venerdì 10 aprile 2015

Recensione a basso costo: Suite Francese, di Irène Némirovsky

Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna resta una specie di Eden dove non ci sono né morte né guerre, dove le belve e le cerbiatte giocano in pace. Si tratta solo di ritrovare quel paradiso, rifiutando di vedere tutto il resto. 

Titolo: Suite Francese
Autrice: Irène Némirovsky
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 415
Prezzo: € 4,90
Sinossi: "Suite francese", pubblicato postumo nel 2004, è l'ultimo romanzo di Irène Némirovsky. Scritto agli albori del secondo conflitto mondiale a Issy-l'Évèque, in Borgogna, è un affresco spietato, composto quasi in diretta, della disfatta francese e dell'occupazione tedesca, in cui le tragedie della Storia si intrecciano alla vita quotidiana e ai destini individuali. È un caleidoscopio di comportamenti condizionati dalle aberrazioni della guerra, dalla paura, dal sordido egoismo, dalla viltà, dall'indifferenza, dagli istinti di sopravvivenza e di sopraffazione, dall'ordinaria crudeltà, dall'ansia di amore. È il racconto della passione, ambigua e tormentata, che nasce tra una giovane donna il cui marito è disperso al fronte e un ufficiale tedesco. Con lucida indignazione ma anche con pietà, Némirovsky mette a nudo le dinamiche profonde dell'esistenza umana di fronte alle prove estreme e scrive un insperato capolavoro della letteratura del Novecento.
                                       La mia recensione
Ho un'immagine che non riesco a togliermi dalla testa. La Némirovsky sopresa dai tedeschi mentre, seduta alla sua scrivania, con la stella a cinque punte cucita sul petto, pensava ai movimenti conclusivi della sua lunga suite francese. Un poema sinfonico in cinque atti, di fughe disperate e furtiva dolcezza e poi boh. Appunti sparsi, indecifrabili, che forse comprendevano altre trame, altro amore; finalmente la pace. Volano dalla finestra, in una nevicata di fogli bianchi, e lei viaggia su un treno che non torna indietro e non vola. Magari anche allora aveva continuato a pensare ai suoi figli e ai suoi personaggi. Ma non ci si ferma davanti all'odio, all'incompiuto, e quell'opera a metà – decenni e decenni dopo – è stata pubblicata postuma. Prima delle aste tra editori e della conquista delle librerie era già un classico. All'inizio troppo piccolo per apprezzarlo, poi - nell'età della ragione – incerto su come parlarne, l'ho inserito nella lista dei desideri sicuro che lì, in tutta franchezza, se ne sarebbe stato: mi fanno paura le promesse di capolavori, il senso d'infinito che un punto mancato sa dare, le pagine vuote. Le melodie che si interrompono perché hanno sparato sul pianista. Quindi, il sangue sugli spartiti. Suite Francese era incompleto, ma in che senso? Complice la trasposizione cinematografica, accolta senza particolari clamori e con tanta commozione, sono fioccate ristampe in economica e nuove recensioni. Gli occhi puntati sul racconto, in parte una storia d'amore, e solo alla fine sul dramma dell'autrice. Irène Némirovsky avrebbe voluto così, che fosse ricordata attraverso una storia. L'ultima. E recentemente, coi trailer in tivù e i paragoni, mi sono accorto di come Suite Francese non stesse tutto lì, nel pensiero cupo della deportazione, ma fosse un romanzo vero e proprio; un testamento spirituale e narrativa insieme. Per gli indecisi cronici, sappiate che Suite Francese si lascia leggere con impensata velocità, amare e all'evenienza – ma non è il mio caso - criticare. Non ci sono pensieri e reazioni fuori luogo; va bene tutto. Diverso da come lo immaginavo, da molti custodito su una specie di altarino con ceri e incensi, è aperto, e aperto alle chiacchiere, alle critiche, alle confutazioni di lettori medi. Che leggono tanto, i classici a tratti li temono e, capaci di sostenere pazientemente i ritmi lenti dei capitoli introduttivi, non siano per forza dotati di puzza sotto il naso e gusto sopraffino. Il romanzo è per tutti e, alla reverenza iniziale, a quello sfogliare le pagine pianissimo che è un po' come camminare sulle punte, vanno sostituendosi un interesse vero e un'immediatezza che, al contrario del libro stesso, invece non è da tutti. Le autrici di oggi si danno arie da gran dame in melodrammi guerreschi che, con uno stile infiocchettato che sembra soltanto lento e pacchiano, ambirebbero alla serietà e invece conquistano scaffali con tutte le sfumature del rosa. 
Chiamasi polpettoni, quei romanzi: studiati nel dettaglio, fiutano lo strazio, il profumo delle lacrime, la possibilità facile di farsi cinema. Ogni tanto mi piacciono, ma Suite Francese per fortuna è diverso. Semplice, quotidiano e un filino ironico, perché la Nèmirvosky – persona che ci sarebbe piaciuta molto – rideva tra se e se anche allora, coi soldati armati sotto casa e gli sguardi sdegnati dei suoi concittadini. Il tipo di donna che, come quella di cui canta Hozier, sghignazza in chiesa e ride ai funerali. Avrei dovuto saperlo, avendo letto anni fa un suo racconto, Il ballo; aspettarmi perciò descrizioni evocative, splendide, di quelle che non si trovano più, e l'umorismo inopportuno ma irresistibile che ogni tanto rimproverano anche a me. La Némirovsky disprezzava più il borghese del nemico tedesco, si fidava meno del vicino di casa che del giovane invasore che sbucciava un'arancia, un mandarino, e con un sorriso buono offriva spicchi succosi ai bambini. Questa guerra vissuta nelle campagne e nei borghi delle cartoline scoppia col caldo e le bombe, mentre i ricchi si riversano per strada con gli abiti dei giorni di festa e i gioielli cuciti nelle tasche – confidando nel potere del denaro, che trova la sua kryptonite in una miseria che non guarda in faccia nessuno – e i poveri sperano, nelle casupole di paglia che il soffio del lupo fa crollare. Il Suite Francese che leggiamo noi, sprovvisto dei tre movimenti conclusivi, è piccolo ma contiene due volumi. 
Nel primo, quello che si muove piano piano, l'autrice – in terza persona – salta da un punto di vista all'altro, seguendo personaggi che in molti casi non troveremo andando avanti e scappano per mettere tutti i chilometri possibili tra loro e il fulcro dell'uragano. Inizia la guerra. La combattono i figli e i mariti, i giovani, con città abitate solo da donne e codardi radical chic che si barricano nell'ozio letterario. La signora Péricand che ricorda il servizio di piatti buono e scorda a casa il suocero; l'intellettuale Gabriel Corte derubato di un paniere pagato un capitale; i pacati coniugi Michaud e il loro figlio sfortunato che sopravvive al conflitto ma non alle insidie dell'adolescenza; la timida signorina Labarie che si è innamorata del suo ospite, un soldato ferito, e prega che il marito disperso non bussi alla porta tanto presto. Il secondo movimento, Dolce, è la quiete dopo la tempesta. Ma il vento si è fermato in città, il tifone indossa la divisa di un altro colore e in quella pace fasulla, al tramonto dell'Armistizio, francesi e tedeschi siedono alla stessa mensa. Inconciliabili come la pioggia e il fuoco, coinquilini per forza, tra un silenzio che riempie e la musica del pianoforte, scoppia con discrezione la passione tra Lucile Angellier e il tenente Bruno von Falk. Lei misura le parole, sorvegliata da una suocera gelida, ma bastano ottantotto tasti e lui riesce a mettere in musica la guerra che ha visto. Sono significativi e si lasciano leggere in un soffio, loro, ma non perché al centro della più grande storia d'amore mai raccontata che le fascette promozionali annunciano - si danno per sempre del lei, si scambiano appena un bacio, ma diventano esempio di una concordia che ancora non esiste, svariate generazioni dopo, ma per chi la desidera forte appare comunque a portata di mano. La Nèmirovsky riconosce con pietà e compassione l'umanità degli stessi uomini che un giorno l'avrebbero uccisa e, se anche avesse potuto, sfuggita agli orrori di Auschwitz, non sarebbe ritornata sui suoi passi. Avrebbe ugualmente ignorato l'accento straniero; riportato la galanteria e la delicatezza di chi obbediva all'ordine di essere cattivo; descritto quei giovani abbronzati e biondi che avevano fatto innamorare anche mia nonna, che al tempo era appena bambina; perdonato. Questione di prospettive e punti di vista, e lei sa mostrarceli tutti. Una vinta tra tanti racconta i vincitori, con la leggerezza di chi guarda le cose dalla giusta distanza e non mette chincaglierie a nascondere le crepe delle nostre contraddizioni e i fiori della loro indulgenza. 
“Lo sappiamo che l'essere umano è complesso, molteplice, diviso, sorprendente, ma ci vuole un tempo di guerra o di grandi rivolgimenti per scoprirlo. E' lo spettacolo più appassionante e terribile. Non possiamo illuderci di conoscere il mare senza averlo visto nella tempesta come nella calma. Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in un tempo come questo, li conosce. Solo lui conosce sé stesso.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Patrick Doyle – Kissing in the Rain 

mercoledì 8 aprile 2015

I ♥ Telefilm: Olive Kitteridge, Shameless US

Olive Kitteridge
miniserie tv
Avrei avuto bisogno che qualcuno mi rassicurasse. Che mi dicesse ma no, Michè, guardalo Olive Kitteridge perché non ti annoi. Quattro ore complessive che sembran tante, la vita comunissima di una donna americana di cui sinceramente chi se ne frega, a produrre quella HBO che non sbaglia mai ma ha i suoi ritmi non da tutti. Anche True Detective, bellissimo, avevo dovuto lasciarlo e prenderlo, perché andava piano. Ma chi va piano va sano e va lontano. Io pure ho i miei tempi: ho fatto passare cinque mesi prima di vedere questa miniserie, con la scusa di volere recuperare l'omonimo romanzato di Elizabeth Strout, quando l'intenzione c'era ma mica tanto. Stava bene in wishlist, ma chissà sul mio comodino... Certi romanzi non li leggo per paura che non mi piacciano, che non ci stia troppo appresso, e che abbia di conseguenza vergogna ad ammetterlo pubblicamente. Come ci si comporta con le autrici premio Pulitzer? Arrivo sempre un po' in ritardo, perciò, ma arrivo. La regola del perfetto scribacchino impone la creazione di un protagonista che sia quasi sempre affabile e accondiscendente: un personaggio facile da condurre nelle danze. Altrimenti né scrittore né lettore sanno gestirlo. Olive è l'eccezione. La maestra di matematica che ti terrorizzava alle elementari, la vecchia bisbetica che ti scaccia dal suo giardino, la genitrice normativa e fredda. Come capita parlando dei miei nonni, di quanto siano diventati irascibili con l'età, uno butta la scusa sugli acciacchi della vecchiaia, pesi sull'anima. Invece lei, eroina eponima, era sgradevole anche da giovane, con un grande amore represso, un figlio mediocre, un marito bonario che avrebbe meritato una donna migliore. Richard Jenkins, marito esemplare e uomo dolcissimo, ha la triste sorte della gente troppo buona e il personaggio più adorabile in circolazione, che si sposa benissimo con il suo sorriso rassicurante: come non volergli bene? La sua poco dolce metà – accanto alla svampita Zoe Kazan, a Rosemarie DeWitt, a un Bill Murray a sorpresa – è la meravigliosa Frances McDormand, alle prese con il ruolo di una carriera. Lei so chi è, so che è bravissima, ma non saprei dirvi così, su due piedi, che film abbia fatto: eterna comprimaria, finalmente resta impressa con un ruolo interessantissimo e arduo, all'interno di produzione magistrale che ruota intorno a lei. Parte dalla fine, con un bosco in autunno, un picnic solitario e un colpo in canna. Come Colin Firth in A Single Man, sola, ma con meno desiderio di farsi bella e più voglia di ridere (dei guai altrui). Olive ti scaccia e pensa a morire in santa pace, cerca il tuo odio, ma è per questo che la adori e continui a cercare la sua compagnia quando i quattro episodi finiscono. E' come quello Stoner che voglio leggere e quell'Academy Street che sarà la mia prossima lettura. La storia di una vita ordinaria. Gli episodi mostrano come una convinta misantropa possa essere importante, suo malgrado, per l'altro: in alcuni è un comprimario; in altri una semplice comparsa; e solo alla fine diventa protagonista assoluta, nel ritratto di una solitudine crudele che strazia. Quarant'anni che fluiscono mentre i volti invecchiano gradualmente, le calze contenitive comprimono le vene varicose, i figli si sposano e divorziano, la pianista del bar va a suonare negli ospizi, appeso al chiodo un sogno. Mi sembra pleonastico parlare del resto, ma proviamoci: la qualità dell'intera resa che tocca livelli straordinari, il certosino lavoro dei truccatori, l'ingiustizia che ai Golden Globe non abbia vinto niente quando meritava tutto, la complessità di uno script che non deprime né annoia, strappandoti un mondo di risate e anche qualche gemito. Non la classica storia nelle mie corde di una Scrooge donna che impara ad amare. Alcuni uomini nascono con cuori da casalinghe, alcune donne con attributi da generali nazisti, e Olive Kitteridge celebra gli scherzi della vita, gli incastri perfetti e la coincidentia oppositorum. Basta avere un Henry accanto, un bassotto disobbediente, stringere i denti. E non lo faccio, non mi piace procedere al contrario, ma questa volta sì. Un'eccezione per una protagonista eccezione. Vedere la trasposizione televisiva – e l'aggettivo “televisivo” è da virgolettare, perché Olive Kitteridge è meglio di tanto cinema: sicuramente meglio di tutto il cinema visto nei primi mesi dell'anno nuovo – e avere voglia di recuperare il romanzo. Per saperne di più e per avere Olive accanto, nonostante le sue occhiate torve a dire che farebbe a meno di me: un lettore di meno, un guardone di meno. Uno di meno a giudicarla una cattiva madre, una moglie senza amore, una vicina sgarbata: una bastarda, e per sua stessa natura, senza desiderio di espiazione. (8,5)

Shameless
V Stagione
Il primo mese dell'anno e il ritorno delle serie che amo. Gennaio e Shameless ormai da cinque inverni. Noi, inseparabili. Lo consiglio, lo spammo, lo impongo come una dittatura forzata: tutti i miei amici lo seguono ormai, perciò seguitelo. E' una delle poche cose che accomuna me e mio fratello, che abbiamo gusti inconciliabili: una volta a settimana, quando non sono a casa, ci sentiamo e facciamo un recap appassionato. Hai visto cos'è successo a Fiona? Hai visto che è ritornato Jimmy? Hai visto cos'altro ha combinato Frank? Così, come fossero amici in comune. Roba di famiglia. Quest'anno Shameless ci ha messi d'accordo a colpi di comicità, vandalismo e parolacce, scoprendosi – al solito – ben pensato e a tratti tenero in modo assurdo. Sarà che gli atti di dolcezza dei bulli sono i più rari e i più sinceri. E che quella Chicago malfamata e criminale ha un senso della famiglia che suscita invidia; nido d'affetti tra spacciatori, prostitute russe, pazze a piede libero, aspiranti senzatetto come i loro papà. Ma qualcosa sta cambiando, sulla scia della chiusa di una quarta serie, ingiustamente ignorata nella stagione dei premi, che ci aveva regalato il meglio. Arrivano gli agenti immobiliari nel quartiere, Fiona ha trovato il posto fisso, Carl fa progressi con la carriera di pusher, Debbie si sogna già mamma e Ian si sogna sano, Lip ha grandi potenzialità e finanze ristrette, Frank – rinato a nuova vita – è la solita vecchia spugna. Emmy Rossum, mostruosa nella scorsa stagione, qui si districa tra triangoli sentimentali e indecisioni. Seduce Dermot Mulroney, mette la testa a posto con il romantico bluesman Steve Kazee e ci ricasca con il fuggiasco Justin Chatwin, che torna in città per la "sua" ragazza e per reclamare un cameo, visto che il suo sedere ormai è parte della storica sigla. Niente di che neanche per Jeremy Allen White, che va a letto con la sexy prof Sasha Alexander e poco più. Gli affiatati Veronica e Kevin vanno in crisi con la nascita delle gemelle, anche se crisi ben più importante è quella tra Ian e Mickey: sono venuti allo scoperto, ma la follia scorre nel sangue dei Gallagher e il bipolarismo di Ian li mette in ginocchio. Sono giovanissimi – e per me la coppia più bella della tivù – e la sceneggiatura, a sorteggio, condanna loro alla tragedia, rendendo il primo instabile e il secondo inerme. Bravissimo è Noel Fisher, con uno dei comprimari più indimenticabili e i momenti intensissimi di una stagione altrimenti fin troppo tranquilla; al massimo Cameron Monaghan, con un ruolo difficile e la problematicità che, negli episodi scorsi, aveva caratterizzato la matura Fiona. A dare un'occhiata al lato selvaggio anche Bojana Novakovic nelle vesti di Bianca, giovane dottoressa in fin di vita che, rinunciando alle cure, fa roulette russe di prive volte accanto al mattatore William H. Macy – sessantacinque anni e non sentirli. Dei più significativi nemmeno l'episodio conclusivo, purtroppo, che manca dell'epicità che un vero finale di stagione meriterebbe: sembra una puntata qualsiasi. Dopo tragedie e sconvolgimenti, dure prove per personaggi e spettatori, Shameless si apre alla freschezza. Da loro l'estate sta finendo, le campanelle stranno per richiamare i ragazzini sui banchi, non è ancora tempo di fingersi politicamente corretti per il Natale. I primi episodi sono spassosi. Un respiro di sollievo, giacché le sorelle modello non vanno in prigione, i pochi innocenti non rischiano la morte, i drammi sono meno drammatici e anche meno accattivanti. I toni si elevano, calano il classico realismo e la cupezza, ma la pecca di questa quinta stagione è che resta troppo lieve, nonostante personaggi in evoluzione e nuovi ingressi. L'interesse non cala, l'intrattenimento è assicurato, ma si farà ricordare - in generale - di meno. Non diventa la solita comedy, quindi niente paura, però osa pochi exploit mentre le svolte si fanno grottesche e le sottotrame numerose; forse anche difficili da gestire in maniera credibile, in un vicino domani. Noi ci fidiamo. (7,5)

giovedì 2 aprile 2015

Pillole di recensioni: Come un ricordo che uccide (Durrant), Il re degli incasinati (Going)

Titolo: Come un ricordo che uccide
Autrice: Sabine Durrant
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 373
Prezzo: € 17,90
Il mio voto: ★★★½
La recensione: Il successo cerca successo. La moda genera moda. Dopo il boom di Gone Girl, ecco romanzi su coniugi che s'odiano e su matrimoni pericolanti. Gillian Flynn non ha scoperto l'acqua calda, ma i suoi sposi infelici si lasciavano amare, smuovendo odi sopiti e minacciando tormenti. Quello di Sabine Durrant non è il novello L'amore bugiardo che le fascette promettono e i paragoni sono colpa delle trovate pubblicitarie, non di questa scrittrice che, elegante e talentuosa, è da tenere d'occhio. Prima della Flynn, che con Fincher ha scoperto però l'America, anche Sophie Hannah bazzicava dalle parti degli avvocati divorzisti, dei salotti borghesi, dei gialli coi fiori d'arancio. La Durrant sperimenta in maniera convincente gli schemi del thriller e si avvicina più alla Hannah, che a me comunque non fa impazzire, che all'incontrastata Gillian. Però non è poca cosa. Perché il romanzo raffinato, accattivante e un po' romantico, come la copertina suggerisce – non nasconde sicuramente i fuochi d'artificio in un finale poco in grande, ma semina suggestioni, indizi e brividi. C'è più fumo che arrosto, ma ti diverti nello scoprire questa nuda verità e nell'esplorare capitoli che sono vortici sospesi di isteria, angoscia, paranoia. L'autrice ci sa fare: non si lascia scappare di mano le regole della suspance. La gestione del doppio punto di vista è funzionale e convincente. I capitoli sono svelti e hanno il ritmo di un duetto che sfiora talora note stridenti. La Cornovoglia regala scenari originali, soprattutto se così ben descritti. Ha una struttura articolata con cura, ma una trama che non è pensata da una mente superiore. La Durrant spaventa la concorrenza maschile perché scrive con più classe degli uomini, ma non per le punizioni che promette ai traditori. Qui, come i telegiornali raccontano e la banalità del male prevede, è un uomo a tormentare una donna. Storia di ordinaria violenza domestica poco fisica, ma psicologicamente spossante, che prosegue anche quando l'incubo sembra finito. Dopo la morte. Quel marito pieno di segreti e spigoli, con vecchie fidanzatine morte come nella stanza di Barbablù, davvero non c'è più? Chi altro l'ha amato, e chi è quell'adolescente che conosceva a fondo i suoi lati oscuri? Quello che colpisce è l'amore di Lizzie, mite bibliotecaria e amica fedele, proprietaria di un cagnolone che è un dolce coprotagonista, verso il suo orco cattivo. E il fatto che quell'orco cattivo, che ti racconta i suoi misfatti senza peli sulla lingua, davvero accanto a lei avrebbe potuto aprirsi al bene. Alcuni sentimenti ti salvano, e alcune vittime potrebbero anche essere la tua cura. Ci sono alcune cose, poi, che non si possono sapere. Gli incontabili e se?. Come un ricordo che uccide vive nel ricordo e nella colpa, mentre si trasforma in un'indagine autoptica dell'altro lato del letto.

Titolo: Il re degli incasinati
Autrice: K.L Going
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 350
Prezzo: € 15,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Il titolo che è tutto un programma e io che immaginavo la storia di un casinista per professione. Liam è un'eccezione alla regola, una voce assai più timida di quel che sembra: ti risparmia la lezioncina facile, ma - tra le risate e gli incidenti di percorso – ti suggerisce una morale sempre valida. Ruota tutta attorno all'importanza sacrosanta di essere sé stessi. Figlio di una modella, Mister Popolarità indiscusso sin dall'asilo, il protagonista è vanitoso e alla moda; non disdegna un tocco di trucco, in casi estremi, ed è il maestro dei guai e degli abbinamenti vincenti. Ma non è gay, come lo stereotipo vuole, né un prepotente: venerato dai coetanei suo malgrado, è gentile e genuino, ma non abbastanza per suo padre. Di macelli ne ha fatti, ma non tanto da meritarsi quello: le porte in faccia, le valigie fatte sotto minaccia, una nuova destinazione. Ma Liam vorrebbe solo fare l'indossatore, anche se è “bello in modo assurdo”, ma non stupido come i protagonisti di Zoolander, e tornare a casa, anche se nella roulotte di zia Pete – un deejay omosessuale, con un vestito rosso che non mette più e una famiglia con cui ha tagliato i ponti, perché la sua confusa sessualità era per loro motivo di altra confusione – male non sta. Il re degli incasinati ha una voce maschile, anche se dietro le abbreviazioni di K.L Going si nasconde un'autrice. L'inequivocabile tocco di donna non toglie credibilità, però, e rende profondo un personaggio che si semplifica solo da sé, sentendosi stupido, a metà, perennemente fuori posto, quando ha un'interiorità che non contempla, al contario, i tipici luoghi comuni: pecora nera che sogna l'anonimato e l'invisibibilità, accanto a un'altra pecora nera con cui ha in comune geni e dispiaceri. Pete e i suoi amici, virili a modo loro e irresistibili, sono i riusciti comprimari di un romanzo cinematografico, dove non accadono parecchie delle cose che, invece, ci saremmo aspettati. Voci non spuntate, nella classica lista: storia d'amore giovanile, finale chiuso e consolatorio, risate slegate dal resto. Ci sono libri che scegli appositamente pur sapendo che non andranno mai oltre una certa valutazione, e va bene. Hai bisogno, ogni tanto, di sentirti la testa leggera e il cuore che sorride insieme alla faccia. Con un altro esame imprevisto, io mi fiondo sui libri leggeri. Alcuni, nelle ultime settimane, si sono rivelati insignificanti. Altri, come questo, uniscono semplicità e brio e ciò che ne viene fuori è un risultato non farà di certo urlare al miracolo, ma che fa una compagnia così positiva da non avere prezzo. “Non puoi creare l'amore. Devi semplicemente prenderlo ovunque lo trovi.”

martedì 31 marzo 2015

I ♥ Telefilm: Glee, The Casual Vacancy, Looking

Glee
The Final Season
Al tramonto del Glee Club, ho rinnegato l'universo e cuore a cuore con la tivù, pronto ai playback – perché ero certo che Don't Stop Believing sarebbe rispuntata – e a tamponare qualche lacrima furtiva. Questione di moscerini nell'occhio. O magari di sciami d'ape, o di ante di armadie a muri. Cose così. Non ho il pianto facile, è che sono un nostalgico. Pensavo che mi sarei commosso per quello che era stato e perciò mi ero barricato nella mia ricercata solitudine: se ci fossero stati i lacrimoni, ci sarei stato solo io. Non mi piace che ci sia gente intorno, quand'è così. Gli addii sono cosa personalissima: gli addii sono cosa mia. In pubblico pare brutto. Uno si trattiene. E l'ipotetico pubblico, a meno che non sia cresciuto con noi, non sa che cosa ha significato Glee all'epoca del ginnasio, dei passi incerti, delle cuffie dell'iPod fuse nelle orecchie, col mondo e i genitori contro. Chi guarda abitualmente serie Tv lo avrà sentito nominare: sa che è quella serie sugli adolescenti canterini, di cui la giovane star principale è morta in un'estate crudele per overdose, lasciando la produzione in balìa di scritture incerte, comprimari jolly, stagioni improvvisate da scordare. Lo scorso anno, una stagione scritta a mo' di fanfiction, quando tutto sembrava perduto, mi avrebbe risollevato: sarebbe stata il male minore. Se lo avete abbandonato, recuperate a tempo perso questi rassicuranti tredici episodi per vedere che lo cose vanno come era giusto che andassero: la morte di Cory ha messo in ballo tutto e il finale con Lea Michele che, dopo Broadway, torna a casa, dal suo Finn, è un'immagine bella e commovente che, purtroppo, non può essere. Era stata evocata in The Quarteback, quel vecchio episodio commemorativo che mi aveva fatto piangere il mare. Lucidamente, posso dirvi che qui c'è troppo. Mi piacciono le storie sospese, i sapori agrodolci e tutto mi è sembrato troppo affollato, troppo colorato, troppo felice, come se ci fosse il bisogno di mettere tutti i puntini sulle loro care i. Quella atmosfera di festa contagia, I lived la canti appresso a loro e ai OneRepublic, ma pensi. Pensi e dici che l'episodio della stagione scorda – “New Directions” – sarebbe stato senz'altro più perfetto per tirare le somme, beccandoti inconsolabile. Io la quinta serie l'ho detestata e non potevo credere che a Glee avessero fatto quello. Lo avevano forzato, scardinato, trasferito a New York. Ma Glee era roba di provincia e ragazzi qualunque, di hit da karaoke e buoni sentimenti, di aule e corridoi: una compagnia per superare gli anni del liceo. Va avanti da sei anni; tanti. Mi sfiora questo: la consapevolezza di quanto veloce passi il tempo, di cosa cambi e cosa invece no; l'immagine del vecchio me che, come il nuovo, d'altronde, stenta ad accettare i mutamenti tutt'intorno. Questo serial mi ha preso ragazzino e mi ha lasciato sulla soglia dei ventuno, proprio come Harry Potter – che, per carità, ha avuto ben altro significato – mi aveva conosciuto alle elementari e abbandonato otto film (e sette romanzi) dopo. L'ultimo episodio di Glee si è concluso all'insegna del benessere e della leggerezza e sono andato a dormire con l'animo sereno, quando invece mi aspettavo – emotivamente – meglio e peggio insieme. A scuotermi è l'idea che non ci sarà la settimana prossima, che dovrò trovarmi altri compagni di viaggio per altre avventure quotidiane: la chiusa mi ha lasciato soddisfatto, ma con gli occhi asciutti e con un po' di cose da dire. Dio, sono più Sue Silvester che Will. Preoccupante? A onor del vero, dunque, i due episodi conclusi – un ritorno al 2009 e un rigoroso The End – si trascinano gli stessi difetti di un'ultima stagione imperfetta, frettolosa, ma con la dote generosa della coerenza. Passi avanti rispetto allo scatafascio dello scorso anno. Ci si poteva comunque auspicare qualcosa di maggiormente curato, ma se hai resistito per sei anni – nella buona e nella cattiva sorte – eri preparato ai nuovi personaggi poco incisivi, alle punte kitsch, a una colonna sonora che purtroppo regala stentati picchi. Ma la cosa più bella e più brutta che posso dire della sesta stagione sapete qual è? Glee sembra scritto dai fan. C'è un certo provincialismo in questo, vero; una tendenza ai finali più che rosei rosa shocking - con matrimoni, futuri gloriosi, salti avanti e indietro, nodi che vengono al pettine -; ma c'è anche fedeleltà, amore. Sconfinato, cieco e stupido amore da parte di chi gli ha voluto tanto bene, mentre lo rendeva così, su misura di spettatore, e lui ci rendeva di conseguenza così, a un passo dal sogno. (6/7)

The Casual Vacancy: Il Seggio Vacante
Miniserie tv
Quando è arrivato in libreria, Il seggio vacante ha fatto parlare di sé. Prevedibile quando una dell'autrici più influenti del mondo, nome di spicco nel mondo della narrativa per ragazzi e non solo, si presenta con un imprevisto malloppone giallo e rosso, in cui tutto ruoto attorno alle imminenti elezioni cittadine e a un microcosmo perfettamente reso in cui ci si comporta da razzisti, traditori, egoisti: esseri umani. Il seggio vacante era una lunga commedia dai toni sarcastici, con personaggi popolosi e un umorismo britannico che lasciava scie velenose. I capitoli erano una finestra segreta sulle famiglie di Pagford. La scrittura, ora elegante e ora cruda, dava voce a giovani e vecchi impegnati in una lotta di classe di notevoli proporzioni: cosa farne dei Fields, quelle vecchie case popolari, covo di drogati e accattoni, che deturpano il volto di una ridente cittadina? Alcuni volevano smantellarle e fare spazio a hotel di lusso. Altri pensavano, invece, che sbattere per strada famiglie a casaccio non fosse per nulla cortese. Nelle discussioni, si era raggiunta la parità: i Fields restavano. Ma morto l'uomo più generoso della comunità, il suo posto al consiglio sarà occupato dal figlio di un viscido conservatore, da un timido prof del liceo o dal subdolo fratello dell'estinto? Mentre le mogli modello danno forfait e la prole ribelle urla la propria insofferenza, con un misterioso hacker disposto a portare alla luce del sole i loro sporchi segreti, i tre candidati ci diverteranno – perché loro si divertiranno un po' meno – con una galleria di intrighi, rivelazioni, inciuci. Il The Casual Vacancy col marchio BBC si segue bene, risulta ben scritto e ben recitato, ma tre episodi bastano giusto per dare una vaga idea di quel che è. E non parlo da lettore che si diletta coi soliti paragoni e che dice che tanto il libro è meglio: il libro lo ricordavo poco, sinceramente. Il primo episodio, introduttivo e minuzioso, mi ha lasciato stranito. Era la Londra di Skins, a tratti, non quella di Downtown Abbey e leggendo lo immaginavo più raffinato... ma penso fossero semplici suggestioni da Harry Potter. Al secondo mi sono ricreduto: perfetto. Il terzo, per me decisivo nella valutazione, finisce e tu, quasi quasi, aspetteresti il successivo, pur sapendo che non c'è. Si stenta a cogliere il punto, insomma, quando nel romanzo tutto mi era parso al proprio posto. Relegate a personaggi di contorno Gaia, la nuova arrivata in città, e la taciturna figlia della Dottoressa Jawanda, anche se accanto ai veterani Michael Gambon (ma sì, è lui: Silente), Rory Kinnear e Julie “Miss Marple” McKenzie, rivelazione sono i giovani del cast: l'esordiente Abigail Lawrie, ad esempio, è la Krystal che ricordavo. Sputata. Blogger mi dice che, nel 2012, Il seggio vacante lo avevo amato: i dialoghi dal forte impianto teatrale sono pane per i miei denti e lo stile della Rowling restava comunque una garanzia. La notizia di una miniserie tv, quando la stessa autrice si era detta dubbiosa, mi aveva reso a mia volta dubbioso, ma curiosissimo. Sono passati tre anni. Nonostante la trama semplice, The Casual Vacancy in tre ore stenta a starci. Si guarda, ha il giusto mix di cattiveria e leggerezza, una fotografia splendida, ma quel romanzo tutto pensieri, pieno di nomi e situazioni, rende poco così, come renderebbe altrettanto poco in un film. Non che la resa non sia all'altezza della situazione, ma l'idea di una riduzione – e parlo di riduzione non a caso; di un riassunto alla buona – era difettosa a priori. (6)

Looking
II Stagione
Lo scorso anno, al suo inizio, Looking sembrava promettente. La HBO ad assicurare indiscussa qualità (e non manca), un cast tutto al maschile (e quello c'è), atmosfere da Sundance (presenti all'appello, insieme a un immancabile fare hypster, a una colonna sonora dai colori indie, a una San Francisco piena di malinconica e luci baluginanti), amori che vanno ma amici che fedelmente restano (ed eccola qui la promessa mancata, e non è cosa da poco). Alla fine di una seconda stagione non attesa, consumata tutta insieme, senza dilungaggini o momenti di noia, potrei ancora dire che Looking sembra promettente. Ma il promettente è un qualcosa che di per sé è destinato a prendere forma in tempi ragionevoli. Qui sono passati due anni e ci si rende conto che l'aggettivo promettente è andato in giacenza; lascia il tempo che trova. In parte, colpa della cancellazione, che ci priverà di una terza stagione che nessuno piangerà davvero; in parte, colpa dei creatori, abili con i loro corposi dialoghi e il resto, ma incapaci di dare al prodotto una direzione marcata. Lo spettatore armato della pazienza che non ho avrebbe potuto aspettare una necessaria messa a fuoco, ma quanto? E ci sarebbe stata, alla fine? Un senso di irrisolto, di incompiuto, mi rendono perciò critico verso questo nuovo ciclo di episodi che, in realtà, mi sono parsi anche più spediti di quelli dello scorso anno. Ma con il guaio di risultare al solito autoreferenziali, chiusi, compiaciuti. Come è stato un anno fa, ho apprezzato l'intimità che si respira, gli attori credibili e una macchina da presa poco invadente. Quello che avevo sperato – e mi è venuto in soccorso un vecchio post affidato alla lunga memoria di Blogger – era il rimarcare, in futuro, la “s” dei plurali. Era paragonato a Girls, ma a Looking mancava quel senso di collettività e amicizia che ancora manca. Ho trovato Patrick, Dom e Augustine ancora più distanti e la scelta di focalizzarsi sulla vicenda sentimentale del primo e di mettere in ombra gli altri due pesa: il nerd Patrick, con le sue insicurezze e la cotta per il capo, ha più personalità dei suoi amici, destinati a essere comprimari di passaggio, ma è colpa di una struttura che dà eccessiva importanza al primo e troppa poca agli altri, eternamente macchiette. A fare bella figura è il bravo Jonathan Groff scoperto con Glee, ma Dom è fermo dove l'avevamo lasciato e Augustine, strampalato ed eccentrico, si è dato al volontariato. L'unico a essersi messo in marcia, in cerca di solo lui sa cosa, è proprio Patrick E sembrava averla trovata, quella cosa, vicino al simpatico e traditore Russell Tovey, prima che il finale mettesse in discussione tutto. Finale che ho trovato cresciuto, significativo, ma col problema di essere indeciso come il resto. Con Patrick che confessa umanamente i suoi bisogni e le sue gelosie, Kevin che si mostra terrorizzato dalla convivenza, poligamia sì e poligamia no, tagli di capelli indici di cambiamento. Looking ha il pregio, per me, di fare passi avanti episodio dopo episodio – ai primi, insinceri e statici, se ne affiancano alcuni degni di nota e, a sorpresa, sono proprio quelli che chiudono il cerchio – ma con troppa indolenza di fondo. Resta e resterà una di quelle cose bollate come eternamente promettenti, ma destinate a non fare il botto. Tipo quell'allievo spigliato e versatile che si ritira dagli studi prima di prendere la laurea, mentre gli ultimi della classe si sposano e cominciano a comportarsi finalmente da grandi. (6,5)

sabato 28 marzo 2015

Recensione: Un amore di carta, di Jean-Paul Didierlaurent

Mi piace pensare che durante la notte quegli scritti siano maturati, come pasta di pane che si lascia lievitare e che all'alba ritroviamo bella gonfia e profumata. E allora, il ticchettio dei tasti alle mie orecchie è la musica più bella del mondo.

Titolo: Un amore di carta
Autore: Jean-Paul Didierlaurent
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 190
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Guylain Vignolles è un invisibile, uno di quegli esseri solitari che nessuno nota. Lavora in una fabbrica di riciclaggio, al servizio di un'impietosa trituratrice di libri invenduti soprannominata "la Cosa". Nient'altro gli dà gioia, se non leggere a voce alta ogni mattina, sul solito treno delle 6:27, qualche pagina scelta a caso tra le poche che il giorno prima è riuscito a salvare dai denti d'acciaio dell'infernale macchinario. Questo fin quando, un mattino, sul treno trova una chiavetta USB. Rosso granata, che contiene il diario di una giovane donna: settantadue file scritti al computer da una certa Julie, signorina addetta ai bagni di un centro commerciale, pagine su pagine che irrompono come un diluvio nella sua vita sempre uguale. E dalle quali Guylain non saprà trovare riparo. Jean-Paul Didierlaurent ha scritto una storia d'amore al quadrato tra un uomo e una donna che si scoprono legati dalla passione per la lettura e ha dipinto un universo positivo nonostante tutto, perché sopra la coltre grigia di un'esistenza scandita da una routine desolante qualcosa c'è che solleva il cuore e apre lo sguardo: le parole, e le storie che le parole raccontano.
                                                      La recensione
Guylain Vignolles, nel monotono tragitto fabbrica-lavoro, sul solito treno, a voce alta legge i fogli che ha salvato. Si sveglia quando fuori albeggia, accanto a una boccia che ospita un pesce rosso che ha nome, cognome e dignità umana, e dà libri dimenticati in pasto alla "Cosa": una macchina infernale che tritura, macina, sputa e schizza. A fine turno, ne spegne i motori roboanti e, con i suoi sessanta chili scarsi, si intrufola tra ingranaggi e presse, come Charlot in Tempi Moderni, per pulirla al meglio e vedere se ha risparmiato qualcosa: uno stralcio dell'ultimo best seller giramondo, il prologo di un manuale di botanica, la scena osè di un romanzo erotico. I suoi migliori amici sono un portiere che declama a campanello i metri greci e un anziano operaio in sedia a rotelle che cerca tra i libri le sue gambe. Guylain non parla se non è interpellato, ama i vecchietti e soprattutto la sconosciuta Julie, che fa il lavoro meno poetico del mondo ma - i guanti alle mani e la dignità immensa - non si sporca. Julie non ha un cognome né una faccia, almeno non ancora, è sulla trentina ed è l'addetta ai bagni in un centro commerciale: con il suo piattino per le mance e gli appuntamenti combinati, annota su un taccuino i suoi sogni e le abitudine fisiologiche di chi va e chi viene. La poetica dell'andare di corpo, la filosofia disincantata della brava sguattera, il potere bistrattato di chi detiene la carta igienica e i cuori degli uomini. Ah, lei conta i boccioli che fioriscono sulle mattonelle laccate anno dopo anno; lui i lampioni e i suoi passi. Che coincidenza. Inguaribili sognatori al tempo della crisi, operai sottopagati perché di arte non si vive, ladri di bellezza come capita. Anime gemelle... Il mio problema con i francesi sono gli italiani. I cugini d'oltralpe – secondo la leggenda, perpetuamente sulle loro, spocchiosi, con la puzza sotto il naso – non c'entrano. Le mie lotte sono contro i mulini a vento e i nostri connazionali, lettori o spettatori che siano, che partendo da chissà quale convinzione – traumi da Tempo delle mele? fratture permanenti causa memorabile capocciata di Zinédine Zidane? - saltano a piè pari qualsiasi cosa abbia quel suono scivoloso e musicale che è gioia per le mie orecchie, odioso strazio per altri. Cinque anni di francese e una pronuncia abominevole – è che mi vergogno proprio a parlarlo in pubblico: mi sento sgraziatissimo, un imbroglione, come se dovessi indossare il tutù sfoggiando peli ispidi su gambe che rifuggono la ceretta, capito? – ma una convinzione, nonostante le sufficienze stiracchiate che, a giusta ragione, mi beccavo all'epoca delle interrogazioni-strage su Hugo e su quel periodo ipotetico che non ho davvero mai capito. Come parlano d'amore i francesi nessuno. Suggestioni dalla città più romantica del mondo, forse, o semplice questione di cuore. Ci sanno fare, e c'è poco da dire. Basta aprire le orecchie. 
Anche se ti mandassero a quel paese, cosa che con alta probabilità può accadere, conoscendoli, più che di rispondere per le rime saresti tentato di ringraziare: vero che le parolacce sono universali, ma per chi non mastica la lingua anche quell'improperio sgarbato suonerebbe come una mezza poesia. Un concerto di insulti e maledizioni suonato con quell'accento lì, dedicato solo a te, è la cosa più belle delle cose brutte. All'inizio mi davo questa spiegazione per spiegare l'effetto rilassante, magico, che il cinema francese aveva sul sottoscritto; ma, colpo di scena, cose come Il favoloso mondo di Amelie anche doppiate restavano comunque perle di grazia. Sono le immagini a parlare, è l'intenzione a conquistare: ho imparato, insomma, ad andare in brodo di giuggiole per le commedie francesi, e a difenderle a spada tratta, senza pormi domande di sorta. Mi accorgo che sono non il solo, ma senz'altro uno dei pochi. Perchè ehi, voi, denigratori del romanticismo europeo, sbucate come funghi! Quando parlo di tuttò ciò che suona come vagamente lirico, decisamente di classe, inguaribilmente parigino mi tocca prima farvi il lavaggio del cervello, poi proseguire per la mia solita strada. Anche se, soprattutto nei libri, mi sono reso conto di quel che ogni tanto non arriva: Le cose che non ho e Io, te e la vita degli altri – per esempio - sono letture piacevoli sì, ma freddine. 
Mentre al cinema rinnovo a colpo sicuro il mio colpo di fulmine, coi romanzi è diverso: l'ultimo di cui conservo un ricordo pieno e bellissimo è il famoso L'eleganza del riccio, che ricorderete aveva fatto furore. Ora si aggiunge in punta di piedi, con la timidezza e il passo ciondolante che lo caratterizza, l'adorabile Un amore di carta: l'ho amato da pagina uno, ma anche da prima. Guardate: la copertina di un intramontabile bianco e nero, il tema che è quello dei libri che parlano di libri, la relazione di un lui e una lei che, se tutto va bene, s'incroceranno solo alla fine ma si ameranno già da lontano, da metà in poi. E io che, parlandovene a modo mio, farei una figuraccia. Mi credete equilibrato e sensibile, ma è un falso d'autore. Io sono tutto il contrario di questo romanzo: sbadato, brusco, dai modi spicci. E' come se Lucifero scrivesse le referenze per gli Arcangeli: vi riconduco perciò al drammatico binomio me e tutù rosa confetto. Ricordate? Idem. L'esordio di Didierlaurent perciò impari a gustartelo, a cullarlo tra pollice e indice come si fa col vino dolce e il cristallo. Ha la brevità del racconto, la durata dell'apertivo, ma appaga quanto un pranzo con dieci, venti portate: ti riempie la pancia, ti consola i sensi e non hai bisogno di caffè e digestivo, tanto che è lieve e salutare. Sapori troppo forti ne ammazzerebbero la disarmante delicatezza dei contenuti. Un amore di carta è vietato spiegarlo: se si vuole, si legge. Centonovanta pagine e un intreccio semplice, buffo e sognante, che si potrebbe riassumere in una parola; ma che ne sarebbe poi dei sorrisi che sbocciano incontrollati, dei sospiri di pace, dei capi malefici, dei lieto fine sospesi e di quell'aria che non sai spiegare, che cerchi di mettere a fuoco, per poi renderti conto che è una cosa impossibile: un Wes Anderson (e a me Wes Anderson non piace manco un po') che si è dato ai languori del non-colore, ma non ha rinunciato alle sue forme voluttuose da pasticcino; da dolce così esteticamente perfetto, e questa volta senza stucchevoli coloranti artificiali, che ti dispiace quasi di ferirlo col cucchiaino, fargli male, mangiarlo in un boccone. “Aggiungerò infine che da qualche tempo ho scoperto l'esistenza, su questo pianeta, di una creatura capace di far apparire i colori più vivi, le cose meno gravi, l'inverno meno duro, l'insopportabile più sopportabile, il bello più bello, il brutto meno brutto, insomma, di allietarmi la vita. Quella persona è lei, Julie.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Edith Piaf – La vie en rose

mercoledì 25 marzo 2015

Recensione: Io, Romeo e Giulietta, di Rebecca Serle

Shakespeare ha sbagliato tutto.

Titolo: Io, Romeo e Giulietta
Autrice: Rebecca Serle
Editore: DeAgostini
Numero di pagine: 317
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Rose è una ragazza acqua e sapone. Frequenta l'ultimo anno di liceo, ha due amiche di cui si fida ciecamente, ma soprattutto ha Rob, suo confidente da sempre. Solo che, ultimamente, quando lo vede, lo stomaco le si contorce e lei non capisce più niente. Potrebbe fare il primo passo ma... Rob la invita a cena e succede proprio quello che lei sperava. Sembra l'Inizio di una favola d'amore perfetta, ma Rose non ha messo In conto l'arrivo di sua cugina In città: bella, blonda, affascinante e... diabolica, Jullet è una seduttrice nata. E al ballo della scuola, quando la magica atmosfera creata dalla musica e dalle Luci promette una notte romantica, Rose la sorprende proprio con Rob. Come se fosse stato stabilito dal destino che dovesse finire così, con un lieto fine per Rob e Jullet e non per lei. L'ultima parola però non è ancora stata scritta. La più grande storia d'amore di tutti i tempi come non ve l'hanno mal raccontata.
                                                    La recensione
Io questo libro lo aspettavo. Proprio così. Poi, semplicemente, me n'ero dimenticato e, all'improvviso, eccolo apparire dal nulla, con un altro titolo e la stessa trama, dopo un periodo in cui, tra ricerche e attese, alla momentanea ispirazione era sopraggiunta la classica dimenticanza. When you were mine mi era passato di mente. Mi ci ero avvicinato per caso, grazie alle voci di un film in uscita: non sono il tipo da andarsi a tradurre le trame da Goodreads, ma un sito o due mi aveva solleticato la fantasia, per via di quella strana ambientazione liceale e di quella narratrice inedita, messa in ombra nell'eterno capolavoro del Bardo, che ti raccontava la storia d'amore più famosa della storia a modo suo; dal suo angolino di ragazza abbandonata. Si parlava di un nuovo titolo per quando sarebbe arrivato in sala, un semplice Rosaline, ed erano volati nomi per il cast. Ma slittamenti, cambiamenti e rimandi a data da destinarsi mi avevano fatto capire che, probabilmente, Rebecca Serle non avrebbe visto il suo romanzo d'esordio ad Hollywood. Anche se mai dire mai. Felicity Jones, in odore da Oscar e volto del cinema indipendente, aveva impegni più grandi; Lily Collins, adorabile anche con quelle sue discutibili sopracciglia al seguito, era stata un'altra Rosie nel passaggio di un altro romanzo al cinema; Hailee Steinfeld era stata in tempi recenti Giulietta in persona. Come essere l'altra senza mancare di credibilità? Mentre io e i tipi dei casting ci facevamo qualche ovvia domanda, la DeAgostini ha rispolverato questo romanzo dal vissuto turbolento, dandogli una copertina rosa confetto (che però non dispiace, essendo meno sdolcinata dell'originale) e un titolo simpatico, che gioca con un triangolo che neppure Renato Zero aveva considerato: Io, Romeo & Giulietta. Ma io chi? Chissà in quanti lo sanno, ma nell'iconico ballo in cui gli amanti di Shakespeare si erano dati il primo bacio, ignari di ciò che sarebbe stato, Romeo aveva un'accompagnatrice: si chiamava Rosaline, ed era la cugina di Giulietta. Un sonoro due di picche, ma con la giustificazione del colpo di fulmine, del gioco del destino e di quelle stupidaggini lì: sapete com'è andata a finire, e avessimo noi maschi sempre scuse così solide. A Rosaline, prima che la Serle la inserisse in un pimpante young adult come tanti e come nessuno, pochissimi aveva pensato: qui, proprio quello fa spiccare Io, Romeo & Giulietta dalla massa; un guizzo niente male, che lo rende un libro per ragazzi alquanto diverso, da consigliare e da prendere semplicemente per come è. Qualcuno potrebbe dire, però, che il rischio è di quelli grossi. Come non far sembrare il tutto una fanfiction; come non offendere il fantasma del Bardo e il gusto sopraffino di chi non ha mai smesso di studiarlo? Avventata e di pancia, l'autrice non si è posta il problema: scrive come sa, e devo dire che se la cava meglio di altre, e doma al meglio una materia ricca ma spinosa, che ha il pregio di non imporsi come un retelling in pieno stile, ma più come un omaggio in salsa pop a una pietra miliare e a un determinato filone di commedie romantiche che si noleggiavano in VHS, ai tempi nebbiosi dei videoregistratori e di Blockbuster. 
A mancare, forse, è un briciolo di consapevolezza: poteva giocarsela meglio, anche se non ho la tentazione di divorarmi i gomiti per i nervi, come ogni tanto capita. Alcune cose le ho viste io, tra le righe, e ho provveduto di persona a richiami intertestuali sparsi: avrei voluto che Juliet, per esempio, la sera del ballo, indossasse un paio di ali d'angelo come in Lurhmann; soprattutto, avrei immaginato una versione alternativa – produttori statunitensi, prendete nota - ambientata negli anni novanta. Perché la Serle, forse per caso, cita cricche al femminile che ricordano Ragazze a Beverly Hills, tipi capelluti che non possono non citare il ribelle Heath Ledger di 10 cose che odio di te (tra l'altro, altra teen comedy, altro Shakespeare: La bisbetica domata); rimaneggia una vicenda che, in un trionfo di poesia e kitsch, nel cuore di quel decennio futurista, Di Caprio e la Danes aveva genialmente stavolto; ancora, l'autrice fa sfilare bulle in gonnella che ricordano le future Meangirls e un genere che – da Hamlet a O come Otello, fino ad arrivare all'italiano Iago, al tempo di Vaporidis – richiede inverosimiglianza, abiti a quadrettoni, colonne sonore invadenti. L'ambientazione è quella odierna, invece, ma i bulli e le pupe sin dai tempi di Grease sono gli stessi, e la fantasia glissa in fretta sugli iPod e i cellulari di ultima generazione. Compilation con dediche, mangianastri e gesti eclatanti: cose che avrei voluto come il pane. 
Nelle prime pagine, la descrizione particolareggiata della flora e della fauna dei licei californiani fa storcere il naso ma, quando la traccia parte, ti prende per il cuore: allora alzi il volume e sei curioso di sapere, dopo l'inciso da canticchiare, cosa ci sarà. Romeo e diventato Rob; Rosaline ha sposato un pratico diminutivo; Juliet, da giovincella inesperta, ha abbandonato la famosa balia e il suo castello, e vive l'amore come fosse una vendetta, influenzata da genitori infervorati, sullo sfondo delle elezioni cittadine, e invischiata testa e cuore in una relazione che aveva bramato giusto per ripicca. L'esilio a Mantova diventa una sospensione, Romeo fa un occhio nero a Tebaldo, le coversazione tra dame d'alto lignaggio si traspormano in pettegolezzi e gossip da parrucchiere, Verona è solo il lontano ricordo di un viaggio estivo. Davanti a cambiamenti radicali, ma che si accolgono con il sorriso, ci si domanda: e l'ultimo atto, quello cambierà? Si crea, così, un gioco leggero e accattivamente di attese e riflessi, analogie e differenze, che ti fa indossare gli stessi panni dell'anziano protagonista di Gemma Bovery – e chi l'ha visto sa. Perchè Rosie, Rob e Juliet conoscono Shakespeare, ma chissà se questo li aiuterà a scrivere una chiusa diversa per la loro personale tragicommedia liceale. Io, Romeo & Giulietta è un romanzo senza troppe pretese, ma che per freschezza, buona volontà e note inaspettatamente toccanti sa il fatto suo. A chi non legge abituamente il genere, piacerà. Situazioni e personaggi, grossomodo, sono quelle che lo schema del young adult base prevede, ma le migliori amiche oche hanno temperamento, la cugina vipera che – da bambina – staccava la testa alle Barbie altrui ha momenti di fragilità, il "principe azzurro" fa danni e Len, una voglia che gli corre tutto il braccio e la passione per il pianoforte, bollato come giullare di corte, si rivela un chiodo scaccia chiodo dotato di umorismo e pazienza. A raccontarceli, a raccontarsi, Rosie: innamorata cronica del suo migliore amico, figlia modello, che, con uno stile scorrevole e pensieri comuni, spostando l'asse dalla letteratura alla realtà, ti ricorda quando sia stato indimenticabile il primo amore e quanto dannatamente male ti abbia fatto. Dietro quell'aria stupidotta, un po' trash, un libro che è mille volte meglio di come appare e che si arriva a prendere sul serio strada facendo, spingendoti ad ammettere che – se non fosse per le briglie tirate dinanzi a un genere soft e qualche scivolone nel mezzo – si sarebbe meritato anche mezza stella in più, nella valutazione finale. Ma parlandosi di coppie maledette dalle stelle... “La vita non è qualcosa che capita, ma qualcosa che è possibile attraverso di noi e con noi. Facciamo tutti parte di qualcosa. Abbiamo la facoltà di scegliere. Fare progetti è fantastico, ma poi si può finire per accorgersi che ciò che vogliamo per davvero è l'unica cosa che abbiamo dimenticato di mettere in lista.”
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Taylor Swift – I Knew You Were Trouble


When your sadest fear comes creeping in
That you never loved me, or her, or anyone, or anything...”

lunedì 23 marzo 2015

Recensione: Prendi la mia vita, di Lottie Moggach

E forse ero nel punto esatto in cui era morta Tess. Magari era ancora , sotto di me. L'avrei raggiunta, e le nostre molecole si sarebbero fuse col terriccio. Un'immagine che trovavo quasi affascinante...

Titolo Prendi la mia vita
Autrice: Lottie Moggach
Editore: Nord
Numero di pagine: 300
Prezzo: € 16,40
Sinossi: Leila ha sempre avuto difficoltà a fare amicizia e, fin da bambina, ha condotto un'esistenza solitaria, senza quasi nessun contatto umano. Ancora oggi, il suo unico legame col mondo è Internet. Ecco perché è la candidata ideale per far parte del cosiddetto Progetto Tess, organizzato dal carismatico moderatore di un forum. Dapprima scettica, Leila si convince a partecipare e, senza mai incontrarla di persona, memorizza ogni dettaglio della vita di una ragazza, Tess Williams: dalla sua canzone preferita al compleanno della madre, dalle allergie alimentari al nome del suo primo amore. Poi, una volta pronta, inizia a usare l'indirizzo di posta elettronica e i social network di Tess, facendo finta di essere lei. Anzi, diventando lei. Così, senza che nessuno dei suoi amici e parenti lo sappia, Tess può andare via, per sempre... Nel giro di qualche tempo, però, Leila viene contattata da un uomo che sostiene di conoscere un segreto gelosamente custodito da Tess, un segreto che instilla il seme del dubbio nella mente di Leila. E quello che doveva essere un nuovo inizio, si trasforma all'improvviso in un'ossessione e in una corsa contro il tempo per trovare la risposta alle domande che la tormentano. Chi è veramente Tess? Dov'è adesso? Perché ha deciso di scomparire?
                                                  La recensione
E' stato un weekend di pioggia e fuoco. Il bel tempo mi ha lasciato solo con i miei libri, con la classica fretta con cui si diverte a rovinare i giorni festivi, quando io non avevo fretta alcuna, invece, di preparare un nuovo esame. Ma un appello saltato fuori all'improvviso, mi sono detto, era un'ottima occasione per allegerire la sessione estiva e così mi sono messo sotto: non mi andava, ma il cielo cospirava contro di me e la data di quell'esame prenotato d'istinto, così, su due piedi, si avvicina: Sociologia della comunicazione. Non una cosa mia. Era tra gli esami a scelta, due volumi in cambio di sei crediti, e dopo le lingue morte finalmente qualcosa nella mia lingua: mica poco. I primi giorni di preparazione, strano, lo so, li amo; non avendo seguito il corso, questa volta non sapevo bene di cosa si trattasse. Mi armo di evidenziatore, matita appuntita e tanta curiosità; ma gli evidenziatori si scaricano, la punta si spezza e non ho il temperino a portata di mano, la curiosità si va a depositare lì dove, tanti anni e tanti libri (scritti in piccolo) fa, ho abbandonato le diottrie. In quel famoso weekend in solitaria che non vedevo l'ora finisse, restituendomi alle lezioni e alle file chilometriche in mensa, ho finito il primo manuale e il romanzo che avevo in lettura. Perché dico questo? Be', per dimostrare che studio e hobby, per uno di quei giochi del destino o dell'inconscio che mi stregano, sono andati di pari passo. Mai capitato che i romanzi che mi concedo quando fa buio siano l'applicazione di una materia: un po' come passare dalla teoria alla pratica, per indenderci. L'esordio di Lottie Moggach e la Sociologia parlavano – oltre dell'alienazione, delle identità online, dei pregi e dei difetti dei new media – del Cyberspazio come di un luogo vero. Il World Wide Web non era più astratto di un parco in centro. Potevi ritrovaci qualcosa che avevi perso. Potevi perdertici, con un click. In Prendi la mia vita accadono entrambe le cose: incontri a una frontiera virturale, oggetti (e persone) smarriti. Io, smarrito negli occhi di quel viso di donna in primo piano, ipnotico e sbarrato da una “X” con le sbavature e il colore del sangue. Sapevo pochissimo della trama, all'inizio nebulosa e distorta, e la mia missione giornaliera era venire a capo di quei capitoli lunghissimi che prendevo quasi come un affronto personale; leggere con attenzione quei periodi fitti e intricati; capire chi erano Tess e Leila e cosa avevano in comune - seducente, nevrotica e disperata la prima; remissiva, taciturna, servizievole la seconda. Mi è venuta in mente, leggendo, una vignetta famosissima. Due topolini da laboratorio, chiusi in gabbia, parlavano sotto gli occhi dello scienziato di turno; un topo diceva all'altro qualcosa come: “Guarda, se premo questo pulsante, ogni volta lo scienziato mi dà un pezzo di formaggio!”. Un rovesciamento di situazione, perciò: chi studiava chi? Tornando alla nostra storia, Leila è lo scienziato, Tess la cavia... oppure viceversa? 
Le fa conoscere Adrian, carismatica figura dietro al forum Red Pill, che pone alla duttile Leila una domanda – lei che interviene attivamente nelle discussioni di carattere etico, che sa che non c'è confine tra giusto e sbagliato, che ha sofferto appresso a una madre malata: se una persona ha deciso di farla finita, è giusto aiutarla? Lo chiedo a voi: è giusto? Per me suicidio assistito ed eutanasia non sono argomenti tabù: sono cattolico, ma sono della scuola di pensiero che la vita è nostra, la morte è nostra: è nostra la scelta. C'è una giovane donna che vuole suicidarsi, una sconosciuta, e Leila la aiuterà: non le terrà la testa sott'acqua, quando avrà l'istinto di prendere fiato; non le spiegherà in quale senso recidersi le vene. Il suicidio dell'una sarà il morboso segreto dell'altra: perché Tess non vuole più vivere, ma non vuole dare un dispiacere ad amici e parenti. Perciò, quando sarà il momento, Leila prenderà il suo posto nel mondo virtuale. Risponderà alle sue email, aggiornerà il suo profilo Facebook: farà proprie le sue abitudini, metterà a soqquadro la sua vita, userà le stesse abbreviazioni e gli stessi periodi sgrammaticati. Per la Rete, lei sarà Tess. Ma quando, attraverso una corrispondenza, Leila si innamora di Connor e prende a cuore le tragedie di una famiglia a cui non avrebbe dovuto avvicinarsi, quella vita virtuale popolosa e soddisfacente vorrà sostituire quella vera, che è spoglia e impersonale. La sua stanzetta tappezzata di fotografie e informazioni, come fosse la tana di un serial killer, diventerà tutto il suo mondo. 
La Moggach ha dalla sua una trama originale e accattivante, uno stile maturato con la carriera giornalistica, una vicenda triste e inquietante che ti tiene sul chi va là. Prendi la mia vita è una di quelle storie ambigue tra donne disconnesse, su legami intimi e situazioni al limite, che ricordano Il cigno nero e Sils Maria: spaccati psicologici perfetti, protagoniste ossessionate da una professione che va a rimpiazzare una vita amorfa, registri indefinibili per relazioni indefinite. Rapporti che non capisci bene ma che ti affascinano, avvenimenti difficili da ingabbiare in un genere. La mia confusione nei riguardi del romanzo della Moggach è orientata proprio verso etichette che sfuggono: ha l'aria tenebrosa di un thriller, promesse di bugie a non finire, ma è e non è quello che sembra. Imprevedibile, sotto questo punto di vista, quando purtroppo nella parte finale – quella per me decisiva – non fa un ulteriore passo avanti: l'epilogo si legge come un semplice ritorno alla normalità; senza scintille. Manca di non so cosa e quel non so cosa lo rende un romanzo mancante, nonostante la ricchezza dei temi e una narrazione prolissa che non dà tregua. Mi è piaciuto, ma se me ne aveste dato in pasto uno stralcio solo, tralasciando le ultime pagine, ve ne avrei parlato con entusiasmo maggiore. Non c'è un momento in cui ho detto che qualcosa non andava, ma a un certo punto si è come adagiato sugli allori, rischiando di passare – se affidato a un lettore che non ha pazienza e si aspetta un tradizionale giallo all'inglese - per un piattume ravvivato da innegabili picchi di suspance e intelligenza. Effettivamente, sotto il nostro titolo manca la tipica dicitura “thriller”. C'è scritto genericamente “romanzo” - definizione furba, vaga, come il volume in sé e un titolo originale, Kiss me first, che suona meglio del nostro ma non ha molto senso. Lottie Moggach è abile e padrona, ti tiene in scacco; ma c'è il rischio di non cogliere quello che c'era in gioco, durante la partita della vita. Senza un necessario coupe de théatre, non coglie nel segno, quando invece avrebbe tutti i mezzi possibili per farsi ricordare. Il suo Prendi la mia vita si rivela mascherato, come Leila, da quello che non è, ma risulta più realistico e angosciante del previsto, grazie a due protagoniste che si completano, completandoci, e a domande che non abbandoni tra le pagine. Viviamo immersi nel Web: ci chiediamo a sufficienza chi siano i nostri vicini di posto? Chi sono io, chi siete voi: chi c'è dall'altra parte? Un'indagine vertiginosa contro le porte chiuse. Un Disconnect coi pretesti di un thriller. Un giro di vite inestricabile a tal punto che, a fine lettura, che sia piaciuto o no, sarà difficile ritornare alle nostre.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Lykke Li – I Follow Rivers (Acoustic Version)