Visualizzazione post con etichetta Trilogie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trilogie. Mostra tutti i post

lunedì 27 agosto 2018

Recensione: Salvare le ossa, di Jesmyn Ward

| Salvare le ossa, di Jesmyn Ward. NN Editore, € 19, pp. 316 |

Dici uragano, e subito pensi alla tempestività di una catastrofe che non si prende la briga di avvisare. Alle immagini di un film spaventoso, eppure degno di stupore, passato su tutti i telegiornali tredici anni fa di questi tempi. Le case ridotte a miniature per bambole da buttare via, onde di alberi tegole randagi e lavatrici, divani e bare finiti chissà come sul bagnasciuga, una macchina incastrata tra i fili del telefono come un ragno nella tela. Lo sfondo, quel Sud remoto di coccodrilli e riti che tanto doveva affascinare, all'epoca, l'undicenne attonito che una simile quantità di relitti, le stesse macerie, doveva averle viste solo quando le Torri Gemelle erano cadute nel bel mezzo di una puntata della Melevisione. Il titolo: Katrina. I satelliti, in realtà, la avevano avvertita e le previsioni meteo parlato con ampio anticipo: un turbine implacabile, sebbene affatto improvviso, che cresceva come montava il vento. Idealmente ci sarebbe stato il tempo per affrontarlo preparati: lo scatolame da stipare sugli scaffali in dispensa, porte e scuri da rinforzare, gente e ricordi a cui assicurare una fuga certa in casi estremi. I Batiste, famiglia protagonista del primo capitolo della trilogia di Jesmyn Ward, di tempo non ne hanno avuto a sufficienza: impegnati come sono a sbrogliare le proprie vite a un bivio, a disinfettarsi ferite aperte. Ci sono un padre alticcio e dolente, che campa soltanto con la pensione di invalidità; Junior, il piccolo di casa, che di crescere non ha fretta; Randall, promessa del basket in attesa degli esiti di una borsa di studio; Skeetah, il maggiore, proprietario di un pitbull immacolato con una nuova cucciolata sotto le mammelle gonfie di latte. E infine Esch, narratrice interna e unica figlia femmina. Che legge per la scuola dell'amore sbagliato di Medea per Giasone, e di come quest'ultima voltò le spalle al padre, al fratello e ai figli per colpa di un traditore. E che proprio a un traditore a sua volta si è concessa – Manny, la pelle dorata e i denti affilati: il migliore amico di Randall –, scoprendo che fare sesso è come imparare a nuotare e che, se in dolce attesa a quindici anni, non si controllano il vomito e l'urina a fiotti, né la fame incontenibile. Senza età, senza sesso, senza privacy, i Batiste si scambiano i vestiti e si ingozzano di noodles e zuppa di piselli. Vivono precariamente, come sotto assedio, eppure se glielo chiedessi si direbbero contenti così. Questo li rende forse preparati alla calamità?

Sono i corpi a raccontare le storie.

Le loro entrate dipendono dalla salute del pitbull, China: si commettono perciò infrazioni per rubare il vermifugo ai vicini, ci si contende pezzi di legno e linoleum non per le finestre da schermare ma per una cuccia improvvisata, ci si domanda se la maternità abbia reso il molosso troppo cagionevole per i combattimenti clandestini – i cuccioli valgono ottocento dollari ciascuno, infatti, ma la barbarie del cane contro cane paga, e profumatamente. Essenziale ma dalla potenza cinematografica, Salvare le ossa è il ritratto incantevole e terrificante di una famiglia come tante sullo sfondo di un cielo che muta a vista d'occhio faccia e colore. Ora ringhia, ora uggiola e infine canta, insieme alla prosa di vento di una scrittrice bravissima. L'allerta meteo è un pensiero accidentale, una preparazione lentissima. Le poche scorte non bastano. Katrina arriva soltanto negli ultimi capitoli, e li fa disintegrare e ricomporre nel buio di un solaio divelto; in una catena di braccia lunghe e affetti commoventi, che lasciano in strada falò alti così per guidare a casa i dispersi e in tasca cocci di vetro e bottiglia, un pezzo di mattone. La proverbiale quiete dov'è che sta, prima o dopo la tempesta? Nella frenesia della routine degli inizi, o nella pacifica rassegnazione che interviene poi, quando ci si scopre un niente, sì, ma con il cuore in pace?

Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra al letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. [...] Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo. Katrina è la madre che ricorderemo finché non arriverà un’altra madre dalle grandi mani spietate, sanguinaria.

Gli indimenticabili fratelli Batiste sono neri, tenaci, ben piantati sulle gambe. L'uragano, pensavano, non li avrebbe mai spostati. Perché la loro natura non è meno prevedibile di quella lì fuori. Ce ne racconta la sopravvivenza da una prospettiva d'eccezione Esch, infiltrata in un microcosmo maschile che maschio non può fingersi ormai più, eludendo le richieste di un corpo già in metamorfosi. Ciò che ha radici profonde resiste, non rischia la deriva: a Bois Sauvage, Mississipi, dove gli uomini portano i pantaloni e le forze della natura, intanto, nomi di donna.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Alicia Keys – Girl on Fire (Acoustic)

mercoledì 8 agosto 2018

Recensione: Io so chi sei, di Paola Barbato

| Io so chi sei, di Paola Barbato. Piemme, € 18,50, pp. 515 |

Io so chi sei come Non ti faccio niente. Due frasi all'apparenza rassicuranti che, a ben pensarci, nascondono dietro un sottile tono di minaccia. Due modi di incutere paura. Due romanzi della stessa autrice che, per perizia e introspezione psicologica, sembrano rendere limitante la definizione di thriller. Torna attesissima Paola Barbato, anche se era stata sul mio comodino appena qualche mese fa con Bilico: esordio da rispolverare, da rivalutare, che non convinceva fino in fondo con i suoi equilibri malsicuri e un gusto per l'eccesso stancante sul lungo tratto. Sapienza narrativa a parte – ora, per fortuna, posso dirlo scacciando l'ombra del sospetto –, nient'altro a che vedere con la complessità delle pubblicazioni successive. Fino a questo momento, infatti, il dubbio poteva essere ragionevole: che la struggente avventura degli ex bambini di Vincenzo, l'indimenticabile rapitore che lasciava paperelle di gomma sulle sue false scene del crimine, fosse un caso isolato difficile da ripetere? Non si supera ma non delude, a questo giro, la sceneggiatrice di Dylan Dog e la musa di Matteo Bussola, compagno di vita che proprio alla loro storia d'amore ha dedicato un'ultima fatica uscita per Einaudi: un intrigo asfissiante, nonostante le ariose ambientazioni toscane, sui pregi e i difetti dell'essere costantemente rintracciabili nell'era degli smartphone. È sempre dal ritrovamento di un oggetto che si parte: un cellulare ripescato nella buca della posta dalle mani tremanti di Lena, trentaduenne con le borse sotto gli occhi e il cuore incrinato per sempre. Strano accumulo di contraddizioni, quella figlia della Firenze bene: la mortificazione dei vestiti informi, il garbuglio inestricabile dei dreadlock al posto della messa in piega delle brave cocche di papà e l'indolente Argo, molosso tenuto a stento al guinzaglio, cozzano infatti con il curriculum di un'universitaria brillante che ha deluso tutti, perfino sé stessa, in nome di una relazione che la ha imposto un nuovo look e nuove frequentazioni, che l'ha imbruttita dentro e fuori. Dal cellulare sconosciuto prendono ad arrivare messaggi dal destinatario ignoto: il primo dice Io so chi sei, e non suona una premessa troppo inquietante all'orecchio di qualcuno come la protagonista. Una giovane donna che si è tradita irreversibilmente, che purtroppo chi sia non lo sa più. È cambiata per Saverio, ma Saverio non c'è a darle ordini, coordinate esistenziali o tormenti: l'eterno ribelle che ha in comune con il Bern di Divorare il cielo le piccole smanie rivoltose, il pallino per l'ambientalismo, le frequentazioni animaliste, è caduto nell'Arno da ubriaco e non è più riemerso. Restano una bara vuota, i segni di una trasformazione radicale di cui ormai a Lena sfuggono i perché e, a due anni dalla scomparsa dell'uomo, un anonimo interlocutore che a distanza la aizza, ci gioca, la maltratta come fosse un cane da combattimento. Lui che ha sempre nutrito rispetto per le bestie, mai per le persone, e che le storpiava il nome con una canzone degli Articolo 31. Lui Saverio, redivivo desideroso di testare la cieca fedeltà della sposa? O a tramare nell'ombra è forse qualcuno che l'ha tenuto prigioniero e affamato per tutto il tempo e che adesso pretende la merce di scambio dell'obbedienza di Lena?

Tutti gli amori sono malati.

Gli SMS mirano a farne una persona diversa e spregiudicata – ricatta, droga, avvelena, brucia, ammazza. Vittima, sempre, anche quando è lei l'artefice sotto costrizione. 
Proprio come quando appariva un corpo estraneo nella ampia cerca degli amici di Saverio, ora decimati uno a uno. 
Proprio come quando, a metà romanzo, interviene un personaggio che ruba la scena a chiunque: lo sgrammaticato Francesco, gigante in divisa affatto buono, le raddrizza il tiro, porta a termine quello che Lena si rifiuta di fare, la usa come esca travalicando una giustizia al solito malleabile. Tutto pur di acciuffare il colpevole, e di farne carne da macello: con la protagonista, così, destinata a passare dal mostro all'orco come in una fiaba nera, in nome della riconoscenza di coloro che vengono salvati da terzi. Doppiamente manipolata, contesa da amori vandalici, in un implacabile stillicidio lungo 500 pagine questa protagonista debole, duttile e inetta fino all'ultimo si mostra a sorpresa esattamente uguale a noi. Ci affascina e ci irrita, vero, ma faremmo lo stesso se intrappolati in un simile labirinto di bugie. In una gabbia a cielo aperto con vista sul Lungo Arno.

«Non ho più niente da perdere» aveva risposto Lena, per poi aggiungere: «Sono una brutta persona.»
«Tutti lo siamo, la nostra è una brutta specie.»

Si incontrano comprimari innumerevoli – su tutti, nella corte dei miracoli di Saverio impossibile non ricordare Alex e Lucio, esempio di un amore che a volte salva – che a colpi di personalità fortissime sfuggono al classico ruolo castrante dei personaggi minori. Si sovrappongono e confondono i buoni con i cattivi, in un'ambigua matassa di supposizioni errate e grigi sfumati. Si parla di stalking e allievi che superano i maestri, di gabbie costruite nello zoo della nostra mente vulnerabile. Qualche dubbio soltanto per il finale, molto aperto, quando ci sarebbe stato forse tutto il tempo per tirare meglio le fila: da uno spunto all'apparenza abusato, infatti, è venuto già fuori un thriller scorretto e solidissimo. C'è abbastanza materiale per la trilogia nei piani di Paola, scrittrice con una prosa magnetica e cattive intenzioni? Ma ci si affida a occhi chiusi al suo imperscrutabile volere, perché sì. L'orecchio teso, pronti a scattare il giorno in cui il trillo di una notifica ci informerà che il secondo capitolo è in stampa; che le minacce scambiate per gentilezze no, non si sono esaurite sulla costa massiccia di Io so chi sei. Per ironia della sorte, dunque, in scacco quanto una protagonista con un caricabatterie Samsung per collare a strozzo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Police – Every Breath You Take

lunedì 21 maggio 2018

Recensione: Così crudele è la fine, di Mirko Zilahy

| Così crudele è la fine, di Mirko Zilahy. Longanesi, € 18,60, pp. 418 |

Se ogni romanzo è un viaggio, una trilogia è una vacanza di cui riconfermare anno dopo anno la meta. In fondo si ritorna sempre dove si è stati bene: perché cercare altro, oltre? Sono tornato a Roma, tra le pagine di Mirko Zilahy, per la terza primavera consecutiva: inizia a fare troppo caldo per i miei gusti, le giornate ad accorciarsi, ma lo scrittore – italianissimo, nonostante il cognome – ti sfida a sentire freddo, i brividi a fior di pelle, e a credere che le ore di buio siano inesorabili, per quanto brevi. Nella capitale in cui Brown cerca il folklorismo da esportazione facile e Carrisi i misfatti del Vaticano, Zilahy batte invece territori poco noti: scavi archeologici minori, ma non per questo indegni di interesse, e atti d'ordinaria follia che abbiamo già avuto il dispiacere di leggere sui giornali di cronaca – l'inquietante avvento di squadroni neonazisti alla caccia di minoranze alle strette e perfino le famigerate buche sull'asfalto, capaci di strappare qualche sorriso inaspettato negli accidentati inseguimenti in automobile.

C'è chi ci mangia, trafficando sulla mondezza di oggi e sui tumori di domani. Stessa gente, stessi cognomi, stessa storia. Sempre e per sempre, nella città eterna.

Su uno sfondo sempre scenografico, seguiamo i passi cauti del commissario Enrico Mancini: gli ultimi, spiace ricordarlo, se alla fine di una serie che ce l'ha mostrato disperato, furente, umano. Si è deciso a guarire dal lutto, complici la psicologa del distretto e il recente amore per una collega: via i guanti che lo separano dall'esterno, che lo proteggevano dal contatto fisico, ma ecco comparire una barba incolta ad alterarne i lineamenti. Come se stesse meglio, certo, ma non abbastanza da venire a patti con sé stesso: i sensi di colpa non vanno mai a dormire. Chi è Enrico Mancini? Senza mostri, senza guanti, senza gli oggetti appartenuti all'amata Marisa? Chi è quando questo capitolo si chiude, senza più mostri da stanare? Si parla di identità: la parola chiave. Quella che il protagonista cerca di ricostruire, nel suo piccolo, e quelle che un serial killer strappa alle vittime: mutilate, disseminate tra le rovine dell'antica Roma, guardate autoannientarsi con la sincera curiosità di un apprendista antropologo. Stando al profilo che ne tracciano: caucasico, di mezza età, all'apparenza irreprensibile, cresciuto nella scuola di vita di ogni psicopatico tra abusi fisici e privazioni. Gli indizi: nei disegni d'infanzia, nei fascicoli polverosi, in casi in cui la giustizia ha fatto cilecca. La squadra brancola in preda ai dubbi. Le vittime appaiono scollegate. La stampa, a causa delle soffiate di una misteriosa talpa, accusa Mancini di negligenza. Il profiler addestrato a Quantico ha forse perso i suoi sensi sopraffini, il tocco?

La discesa, la chiamo così. Una specie di immersione nella palude mentale dei miei assassini. E' una discesa che si fa con gli strumenti adatti e un salvagente, anzi, direi uno scafandro. Gli strumenti sono oggettivi. Sono le cose che conosciamo, come si muove, la sua firma, le tracce che lascia. Lo scafandro invece è una specie di corazza che ogni profiler indossa quando deve calarsi nell'inferno interiore di quei soggetti.

Assieme a lui, volti e nomi che abbiamo imparato a conoscere: Caterina e Walter, in crisi per il desiderio di lei di adottare il piccolo Niko, bambino rom inverisimilmente propenso a cacciarsi nei guai; Antonio e Alexandra, personaggio femminile che ancora una volta mi è parso ininfluente, che fanno i conti con il coinvolgimento della Nigro nel caso precedente; il professor Biga, incapace di rassegnarsi all'inoperosità della sua triste situazione clinica; l'infido Gugliotti, già proiettato verso la pensione e roso dalla gelosia per una relazione – quella tra Enrico e Giulia – nata come uno sgarbo nei suoi riguardi. Cosa manca a tutti loro, mi sono domandato nell'arco di una lettura cinematografica che eppure convinceva meno del previsto? Gli spazi personali, il privato: continuamente squillano i cellulari, le ricetrasmittenti gracchiano, le soffiate anonime interrompono qualsiasi tentativo di intimità – tralasciando la coppia Caterina-Walter, Mancini e la Foderà in quattrocento pagine avranno appena pochi passaggi fianco a fianco, evitando i silenzi parlanti, la loro stessa relazione, casa. Zilahy in precedenza li ha scavati, ha approfondito i loro talloni d'Achille, per poi farne cosa? Restano gli omicidi suggestivi (il più coreografico implica la mummificazione con del gesso liquido), i parallelismi affascinanti tra il boia e un investigatore quanto mai indolente, una scrittura bella ma diversa. Concitatissimo, questo Zilahy taglia, sfoltisce, aguzza gli spigoli e toglie quel che era superfluo solo a un'occhiata superficiale – il lirismo consueto, quel gusto barocco tanto atipico per un thriller, è riservato alle pagine in corsivo che descrivono in soggettiva i punti di vista di assassino e vittime – e che, in verità, sul lungo tratto era la sua grande forza.

E' un momento di passaggio. Una lunga mezzanotte sociale. E quando cala il sole gli animali sordidi e vigliacchi emergono dal nulla in cui vivono le loro esistenze.

Questo puntuale congedo si legge da sé, ma non mi è parso poi così crudele, così memorabile. Per arrivarci, tuttavia, è necessario prima passare dai capitoli precedenti: la conoscenza di uno scrittore impareggiabile – professionalmente, umanamente – allora vi ripagherà dall'attesa, e da colpi di scena a volte assestati più debolmente di altri. Così crudele è la fine ricorda ai lettori l'importanza vitale del buio. Essenziale per contrapporlo alla pace del giorno. Per affannarsi strenuamente a cacciarlo e, nel mezzo della ricerca, scoprirsi vivi. E scoprirne magari il senso che sfugge, nel riflesso di uno specchio in frantumi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - In The End 


sabato 16 settembre 2017

Recensione: La fine dei vandalismi, di Tom Drury

| La fine dei vandalismi, Tom Drury. NN Editore, € 19, pp. 392 |

Ci sono quei romanzi che dicono tutto pur parlando di niente. Storie di campagna, dimesse e quotidiane, che emozionano a modo loro con quel misto irrinunciabile di dettagli minuziosi, calma apparente e verità. Le regole di buon vicinato, le novità grandi e piccole che fanno mormorare i compaesani, il dondolo in veranda e gli annunci affissi ai pali della luce: la provincia americana, quella vecchia e polverosa, si faceva poesia nei romanzi del compianto Kent Haruf. Sulla scia del ricordo dell'autore americano, la stessa NN che l'ha riscoperto traduce per la prima volta Tom Drury: un'altra trilogia scritta negli anni '90, e in parte dimenticata; simili atmosfere confortanti e sonnacchiose; stessa struttura corale, con protagonisti e comparse fugaci che si incrociano lungo la strada principale. Siamo a Grouse County. Sullo sfondo: le quattro stagioni, le elezioni cittadine per il nuovo sceriffo, il divieto di caccia e atti di vandalismo di cui festeggiare finalmente la conclusione. Lì non si sa che colore abbia il mare, si abbandonano gli studi dopo il liceo, i negozi aprono e chiudono come cambia il vento. Alcuni vociferano che Sally Field, ai tempi sulla cresta dell'onda, voglia ambientarci un film.

«Lo amo tantissimo».
«Forse non è amore» disse Louise. «Magari è soltanto una tristezza a cui hai fatto l'abitudine».

Mentre si aspetta invano l'arrivo della troupe cinematografica, un'eccezione alla noia, Louise e Dan – lei fotografa, lui agente di Polizia, lei sonnambula, lui insonne – si avvicinano abbastanza da convolare a nozze. Hanno quell'età in cui i figli sembrano un miracolo e, alle spalle, relazioni belle che tramontate. L'ex marito della donna, Tiny, disoccupato, è un ladruncolo che spesso si improvvisa criminale da poco: in cerca di se stesso, si allontana da una moglie felice altrove e dalla mancanza generale di prospettive. Dove si dirige? Tutt'intorno, le comparse di esistenze come le nostre: a volte importantissime, altre del tutto ininfluenti. Una numerosa carrellata di comprimari – li trovati elencati in conclusione, come fossero i figuranti nei titoli di coda di un film d'autore – a cui provi a star dietro, prima che intervenga una ragionevole svogliatezza. Le mille facce che popolano La fine dei vandalismi, cronaca senza sobbalzi ma non senza emozioni, suscitano a malincuore indifferenza dopo la prima parte. Perché introdurre l'ennesimo nome che non pesa, ci si domanda? Perché non assecondare la tentazione di saltare qualche pagina, al giro di boa, sapendo che in fondo non cambierà nulla?

«Louise?» «Sì. Cosa c'è?»
«Non dimenticarti delle cose belle.»

Tra le pagine del primo Tom Drury – placido, sobrio, a voce bassa; ma la sua scoperta tardiva non meraviglia, al contrario di quella di Haruf – non succede niente, no. Non hai il desiderio di sfogliarlo e risfogliarlo, di sapere come andrà a finire. Raccontando la vita in presa diretta, rinuncerà a chiuse nette, tra drammi di genitori e figli, nascite e dipartite. Lo apri, tuttavia, con uno strano senso di serenità addosso. Sai che i protagonisti, a lungo andare gente di famiglia, staranno sempre lì e aspetteranno te. Un burattino discreto, anche se poco poco insofferente, che gli darà il potere di esistere e di emozionare. Ci sono quei romanzi che dicono tanto, se non tutto, e quel niente non sempre sanno farlo brillare. Storie troppo dimesse e troppo quotidiane, con troppe minuzie, troppa calma, troppa verità al fuoco. Quelle che non saperesti se consigliare o meno, ma a cui ti affezioni anche se non vuoi. Anche se, lì per lì, non te ne accorgi neppure.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – The Long and Winding Road 

lunedì 31 ottobre 2016

Recensione: Fine Turno, di Stephen King

La vendetta è un piatto da servire freddo. E il cuoco è tornato.

Titolo: Fine turno
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 478
Prezzo: € 19,90
Sinossi: In un gelido lunedì di gennaio, Bill Hodges si è alzato presto per andare dal medico. Il dolore lo assilla da un po' e ha deciso di sapere da dove viene. Ma evidentemente non è ancora arrivato il momento: mentre aspetta pazientemente il suo turno, infatti, Bill riceve la telefonata di un vecchio collega che chiede il suo aiuto, e quello della socia Holly Gibney. Ha pensato a loro perché l'apparente caso di omicidio-suicidio che si è trovato per le mani ha qualcosa di sconvolgente: le due vittime sono Martine Stover e sua madre. Martine era rimasta completamente paralizzata nel massacro della Mercedes del 2009. Il killer, Brady Hartsfield, sembra voler finire il lavoro iniziato sette anni prima dalla camera 217 dell'ospedale dove tutti pensavano che sopravvivesse in stato vegetativo. Mentre invece la diabolica mente dell'Assassino della Mercedes non solo è vigile, ma ha acquisito poteri inimmaginabili, tanto distruttivi da mettere in pericolo l'intera città. Ancora una volta, Bill Hodges e Holly Gibney devono trovare un modo per fermare il mostro dotato di forza sovrannaturale. E a Hodges non basteranno l'intelligenza e il cuore. In gioco, c'è la sua anima. Dopo "Mr. Mercedes" e "Chi perde paga", King ha scritto il capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana. Dalla trilogia di Bill Hodges sarà tratta una miniserie TV diretta da Jack Bender.

                                                 La recensione
Dieci giorni fa, sulla via del ritorno dopo l'ultimo esame della triennale, miravo e rimiravo il mio libretto universitario ormai pieno e la copia nuova di pacca dell'ultimo Stephen King arrivato in libreria. Mi sono regalato sempre un suo romanzo, quasi tre anni fa, all'indomani del primo esame: quando conservavo gelosamente il mio unico cedolino compilato, chiamavo a casa per dirmi sopravvissuto all'ansia e, alla Mondadori accanto alla stazione, mi coccolavo a modo mio acquistando l'attesissimo Doctor Sleep. Tutto torna: il Re di sicuro. Allora c'erano un Danny cresciuto, l'indimenticato Overlook Hotel, nuove insidie per chi ha il dono raro della “luccicanza”. Ora, benché si parli di conoscenze assai più recenti, il tempestivo rientro e l'inevitabile congedo di Bill Hodges e della sua straordinaria squadra di collaboratori: puntualmente, arrivato Halloween, la trilogia iniziata con Mr. Mercedes giunge a conclusione. Degna?, mi domandavo, leggendo Fine Turno con la stesura della tesi in corso d'opera e l'acqua alla gola. I presupposti facevano pensare di sì.
Il romanzo precedente seminava nel finale dubbi, mine vaganti e speranze di vendetta. Il subdolo Brady Hartsfield, ridotto a un vegetale, non era un guscio vuoto: le infermiere giuravano che fosse in grado di muovere gli oggetti col pensiero. La verità, o il giovane ma famigerato Brady era già leggenda metropolitana? Le battute finali di Chi perde paga, paragonabili allo sguardo in camera del mostro in un film dell'orrore, assicuravano che c'era vita nella camera 217. Fine Turno, da patti, segna la svolta paranormale all'interno di un hard boiled vecchio stile: al ritmo secco e incalzante, al linguaggio da sbirri a tempo indeterminato, si affiancano quindi le doti telecinetiche di Carrie e le tecnologie infernali di un Cell. Hartsfield, dalla sua camera d'ospedale linda e pinta, muove come burattini i suoi tirapiedi e mette a punto, non visto, ennesime carneficine. I sopravvissuti alla strage della fiera del lavoro stanno morendo uno ad uno: gli apparenti suicidi, giustificati da una salute precaria e da traumi incancellabili. C'è qualcosa che stona però: una “Z” tracciata sui luoghi del crimine e la misteriosa presenza di console portatili: quegli Zappit ritirati d'urgenza dal mercato per i loro effetti collaterali. Alla Finders Keepers si indaga, e non si crede alle coincidenze di cui parla chi di dovere: Bill Hodges, con i settant'anni a un passo e un corpo che dà le definitive avvisaglie di cedimento, è convinto ci sia lo zampino del genio del male che, sette anni prima, lo stuzzicò fino a portarlo sull'orlo del baratro. Come accettare l'evenienza di possessioni, poteri e occultismo? Come far sì che la Polizia realizzi che ci sia lo stesso ispiratore dietro una catena di suicidi a distanza, e per di più vincolato nel reparto di neurologia? Come credere all'esistenza del soprannaturale, se ne hai viste di cotte e di crude, non hai più l'età per allargare i tuoi orizzonti e, da fruitore di gialli in versione tascabile, poco ti convincono le contaminazioni di genere? Ampliando un po' il contesto, durante la lettura, mi ronzavano in testa le stesse esatte domande che tormentano l'ispettore in pensione. 
Se i miei occhi brillavano di eccitazione all'idea di imminenti risvolti fantastici, riposto il secondo capitolo, l'entusiasmo è andato scemando a metà di questo Fine Turno. Emotivamente e stilisticamente perfetto, ma il più debole dei tre nell'ordito. E io, che leggo King con gli occhi dell'amore, sofferente al pensiero di fargli le pulci, questa volta so cogliere anche le cause della mia parziale frustrazione. Tutta colpa del redivivo Brady Hartsfield che, infame e irresistibile, era forse il personaggio che maggiormente aspettavo di incrociare ancora: nell'affermazione, tocca includere i suoi metodi discutibili e i suoi tirapiedi incoscienti; la vendetta trasverzale, invece, è sempre un movente convincente. Nei favolosi capitoli dedicati al suo progressivo risveglio, capiamo che quel paziente temuto e trascurato si è prestato suo malgrado come cavia: il medico curante l'ha imbottito di pillole all'avanguardia, poco interessato alle sue sorti, e forse gli effetti collaterali, forse la sua naturale malvagità, hanno predisposto la sua mente all'imponderabile. Uscendo fuori di sé, fa il suo molesto ingresso in corpi ospiti da manovrare alla stregua di burattini senza volontà. Il mio ma: l'autore non si limita a suggerirci di prendere così com'è la virata oltre i “confini della realtà”, ma si dà a spiegazioni meticolose e approfondite su suggestioni, messaggi subliminali, ipnosi, che saranno sì documentate, ma ai fini dell'intreccio suonano macchinose e ridondanti. 
La copertina, bellissima, allude ai pesci guizzanti e sfuggenti che compaiono sulla videata iniziale degli Zappit: gli emissari dell'antagonista, ubbidienti, hanno distribuito a un vasto campionario di adolescenti le console e, da lì, ammaliarli con suggerimenti melliflui e seducenti spie luminose. Stephen King vuole dare fondamento e credibilità alle soluzioni di Brady, qui personaggio assai sottotono. Vuole dirci, brillante affabulatore qual è, che non siamo nell'ambito di competenza dell'irreale, bensì di scienze tecnologiche che hanno risaputi pro e inquietanti contro. I giovani ingobbiti su smartphone e portatili, incantati dalle promesse illusorie dello schermo luminoso; menti elastiche ma fragili, spinte al punto di rottura. Su di me, inconvincibile scettico, la argomentazioni per dimostrare quanto di vero e quanto di inventato ci fosse, purtroppo, non hanno fatto presa; mi sarei fatto andare a genio il paranormale, che in King è una presenza tutt'altro che inconsueta, senza le speculazioni di sorta – e situazioni, e personaggi, nello stile di Uomini che odiano le donne. Di conseguenza, ho detto addio a questo Brady vagante e incorporeo, per cui eppure ho sempre avuto parole lusinghiere e superlativi assoluti, senza tanto entusiasmo; al contrario, infinita simpatia e affetto per una vecchia volpe che compensa con l'emozione a un ultimo caso che lascia, dunque, a desiderare. Fine Turno ha al comando un King divertito, schietto, agile quanto mai, che scivola talora nel già visto e in spiegoni non necessari. Troppo irrequieto ed esuberante per essere inflessibile giallista, rimanda purtroppo l'anello debole della sua trilogia alla fine, ma ci lascia in pegno protagonisti al loro meglio: una adorabile Holly, che ha vinto la sua pazza misantropia; un Jerome, con sorella infortunata a casa, passato da giardiniere su commissione a erudito, aitante benefattore; Bill e Pete, colleghi divisi dal pensionamento anticipato del primo, finalmente sullo stesso piano per anni di servizio, acciacchi grandi e piccoli, curiosità sempiterna.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Dire Straits – Private Investigations