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sabato 17 aprile 2021

Verso gli Oscar: Minari | Nomadland | The Father | Un altro giro

Davanti alla presenza di una pellicola coreana agli Oscar, è impossibile non pensare ai fasti di Parasite: che il miracolo si ripeta anche quest'anno? Per quanto sorga spontaneo il confronto tra gli outsider asiatici alla conquista di Hollywood, i paragoni insensati andrebbero a discapito di Minari: lontano dalla folgorazione del thriller satirico, ma a modo suo bello e speciale comunque. Ambientato negli Stati Uniti degli anni Ottanta, il film segue la famiglia Yi dall'Oriente all'Arkansas. Partiti con il desiderio di mettere su una fattoria dove coltivare frutti e ortaggi asiatici, i protagonisti si ritrovano a condividere una bizzarra casa su ruote e venti ettari che, nei giorni pari, somigliano al giardino dell'Eden in terra. Mentre il cocciuto capofamiglia Steven Yeun investe anima e corpo nel suo sogno americano, la moglie trascurata patisce l'isolamento: smetteranno di litigare grazie alla suocera – Yoon Yeo-Jeong, in odore di statuetta –, esilarante vecchina che non cucina biscotti né prega per il Paradiso, ma in compenso impreca e rubacchia. In una casa in cui c'è bisogno di acqua corrente, manodopera e benedizioni, a portare dolcezza incommensurabile è il punto di vista del piccolo David: primo di una lunga galleria di personaggi adorabili, indossa gli stivali da cowboy e cerca di non affaticare troppo il suo cuoricino malandato. Meglio evitare le emozioni negative. Su misura del protagonista, così, Lee Isaac Chung cuce una saga familiare quieta, solare, delicata in maniera disarmante. Un incanto bucolico ben più significativo di Elegia americana, dove l'erba commestibile sulle anse del fiume – il “minari” del titolo – viene a simboleggiare l'arte di cavarsela. Un gioiello d'altri tempi, per imparare a vivere meglio e saggiamente i nostri. (8)

Sono i nomadi di oggi. Hanno condotto vite uguali ma diverse. Adesso, reduci da drammi e declassamenti, si riconoscono in quanto simili. Si sfiorano. Negli spiazzi affollati. Nei parcheggi per le roulotte. In un film ispirato all'omonimo reportage di Jessica Bruder. C'è una malata terminale all'inseguimento di un ultimo viaggio della speranza. C'è chi, in pensione anticipata, sogna la libertà. Chi, ancora, giovanissimo, è appena scappato di casa. Poi c'è lei, Fran: vedova in cerca di lavoro. Che si arrangia, chiede aiuto e, qualche volte, lo dà. Che si sposta inseguendo l'ispirazione, la fortuna, sé stessa. Finché un brav'uomo non la tenta con la stabilità. La rivelazione Chloé Zhao ha un bel bagaglio di storie dal quale attingere e uno sguardo partecipe, commosso. Piacciono i rituali e l'armonia dei suoi nomadi. Piace al solito Frances McDormand, tenera e ruvida come soltanto lei sa essere, alle prese con il personaggio di una novella Thoreau (non cita a memoria Walden, però, bensì un celebre sonetto di William Shakespeare). Ma Nomadland, piccolo, onesto, genuino, nonché splendidamente musicato dal nostro Einaudi, in parte confonde: è un documentario, più che un film, e stranisce allora trovare un'attrice affermatissima, per quanto aderente al ruolo, in mezzo ai reali attanti. Probabilmente, dopo il Leone d'oro a Venezia e il trionfo annunciato ai Golden Globe, vincerà anche l'Oscar al Miglior Film. La cosa non scontenterà nessuno, neanche il sottoscritto, ma il risultato complessivo mi è parso frammentario e delicato. Sin troppo. (7)

Un ingegnere in pensione viene accudito dalla primogenita mentre l'Alzheimer, inarrestabile, gli ruba gli ultimi scampoli di vita e di memoria. Esordio alla regia per il drammaturgo Florian Zeller, The Father racconta la senilità con un approccio parzialmente nuovo. Dramma dai risvolti inesorabili, vanta infatti un montaggio da thriller e una sceneggiatura caleidoscopica fedele alle percezioni falsate del protagonista. Sospettoso, crudele e aggressivo, anche se ironico e affascinante all'occorrenza, l'ultraottantenne Anthony Hopkins lascia attoniti davanti all'ennesima prova magistrale; un delirio ossessivo in cui subodora cospirazioni e tradimenti, puntando il dito a destra e a manca. Chi ha rubato il suo orologio? Chi ha cambiato l'arredamento? Come mai i più non vedono l'ora di chiuderlo in un ospizio? Amorevole e devota, benché sull'orlo di una crisi nervosa, lo assiste una misurata Olivia Colman. Rigorosamente britannico, il film d'impostazione teatrale trasuda eleganza e manierismo. Per certi versi troppo patinato, per altri originalissimo nel restituirci la confusione di Hopkins, The Father è un singolare home invasion in cui le nebbie della malattia cozzano un po' con la lucidità della regia. Troppo cerebrale, troppo scritto, troppo ragionato, dimentica presto l'intenzione di raccontare l'Alzheimer dal punto di vista di chi soffre realmente d'Alzheimer. In ogni caso, nella moquette di questo salotto alto-borghese, in questo magma temporale tenero e spaventoso insieme, è una goduria sprofondare in compagnia di un interprete impareggiabile. (7)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere, scriveva il francese Charles Baudelaire. In una Danimarca altrettanto decadente, un gruppo di frustrati professori di mezza età decide di sottoporsi a un esperimento sociale per migliorare le loro relazioni in famiglia e a scuola: ossia, bere. Stando a un filosofo realmente esistito, infatti, per ogni litro di sangue il nostro corpo avrebbe bisogno di 0,5 grammi di alcol per essere perfettamente bilanciato. All'improvviso più partecipi dome docenti, mariti e amici, i protagonisti con l'etilometro sempre in tasca giurano di non superare i limiti del consentito. Ma quanto è facile perdere la bussola, se ci si mette di mezzo l'imprevedibile dio Bacco? Dopo le infruttuose parentesi americane, Thomas Vinterberg torna alle origini danesi. Porta con sé il sempre grande Mads Mikkelsen – misuratissimo, qui depone la consueta aria ammaliante per un personaggio fragile e insicuro – e la fidata camera a mano, puntando agli Oscar. Pare, vincerà. Ma per me, a lungo indeciso tra provocazione e moralismo, tra dramma e commedia, il film è ben lontano dai fasti del Sospetto. Dopo una brillante prima, la riflessione sull'insostenibile leggerezza dell'essere (sbronzi) esaurisce in fretta lo spunto eversivo e si trascina su sé stessa, in un prevedibile vortice di autodistruzione. Martin, uomo di mezza età e marito insoddisfatto, riuscirà a lasciarsi alle spalle le inibizioni? E a smettere quando vuole con il vizio dei cicchetti di prima mattina? Nonostante tutto, la chiusa danzereccia è già cult. (6,5)

lunedì 20 aprile 2020

Recensione: Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout

| Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout. Fazi, € 18,50, pp. 383  |

Mia carissima Olive, 
ti scrivo per dirti che ti ho finalmente letto. Pensavo di conoscerti a sufficienza, infatti, ma mi sbagliavo. Anni fa, di questi tempi, ho conosciuto la tua storia grazie alla stupenda miniserie che portava il tuo nome. Ma quattro episodi erano troppo pochi per contenerti. Tu, che sei incontenibile. Tu, che sei presente anche nell’assenza. Tra le pagine del premio Pulitzer Elizabeth Strout, è stato come incontrarsi daccapo. Ho dovuto riabituarmi al tuo caratteraccio, ai tuoi sbalzi d’umore e alle figure che orbitano intorno a te – in tutta sincerità, sei il sole –, anche se ricordavo bene le scortesie di quella Frances McDormand che ti ha interpretato così amorevolmente. Da anziano voglio essere proprio come voi. Ti rifiuti di scendere a patti con la tecnologia, sputi spesso sentenze, centellini le moine e i gesti d’affetto. Sei silenziosa, nell’amore e nella rabbia: lo sei nel dolore. Ingrigirai cullata da una radiolina transistor, solitaria e piena di senso del decoro: una macchia di gelato sul vestito, a un certo punto, diventerà il simbolo del tuo invecchiamento – sto forse perdendo i colpi, ti chiederai?

Non abbiate paura della vostra fame. 
Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.

Anch’io, come te, ho studiato per diventare insegnante. Nonostante vada dicendo che questo mestiere non mi piaccia, mi ha fatto riflettere il modo in cui gli ex alunni parlano di te. Dev’essere bello plasmare giovani menti, dev’essere bello lasciare il segno, benché tu sia la prof di matematica che nella vita di tutti i giorni mi avrebbe fatto pagare il mio scarso applicarmi. Spesso sono proprio loro, gli studenti, a nominarti. O i tuoi vicini di casa, le cameriere o le musiciste del pianobar, che compongono il coro polifonico che canta te, i pettegolezzi grandi e piccoli e la cittadina di Crosby, Maine. 
Preso d’assalto dai pensionati, che si trasferiscono sulla costa per respirare aria buona, il Maine fa da sfondo a incidenti degni di Stephen King e un’umanità sonnacchiosa ma irresistibile. L’autrice fa sì che diventi la cornice narrativa di ben tredici racconti: comprendono tradimenti, matrimoni e funerali, fughe e nuovi arrivi. C’è una donna che accoglie il genero armata di fucile, e un’altra che tollera il mal di vivere a furia di antiacidi. C’è perfino un omicidio brutale, con la famiglia dell’assassino che chiude gli scuri per sopravvivere alla vergogna. Sono frequenti i suicidi, inoltre, perché la malinconia del paesaggio nuoce alla salute dei più fragili. Sono sincero: qualche racconto sembra meno indispensabile di altri. In alcuni sei infatti una presenza incidentale, e per tutto il tempo mi sono ritrovato a torcermi in attesa di vederti svettare nella folla: robusta e appesantita, strizzata magari in un vestito con le stampe di gerani.

C’erano giorni, se lo ricordava, in cui Henry le teneva la mano mentre tornavano a casa, due persone di mezza età, nella pienezza degli anni. Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva. Ma ora lei aveva quel ricordo, un ricordo sano e puro. Forse erano il suo ricordo più puro, quei momenti sul campo da calcio.
Se fossimo in un film, tu non saresti la protagonista col nome di richiamo sul poster, bensì una di quelle caratteriste onnipresenti ma di basso profilo, di cui si finisce sempre per scordare le pellicole che hanno girato, ma che in silenzio fanno la differenza sulla riuscita generale. Eccoti infine, con accanto tuo marito Henry, farmacista adorabile proprio come lo ricordavo. Come faresti senza di lui? Soprattutto ora che vostro figlio è scappato dall’altra parte del Paese e, in combutta con un terapista, ti rinfaccia i torti peggiori? La colpa, da Freud in poi, è sempre delle madri? Ne hai di colpe, sì. A volte sei crudele e non te ne rendi conto. Ma agitata e cristallina come l’oceano, conosci momenti di calma che nella loro semplicità emozionano fino alle lacrime.

Quando tornò a casa gli telefonò. «Le piacerebbe pranzare insieme uno di questi giorni?». «Vorrei cenare insieme», rispose lui. «Mi darebbe qualcosa da aspettare. Se esco a pranzo, poi avrò ancora davanti il resto della giornata».
Sei una persona metodica: ti svegli alle sei, ceni alle diciassette, percorri a passeggio dieci chilometri sul lungofiume. Hai «le passioni e i pregiudizi di una campagnola», e nei vai fiera. E non pensi, invece, alle piccole esplosioni che condividi con lettori sconosciuti? A Henry, che ti abbraccia a sorpresa e ti aiuta a piantare i tulipani; ai bambini cresciuti che in strada ti ringraziano e ti riconoscono; allo spirito di osservazione che – a dispetto del pensiero di farla finita – ti fa realizzare che è impossibile diventare immuni alla bellezza del mondo? Così continui a coltivare la tua curiosità intellettuale, a compiacerti delle sciagure degli altri per ridimensionare le tue, a innamorarti delle cose e delle persone. In strappi alla regola liberatori e struggenti, che in questi giorni hanno reso il tuo romanzo una fuga dalla realtà, per quanto, a ben vedere, di realtà parli. E sapere che c’è un seguito ad attendermi – che leggerò più in là, con parsimonia – mi rende grato del tempo che avremo. Non smetti di insegnare nemmeno in pensione e io, sulle tue orme, non smetto di imparare. 
Mia carissima Olive, ti scrivo per dirti che in questo brutto periodo mi è successa una cosa bellissima: tu.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elivis Presley - Love Me Tender

lunedì 15 gennaio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Tre manifesti a Ebbing, Missouri | Coco

Alle porte di Ebbing, Missouri, non esiste giustizia. Non cresce l'erba, su una strada di campagna percorsa o dagli idioti, o da quelli che si son persi. Dove il terreno è più scuro, cicatrice di un crimine già vecchio di un anno, qualcuno ha arso il cadavere di una diciassettenne. Questa, però, non è la sua storia. In città i più hanno finto di dimenticarla: abili a distogliere lo sguardo, meno a porgere l'altra guancia. Alle porte di Ebbing, Missouri, così sorgono dal nulla tre manifesti rossi come il peccato, sui cui campeggiano domande senza risposta. Le accuse pesantissime di una mamma coraggio che, a colpi di intraprendenza, disturba il sonno di forze dell'ordine che non prendono né pesci né assassini impuniti. Questa è la sua storia, e parte dai sentieri sterrati, dalle voci di corridoio, dalla fine. Quando purtroppo non esiste altro scopo nella vita e la furia prende di mira l'immobilismo – alla cieca però. Una granitica McDormand, a cui è impossibile strappare gentilezze o sorrisi, gioca a fare la vandala in una gara già persa contro il dolore più devastante: le restano i dubbi del figlio Lucas Hedges, gli approcci galanti dell'insolito Dinklage, gli sfottò verso un ex traditore e tante di quelle parolacce, tanti di quei debiti, da costringere magari la verità a palesarsi. Lo sceriffo in fin di vita di Harrelson, insospettabilmente dolce e abile con le parole, cerca di non prenderla troppo sul personale. Ma al suo vice, un Rockwell smidollato, razzista, strepitoso, piace essere il braccio violento della legge: nella stessa casa, ha una mamma insopportabile che lo rimbecca di continuo. Se autore e regista è Martin McDonagh, mente folle dei per me poco memorabili In Bruges e 7 Psicopatici, le conseguenze saranno disastrose e tragicomiche. Ci faranno un po' ridere e un po' piangere del destino di queste tre anime derilitte in cerca di moventi, seconde chance e premi Oscar. Three Billboards, commedia di un nero senza fondo con dialoghi da manuale e interpreti al meglio, è un bagno di male da cui si esce annaspanti, grati, toccati – colpiti in pieno petto. Difetto isolato, tocca riconoscerlo: ci si rischia di trascinare in un epilogo dilungato, ripetitivo, che tuttavia fa stringere i denti e le dita. Si perdona, ci si vendica. Si piantano i fiori, e una donna in tuta da meccanico se ne prende cura, perché ha un cuore nero ma il pollice verde. Si aspetta che un cerbiatto – un segno, diremmo, se solo si credesse ancora nei miracoli – torni a brucare. Alle porte di Ebbing, Missouri, finché c'è rabbia c'è speranza. (8)

Ammetto subito la mia colpevolezza. State leggendo, infatti, l'unico parere così così su quel Coco apprezzato in lungo e in largo. La sola persona al mondo, forse, ad essere rimasta impassibile davanti alle emozioni annunciate di un capolavoro Pixar che tale, purtroppo, non mi è parso. Ma sì, resto uno che crescendo si è scoperto inspiegabilmente scettico davanti alle prodezze della favola: le eccezioni esistono, vedasi le lacrime copiose versate per la bellezza del sottovalutato Il piccolo principe. Gli spettatori, lo so, per Coco si struggevano. I critici, anche loro in preda al pianto, si davano a lodi sperticate. Un po' come accaduto con Inside Out di cui almeno riconoscevo l'originalità dello spunto – la visione dell'ultima fatica di Lee Unkrich mi ha lasciato amareggiato e con gli occhi asciutti. Come se, in difetto io, non avessi saputo apprezzarlo. A metà fra La musica nel cuore e La sposa cadavere, ma con le insolite ambientazioni del Libro della vita, il film racconta l'avventura del piccolo Miguel – aspirante chitarrista in una famiglia di calzolai che la musica l'ha messa al bando – e il suo viaggio ultramondano, durante il Giorno dei morti, alla ricerca del beneplacito di un trisavolo celebrità. Lo accompagnano un amico a quattro zampe, che non a caso si chiama Dante, e un musicista senza arte né parte che ha paura di scomparire se dimenticato. Intuibilissimo dall'inizio alla fine per via delle incertezze della sceneggiatura, Coco trova nelle indiscrete gioie del comparto tecnico e nella tenerezza verso una vecchina che somiglia tanto alla nonna che non ho più (lei, la donna di cui il titolo parla) motivi per perdonare la banalità del villain, il ruolo lampante di alcuni comprimari e perfino quella chiusa già scritta in partenza, che eppure ha toccato le anime sensibili. Coi suoi colori accattivanti e una colonna sonora in forse, perché maltrattata impunemente dalla solita edizione italiana, parlando di morte e memoria, la Pixar convince senza rischiare. Ponte che non si è mai aperto, almeno non del tutto, fra una dimensione e l'altra; fra me e un'animazione che ogni anno sembra passare a timbrare il cartellino, sotto le feste, consegnando il compitino corretto e convenzionale che non conquista. (6,5)