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giovedì 9 aprile 2020

Recensione: Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi

| Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi. Bao, € 21, pp. 312 |

In alcune storie ci inciampi e basta. Sono messaggi in bottiglia. È l’alta marea che ha voluto fartele leggere, portandoti nel posto giusto al momento giusto. Si nascondevano dietro uno scoglio, magari sotto un tronco, e un’altra onda minacciava di portarle via da un momento all’altro. Sono stato fortunato. A passeggio in un mercatino che somigliava un po’ a una spiaggia dopo un naufragio – dappertutto anfore, coralli e conchiglie –, in uno dei miei ultimi giorni di libertà mi sono imbattuto in un questa graphic novel. La sua fama aveva raggiunto anche me, ignorante in materia, e per pochi euro ho portato a casa un piccolo tesoro nell’indifferenza del venditore: lo vendeva allo stesso prezzo dei tascabili della bancarella. Dopo un mese, impigrito dal blocco del lettore, ho deciso che il suo momento era arrivato. Per il desiderio di leggere qualcosa di lieve sì, ma bello. Per la solita nostalgia del mare.
Una graphic novel che ha già meriti oggettivi, così, se n’è fregiata di un altro: ha simboleggiato, per me, la lettura d’evasione per eccellenza. Di quelle che ti portano lontano, letteralmente, facendoti sperimentare quel senso di stupore che credevi precluso agli adulti. Magico, misterioso, romantico, Il porto proibito è un’ombra che si profila all’orizzonte. Un miraggio che non tutti riescono a percepire con gli stessi occhi. Può dirsi lusingato o sciagurato colui che ne vede la silhouette nella nebbia del primo mattino? È un inizio o una fine; un punto di partenza o uno d’approdo? Sono alcuni degli interrogativi sollevati dalle figure che popolano l’avventura di Teresa Radice e Stefano Turconi: coniugi e fumettisti, qui al servizio di un intrigo che deve un po’ alle favole Disney e un po’ ai classici dell’Ottocento inglese.

Lo chiamano il porto proibito: appare e scompare nella nebbia, ma sembra che non tutti possano vederlo. Chi l’ha raggiunto di certo non è tornato indietro per raccontarlo! Perché non sei tu che scegli di entrare al porto, è il porto che sceglie te.
Si parte dal ritrovamento di un naufrago sulle coste del Siam. Vittima di un’amnesia che lo ha privato di tutto fuorché il nome, Abel diventa il mozzo del primo ufficiale Roberts a bordo di un vascello della marina. Intraprendente e servizievole, dotato di mille risorse, il ragazzo ha l’animo antico dei veri lupi di mare: conosce a memoria canzoni, aneddoti, trucchi, e le sue abilità sorprendenti – talora a confine con la magia – fanno mormorare la ciurma sospettosa, per poi tornare utili durante le bonacce più ostinate. Il tenore del prologo è destinato a cambiare una volta giunti a Plymouth. Ospite di una locanda caduta in disgrazia per colpa di uno scandalo – il proprietario, Stevenson, sarebbe fuggito con la refurtiva confiscata agli spagnoli lasciando le tre figlie nei guai –, Abel si affeziona alla timida Helen, alla maliziosa Heather e alla piccola Harriet, fino a sentirsi parte della famiglia allargata. Ma gli insegnamenti più importanti arriveranno da Rebecca, erotica e materna insieme, che lo guiderà nei segreti del sesso, della letteratura e soprattutto dell’impossibile. Dove tutti vedono malizia, si nascondono in realtà le migliori pagine del volume e personaggi indimenticabili: dalla relazione tra la malinconica tenutaria del bordello e Nathan, il cliente prediletto che promette di affrancarla per amore, aspettatevi tavole appassionate e più di qualche lacrima.

La verità più profonda si può trovare grazie a una semplice storia. 

Colto, citazionista, romanticissimo, Il porto proibito è una ballata marinaresca di donne e pirati su un tesoro da trovare, un’identità da riscrivere, una fama da riscattare. Contiene frammenti preziosi dei versi di Blake, Coleridge e Wordsworth. Brilla di scrittura ricca ed evocativa, a proprio agio tanto con il lirismo quanto con il linguaggio tecnico della navigazione. Ha un gusto per la narrazione nobile, antico, a cui si perdona a cuor leggero perfino un epilogo un po’ melenso in nome dei racconti della buonanotte che rievoca; dei ricordi legati alle leggende sussurrate davanti ai falò. Il tutto, per di più, impreziosito da un tratto a matita essenziale e mai soverchiante, che fa da perfetto contrappunto alle parole e le accompagna dolcemente.
C’è chi vuol partire e chi vuol tornare. Chi spera di oltrepassare le colonne d’Ercole e chi, invece, sogna di riporre i remi in barca. Schiavi di un diffuso senso d’attesa, sospesi all’orizzonte, i protagonisti di Teresa e Stefano sono divisi tra il mare e la terra: per questo, eternamente incompleti. Ma perfino un recipiente vuoto, riflette Nathan, può scoprire un’utilità intrinseca: diventare un contenitore per raccogliere acqua piovana; trasformarsi in un vaso per accogliere il fiorire di nuove esistenze. Ecco allora il palesarsi di un senso, di una seconda chance, di altra vita ancora. A lezione d’amore e navigazione, prima di salpare per sempre. Meta: il nostro assoluto incanto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – Guiding Light  

giovedì 11 agosto 2016

Recensione: Un libro ti salverà, di Erika Swyler

Gli uomini di poche parole hanno bisogno di una donna felice. Evangeline si trascina dietro la tristezza come una gatta la coda.

Titolo: Un libro ti salverà
Autore: Erika Swyler
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 367
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Simon Watson fa il bibliotecario in un minuscolo paesino di Long Island. Ogni giorno, la sua unica compagnia sono il canto rabbioso dell'oceano e i suoi amati libri antichi. Ma Simon non immagina certo che proprio un libro possa riuscire a salvare la vita. Abita da solo in una grande casa che è della sua famiglia da generazioni. Sua madre è morta da molti anni e sua sorella Enola è sempre in viaggio per il mondo. Un giorno, mentre sale gli scalini del portico, vede sulla soglia di casa uno strano pacco. Dentro c'è un libro, un libro molto vecchio, con le pagine rovinate dall'acqua. Glielo manda un genealogista sconosciuto che, facendo ricerche, si è imbattuto in questo manoscritto risalente al XIX secolo. L'uomo è convinto che all'interno siano nascoste delle verità che riguardano la famiglia di Simon. Il bibliotecario comincia a leggerlo, e si trova immerso nella storia di Adam ed Evangeline, due ragazzi che si sono amati di un amore impossibile due secoli prima. Adam era un ragazzo enigmatico e di poche parole. Evangeline, pelle diafana e lunghi capelli neri, aveva la capacità di stare sott'acqua più di chiunque altro. Proprio come la madre di Simon. Pagina dopo pagina, Simon scopre anche una verità terribile: il 24 luglio è un giorno maledetto per tutte le donne della sua famiglia. E il prezzo da pagare è la vita. Sua sorella Enola sta per tornare a casa proprio mentre il fatidico giorno si avvicina. Solo tra le pagine di quel manoscritto Simon potrà trovare, forse, il modo per salvarla...
                                            La recensione
Simon, bibliotecario con una casa a strapiombo sulla scogliera, piena di crepe e calcinacci per via dell'ennesima tempesta estiva che rischia di mandarla una volta per tutte in frantumi, è un bibliotecario in uno sperduto, ma suggestivo porto di mare. Dove tutto è prevedibile, dove tutti si conoscono come le proprie tasche. Tant'è vero che non ci è voluto molto affinché la bella Alice, i capelli rossi e le lentiggini sul naso, figlia dei suoi affezionati dirimpettai, diventasse qualcosa di più. L'unico mistero irrisolto sono lui, sua sorella, Enola, e un albero genealogico orfano di donne: il 24 luglio, annegano. Tutte. Come possono delle nuotatrici provette, delle sirene, affogare? Loro, e il libro che Simon, un giorno, trova sul portico: un diario incartapecorito, intriso d'acqua salmastra, in cui si descrivono meticolosamente i movimenti di un circo errante, nel tardo Settecento, e nuove arrivate capaci di trattenere a lungo il respiro e chiamare a sé catastrofi annunciate. Tra le pagine fradice, la storia – d'amore – tra i due che quelle sfortunate catastrofi le hanno evocate, trecento anni prima, maledicendo la stirpe del protagonista. Da lì, dal ragazzo selvaggio e l'assassina, i dolori e le domande che Simon - troppo assennato per lasciare che tutto vada ancora in malora, per mollare la nave che annega – si trascina dietro sin dall'infanzia. In particolare, dal giorno in cui sua madre, che leggeva tarocchi al luna-park e si mormorava avesse le branchie, decise di togliersi la vita così come era accaduto alle antenate rievocate in quel raro pezzo d'antiquariato. Riuscirà a venire a capo della matassa prima che il giorno maledetto giunga e sua sorella, autodistruttiva e magica per questione di DNA, si spinga oltre l'ultima onda? Un libro ti salverà, titolo che poi è po' il mio motto, è un romanzo come un cassetto dal doppio fondo, che ho deciso di iniziare e finire in qualche giorno di pioggia di questi. Ci voleva un tempo che ispirava, il bisogno di una lettura densa e lugubre, per fare un tuffo nelle acque infestate della bravissima Erika Swyler. All'inizio era la copertina, ipnotica; poi la trama ha fatto il resto. Porta che lascia intravedere già gli spiragli di un romanzo dal fascino grande, burtoniano, e da cui entrano pagine volanti, cocci di intonaco e brezza di mare. 
Se prestaste ascolto, sentireste scongiuri e malocchi dal profondo degli abissi. Chi non c'è più, infatti, influenza nel bene e nel male quelli che restano; sui rami degli alberi genealogici, in eredità, i geni recessivi e l'inclinazione al suicidio. La Swyler ha fatto pervenire agli editori americani, pare, il suo esordio sotto forma di manoscritto sottratto al mare aperto: per accentuare l'impressione di sfogliare qualcosa di logoro, autentico, prezioso. Impressione che resta integra anche all'indomani della pubblicazione, nonostante un'edizione curata di tutto punto, con tanto di piccole illustrazioni a china qui e lì. Per i lettori suggestionabili come me - vittime dei nodi di certi intrighi, degli incantesimi di certe autrici –, l'ascendente che Un libro ti salverà esercita è legato alla prosa della Swyler, impeccabile; a protagonisti vicini e lontani, inquieti; ai libri che parlano di libri, e circensi, e amori fatali, e nascite e dipartite, preannunciate da alluvioni disastrosi e da invasioni di carapaci sul bagnasciuga. Da una parte c'è Simon, raccontato al presente, che ne sa tanto quanto noi: ragazzo intraprendente e curioso, fresco di licenziamento, apre le porte a una sorella cartomante e al suo ennesimo ragazzo, Doyle, che ha tentacoli scuri tatuati su tutto il corpo. Pensa a un rudere che non vedrà il prossimo inverno, a una mamma che la sua fantasia ha trasformato in creatura marina e, con l'aiuto di un enigmatico antiquario, va in cerca di carpentieri, collezionisti, soluzioni contro l'inevitabile.
Dall'altra, al passato, abbiamo Amos (la sinossi sbaglia, che assurdità, e lo chiama Adam), capostipite della sua stirpe tribolata: abbandonato nel bosco in tenera età, viene salvato da un impresario e dalla sua ciurma di freaks. Persuaso ad esibirsi prima come ragazzo selvaggio, poi come aiutante della superstiziosa Madame Ryzhkova, muto dalla nascita, riesce a mettere a punto un linguaggio del cuore per farsi comprendere da Evangeline: seducente e spettrale, con le mani sporche di sangue, la ragazza è l'ultimo acquisto del circo di Peabody. Una che nuota senza stancarsi, causando la moria di pesci e bagnanti. Quale fardello porterebbe mai sulle proprie spalle una bambina che, in sé, condensa le doti straordinarie e la malinconia di entrambi? Cos'è stato di chi quel diario di bordo, ora tra le mani di Simon, l'ha vergato col bello e col cattivo tempo, giorno dopo giorno? Le risposte agli interrogativi miei e vostri, la risoluzione di un enigma lungo generazioni, in un romanzo bello e imperfetto, più semplici del previsto, che è un forziere straboccante di cineserie, ipotesi bislacche, leggende del sud e acqua salatissima. Con i patrimoni e gli apprendistati sotto il tendone di Big Fish, il caratteristico carrozzone di American Horror Story: Freak Show e le sorelle agli antipodi di Amori & Incantesimi, dov'erano le tarme sotto il parquet ad annunciare lutti e incidenti funesti. Abbastanza pro, comunque, pregi in quantità, per tuffarsi e sottrarlo al mare, se un'onda dovesse malauguratamente strapparcelo da sotto il naso, prima di sapere se il bibliotecario e Enola saranno la spasimata eccezione alla regola, oppure no; prima che l'atteso numero conclusivo di Amos e Evangeline finisca, con un salto nel vuoto, e loro lascino il cerchio mezzo aperto e mezzo chiuso.

Il mio voto: ★★★½


Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – White Blank Page


mercoledì 28 ottobre 2015

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Crimson Peak, The Final Girls, Chained, Curve, Tales of Halloween

Da Guillermo Del Toro, mi aspettavo qualcosa come Crimson Peak – elegante, simmetrico, gotico – sin dagli inizi della sua carriera. Quando vedevo Burton perdersi e Del Toro – poi passato alla graphic novel: un cambio di rotta che ho seguito, ma senza entusiasmi – primeggiare, in storie tutte ricami, ombre e splendori. Il ritorno al genere di appartenenza, con un horror finalmente – e finemente - tradizionale, omaggio ai romanzi d'appendice. La storia di Edith, giovane scrittrice, che sposando un uomo venuto da lontano sposa anche sua sorella e, di conseguenza, i loro misteri. E, sullo sfondo, c'è una magione in decadenza che trattiene entità malinconiche e custodisce gelosamente ogni segreto. Crimson Peak è per spettatori come me. Quelli che sono in pace con il mondo, con un castello a pezzi, gli scricchiolii e le nebbie ovunque, una Jessica Chastain al giorno – qui superba, accanto a una Wasikowska a proprio agio con le eroine romantiche e a un Hiddleston non abbastanza carismatico - che toglie la concorrenza di torno. Non è deludente, ma conforme alle aspettative: le mie, nonostante un'attesa di mesi e mesi, non tra le più elevate. Fantasticavo su un lato scenografico mozzafiato – e che aggettivo vago e spiccio che è, mozzafiato, ma davanti ai merletti di ragnatele, i buchi nel soffitto che accolgono i tasselli della natura che si spoglia e si riveste, le strutture affilate alla Dalì, i broccati raffinati e la neve macchiata dal cremisi dell'argilla è davvero impossibile non entrare in una fase di muta contemplazione estetica – e mi figuravo ritagli, originali ma non troppo, ma senz'altro bene assemblati, di articoli su crimini di sangue e collage di capolavori, a cura di uno che ama le notti buie e tempestorse e la magnificenza del decadente. La questione non è la paura, bensì il potere della suggestione; non è un horror tutto fremiti, questo, ma un prodotto romantico nel senso autentico del termine – eros e thanatos, le bizze di una natura indomabile, il sublime. E, a volte, si va al cinema semplicemente per restare con il naso all'insù, incantati. Ho avuto perciò quel che desideravano gli occhi – visivamente, è infatti tra le pellicole più affascinanti dell'anno – e un intreccio sobrio, equilibrato, che non commette passi falsi e, per il reverenziale ispirarsi a un canone classico, non rischia. Il difetto è che è un po' come lo immagini, ma poco importa: perché ci sono cose oggettive, e il bello è bello. Si gioca a carte scoperte sin dall'inizio – si conoscono i buoni e i cattivi, ma al quadro globale mancano ancora le motivazioni e la comparsa di spettri mostruosi, nonché di colpi di scena sparsi qui e lì – e, in un lungometraggio che ricerca i fasti di una volta, la dimensione eterea della fiaba nera, non è importante la novità che una scrittura meno citazionistica – o un altro twist – avrebbe forse conferito al racconto: alla fine, una Jane Eyre andata in sposa al consorte di Rebecca, tra le Cime Tempestose della brughiera britannica e i Giri di vite di una casa che vibra. Tutt'intorno aggiungete, con una pennellata a fantasia, il rosso – e in un epilogo cruento non si capirà se, a macchiare il bianco, sia poi l'argilla o il tanto sangue versato – e l'ululato del vento. Un sogno – o un bell'incubo? - che avrebbe potuto avere diritto a un architetto migliore. Ma, comunque, un sogno. (7)

L'horror è un genere che richiede viva partecipazione. Visione casalinghe con amici, ed ecco che partono – dal divano – coretti da stadio e reazioni a catena. Guardare un horror, infatti, è un po' come assistere a una partita della nazionale. Immancabili le imprecazioni, i consigli, gli insulti: il chiedersi, per tutto il tempo, io al posto loro cosa farei. Sicuramene, non commetterei gli stessi sbagli; sarei più sveglio; correrei più in fretta. Sogno di ogni amante del genere horror è farne parte almeno per un po'. Ipotesi surreale, ma estremamente divertente: catapultato nel bel mezzo dell'azione, in uno slasher vecchio stile, cosa combineresti? Qualcosa di simile capita a Max, figlia d'arte che, durante una proiezione in memoria della madre defunta - attrice amatissima che non ha mai sfondato –, finisce risucchiata nel lungometraggio che ha segnato, e bloccato, la carriera della genitrice. Sullo sfondo di un coloratissimo campeggio estivo, campo di battaglia di un serial killer che sembra il gemello di Venerdì 13, s'incrociano così generazioni distanti e spassosi cliché che, negli anni ottanta come nei duemila, puntualmente si ripetono: ricordiamo la bella (ma non per questo crudele) Nina Dobrev, l'adone (ma non per questo stupido) Alexander Ludwig, la dimessa (ma non per questo sprovveduta) Taissa Farmiga, insieme a una splendida Malin Akerman – mamma sprint a cui dire addio di nuovo, in un Ricomincio da capo da brivido – che, come il suo personaggio, ha vissuto di serial troncati e occasioni sprecate. Rapporti credibili e toccanti, omicidi non troppo crudi, battute fulminanti e citazioni sparse a piene mani conducono lo spettatore – nostalgico, e perciò conquistato – verso un epico finale, che necessita di un sequel a portata di mano. The Final Girls è a metà strada tra la parodia e l'omaggio: commedia horror semiseria, in cui niente è lasciato al caso – anche l'attorniarsi di attori del piccolo schermo, imprigionati in luoghi comuni da sventare – e il leitmotiv di Bette Davis Eyes conduce lontanissimo, nei mondi vintage e un po' kitsch riscoperti da poco dalla televisione – state seguendo Red Oaks? - e in un intelligente gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che ancora ci manca: lo adorerebbe. (7,5)

In un pomeriggio come tanti, Sarah e suo figlio, per viziarsi, decidono di prendere un taxi anziché il solito autobus. Ma, come dice un vecchio proverbio, chi lascia la strada vecchia per la nuova sa cosa lascia e non sa cosa trova. Bob, l'appesantito e anonimo tassista che dovrebbe portarli a casa in un lampo, è infatti un serial killer. Nella sua carriera di assassino, in quella vita modesta in periferia a cui solo l'omicidio ha dato un brivido in più, ha collezionato donne e donne. I loro corpi straziati, sepolti nello scantinato. Quello è il destino della giovane madre che vediamo nelle sequenze d'apertura – una Julia Ormond di passaggio – e che diventerà l'ennesimo ritaglio di giornale nel sempre più nutrito museo del tassista omicida. Chained è la storia di quel bambino incatenato al pavimento, poi adolescente, e dello squilibrato che lo renderà suo personale schiavo, nonché figlio adottivo. Il thriller di Jennifer Lynch – degna figlia di papà David -, uscito ormai quattro anni fa e da poco reperibile in versione homevideo, è un prodotto nudo e crudo. Una quotidiana storia di ordinario orrore che spicca per una regia personale e ambienti chiusi, che lo rendono angoscioso e verisimile. Il tutto, grazie a una sceneggiatura poco innovativa ma che ha infinita cura del vissuto dei suoi personaggi e a due protagonisti che, per tutto il tempo, reggono abilmente il gioco. Eamon Farren, giovane scheletrico e pallido; un inquietante Vincent D'Onofrio – al contrario, sovrappeso e paonazzo – che è un antagonista che si ricorda volentieri per il lavoro minuzioso di un caratterista che quest'anno, sotto l'occhio vigile della Netflix, già è stato un esemplare Kingpin. Girato quasi interamente in interni ristretti, a tratti sembra un realistico dramma a cui manca soltano il consueto tratto da una storia vera. Tant'è vero che lo spiazzante colpo di scena che arriva sul finale – imprevisto, ma superfluo – sembra di troppo: d'effetto, al contrario, i passi attutiti e i rumori che si avvertono mentre lo schermo si fa buio e i titoli di coda, dopo un'ora e trenta, calano insieme al sipario. A una saracinesca che, come in Saw, ci intrappola in preda dei nostri demoni. Allora, peggio la compagnia di un mostro o quella della solitudine? (7)

Mellie sta per sposarsi. Viaggia in auto, con l'abito bianco nel bagagliaio, in compagnia di una compilation di vecchi successi degli anni ottanta e di qualche ripensamento. Finché, come da copione, non è costretta a fermarsi nel deserto. In suo aiuto, un passante che le strappa anche un passaggio. Ma Christian, e nel copione c'è anche quello, è un predatore sessuale che ha già mietuto vittime. Per liberarsi di lui, la protagonista imbocca una brusca curva, finendo fuori strada. L'auto capovolta e lui a piede libero; lei, al contrario, è lì con un arto bloccato. Contro la fame e la sete, i roditori e una minacciosa allerta meteo. Il suo aguzzino che va e che viene, guardandola contorcersi. A favore di Curve, il fatto che non sia l'ennesimo The Hitcher. La sfida della protagonista – a lungo sola – ricorda più 127 ore, con un pizzico vago di L'enigmista. La disavventura di una ragazza in difficoltà, in balìa prima della natura e poi della violenza degli uomini, si rivela così un survival  non male, che non brillerà per originalità e non sarà ricordato a lungo, ma scorre. Distribuito dalla Universal e pensato per il noleggio, Curve è stato un passatempo inaspettatamente valido, in una domenica pomeriggio in cui cercavo un thriller leggero per riempire il tempo e, se possibile, questo post qui. L'ultimo film di Iain Softley – e il regista di Skeleton Key non è il primo venuto - arriva da noi per vie traverse e si rivela più piacevole del previsto. Ben diretto, con una tensione che perdura e due soli attori a reggere il tutto: la carinissima Julianne Hough, qui anche molto convincente – le curve del titolo chissà che non si riferiscano proprio alle sue –, e un Teddy Sears sornione e luciferino. (6)

Una baby sitter paga care le prepotenze verso il piccolo di casa; un vecchio diavolo e un bambino, suo allievo, vanno in giro a fare danni; una manciata di amici di mezza età sono terrorizzati da un gruppo di bambini in cerca di vendetta; l'evocazione di un demone, in soccorso a un ragazzo oggetto di bullismo; una ragazza seguita a casa da uno spirito malevolo; due coniugi con il desiderio insano di un erede; una guerra tra vicini per le decorazioni migliori; Jason contro un extraterrestre; rapitori senza scrupoli che rapiscono il bambino sbagliato; una zucca assassina che fa stragi. Dieci registi, dieci storie, dieci scuse per andare a dormire più tardi – e magari con la luce accesa. Tales of Halloween, film a episodi capace di una sua linearità e di una lodevole dose di brillante ironia, è di un genere – come vi hanno rivelato i miei dubbi verso l'acclamato Storie Pazzesche – che non tollero. Ma perfino il me che evita i racconti, le antologie di genere, non ha potuto che apprezzare. Questa volta, con poche riserve e tante risate. Il film ha qualche nome promettente alla regia – Bousman, McKee, Marshall -, qualche volto noto a bordo – ad esempio, occhio ai cameo di Landis e Dante -, qualche episodio degno di nota – su tutti, gli efficaci Trick e Ding Dong. Ora i bagni di sangue, ora l'umorismo nero; ora una beffarda morale, ora la scusa da poco per una mattanza gratuita. I toni sono leggeri, gli stili vari e il tempo vola. I vicini mascherati schiamazzano, le nebbie si sollevano e i bambini – sempre vessati da adulti immorali, dispettosi – si divertono ad affilare i coltelli. Loro, anche più dei grandi, adorerebbero lo spirito di Tales of Halloween: quasi natalizio, con le case addobbate, i caminetti accesi, il divertito gioco di causa-effetto (tu fai qualcosa di sbagliato, loro ti puniscono) come in Mamma ho perso l'aereo e company. Il senso del contrario e del proibito. Un dolcetto con trappola; uno scherzetto simpatico, alla giusta distanza dal trash. (6+)

venerdì 18 settembre 2015

Recensione: Hugo e Rose, di Bridget Foley

Mamma, mi racconti il sogno di Hugo che hai fatto?
Perché mi chiedi sempre di Hugo?
Perché quando parli di lui sei bella.

Titolo: Hugo e Rose
Autrice: Bridget Foley
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 330
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Rose è delusa dalla sua vita pur non avendone motivo: ha una bella famiglia e una deliziosa casa in un bel quartiere. Ma per Rose questa vita ordinaria è messa in ombra dalla sua altra vita, quella che vive ogni notte nei suoi sogni. Da bambina, in seguito a un incidente, ha iniziato a sognare una meravigliosa isola ricca di avventure. Su quest’isola non è mai stata sola: c’è sempre stato Hugo, un ragazzo coraggioso che cresce assieme a lei negli anni fino a diventare il suo eroe. Ma quando Rose incontra casualmente Hugo nella vita vera i suoi sogni e la vita reale cambieranno per sempre. Si trova infatti davanti l’uomo che ha condiviso le sue incredibili avventure in luoghi impossibili, che è cresciuto assieme a lei, ma ambedue sono molto diversi da come si erano immaginati. Il loro incontro casuale dà il via a una cascata di domande, bugie e a una pericolosa ossessione che minaccia di rovesciare il mondo di Rose. Lei vorrà veramente perdere tutto ciò che le è caro per capire lo straordinario rapporto che li unisce?
                                                  La recensione
Mi aspettavo l'inaspettato. Immaginavo sin dall'inizio che Hugo e Rose mi avrebbe infatti sorpreso, mostrandosi – se non subito, comunque dopo un po' – non la banale storia d'amore che alcune sinossi riassumevano e che i lettori d'oltreoceano, vagamente amareggiati, spesso reclamavano. E rivelandosi, a conti fatti, speciale, coraggioso, originale: a modo suo. Il romanzo d'esordio di Bridget Foley, ai primi passi appena ma bravissima, sfiora corde semplici e ha un suono familiare, come se fosse un lento già ballato. O così si pensa. La storia che passa dalle parti di Domeniche da Tiffany e Se tu mi vedessi ora – la prima a opera di un Patterson che quel giorno si sentiva romantico, la seconda dell'amatissima Cecilia Ahern: entrambe con protagoniste femminili innamorate di amici immaginari che, si scoprirà a lungo andare, così immaginari non sono – non è quel che sembra. A conferma di un'impressione iniziale sorta per determinate aspettative legate a una determinata casa editrice: coloro che pubblicano, tra gli altri, il fenomeno Elena Ferrante e che mai sono soliti darsi a frivolezze, credevano in questa fiaba moderna e un giorno, per email, mi hanno chiesto e tu ci credi?. Poche pagine appena e sì, ci credevo di già. Hugo e Rose passeggiava su spiagge incantate e tra generi confinanti, il rosa e il fantastico; era diverso, ma volevo capire diverso in che senso. L'ho messo da parte per pochi giorni – per una causa, e un romanzo, di forza maggiore – e prima del momentaneo standby di cui mi dispiacevo infinitamente avevo postato una foto su Facebook, con il romanzo in anteprima in bella mostra e, accanto, quel che rimaneva di un bouquet disfatto e messo, come andava andava, in un vaso. Perché nei giorni direttamente precedenti i miei genitori avevano festeggiato le Nozze d'argento e mia mamma ci teneva ad avere una foto, un'altra, delle sue rose bianche; perché con un libro delicato – che sa renderti ispirato e emotivo senza eccessi – andava bene l'ombra di quei petali delicati che adesso, disfatto del tutto il mazzo, seccano tra queste pagine. Chissà se sono capitati nel punto in cui i due protagonisti stanno per incontrarsi, o chissà se diventano gialli, quasi di carta pesta, nel capitolo – più o meno a metà – in cui devono scegliere, combattuti, tra realtà e fuga. Chiariamoci, non che la trama menta. Abbiamo sì una Rose casalinga disperata dall'immaginazione iperattiva e sì un incontro surreale: il bambino che sogna da tutta la vita – diventato adulto insieme a lei – esiste anche a occhi aperti. Ma Rose, mamma a tempo pieno e moglie insoddisfatta, è fatta di carne (stando a lei, troppa) e non di nebulosi cliché. Il marito non la tradisce con la migliore amica: Josh – chirurgo impegnato, ma uomo di gran cuore – cerca ancora i suoi fianchi a letto e, ogni tanto, cucina per tutti i suoi famosi fagiolini con erbe aromatiche; se Rose è a un bivio, infelice, è perché i suoi bambini fanno più cacca e capricci che nei film per famiglie e i chili di troppo, causati da una vita sedentaria e dolci caldi, le hanno formato un morbido salvagente intorno al girovita di cui si vergogna profondamente. Come mai si è lasciata andare, e dov'è – nella vita reale – l'eroina snella e impavida dei suoi sogni? Da trent'anni si addormenta pensando al suo Hugo – compagno di mille avventure – e alla dettagliata geografia di un mondo fantastico: sabbia rosa, castelli irraggiungibili, acque limpide e belve che si uccidono con spade forgiate con fili d'erba. 
Bridget Foley descrive il magico tran tran di una famiglia comune di cui avremmo potuto leggere, magari, in un romanzo borghese vecchio stile con straordinaria fantasia. Due coniugi intimi e fedeli l'un l'altro che non hanno troppo a cui pensare – scuola pubblica o privata per i bambini, quand'è che Penny smetterà di usare il vasino, sarà giusto acquistare la bici della discordia per il compleanno del primogenito – che, sin dalla prima notte insieme, hanno una persona a dividerli. Josh, il personaggio maschile più affabile incontrato quest'anno, vive un bizzarro ménage sentimentale: condivide il letto con sua moglie, che ama perdutamente anche con le smagliature e le pappe dei neonati tra i capelli, e i suoi sogni segreti. Si può essere davvero gelosi di un semplice frutto dell'inconscio? Finché Hugo non si presenta a cena su invito – anche lui studiato per essere contro i luoghi comuni, appesantito, sfiduciato e impiegato in un poco nobile fast food – e coi suoi vividi disegni e tutto un trascorso insieme non diventa importante per Rose. Prima di andare a dormire e al risveglio. Non dico oltre, croce sul cuore. Ma – cosa che ha destabilizzato i più, me neanche un po' – arriva il momento in cui da uno stile fiabesco, rassicurante, si passa a una scrittura cupa e angosciosa. In trecento pagine, Hugo e Rose sa essere tenerissimo e inquietantissimo senza bisogno di una parola di troppo. Quello, forse, l'unico nèo: un passaggio brusco da un estremo all'altro. I sogni sono fatti di materiale invisibile, fuggevole: sono imprevedibili, come la Foley. All'improvviso, diventano incubi e non si prendono la briga di avvertire. La vita di coppia si carica di complicazioni, mentre i sogni hanno strascichi percepibili anche quando si è vigili e attenti. 
Nel mondo di Morfeo e nelle cucine di angeli del focolare spazientiti, ma non per questo madri cattive, si compie un salto stupefacente. Da Cecelia Ahern a Stephen King, passando su una voragine in cui pulsano le piccole faccende quotidiane, le grandi frustrazioni, i mostri del mare aperto. Si giungerà dall'altra parte sani e salvi – anche se qualche segno del folle volo resta, sottoforma di livido – ma niente sarà più lo stesso. Il fantasy tradizionale con belve da fumetto, la narrativa d'autore con donne medie allo specchio, il giallo di un misterioso principe azzurro (medio anche lui), in una narrazione semplice e complessa insieme dove il sogno è metafora, diretta conseguenza, meditata elaborazione. Chi è ospite nel sogno dell'altro, infatti? Chi l'architetto, chi il costruttore, tra lui e lei? Ancora prima dei fiori secchi, ancora prima di un finale visionario e giustissimo, quando comunque era già arrivato il tempo di consigliarlo, i protagonisti mi aveva fatto pensare a The Babadook, l'horror australiano – miracolo che sia stato distribuito anche da noi, e miracolo un po' anche quel film per me grande – in cui una mamma in lutto proteggeva il suo bambino pestifero dal mostro nell'armadio. Hugo e Rose è il Babadook innamorato. Lì c'era l'uomo nero, qui un eterno Peter Pan. Ma sono entrambi racconti che travalicano i generi d'appartenenza e prendendo due opposti, da un lato l'odio incarnato e dall'altro l'amore personificato, ci si accorge pian piano di come parlino in maniera nuova, personale, di vuoti, mancanze e però
Però, solo successivamente, si potrà dire se vinceranno responsabilità o amour fou. 
Però, in assenza di polvere fatata, si potrà provare a volare su una bici, inforcata dopo secoli di paure.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tom Rosenthal - It's Ok

giovedì 11 settembre 2014

I ♥ Telefilm: True Blood, New Girl, Please like me e un po' di pilot(²)


True Blood
VII (e ultima) Stagione
Se me l'avessero chiesto anni fa, in uno di quei tag su Facebook che tanto girano adesso, avrei risposto che, tra le mie serie preferite, c'era True Blood. Questo è stato sei anni, sette serie, ottanta episodi fa. Le cose belle finiscono e finiscono anche quelle brutte. Così è finito True Blood, che da qualche tempo fa parte della seconda, nutrita categoria: quella dei serial brutti. Il piccante e sanguinoso prodotto HBO, uscito dalla penna di Charlaine Harris, ha subito un'involuzione estenuante, lunga, infelice, durata svariati palinsesti. E a me piaceva; poi lo schifo ha seppellito il resto. E' notorio: io amo il trash. Ma True Blood – quello degli ultimi anni, almeno – mi ha messo a dura prova. Sul blog non ho mai trovato la voglia di parlarne, ma all'indomani dell'episodio conclusivo, eccomi. Mi sarebbe piaciuto, alla commemorazione, dire qualche parolina positiva, com'è giusto per le cose morte e sepolte. Invece quel finale – a cui sono giunto con una certa forza d'animo: naaah, ho saltato la bellezza di sei episodi, che ho immaginato noiosi e superflui come il resto – si è aggiunto al cassonetto fumante e fetido di atrocità gratutitamente distribuite. Concentriamoci, allora, su quello che True Blood ci ha dato: avrà avuto i suoi bei lati positivi, giusto? Il sesso. Malizioso, spinto, nudo e crudo, almeno una volta ha messo a nudo il cast in gran completo. Per gli spettatori: la Anna Paquin che, con uno dei personaggi più irritanti del mondo, concede le sue grazie alle telecamere, e ai lupi, e ai vampiri, e ai camionisti; l'incantevole uragano rosso Deborah Ann Woll, che però è sempre troppo vestita; l'inutile Rutina Wesley e l'epica Kristin Bauer che pomiciano. Per le spettatrici: chiappe di marmo, addominali e muscolacci che manco in Magic Mike, la rivelazione Alexander Skarsgard e il disinibito Ryan Kwanten che – in un tripudio di insensatezza – ci danno dentro focosamente. Le ragazze ci vanno meglio, e ci va meglio pure la Paquin che, nonostante la sua naturale “odiosità”, si è sì bruciata una carriera avviata da bebè con Lezioni di piano, ma ha anche trovato un marito: Stephen Moyer. La settima stagione è la più imbarazzante, anche se non è umanamente possibile. Il resto cos'era, allora? Di un imbarazzante... disumano. La protagonista che spara fatate onde energetiche, il matrimonio e il funerale, la tavolata felice alla Settimo cielo, con gli intrecci lasciati al creatore, i comprimari dimenticati e il diabete che avanza fanno cadere in ordine sparso: 1. mascella, 2. braccia, 3. palle. Da quando True Blood sembra essere finito nelle mani di un'undicenne analfabeta che scrive fan-fiction vampiresche le buone intenzioni iniziali – mie e dei produttori – si sono fatte melma al sole. Rimembriamo tutti un insensato sogno erotico a tinte queer, con candele tremolanti e musica argentina di sottofondo, per esempio. Potreste dirmi: era il desiderio delle fan. Il mio desiderio di fan era che Sookie morisse tra atroci sofferenze e torture, eppure nell'ultimo episodio è vivissima. E incinta. Ops, spoiler! Ho smesso di ridere di ciò recentemente – non è vero neanche questo, perché rido ancora. In questo. Esatto. Momento. (4)

New Girl
II e III Stagione
Partiamo dal presupposto che Zoey Deschanel è una delle più adorabili abitatrici della Terra. Cioè, l'avete vista? Io l'ho scoperta qualche anno fa in 500 giorni insieme e la amo da allora, all'incirca. In quel film, io ero un altro Tom e lei mi aveva spappolato il cuore. Agli uomini piacciono le stronze. Ma lei era troppo, troppo carina per essere crudele: quindi niente. Cuore rotto o meno, la guardavo e le mandavo piccioni viaggiatori con l'invito alle nostre nozze, o simili. Le passioni della ragazza nerd, in un corpo da Barbie alternativa. Non ragazza nerd sono-troppo-presa-dai-videogiochi-per-lavarmi-i-denti, ma il tipo da sogno che ascoltava vecchie canzoni, indossa vecchi vestiti a fiori, può permettersi la frangia senza il rischio di sembrare un panciuto pechinese. E quello sguardo blu che ti farebbe fare incidenti d'auto a ripetizione... Un guaio. Come questo post, che si sia trasformato nella posta del cuore. Insomma: ho iniziato a vedere New Girl e, insoddisfatto dei venti miseri minuti a settimana, l'ho messo in pausa. Per due anni e mezzo. Che devo dirvi: la cosa mi è sfuggita un tantino di mano. Ho recuperato le ultime due stagione questa estate. Se estate volete chiamarla. La depressione per la sessione autunnale, un esame che non si vuole preparare, la pioggia senza fine e le schiarite improvvise, il vento, la noia, la fame, la noia riempita con gelati o biscotti che colmano anche la precedente voce della mia lamentosa lista. Questi tre mesi, insomma, a me sono sembrati la brutta parodia della già brutta pubblicità Sammontana. New Girl – carino, infinitamente – è stato un toccasana per il mio umore nei momenti in cui stavo nero nero – di animo, non di carnagione: sono andato troppo poco al mare per permettermi l'abbronzatura da surfista californiano. Sono stato in fissa con il simpatico, stupido e romantico mondo di Jessica Day e, accompagnato ineditamente da mio fratello, mi sono dato a vere proprie maratone serali e notturne sul divano. Il top del top. E c'era – e c'è – la preoccupazione per l'appartamento nuovo, in cui andrò a vivere dal primo ottobre: come saranno i coinquilini? La convivenza è sempre un rischio, come un appuntamento al buio. Guardando New Girl, però, ho sperato di ritrovarmi anch'io in uno scenario e in una compagnia da sit com e, ansiosissimo, ho scoperto la serenità. Insieme a Jess - che rende i pigiamoni imbottiti il massimo del sexy, che dopo una rottura ascolta Taylor Swift a tutto volume, che balla e canta come una dolcissima demente – ci sono il mitico Schmidt (e ogni serie di successo ha uno Schmidt cult: Barney, Sheldon, Stifler); il saggio Winston; la bellissima modella Cece (che vive nell'appartamento saltuariamente, un po' a scrocco; amica di Jess e amica di letto di Schmidt); e poi Nick, burbero e scontroso. Dio, io sono Nick: sputato. Gli stessi borbottii indistinti, lo stesso broncio, lo stesso fisico sformato. Manca solo l'amore della Deschanel – hai detto niente - per renderci la stessa persona. Prima e seconda stagione: uno spasso. Si perde qualcosa nella terza, quando Cupido scocca uno dei suoi imprevedibili dardi e sboccia del tenero. Nasce una coppia bellissima e male assortita che turba gli equilibri della convivenza. Tira e molla, gelosie, bizzarri dissapori. Tanto, nella terza stagione, viene a noia e il ritmo scema. Ma, tranquilli, niente di irreparabile. Chissà cosa ci riserverà la prossima. Io sono fiducioso: dopotutto, “it's Jess”. Non vi basta? (7,5) (6+)

Please Like Me
Stagione I
Josh è un tipo fuori posto. Sfacciatamente fortunato, ma fuori posto. Non esattamente una bellezza, con quella sua faccia da neonato centenario: glielo ricordano i suoi familiari e i suoi amici, che gli vogliono un bene dell'anima e lo tormentano a giorni alterni. Non si sa bene cosa faccia. Non si sa bene cosa gli piaccia. Non si sa bene come si sia accaparrato prima la bellissima Caitlin Stasey di Reign, poi un esemplare altrettanto bello ma di un genere altro di nome Geoffrey. Sappiamo che, senza troppi drammi, prima era etero e poi ha smesso. Ha una ex che è diventata così sua amica per la pelle e un ragazzo romantico e palestrato che per essere il suo primo in assoluto malaccio non è. Josh vive la sua sessualità con serenità estrema, dal momento che prima del colpo di fulmine con Geoffrey già ci avevano pensato le sue bizzarre passioni a metterlo saggiamente in guardia: gli orologi a cucù, il balletto classico, le mini-crostate fatte in casa, le camicie a fantasia, i pantaloni a tubo dai colori pastello. Ma quando tuo padre con la crisi di mezza età sta mettendo su famiglia in Thailandia, tua madre tenta il suicidio ingurgitando aspirine e Baileys, la tua zia preferita ha un piede nella fossa e una patente da rinnovare, l'amore che guaio sarà mai? Che sorpresina che è questo Please like me. Me lo ritrovavo spesso tra i piedi, ci inciampavo vicino: sapevo che c'era una seconda stagione in corso e poco altro. I suoi sei episodi introduttivi, di venticinque minuti ciascuno, li ho visti in un giorno, perché alle coincidenze ci credo e se internet me lo metteva ogni due secondi sulla Home una buona causa doveva esserci. Mi sono divertito tanto, stupendomi della lucidità del tutto e dell'irresistibile ironia del resto. Please like me è una serie australiana scritta e pensata dal talentuoso Josh Thomas – autore, protagonista: idiota. I cenni autobiografici si sprecano e le situazioni, anche se spesso già viste, funzionano. Thomas sa recitare il ruolo di un ventenne sempre confuso che porta male i suoi anni e sa scrivere, soprattutto, dialoghi brillanti e trame veritiere. Non ricerca la risata grassa; non insegue una morale forzata e buonista che, in gioventù, nessuno vuole. Comprimari spassosi – il coinquilino occhialuto e nerd, i genitori stralunati, la prozia commovente ed arzilla - e battute genialoidi fanno del suo esperimento un qualcosa di colorato, frizzante e universale a metà tra Looking e Friends, con una penna che ricalca al meglio la calligrafia e le nevrosi di Woody Allen, ma con note autoriali del tutto personali. Un racconto di formazione a puntate sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. (8)

I pilot.
- Perfetto il pilot di Red Band Society, remake statunitense del nostro Braccialetti Rossi e dello spagnolo Polseres Vermelles. Quaranta minuti belli pieni che si chiudono con i Coldplay. Divertente, emozionante, sincero, con quel tocco di politicamente scorretto che mi fa impazzire da sempre. Produce la Amblin di Spielberg e nel cast, tra dottori bellocci e facce nuove e giovani, l'ottima Octavia Spencer direttamente da The Help. Il solo Braccialetti Rossi che mi concederò mai, deciso.
- Selfie è l'ennesima rilettura di My Fair Lady, solo al tempo dei Social e delle foto “fai da te”. Guardabile, discreto, non troppo entusiasmante. Un primo episodio simpatico e tutto, ma bho. Presto per giudicare. Per gridare odio o amore.
- Bene A to Z: una commedia romantica su un lui e una lei; una relazione analizzata dall'inizio alla fine. Mi ha colpito la voce narrante, che mi ha ricordato belle cosine - Pushing Daisies e 500 Giorni insieme, ad esempio.

lunedì 1 settembre 2014

Mr Ciak #42: film random³ (Storie vere, dive da urlo o da fischi, inediti d'autore, notti da leoni senza copyright)


Due persone di mezza età si incontrano in treno. Lei, sperduta, non ne sa molto di viaggi. Lui, un tipo di poche parole, per quel giorno le fa da Cicerone. Eric Lomax sa tutto di ferrovie, e sposerà Patti di lì a poco. La donna, moglie paziente e presente, accetta l'uomo e i suoi segreti, nella buona e nella cattiva sorte. Ma c'è qualcosa che Eric non dice: un ritaglio di giornale in giapponese, una divisa militare nell'armadio, urla mattutine che sono il suo risveglio. Che colore hanno i suoi incubi? The Railway Man è un dramma potente, su pagine di storia dimenticate dal mondo. Una sposa fedele, un marito e le sue omissioni, la tragedia inspiegabile di una guerra che, dietro le quinte, richiese capri espiatori, vittime sacrificali, schiavi. Non conosco altri termini: questo è un film “giusto”. Una fotografia impeccabile, una colonna sonora che va a nozze con i fotogrammi mostrati, prove attoriali da applausi. L'amore, la vendetta, qualche lacrima a portata di kleenex. E c'è un non so cosa che non me l'ha reso fastidiosamente perfettino; un compito portato a termine in maniera istituzionale o ossequiosa. I resoconti di torture inumane che attorcigliano le viscere e un Colin Firth ancora una volta clamorosamente bravo. Al suo fianco, in un ruolo secondario, una Nicole Kidman bruna, dimessa e gentile, che per una volta torna a recitare con tutto il viso. L'irriconoscibile Jeremy Irvine, sorprendente, dimagrito, sofferente, è il Colin Firth di trent'anni prima: quello prigioniero di un nemico con gli occhi a mandorla. L'uomo da odiare a morte, per tutte le bastonate, le umiliazioni, le preghiere vane, è un Hiroyki Sanada che ha tutte le colpe e nessuna. La resa dei conti tra lui e il protagonista, oscillante tra punizione e perdono, si vive come tappa dell'espiazione. La direzione sapiente di Jonathan Teplitzky fa del film un prodotto assai curato, dall'impostazione classica, ma dai punti di vista speciali. Una guerra vissuta a scoppio ritardato, con la giusta distanza che permette all'epicità e al patriottismo del cinema internazionale di tramutarsi, quando piove e le cicatrici fantasma prudono, in commozione. (7,5)

Il fatto che abbia trovato Lucy davvero un brutto film mi intristisce. La Johansson nel cast, il mio caro Luc Besson alla regia, incassi alle stelle, una trama nuova. A fine visione, vedo che c'è pochissimo. Di tutto. Lucy vuole essere un film intelligente, ma è presuntuoso e sconclusionato. Confuso e dal senso sfuggente. Io non l'ho capito. Parte come il classico action movie; un Nikita fantascientifico. Mi diventa, poi, una specie di Limitless, ma senza tutta quella noia; un Crank senza divertimento e sesso; un esperimento con punte audaci, ma praticamente insensate. Agli inseguimenti frizzanti, alle manipolazioni mentali, alle sparatorie alla Resident Evil, seguono venti minuti che – insieme all'invincibile e infinita protagonista – esplorano lo spazio, il tempo, il senso della vita. Luc, ti voglio bene, lo sai, ma hai guardato una volta di troppo The Tree of life o letto un po' di puttanate new age. L'ho intuito nel momento in cui Scarlett sembra finire sul set di un documentario di Piero Angela dal montaggio velocissimo, e fanno capolino dinosauri, scimmie, spermatozoi supersonici. Un film strafatto di adrenalina, e non solo, che vuole strafare, solo. (4)

Sono ragazze in attesa di sbocciare. In un ambiente di maniacale rigore, le fanciulle guardano all'inarrivabile Miss G come modello: lei, che racconta loro di libri proibiti, amanti, paesi lontani. Questo fino a quando le porte del college si schiudono per l'arrivo dell'esotica Fiamma. Agile e generosa, sottrae alla seducente Miss G attenzioni preziose. Cracks è onomatopea del rumore. Anticipa la distruzione che sarà e ipnotizza, lasciando inquieti e trasognati. Vittime di un fascino inspiegabile che ti porti sulla pelle. Ancora più grande e bella degli infiniti paesaggi brumosi, la superba Eva Green. Questo film è quanto di più vicino a lei. Ipnotico, seducente, vago. Un dramma al femminile, che analizza in uno specchio rotto il rapporto fragile tra un'insegnante e le sue studentesse. Le influenze degli adulti, il potere della fascinazione, la perdita del centro. Non so voi, ma a me piace legare tra loro i film che guardo. E Cracks guarda negli occhi, con sguardo gelido, The Dreamers. Eva Green in entrambi; Miss G e la maliziosa Isabelle legate da tanto. Guardando la prima, ho pensato a una versione cresciuta – o mai cresciuta – della seconda. In comune: il non sapersi relazionare con l'esterno, l'attaccamento a un nido d'affetti, la consapevolezza che l'eterno gioco potrebbe cessare. Totalmente espressiva, ti succhia l'anima. Perché lei è quella su cui una studentessa in particolare ha pensieri lussuriosi, ma è la stessa donna che non guarda i maschi in faccia, che ha paura della solitudine, dell'avvenire. Dea di un Olimpo in rosa che, come il Vesuvio, potrebbe scoppiare e diventare cenere, anima questo tiaso di fruscii, bisbigli, erotici desideri. Domina i sogni e gli spiriti e abbaglia, nonostante un cast splendente. Le tengono testa le giovani Juno Temple e Imogen Poots, lanciatissime, e un'ottima Maria Valverde, vista da noi solo nel brutto Melissa P. Bagni notturni, accento british, i fumosi anni '30, la tragedia greca. E la classe. Quella... incommensurabile. (7)

Capita di svegliarsi tristi senza perché. E capita, a volte, di scoprirsi allegri e di canticchiare una canzone d'amore a caso. E se il ritmo della nostra giornata dipendesse da un'altra persona? In you eyes, con la sua aria da film indipendente, in realtà, già lo conoscevo. Era presentato come l'ultimo, misterioso lavoro a cui Joss Whedon stava lavorando. La bella storia di questo amore metafisico è stata scritta e pensata dal creatore di Buffy in persona, ed è difficile immaginarlo. Ha un regista sconosciuto, costi ristretti, volti poco noti. Però fa compagnia che è una meraviglia e quando finisce ti senti per un attimo smarrito. E niente... Whedon, in queste vesti qui, pure mi piace. Firma la sceneggiatura di una commedia sentimentale tra realtà e proiezione, e il risultato – romantico, divertente – conquista. La storia di queste due anime gemelle rimanda a un Her, solo in una dimensione reale. I dialoghi: incalzanti e dinamici, anche se i protagonisti non sono mai racchiusi nella stessa inquadratura, per un gioco del destino che nessuno sa. Sentono le stesse cose, si prendono un momento per guardare il mondo dal loro reciproco sguardo, si parlano, ma non hanno nemmeno mai calpestato lo stesso suolo. Separati da due ore di fuso orario, vivono da un lato e l'altro dell'America. Distanti, ma tutt'altro che sconosciuti. Lei, infelicemente sposata con un medico e con una psiche assai fragile; lui, avanzo di galera. In tutto ciò, Michael Stahl David e l'adorabile Zoe Kazan (Ruby Sparks, la ricordate?) sono di una naturalezza che fa gioire. (7)

Al filone di film interessantissimi, eppure mai usciti da noi, prendete carta e penna e aggiungete l'importante Any Day Now, presentato al Giffoni Film Festival due anni fa. Un dramma toccante, un tema attualissimo. La vicenda di due uomini che si improvvisano papà e accolgono in casa un adolescente down, tra pregiudizi e lotte in tribunale. Anche se la legge non lo permette, sarà il piccolo Marco - un diverso in mezzo ai diversi - a far di loro una famiglia. C'è Rudy che sogna di incidere un album e si esibisce come drag queen, cantando in playback famose hit degli anni '70. Racconta la sua vita fino a quel momento come fosse un musical di Broadway a Paul, un avvocato che vuole cambiare il mondo e che, forse, vorrebbe poter cambiare anche se stesso. Finisce in quel bar in cerca di compagnia e in breve si trova due persone alla porta: Rudy trascina a casa sua il piccolo Marco, con una mamma dietro le sbarre e nessuno che si prende cura di lui, perché, con i suoi 21 cromosomi, è difettoso. Due persone che si sono conosciute così, nella solitudine e nella vergogna, mettono da parte le loro sofferenze e, per Marco, costruiscono un nido. Quel ragazzino non afferra tante cose, ma sembra capire la più importante: quei due uomini si amano, e lo amano. Per una volta, sono gli altri a non capire. Tra piccoli sipari musicali, comicità e momenti intensi, si giunge a un epilogo straziante. Emblematico e spiazzante. Sbagliato, evitabile, ma realistico: una luce sull'ottusità. Incontrastato, l'istrionico Alan Cumming: poche volte protagonista, poche volte tanto bravo. Un film da recuperare, da doppiare e da mostrare agli spettori più intolleranti e omofobi dell'universo. Aperto, educativo, altruista: una strada accidentata verso casa, qualunque essa sia. Non perdetevi, voi. (7,5)

Il giardino delle parole è un adorabile corto animato, in cui i sentimenti sono concentrati come in una poesia delicata, ma brevissima. Il film narra dello strano amore inespresso tra un quindicenne e una donna adulta. Trovano riparo dal cattivo tempo nello stesso posto, in un parco. Lui, con un taccuino sempre in tasca, sogna di disegnare scarpe per grandi marchi; lei, con una vita segnata dallo scandalo e un castello di bugie, beve troppo e dà troppa confidenza agli sconosciuti. Si parleranno, si consoleranno, si salveranno. Si incontreranno, sotto la pioggia, ogni giorno, anteponendo l'importanza del loro incontro al resto. Ma prima o poi esce il sole; la pioggia finisce. Che sarà, allora, di quelle chiacchiere al parco che nessuno capirebbe, senza gridare allo scandalo? E' l'haiku dei film, questo; un aforisma illustrato. Stupisce per la sua delicatezza, per una galanteria un po' attempata e tematiche che sembrano alquanto fuori posto nel cinema a cartoni che noi conosciamo. L'oriente è un mondo a parte. Un mondo che, in punta di piedi, cammina nel traffico e negli uragani delle stagioni delle piogge, ma in cui ti perderesti a occhi chiusi. Con i colori di Monet e inimmaginabili tecnologie, spiazza per il curioso contrasto tra i movimenti legnosi dei suoi fragili personaggi e i dettagli dei paesaggi circostanti: realistici, sembrano foto. Ci pensano artisti abili, una regia ottima, brani di musica strumentale cristallini. L'emozione, però, si perde spesso al servizio della spettacolarità. (6,5)

Da qualche tempo, lo noto. La commedia francese si sta americanizzando. Piacevolmente snob e lontana, cavalca adesso le mode e fa suoi usi e costumi d'oltreoceano. Babysitting, commedia di un certo successo arrivata al cinema agli inizi dell'estate, è francese, eppure di francese non ha nulla. Sembra un prodotto di importazione... o semplicemente pensato per l'esportazione. Pellicola classica, divertente e frenetica, con un bambino pestifero, un adulto impreparato e una festa colossale. Breve, non annoia: cosa tutt'altro che scontata. Corre via sui go kart, schizza in aria sulle giostre, si tuffa a bomba nelle piscine delle ville di lusso. La dolciastra e ovvia morale è in agguato, confermando che quello che abbia visto già l'abbiamo visto altrove. Però funziona. Con personaggi fuori, il biondo Philippe Lacheau e più di qualche gag tutta da ridere. Big Daddy, una notte già finita da ricostruire all'incontrario come in The Hangover, l'espediente della telecamera a mano così abusato, ma raro nel cinema comico. (6)

Perché la mamma del protagonista è in overdose sul divano, suo padre è accusato di essere un mafioso, i prof di latino stanno morendo con una velocità impressionante, le sorelle spogliarelliste sono ammesse a pieni voti all'università, la verginità si perde con la mamma del migliore amico, la ragazza dei sogni ha il volto dell'adorabile Selena Gomez? Scopritelo guardando Comportamenti... molto cattivi: una commedia con un buon cast, ma scollacciata, sopra le righe, eccessiva. Una barzelletta sporchissima e raccontata da attori dalle facce note. Un incrocio casereccio tra un Risky Business e American Pie, con una maliziosa Elizabeth Sue in veste Milf, una esilarante Mary Louise Parker con ben due ruoli e la star in ascesa Nat Wolff, pupillo del nostro amato John Green. Qui, con un ruolo semplice e scemo, non fa poi tanto, ma spicca per la normalità che ha conquistato gli adolescenti. Accanto a lui, l'ex fidanzatina della pop-star più chiacchierata. E occhio, che dietro le sbarre – per un attimo – si nota un biondino particolarmente simile a Bieber: fateci caso! L'autoironia del tutto gasa. Ma giusto momentaneamente. (5)

sabato 19 aprile 2014

Recensione: Quando il diavolo mi ha preso per mano, di April Genevieve Tucholke

Ciao a tutti, amici. Rieccoci con un nuovo post e, come vi avevo anticipato, con una nuova recensione. Between the devil and the deep blue sea – da noi Quando il diavolo mi ha preso per mano – è un romanzo tipicamente estivo, scorrevole e stranamente divertente. Ipnotico, crudo, nero come cioccolato fondente. Consigliato ai lettori giovanissimi, o – come scrive l'autrice nella prima pagina – a “tutti i lettori bambini”. Ringraziando la gentile Lucia per avermi dato modo di recensirlo, vi mando un abbraccio e vi auguro ufficialmente una felice Pasqua, accanto alle persone che amate. A presto, M.
E' più facile perdonare qualcuno per averti spaventato, che per averti fatto piangere.

Titolo: Quando il diavolo mi ha preso per mano
Autrice: April Genevieve Tucholke
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 273
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Nel paesino di mare dove abita Violet White non succede mai niente... fino a quando River West non affitta la casetta dietro la sua e incominciano ad accadere cose inquietanti: i bambini scompaiono, gli adulti hanno strane visioni e diventano inspiegabilmente violenti. Tutto mentre Violet è sempre più attratta da quel ragazzo misterioso che ormai entra indisturbato in casa sua. Ma River è soltanto un bugiardo dal sorriso irresistibile e un passato misterioso o dietro i suoi occhi ipnotici si nasconde qualcos'altro? La nonna di Violet l'aveva sempre messa in guardia dai giochi che sa fare il diavolo, ma lei non aveva mai pensato che potesse nascondersi dietro un ragazzo dai capelli scuri che si appisola in giardino, adora il caffè e ti fa tremare di passione...
                                                 La recensione
Il vento è un fantasma che si arrampica sulla scogliera e che poi vola giù, lungo il dorso di pietra, tra le onde, in un ululato che si schianta e fa rumore. Disegna il profilo dello strapiombo, affila le rocce, monta a neve la spuma del mare. Fa scricchiolare le ossa, le case, le ossa vecchie delle case vecchie. Le imposte sbattono furiosamente, le lenzuola bianche – appese ad asciugare insieme al resto del bucato – si gonfiano, acquisiscono forma, fanno una paura matta. Il fantasma del vento le possiede, ruba la loro stoffa sottile per farne il suo corpo in terra. Il sole convive col vento, nella prigra Echo. Si vive un'estate di spifferi, oceani agitati, falò alti come roghi della santa inquisizione, castelli con ponti levatoi che s'inceppano e armature che si crepano, fiori selvatici, adolescenti selvaggi come linci. Le case sono scatole di fiammiferi colorate, i sentieri e i boschi sono la breccia e i muschi di un presepe, la piazza è un tondo perfetto, al centro di un gioco da tavola. Chi ne conquista il nucleo è il padrone del mondo, il re di Echo. A colpo d'occhio può cogliere il poco che c'è da cogliere: un caffé gestito da una calorosa famiglia italiana, una bottega di prodotti biologici, la posta, il pratone prediletto per pic-nic e proiezioni all'aperto, il cimitero con i suoi labirinti di mausolei e tombe storte, una casa immensa costruita qualcosa come cent'anni prima sulla pericolosa soglia del precipizio. Il tutto entrerebbe tranquillamente in una cartolina, nel flash di un fotografo professionista. Ma chi spedirebbe mai una cartolina da Echo. Chi manderebbe ai suoi parenti lontani un pezzo di carta con affettuosi saluti dal paese del Diavolo e del profondo mare blu? Nella remotissimo caso in cui ciò accadesse, l'ipotetico fotografo professionista potrebbe immortalare cose da non immortalare. Perché nelle strane estati di Echo succedono cose strane, molto... Nell'anonimato di quel puntino dimenticato da Dio e dal provvidenziale avvento della tivù via cavo, mostri in incognito, in fuga dalla loro natura maligna. E la famosa casa sul precipizio ha spettri, stanze e pericoli a sufficienza per diventare l'agognato castello degli orrori. Si chiama Candalù, come quella dell'intramontabile Quinto Potere. E' lunga, la sua storia, e apparteneva a un'anziana donna che conosceva i segreti di tutto il vicinato. I suoi nipoti l'hanno ricevuta in eredità e in quella roccaforte di paese hanno trovato tracce di una persona che non conoscevano. Una nonna che amava il charleston e i liquori di contrabbando, i pettegolezzi più sporchi, il nudo d'autore, le lettere di spasimato amore. Una vedova che non aveva amato un solo uomo per tutta la vita e che, alla fine, stanca e incurvata, si era rifugiata nel conforto della religione. Forse, per il perdono di Dio. Forse, per la paura del Diavolo. I gemelli White sono stati tirati su da genitori che, oltre a Candalù, hanno ereditato il lato più geniale e ribelle della compianta Freddie: sono artisti girovaghi, e gli artisti girovaghi non hanno tempo per i figli. Si sa.
Violet White è una ragazza bizzarra. Indossa con naturalezza gli abiti di parenti defunti, chiacchiera di omici a cena, vive di Cime tempestose e tazze di tè speziato. Ha la fissa per l'antiquariato e le storie d'amore dai risvolti macabri e vorrebbe viverne una tutta sua, possibilmente senza finire con il cuore infranto e la gola squarciata come accaduto – invece - a una cara amica d'infanzia della sua defunta nonnina. Ha un fratello gemello di nome Luke e una migliore amica, Sunshine, specializzata nell'arte del flirtare, dello sbaciucchiarsi in pubblico e del mettere in imbarazzo il prossimo. In comune con Luke – muscoloso, dispettoso, geniale – ha nove mesi di soggiorno nel pancione della stessa mamma e lo stesso tocco lieve. In comune con Summer, be', ha Luke: non stanno insieme, quei due, ma si baciano sulla bocca per A) infastidire Violet, B) non ammettere di essere fatti l'uno per l'altra. Lì nessuno chiude a chiave la porta di casa e le finestre vengono lasciate aperte per far entrare il profumo del mare in tempesta e la salsedine. Echo è un luogo per reginette di bellezza, limonata ghiacciata, gite al mare, leggende di matti e vergini massacrate. Il porto di mare in cui Violet conoscerà uno straniero senza passato, con gli occhi marroni e il sorriso da Stregatto: River. Un diciassettenne dipendente da caffé italiano, abbracci al cimitero, poteri oscuri. Nel tempo libero, fugge da sé stesso, si nasconde dai temporali, costruisce delicati origami con fruscianti banconote da cento dollari. 
Quando il diavolo mi ha preso per mano parla di loro. Io l'ho atteso con ansia dal primo momento in cui ho dato una sbirciata alla copertina. La volevo, e volevo il libro. Mai giudicare un libro dalla copertina, okay, ma se la copertina parla esattamente di quel determinato libro, il detto lascia il tempo che trova. Giusto? L'esordio di April Genevieve Tucholke è come te lo aspetti, come i grafici ce l'hanno mostrato. Oscuro, sensuale, inguaribilmente young. Fino al midollo. Demodè, retrò, vintage. Fino all'anima. E' un nuovo colore. Tra il seppia e il bianco e nero, tra il rosso e il nero. Una sfumatura di grigio tra il romanticismo e l'orrore. I periodi sono singhiozzanti, frammentari. Gli aggettivi seguono un climax che cresce: sempre tre, sempre legati tra loro da virgole e da brividi che corrono. L'autrice – giovanissima – mette a punto una storia d'amore e morte che ha un'originalità per nulla originale, ma un fascino che non ti sai spiegare. Il suo romanzo è una danza macabra che seduce e coinvolge. Tutti in pista. Tutti giù per terra. Ha una storia semplice, ma un'ambientazione favolosa. D'altri tempi. Ambientato ai giorni nostri, parla di adolescenti senza cellulari, Social Network e televisioni - unici abitanti di un castello di orfani dickensiani in lotta contro il destino e le paure da romanzo d'appendice. L'America della Tucholke è fatta di gente superstiziosa, esclamazioni enfatiche, uso e abuso d'avverbi. E' un pittoresco orfanotrofio per la progenie maledetta di Stephen King, dove gli innocenti fanno una brutta fine, i folli si uccidono in pubblica piazza come samurai, i fratelli vanno a caccia nei cimiteri. Alla ricerca di bambini perduti, sulle orme di un Diavolo che vorrebbero scacciare con piccole croci di legno impugnate tra le loro piccole dita. Ha una violenza e un'ira che gelano il sangue, una storiella d'amore che raramente fa aggrottare la fronte, uno spirito ambiguo. Dialoghi strani, assurdi, cantilenanti, che sembrano presi dalle filastrocche in rima dei bambini cattivi. Malizioso e irreale, ma nel senso buono, mi ha divertito per la sua passionalità. Il suo nero senza fondo, cioccolato fondente. A non avermi entusiasmato, invece, è stato il ritmo del tutto, troppo sostenuto. Quando il diavolo mi ha preso per mano conta un sacco di morti, ma zero tempi morti. Singoli episodi connessi tra loro in maniera un po' raffazzonata, che fanno apparire il poco che succede troppo. In un giorno arrivi alla fine e sai che i protagonisti ti hanno fatto troppa poca compagnia per rimanere impressi a tempo indeterminato. Scorre via senza che nessuno se ne accorga. E senza che nessuno possa sentirne davvero la mancanza. La storia di potenzialità non ne ha tante: lo capisci dalla sinossi. L'autrice, tuttavia, riesce a sfruttare il poco che ha. Con freschezza, inquietudine, un pizzico di furbizia. April Genevieve Tucholke mi piace. Ha una scrittura cinematografica, ma mi piace. Per i troppi caffé, i vecchi film che nessuno conosce, le soffitte con armadi per Narnia, o per l'aldilà. Il suo romanzo è un piacevole passatempo, per chi ha amato Blood Magic e per chi, momentaneamente, è orfano degli strani misteri di Mara Dyer. Cuce e taglia storie di paura. Episodi da brivido, ma uniti da legature spesse, spesse che non sfuggono agli occhi. Fili neri e sgraziati che - come lacci di scarpe - tengono chiuso il taglio ad Y sullo sterno di un cadavere. Una Biancaneve d'obitorio, in una bara di cristallo e acciaio inox.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ella Fitzgerald – Between the Devil and Deep Blue Sea