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venerdì 7 gennaio 2022

Mio caro Stoner: lettera aperta a un altro me stesso per i primi dieci anni del blog

Mio caro Stoner, 

qualche anno fa ti leggevo ed entravo in crisi d'identità. Non volevo diventare come te; insegnare. Mi spaventava la tua vita grigia e monotona, nei binari. Ti leggevo, ascoltavo Brunori Sas («la verità è che ti fa paura l'idea di scomparire») e piangevo. In comune avevamo gli studi, la malinconia e il destino annunciato. Perché avevo studiato Lettere, accumulato i crediti giusti e tutto il resto? Perché mi ero condannato inconsapevolmente a vivere la tua esistenza e i tuoi medesimi sbagli? Nel 2021 appena salutato ho scoperto che essere come te, invece, non è così male. 

Mi piace la mia routine, mi piace avere una tabella di marcia, mi piace sentirmi adulto e indispensabile per qualcun altro. Questo post nasce per ricordare il compleanno del blog, sono online da dieci anni tondi tondi, ma  anche e soprattutto per stilare un lucido bilancio dell'anno appena trascorso. Nonostante tutto, sono grato al 2021: mi ha messo alle strette fino a farmi diventare più me stesso. Mi piaccio così? A giorni alterni, a tratti, ma adesso almeno so chi sono: Michele Del Vecchio, ventisette anni, insegnante precario, con un angolo virtuale in cui raccontarmi e un romanzo nel cassetto (semifinalista a un concorso letterario, è stato poi oggetto di due illustri rifiuti da cui fatico a riprendermi). Da ragazzino avevo l'ossessione di condividere, arrivare, scrivere: volevo farne un lavoro. Ora che sono diventati semplicemente hobby, me li vivo meglio e me li godo di più. È il sette gennaio e non ho ancora cominciato una nuova lettura; non scrivo, invece, dalla scorsa estate. Sono meno presente che in passato? Pazienza. Leggo meno? Non fa nulla, ma spero di leggere almeno i libri giusti. Mi comporta troppo tempo scrivere lunghi post? Poco male, mi racconto così come viene su Instagram e Letterbox. 

Dieci anni fa, per la prima volta, pubblicavo un post online. Era una presentazione di poche righe, goffa ma onesta proprio come il sottoscritto. Sono andato a rileggerla, oggi, e non mi sono scoperto poi troppo diverso dal diciassettenne di quando tutto cominciò. Resto ancora così, anche se tanto è cambiato nel frattempo: perfino il mio modo di descrivermi, raccontarmi, interagire. Sono subentrate la consapevolezza della malattia, la sindrome d'abbandono, l'ansia sociale. Ma anche la pacata accettazione di chi non sarà mai il fantastico Harry Potter o l'ambizioso Jay Gatsby, bensì qualcuno come te: un insegnante occhialuto e riservato, magari un po' grigio se visto da fuori, ma con una vita immaginaria di un'intensità talora commovente. Questo significa arrendersi? Significa crescere, forse, e considerare i sogni per quel che sono: cose da fare nei ritagli in cui la vita, finalmente, ci lascia in pace. Spero comunque di farne ancora e ancora di bellissimi. 

A rileggerci tra altri dieci anni, 

Michele 

giovedì 28 dicembre 2017

[2017] Top 10: Le mie letture


10. I nostri cuori chimici Krystal Sutherland 
Lui ama lei. E lei non può fare altrettanto; non fino in fondo. Un terzo d'amore è sufficiente? Se hai diciassette anni e (500) giorni insieme, a occhio, è il tuo film preferito, non c'è niente di più struggente.

9. Non ti faccio niente Paola Barbato
Un'avventura implacabile e delicata, dalle sfumature kinghiane, su una squadra di sconosciuti male in arnese, ai ferri corti con la malinconia, che si aggregano per giocare ai detective. Cos'hanno da perdere? Da guadagnare, quattrocento pagine in cui ci si scopre più forti insieme.

8. Open Andre Agassi
Che storia, che partita, che vita.

7. It Stephen King
Farò ritorno a Derry tra ventisette anni. Quando tornerà l'asma, la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre. Laggiù, dove eppure si va per morire.

6. Le otto montagne Paolo Cognetti
Un romanzo intensissimo, commovente, dove gli stati d'animo seguono i bollettini metereologici e i bambini vengono al mondo in ottobre, ché l'amore si fa quando i campi riposano. Ti scalda in questo inverno che non ha pietà. E lo sa la testa, e lo sa la pancia.

5. Le nostre anime di notte Kent Haruf 
I protagonisti di Haruf non si spengono. Professano una vecchiaia che non è sinonimo di tristezza. E che la solitudine, a volte, può essere riempita fino all'orlo. Inseguendo il tempo, Dio e l'altro.

4. Il cuore degli uomini Nickolas Butler
Butler fa nodi da marinaio – a lungo, mi legherà con quelli ai suoi meravigliosi personaggi - e improvvisate voce e chitarra. Conosce i segreti per leggere le stelle superstiti, e se ne fa custode. Spazza la cenere. Fino all'alba, ancora, giura che terrà acceso il fuoco.

3. Bellissimo Massimo Cuomo 
Un inseguirsi senza tregua e forse senza raggiungersi. Su una fuga lunga una vita. Su un amore che è saziarsi. Su quegli abbracci da cui ci si ritrae d'istinto, per disabitudine o paura di un altro pugno in faccia, che portano a casa.

2. Uomini e topi John Steinbeck 
Gli uomini e i topi condividono una favola dopo dodici ore spese nei campi. Fantasticano su una terra promessa, al bando l'indiscrezione dei curiosi. Con l'indomani che è un altro ranch, sì, e lo stesso sogno impossibile prima di coricarsi.

1. Stoner John Williams
Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu. 

mercoledì 1 novembre 2017

Recensione: Stoner, di John Williams

| Stoner, di John Williams. Fazi Editore, € 15, pp. 332 |

Durante lettura di questo romanzo sono stato malissimo. Non so quanto la malinconia di questi giorni dispari sia scaturita dalla storia raccontata da John Williams, quanto da un vaso di Pandora di tristezza scoperchiato inavvertitamente. Scrivo della mia ultima lettura di getto, così, sperando che smetta di bruciare un poco. Non so se ho letto Stoner perché stavo male, o se stavo male perché leggevo Stoner. Nonostante l'amarezza della premessa, giuro che il romanzo – pubblicato con scarsa risonanza cinquant'anni fa e acclamato in tempi recenti come moderno capolavoro della narrativa americana – non è dei più disperati. Solenne e raffinato, con passi di un lirismo commovente, scorre in realtà meglio di quanto avessi immaginato. Tanti dubbi infondati, prima di iniziarlo, pensando di non cogliere la grande bellezza nel logorio di questa vita modesta; di non esserne all'altezza.

Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata.

Cinquanta pagine, invece, ed ero già innamorato della fragile routine di William Stoner. Prima l'infanzia nei campi con una piccola famiglia d'estrazione contadina; poi i poco ispirati studi di Agraria e gli anni da matricola trascorsi in una soffitta in affitto; infine un'epifania, la scoperta inattesa della Letteratura e le timide gioie della carriera accademica, fino a un pensionamento doloroso, da rimandare il più a lungo possibile. Nel mezzo: il matrimonio senza amore con Edith, donna pallida e infelice che passa il tempo chiusa in camera da letto o a rimproverargli ogni singola mancanza; una figlia, Grace, che purtroppo non saprà proteggere dal fallimento; un'amante lasciata andare via, nonostante le vane proteste del cuore; amici fidati sulle dita di una mano e l'aperta ostilità con un collega, incapricciatosi per una nota di demerito al suo pupillo. Stoner racconta, da una nascita senza grandi strepiti a una morte altrettanto silenziosa, l'esistenza a testa bassa (ma con gli occhi pieni di cose) di un professore di provincia votato alla mediocrità. Di quelli naturalmente trattenuti, che si guardano le mani quando parlano e non hanno un'opinione per tutto. Le guerre arrivano e passano, e lui non se ne accorge. Si seppellisce nei test da correggere, nelle ricerche, e riemerge dalle carte soltanto al momento dei pasti e dei funerali. Diplomatico ai limiti dell'indolenza, senza spirito patrio né nobili intenti. «Felice di tanto in tanto», scrive l'autore, soprattutto nella sacralità di uno studio brutalmente invaso dagli ammodernamenti dell'antipatica Edith.

Il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un’unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

William Stoner sono io. Quando mi sento ospite nella mia stessa casa, perdo il controllo e aspetto che gli eventi capitino. Quando non so cosa fare, o ho semplicemente perso la strada per arrivarci. Quando aspetto che la vita mi cada in testa, come un sasso o un aeroplano. Non mi sta bene questa giovinezza, no, ma ho perso lo scontrino. L'ho ammesso a me stesso di recente. Non mi piace dove sta andando a parare. A volte mi siedo, con lo stomaco vuoto, e scopro di aver dimenticato quale direzione avessi scelto per lei. Mi sono fermato a metà, per un'eterna sosta che è diventata poi casa mia. Muovo un passo dopo l'altro, non sapendo quel che sarà domani. Non quello che vorrei comunque, perché non ho gettato le basi giuste, non l'ho costruito, e l'arrivo dell'inverno mi sorprenderà gelandomi. Ho ventitré anni, e già sono Stoner. Quanto esaltarsi per quella vita senza infamia e senza lode, quanto rimproverare alla mia: che paradosso. Leggendo ho conosciuto lui, ma anche me stesso. Mi sono riconosciuto. Gli ho voluto bene fino all'ultimo, in un romanzo lungo un esame di coscienza, e ho ripreso a volermene. Mi sono perdonato.

«Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. […] Ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere.»

Qualcuno potrebbe dire che siamo pagine vuote, ma guardate che poesia ci scrive sopra John Williams. Più che un autore, uno di quei fotografi che fanno il miracolo di coglierti distratto, al naturale, bello come non ti eri visto mai. E sono io, domandi? Sì, sei tu. 
Senza ritocchi in postproduzione, senza filtri: solo con la luce giusta. Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma, perdonate la scontatezza, questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona cara, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Brunori Sas – La verità