Lunedì ho condiviso con voi annuncio e agitazione.
Leggere i vostri commenti mi ha messo il cuore in pace e,
abbiate fede, fra una lassa di Filologia da tradurre e qualche altro preparativo
da ultimare, prometto di rispondervi uno a uno, piano piano.
Domani
mi apriranno le porte sia Pensieri Cannibali con
un'intrigante playlist a tema, sia Un libro per amico con
un assaggio dell'incipit nella rubrica Chi ben comincia.
Il
12 novembre, invece, il lancio ufficiale previsto per il tardo pomeriggio: una volta online sul sito Bookabook, ve lo ricorderò sui social e con
un piccolo banner nella colonna laterale del blog. Vi ho
parlato di date, cifre e scadenze. Delle mie immancabili ansie da
tenere a freno e del progetto di crowdfounding, gradino poco
convenzionale che a tratti spaventa. Resta, a questo punto, la cosa
più importante: il romanzo da presentarvi. Con tanto di nota
biografica e quarta di copertina, che ritroverete nel mezzo della
campagna, e un'immagine promozionale. Essendo la
pubblicazione in forse non ho una copertina da diffondere, ma l'editore
mi ha dato carta bianca e libero accesso a quell'immenso archivio di scatti che è il sito Unsplash. Avevo in mente un unico dettaglio
fondamentale – una lampadina incandescente nel buio – e il tocco
magico della mia amica Sara, eccezionale padrona di casa di My Caffè Letterario, ha trasformato poi una semplice foto in una meraviglia. Avrete
senz'altro modo di sentirmi parlare qui e lì di Malanotte,
di com'è nato, quando o perché. Potrete chiedermi di leggere o
sfogliare una bozza del romanzo non appena lo avrò riletto e
impaginato – sarà compito di un editor professionista, in caso venga raggiunto il goal dei 250 lettori, ma da perfezionista insicuro quale sono preferisco avere l'ultima parola
e, soprattutto, il tempo di tirare di nuovo le fila. Mi eclisso lasciando la parola al mio Milo: un taglio netto del cordone
ombelicale. Spero vogliate avere cura di lui. E attraverso di lui,
così, anche di me.
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Malanotte.
Lettera aperta a una cara catastrofe.
Cartaceo, € 16.00. Ebook, € 5,99. pp. 280 |
SINOSSI
Cronometro
alla mano per lavarsi i denti, i lacci delle Converse a far pendant
con gli stati d'animo e corde del bucato su cui sventolano i
capolavori di Beethoven. Milo Jenkins, sedici anni, è un virtuoso
del pianoforte, ha mille nevrosi e il fantasma di un pesce farfalla
per migliore amico. I suoi lunghi silenzi e un candore senza età
hanno reso sicura la diagnosi: è affetto da una forma di autismo ad
alto funzionamento. Un ragazzo speciale, lo definirebbe qualcuno. Se
vivi in una città che somiglia alla cupa Eureka, però, non ci sono
parole gentili per un orfano di madre con gli occhiali a fondo di
bottiglia, la schiena ricurva sotto il peso dei libri e gli incisivi
a zappa. La svolta tanto sperata ha la gonna troppo corta e le
occhiaie viola di Iris, forestiera bella come un film di Tim Burton.
Sulla tela della loro adolescenza, uno schizzo rosso sangue. Sotto
una coltre di foglie secche, cadaveri innocenti. Corre, Milo. Ma
verso Iris o lontano da lei? Un diario ritrovato, un'eredità
improrogabile, due storie parallele che si incontrano seguendo il
filo conduttore della musica. Truce e dolce, Malanotte. Lettera aperta a una cara catastrofe è una fiaba splatter
dove i baci hanno un retrogusto segreto e tra sogno e delirio, amore
e morte, non c'è grado di separazione.
L'AUTORE
Michele
Del Vecchio (Palermo,1994) nasce su un'isola, passa le estati della
sua infanzia all'ombra del Vesuvio e a otto anni si trasferisce nella
regione che, stando a torto alla pagina Facebook, non esiste. Vive
tra Termoli e Pescara con quel che resta della sua famiglia e
l'irresistibile Ciro, un tigrato europeo che odia tutti e in cui
spera fermamente di reincarnarsi in un’altra vita. Fondatore nel
2012 del blog Diario di una dipendenza e plurifinalista ai
Macchianera Internet Awards nella categoria Miglior sito letterario,
sta lavorando a una tesi magistrale in Letteratura teatrale italiana.
Mamma,
mi racconti il sogno di Hugo che hai fatto? Perché
mi chiedi sempre di Hugo? Perché
quando parli di lui sei bella.
Titolo:
Hugo e Rose
Autrice:
Bridget Foley
Editore:
Edizioni E/O
Numero
di pagine: 330
Prezzo:
€ 18,00
Sinossi:
Rose
è delusa dalla sua vita pur non avendone motivo: ha una bella
famiglia e una deliziosa casa in un bel quartiere. Ma per Rose questa
vita ordinaria è messa in ombra dalla sua altra vita, quella che
vive ogni notte nei suoi sogni. Da bambina, in seguito a un
incidente, ha iniziato a sognare una meravigliosa isola ricca di
avventure. Su quest’isola non è mai stata sola: c’è sempre
stato Hugo, un ragazzo coraggioso che cresce assieme a lei negli anni
fino a diventare il suo eroe. Ma quando Rose incontra casualmente
Hugo nella vita vera i suoi sogni e la vita reale cambieranno per
sempre. Si trova infatti davanti l’uomo che ha condiviso le sue
incredibili avventure in luoghi impossibili, che è cresciuto assieme
a lei, ma ambedue sono molto diversi da come si erano immaginati. Il
loro incontro casuale dà il via a una cascata di domande, bugie e a
una pericolosa ossessione che minaccia di rovesciare il mondo di
Rose. Lei vorrà veramente perdere tutto ciò che le è caro per
capire lo straordinario rapporto che li unisce?
La recensione
Mi
aspettavo l'inaspettato. Immaginavo sin dall'inizio che Hugo e
Rose mi avrebbe infatti
sorpreso, mostrandosi – se non subito, comunque dopo un po' – non
la banale storia d'amore che alcune sinossi riassumevano e che i
lettori d'oltreoceano, vagamente amareggiati, spesso reclamavano. E
rivelandosi, a conti fatti, speciale, coraggioso, originale: a modo
suo. Il romanzo d'esordio di Bridget Foley, ai primi passi appena ma
bravissima, sfiora corde semplici e ha un suono familiare, come se
fosse un lento già ballato. O così si pensa. La storia che passa
dalle parti di Domeniche da Tiffany
e Se tu mi vedessi ora – la
prima a opera di un Patterson che quel giorno si sentiva romantico,
la seconda dell'amatissima Cecilia Ahern: entrambe con protagoniste
femminili innamorate di amici immaginari che, si scoprirà a lungo
andare, così immaginari non sono – non è quel che
sembra. A conferma di un'impressione iniziale sorta per determinate
aspettative legate a una determinata casa editrice: coloro che
pubblicano, tra gli altri, il fenomeno Elena Ferrante e che mai sono
soliti darsi a frivolezze, credevano in questa fiaba moderna e un
giorno, per email, mi hanno chiesto e tu ci credi?.
Poche pagine appena e sì, ci credevo di già. Hugo e Rose
passeggiava su spiagge incantate e tra generi confinanti, il rosa e
il fantastico; era diverso, ma volevo capire diverso in che senso.
L'ho messo da parte per pochi giorni – per una causa, e un romanzo,
di forza maggiore – e prima del momentaneo standby di cui mi
dispiacevo infinitamente avevo postato una foto su Facebook, con il
romanzo in anteprima in bella mostra e, accanto, quel che rimaneva di
un bouquet disfatto e messo, come andava andava, in un vaso. Perché
nei giorni direttamente precedenti i miei genitori avevano
festeggiato le Nozze d'argento e mia mamma ci teneva ad avere una
foto, un'altra, delle sue rose bianche; perché con un libro delicato
– che sa renderti ispirato e emotivo senza eccessi – andava bene
l'ombra di quei petali delicati che adesso, disfatto del tutto il
mazzo, seccano tra queste pagine. Chissà se sono capitati nel punto
in cui i due protagonisti stanno per incontrarsi, o chissà se diventano
gialli, quasi di carta pesta, nel capitolo – più o meno a metà –
in cui devono scegliere, combattuti, tra realtà e fuga. Chiariamoci,
non che la trama menta. Abbiamo sì una Rose casalinga disperata
dall'immaginazione iperattiva e sì un incontro surreale: il bambino
che sogna da tutta la vita – diventato adulto insieme a lei –
esiste anche a occhi aperti. Ma Rose, mamma a tempo pieno e moglie
insoddisfatta, è fatta di carne (stando a lei, troppa) e non di
nebulosi cliché. Il marito non la tradisce con la migliore amica:
Josh – chirurgo impegnato, ma uomo di gran cuore – cerca ancora
i suoi fianchi a letto e, ogni tanto, cucina per tutti i suoi famosi
fagiolini con erbe aromatiche; se Rose è a un bivio, infelice, è
perché i suoi bambini fanno più cacca e capricci che nei film per
famiglie e i chili di troppo, causati da una vita sedentaria e dolci caldi, le hanno formato un morbido salvagente intorno al
girovita di cui si vergogna profondamente. Come mai si è lasciata
andare, e dov'è – nella vita reale – l'eroina snella e impavida
dei suoi sogni? Da trent'anni si addormenta pensando al suo Hugo –
compagno di mille avventure – e alla dettagliata geografia di un
mondo fantastico: sabbia rosa, castelli irraggiungibili, acque limpide
e belve che si uccidono con spade forgiate con fili d'erba.
Bridget
Foley descrive il magico tran tran di una famiglia comune di cui
avremmo potuto leggere, magari, in un romanzo borghese vecchio stile
con straordinaria fantasia. Due coniugi intimi e fedeli l'un l'altro
che non hanno troppo a cui pensare – scuola pubblica o privata per
i bambini, quand'è che Penny smetterà di usare il vasino, sarà
giusto acquistare la bici della discordia per il compleanno del
primogenito – che, sin dalla prima notte insieme, hanno una
persona a dividerli. Josh, il personaggio maschile più affabile
incontrato quest'anno, vive un bizzarro ménage sentimentale:
condivide il letto con sua moglie, che ama perdutamente anche con le
smagliature e le pappe dei neonati tra i capelli, e i suoi sogni
segreti. Si può essere davvero gelosi di un semplice frutto
dell'inconscio? Finché Hugo non si presenta a cena su invito –
anche lui studiato per essere contro i luoghi comuni, appesantito,
sfiduciato e impiegato in un poco nobile fast food – e coi suoi
vividi disegni e tutto un trascorso insieme non diventa importante
per Rose. Prima di andare a dormire e al risveglio. Non dico oltre,
croce sul cuore. Ma – cosa che ha destabilizzato i più, me neanche
un po' – arriva il momento in cui da uno stile fiabesco,
rassicurante, si passa a una scrittura cupa e angosciosa. In
trecento pagine, Hugo e Rose sa
essere tenerissimo e inquietantissimo senza bisogno di una parola di
troppo. Quello, forse, l'unico nèo: un passaggio brusco da un
estremo all'altro. I sogni sono fatti di materiale invisibile,
fuggevole: sono imprevedibili, come la Foley. All'improvviso,
diventano incubi e non si prendono la briga di avvertire. La vita di
coppia si carica di complicazioni, mentre i sogni hanno strascichi
percepibili anche quando si è vigili e attenti.
Nel mondo di Morfeo
e nelle cucine di angeli del focolare spazientiti, ma non per questo madri cattive, si compie un salto stupefacente. Da Cecelia Ahern a
Stephen King, passando su una voragine in cui pulsano le piccole
faccende quotidiane, le grandi frustrazioni, i mostri del mare
aperto. Si giungerà dall'altra parte sani e salvi – anche se
qualche segno del folle volo resta, sottoforma di livido – ma
niente sarà più lo stesso. Il fantasy tradizionale con belve da
fumetto, la narrativa d'autore con donne medie allo specchio, il
giallo di un misterioso principe azzurro (medio anche lui), in una
narrazione semplice e complessa insieme dove il sogno è metafora,
diretta conseguenza, meditata elaborazione. Chi è ospite nel sogno
dell'altro, infatti? Chi l'architetto, chi il costruttore, tra lui e
lei? Ancora prima dei fiori secchi, ancora prima di un finale
visionario e giustissimo, quando comunque era già arrivato il tempo
di consigliarlo, i protagonisti mi aveva fatto pensare a The
Babadook, l'horror australiano –
miracolo che sia stato distribuito anche da noi, e miracolo un po'
anche quel film per me grande – in cui una mamma in lutto
proteggeva il suo bambino pestifero dal mostro nell'armadio. Hugo
e Rose è il Babadook
innamorato. Lì c'era l'uomo
nero, qui un eterno Peter Pan. Ma sono entrambi racconti che
travalicano i generi d'appartenenza e prendendo due opposti, da un
lato l'odio incarnato e dall'altro l'amore personificato, ci si
accorge pian piano di come parlino in maniera nuova, personale, di
vuoti, mancanze e però. Però, solo successivamente, si potrà dire se vinceranno responsabilità o
amour fou. Però, in assenza di polvere fatata, si potrà provare a
volare su una bici, inforcata dopo secoli di paure.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Tom Rosenthal - It's Ok
Poteva
Annabelle, la simpatica e terrificante comparsa dell'ottimo
The Conjuring, non
meritarsi un film tutto suo – con quel sorrisino vispo e quelle
belle guanciotte rosse rosse? Un anno esatto, ed è arrivata al
cinema. Sotto Halloween. Le premesse: pessime. Un modo come un altro
per far soldi, con un reboot annunciato come inutile e arrangiato.
Invece, preparato al peggio, ho scoperto in Annabelle
un gioiellino, tecnicamente
parlando. I colori pastello, le tracce audio che si impennano e fanno
sussultare, la macchina da presa come un imprevedibile terzo
incomodo, un'ambientazione vintage che è il suo vero asso nella
manica. Così agghindato a festa, riesce a sembrare con classe un
horror demodè, pieno di spifferi e eleganza. Orfano della presenza
del prodigioso James Wan, trova un importante sostituto in John R.
Leonetti: che ha avuto a che fare con l'autore di Insidious
& Co si nota anche al
buio. Quei movimenti di macchina, quella vita di freschi sposini,
quel gusto frizzante di giocare col cliché senza usurarlo. La storia
avvince e diverte, pur non essendo neanche alla lontana originale.
Annabelle
è la “sposa cadavere” della Bambola
Assassina con la mamma di
Rosemary's Baby, ma
i diavoli e le ombre libere, le scale a chiocciola e gli ascensori
che si aprono ai piani sbagliati sono di colui che il giocattolo
demoniaco ce lo mostrò per primo. Protagonista quasi assoluta,
l'adorabile e poco nota Annabelle Wallis (cavolo, si chiama così
pure lei!) - elegante come la Watts, bella come la Pfeiffer prima
della chirurgia. Lieve e scorrevole, classico e fatto bene, piacerà
a chi saprà cogliere e apprezzare le citazioni buttate qui e lì e a
chi, ad occhio, distinguerà l'omaggio dal fac-simile. Anche per
copiare ci vuole talento, e qui qualcuno ne ha parecchio. (6,5)
Caroline
sente di avere una colpa da scontare. Troppo candida per darsi alla
medicina, in un mondo che la vorrebbe più cinica, trova lavoro
presso la casa dei Deveroux. Due coniugi che, soli, vivono nel mezzo
di una palude, in una New Oreans che crede ai fantasmi, ai sortilegi,
alla magia nera. Lui, bloccato su una sedia a rotelle da un ictus, ha
rari momenti di lucidità. La moglie, arcigna e severa, stenta ad
accettare un'estranea in casa, un po' per posizione presa, un po'
perché – nel suo cuore d'acciaio – ha paura di dire addio
all'amore della sua vita. Ma c'è qualcosa di strano e quella casa
senza specchi, che vive in un passato in bianco e nero e si anima di
scricchiolii, nasconde un lugubre segreto. The
Skeleton Key,
pellicola di un decennio fa, è un film che, a discapito delle
aspettative, resiste coraggioso alla prova del tempo. In un ambiente
in cui si riciclano idee, in cui gli horror sono da vedere e
cestinare, il film di Softley sa farsi ricordare. Lo vidi, nel 2005;
l'ho rivisto adesso. Sapete che lo ricordavo? Questa volta, complice
un amore per la suggestiva America del Sud accresciuto di libro in
libro, l'ho apprezzato perfino di più. Snobbato, liquidato con
sufficienze ingenerose, per me ha atmosfere e temi che lo rendono una
piccola, preziosa gemma gotica. Fa il suo, certo, uno dei twistfinali
tra i più validi e meno noti di sempre. L'epilogo, scorretto e
imprevisto, resta impresso. Così è stato con me che, nonostante
tutto, ho potuto guardare il film da un'ottica diversa, godendomi
quelle punte perfette di ironia tragica, gli indizi e i doppi sensi,
i giochi non più imperscrutabili degli spettri. La colonna sonora,
immancabilmente blues, dà alla testa. E poi c'è una magistrale Gena
Rowlands che, a un anno dal romantico The
Notebook,
con autoironici richiami intertestuali, torna a parlare di amori che
non muiono e anime gemelle, ma con il fare di “mamma chioccia” (e
carceriera) della Misery
di Stephen King. Accanto a lei, una Kate Hudson giovane, bella e
convincente, che si lascia andare alla superstizione, mentre la
tensione e la paura crescono. Perché è quando hai paura che cominci
a credere. Un film cinico, sinistro e inquietante, dall'impianto
classico e dai risvolti originali, che ricerche meticolose in un
panorama fertile di miti, mostri e leggende e la fascinosa fotografia
di una magica New Orleans che perdura rendono assolutamente
intrigante a una prima visione; irragionevolmente irresistibile alla
seconda, alla terza, alla... (8)
Di
solito, i film italiani li evitate. Soprattutto se sono horror.
Invece questo Neverlake,
dopo averlo intravisto sul web, l'ho recuperandolo sapendolo pensato,
girato e prodotto da noi. Non è patriottismo. E' fiducia. Il film di
Riccardo Paoletti, girato in inglese e distribuito all'estero, ha un
cast di interpreti stranieri e una trama semplice che ruota attorno
all'esistenza di un lago etrusco, nelle campagne sperdute di Arezzo.
Riti, credenze, superstizione. Quello che un'adolescente americana,
dopo la morte della nonna, si trova a dover combattere, nel momento
in cui la convivenza con un padre che non conosce e la sua nuova
compagna è stata l'unica soluzione. Tranquilla e amante della
poesia, la protagonista conoscerà sulle sponde di quel lago che –
a volte – si anima, quand'è notte, una banda di bambini sfortunati
e malaticci che la vogliono come amica. Chi sono, e perché vivono da
soli in quello che ha l'aria di essere un orfanotrofio abbandonato?
Cosa nasconde Peter, un misterioso coetaneo che non potrà mai amare?
Neverlake, un
po' horror, un po' urban fantasy, è un prodotto modesto e dignitoso,
con difetti numerosi concentrati quasi tutti nella prima parte.
Dialoghi forzati e sottolineati da un doppiaggio da réclame
televisiva, una mancata relazione amorosa che fa parecchio il verso a
Twilight, un
mistero che all'inizio non prende. Accanto alle falle e alle
sbavature, però, c'è un finale a sorpresa interessantissimo, con
schizzi di sangue e di soprannaturale, che ha magia, emozione,
elementi gore. Cosette che mi sono piaciute, insomma. Non fa paura,
lo si guarda con occhi generosi perché con poco ha saputo fare
abbastanza, ma l'intento dell'esordiente Riccardo Paoletti è
lodevole. Nebbiosa la fotografia, originale il tema, tangibile
l'impegno. Un po' di cura aggiunta, la prossima volta, è il voto
complessivo sarà meritato ancora di più. (6)
A
me il musical piace un casino. Ma c'è, per ragioni risapute, anche
chi lo detesta. Gente che canta senza un perché, canzoni che vanno a
sostituire i dialoghi, una domanda che vedo sbandierata ovunque:
perché cantano continuamente? Io, per le rime, risponderei: è un
musical, e tu perché lo guardi? Okay, però: questa è un'altra
storia. Fatto sta che questo Stage Fright, teen horror sui generis fresco
e originalissimo nelle premesse, potrebbe mettere d'accordo sia chi
il genere lo apprezza, sia chi il genere non lo regge granchè.
Uccisioni, sangue sparso, siparietti musicali, musical un po' Disney
contro rock roboante e crudissimo: ecco come si fa la pace. Anche se non
ai livelli di Repo – The Genetic Opera, irripetibile e
geniale, il film propone un mix innovativo: lo splatter che arriva
sulla punta di un coltellaccio in un campus musicale. Si canta in
rima, e tanto, e come nell'opera lirica si muore pronunciando, nel
momento estremo, note su note. Lo si fa, però, con tanta autoironia
e con pezzi scritti dal nulla per l'occasione - dissacranti,
disgustosamente orecchiabili e allegri, cinici nelle viscere. La
trama prende e non, il finale te lo aspetti da metà in poi, ma la
simpatia del progetto si fa apprezzare. E si fa cantare. Il film che
fa a pezzi Camp Rock e High School Musical e
che trasforma l'odio dei detrattori in una specie di ammissione di
colpa. Il musical è bello, perché trasforma uno scialbo filmetto di
genere in qualcosa di più personale e curato. Divertito, canterino,
truculento. Un taglio da cui sgorga un talento che prende in giro sé
stesso. (6)
Una
famiglia americana in vacanza in Francia viene sterminata. Accusato
dell'omicidio, in una notte di luna piena, un boscaiolo del posto.
Un'avvocatessa investigherà, in un'indagine tra malattia mentale,
cannibalismo e licantropia. Ci sono interessi in ballo: che la
Polizia parigina voglia mandare dietro le sbarre un innocente? Wer,
diminutivo del sostantivo “werewolf”, è un horror discreto.
Nonostante il nome del regista sia collegato all'orrido L'altra
faccia del diavolo,
l'autore dell'altrettanto dimenticabile Stay
Alive è
un tipetto che ama l'horror e, soprattutto, il suo mestiere. E' uno
che si impegna come può. Al giorno d'oggi, impossibile trovare un
horror originale; raro trovarne uno fatto con un pelino – perdonate
il gioco di parole – di buon gusto. Wer
è
un aggiornamento della storia dell'Uomo
lupo.
The Wolfman nella
campagna francese, all'era del found fotage. Ignorantissimo, ho
pensato di trovarmi davanti alle stesse scene traballanti di un Rec;
invece
la pellicola di Bell si aggrappa alle telecamere dei commissariati,
alle immagini trasmesse dai telegiornali internazionali, ai cellulari
e all'irrinunciabile, vecchia macchina da presa. Scorrevole e pulito,
strizza poco l'occhio alla moda del “più traballi e più
spaventi”, come la chiamo io, e gioca con il dramma giudiziario,
con il fantastico, con la leggenda. Con uno stile che non dà il mal
di mare e un input dei più semplici e accattivanti, Wer
intrattiene
e diverte pure, con il sangue nelle dosi giuste, l'azione, il trucco
artigianale. Naturale la recitazione richiesta al modesto cast, in
cui spiccano volti del piccolo schermo: A.J Cook, Vik Sahavy (il
mitologico Lester di Chuck),
il francese Sebastian Roché. Un film su un abominevole uomo lupo non
particolarmente abominevole. (5,5)
Durante
le vacanze, una giovane studentessa rimane nel suo campus
universitario. Ha in mente una seratina tranquilla, televisione e
nanna. Questo finché, completamente sola, non si scopre braccata,
tra le aule, le stanze e i corridoi, da una setta che miete vittime
tra le più giovani. Le ragazze come lei – quelle belle, fortunate,
intelligenti – non sono al sicuro. Fronteggiarli o lasciarsi andare
a un destino di morte? Kristy,
diretto dal regista del controverso Donkey
Punch,
è una caccia all'uomo (o alla donna) che dura pochissimo e non si
farà troppo ricordare, ma malaccio non è. Lineare nella struttura,
prevede – come da copione – i carnefici diventare, a mano a mano,
vittime di una paura che si scopre, per Justine, istinto di
sopravvivenza. Manca la cattiveria, quella che fa danni, e il finale
è troppo frettoloso, senza un testa a testa, un confronto tra loro:
le bellissime Haley Bennett (Scrivimi
una canzone)
e Ashley Greene (Twilight).
La prima, invantevole e anche notevolmente brava, con qualcosina della collega Jennifer Lawrence, è la donzella in
pericolo. L'altra, altrettanto avvenente ma talentuosa molto meno,
convince poco nei panni di un'assassina tutta piercing e ispirazione
punk. I maschi sono di contorno, ma è il conflitto tra le due,
purtroppo, a mancare. Finisce in un filo di fumo e via. Un'erede
delle scream
queen
di una volta, la tensione che c'è anche se tutto è assai
prevedibile, una fotografia curatissima e la Weinstein, sicurezza, a
produrre. Un thriller tollerabile anche dai più deboli di stomaco.
You're
the next e
Stangers
in
versione matricole, con il pop nelle cuffie. (5,5)
James
Franco e Kate Hudson sono una bella coppia, ma con una brutta casa,
una brutta macchina, una brutta situazione finanziaria. Arrivati a
Londra, dopo la mancata nascita di un figlio e il fallimento
dell'impresa di lui, si arrangiano come possono: lui è un architetto
che fa l'imbianchino, lei è maestra elementare, e il piccolo
appartamento che hanno dato in affito, per racimolare qualcosa, viene
occupato da un mezzo criminale che, tirata la quoia per overdose,
lascia un mare di soldi e più di qualche guaio. I coniugi Wright, in
quella Londra grigia e ostile, sono bravi ragazzi che,
improvvisamente, avranno a che fare con gente cattiva. Due
trafficanti in lotta, la polizia, i creditori. Cosa faresti per non
rinunciare a duecentomila sterline sporche di sangue? Good
People non brilla per
originalità, no di certo, ma con alla regia un regista danese dal
nome impronunciabile, autore di disparati sceneggiati e polizieschi
che non hanno mai trovato un angolo presso i nostri distributori,
risulta un prodotto gradevolissimo e ben confezionato. Fotografia
cupa, una durata che vola, un epilogo con spruzzi di sangue,
sparachiodi e trappole incorporate. I personaggi o sono completamente
buoni, come il poliziotto Tom Wilkinson che prende i protagonisti
sotto la sua ala protettiva, o completamente cattivi, come l'Omar Sy
di Quasi Amici che
gioca a fare il mafioso. Un po' banali, tanto prevedibili, ma
interpretati da buoni attori che, con copioni anche stringati,
risultano credibili, chi più e chi meno. Good
People, thriller al tempo
della crisi, è un film d'azione appassionante e nella media, comodo
in scarpe e sceneggiature di seconda mano. Senza infamia e senza
lode, con due protagonisti avvenenti e uniti, che si danno – per
amore – alle fughe e al brivido. (6)
Un
paio d'anni fa, era uscito al cinema un filmettino dell'orrore di
quelli estivi estivi, che vedi e dimentichi, perché anche il sangue
si lava via, alla fine. Godibile e divertente, si era rivelato un
intrattenimento sufficiente. E per una volta, all'apparenza, non si
voleva marciare su un forzatissimo sequel. Questo accadeva nel
lontano 2006, quando io seguivo con mio fratello gli incontri di
wrestling e la presenza del gigantesco Kane – due metri e tredici
-, nei panni dell'assassino di turno, ci aveva convinti a guardarlo.
See no evil, da noi Il collezionista di occhi, non era
male. Otto anni dopo... Io non guardo più il wrestling, e figuratevi
se ho ripensato ancora a quel film in particolare. Sbuca dal nulla un
seguito, mio fratello chiede lo guardiamo?, io dico di sì,
ritornando con la testa a un periodo in cui andavamo più d'accordo e
ci divertivamo di più. Guardando questo film, è intervenuta nel bel
mezzo della visione un po' di sana nostalgia. In casa nostra, non la
alimentano i filmini di matrimonio, ebbene sì, ma gli horror.
Possibilmente quelli trash. See no evil 2, arrivato tardi e
atteso da pochissimi, è inutile come lo si immagina, ma vagamente
dignitoso. Personaggi che ti auguri muoiano dal primo all'ultimo,
gente che ci dà dentro negli obitori, killer che resuscitano
dall'aldilà con mamme che – dalla tomba – continuano a dettare
legge. Solita cosetta, ma guardabile, anche se sai già come va a
finire e le uccisioni non sconvolgono. Attrici starnazzanti, super
fighi che si piegano sotto il colpo delle accette, volti del piccolo
schermo prestati alla classica Lionsgate. L'atleta della WWE,
paradossalmente, è uno dei pochi attori convincenti. Prepariamoci
all'invasione dei sequel. Jacob Goodnight come Jason e Michael Myers? Ma sì. E lo dico perché non voglio fare incazzare Kane. (4,5)
7500
è un film anonimo, anche se non
inguardabile. A pesare è il nome, alla regia, di una delle
potenziali grandi firme del cinema dell'orrore. Dov'è Takashi
Shimizu, creatore e regista di The Grudge?
Scendono i titoli di coda, dopo un'ora e diciassette, e spunta il suo
nome. In 7500 di suo
c'è forse solo quello. Certo, ci sono le mani bianchicce che sbucano
fuori, gli spauracchi, le ombre e i fantasmi, ma la pellicola sembra
il prodotto di un cineasta alle prime armi con la passione per Final
Destination. Non male per un
esordiente, fiacco per un regista che gli appassionati stimeranno
molto. La storia è quella di una ghost story ad alta quota. Dal
trenino fantasma, all'aereo degli orrori. Ma i salti dalla poltrona
li creano soprattutto le turbolenze, gli effetti speciali fabbricano
perlopiù nebbioline fitte e perpetue che danno tanto l'effetto del
ghiaccio sintetico, il cast non resta impresso. Qualche nome noto
c'è: Ryan Kwanten (True Blood),
Amy Smart (Crank),
Jamie Chung (Sucker Punch),
Jonathan Schaech (Obsession).
Compito semplice, il loro, che però convince in un finale che vira
verso l'ovvio dramma. Tra Lost,
Passengers e Red
Eye, un film troppo veloce per
pesare: quello il suo pregio. Elementi mitologici inseriti a forza,
ma piacevoli. Volti noti. L'impressione di averlo già visto altrove
che è per sempre. (4,5)
Buongiorno a tutti, amici! Questa settimana, sì che sono orgoglioso di me: vi ho riempito di post, e si tratta – in tutti i casi – di recensioni. Quella che vi propongo oggi, in realtà, è diversa dalle altre. Perché il libro in questione è di un'amica blogger e perché è la tappa di un Blog Tour iniziato, ormai, da qualche tempo. Qui, orientandovi con un comodo calendario, potrete scoprire o recuperare le precedenti tappe: sarà la stessa Miriam – mente dei blog Il flauto di Pan e Leggere è magia – a parlarvi della gestazione del romanzo, della sua colonna sonora, dei miti e delle ispirazioni che sono alla base di tutto. Vi consiglio vivamente di farvi un giro sui blog indicati, dunque, e di partecipare al giveaway finale. Io ringrazio Miriam per la gentilezza e l'immensa disponibilità, la abbraccio e vi abbraccio. Aspetto i vostri commenti. Buon weekend a voi, buono studio a me: primo esame del secondo semestre prenotato. Che guaio! Perdonate la fretta, ma scappo. A presto, M.
Gli occhi delle bambole ti guardano. Amore, odio, dolore, compassione; riflettono quello che hai dentro o ti riempiono di emozioni nuove. Gli occhi delle bambole ti guardano e, a volte, sembrano scusarsi per non essere abbastanza vivi.
Titolo: Reborn
Autrice: Miriam Mastrovito
Editore: youcanprint
Prezzo: Ebook € 2,99 Cartaceo: € 16,00
Numero di pagine: 290
Sinossi: Una bambina venuta dal passato. Una madre in lutto. Un folle eroe romantico. Un cocchiere dall’occhio di vetro. Una storia d’Amore e Morte che vi condurrà al confine tra i mondi.
La recensione
Conosco Miriam Mastrovito da quando Diario di una dipendenza esiste, ma la seguo da prima. La leggo da anni. Sempre come blogger, mai come autrice, però. L'ho vista alle prese con i generi più diversi. Parlare di romanzi d'esordio, di horror e young adult, di fantasy ed erotici. E' una delle poche addette ai lavori, credo, capace di masticare di tutto. Senza pregiudizi, con una grande capacità d'analisi. Quando mi ha contattato per un'opinione su Reborn è stata la prima volta che l'ho sentita parlare di una storia che fosse sua. Con già diverse pubblicazioni alle spalle, si metteva di nuovo in gioco. Questa volta, un po' più delle altre. Dopo collaborazioni varie, sperimentava il Self Publishing, per far conoscere le tetre vicende di una bambina tornata dal passato, di una madre a metà, di un romantico beccamorto. Il mio sì alla proposta di ospitare una tappa del Blog Tour è stato immediato. Dico sempre che è arduo giudicare il lavoro di persone che conosci, ma più arduo è resistere a una storia che ti chiama. A una tentazione. Quando, dopo una manciata di giorni, sono arrivato all'ultima pagina del suo romanzo, la prima cosa che ho fatto è stata aprire il portatile e mandarle una lunga e prolissa email delle mie. Le scrivevo questo: “Ciao, Miriam! Eccomi qui, come promesso. Ho chiuso Reborn cinque minuti fa e ti scrivo. E' ancora presto per mettere in ordine i pensieri e lavorare a una recensione come si deve, ma ti do le mie impressioni a caldo. E ti do quell'onestà che, non ho dubbio alcuno, aperta alle critiche come sei, ti farà piacere ricevere. La domanda: mi è piaciuto? Sì, in generale mi è piaciuto, il tuo Reborn. Io amo il genere e mi ha ricordato, per un motivo o per un altro, una serie di pellicole o romanzi che ho particolarmente amato. Mi ha ricordato il cinema horror spagnolo. Sai che io vivo di film, quindi mi basta un dettaglio per farmi pensare ad altro. Mi viene naturale, e magari si tratta di film che tu non hai nemmeno mai visto: La madre, The Orphanage, La spina del diavolo, Nameless. In comune, questi titoli, hanno il tema della maternità; protagonisti assoluti, bambini tristi e coraggiosi non sempre destinati a un finale lieto.” Le dicevo che avevo apprezzate alcune cose, altre meno. Quelle che meno avevo preferito, in realtà, non le avevo messe a fuoco come avrei sperato. L'input racconta un incubo domestico che strega: una giovane donna alle prese con un incidente avvolto nel buio e con due tombe a cui fare visita. Suo marito e la sua amata bimba, Martina, non ci sono più. Elga vive in una casa piena delle bambole che costruisce, ma ha pochi clienti – in paese – e nessuna figlia a cui regalarle. Prepara torte che nessuno mangerà, le riempie di candeline che nessuno spegnerà, per un ultimo compleanno ancora da compiersi. Finché, nelle notti della mite Gioia Del Colle, accade qualcosa di bizzarro. E inquietante. Alla torta al cioccolato manca un pezzo, le candeline sono state spente, quella casa spaventosamente vuota si riempie di risate cristalline. Elga va a dormire con il ricordo di una figlia nella tomba, ma – il mattino successivo – si sveglia, e una figlia ce l'ha ancora. Una bambina che, urla e giura, non è la sua, ma che tutti riconoscono come tale. Di Martina sono scomparse le foto, i disegni, i ricordi nella mente di coloro che ha incontrato. Ma una mamma non dimentica... Come può? Come la Coraline di Neil Gaiman, Elga si trova a vivere in una dimensione distorta, che ha l'ombra dei suoi desideri inconsci. I genitori di Coraline avevano bottoni per occhi, la piccola Rea – che odora di terra bagnata, che sembra sbucata dagli anni '60, che ha paura dell'orco che l'ha messa al mondo – ha il viso di una bambola di porcellana.
Occhi espressivi, che a volte diventano di vetro, aperti sui segreti di altre vite. Quelli non erano i genitori di Coraline, questa non è la figlia di Elga. Il macabro snodo iniziale, successivamente, si tinge di porpora. Si passa, infatti, alla rievocazione di un amore lontano, a memorie passate, che dal noir fanno virare il romanzo verso un fantasy intriso di romanticismo, dove chi ha amato veramente ricorda e dove inconsapevoli anime gemelle possono riunirsi. In quei momenti – come ho rivelato alla stessa Miriam – ho pensato ai temi di Grande amore, Fallen,Dark Heaven. Reborn, tuttavia, non ha come nucleo una storia d'amore: non parla di angeli e demoni, non parla di baci sdolcinati dati al liceo. La storia guarda al rock duro, spietato, cattivo, ma in realtà ha uno stile piacevolissimo: puro, delicato, cristallino, fresco. L'autrice ha la sensibilità di chi è mamma, nella vita, e si vede. Si sente, inoltre, l'influenza della medesima teoria che aveva ispirato Leonardo Patrignani e il suo notissimo Multiversum, nei discorsi sul caos, sulla casualità, sull'equilibrio di un mondo senza Dio. Come in musica, però, è pur vero che le idee fluiscono in uno stesso fiume. Le note musicali sono sette e gli accordi, talora, possono somigliarsi. Non c'ho dato peso, sinceramente. Perché i protagonisti – simili, eppure diversi da tutti gli altri – mi sono subito stati a cuore e perché, mentre Patrignani guardava alla dea scienza, la Mastrovito adotta un approccio più focoso, lampante. Pagano. Il rapporto tra Rea e Elga è pieno di intimità, Iuri ha un animo da eroe d'altri tempi e il cocchiere Ogma – così ambiguo e ipnotico – ha il carisma dei vecchi villains della Disney. Mi riferisco ad Ade, a Scar, ma soprattutto al Papa Legba dei culti vodoo. Con il cappello a cilindro, l'occhio di vetro e le fattezze androgine, sembra uscito da una leggenda della splendida New Orleans. Ecco un altro punto: vedere i personaggi di Reborn muoversi nelle paludi della Louisiana sarebbe stato naturalissimo, invece Miriam inscena il tutto nella sua città. Scelta ottima, una ventata d'aria nuova! La Puglia di Elga è lontana da quella di Ozpetek e delle sue Mine Vaganti. E' piovosa, stretta, superstiziosa. Ha le limitatezze e la segreta bontà di tutti i paesini del Sud, e io li conosco bene: ne provengo da uno anch'io.
L'umidità persistente dei paesi, i vicoli, le case vecchie coi loro vecchi abitanti, il piccolo comune che conta – ormai – più morti che vivi. A Gioia, però, manca il fascino. Mancano i mostri e i lati marci. Ho ritrovato tanto della vita dei miei nonni nelle chiacchiere e negli appuntamenti al cimitero, nelle descrizioni di una religiosità soffocante e bigotta, ma avrei voluto sentire la città più viva e presente. Come un ennesimo personaggio sceso in campo. Come la Echo del recente e discreto Quando il diavolo mi ha preso per mano. Adorabile, invece, la coloritura dialettale che, spesso, i discorsi acquisiscono: Santino “il matto” e il suo italiano stentato, le parole di bimba di Rea, le litanie di una nonna con il rosario alla mano e con un pappagallo più aperto alle preghiere di una figlia orgogliosa e disubbidiente. I desideri sono cuciti su misura, ogni persona ne ha di diversi, e, personalmente, avrei voluto assaporare il gusto della leggenda, della fiaba nera. La scrittura di Miriam è lineare, sa dire tanto dei suoi personaggi, ma manca un po' di convinzione. Di un ruggito. Lato negativo, questo, ma positivo al tempo stesso: verso la fine, ho scoperto in Reborn un intreccio densissimo, in cui le tematiche sono tante e la carne al fuoco è tanta. Troppa? La reincarnazione, il rapporto genitori-figli, l'ateismo, il lutto, l'omosessualità. Una cosa è, tuttavia, palese. Miriam ha tante passioni, Miriam legge tanto: e, come dice Stephen King, leggere è il primo trucco per saper scrivere. L'abilità dell'autrice l'avevo capita una vita fa, dai suoi soli post. Ho visto, nel suo romanzo, spunti vari, e questo è bello. C'è un certo gusto per l'orrido, qualche scena onirica particolarmente riuscita, perfino un'elegante sensualità di fondo. Uno connubio di elementi classici, con uno stile che si amalgama, all'occorrenza, ai contenuti. Ha tanti dialoghi, ma una narratrice timida, mai ingombrante, discreta, dal tocco spiccatamente femminile. Miriam adotta la terza persona, ma è la voce di questa mamma “al limite” che prevale, generalmente. La voce della ragione. A volte, invece, in discorsi e supposizioni sul Dio Caos, ad esempio, sembra non prevalare nessun punto di vista in particolare, e Reborn pare perdere la sua personale dea: una narratrice che sia autentica. L'ultimo lavoro della Mastrovito, dunque, è un buon racconto, ma che avrebbe potuto far di più. Fare della nostra Puglia, magari, il setting degno di un Southern Gothic americano. Purtroppo, ci sono state cose che non mi hanno entusiasmato, e non l'ho nascosto all'autrice. Avevo finito quella famosa e lunga email con un consiglio, per le storie future: una maggiore cura nella costruzione delle ambientazioni e la ricerca di uno sguardo più soprendente. Da inguaribile amante della narrazione in prima persona e dei narratori insoliti, le avevo suggerito di affidare tutto a quel piccolo Dio beffardo, romantico e subdolo dal cappello a cilindro. Concludevo dicendo che, nella voce, aveva ed ha a disposizione tanti toni diversi. Veramente. E che mi dispiaceva nel profondo per lo sproloquio infinito e per le sporadiche critiche. Mi faceva strano. La sua risposta è arrivata venti minuti dopo, puntualissima: “Personalmente contavo sulla tua sincerità e l'ho apprezzata tantissimo, proprio per questo, oltre che ottimo recensore, penso di poterti considerare un amico. I complimenti fanno piacere indubbiamente ma le critiche motivate e i suggerimenti aiutano a migliorarsi per cui li accolgo a braccia aperte.” Sono giorni come questi – e parole come queste – che mi fanno capire perché adoro quello che faccio. Grazie, Miriam.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Cascade – Siouxsie And The Banshees
Buongiorno,
amici! Oggi, sottraendo qualche oretta alla filologia, ho deciso di
parlarvi dell'ultimo romanzo letto. Non credo si tratti di un titolo
che abbia bisogno di presentazioni, dunque, buona lettura a tutti.
Ritorno dal mio Tito Livio Frulovisi – e non chiedetemi chi è, vi
prego. Prometto che, finita la sessione invernale, passerò i miei
giorni e le mie notti a leggere, eh. Un abbraccio a tutti, M.
Tutto
quel che vediamo o quel che sembriamo, non è che un sognodentro al
sogno. - Edgar Allan Poe
Titolo:
Doctor Sleep
Autore:
Stephen King
Editore:
Sperling & Kupfer
Numero
di pagine: 517
Prezzo:
€ 19,90
Sinossi:
Perseguitato
dalle visioni provocate dallo shining, la luccicanza, il dono
maledetto con il quale è nato, e dai fantasmi dei vecchi ospiti
dell'Overlook Hotel dove ha trascorso un terribile inverno da
bambino, Dan ha continuato a vagabondare per decenni. Una disperata
vita on the road per liberarsi da un'eredità paterna fatta di
alcolismo, violenza e depressione. Oggi, finalmente, è riuscito a
mettere radici in una piccola città del New Hampshire, dove ha
trovato un gruppo di amici in grado di aiutarlo e un lavoro
nell'ospizio in cui quel che resta della sua luccicanza regala agli
anziani pazienti l'indispensabile conforto finale. Aiutato da un
gatto capace di prevedere il futuro, Torrance diventa Doctor Sleep,
il Dottor Sonno. Poi Dan incontra l'evanescente Abra Stone, il cui
incredibile dono, la luccicanza più abbagliante di tutti i tempi,
riporta in vita i demoni di Dan e lo spinge a ingaggiare una poderosa
battaglia per salvare l'esistenza e l'anima della ragazzina. Sulle
superstrade d'America, infatti, i membri del Vero Nodo viaggiano in
cerca di cibo. Hanno un aspetto inoffensivo: non più giovani,
indossano abiti dimessi e sono perennemente in viaggio sui loro
camper scassati. Ma come intuisce Dan Torrance, e come imparerà
presto a sue spese la piccola Abra, si tratta in realtà di esseri
quasi immortali che si nutrono proprio del calore dello shining.
La recensione
“Era
buono, ma anche cattivo, e gli volevo bene per quel che era. Che dio
mi perdoni, gliene voglio ancora. Succede alla maggior parte dei
bambini. Ami i tuoi genitori e incroci le dita. Che scelta hai?”.
Si sa. Si sa che, almeno una volta all'anno, ho bisogno di lui: ci
penso, come un alcolizzato fa con la bottiglia, nei suoi momenti
d'oblio più neri. In realtà, lui mi aiuta nell'impresa
diametralmente opposta: disintossicarmi. Mi racconta brutte storie in
maniera meravigliosa. Cosa che nessuno fa. Perché lui è artefice di
cose che nessuno fa. E' il miglior narratore che ci sia. Narratore
- figura, quest'ultima, che, al pari dell'artigiano o del ciabattino,
non esiste più, o quasi. Sono specie in via di estinzione. Maghi in
incognito. Prestigiatori che, dal cappello a cilindro, tirano fuori,
a colpo sicuro, capolavori su capolavori. Mangiano cibo salutare,
respirano aria buona, si circondano di bella gente, hanno piccoli
cottage come ufficio. Magari, tutti lì, nel Maine. Lui è il Re e io
sono un suo fedele suddito: lo venero. A volte, in sua presenza,
posso semplicemente perdere la mia oggettività: risaputo anche
quello, no? Si sapeva, allora, che Doctor
Sleep mi sarebbe piaciuto. Stephen King crea misteri,
infatti, ma i suoi libri non fanno altrettanto. Si leggono così,
amandoli senza mistero alcuno e senza capacità momentanea di
raziocinio. Alla fine prevale il ricordo, nel mio caso, almeno, di
ciò che ha rappresentato e - sovrana incontrastata - regna la più
pura ammirazione. Qualcosa che assomiglia vagamente alla felicità, a
una pace senza pace. Cosa strana... ma io sono strano, quindi
c'è una certa coerenza di fondo. Quando leggo qualcosa di suo, non
smetto mai di pensare a quel piccolo lettore che, un decennio fa,
muoveva i suoi primi e cauti passi in un'immensa libreria piena delle
sue immense storie. I libri stupidi li leggo adesso: da bambino, mi
trattavo bene. Andavo a casa della migliore amica di mio fratello e
sua madre, con un tascabile in una mano e una sigaretta nell'altra,
mi proponeva sempre il meglio: solo Stephen King, passando – giusto
ogni tanto – per il primo Dean Koontz. Spiando dal basso ripiani
che nemmeno riuscivo a raggiungere, curiosavo, senza meta e fretta,
tra dorsi rilegati che mi parlavano di macchine infernali, cimiteri
viventi e sguardi che uccidono facendo furore, fuoco e fiamme. E'
stato allora, in quel salotto pieno di carta e di fumo, in quella
vita, che ho letto Shining. La legittima proprietaria mi aveva
avvertito: quella volta, l'amante dei lieto fine che era in me, non
sarebbe stato accontentato. Chissà a quel bambino come sarebbe
parso, allora, questo Doctor Sleep? Ho pensato questo,
leggendolo, e mi sono detto che quel bambino che, da qualche parte,
vive ancora in me l'avrebbe apprezzato, molto. Più o meno, ho fatto
altrettanto anch'io. Il precedente, Joyland, era
un'opera piccola con una grande maturità. Questa volta, stranamente,
siamo al cospetto di un'opera grande sicuramente di più, ma dal
retrogusto più acerbo. Una specie di scritto di gioventù. Di quelli
dell'epoca d'ora, dell'Atlantide perduta, dell'El Dorado leggendaria,
in cui Stephen si divertiva ancora a giocare coi mostri, il
soprannaturale, il trenino degli orrori. Il meno
è perché, per quanto mi sia piaciuto, c'è un non so che di
anacronistico: si sente che Doctor Sleep
è arrivato tardi, seppure non troppo, alla “splendida festa di
morte” iniziata ormai un trentennio fa. Un King anziano che scrive
una storia nelle corde del King giovane. Una lotta contro il tempo,
un viaggio nel tempo, i cui round e le cui tappe sono scandite in
maniera leggermente più studiata e macchinosa del solito. Si guarda
il cielo – ora ci sono le foglie d'autunno, ora la neve, ora la
cenere di una catastrofe – e si ci affida, a volte, a qualche eroe
per caso, a un deux ex machina sceso dall'alto che tiri le redini, a
un colpo di fortuna. Sempre che la sorte, cieca, riesca a trovarci,
in un'America che ha mille insidie e mille volti. Sempre che la sorte
esista, concreta come esistono, invece, i nostri mostri.
Qualche
difetto c'è, ma il lettore finisce per limare di suo anche quello
che non va. Il lettore, io. Arrivo ai ringraziamenti finali, vedo il
profilo della persona che si nasconde dentro e dietro tutto questo e
perdono il poco che c'è da perdonare. Perché, in questo 2014 appena
iniziato, con ogni probabilità, Doctor Sleep rimarrà
una delle storie meglio narrate in assoluto, anche se non
necessariamente uno dei romanzi migliori. Vedo, infatti, che, nelle
ultime righe, parla dei figli di cui va orgoglioso, dell'amata moglie
Tabitha, degli amici di sempre e, oltre che a un grande scrittore,
penso a un uomo che ha vissuto una grande vita: uno di quei nonnetti
burberi, ma segretamente teneri, che, come passatempo, sfogliano
album di ricordi sul viale del tramonto. Io ho sfogliato un po' i
miei, lui ha sfogliato i suoi. Doctor Sleep è
una di quelle storie che parlano al passato: a quello di King, a
quello di chi gli è sinceramente affezionato. Una foto ingiallita
sfuggita dal mazzo. Lui è diventato un tenerone, io sono diventato
un tenerone. Lo siamo diventati entrambi. Perciò, aspettatevi una
storia di indicibile violenza e inclassificabile dolcezza: una storia
sull'infanzia, le eredità e altri demoni. Quella del piccolo
Torrance, d'infanzia, l'abbiamo conosciuta in Shining.
Kubrick o King, film o libro, cambia poco: il primo finisce nel gelo,
il secondo nel fuoco di una caldaia esplosa, ma per Danny non c'è
pace comunque.
Sopravvivere è una cosa, vivere ne è un'altra. Come
può farlo, lui che ha visto il padre impazzire, l'Overlook bruciare
fino alle fondamenta, la madre spegnersi fino a sparire, in nugolo di
mosche in volo sul cattivo odore di antichi incubi e rinnovati
deliri. Non può, ma l'alcol aiuta: fare a botte, andare a letto con
totali sconosciute, tirarsi giù dal letto e aggrapparsi alla tazza
del water – per vomitare, vomitare e vomitare, fino a perdere
l'anima – aiuta a non sentire le cose che il buio gli sussurra. Era
il segreto di Jack Torrance, e certe cose si tramandano nel sangue. I
primi capitoli hanno un elevato tasso alcolemico nell'inchiostro;
creano un disorientamento che è una piacevole ebbrezza. Ad ogni
pagina, non sai esattamente dove ti troverai. Con chi, con cosa. E in
che anno. Danny diventa Dan, in un altro Stato nasce Abra. Il primo,
ormai adulto, è un uomo che tardi ha imparato a confessare agli
altri le sue debolezze: gli Alcolisti Anonimi l'hanno condotto in
salvo. L'altra, invece, ha imparato a pensare nella testa di Dan
ancor prima di parlare: bambina silenziosissima, prima di svegliarsi
in lacrime nel cuore della notte, con il peso di un presentimento
che, neonata, non può condividere a parole con gli affettuosi
genitori e una curiosa bisnonna d'origini italiane. Ha pianto nella
sua culla, ha urlato con tutta la furia contenuta nei suoi minuscoli
polmoni, ma l'impossibile è avvenuto lo stesso. I due giganti sono
crollati fragorosamente e, solo allora, lei ha smesso. L'undici
settembre, Abra mostra al mondo la sua straordinaria luccicanza e
Dan capisce che se lui è una torcia, quella piccolina è un
dannatissimo faro umano. I tempi sono molto dilatati: da un capitolo
all'altro, possono passare mesi, addirittura anni.
Stephen King sa
essere piuttosto prolissimo – e a me piace proprio così, con le
sue parole splendidamente di troppo – ma non questa volta:
l'utilizzo di impeccabili ellissi narrative, gestite con la più
totale padronanza e naturalezza, ha reso le generazioni fluide come
stagioni, gli anni corti sospiri, il passato una terra (non)
straniera, la lettura delle più
scorrevoli mai intraprese. Finché Abra e Dan s'incontrano, seduti
sulla panchina del parco, all'uscita della biblioteca comunale:
vicini, ma non troppo. Una ragazzina e un uomo adulto: sapete com'è,
se ne sentono tante, in giro... Comunicano mentale, comunicano tanto.
Tra di loro, ma, soprattutto, a quel lettore che, con interesse,
apprensione e sentimento, segue il pericoloso apprendistato di Abra e
la coraggiosa espiazione di Dan. Una panchina in un parco, una sedia
al capezzale di un malato: Dan come il Dottor Sonno. Tra i piedi, il
misterioso Azrael: un gattone grigio, che non a caso porta il nome
dell'angelo della morte, con un terrificante sesto senso e tanto di
non detto che meriterebbe, per me, di essere raccontato in una
novella a sé, un giorno. Quella Abra, che non abbandona mai il suo
peluche e che con il potere della mente attacca le posate al soffitto, è
la sorella segreta di Carrie White e Charlie McGee, in compagnia del
migliore amico che loro, sfortunate, non hanno mai avuto.
Delicatissima e potente, non completamente originale ma sempre
convincente - nonché ultima nata in una lunga tradizione letteraria
di dodicenni armate di poteri prodigiosi - , dialoga metaforicamente
con quelle famose sorelle di sangue che hanno vissuto in altri
romanzi e, esperta, guida il protagonista in una caccia al tesoro
lungo il perimetro di una fabbrica in rovina. Lungo il bordo della
paura. I loro nemici hanno grotteschi nomi da pirata e, con i loro
caravan, solcano le autostrade americane come fossero tutte parte di
un mare immenso.
Bevono grida, assaporano luce, mangiano bambini:
sono Scilla e Cariddi, Capitan Uncino. Il Nodo Vero. Rose, il loro
carismatico leader, ha la sensualità, gli amanti e gli anni di una
millenaria vampira, il linguaggio colorito di un incensurato pirata,
un cappello a cilindro che sfida la forza di gravità. Eccessiva,
energica, focosa, ha le forme e i tratti pulp di una
fanciulla di un B-Movie alla
Grindhouse. I suoi
complici sono al di sopra di ogni sospetto. Vedendoli, infatti,
penseresti a un paio di tranquilli e noiosi pensionati, con l'hobby
per la caccia all'uomo. Pensionati, o in attesa del pensionamento,
anche molti compagni d'avventura di Abra e Dan: un "gerontofilo" come
me può forse non averli adorati? Billy Freeman, il dottor John
Dalton, Concetta… luccicano, tutti quanti, come, nel primo volume,
faceva il saggio e lungimirante Dick Halloran. Dopo tanti anni,
Doctor Sleep è un secondo capito che non aspettavamo, non un sequel in piena regola. Molti personaggi sono diversi e le
intenzioni sono diverse, proprio come i toni adoperati. King ritorna
all'Overlook, esaminando quello che ne resta. Brutti ricordi,
fantasmi evanescenti, medagliette testimoni di una vita senza più
dipendenza. Ha imparato più agli Alcolisti Anonimi che ai club
letterari, lui: la vita è bastarda, ma insegna. Annota, perciò,
momenti di pura condivisione – ricorda con una risata, per esempio,
quella volta in cui un uomo vomitò su un poliziotto o, con un
brivido, l'altra in cui una mamma perse l'affidamento dei suoi stessi
figli per colpa della bottiglia – e seziona la mente umana come
fosse una biblioteca che i fumi dell'alcol hanno messo in disordine.
Psicoanalisi spiccia, ma sensibilità e buonsenso a palate: cose
dettate dall'età, insegnamenti suggeriti dall'esperienza. Dopo una
vita di stragi efferate, con il tono mesto ed evocativo dei grandi
addii, Stephen King si concede quel pizzico di bontà che non guasta.
Meno cattivo, ma sempre in forma smagliante, torna in libreria per
provarci – se mai ce ne fosse stato bisogno – che non ha perso il
tocco e lo smalto. Doctor Sleep è
un'altra storia. Di Shining,
da bambino, ho avuto paura. In questo caso, la paura provata era di
un altro tipo: paura di andare avanti, di portarlo a termine. Di
trovarmi a leggere un epilogo così emozionante, così bello, così
definitivo. Paura di vedere svanire la luccicanza in Dan e di veder
balenare, per una volta, un tremulo lucchichio nei miei occhi, mai stanchi di cotanta
maestria.
Ciao
a tutti, amici. E' già venerdì! Questo weekend, ho deciso di non
tornare a casa: studio (si spera!), film (ovvio!), freddo
(purtroppo!). Questa mattina, subito dopo la colazione, mi sono messo
all'opera: ho finito il romanzo che avevo in lettura e,
immediatamente, ho deciso di parlarvene. Non è un romanzo da
consigliare a tutti, ma io sono tra quelle persone che l'hanno
apprezzato così com'è: incompleto, un tantino lento, frettoloso, ma
emozionante. Decisamente. Ringraziando la casa editrice, vi auguro
una buona lettura e uno splendido weekend. Un bacione, M.
Jacob
rappresentava la sconfitta del tempo. Era il tempo fuori sincronia,
un tempo più perfetto di quanto non fosse mai stato. Era la vita
come avrebbe dovuto essere. Questo erano tutti i Redivivi.
Titolo:
The Returned
Autore:
Jason Mott
Editore:
Harlequin Mondadori
Prezzo:
€ 16,00
Numero
di pagine: 336
Sinossi:
Per
Harold e Lucilie Hargrave la vita è stata felice e amara allo stesso
tempo, da quando hanno perso il figlio Jacob il giorno del suo ottavo
compleanno, nel 1966. In tutti questi anni, si sono adattati a una
vita tranquilla, senza di lui, lasciando che il tempo alleviasse il
dolore... Finché un giorno Jacob, il loro dolce, prezioso bambino,
misteriosamente, ricompare alla loro porta, in carne e ossa. E ha
ancora otto anni. Qualcosa di strano sta succedendo... i morti stanno
tornando dall'aldilà. Mentre il caos rischia di travolgere il mondo
intero, la famiglia Hargrave di nuovo riunita si ritrova al centro di
una comunità sull'orlo del collasso, costretta a fare i conti con
una realtà nuova quanto misteriosa e con un conflitto che minaccia
di sovvertire il significato stesso di genere umano.
La recensione
“Alcune
persone chiudono le porte del loro cuore quando perdono qualcuno.
Altre tengono porte e finestre aperte, lasciando che i ricordi e
l'amore vi passino liberamente. E forse era così che doveva
succedere. Stava succedendo lo stesso in tutto il mondo.” The
Returned racconta la storia di
uno, due... mille ritorni. Ritorni di aspiranti Ulisse che, in cerca
della strada per arrivare dalle loro amate e personali Penelope,
hanno attraversato mari, cieli, pericoli: l'intero aldilà. Sono
ritornati dal regno dei morti con ricordi nebbiosi, corpi
perfettamente intatti, menti lucide nelle quali, scolpita
indelebilmente, c'era l'immagine della loro casa perduta. Il romanzo
di esordio di Jason Mott è il post Warm Bodies,
il post Pet Sematary:
una toccante, dolorosa, originale e romantica testimonianza post
mortem. Mostra, sin dall'accattivante incipit, un mondo
improvvisamente sovrappopolato, in cui i morti – abbandonati i loro
vecchi e polverosi giacigli – camminano insieme a noi. Al nostro
fianco. Quando non ci sarà più posto all'inferno, i
morti cammineranno sulla terra: così
recitava la frase promozionale dell'horror ormai cult diretto dal
leggendario George A. Romero. Lui, in quella celebre pellicola del
1978, parlava di zombi; parlava di sangue, morte, malvagità. Di
creature sputate dalla gola rovente e catramosa dell'inferno. La cosa
sorprendente di The Returned è
il sapere scavalcare abilmente il cliché per eccellenza, pur
partendo da punti di partenza piuttosto simili, nelle linee generali.
Inizialmente, pieno di entusiasmo, avevo avuto l'impressione che il
romanzo di Mott fosse una sceneggiatura perfetta per un film
perfetto. Era, almeno nella prima parte, uno di quei libri che non
riesci a poggiare sul comodino senza aver prima conosciuto la fine
della storia. Pieno di inquietudine, rabbia sommessa, sussurri e
bisbigli che, alla resa dei conti, dicono cosa, esattamente? Parole
d'amore. Nessuna paura, nessun timore. Ma c'è il pericolo costante,
c'è la violenza dell'uomo, c'è il dubbio, onnipresente come un
chiodo fisso. La storia si apre con il risveglio di Jacob, otto anni.
Confuso e disorientato, si sveglia in un posto che non conosce, tra
genti che parlano lingue esotiche e misteriose, accanto a un fiume
molto simile a quello che vide, cinquant'anni addietro, prima di
chiudere per l'ultima volta gli occhi. Durante il suo lungo sonno
ininterrotto, tante cose sono cambiate: Jacob sa che non bisogna più
aver paura del colore della pelle dell'omaccione gentile che lo
sta per riportare a casa; sa che i Redivivi affollano il mondo,
sfidando ogni equilibrio naturale; sa che i suoi genitori temono e
sognano di riabbracciarlo ancora, dopo mezzo secolo di lontananza.
Harold e Lucille Hargrave, però, non sono più la coppia giovane e
briosa di una volta: sono vecchi, stanchi di vivere e di litigare tra
loro, spossati e dilaniati dentro dal più grande dei lutti.
Loro,
insieme a comprimari particolarmente riusciti, sono personaggi
assolutamente meravigliosi, con il loro fare burbero, la falsa
saggezza portata dalla vecchiaia, gli occhi opachi per la miopia e le
inevitabili lacrime. Mettono in dubbio tanto, tutto, a quasi
settant'anni: scoprono, infatti, una grande verità. Dio, se c'è,
non ha tutte le risposte.
Sono figure composte da piccoli tasselli, e
che vivono di piccole cose. E le piccole cose, come direbbe l'anziana
e accorta protagonista, sono importantissime. Vivono ad Arcadia, una
città in cui tutti si conoscono e in cui tutti, alla lontana, sono
imparentati tra di loro; un posto lontano dal mondo, ma non dai
meccanismi di uno strano e contorto cambiamento epocale. Vicini alle
Sacre Scritture e ai sermoni domenicali, tutti, o quasi, reputano i
Redivivi creature del male: Arcadia – insieme al resto del mondo –
sta vivendo, infatti, una tragica storia da Antico Testamento.
Lazzaro e i suoi figli mai nati sono usciti dal loro sepolcro.
Eppure, nonostante la diffidenza, tutti hanno qualcuno da aspettare:
aggiungono un posto in più a tavola, tirano la casa a lucido,
spolverano il vecchio pianoforte del nonno di turno o il quadro di
mamma e papà. La vecchia Lucille ha avuto una vita monotona e
tormentata, passata ad addormentarsi in poltrona e a svegliarsi in un
ricordo felice di un passato felice, insieme a un bambino brillante e
vivace che – con i suoi fortini fatti di giocattoli – da grande
sarebbe sicuramente diventato un onesto e ricco architetto. Insieme
ai sogni, ci sono anche gli incubi, però: un'altalena vuota che il vento fa
cigolare, un nascondiglio da cui non esce più nessun bambino
sorridente, un fiume troppo profondo per un bagno benedetto dal sole
del 15 Agosto. Il suo, il loro Jacob ritorna, e il suo ritorno è, a
tratti, sinistro. A seguirlo, però, non è il tanfo della morte e i
suoi occhi dolcissimi non sono destinati a decomporsi barbaramente da
un secondo all'altro. E' bello, felice ed è vivo come lo era
cinquant'anni prima; non inquietante, solo immensamente tenero e
delicato.
Lo sa sua madre, lo sa suo padre: un uomo duro, cinico e
diffidente, che gira sempre con una croce tutta rovinata in tasca, ma
che non può dimenticare il naturale, puro amore per il sangue del
suo sangue. Imparerà a volere bene ancora – a una moglie splendida
e splendidamente irritante e ad un dolce bambino non morto –
durante una forzata prigionia nella vecchia scuola elementare di
Arcadia: il luogo in cui gente ignorante e divorata dai pregiudizi ha
chiuso crudelemente coloro che sono tornati in vita. Un triste e
sporco campo di concentramento, alimentato da commoventi storie e
ricordi sbiaditi che, forti, si levano al di là del filo spinato e
oltre le armi dei soldati. Onirico, intenso, appassionato e
credibile, The Returned è
un romanzo strano e sfuggente, che si avvale di uno stile maturo e
fluido – ho pensato a Stephen King e al Carsten Stroud di
Niceville: pensate un po'- e di una sicurezza unica
nell'ambito del crossover. Raffinatissimo. Intimista, complicato e
sfuggente, lentamente imbocca una nuova strada – meno
entusiasmante, o forse solo meno commerciale – e, sempre
lentamente, ti imbriglia nelle sue domande senza risposta apparente,
nella sua prosa d'altri tempi, nei suoi sentimenti viscerali che ti
strizzano tutto quanto come una spugna. Lascia domande, non dà risposte. Eppure
domande senza risposta non lo saranno mai per davvero: tocca a noi
cercarle. Svegliarci, alzarci sulle nostre gambe e trovare tutte le
infinite, sfuggenti e mutevoli risposte possibili. Lascia con
sentimenti poco chiari, vero. Ma con una sensazione, allo stesso
tempo, che, insieme ai brividi, striscia sulla nostra pelle: sulla
nostra scorza dura di genitori, figli, lettori, esseri umani.
All'inizio mi piaceva moltissimo, poi mi ha deluso, prendendo una
strada tutta sua. Però ho capito che era quella la strada giusta,
anche se lungo il percorso non ho trovato scritte – su un segnale
stradale o su una corteccia d'albero – le risposte che sempre vado cercando. La ABC, immediatamente, si è ispirata al materiale di
Jason Mott per un serial televisivo, dal titolo
Resurrection. Il trailer (qui)
mostra sequenze identiche, perfette. Ma i sentimenti? Non si
sfilacceranno come un gomitolo di lana rossa, tra un episodio e
l'altro? Tutta la verità è scritta nelle ultimissime pagine, nella
toccante nota dell'autore: The Returned
è un libro sul perdono: un libro per perdonarsi, per pareggiare i
conti in sospeso; scritto più per sé stessi che per gli altri. Lo
vedo fuori posto. Nella collana Harlequin, in TV, sullo scaffale
dedicato al paranormal. E' un qualcosa di estremamente personale, ma
sono felice come un bambino: l'autore è stato così generoso,
infatti, da voler condividere questa sua visione ad occhi aperti con
noi. Già la copertina, con quel bambino biondo a testa in giù,
doveva farmi pensare a un altro libro altrettanto strano,
altrettanto “fuori”: L'età dei miracoli.
Dove la fantascienza diventava un'ottima scusa – la migliore - per
parlare esclusivamente di noi stessi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Asaf Avidan – Reckoning Song (One Day)