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giovedì 31 dicembre 2020

[2020] Top 10: Le mie letture

Quest'anno sono stato adolescente a Procida, quando minacciavano di portare il plexiglas al mare. 
Ho conosciuto il razzismo negli anni Ottanta che Netflix non mostra. 
In Ohio ho visto morire il sogno americano, assieme a una generazione di disillusi. 
A Crosby, nel Maine, sono passato a trovare un'insegnante in pensione: mi ha insegnato tantissimo. 
Ho desiderato tatuarmi un colibrì, sentendolo affine, e trasferirmi in Wisconsin in inverno. 
Ho soggiornato in un condominio israeliano, e a ogni piano ho trovato un po' di me stesso. 
Non contento dei dolori della mia famiglia, mi sono caricato di quelli degli Starling: la vista sul lago mozzava il fiato, ma i mulinelli erano in agguato. 
Ho avuto un'amica stretta, si chiamava Bea, faceva la fashion blogger. 
Sono stato un'eroina transgender, nei giorni in cui il TG raccontava la fine della storia d'amore tra Maria Paola e Ciro a Caivano. 
Sono stato adulto e bambino; maschio, femmina, a un bivio. Sono stato dappertutto e da nessuna parte. Seduto sul divano, ho letto ottanta libri – meno del solito, probabilmente: sono stati parecchi i giorni storti – e vissuto ottanta vite. Fuori c'era il Covid-19, non potevo andare da nessun'altra parte. Non avevo altra scelta, dirà qualcuno Però i miei libri li ho scelti, sì, e li sceglierò anche domani. 
Voi, invece, chi siete stati?

10. Un'amicizia, di Silvia Avallone: In un nostalgico amarcord, un'autrice al suo meglio ci conduce alla scoperta dei dissapori tra Elisa e Beatrice. Empatica, vuol bene alle sue ragazze. E noi non possiamo che fare altrettanto, in un romanzo generazionale che avrei voluto non finisse più.

9. La casa sul lago, di David James Poissant: Non esistono famiglie felici. Per fortuna. Quando ci perderemmo se non avessimo da leggere di recriminazioni e dissapori? Infelici a modo loro, gli Starling popolano un quadretto in cui mi sono immedesimato fino a perdermi.

8. Cinzia, di Leo Ortolani: Una ragazza transgender s'innamora di un etero. Si può cambiare per gli altri? Ci si può tradire? Sfacciatamente arcobaleno, questa graphic novel racconta in pillole la forma d'amore più rivoluzionaria e salvifica: quella verso sé stessi.

7. Tre piani, di Eshkol Nevo: Una storia così generosa da contenerne tre. Ognuna legata a un piano di un condominio medio-borghese; ognuna legata agli stadi dell'anima secondo Freud – Es, Io, Super io. Tu in quale alloggi? E, soprattutto, come ci vivi?

6. Uomini di poca fede, di Nickolas Butler: Pur ispirandosi a una brutta vicenda di cronaca, Butler confeziona il solito romanzo bellissimo. Sulle diverse accezioni della parola gregge, sugli struggenti gesti di opposizione della gente comunque, su momenti perfetti in cui sarebbe splendido stabilirsi vita natural durante.

5. Il colibrì, di Sandro Veronesi: Il senso della vita spiegato da un uccellino in equilibrio su un filo del telefono. Qui e lì potrebbe somiglia a una specie di via crucis, invece è un volo che mi ha rubato il fiato. Se dovessi fare un tatuaggio – il secondo –, sarebbe proprio un colibrì: il mio nuovo animale guida.

4. Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout: Le ho scritto una lettera, l'ho rivista nella miniserie HBO, poi l'ho ritrovata in un seguito attesissimo. Un'insegnante non smette di insegnare neanche in pensione. E io, grazie a una protagonista burbera ma tenerissima, non smetto di imparare. Conoscere Olive è stata la cosa migliore che mi sia capitata quest'anno.

3. Ohio, di Stephen Markley: Uno spettacolare rompicapo emotivo su ciò che ci unisce e su ciò che ci divide. Venirne a capo è stato impegnativo. Ma a fine lettura, grazie alla visione di insieme, mi sono accorto della bellezza della vista. Affacciava sul grigio di un sobborgo rurale-industriale. Squallido, ma da immortalare

2. L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel: Un'autrice che suona soave anche nella tragedia. Con lei i miti crollano con grazia, la fine del sogno americano è un incantevole tramonto, l'inferno è un lungo corridoio lungo di porte infuocate. Credendo di conoscere già il buio oltre la siepe, ero impreparato all'abisso oltre i campi di colza.

1. L'isola di Arturo, di Elsa Morante: Un intramontabile romanzo di formazione sulla fine dell'estate della vita – ossia l'infanzia – e dei falsi miti. Il risveglio da un'illusione lunga una fiaba, che ci mette faccia a faccia con le promesse infrante, il piacere fugace del sesso, la fallibilità dei genitori. A giusta ragione, è il preferito di molti lettori: sarà così anche per me.

martedì 21 luglio 2020

Recensione: Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout

| Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout. Einaudi, € 19,50, pp. 263 |

Mia carissima Olive,
ti scrivo. Ancora. È passato appena qualche mese dalla nostra reciproca conoscenza, ma mi è parso in ogni caso troppo. Il desiderio di leggerti si è ripresentato alla fine della quarantena. In conferenza stampa, Giuseppe Conte citava gli affetti stabili e il pensiero era corso subito a te: con la riapertura dovevo tornare d’un fiato a Crosby, Maine, ma mi frenava la codardia. Sapevo che non ci sarebbe stato un terzo incontro da organizzare e, tra me e me, temevo anche i contro del secondo: alcune storie sono così perfette da non avere bisogno di un prosieguo. E la tua? A distanza di dieci anni dal primo romanzo, Elizabeth Strout è tornata a importunarti. Sbuffando, le hai aperto la porta. E la Strout, con due occhi così, ti ha trovato uguale ma diversa. Lei che racconta così bene lo stagnamento della provincia, infatti, è stata presa in contropiede dalla tua inestinguibile voglia di reinventarti.

Gesù, Olive, certo che se una donna proprio difficile. Tu sei impossibile, maledizione, e io, cazzo, mi sono proprio innamorato. Quindi, se non ti spiace, Olive, forse potresti essere un po’ meno Olive con me, anche se questo comporta esserlo un po’ di più con gli altri. Perché io ti amo, e non abbiamo tantissimo tempo.
Hai ottant’anni e rotti, questa volta, ma rifuggi l’immobilismo. E allora impari a usare il cellulare, ti iscrivi su Facebook, guidi una Subaru fiammante, ti tagli i capelli corti, vai in crociera a Oslo, conosci meglio i tuoi nipoti, ti trasferisci altrove. Volti pagina e, contro tutti i pronostici, ricominci da zero accanto a un uomo diverso: dopo la morte del dolcissimo Henry, hai scelto di condividere ciò che resta della vita con Jack – l’accademico in pensione dalle simpatie repubblicane è l’unica canaglia a tenerti testa in un microcosmo che ti stima e ti teme. La terza età può riservare una seconda prima volta? Tu e Jack battibeccate spesso, fate lunghi viaggi in macchina sui luoghi della vostra infanzia, dormite abbracciati. Quando sarai troppo appesantita per chinarti a tagliare le unghie, ad esempio, lui ti invoglierà a fare una pedicure: dall’estetista ti sentirai vezzeggiata come una regina.  Ma quello menzionato poco fa è soltanto uno dei tredici racconti che parlano di voi: al solito, in una meravigliosa narrazione corale condividi la scena con gli altri abitanti di Crosby.
Olive, non offenderti se dico che questa volta non ho sentito altrettanto forte la tua mancanza quand’eri comprimaria anziché protagonista. Anzi, talmente è preziosa la scrittura della Strout, all’inizio sono stato pronto a giurarlo: questo romanzo era perfino più bello del precedente; era un miracolo! Tra i miei racconti preferiti ci sono stati Pulizie – la perdita dell’innocenza di una studentessa –, D’aiuto – un’indagine sulle sciagure della famiglia Doyle –, Luce – il dialogo con una malata –, Gli ultimi giorni della Guerra Civile – una tragicommedia alleniana su un’amante del sadomaso –, e lì tu eri soltanto una figura marginale.

Perché in febbraio le giornate cominciavano davvero ad allungarsi e, a ben guardare, uno poteva accorgersene. E vedeva come, verso sera, il mondo sembrasse spaccarsi come un melograno e luce residua filtrare tra i rami nudi, come una promessa. C’era una promessa, dentro quella luce, ed era una cosa fantastica. Sdraiata sul letto, [...] riusciva a vederlo anche adesso, l’oro dell’ultima luce che squarciava il mondo.
La verità è che quando ci sei, purtroppo, il tempo riprende a scorrere. Ogni salto tra un capitolo e l’altro è un colpo al cuore. Nonostante la lentezza dei gesti, così minimi da sembrare ininfluenti, ogni aggiunta genera rivoluzioni. E così ho visto il cambiamento tutt’intorno e il tuo incurvarti: nella città limitrofa si stanzierà una comunità somala; gli americani eleggeranno Trump; perderai peso – ma non smalto –, ti appoggerai a un bastone per camminare, e finché potrai eviterai i pannoloni. 
Incantato dalla brillantezza della prima parte, nella seconda ho dovuto affrontare uno stile più malinconico e un tema spaventoso, la solitudine. Invecchi, ti scopri frangibile, ma non ti imbarazza parlare né del decadimento né della morte: sdrammatizzi a modo tuo e a tratti pensi a Henry, che non ha potuto godere delle tue timide aperture alla gentilezza. Fuori intanto rumoreggiano i pettegoli, le rievocazioni della guerra civile con le donne in crinolina e gli uomini in kilt, le tradizioni sedimentate e i pregiudizi inscalfibili, gli autunni dai rossi abbacinanti: un mondo diverso insomma, tragico ma esilarante, a cavallo tra i boschi e l’oceano. È meglio adattarsi, oppure mitizzare il passato?

Le cose cambiano, compresi i ricordi.
Mia carissima Olive,
tu conosci la risposta meglio di me. Cocciuta e parsimoniosa, rifiuteresti un posto in prima classe, ma mai un altro giro su questo folle carrozzone che consideriamo casa. Sono tornato a scriverti per questo. Per ringraziarti, perché grazie a te ho ripreso a scrivere lettere. E per chiederti di consolarmi. Dimmi, per favore, che l’ultima pagina non implica per forza una fine. Ma sento perfino da qui le tue proteste colorite – «cribbio» e «boia» – per questi miei piagnistei, per la mia vaga pietà, e forse è proprio per questo, mentre mi congedo, che nel profondo mi manchi già. Olive, ancora tu.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – Hurt

lunedì 20 aprile 2020

Recensione: Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout

| Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout. Fazi, € 18,50, pp. 383  |

Mia carissima Olive, 
ti scrivo per dirti che ti ho finalmente letto. Pensavo di conoscerti a sufficienza, infatti, ma mi sbagliavo. Anni fa, di questi tempi, ho conosciuto la tua storia grazie alla stupenda miniserie che portava il tuo nome. Ma quattro episodi erano troppo pochi per contenerti. Tu, che sei incontenibile. Tu, che sei presente anche nell’assenza. Tra le pagine del premio Pulitzer Elizabeth Strout, è stato come incontrarsi daccapo. Ho dovuto riabituarmi al tuo caratteraccio, ai tuoi sbalzi d’umore e alle figure che orbitano intorno a te – in tutta sincerità, sei il sole –, anche se ricordavo bene le scortesie di quella Frances McDormand che ti ha interpretato così amorevolmente. Da anziano voglio essere proprio come voi. Ti rifiuti di scendere a patti con la tecnologia, sputi spesso sentenze, centellini le moine e i gesti d’affetto. Sei silenziosa, nell’amore e nella rabbia: lo sei nel dolore. Ingrigirai cullata da una radiolina transistor, solitaria e piena di senso del decoro: una macchia di gelato sul vestito, a un certo punto, diventerà il simbolo del tuo invecchiamento – sto forse perdendo i colpi, ti chiederai?

Non abbiate paura della vostra fame. 
Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.

Anch’io, come te, ho studiato per diventare insegnante. Nonostante vada dicendo che questo mestiere non mi piaccia, mi ha fatto riflettere il modo in cui gli ex alunni parlano di te. Dev’essere bello plasmare giovani menti, dev’essere bello lasciare il segno, benché tu sia la prof di matematica che nella vita di tutti i giorni mi avrebbe fatto pagare il mio scarso applicarmi. Spesso sono proprio loro, gli studenti, a nominarti. O i tuoi vicini di casa, le cameriere o le musiciste del pianobar, che compongono il coro polifonico che canta te, i pettegolezzi grandi e piccoli e la cittadina di Crosby, Maine. 
Preso d’assalto dai pensionati, che si trasferiscono sulla costa per respirare aria buona, il Maine fa da sfondo a incidenti degni di Stephen King e un’umanità sonnacchiosa ma irresistibile. L’autrice fa sì che diventi la cornice narrativa di ben tredici racconti: comprendono tradimenti, matrimoni e funerali, fughe e nuovi arrivi. C’è una donna che accoglie il genero armata di fucile, e un’altra che tollera il mal di vivere a furia di antiacidi. C’è perfino un omicidio brutale, con la famiglia dell’assassino che chiude gli scuri per sopravvivere alla vergogna. Sono frequenti i suicidi, inoltre, perché la malinconia del paesaggio nuoce alla salute dei più fragili. Sono sincero: qualche racconto sembra meno indispensabile di altri. In alcuni sei infatti una presenza incidentale, e per tutto il tempo mi sono ritrovato a torcermi in attesa di vederti svettare nella folla: robusta e appesantita, strizzata magari in un vestito con le stampe di gerani.

C’erano giorni, se lo ricordava, in cui Henry le teneva la mano mentre tornavano a casa, due persone di mezza età, nella pienezza degli anni. Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva. Ma ora lei aveva quel ricordo, un ricordo sano e puro. Forse erano il suo ricordo più puro, quei momenti sul campo da calcio.
Se fossimo in un film, tu non saresti la protagonista col nome di richiamo sul poster, bensì una di quelle caratteriste onnipresenti ma di basso profilo, di cui si finisce sempre per scordare le pellicole che hanno girato, ma che in silenzio fanno la differenza sulla riuscita generale. Eccoti infine, con accanto tuo marito Henry, farmacista adorabile proprio come lo ricordavo. Come faresti senza di lui? Soprattutto ora che vostro figlio è scappato dall’altra parte del Paese e, in combutta con un terapista, ti rinfaccia i torti peggiori? La colpa, da Freud in poi, è sempre delle madri? Ne hai di colpe, sì. A volte sei crudele e non te ne rendi conto. Ma agitata e cristallina come l’oceano, conosci momenti di calma che nella loro semplicità emozionano fino alle lacrime.

Quando tornò a casa gli telefonò. «Le piacerebbe pranzare insieme uno di questi giorni?». «Vorrei cenare insieme», rispose lui. «Mi darebbe qualcosa da aspettare. Se esco a pranzo, poi avrò ancora davanti il resto della giornata».
Sei una persona metodica: ti svegli alle sei, ceni alle diciassette, percorri a passeggio dieci chilometri sul lungofiume. Hai «le passioni e i pregiudizi di una campagnola», e nei vai fiera. E non pensi, invece, alle piccole esplosioni che condividi con lettori sconosciuti? A Henry, che ti abbraccia a sorpresa e ti aiuta a piantare i tulipani; ai bambini cresciuti che in strada ti ringraziano e ti riconoscono; allo spirito di osservazione che – a dispetto del pensiero di farla finita – ti fa realizzare che è impossibile diventare immuni alla bellezza del mondo? Così continui a coltivare la tua curiosità intellettuale, a compiacerti delle sciagure degli altri per ridimensionare le tue, a innamorarti delle cose e delle persone. In strappi alla regola liberatori e struggenti, che in questi giorni hanno reso il tuo romanzo una fuga dalla realtà, per quanto, a ben vedere, di realtà parli. E sapere che c’è un seguito ad attendermi – che leggerò più in là, con parsimonia – mi rende grato del tempo che avremo. Non smetti di insegnare nemmeno in pensione e io, sulle tue orme, non smetto di imparare. 
Mia carissima Olive, ti scrivo per dirti che in questo brutto periodo mi è successa una cosa bellissima: tu.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elivis Presley - Love Me Tender

martedì 27 dicembre 2016

Recensione: Mi chiamo Lucy Barton, di Elizabeth Strout

La vita mi lascia sempre senza fiato.

Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autrice: Elizabeth Strout
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 158
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.

                                                La recensione
Qualche giorno fa mi sono fatto una passeggiata fino alla biblioteca comunale. Lì prendo i romanzi che desidero ma, in fondo, temo. Mi sono avvicinato per la prima volta, così, alla premiatissima Elizabeth Strout. La vincitrice del premio Pulitzer per Olive Kitteridge – raccolta di racconti che non ho letto, ma di cui ho profondamente amato la miniserie HBO – mi intimoriva, così come accade con quegli autori celebrati, noti, di cui credi di non essere all'altezza. E se non mi piace, ti domandi, che brutta figura ci faccio? E se la trovo troppo complessa, soprattutto in giorni in cui ho la testa altrove, come rimedio al disappunto? Sono partito dall'ultimo, Mi chiamo Lucy Barton, anche perché sullo scaffale, di suo, non restava che quello. Aveva un prezzo esorbitante per un centinaio di pagine e una storia semplice, di madri e figlie. Rassicurato dalla sua brevità, con dicembre agli sgoccioli, potevo aggiungere un altro romanzo alla lista di quelli letti e, magari, scoprirlo tanto bello da non poterne fare a meno. Preso in prestito, mirava alle classifiche di fine anno e ai prossimi acquisti. 
Tanta reverenza per nulla: la Strout, schietta ed essenziale come la sua lunatica Olive, non ti fa pesare neanche una delle centocinquanta pagine totali; immagino che in futuro potrò dire lo stesso anche dei suoi romanzi più corposi. E, per nulla, tanto rumore: mi fa piacere averla letta, ma mi spiacerà poco restituire il libro alla bibliotecaria. La trama, piccolo pretesto per un grande esercizio di stile, segue il soggiorno della protagonista in un ospedale affacciato sugli sfavillanti grattacieli newyorkesi. Sono gli anni '80 – quelli del boom di Wall Street, quelli di un male che stava decimando la comunità omosessuale – e Lucy, scrittrice, è ricoverata per le complicazioni di un'appendice infiammata. Bloccata a letto, ribattezza a fantasia il personale ospedaliero, pensa alle sue bambine e, tra il sonno e la veglia, si gode le attenzioni della madre. Parlano del più e del meno, ricordano gli abitanti più sfortunati e bizzarri delle campagne da cui Lucy è scappata e, conversando, popolano quella camera asettica di ricordi piacevoli e spiacevoli. La narratrice ama le storie per deformazione professionale e ci racconta un po' la sua: da un'infanzia trascorsa nella miseria a un'adolescenza ribelle, dal matrimonio con un accademico alle lezioni di scrittura creativa. 
Tra mamma e figlia, però, abbonda il non detto. Abusi da parte di un padre lasciato fuori, o semplice vergogna per l'aria di provincia che l'anziana si porta ancora addosso e che Lucy si è lasciata alle spalle studiando? C'è qualcosa che le due non sanno dirsi. E ho avuto l'impressione che quegli spazi bianchi, quei puntini di sospensione, avessero perfino più significato del resto. Impossibile sapere cosa contengano, tuttavia, sapendo ben poco dei loro segreti di famiglia. E, uscita di scena la madre, sul finale, il romanzo accenna a divorzi, successi editoriali e terrorismo all'ombra fantasma delle Torri Gemelle. Mi chiamo Lucy Barton alterna passaggi da sottolineare mille volte a capitoli da telegramma. Brilla per il mastodontico Chysler alla finestra e per una scrittura sapiente, maltrattata da una traduzione sommaria nel passaggio dalla Fazi alla Einaudi. Questo – penso alle praterie di Benedizione, alla Napoli sismica di Palazzokimbo, alle verità di Lettera a Dina – è stato l'anno in cui ho scoperto la potenza delle storie belle proprio perché non parlano di niente di che. Mi chiamo Lucy Barton si unisce al trio, però risulta aneddotico, irrisolto, frammentario. La scusa ufficiale: che è troppo femminile, troppo adulto, per il sottoscritto. Non sono partito dal romanzo migliore, da quel che leggo. Di ben altra opinione, però, sono i cultori della Strout, che in rete si danno a parafrasi, interpretazioni e analisi meticolose. Dalla mia, penso che i romanzi belli non vadano né spiegati né giustificati: che bisogno c'è? E, se posso, dico che questa saga familiare a spizzichi e bocconi non l'ho capita; non fino in fondo.
Il mio voto: ★★★ 
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – The Sound of Silence

mercoledì 8 aprile 2015

I ♥ Telefilm: Olive Kitteridge, Shameless US

Olive Kitteridge
miniserie tv
Avrei avuto bisogno che qualcuno mi rassicurasse. Che mi dicesse ma no, Michè, guardalo Olive Kitteridge perché non ti annoi. Quattro ore complessive che sembran tante, la vita comunissima di una donna americana di cui sinceramente chi se ne frega, a produrre quella HBO che non sbaglia mai ma ha i suoi ritmi non da tutti. Anche True Detective, bellissimo, avevo dovuto lasciarlo e prenderlo, perché andava piano. Ma chi va piano va sano e va lontano. Io pure ho i miei tempi: ho fatto passare cinque mesi prima di vedere questa miniserie, con la scusa di volere recuperare l'omonimo romanzato di Elizabeth Strout, quando l'intenzione c'era ma mica tanto. Stava bene in wishlist, ma chissà sul mio comodino... Certi romanzi non li leggo per paura che non mi piacciano, che non ci stia troppo appresso, e che abbia di conseguenza vergogna ad ammetterlo pubblicamente. Come ci si comporta con le autrici premio Pulitzer? Arrivo sempre un po' in ritardo, perciò, ma arrivo. La regola del perfetto scribacchino impone la creazione di un protagonista che sia quasi sempre affabile e accondiscendente: un personaggio facile da condurre nelle danze. Altrimenti né scrittore né lettore sanno gestirlo. Olive è l'eccezione. La maestra di matematica che ti terrorizzava alle elementari, la vecchia bisbetica che ti scaccia dal suo giardino, la genitrice normativa e fredda. Come capita parlando dei miei nonni, di quanto siano diventati irascibili con l'età, uno butta la scusa sugli acciacchi della vecchiaia, pesi sull'anima. Invece lei, eroina eponima, era sgradevole anche da giovane, con un grande amore represso, un figlio mediocre, un marito bonario che avrebbe meritato una donna migliore. Richard Jenkins, marito esemplare e uomo dolcissimo, ha la triste sorte della gente troppo buona e il personaggio più adorabile in circolazione, che si sposa benissimo con il suo sorriso rassicurante: come non volergli bene? La sua poco dolce metà – accanto alla svampita Zoe Kazan, a Rosemarie DeWitt, a un Bill Murray a sorpresa – è la meravigliosa Frances McDormand, alle prese con il ruolo di una carriera. Lei so chi è, so che è bravissima, ma non saprei dirvi così, su due piedi, che film abbia fatto: eterna comprimaria, finalmente resta impressa con un ruolo interessantissimo e arduo, all'interno di produzione magistrale che ruota intorno a lei. Parte dalla fine, con un bosco in autunno, un picnic solitario e un colpo in canna. Come Colin Firth in A Single Man, sola, ma con meno desiderio di farsi bella e più voglia di ridere (dei guai altrui). Olive ti scaccia e pensa a morire in santa pace, cerca il tuo odio, ma è per questo che la adori e continui a cercare la sua compagnia quando i quattro episodi finiscono. E' come quello Stoner che voglio leggere e quell'Academy Street che sarà la mia prossima lettura. La storia di una vita ordinaria. Gli episodi mostrano come una convinta misantropa possa essere importante, suo malgrado, per l'altro: in alcuni è un comprimario; in altri una semplice comparsa; e solo alla fine diventa protagonista assoluta, nel ritratto di una solitudine crudele che strazia. Quarant'anni che fluiscono mentre i volti invecchiano gradualmente, le calze contenitive comprimono le vene varicose, i figli si sposano e divorziano, la pianista del bar va a suonare negli ospizi, appeso al chiodo un sogno. Mi sembra pleonastico parlare del resto, ma proviamoci: la qualità dell'intera resa che tocca livelli straordinari, il certosino lavoro dei truccatori, l'ingiustizia che ai Golden Globe non abbia vinto niente quando meritava tutto, la complessità di uno script che non deprime né annoia, strappandoti un mondo di risate e anche qualche gemito. Non la classica storia nelle mie corde di una Scrooge donna che impara ad amare. Alcuni uomini nascono con cuori da casalinghe, alcune donne con attributi da generali nazisti, e Olive Kitteridge celebra gli scherzi della vita, gli incastri perfetti e la coincidentia oppositorum. Basta avere un Henry accanto, un bassotto disobbediente, stringere i denti. E non lo faccio, non mi piace procedere al contrario, ma questa volta sì. Un'eccezione per una protagonista eccezione. Vedere la trasposizione televisiva – e l'aggettivo “televisivo” è da virgolettare, perché Olive Kitteridge è meglio di tanto cinema: sicuramente meglio di tutto il cinema visto nei primi mesi dell'anno nuovo – e avere voglia di recuperare il romanzo. Per saperne di più e per avere Olive accanto, nonostante le sue occhiate torve a dire che farebbe a meno di me: un lettore di meno, un guardone di meno. Uno di meno a giudicarla una cattiva madre, una moglie senza amore, una vicina sgarbata: una bastarda, e per sua stessa natura, senza desiderio di espiazione. (8,5)

Shameless
V Stagione
Il primo mese dell'anno e il ritorno delle serie che amo. Gennaio e Shameless ormai da cinque inverni. Noi, inseparabili. Lo consiglio, lo spammo, lo impongo come una dittatura forzata: tutti i miei amici lo seguono ormai, perciò seguitelo. E' una delle poche cose che accomuna me e mio fratello, che abbiamo gusti inconciliabili: una volta a settimana, quando non sono a casa, ci sentiamo e facciamo un recap appassionato. Hai visto cos'è successo a Fiona? Hai visto che è ritornato Jimmy? Hai visto cos'altro ha combinato Frank? Così, come fossero amici in comune. Roba di famiglia. Quest'anno Shameless ci ha messi d'accordo a colpi di comicità, vandalismo e parolacce, scoprendosi – al solito – ben pensato e a tratti tenero in modo assurdo. Sarà che gli atti di dolcezza dei bulli sono i più rari e i più sinceri. E che quella Chicago malfamata e criminale ha un senso della famiglia che suscita invidia; nido d'affetti tra spacciatori, prostitute russe, pazze a piede libero, aspiranti senzatetto come i loro papà. Ma qualcosa sta cambiando, sulla scia della chiusa di una quarta serie, ingiustamente ignorata nella stagione dei premi, che ci aveva regalato il meglio. Arrivano gli agenti immobiliari nel quartiere, Fiona ha trovato il posto fisso, Carl fa progressi con la carriera di pusher, Debbie si sogna già mamma e Ian si sogna sano, Lip ha grandi potenzialità e finanze ristrette, Frank – rinato a nuova vita – è la solita vecchia spugna. Emmy Rossum, mostruosa nella scorsa stagione, qui si districa tra triangoli sentimentali e indecisioni. Seduce Dermot Mulroney, mette la testa a posto con il romantico bluesman Steve Kazee e ci ricasca con il fuggiasco Justin Chatwin, che torna in città per la "sua" ragazza e per reclamare un cameo, visto che il suo sedere ormai è parte della storica sigla. Niente di che neanche per Jeremy Allen White, che va a letto con la sexy prof Sasha Alexander e poco più. Gli affiatati Veronica e Kevin vanno in crisi con la nascita delle gemelle, anche se crisi ben più importante è quella tra Ian e Mickey: sono venuti allo scoperto, ma la follia scorre nel sangue dei Gallagher e il bipolarismo di Ian li mette in ginocchio. Sono giovanissimi – e per me la coppia più bella della tivù – e la sceneggiatura, a sorteggio, condanna loro alla tragedia, rendendo il primo instabile e il secondo inerme. Bravissimo è Noel Fisher, con uno dei comprimari più indimenticabili e i momenti intensissimi di una stagione altrimenti fin troppo tranquilla; al massimo Cameron Monaghan, con un ruolo difficile e la problematicità che, negli episodi scorsi, aveva caratterizzato la matura Fiona. A dare un'occhiata al lato selvaggio anche Bojana Novakovic nelle vesti di Bianca, giovane dottoressa in fin di vita che, rinunciando alle cure, fa roulette russe di prive volte accanto al mattatore William H. Macy – sessantacinque anni e non sentirli. Dei più significativi nemmeno l'episodio conclusivo, purtroppo, che manca dell'epicità che un vero finale di stagione meriterebbe: sembra una puntata qualsiasi. Dopo tragedie e sconvolgimenti, dure prove per personaggi e spettatori, Shameless si apre alla freschezza. Da loro l'estate sta finendo, le campanelle stranno per richiamare i ragazzini sui banchi, non è ancora tempo di fingersi politicamente corretti per il Natale. I primi episodi sono spassosi. Un respiro di sollievo, giacché le sorelle modello non vanno in prigione, i pochi innocenti non rischiano la morte, i drammi sono meno drammatici e anche meno accattivanti. I toni si elevano, calano il classico realismo e la cupezza, ma la pecca di questa quinta stagione è che resta troppo lieve, nonostante personaggi in evoluzione e nuovi ingressi. L'interesse non cala, l'intrattenimento è assicurato, ma si farà ricordare - in generale - di meno. Non diventa la solita comedy, quindi niente paura, però osa pochi exploit mentre le svolte si fanno grottesche e le sottotrame numerose; forse anche difficili da gestire in maniera credibile, in un vicino domani. Noi ci fidiamo. (7,5)