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martedì 31 marzo 2015

I ♥ Telefilm: Glee, The Casual Vacancy, Looking

Glee
The Final Season
Al tramonto del Glee Club, ho rinnegato l'universo e cuore a cuore con la tivù, pronto ai playback – perché ero certo che Don't Stop Believing sarebbe rispuntata – e a tamponare qualche lacrima furtiva. Questione di moscerini nell'occhio. O magari di sciami d'ape, o di ante di armadie a muri. Cose così. Non ho il pianto facile, è che sono un nostalgico. Pensavo che mi sarei commosso per quello che era stato e perciò mi ero barricato nella mia ricercata solitudine: se ci fossero stati i lacrimoni, ci sarei stato solo io. Non mi piace che ci sia gente intorno, quand'è così. Gli addii sono cosa personalissima: gli addii sono cosa mia. In pubblico pare brutto. Uno si trattiene. E l'ipotetico pubblico, a meno che non sia cresciuto con noi, non sa che cosa ha significato Glee all'epoca del ginnasio, dei passi incerti, delle cuffie dell'iPod fuse nelle orecchie, col mondo e i genitori contro. Chi guarda abitualmente serie Tv lo avrà sentito nominare: sa che è quella serie sugli adolescenti canterini, di cui la giovane star principale è morta in un'estate crudele per overdose, lasciando la produzione in balìa di scritture incerte, comprimari jolly, stagioni improvvisate da scordare. Lo scorso anno, una stagione scritta a mo' di fanfiction, quando tutto sembrava perduto, mi avrebbe risollevato: sarebbe stata il male minore. Se lo avete abbandonato, recuperate a tempo perso questi rassicuranti tredici episodi per vedere che lo cose vanno come era giusto che andassero: la morte di Cory ha messo in ballo tutto e il finale con Lea Michele che, dopo Broadway, torna a casa, dal suo Finn, è un'immagine bella e commovente che, purtroppo, non può essere. Era stata evocata in The Quarteback, quel vecchio episodio commemorativo che mi aveva fatto piangere il mare. Lucidamente, posso dirvi che qui c'è troppo. Mi piacciono le storie sospese, i sapori agrodolci e tutto mi è sembrato troppo affollato, troppo colorato, troppo felice, come se ci fosse il bisogno di mettere tutti i puntini sulle loro care i. Quella atmosfera di festa contagia, I lived la canti appresso a loro e ai OneRepublic, ma pensi. Pensi e dici che l'episodio della stagione scorda – “New Directions” – sarebbe stato senz'altro più perfetto per tirare le somme, beccandoti inconsolabile. Io la quinta serie l'ho detestata e non potevo credere che a Glee avessero fatto quello. Lo avevano forzato, scardinato, trasferito a New York. Ma Glee era roba di provincia e ragazzi qualunque, di hit da karaoke e buoni sentimenti, di aule e corridoi: una compagnia per superare gli anni del liceo. Va avanti da sei anni; tanti. Mi sfiora questo: la consapevolezza di quanto veloce passi il tempo, di cosa cambi e cosa invece no; l'immagine del vecchio me che, come il nuovo, d'altronde, stenta ad accettare i mutamenti tutt'intorno. Questo serial mi ha preso ragazzino e mi ha lasciato sulla soglia dei ventuno, proprio come Harry Potter – che, per carità, ha avuto ben altro significato – mi aveva conosciuto alle elementari e abbandonato otto film (e sette romanzi) dopo. L'ultimo episodio di Glee si è concluso all'insegna del benessere e della leggerezza e sono andato a dormire con l'animo sereno, quando invece mi aspettavo – emotivamente – meglio e peggio insieme. A scuotermi è l'idea che non ci sarà la settimana prossima, che dovrò trovarmi altri compagni di viaggio per altre avventure quotidiane: la chiusa mi ha lasciato soddisfatto, ma con gli occhi asciutti e con un po' di cose da dire. Dio, sono più Sue Silvester che Will. Preoccupante? A onor del vero, dunque, i due episodi conclusi – un ritorno al 2009 e un rigoroso The End – si trascinano gli stessi difetti di un'ultima stagione imperfetta, frettolosa, ma con la dote generosa della coerenza. Passi avanti rispetto allo scatafascio dello scorso anno. Ci si poteva comunque auspicare qualcosa di maggiormente curato, ma se hai resistito per sei anni – nella buona e nella cattiva sorte – eri preparato ai nuovi personaggi poco incisivi, alle punte kitsch, a una colonna sonora che purtroppo regala stentati picchi. Ma la cosa più bella e più brutta che posso dire della sesta stagione sapete qual è? Glee sembra scritto dai fan. C'è un certo provincialismo in questo, vero; una tendenza ai finali più che rosei rosa shocking - con matrimoni, futuri gloriosi, salti avanti e indietro, nodi che vengono al pettine -; ma c'è anche fedeleltà, amore. Sconfinato, cieco e stupido amore da parte di chi gli ha voluto tanto bene, mentre lo rendeva così, su misura di spettatore, e lui ci rendeva di conseguenza così, a un passo dal sogno. (6/7)

The Casual Vacancy: Il Seggio Vacante
Miniserie tv
Quando è arrivato in libreria, Il seggio vacante ha fatto parlare di sé. Prevedibile quando una dell'autrici più influenti del mondo, nome di spicco nel mondo della narrativa per ragazzi e non solo, si presenta con un imprevisto malloppone giallo e rosso, in cui tutto ruoto attorno alle imminenti elezioni cittadine e a un microcosmo perfettamente reso in cui ci si comporta da razzisti, traditori, egoisti: esseri umani. Il seggio vacante era una lunga commedia dai toni sarcastici, con personaggi popolosi e un umorismo britannico che lasciava scie velenose. I capitoli erano una finestra segreta sulle famiglie di Pagford. La scrittura, ora elegante e ora cruda, dava voce a giovani e vecchi impegnati in una lotta di classe di notevoli proporzioni: cosa farne dei Fields, quelle vecchie case popolari, covo di drogati e accattoni, che deturpano il volto di una ridente cittadina? Alcuni volevano smantellarle e fare spazio a hotel di lusso. Altri pensavano, invece, che sbattere per strada famiglie a casaccio non fosse per nulla cortese. Nelle discussioni, si era raggiunta la parità: i Fields restavano. Ma morto l'uomo più generoso della comunità, il suo posto al consiglio sarà occupato dal figlio di un viscido conservatore, da un timido prof del liceo o dal subdolo fratello dell'estinto? Mentre le mogli modello danno forfait e la prole ribelle urla la propria insofferenza, con un misterioso hacker disposto a portare alla luce del sole i loro sporchi segreti, i tre candidati ci diverteranno – perché loro si divertiranno un po' meno – con una galleria di intrighi, rivelazioni, inciuci. Il The Casual Vacancy col marchio BBC si segue bene, risulta ben scritto e ben recitato, ma tre episodi bastano giusto per dare una vaga idea di quel che è. E non parlo da lettore che si diletta coi soliti paragoni e che dice che tanto il libro è meglio: il libro lo ricordavo poco, sinceramente. Il primo episodio, introduttivo e minuzioso, mi ha lasciato stranito. Era la Londra di Skins, a tratti, non quella di Downtown Abbey e leggendo lo immaginavo più raffinato... ma penso fossero semplici suggestioni da Harry Potter. Al secondo mi sono ricreduto: perfetto. Il terzo, per me decisivo nella valutazione, finisce e tu, quasi quasi, aspetteresti il successivo, pur sapendo che non c'è. Si stenta a cogliere il punto, insomma, quando nel romanzo tutto mi era parso al proprio posto. Relegate a personaggi di contorno Gaia, la nuova arrivata in città, e la taciturna figlia della Dottoressa Jawanda, anche se accanto ai veterani Michael Gambon (ma sì, è lui: Silente), Rory Kinnear e Julie “Miss Marple” McKenzie, rivelazione sono i giovani del cast: l'esordiente Abigail Lawrie, ad esempio, è la Krystal che ricordavo. Sputata. Blogger mi dice che, nel 2012, Il seggio vacante lo avevo amato: i dialoghi dal forte impianto teatrale sono pane per i miei denti e lo stile della Rowling restava comunque una garanzia. La notizia di una miniserie tv, quando la stessa autrice si era detta dubbiosa, mi aveva reso a mia volta dubbioso, ma curiosissimo. Sono passati tre anni. Nonostante la trama semplice, The Casual Vacancy in tre ore stenta a starci. Si guarda, ha il giusto mix di cattiveria e leggerezza, una fotografia splendida, ma quel romanzo tutto pensieri, pieno di nomi e situazioni, rende poco così, come renderebbe altrettanto poco in un film. Non che la resa non sia all'altezza della situazione, ma l'idea di una riduzione – e parlo di riduzione non a caso; di un riassunto alla buona – era difettosa a priori. (6)

Looking
II Stagione
Lo scorso anno, al suo inizio, Looking sembrava promettente. La HBO ad assicurare indiscussa qualità (e non manca), un cast tutto al maschile (e quello c'è), atmosfere da Sundance (presenti all'appello, insieme a un immancabile fare hypster, a una colonna sonora dai colori indie, a una San Francisco piena di malinconica e luci baluginanti), amori che vanno ma amici che fedelmente restano (ed eccola qui la promessa mancata, e non è cosa da poco). Alla fine di una seconda stagione non attesa, consumata tutta insieme, senza dilungaggini o momenti di noia, potrei ancora dire che Looking sembra promettente. Ma il promettente è un qualcosa che di per sé è destinato a prendere forma in tempi ragionevoli. Qui sono passati due anni e ci si rende conto che l'aggettivo promettente è andato in giacenza; lascia il tempo che trova. In parte, colpa della cancellazione, che ci priverà di una terza stagione che nessuno piangerà davvero; in parte, colpa dei creatori, abili con i loro corposi dialoghi e il resto, ma incapaci di dare al prodotto una direzione marcata. Lo spettatore armato della pazienza che non ho avrebbe potuto aspettare una necessaria messa a fuoco, ma quanto? E ci sarebbe stata, alla fine? Un senso di irrisolto, di incompiuto, mi rendono perciò critico verso questo nuovo ciclo di episodi che, in realtà, mi sono parsi anche più spediti di quelli dello scorso anno. Ma con il guaio di risultare al solito autoreferenziali, chiusi, compiaciuti. Come è stato un anno fa, ho apprezzato l'intimità che si respira, gli attori credibili e una macchina da presa poco invadente. Quello che avevo sperato – e mi è venuto in soccorso un vecchio post affidato alla lunga memoria di Blogger – era il rimarcare, in futuro, la “s” dei plurali. Era paragonato a Girls, ma a Looking mancava quel senso di collettività e amicizia che ancora manca. Ho trovato Patrick, Dom e Augustine ancora più distanti e la scelta di focalizzarsi sulla vicenda sentimentale del primo e di mettere in ombra gli altri due pesa: il nerd Patrick, con le sue insicurezze e la cotta per il capo, ha più personalità dei suoi amici, destinati a essere comprimari di passaggio, ma è colpa di una struttura che dà eccessiva importanza al primo e troppa poca agli altri, eternamente macchiette. A fare bella figura è il bravo Jonathan Groff scoperto con Glee, ma Dom è fermo dove l'avevamo lasciato e Augustine, strampalato ed eccentrico, si è dato al volontariato. L'unico a essersi messo in marcia, in cerca di solo lui sa cosa, è proprio Patrick E sembrava averla trovata, quella cosa, vicino al simpatico e traditore Russell Tovey, prima che il finale mettesse in discussione tutto. Finale che ho trovato cresciuto, significativo, ma col problema di essere indeciso come il resto. Con Patrick che confessa umanamente i suoi bisogni e le sue gelosie, Kevin che si mostra terrorizzato dalla convivenza, poligamia sì e poligamia no, tagli di capelli indici di cambiamento. Looking ha il pregio, per me, di fare passi avanti episodio dopo episodio – ai primi, insinceri e statici, se ne affiancano alcuni degni di nota e, a sorpresa, sono proprio quelli che chiudono il cerchio – ma con troppa indolenza di fondo. Resta e resterà una di quelle cose bollate come eternamente promettenti, ma destinate a non fare il botto. Tipo quell'allievo spigliato e versatile che si ritira dagli studi prima di prendere la laurea, mentre gli ultimi della classe si sposano e cominciano a comportarsi finalmente da grandi. (6,5)

giovedì 15 maggio 2014

I ♥ Telefilm: Glee, Revenge, Bates Motel

Buongiorno! Come state? Rieccomi, con un nuovo appuntamento di I love Telefilm. Da rubrica a cadenza casuale, questa, potrebbe diventare puntualissima in queste ultime settimane di maggio: in programma, ci sono tanti finali di stagione di cui parlare. Oggi vi parlo di Glee e Revenge, giunti a conclusione questa settimana, e di Bates Motel, che li ha preceduti appena di qualche giorno. Tra i tre, Revenge si conferma un grande intrattenimento che, con classe e divertenti colpi di scena, sa farsi perdonare tutto, anche le virate verso Beautiful & Co. Bates Motel, proprio come la prima stagione, promette cose che non dà e, per quanto piacevole, si conferma un tantino inutile: come farsi sfuggire di mano un'idea geniale. Ultimo, Glee, di cui ho visto il ventesimo episodio proprio ieri: una quinta serie pessima. La peggiore. E non tanto per l'assenza del povero Cory Monteith, che già nella quarta stagione aveva un ruolo altamente sottovalutato dagli autori, ma per la mancanza di idee di fondo e di numeri musicali salvabili. Salvo due episodi su venti: il resto, lo dico dispiaciuto, è una noia. Ditemi la vostra. Seguite qualcuna di queste serie? Cosa ne pensate? Io scappo a studiare! Un abbraccio, M.

Glee
V Stagione
Glee. Istruzioni per l'uso. Cosa salvare di Glee. In generale, due episodi su venti, per una quinta stagione che percorre allegramente i sentieri più pericolosi del trash. Lo sapete. E' in onda da ormai cinque anni e posso dire di esserci cresciuto. Cinque sono gli anni delle superiori e cinque anni fa, io ne avevo appena quindici. Non è facile descrivere cosa sia diventato Glee. Oggettivamente, non più il solito già da qualche stagione a questa parte. Ma, quest'anno, il peggio, veramente. Personaggi insulsi, svolte stupide, cover che non meritavano un secondo ascolto. Sceneggiatori... Ah, perché, Glee ha una sceneggiatura?! Naaa. I fan all'opera, probabilmente, avrebbero fatto qualcosa di meglio. Sicuramente, l'avrebbero trattato con maggiore rispetto e cura. Nella seconda parte di questa serie, si decide di seguire i vecchi protagonisti alle prese con la vita da adulti, in una New York di bar canterini, vecchie volpi, esordi a teatro. Si perde il liceo, si perdono le cricche e le classiche tematiche, si perde il perché di ogni cosa. Gli autori hanno voluto tenere troppo a lungo due piedi nella stessa scarpa, poi, scomodissimi, hanno voluto cambiare. Di botto. Alle vecchie glorie, già precedentemente, avevano affiancato nuovi personaggi: alcuni riusciti, altri scialbi, altri da definire. Nel caso di Marley, Unique e Jake, personaggi dalle doti evidenti. Non a caso le loro versioni di If I were a boy e Wide Awake, proposte nella prima parte, sono tra le cover più degne di nota di questa stagione sonnolenta. A un certo punto, tabula rasa. I personaggi introdotti di recente spariscono nel nulla, tutto si concentra sulle nostre vecchie conoscenze. Un anno fa, avrei trovato la cosa entusiasmante. Peccato che, a lungo andare, anche le persone più piacevoli di questo mondo vengano a noia e i legami farlocchi che si formano tra loro possano sfiorare il limite massimo del ridicolo. La relazione tra l'aspirante modello Sam e Mercedes non è credibile nemmeno per un secondo; Artie in versione sciupafemmine, con i suoi gilet a rombi del nonno e gli occhiali senza fondo, è credibile quanto la Spears che canta Pavarotti; Kurt e Blaine – prossimi alle nozze – sono noiosi, antipatici, stucchevoli. Okay che di Colfer non ho mai avuto un'ottima impressione: mi irrita come poche persone al mondo. Colori da pavone, voce da soprano, la capacità di rovinare a colpi di note perfino la canzone più caruccia dei criticati One Direction, Story of my life (qui). Il collega, Darren Criss, ha sempre avuto la mia stima: bravissimo, alle prese con ogni genere musicale. Bravo lo è sempre, ma a stonare sono i tratti sbiaditi del suo personaggio macchietta. Agli autori: per studiare una coppia omosessuale realistica e affiatata, guardare quel capolavoro di Shameless. Per il resto, temi ovvi, tanta e troppaRachel Berry, tanti primi piani da wow della splendida Santana Lopez, brani narcolettici personalizzati male e coreografati ancora peggio, in una stagione che si conclude con una ruffiana Pompeii e un destino infausto da sit-com. Discorso a parte, per gli episodi numero tre e tredici. Gioiellini di scrittura, commozione vera. Il primo (la mia recensione qui) al compianto Cory Monteith, il secondo l'addio al Glee Club. Quel tredicesimo episodio aveva l'aspetto di un addio nostalgico. E penso che sarebbe stato non solo un ottimo finale di stagione, ma un ottimo finale per la serie stessa che – so già – continuerà a trascinarsi stancamente per un altro anno ancora. Quel giorno avevo la febbre, pensavo ad altro, ma l'immagine dell'auditorium vuoto mi aveva fatto scendere le lacrime, giuro. Due funerali nell'arco dello stesso show: Finn e il Glee club come noi lo conosciamo. Un 9 a loro, uno spietato 4,5 al resto.

Revenge 
III Stagione
Tre anni di Revenge. Negli Hamptons, la vendetta va presa per le lunghe. Altro che piatto da servire freddo! Il cammino della novella Contessa di Montecristo continua a essere lastricato di colpi di scena, vittime, bersagli a cui mirare. Le X sui nemici da punire sono sempre più numerose. Quella famosa foto con il peggio dell'alta borghesia costiera è sempre più piena di facce sbarrate col pennerello, sempre più vuota. Restano in pochi, ormai. Eppure ci sarà una quarta stagione. Un quarto anno di Revenge, e un quinto? Gli ascolti, in caso, sosterrebbero la causa e gli sceneggiatori, anche se non sembra, sfornerebbero nuove idee. Anche le più assurde. Tutto, purché lo show di Emily vada avanti. E a testa alta. La serie TV Abc, basata su un tema semplice e affascinante, prende spunto dal capolavoro di Dumas, ma non dura un romanzo. Ormai le intenzioni della protagonista sono cambiate, nuovi personaggi si sono aggiunti, altri hanno lasciato il serial in una bara, ma la sua vendetta non più a freddo non è diventata stantia. Ha il gusto sfizioso e fresco degli inizi. Come il McDonald, mica viene a noia: ingrassi, ma hamburger, coca-cola e patatine continui a metterle in conto. No? Vestiti firmati, case che non avrai mai, amori proibiti che speri di non avere: questo è Revenge. Un coro di personaggi bellissimi nell'aspetto, ma dall'anima nera. Personaggi che, ogni tanto, fanno anche un po' ridere, ma che ormai fanno parte della tua settimana: il geniale e simpaticissimo Nolan che cambia un partner – maschile o femminile che sia: non si butta via niente, da queste parti – a stagione; Daniel e la sua faccia da schiaffi; Jack e la sua aria perennemente imbambolata; i superbi coniugi Grayson. Il mio sogno è andare a cena da loro: volerebbero rivelazioni, piatti, coltelli appuntiti. I pantaloni, in casa, li porta Victoria: l'ape regina. Una delle cattive più carismatiche e amate del piccolo schermo. Sempre ben vestita, sempre velenosissima. Imprevedibile. A darle il volto, Madeleine Stowe: l'immortale. Cinquantasei anni portati alla grande. Più bella e più brava che da giovane, la Stowe si diverte e ci diverte con la sua malignità, i suoi amanti, i suoi figli sbucati dal cilindro magico. Ho il sospetto che, in ogni finale di stagione, la ibernino... o la mettano sotto sale. Complimenti alla mamma, e al chirurgo: good job! Degna rivale, altrettanto seducente, altrettanto padrona della scena, Emily VanCamp. Nata e cresciuta in tv, si scopre sempre più convincente, l'innocente biondina di Everwood. Fa da indossatrice, fa il doppio-gioco, fa tele di menzogne in cui non si perde mai. Sono loro il segreto di Revenge, una serie TV che è donna nel sangue. Eva contro Eva. Non posso che parlarne bene, ma oggettivamente è un prodotto pieno di difetti, sin dalla lontana immatricolazione. Il confine con Beautiful è labile; i “Sono tua madre!”, “Sono tuo padre!”, “Sono tua sorella!”, “Sono tua nonna!” a volte si sprecano; come in The Following i morti risorgono. E' una soap, nel profondo del suo essere. Però davanti a uno dei finali di stagione più entusiasmanti degli ultimi palinsesti, ci passi sopra. Concitato, teso, tragico, divertentissimo. Non vedo l'ora di sapere cosa succederà, ed è risaputo: io mi annoio subito. Ma non questa volta. Un trashata di estrema classe, firmata Armani e Mike Kelley. (7+)

Bates Motel
II Stagione
Ho legato dal primo momento con quel pazzo furioso di Norman Bates. C'ho legato dalla prima serie. Le puntate erano finite, il titolo era sparito dai palinsesti televisivi e quella famiglia decisamente fuori aveva iniziato a mancarmi. Sono tornati un anno dopo, puntuali e da molti indesiderati. Bates Motel non aveva fatto faville e, effettivamente, non mi era difficile capire il perché. Una storia potenzialmente splendida buttata alle ortiche. Ingabbiata in un formato spiccatamente televisivo, ripulita per bene da sangue, omicidi, rapporti incestuosi, morti su morti. Un tiepido thriller da bollino verde, o al massimo giallo. Le puntate di questa seconda stagione sono volate, senza intoppi, ma sono sempre stato in attesa di una scintilla, di uno scoppio, del botto. Invece, niente. Attese e aspettative vane. Bates Motel si accontenta di poco e mi dà fastidio solo per quello. Perché sciupare così un'opportunità simile? Perché non raccontare a regola d'arte i dolori del giovane Norman e la sua trasformazione bestiale nel Psyco ricordato da tutti? Gli sceneggiatori cercano nuove strade, inseriscono nuovi personaggi e nuovi intrecci, ma la verità è che importano poco. L'attenzione è per il protagonista, non per il fratello coinvolto in un giro di narcotrafficanti, per gli amori di turno, per i misteri di paese. Alla rete che lo trasmette, evidentemente, non piace sporcarsi le mani. Ma io adoro il torbido, adoro il “malato” e, mentre perfino la puritana Lifetime con Flowers in the attic giocava con il sadismo e il proibito, trovavo Bates Motel sempre meno a fuoco. Un teen drama gestito discretamente, ben recitato, privo di tempi morti, ma che raccontava una storia diversa – nei toni e nelle intenzioni – da quella resa nota dall'immenso Hitchcock. Ci sono piccoli e insoddisfacenti cenni a tutto. Minuscoli. Il candido Norman si macchia d'omicidio, ma involontariamente; il suo cervello e il suo autocontrollo iniziano a spegnersi in momentanei black out; si avvertono le conseguenze di un latente complesso di Edipo. La cosa più inquietante di questa stagione, invece, si ha nei primi episodi, quando l'affascinante Norma trascina il suo recalcitrante figlio a... lezione di musical. Che ben vengano i pensieri cattivi, ma i duetti con mamma no! Anche se questa mamma è la bellissima Vera Farmiga: intensa, convincente, impegnata e al massimo, nonostante la modestia del tutto. Sfoggiando una gran bella voce in una magistrale versione a cappella di Maybe this time, un caschetto biondo e vestiti floreali da casalinga anni '50, anima un personaggio senza lati oscuri. Affettuoso, petulante, oppressivo, materno. Senza malizia; fatta eccezione per un bacio sulle labbra, piuttosto candido, dato al suo giovane partner, nel finale di stagione. Sono dell'idea che Freddie Highmore, con il suo viso da eterno bambino, sia un protagonista perfetto, ma il problema sta nella costruzione del suo carattere, nella scarsa complessità del suo personaggio. La sceneggiatura lo vuole un adolescente complessato, con buchi nel passato e nella memoria. Problematico, ma non volontariamente nocivo. D'effetto, però, lo sguardo in camera che lui – sempre più psicopatico? - rivolge allo spettatore, alla fine. Bates Motel ha un pregio che si chiama Vera Farmiga. Ha un'ambientazione moderna che gioca con i colori del vintage, una colonna sonora retrò a cui si alternano "sputtanatissimi" pezzi radiofonici, l'aspetto delle occasioni perse. Mi ci appassiono, lo seguo bene, ma poi penso che dovrebbe essere il prequel di Psyco e dico Peccato! (6)

venerdì 11 ottobre 2013

I ♥ Glee: 5x03 - The Quarterback

"Tutti vogliono parlare di come è morto, poi, ma a chi importa? Un solo istante in tutta la sua vita. A me interessa più come ha vissuto."
Io odio tante cose. Odio le ostentazioni e le scenate. Odio quando il dolore viene urlato e le lacrime, come fiumi di falsità, scorrono dagli occhi. Odio dover star male. Odio le cose fuori programma. Odio questo post, che racchiude tutto quello che mi fa paura: il dolore, il disordine, la fatalità. Non era programmato, ma nemmeno la morte di un ragazzo di trent'anni lo era. Sovverte ogni piano, ogni regola, ogni ordine. Ogni certezza. Avevo tante cose da fare, oggi. Avevo evitato accuratamente di ricordare che, come ogni venerdì pomeriggio, c'era Glee ad aspettarmi. Poi il mouse è corso naturalmente a play, la musica è partita e, insieme a lei, il terzo episodio della quinta stagione di uno dei miei telefilm preferiti: quel Glee che è gioia pura. Un cielo senza nuvole, una giornata senza la tristezza. Ma qualcosa era cambiato sin dall'inizio. Sin dal primo episodio della nuova serie, debuttata tre settimane fa in America, c'era una sedia vuota in mezzo a quei personaggi che, ormai, chiamo familiarmente per nome. Una voce in meno in un coro che non canta più come una volta. Il 13 Luglio 2013 – quasi tre mesi fa – la realtà è piombata a peso morto sul cast intero, creando una frattura ampia un metro e novantuno che ha messo ogni cuore a soqquadro. Cory Monteith, il gigante buono che aveva dato la sua voce, i suoi occhi scuri e il suo sorriso cordiale al personaggio dell'onesto Finn Hudson, è morto. La sua vita riassunta in un trattino come un altro: 1982 – 2013. Trentun'anni, miliardi di sogni, una vita intera riassunti così. Un'esistenza, come spesso accade in questo mondo, spenta bruscamente da un'insana e drammatica dipendenza.
Non vi dirò che è sbagliato, perché lo sapete già. Non vi dirò che ci sono persone che muiono ogni giorno e che hanno sorti decisamente peggiori, perché lo scopro istante dopo istante, proprio intorno a me. E voi, facciamo questo patto sacrosanto, promettetemi che non direte che, come Amy Winehouse e altri prima di lui, Cory se l'è cercata; promettetemi che non lo accuserete di aver raggiunto il fondo volontariamente, a forza di bracciate, e di aver lasciato che il suo talento morisse egoisticamente insieme a lui. Lo diceva Tolstoj, non lo dico io: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Ci sono storie, e dolori, e stati d'animo che noi, dall'esterno, non conosceremo mai per davvero. Noi non conosceremo mai per davvero Cory Monteith. Io non lo conosco abbastanza per giudicarlo, ma lo conosco abbastanza per celebrarlo a modo mio. Glee, oggi, mi ha giocato un brutto – bruttissimo – scherzo. Ho spento la TV, mi sono alzato dal divano in fretta e furia e mi sono asciugato gli occhi con la maglietta, ripetendomi che quel plaid un po' umido, in un angolino, non era colpa mia. Un plaid, sì, anche se non avevo freddo, all'inizio. Poi, dalla prima scena, il mio cuore ha perso qualche battito e la temperatura è scesa, disegnando sulle mie braccia una pelle d'oca che ancora non va via. The quarterback è un addio. L'episodio che Ryan Murphy ha scritto in memoria di una persona a cui tutti quanti abbiamo voluto istintivamente bene. I personaggi del cast erano in una fila ordinata, sul palcoscenico illuminato – per una volta – senza sfarzo. I vestiti neri, gli occhi fissi. Meravigliosi e impeccabili come sempre cantavano l'intro del musical Rent, Season of Love, e rivolgevano i loro acuti e le loro armonizzazioni a un posto tristemente vuoto, giù in platea. La foto di Cory è comparsa alle loro spalle e la puntata vera e propria è iniziata. Una puntata strana, in cui la finzione e la realtà si sono confuse per quaranta minuti. O forse ero io ad essere confuso, per via delle lacrime, necessarie ed immancabili. Puntuali. Gli attori hanno svestito i panni dei loro personaggi e, quasi in borghese, hanno interpretato loro stessi, non dovendo fingere – per una volta – una spensieratezza che non c'è. Tre mesi fa, il mio pensiero è corso a loro: una famiglia con un membro in meno. La mia famiglia, senza più un fratello maggiore. La puntata mostra le loro reazioni, in un episodio dalla trama inesistente in cui solo il rimpianto e la commozione restano. Le coreografie non ci sono, le canzoni sono bisbigli, i personaggi improvvisano il dolore che hanno conosciuto da vicino. Io ero con loro; sono stato con loro dal primo minuto all'ultimo. Faithfully. Li ho abbracciati da lontano e, come una spugna, ho assorbito un po' del veleno che aveva corrotto la loro linfa colorata: io, che non sono mai stato un tipo empatico. Glee è l'orlo argenteo delle nuvole. Mi ha dato tanto e, in un solo episodio, mi ha tolto tanto. Ha rubato la trave portante di una facciata, che ormai è crollata in un ammasso di sassi brutti e grigi. Me lo aspettavo, ma non me lo aspettavo. Invece, in quella fiaba canterina un po' inverisimile e ingenua - ma taaanto adorabile - in cui due ragazzi gay possono sposarsi, un adolescente sulla sedia a rotelle più conquistare la più sexy della cheerleader, un ragazzo trans può camminare senza maschere per i corridoi del suo liceo, per una volta, c'è stato spazio per il dolore autentico. L'ho sentito, assordante e violento, scostare il tendone rosso e salire sul palcoscenico. Senza invito, indesiderato. Era nello sgomento senza voce del professor Schuester, nella rabbia di Puck, nelle battute acide di Sue, nel coraggio che Santana trova dentro di sé per imparare a liberarsi da quel groppo che le impediva anche di cantare. Era in Rachel, la straordinaria Lea Michele, che ha perso il suo fidanzato dentro e fuori dal grande schermo. Non solo per finzione. Lei è Glee. Un'anima senza un pezzo importante, un corpicino da stringere incredibilmente forte a sé, la voce di un angelo e la forza di un leone. Ha finto finché ha potuto: anche nella prima puntata di questa nuova serie, quando cantava malinconica Yesterday, tutti noi sapevamo che aveva parole, occhi, orecchie e battiti solo per il suo “Finn”. Se avessi saputo cantare, io avrei cantato insieme a loro. Sul divano, invece, mi sono limitato a tirare su con il naso e a muovere la bocca in silenzio, modellandola su canzoni che risentirò fino a farmi sanguinare le orecchie; come un pesce rosso sbalzato via dalla sua bolla di vetro. Scrivere queste righe è stato il mio atto catartico. E forse starò meglio, tra un po'. Glee fa venire voglia di cantare a chi è stonato come me; fa venire voglia di ballare a chi, impacciatissimo, ha due piedi sinistri; fa venire voglia di piangere anche a chi non sa farlo più. Fa venire voglia di vivere anche a chi, dal fondo del suo lutto, si ripete che non potrà sopravviere. La 5x03 di Glee è una puntata che non cancellerò mai dal mio Pc e dalla mia mente: toccante, liberatoria, delicata, schietta, memorabile. Mi ci voleva – oppure no. Forse no! – ma finalmente tutti hanno potuto dire il loro ultimo addio, insieme a me, al ragazzone che, con la sua giacca rossa da football e il suo ricciolo ribelle, era un po' il nostro Superman. Quand'è stato il nostro turno - anche se non è stata colpa di nessuno, lo so - non siamo riusciti a salvarlo. Si è tenuto, fino alla fine, il suo dolore per sé, fino a scoppiare in mille pezzi confusi: potete vederla come viltà, la sua, o come la stupida, eccessiva, folle bontà di chi – con i suoi drammi – non voleva essere un peso per gli altri. Sapete già cosa penso io, per quel che vale. E, sempre per quel che vale, anche se forse lui non mi sentirà, dove si trova adesso, io glielo dico lo stesso: grazie. Per la musica, le risate, la tolleranza, il sorriso sempre pronto. Ti abbiamo voluto tutti bene, e te ne vorremo sempre. 
Senza rancore.

sabato 27 luglio 2013

Recensione: La terra delle Storie, di Chris Colfer

Stiamo vivendo un brutto capitolo delle nostre vite, ma tutti i libri migliorano andando avanti.

Titolo: La terra delle storie – L'incantesimo del desiderio
Autore: Chris Colfer
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 485
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Alex e Conner non sono contenti della loro vita. Il papà non c'è più, la mamma lavora troppo, e a scuola sono solo problemi. Poi il libro di fiabe ricevuto in dono dalla nonna per il loro dodicesimo compleanno prende vita, e tutto cambia. Perché non è solo un libro, ma la porta che si apre su un altro mondo, e fratello e sorella vi precipitano come Alice, lei per errore, lui per non lasciarla sola. Dall'altra parte c'è la Terra delle Storie, e il primo incontro in quella landa magica è con il Principe Ranocchio. L'avventura chiama. E nelle fiabe, anche nelle più note, niente è come appare... Età di lettura: da 10 anni.
                                                La recensione
Per tutta la mia vita mi sono sentita incompleta! Come se da qualche parte nel mondo stesse succedendo qualcosa, e anch'io avrei dovuto esserci, essere là, anche se non sapevo dove. E ora abbiamo trovato di cosa si trattava: è questo posto. Per la prima volta, ebbi una stanza tutta mia quando avevo otto anni. Ero in un nuovo appartamente più grande del precedente, in una città più grande della precedente, nell'età giusta per avere un mio armadio, un mio comodino e un letto che non fosse più ai piedi di quello di mamma e papà. Ero grande, mi dicevo, ma in una casa ancora occupata dagli scatoloni del trasloco e senza la compagnia di una TV in camera o di un bel libro, in gran segreto, mi sentivo perso e spaventato. Il buio, lontano dai respiri pesanti dei miei genitori immersi nel sonno, era troppo buio. Nemmeno mio fratello Diego – all'epoca seienne biondo, carino e coccoloso – riusciva a dormire. Io ai piani bassi, lui in cima al letto a castello, chiacchieravamo. Ci facevamo coraggio a vicenda. Il nostro passatempo preferito per prendere sonno era chiudere gli occhi e fingere di camminare tra le strade di un parco divertimenti animato dai personaggi delle fiabe che più preferivamo. Contare le pecore, già all'epoca, era obsoleto. Fuori moda. 
E, mentre le rotelle ben oleate della nostra immaginazione giravano e rigiravano, noi cadevamo nel sonno, tra le braccia di un Morfeo che aveva le sembianze una volta di Aladin, un'altra di Peter Pan, un'altra ancora del forte e simpatico Hercules. Quelle storie ci davano pace e, grazie alla morale custodita nelle ultime righe, senza che ce ne rendessimo conto, insegnavano a vivere. Così è sempre stato, così sempre sarà. Nel romanzo di esordio di Chris Colfer, ai due protagonisti accade di vivere esattamente il sogno della mia infanzia: piombare in un libro, svanire tra le sue pagine lette e rilette, cadere dolorosamente sul sedere nel cuore di un bosco pieno di insidiosi lupi cattivi, aiutanti inaspettati, principi e principesse coraggiose, case di pan di zenzero e castelli maestosi. Nella Terra delle Storie. Alex e Conner, dodici anni, sono gemelli, ma i loro caratteri diametralmente opposti compensano alla loro strabilante somiglianza fisica. La prima è una bambina studiosa e pacata, saggia e assennata. Suo fratello, invece, è goffo, irruento, brontolone e colleziona note e rimproveri su rimproveri: sapete, la sua maestra considera l'addormentarsi in classe davvero poco rispettoso. Ma lui si difende, non è colpa sua: è la Storia ad essere mortalmente noiosa, non le sue palpebre ad essere mortalmente pesanti! Battibeccano come tutti i ragazzi di quell'età e, come tutti i ragazzi di quell'età, sono insoddisfatti della loro vita. Ma non sono semplici capricci, i loro: la morte del padre – colui che, con i suoi racconti fantasiosi e allegorici, riempiva le loro giornate – li ha segnati per sempre. Da allora, niente è stato più lo stesso. Non hanno più la loro casa e non hanno più la loro mamma, sommersa da bollette da pagare e da orari di lavoro che hanno fatto della sua professione la sua seconda famiglia. Sono infelici e morti dentro, finché non cadono in una favola. Ritornare nel loro mondo e mettere insieme gli oggetti necessari per esaudire l'Incantesimo del Desiderio – la scarpetta di Cenerentola, una gemma incastonatae nella bara di cristallo di Biancaneve, un pugnale sepolto negli abissi, una ciocca di capelli di Raperonzolo, e altri oggetti ancora - sarà il loro riavvicinarsi alla vita. Avevo sottovalutato l'uscita di questo romanzo. Purtroppo, inizialmente, leggerlo non era nei miei programmi per l'estate 2013. Poi, è arrivata la tragedia a mettere a soqquadro l'allegra famiglia di Glee e, nostalgico e commosso, ho rivisto le prime stagioni della serie TV. Quando tutto era perfetto, e quando Cory Monteith era ancora parte di quella famiglia canterina di attori e talentuosi artisti, diventata, col passare degli anni, un po' anche la mia.
Ho imparato a memoria i video delle loro vecchie esibizioni su YouTube, ho cercato backstage e interviste, ho letto questo romanzo. Sarà una cosa stupida, forse, ma era un modo come un altro per sentirmi più vicino a loro. Chris Colfer e il suo Kurt Hummel non sono mai stati tra i miei preferiti della serie, francamente. Ha una voce squillante, da soprano, che reputo fastidiosissima per le orecchie e modi di fare da “Mr so tutto io” che non me l'hanno mai reso simpatico, pur adorando tutti i personaggi che orbitavano intorno a lui: Blaine, i suoi fedeli amici, suo padre. Attore, regista, cantante, vincitore del Golden Globe e, secondo il Time, ai primi posti tra le persone più influenti del mondo, Chris Colfer – classe 1990 – debutta, con questo suo romanzo, in un mondo a cui faceva il filo sin da bambino: quello magico e luccicante dell'editoria. Dedica il suo libro alla nonna e, nella prima pagina, scrive: A mia nonna, per essere stata la mia prima editor e avermi dato il miglior consiglio sulla scrittura che abbia mai ricevuto: Christopher, credo che tu debba aspettare di aver finito le elementari prima di preoccuparti di essere uno scrittore fallito. 
Sono state queste poche, ironiche righe per far nascere un'impensata alchimia. Ha uno stile semplice e colloquiale, ma le sue descrizioni sono talmente originali e appassionate che un sospetto, naturalmente, balena nella mente del lettore: lui deve essere stato lì. Magari quello è il suo mondo d'origine. Insieme a lui e ai suoi protagonisti camminiamo tra regni lontani e personaggi notissimi, partiamo all'avventura per una caccia al tesoro divertente e spericolata, vediamo il sogno di ogni bambino diventare realtà. Unisce tradizione e innovazione nel riscrivere le fiabe più lette di sempre e, collaboratore non ufficiale dei fratelli Grimm, ha l'audacia di mostrarci i protagonisti dei più indimenticabili “C'era una volta” una generazione dopo e in un ambiente a tratti borghese. Le principesse sono diventate regine, i tanti principi Azzurro sono diventati re di territori in lotta tra loro o legati, altre volte, da alleanze fraterne. I discendenti del Lupo Cattivo hanno messo su una squadra d'assalto per vendicare la morte del loro sanguinariamente illustre avo, la Confederazione Felice e Contenti eredita i diritti e i doveri della nostra ONU, Cenerentola – come la sua collega Kate Middleton – ha un royal baby da presentare ai suoi sudditi. 
E i paparazzi, questa volta, sono ammessi a corte. La dispettosa e frivola Cappuccetto Rosso si contende con la fuorilegge Riccioli d'oro il cuore di Jack – non sarebbe stato meglio, per lui, rimanere tra i giganti in cima al fagiolo magico? Meglio loro che una donna dal cuore spezzato – e la povera Ariel, senza il suo lieto fine, è spuma di mare che, come una presenza, vive negli oceani, struggendosi per un amore impossibile di cui pochissimi sono a conoscenza. La scrittura di Chris, a tratti, è ancora acerba, ma una fantasia che più iperattiva non si può, una simpatia tutta da scoprire e una curiosità alimentata pagina dopo pagina fanno del primo volume di La terra delle storie un libro per l'infanzia pressoché ottimo. Il suo segreto è mantenere l'universalità delle fiabe antiche; parlare ai bambini della generazione di Temple Run – che si divertiranno un mondo nelle scene delle corse in miniera e negli inseguimenti scanditi dagli ululati delle belve – e a quelli, come me, che ripenseranno, per istinto naturale, a Shrek, Tre gemelle e una strega, Simsalagrimm, Once upon a time. La copertina è fantastica e curatissima, come fantastici e curatissimi sono i disegni in bianco e nero che aprono ognuno dei ventiquattro capitoli del romanzo. Sarebbe un film per ragazzi perfetto. O un perfetto musical di Broadway, nello stile di Wicked e Into the woods. Una volta terminato, verrebbe voglia di regalarlo a tutti, tutti. Se l'avessi letto a dieci anni, probabilmente, sarebbe il mio libro preferito, adesso. La trama suggerisce la lettura dai 10 anni. Io amplirei: lo consiglierei a tutti, dai 100 anni in giù. Il mondo sceglierà sempre la cosa più facile da credere. E' più facile odiare, criticare e spaventarsi che capire. Nessuno vuole la verità; il mondo vuole solo lo spettacolo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lea Michele & Chris Colfer – Defying Gravity

venerdì 24 maggio 2013

I ♥ Telefilm: Season Finales #1

Ciao a tutti! Come state? :) Ormai Maggio è giunto quasi al termine. Sta arrivando l'estate, stanno arrivando gli esami e stanno finendo – ahimè – le serie TV. Nel post di oggi di I Love Telefilm, primo di una serie di appuntamenti molto simili tra loro, voglio parlarvi dei recenti finali di stagione. I telefilm che ho scelto oggi sono tre: Glee – di cui già vi ho già parlato qui – e due novità, apparse sui palinsesti americani solo lo scorso settembre, Beauty and The Beast e The Following. Non preoccupatevi, non sono presenti spoiler! Voi le seguite? Se sì, siete d'accordo con me? Vi aspetto. Alla prossima e buon weekend, M.

Stagione altalenante per Glee, uno dei pochi telefilm che ha sempre rappresentato una certezza, per me. Si ampliano gli scenari, le dinamiche tra i personaggi, il cast, ma, nonostante gli squarci sulla splendida New York, l'amichevole partecipazione di Sarah Jessica Parker e della sorprendente Kate Hudson e l'inserimento di nuovi comprimari perfettamente inseriti nel clima festoso delle Nuove Direzioni, qualcosa mi è mancato. La verità è che nel momento in cui il liceo di Lima ha perso Rachel, Kurt, Puck, Mercedes, Finn, Sanatana e Quinn anche la serie ha perso un po' del suo smalto, della sua verve. Come sempre, Ryan Murphy ci assicura un mezz'ora di piacevole divertimento, ma la sottile cattiveria e lo sfumato cinismo che pervadeva soprattutto la prima serie perde la battaglia... A trionfare, tante volte, sono i buoni sentimenti; sentimenti buoni, ma decisamente meno interessanti. Mi è difficile ammetterlo, ma nemmeno seguire la ricerca della notorietà della talentuosa Rachel ha saputo entusiasmarmi. Lea Michele continua ad essere inconsapevolmente affascinante, bravissima e simpaticamente irritante, ma in questa stagione è nella Grande Mela: lì dove un amante del genere si aspetterebbe coreografie alla Bob Fosse, omaggi ai musical di Broadway, ci sono invece esibizioni belle, ma statiche, che avrebbero fatto una bella figura nell'ambiente disimpegnato di un liceo, ma non in una scuola di ambiziosi artisti. Per fortuna, per le coreografie e la spettacolarità mi sono affidato a Smash, serie che è un trionfo di musica e show. Ve ne parlerò a breve: merita una puntata tutta sua! Tra le new entries, degna di nota l'adorabile Marley e il triangolo sentimentale che vede coinvolti lei, Jake e Ryder. Il professor Schuester e Sue compaiono raramente, in maniera pigra e discontinua: grillo parlante e diavoletto dispettoso sullo sfondo dei vari episodi. A reggere buona parte della serie, invece, è stato il talento straordinario di Darren Criss, praticamente il nuovo Rachel al maschile. A lui dobbiamo alcuni dei momenti più emozionanti, all'interno di una serie che, questa volta, non ha spiccato nemmeno per i numeri musicali: la sua versione acustica di Teenage Dream, le cover di Agains all odds e It's Time e quella di The Scientist (cantata dal cast in gran completo) sono in pole position sul mio iPod. Privo della consueta emozione, anche il finale di stagione: carino, ma vuoto e privo perfino di un bel pezzo di chiusura. Non avrei nemmeno capito che si trattasse dell'ultimo episodio, se non fosse stato per Wikipedia!

The Following: una serie TV che aveva tutte le carte in tavola per essere perfetta. Un protagonista d'eccezione, un inizio accattivante, episodi scritti con intelligenza e inventiva dal Kevin Williamson di Scream, So cosa hai fatto, The Faculty. I primi episodi funzionano alla grande, esaltano lo spettatore. Il telefilm ha ritmo, è sorretto da ottime interpretazioni ed i personaggi sono caratterizzati dalla complessità psicologica che solo uno bravo come Williamson può assicurare – geniale, per me, l'impeccabile black comedy Killing Mrs. Tingle. Tutto sembra essere in potenza, tutto sembra prepararsi a un finale bomba. C'è mistero, una violenza latente e una grande capacità e sensibilità di giostrarsi tra i sentimenti: ottimamente delineato il rapporto di malata ossessione tra Bacon e Purefoy (anche lui molto bravo!), la relazione tra il poliziotto “buono” e la moglie del suo carnefice, il teso triangolo amoroso che scatta tra tre rapitori – un lui e una lei che si contendono il cuore di un altro uomo. Ma, non so dirvi cosa, ad un certo punto, all'incirca a metà serie, qualcosa inizia a mancare. Il telefilm perde colpi e, sebbene estremamente coinvolgente e piacevole da seguire, perde l'appuntamento con quella grandezza a cui poteva mirare. Percorre i sentieri più ovvi, le strade già battute. Non che tutto il resto vada perduto, ma la delusione dello spettatore finisce per prevalere: The Following, infatti, sembra adagiarsi troppo in fretta sugli allori, come se l'incipit dovesse essere indimenticabile, ma il resto potesse essere decisamente da meno – meno curato, meno intrigante, meno tutto. Un finale che prende e immancabilmente aperto mi lasciano però ben sperare. Promosso, quindi, anche se con qualche debito. Giudizio rimandato a Settembre.

La passione per i retelling ha invaso prima le librerie, poi il grande schermo e, da qualche anno a questa parte, anche il piccolo. Dopo i mostri e le indagini di Grimm, lo scorso settembre per la The CW è debuttata una nuova serie, ispirata a un famoso sceneggiato del 1987 e a un'amatissima fiaba per bambini; la mia preferita: La Bella e la Bestia. Ma se il film Beastly riprendeva pari passo il modello della favola originale, modificandone solo ambientazione ed epilogo, la serie TV con la Kristin Kreuk di Smallville, Jay Ryan (Terra Nova) e Sendhil Ramamurthy (Heroes) propone un mare di novità. Anziché un regno lontano abbiamo New York e, al posto di una romantica fanciulla indifesa, troviamo una poliziotta bellissima e dal passato traumatico, che si destreggia tra casi da risolvere, una sorella minore a cui badare, i colleghi dell'ufficio e i misteri dell'omicidio della madre. La Bestia è il muscoloso e imponente Vincent: un soldato che, vittima di un esperimento scientifico che ha visto coinvolta la sua intera equipe, ha riportato pericolosi mutamenti nel suo DNA: ha una forza sovrumana e, nei momenti di rabbia, diventa un violento mostro. Ma ha un cuore d'oro e lui è Catherine s'innamorano, mentre un'associazione segreta minaccia di mettere a soqquadro la loro stabilità emotiva e sentimentale e di togliere loro la vita. Avevo aspettato la serie con ansia, poi, dopo qualche deludente episodio, l'ho abbandonata. Non mi diceva assolutamente niente! Vittima la noia dei pomeriggi invernali, durante le vacanze natalizie, le ho concesso una seconda possibilità e ho recuperato tutti gli episodi che avevo lasciato accumulare: era semplice, banalotto, ma carinissimo. Un Chuck con meno umorismo, ma con tanti personaggi simpatici e romanticismo a flotte. D'un tratto, mi ha conquistato. Si sono aggiunti un tocco di mistero e azione ed il conto alla rovescia affinché i due protagonisti si scambiassero il primo bacio -  tra equivoci, fughe e ostacoli grandi e piccoli. E' stato un piacere ritrovare l'adorabile Kristin Kreuk ancora una volta e, anche se accanto a lei non c'è più Clark Kent, l'affinità tra lei e il suo nuovo partner è forte. Sono belli, affiatati, convincenti e costituiscono una coppia perfetta. Simpatici e intensi i comprimari – su tutti il geniale J.T ed Evan, il Gaston della nuova versione della storia -, bella e alla moda la colonna sonora, godibilissimo il tutto. Un telefilm che gioca con poche carte e ben scelte, che non osa più di tanto, ma che, umano e confortante, scatena il fan che è in tutti noi. A partire dal 29 Maggio, debutterà in prima serata su Rai 2. Non perdetelo.

venerdì 10 febbraio 2012

I ❤ Telefilm # 1 : Glee


 Glee è una serie televisiva statunitense, debuttata sul canale Fox nel Gennaio del 2010.
In uno staff di esordienti o poco più, spicca il nome di Ryan Murphy, geniale sceneggiatore di “ Nip e Tuck”, “ American Horror Story” e “Popular”.
La serie si presenta come uno dei tanti teen drama che siamo abituati a vedere sul piccolo schermo e - con tanto di drammi, amori, gelosie e risate - segue le vicende di un gruppo di nerd che, guidati da un ispirato insegnante, si muovono nell'agguerrito mondo del canto corale. Niente di nuovo direte voi : una sorta di nostalgico remake di “ Saranno famosi” o di “ Grease” ; una versione più matura dell'amato/odiato “High School Musical”.
Questa serie TV di successo mondiale non apporta , effettivamente, nulla di nuovo al genere.
C'è poco realismo … tante belle chiacchiere e pochi fatti..
Io, che ho la stessa età dei protagonisti, non mi ci rivedo minimamente. E' verisimile come lo sarebbe una fiaba di Walt Disney.
Il punto è questo : Glee è una moderna fiaba di Walt Disney ! Il trucco è sedersi in poltrona e lasciarsi trasportare dal ritmo.
Proprio come i colorati personaggi che hanno animato la nostra infanzia , anche i protagonisti della serie esprimono emozioni e sentimenti attraverso energiche canzoni.
Si battono per conquistare lo sfavillante luccichio della fama : il loro lieto fine.
In Glee c'è qualcosa di diverso ; ha un'anima profonda e vibrante che , al ritmo delle canzoni più belle di sempre, ci scuote dal torpore dell'apatia. E' meglio di qualsiasi antidepressivo : può far tornare a splendere il sorriso sulle tue labbra . Perché lo guardo ? Perché mi fa stare bene. E' un terremoto di emozioni, l'arcobaleno dopo la tempesta. Glee è gioia, vita. Glee è non sentirsi soli. Glee è forza ed energia.
Come è accaduto , per esempio, con la saga di Hunger Games, anche questo prodotto “made Usa” è stato accolto tiepidamente dal pubblico italiano. Da persone che guardano “Uomini e Donne” e “Centocretine vetrine”, non mi meraviglio !
In America va come il pane : tutti lo vogliono, tutti lo guardano! Sarà che l'ottimismo che irradia è particolarmente in linea con il messaggio del “sogno americano”...
Ne hanno fatto magliette, concerti 3D, reality , libri e videogame . Diversi episodi sono stati dedicati alla discografia di Lady Gaga, Madonna, Michael Jackson, Britney Spears e dei Journey . Hanno partecipato come comparse Gwyneth Paltrow, Ricky Martin e Britney Spears e, nei prossimi episodi, sono attesi il Matt Bomer di White Collar , Anne Hathaway e Helen Mirren.
Detesto tutta questa “mercificazione” propria degli americani ( Vedi Twilight) , ma Glee non riesco proprio ad odiarlo ; no! 
 Con Glee è sempre Natale ! Spazio all'allegria e alla leggerezza . Guardate Glee e scoprirete che suono hanno i sogni. Sbaglia chi dice che arrivano in punta di piedi. I sogni sono colorati, fanno chiasso e hanno voci incredibilmente belle . Possono ricordare una ballata romantica, una canzone rock, un pezzo di Broadway, ma si fanno sentire : statene certi.