Non più Atypical ma I Gardner, in assonanza con le sit-com che hanno fatto la storia della televisione. Le si augura, infatti, lo stesso futuro. Arrivata già al terzo anno, più corale che mai, la serie Netflix sulla sindrome di Asperger riesce ancora a intenerire e appassionare. Anzi, se lo chiedeste a me, vi direi probabilmente che questi dieci episodi sono i migliori girati finora. La cosa ha davvero del miracoloso: perché sono uno spettatore incostante e l’ennesimo soggiorno a casa di Sam poteva trovarmi con la mente altrove. Contro ogni pronostico, invece, Atypical mi fa suo. Davanti allo schermo, con gli occhi a cuoricino, sorrido e mi emoziono grazie a un intrattenimento vecchio stile che ha dalla sua qualcosa che non passa mai di moda: un cast ben assortito. E qui, dal primo all’ultimo, i personaggi funzionano proprio tutti. Talmente vivi e contraddittori, a volte, che è impossibile non criticarne le scelte oppure trovarli antipatici. L’imprevedibile Sam, alle prese con la routine del college, è il collante per le storie degli altri. Mamma e papà, separati in casa dopo il tradimento della Leight, sono fermi a un bivio: il divorzio è più semplice del perdono? La sorella minore, Casey, si interroga sulla propria sessualità: attratta dalla coetanea Izzie, rischia di mettere da parte Evan, anche noto come il personaggio più adorabile del piccolo schermo. Si possono amare due persone contemporaneamente? Da non dimenticare, infine, Paige e Zahid: spalle comiche insostituibili, la fidanzata e il migliore amico del protagonista lasciano spazio a sorprendenti momenti di fragilità, con lei che subisce l’emarginazione delle matricole e lui traviato, invece, dalla relazione con la ragazza sbagliata. Ognuno o quasi avrà il suo lieto fine. Potremo sentirci nuovamente parte della famiglia, in attesa che dai piani alti arrivi la conferma di una quarta stagione? Lo speriamo, sì, prendendo in prestito dai pinguini studiati da Sam la fedeltà incondizionata, la pazienza e il senso di appartenenza. Le feste mi mettono di malumore, si sa: ho sempre paura di tornare a casa. Posso avere ancora i Gardner, per favore? In alternativa, mi trasferisco al Polo Sud. (7+)

venerdì 29 novembre 2019

Recensione: La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante

| La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante. E/O, € 19, pp. 336 |

Gli addii mi rendono codardo. Sono arrivato alla fine di Storia di chi fugge e di chi resta – il quarto romanzo della tetralogia già in attesa sul mio comodino da un po’ – e ho preferito fare dietrofront all’ultimo. Non sono bravo con i congedi: soprattutto se, come in questo caso, si tratta di un a mai più rivederci. Allora prendo tempo. A novembre, così, ho rimandato a data da destinarsi la lettura del capitolo conclusivo – spero comunque di riuscire entro l’anno –, barattando il vecchio con il nuovo, una fine con un inizio. Una Ferrante con un’altra. Ancora una volta circondata da un’aura di mistero, la “scrittrice geniale” mi ha dato la scusa per procrastinare il giorno del commiato con un romanzo da scoprire prima che il passaparola togliesse il piacere della sorpresa. 
La vita bugiarda degli adulti è una storia tutta nuova, ma restano le costanti fondamentali: una scrittura straordinariamente densa, gli alti e bassi di una narratrice adolescente talora difficile da perdonare, le contraddizioni di una città percorsa questa volta al contrario. Dal basso verso l’alto, dal Vomero al Pascone. I nostalgici del rione si sentiranno subito a casa, in un racconto di maturazione debitore della crescita di Lila e Lenù: prima bambine, poi donne, in un quartiere lontano dal baluginare del mare. Ricordate la galleria che a un certo punto le due percorrono mano nella mano, pur di affrancarsi dal giogo delle famiglie?

L’amore è opaco come i vetri delle finestre dei cessi.
Somiglia a un tunnel anche la libertà secondo Giovanna, tredicenne che compie invece il viaggio opposto: figlia della Napoli bene, si cala lungo una discesa tanto fisica quanto metaforica. A muovere la scarpinata è una cattiva parola pronunciata dal padre, professore ateo e alto-borghese, che d’un tratto reputa insopportabile i comportamenti della sua unica figlia. La bambina d’oro, all’improvviso, ha rinunciato a una camera rosa confetto per un vestiario succinto e tinto di nero. Ossessionata dal proprio riflesso allo specchio, non si sente all’altezza di quei genitori belli, colti e innamorati. Colleziona brutti voti, assesta rispostacce, s’incattivisce. Cose che succedono nell’età in cui il corpo si arrotonda nei punti giusti e l’animo, al contrario, si fa spigoloso. Ma Giovanna, a torto, si crede sola e incompresa. E frugando negli album di famiglia finisce per identificarsi con zia Vittoria, cancellata nelle fotografie a colpi di pennarello indelebile. Che lo scuorno della parente, rinnegata perché innamorata di un uomo già sposato, si sia abbattuto anche sulla nipote? Quante frequentazioni del ramo paterno sono state negate alla protagonista, scesa ora dalla proverbiale torre d’avorio?

Poi sussurrò in dialetto: scusa, non ce l’ho con te, ma con tuo padre; quindi mi infilò una mano sotto la gonna colpendomi lievemente, più volte, col palmo della mano, tra la coscia e la natica. Mi disse all’orecchio, ancora una volta: guardali bene, i tuoi genitori, se no non ti salvi.
Giovanna si sente a casa soltanto al terzo piano di un condominio imbrattato dalle scritte oscene, a tu per tu con la vergogna dei Trada. Vestita d’azzurro, magrissima e dal petto prosperoso, Vittoria ha le sopracciglia torve ma nasconde un animo romantico: si emoziona ancora parlando di Enzo, l’amante morto diciassette anni prima; balla nel salotto e invita Giovanna a seguirne i passi; racconta i dettagli più scabrosi del sesso e della vendetta, a zonzo su una Cinquecento verde che conduce la protagonista in un lungo tour del parentado, della fede e del dialetto. A ben vedere, chi è la persona davvero realizzata della famiglia? Bisogna biasimare la sguaiataggine della zia, o forse il perbenismo di un castello alto-borghese costruito su una polveriera pericolosissima? Inquadrata tra i tredici e i sedici anni, dalle scuole medie al ginnasio, la narratrice imparerà nell’arco del saliscendi un lessico sboccato e qualche rara preghiera. Asseconderà domande scomode, sensi di colpa, prurigini. Risponderà al nome di Giovanna in presenza delle amiche ricche, Ida e Angela, ma sarà semplicemente Giannina per i più ruspanti Giuliana, Corrado e Tonino. A piacimento, talpa e spola.
Leggere La vita bugiarda degli adulti è come accarezzare le ortiche. Immersa fino ai gomiti nella materia viscida e pungente della prima adolescenza, l’impavida Ferrante spia sotto le incerate dei tavoli e dai buchi delle serrature. Ama sporcarsi, con una scrittura paurosa e scintillante come il sangue vivo, ma protegge dagli schizzi del suo gran frugare il bracciale d’oro bianco ritratto sulla copertina: simbolo d'un passato furfante, falsato ad arte dal restauro dei ricordi, il gioiello passa da un polso all’altro e sembra portare disgrazie. Ma a lezione di stile e d’introspezione psicologica dall'autrice capiamo che la superstizione non esiste, idem il caso. I casi editoriali, quelli belli, per fortuna sì.

«Poi c’è la cosa che alla tua età è la più difficile: onorare il padre e la madre. Ma ci devi provare, Giannì, è importante». «Il padre e la madre non li capisco più». «Li capirai da grande». «Allora non diventerò grande».
Elena Ferrante ci ha abituati alle fragilità dei suoi personaggi, a finali bruschi, mai alla portata del suo talento. Si ripete. E mi ripeto anch’io. Impossibile non rimanere avvinti dal vigore della sua prosa; altrettanto non entrare nei suoi drammi, magari vestiti di tutto punto, fino a insudiciarsi di verità e altre sozzure. All’inizio divorato, poi centellinato per paura mi andasse di traverso, il nuovo romanzo ha la scrittura più preziosa dell’anno e la protagonista più antipatica. Guidato dalle secrezioni ghiandolari dei suoi personaggi, non dagli eventi, lo si ama e lo si odia insieme: compreso quell’epilogo della discordia, brusco come un colpo d’ascia, che in rete fa pensare a un’altra tappa della vita di Giovanna, all’arrivo di un altro testo complementare per dare un senso aggiunto a questa giovinezza: allo sbando, come d’altronde lo sono tutte indistintamente. Un fatto è certo. 
Chiunque sia, dovunque viva, non importa quanti anni abbia, Elena Ferrante dev’essere rimasta un po’ bambina. I grandi mentono per istinto di sopravvivenza. Lei, invece, ha l’onestà infantile di chi li biasima, li guarda tutti dal basso verso l'alto, li apostrofa. Avrà alimentato sotto banco la sua curiosità infantile, le braci incandescenti dei suoi anni sfacciati. Nasconde a media e pararazzi, adesso, un prodigio: quello di non essere mai diventata adulta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - Bury a Friend

lunedì 25 novembre 2019

Recensione [romanzo e film]: Dove la terra trema, di Susanna Jones

Dove la terra trema, di Susanna Jones. Harper Collins, € 18, pp. 204 |

In un Giappone di grattacieli vertiginosi e abbaglianti luci al neon, luogo d’ispirazione per le indimenticabili scenografie di Blade Runner, nasce e muore la storia di Lucy Fly. Straniera in terra straniera, l’enigmatica inglese in trasferta si trova coinvolta in un mistero degno del suo passato. È a Tokyo da dieci anni, lavora come traduttrice. Ormai ha imparato a confondersi tra lo sfarfallare delle luci e la pioggia fitta. Al punto che, probabilmente, un passionale fotografo di pozzanghere chiamato Teiji la prima volta deve averla fotografata scambiandola per un dettaglio del paesaggio. Da un semplice scatto ha avuto inizio una passione laconica e telepatica, terminata con la scomparsa del giovane uomo e l’omicidio di un’altra espatriata: Lily, originaria dello Yorkshire come la protagonista, in fuga da un fidanzato possessivo. Non è stato abbastanza per la sfortunata infermiera nascondersi in un bar dall’altra parte del mondo? O, come insinua la polizia all’indomani di un macabro ritrovamento – un busto ripescato nella baia di Tokyo –, la compatriota sotto torchio potrebbe aver avuto un ruolo cruciale nel fatto di sangue?
Dove la terra trema, dramma psicologico di Susanna Jones tornato in libreria grazie all’arrivo dell’omonimo film Netflix, è il romanzo che avrei voluto leggere al liceo. Quando un thriller tirava l’altro e, reduce dalla lettura dello straordinario Memorie di una geisha, sognavo di trasferirmi nel Sol Levante. Ma la lunghezza del viaggio, le difficoltà della lingua e una sensibilità troppo diversa da quella occidentale, a ben vedere, incantavano e terrorizzavano.

«Non abito in Inghilterra da tanti anni».
«Ma le radici sono importanti».
«I fiori e gli alberi hanno radici. Gli esseri umani hanno le gambe».
Come si vive in Oriente? Ci si ambienta? Ci si abitua mai ai risucchi rumorosi delle zuppe, ai condomini abitati soltanto da stranieri, alle caparre salate e agli agenti immobiliari diffidenti, alle minuzie del rito del tè o alle bellezze naturali dell’isola di Sado e del monte Fuji? Ultima di una nidiata di figli maschi, taciturna ai limiti del mutismo, Lucy – nel resoconto di un’infanzia a tinte burtoniane – racconta dell’attrazione magnetica verso il planisfero e del bisogno di appropriarsi di un linguaggio segreto. Distante chilometri e chilometri dal provincialismo inglese, ha realizzato il desiderio della bambina che in vacanza si era spinta col materassino in alto mare puntando alle coste norvegesi: isolarsi. Burbera e solitaria, benché i suoi occhi di corvo la rendano irresistibile per il sesso maschile, ha un’intensa vita notturna e un passato inframmezzato d’accidenti e catastrofi. Si immedesima nelle storie di finzione del teatro kabuki. Inventa esistenze per gli sconosciuti in foto. Scivola dalla prima persona alla terza. Sempre propensa a mettersi in pericolo, cammina sui binari di una città che somiglia a una giungla urbana. E talora si perde.
Narrato da una voce assolutamente conturbante, il triangolo erotico dell’autrice è un intrigo di amore e morte dall’intreccio basico – gelosie, stalking, ossessione –, con due grandi pregi: la scrittura della Jones, ipnotica e delirante per stare al passo con la confusione della protagonista; le ambientazioni giapponesi vividissime, che tenteranno ogni otaku a prendere il primo aereo e partire. Leggendolo senza particolari aspettative, mi sono trovato per le mani un romanzo di grande atmosfera ma con un finale sbrigativo, non all’altezza del resto. La tensione accumulata, infatti, si sgonfia come un palloncino nelle pagine conclusive. E una trama che scricchiola, qui e lì, si assesterà soltanto imparando a portare pazienza.

Guardandola, potrei pensare: è questo il momento esatto in cui qualcosa ha cominciato ad andare storto, il punto in cui ormai i giochi erano fatti. Prima dello scatto dell’otturatore. Dopo lo scatto dell’otturatore. Una frazione di secondo tra i due istanti, quando si verificò uno scorrimento sismico non registrato dalla crosta terrestre. Le sue conseguenze si sarebbero manifestato con il tempo sotto forma di un movimento tellurico talmente intenso da non poter essere misurato sulla scala Richter né con il sismografo giapponese.
Potrei dire lo stesso della trasposizione di Wash Westmoreland: fedelissima, pro e contro compresi, se non fosse per l’ambientazione anni Ottanta, il trattamento del protagonista maschile – un personaggio più ordinario e prevedibile rispetto alla controparte letteraria, dunque già sospetto a colpo d’occhio – e la retrocessione di Tokyo, cuore pulsante del tutto, a patinata protagonista secondaria. Da vedere esclusivamente per l’ennesima grande prova di Alicia Vikander, alle prese qui con un copione sdrucciolevole  e con le difficoltà dei monologhi in giapponese, il film può contare anche sulla freschezza dell’esuberante Riley Keough. Il terremoto resta una metafora dell’instabilità mentale della protagonista accusata e l’interrogatorio il mezzo per eccellenza per scoprire cosa, ieri come oggi, spinga una ragazza di belle speranze a preferire l’ignoto rispetto ai vincoli di casa propria. Preferibili l’arresto – benché in alcuni luoghi viga ancora la pena di morte per impiccagione – o il rimpatrio forzato? C’è differenza tra essere non colpevoli e incolpevoli? Dimenticherò presto la trama, forse. Non questa Tokyo inedita, inquadrata al buio e sotto un acquazzone perenne. Non lo smarrimento di un’apolide senza bussola e senza equilibrio, che sulla propria pelle sperimenta la curiosità e la tristezza di una versione noir di Lost in translation.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tycho - Japan

giovedì 21 novembre 2019

Recensione: Il potere del cane, di Thomas Savage

| Il potere del cane, di Thomas Savage. Beat, € 12,90, pp. 303 |

Ci sono soltanto due tipi di persone nel Montana di metà anni Venti. Quelle capaci di astrarre, che vedono figure sui fianchi delle montagne e nei cumuli vaporosi delle nuvole. E quelle, invece, che non si spingono mai oltre il proprio naso: goffe e terrene. 
In una località rurale degli Stati Uniti, in prossimità delle Montagne Rocciose, ad esempio c’è questa collina: aguzzando lo sguardo puoi notare un cane che corre verso destinazioni ignote. Tu riesci a distinguerlo? La differenza delle percezioni esemplifica ad arte il divario caratteriale tra i fratelli Burbank. Quarantenni, felicemente scapoli, Phil e George vivono in una fattoria dove non si contemplano né sprechi né servitù.

«Mi ha insegnato un sacco di cose. Mi ha insegnato che se hai fegato puoi fare qualsiasi cosa, fegato e pazienza. L’impazienza è un lusso costoso, Peter. Mi ha insegnato a usare gli occhi, anche. Guarda là. Che cosa vedi?». Peter alzò le spalle. «Tu vedi il fianco della collina. Ma Bronco, quando guardava quella collina, sai cosa vedeva?». «Un cane» disse Peter. «Un cane che corre».
Benché siano stati i primi a godersi il privilegio della luce elettrica in tutta la vallata, si atteggiano a cittadini umili – più braccianti che proprietari terrieri, più servi che padroni – in nome di un connaturato senso di modestia. Hanno una tinozza, ma fanno il bagno nel lago. Rifiutano garze o cerotti, preferendo far seccare le ferite all’aria. A stento, di tanto in tanto, acconsentono a cene di gala o alla velocità delle automobili. Ma tanto Phil è acuto e poliedrico, quanto George è apatico e raggirabile. 
Se il primo, con hobby che vanno dagli scacchi al benjo, ha conservato lo spirito giocoso e smaliziato di un bambino cresciuto, l’altro ha la lentezza dei lavoratori con il cuore più grande del cervello. Con i genitori che trascorrono la vecchiaia a Salt Lake, i Burbank smussano la terra, spostano i buoi, parlano dei tempi andati. Non sanno che la tappa obbligata in quel di Beech, con la mandria che intanto solleva sbuffi di polvere e gli esercenti che si rimboccano le maniche per rifocillare gli uomini, spezzerà per sempre il ritmo delle loro comode consuetudini. Come spesso capita, a cambiare le carte in tavola è l’arrivo di una donna: vedova di un medico fragile e amorevole, la bellissima Rose possiede una locanda infestata dai fantasmi e un figlio adolescente, Peter, che attira lo scherno dei bulli. La gentilezza di George conquista Rose e si sposano senza dirlo ad anima viva. Da un giorno all’altro si trasferiscono nel ranch di famiglia, accompagnati a ogni passo da quel ragazzino con le scarpe immacolate e i Levi’s odorosi di cloroformio, incuriosito dai segreti della natura tutt’intorno. La convivenza dei quattro sarà infernale. Gelosie, dispetti per primeggiare sugli invasori, attenzioni morbose, silenzi a tavola che hanno del brutale.

«Mio figlio non è una femminuccia». 
«Lo dicono tutti gli altri ragazzi». «Perché legge. Perché pensa».

Una narrazione ad ampio respiro, meticolosa nelle descrizioni paesaggistiche e chirurgica nell’indagine degli spaventosi coni d’ombra degli attanti, hanno fatto del Potere del cane un classico da riscoprire. La voce distesa e pacata dell’autore americano, rivalutato postumo, è un metronomo che scandisce con precisione i capitoli di un conflitto interpersonale devastante perché sottaciuto, che per tutto il tempo ribolle come magma mortifero sotto la superficie delle cose. Ci illumina per fortuna la postfazione di Annie Proulx: l’autrice di Brokeback Mountain riconosce al collega scomparso il merito di aver sdoganato il tema dell’omosessualità negli ambienti western – nell’immaginario, simbolo per eccellenza di machismo – e i meccanismi di difesa che trasformano un’attrazione negata in omofobia. Erano gli anni degli indiani confinati nelle riserve. Di conquistatori venuti da lontano, ammaliati dalle ricchezze dell’Ovest, e infine tornati all’ovile con la coda tra le gambe. Della legge del più forte. Ci sono prese di coscienza, allora, che personaggi come Phil negano a loro stessi. Il primogenito, vissuto all’ombra di un mentore che non smette mai di celebrare a parole, nasconde qualcosa di diverso dalla semplice emulazione dietro il desiderio di fondersi con Bronco Henry: di essere con lui, come lui. La vergogna diventa prima intolleranza verso i giovani mandriani, traviati dalle fantasticherie del cinema; poi un odio viscerale verso la cognata, moglie trofeo che inconsapevolmente incarna quello che Phil si nega – il sesso, l’amore, la normalità. Sopravvissuta alla guerra e al proibizionismo, Rose è tormentata dalle risate crudeli del parente acquisito e non bastano né il pianoforte né l’hobby dell’origami a salvarla dalla prigionia di una stanza rosa confetto in cui l’ozio si rivela essere amico del vizio.

Ma Phil sapeva, Dio se lo sapeva, cosa significava essere un paria, e aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui.
In un microcosmo inquieto e affascinante in cui ho ritrovato le dinamiche di Abbiamo sempre vissuto nel castello, la potenza di Savage crea sismi – tanto forte è la tensione sessuale da sfogare, con le buone o con le cattive – e una tragedia moderna che vibra delle stesse scosse elettrostatiche che anticipano i temporali. La rivelazione dell’ultima pagina, senza anticiparvi troppo, vi lascerà a bocca aperta come davanti a un giallo. Ne trarrà un film Jane Campion, con Benedict Cumberbatch, Paul Dano e Kirsten Dunst.
In Montana la terra strappata ai pellerossa era una discarica a cielo aperto, dove le gazze banchettano tra l’immondizia e gli scarti di macelleria. Laggiù, si diceva, il sangue era il miglior concime. Ne scorre tanto in questa storia, improntata com’è sulla crudeltà di Madre Natura e su quella imprevedibile del cuore degli uomini. Può crescere fertile, così, un capolavoro sui sogni d’evasione irraggiungibili come stelle e i rischi dell'incomunicabilità. Nel silenzio generale il non detto diventa un segreto, infatti: oggetto di ricatto e manipolazione psicologica. È un piccolo mondo antico da liberare dalla morsa della nostalgia, in cui il passato è impossibile da proporre e il presente è duro da accettare. È la fine dell’età dell’oro. Vecchio e nuovo possono convivere in pace, o il secondo rimpiazzerà violentemente il primo nell’incessante divenire del progresso?
Il mio voto:  ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Hozier - Dinner & Diatribes 

lunedì 18 novembre 2019

I ♥ Telefilm: Looking for Alaska | The End of the F***ing World S02

Avevo sedici anni, John Green era il migliore autore dell’universo ed ero perdutamente innamorato di Alaska Young. Una che accumula libri usati come fossero gioielli. Una che beve, fuma, impreca. Una che la dà a tutti ma non si concede mai a nessuno. Uno di quei personaggi che a una certa età, insomma, segnano l’immaginario: dieci anni dopo non l’ho scordata. Anche se nel frattempo John Green ha scritto altro, superando il successo del suo esordio indie. Anche se non sempre l’ho apprezzato, in salute o in malattia. Ho scoperto una cosa: che la cotta per Alaska è rimasta incorrotta anche sul piccolo schermo. Oggetto di una miniserie Hulu senza una distribuzione italiana, il romanzo di formazione ambientato agli inizi del Duemila funziona alla perfezione anche a episodi con i suoi primi baci, primi strusciamenti, primi dolori. Purtroppo passata sotto silenzio, la trasposizione – un gioiellino di scrittura e recitazione – si è rivelata un impensato terremoto emotivo, capace dal nulla di riaprire vecchie ferite: a volte erano i segni dei dardi di Cupido, infatti, altre traumi insuperati. Pur senza meriti stilistici, Looking for Alaska conquista subito grazie a un’irriverente anima da canaglia, ma con il procedere della visione si rivela infine struggente. Quanti prodotti per ragazzi hanno il coraggio di mettere in scena l’assoluta centralità del dolore? Quanti sanno trattarlo senza l’intromissione del politicamente corretto, ma affrontandolo ora da una prospettiva religiosa, ora da una filosofica? Tutti all’inseguimento di un Grande Forse, i protagonisti fanno a gara di sbronze e sensi di colpa – e se sceneggia il veterano Josh Schwartz, piccole e grandi aggiunte daranno profondità anche ai comprimari: tralasciando un Charlie Plummer non all’altezza del ruolo di protagonista, gli applausi sono per Denny Love (uno straordinario Colonnello), Sofia Vassilieva (la dolcissima Lara), Ron Cephas Jones (il professor Hyde, qui con un amore omosessuale che emoziona). Tra grasse risate e pianti torrenziali, ho ricordato perché all’epoca ne avessi consigliato la lettura in lungo e in largo. E come mai alla protagonista del mio romanzo, più tardi, avrei dato i tratti dello sfuggente sogno erotico di Miles, qui interpretata da Kristine Froseth: bella come Margot Robbie, e per di più già bravissima, farà strada marciando su nuovi cuori infranti mentre il deejay passa Fix You. Lo spettatore, proprio come la matricola protagonista, la osserva e la venera, spaventato da un inquietante conto alla rovescia che avanza. Alaska Young resterà sempre il mistero della mia gioventù. E il giallo dei suoi spericolati anni alla Cobain, tutt’ora, sfavilla fino a farmi lacrimare. (8)

Lo abbiamo visto sia con The Handmaid’s Tale, sia con Big Little Lies. Pessima idea cavalcare l’onda del successo, se significa superare a piè pari l’intento originario dell’autore. Entrambe tratte da bestseller, le due serie TV hanno guadagnato stagioni aggiunte e perso infinita credibilità. Quando un romanzo viene annacquato per allungare il proverbiale brodo, infatti, difficile confidare in buoni risultati. Il pregiudizio è toccato anche alla seconda stagione di The End of the F***ing World: ispirata a un fumetto destinato a chiudersi con una scioccante tragedia finale, la fuga dei due sociopatici più amati di Netflix poteva forse avere un degno prosieguo? Al di sopra delle aspettative – pensati senza grandi forzature, ma assolutamente pretestuosi nello svolgimento – i nuovi otto episodi risultano sì superflui, ma hanno il merito di non snaturare la personalità dei personaggi e di allinearsi allo stile della prima stagione. I trascorsi di Alyssa e James, infatti, li hanno resi più buoni, più umani, più cresciuti. Purtroppo, anche meno spassosi. Lei, vestita di bianco, è una sposa in fuga il giorno delle nozze. Lui, impettito dentro un brutto abito elegante, porta un’urna sottobraccio di cui non svelerò il contenuto. Bravissimi e subito iconici, Jessica Barden e Alex Lawther sono diventati tutt’uno con i loro ruoli: tanto algida lei quanto adorabile lui, costituiscono una coppia tenera e mal assortita come poche. Per questo gli si vuol bene. Soprattutto in una stagione a corto di svolte, che gira in tondo e poi torna sui luoghi della prima, retta soltanto dall’innegabile alchimia del duo. Insieme, così, superano le incertezze e le lungaggini di una scrittura che vorrebbe stare al passo ma non può: non abbastanza caustica, non abbastanza memorabile. Brava altrettanto, qui, è colei che vorrebbe farli scoppiare: pazza d’amore, Naomi Ackie viaggia sul sedile posteriore e semina pallottole con incise promesse di morte. Poteva andare meglio. Poteva andare peggio. La decorosa via di mezzo accontenterà comunque i fan, sempre attratti dalla ricercata colonna sonora rètro, dalla regia hipster e dalla promessa di uno spasimatissimo lieto fine. Quest’ultimo non scontenterà nessuno, giuro. Neanche chi, vagamente deluso, non vorrà perdonare alla serie di non essere stata di nuovo la fine del mondo. (7)

sabato 16 novembre 2019

Recensione a basso costo: La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo

| La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo. Beat, € 9,90, pp.350 |

Le ragazze vanno e vengono, si dice, gli amici restano. A lungo è stato questo il mantra di un inseparabile quartetto di compagni di merenda, inquadrati qui in un ventennio di amicizia. Si sono conosciuti negli anni del liceo e dell’arruolamento militare. Quelli dell’indipendenza politica di Israele dalla Gran Bretagna. Quelli dell’indipendenza economica da famiglie, talora, oppressive e provinciali. Insieme si sono trasferiti dalla piccola Haifa a Tel Aviv, ognuno in cerca della propria affermazione in un Medio Oriente ricco e al passo, più vicino a noi di quanto immaginiamo. Gli opposti si attraggono. I protagonisti, apparentemente troppo diversi per andare d’accordo, compongono così una squadra vincente: di quelle da non cambiare mai. Che differenza passa tra una storia d’amore e una d’amicizia? Richiedono entrambe una costruzione lunga e faticosa. Ricordi condivisi, gioie e dolori, tante risate e sporadici abbracci. Un passato che spesso non ci è dato conoscere.
Il bravissimo Eshkol Nevo, atteso al cinema con la trasposizione di Tre piani a cura del nostro Moretti, ci regala il privilegio di entrare a far parte per un po’ del loro circolo elettivo. Purtroppo non ho grandi amici, soprattutto maschi. Ne so poco di cameratismo, partite di pallone e giuramenti solenni. Avrei potuto mantenere le distanze con Yuval e gli altri,  ma a sorpresa li ho profondamente invidiati. Provando un affetto che raramente riservo agli sconosciuti, meno ancora ai personaggi di finzione.

Ci poniamo delle mete, ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.
Ci sono Churchill, il leader del gruppo, soprannominato così per le arringhe appassionate del suo mestiere di avvocato; il dolce Amichail, marito di Ilana e genitore di due gemelle, che filosofeggia di medicina alternativa ma si gode intanto il ruolo di “mammo”; Ofir, pubblicitario in crisi esistenziale che all’improvviso scopre i pregi della spiritualità accanto alla danese Maria; infine il narratore. L’osservatore interno di cui finisci sempre per scordarti il nome. Un personaggio in disparte, nell’ombra giacché timidissimo, che con una certa amarezza mi ha ricordato proprio il sottoscritto. Basso, asmatico, spaiato, Yuval li guarda, li adora, pende dalle loro labbra. Rischia di vivere attraverso le azioni degli altri però; di rimanere indietro. Non lo taglieranno fuori quando saranno troppo felici, oppure troppo presi dai doveri familiari? A unire il quartetto non è soltanto un’invidia malcelata, ma un patto fatto davanti alla tivù. Guardando i Mondiali di calcio hanno scritto su un foglietto un paio di desideri a testa; ne hanno letto uno ciascuno, ma hanno giurato di scoprire gli altri al prossimo Mondiale, quattro anni dopo. 
Ci si mette la vita di mezzo, abile a mescolare le carte in tavola. Ci si mettono donne che somigliano alla fascinosa e incostante Yaara: fidanzata col narratore, passa presto tra le braccia di Churchill seminando imbarazzi e musi lunghi. Soprattutto perché sposarla era uno dei sogni per il futuro di Yuval. Tutto, allora, è perduto? 
I personaggi vivono in un’era senza social, dove i compagni di scuola persi di vista diventano leggende metropolitane. Per loro rrivano i trent’anni, e con essi il profondo senso di sconforto che portano con sé. A Tel Aviv si inaspriscono i conflitti fra ebrei e palestinesi. I topi di campagna si trasformano in topi di città, gli amori si avvicendano – per separazioni o lutti sconcertanti –, l’armonia è messa in pericolo.

Per fortuna che ci sono i Mondiali, così il tempo non diventa un blocco unico, e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cos’è cambiato.
Da traduttore a autore, ossessionato dalla scadenza dei famosi quattro anni, il protagonista diventa un custode di confessioni, confidenze, memorie. Rincasa da solo, in un appartamento angusto e senza bambini, e fa di quell’amicizia un’oasi felice in un mondo cinico e ostile. Ma se l’inciviltà regna, è possibile preservare l’armonia in un paese che è una maledetta polveriera? Meglio restare oppure fuggire per ricominciare altrove? E questo monologo, in definitiva, cos’è: un requiem oppure un messaggio di speranza?
Fatta eccezione per una mesta parentesi dedicata alla malasanità e per gli stralci superflui della tesi del protagonista, esperto di filosofi che all’ultimo hanno cambiato opinione, La simmetria dei desideri è una commedia agrodolce che fa il bello e il cattivo tempo, ridere e piangere insieme. Nella descrizione millimetrica dell’incedere impietoso del tempo e della persistenza dei sentimenti mi ha ricordato il miglior Nicholls. Ai picchi di ilarità rispondono infatti buie voragini di depressione: momenti sorretti da un’idea di partenza brillante giacché assai plausibile.
Lo sviluppo, lineare e senza particolari guizzi, è di quelli non guidati dalla grandezza degli eventi bensì dalla potenza comunicativa di un cast di personaggi indimenticabili. Per realizzare i loro desideri, i quattro si pestano i piedi, imbrogliano, se li rubano a vicenda. Ma la scrittura di Nevo è così vibrante da bilanciare qualsiasi disparità e da dare voce al membro più marginale della comitiva. Fa goal, infine, con un post scriptum da lacrime. 
Avete scommesso attentamente su quale squadra puntare? La più bella e affiatata di questo campionato, di quest’anno di libri, è in trasferta dal Paese che non ti aspetti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – La leva calcistica della classe ’68