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lunedì 31 dicembre 2018

[2018] Top 10: Mr. Ciak



10. Figlia mia
Un selvaggio melodramma al femminile dai colori accesi e gli impressionanti piani sequenza. Un romanzo di formazione purtroppo passato in sordina, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme e l'amore.

9. Lontano da qui – The Kindergarten Teacher
Insieme alla Bispuri, il grande outsider della rassegna. L'amicizia tra un'insegnante e un piccolo poeta di cui salvaguardare il talento (anche appropriandosene), in un dramma pedagogico fra due estremi: la disattenzione degli adulti e le pressioni morbose di chi sogna un futuro migliore. Sullo sfondo, un mondo troppo distratto per i geni incompresi e le maestre con una missione, che fa orecchie da mercante davanti alla poesia del cinema indie.

8. Tonya
L'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspettavi. L'altro lato della medaglia. 

7. Hereditary – Le radici del male
La prima parte è una logorante tragedia domestica, la seconda una libbra di carne da pagare alle logiche di mercato. I pro bilanciano i contro, se a dirigere c'è un esordiente con la mano dei miniaturisti. Tutte uguali le famiglie felici, infatti, a modo loro quelle le maledette.

6. Dogman
Storia di cure affettuose e violenza barbara, è un noir che si affranca grazie al cuore grande del cinema d'autore. Emoziona, intenerisce, spossa, con una vicenda a briglia sciolta legata all'orgoglio di un omino con un soprannome da anti-eroe da fumetto. Complice quale sei, ti salvi soltanto se corri più forte, lontano, del cane che abbaia e che morde.

5. Roma
Piccola grande ode alla tenacia delle donne, alla quiete delle case in ordine, alle infanzie da non rinnegare mai, in cui si ricercano con successo l'arte e la poesia dappertutto. Assieme alla bellezza di una nuova meta, una seconda Roma, dove darsi appuntamento con la puntualità dei ricordi.

4. Il filo nascosto
Bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, l'ultimo Paul Thomas Anderson è la dimostrazione di come la perfezione stilistica possa risultare respingente. Come un abito preso in prestito, al di fuori della nostra portata, che abbiamo paura di sgualcire. Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario.

3. Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Un bagno di male da cui si esce annaspanti, grati, toccati: colpiti in pieno petto. Si perdona, ci si vendica. Si piantano i fiori, e una donna in tuta da meccanico se ne prende cura, perché ha un cuore nero ma il pollice verde. Si aspetta che un cerbiatto – un segno del destino, diremmo – torni a brucare. Alle porte di Ebbing, Missouri, finché c'è rabbia c'è speranza.

2. La forma dell'acqua
Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Quindi tuffatevi a recuperare quella scarpetta che se ne va alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare.

1. Chiamami col tuo nome
Con un indefinibile senso di meraviglia, Guadagnino ci lascia assistere al risveglio della natura di Elio e Oliver. In un melodramma intriso di classicismo e grazia, epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via. Partecipano Madre Natura in persona, i cinque sensi, e uno spettatore che non vorrebbe cacciare mai gli innamorati da quel Paradiso su misura. Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più.

I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome), Harry Dean Stanton (Lucky), Marcello Fonte (Dogman);
Miglior attrice protagonista: Diane Kruger (Oltre la notte), Margot Robbie (Tonya), Tony Collette (Hereditary);
Miglior attore non protagonista: Michael Stuhulbarg (Chiamami col tuo nome), Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), Alessandro Nivola (Disobedience);
Miglior attrice non protagonista: Allison Janney (Tonya), Elena Sofia Ricci (Loro), Claire Foy (First Man).




Muchacha sexy: Matilda Lutz (Revenge), Ophélie Bau (Mektoube, My Love: Canto Uno), Lily James (Mamma mia! Ci risiamo);
Bello e impossibile: Henry Golding (Crazy Rich Asians, Un piccolo favore), Armie Hammer (Chiamami col tuo nome), Alessandro Borghi (Napoli velata);
La coppia più bella del mondo: Chalamet-Hammer (Chiamami col tuo nome), Blunt-Krasinski (A Quiet Place), McAdams-Weisz (Disobedience);
Nice to meet you: Lady Gaga (A Star is Born), Alex Wolff (Hereditary), Adriano Tardiolo (Lazzaro felice).


Sing it back: Shallow (A Star is Born), Mystery of Love (Chiamami col tuo nome), Never Enough (The Greatest Showman);
Psycho Killer: Blake Lively (Un piccolo favore), Michael Shannon (La forma dell'acqua), Edoardo Pesce (Dogman);
Will you recognize me?: Robbie-Jenney (Tonya), Alessandro Borghi (Sulla mia pelle), Toni Servillo (Loro).
Let's talk about sex: La pesca (Chiamami col tuo nome), Il bagno-acquario (La forma dell'acqua), Mezzogiorno-Borghi (Napoli velata).
Cry me a river: Il ballo (La forma dell'acqua), I titoli di coda (Chiamami col tuo nome), Il ritrovamento del corpo (Searching). 



lunedì 9 luglio 2018

Mr. Ciak - Flaiano Film Festival: Figlia mia, La terra dell'abbastaza, Sono tornato, Youtopia

Dal 29 giugno al 6 luglio, con una cerimonia finale sullo sfondo di Piazza della Rinascita, si è tenuto a Pescara il quarantacinquesimo Flaiano Film Festival. Il primo per cui ho timbrato il biglietto. Diciotto film divisi in quattro categorie, Riccardo Milani come direttore artistico e un red carpet aperto ad alcuni fra i migliori volti di casa nostra: il tre volte Premio Oscar Vittorio Storaro, Ferzan Ozpetek, Elena Sofia Ricci, Monica Guerritore, Greta Scarano, Filippo Timi, Massimo Popolizio, Francesco Montanari, Ennio Fantastichini, Rolando Rovello, il trio Ward-Conticini-Muniz, lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, Alessandro Cattelan.

La Sardegna è quella brulla e ancestrale di Michela Murgia. Lì si raccontano leggende e bugie. Ci si scambia i figli. Si vive di quel che porta a riva la benevolenza del mare. Valeria Golino, con una tinta scura che le fa più bella e i vestiti dei giorni di festa, ha affidato le sue preghiere prima alla Madonna, poi ai lombi della Rohrwacher: tanto bene integrata la prima, quanto sciagurata la seconda, non avrebbero in comune niente, se non un segreto con i capelli rossi; un patto da violare nel momento in cui la derelitta Angelica, tutta abitini inguinali e lingua impastata, non avanza una pretesa prima di lasciare l'isola per sempre. Conoscere un po' per capriccio, un po' per desiderio, la bambina che ha partorito e subito ceduto a una genitrice migliore di lei. La piccola Vittoria non conosce la verità sulla propria nascita, ma è troppo selvatica, troppo curiosa in fatto di baci e imprese impossibili, per appartenere a una famiglia dalle discrete possibilità economiche che le impone gli abiti da signorina, il costume intero in spiaggia, gli orecchini meno appariscenti e animali domestici che non somiglino a scrofe, galline o cavalli. Il sangue chiama. La bussola interiore porta sempre e comunque alla fattoria fuori mano dell'irresponsabile madre biologica; mentre colei che l'ha cresciuta, in paese, si strugge per diritti che non le spettano, la torta di compleanno intonsa, un letto vuoto. Dopo Vergine giurata, Laura Bispuri torna al cinema con un melodramma al femminile con i colori accesi, la telecamera a mano impegnata a seguire le protagoniste in piani sequenza impressionanti, una storia di maternità salveggia. Figlia mia è una carnale romanzo di formazione fra due fuochi, sotto il sole a picco, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. Disarmante per immediatezza e generosità, è il rito iniziatico di una bambina contesa, voluta allo stesso tempo da tutti e da nessuno. Come succede alle anguille, stando ai racconti dei padri pescatori, viene partorita al largo per poi raggiungere il punto di partenza. Perché le bestie dalla natura acquatica e le figlie della Bispuri, tagliato il cordone, trovano sempre la strada di casa: a guidare le due litiganti, colei che dall'alto del suo sfacciato metro e trenta se ne frega della buona educazione e delle leggi degli uomini. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme, l'amore. (7,5)

Mirko e Manolo frequentano la scuola alberghiera, ma non vogliono essere camerieri. Proprio non se ne parla, di servire. Si desiderano padroni. All'inizio pensavano a un'attività in proprio, ma il destino ha piani alternativi. Hanno avuto la fortuna di investire l'uomo giusto: ricercato da un clan del posto, il latitante è stato freddato per caso da due ventenni su di giri, che fanno di quell'omicidio preterintenzionale una merce di scambio; un modo per svoltare. Il clan vuole sdebitarsi, li vuole a bordo. Perché se uccidere viene loro sorprendentemente facile, il malaffare è la via. Siamo nell'immancabile provincia romana di Garrone, Sollima, Caligari: volgare, stagnante, miserabile. Le femmine sognano i talent show alla TV; i maschi di continuare a giocare alla guerra. Qualche mamma nel frattempo fa i salti mortali per sbarcare il lunario e qualche padre – un inedito Tortora – liquida la morte come fosse un hobby. Applaudito all'unanimità al Festival di Berlino e vincitore della Migliore opera prima ai Nastri d'argento, l'esordio dei fratelli D'Innocenzo è una tragedia urbana pesantissima e potente. A sangue freddo. Non lascia scampo con i suoi schiaccianti primi piani e una scrittura in caduta libera, che da candida si fa efferata. Nuovo capitolo da inserire con successo nel filone dei drammi criminali, quelli che più ci riescono ma che più annoiano, La terra dell'abbastanza racconta sempre la stessa storia, sì; mostra sempre il solito sesso squallido e i soldi sporchi; tutto già detto, tutto già visto. Eppure, guardandolo, ho avuto la sensazione di assistere alla nascita di qualcosa di significativo: sentiremo parlare presto dei D'Innocenzo, che hanno un taglio indie come marcia in più, e degli scapestrati Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, che ricordano Marinelli e Borghi (amici-nemici al limite nello speculare Non essere cattivo) non solo per la fisicità o gli accenti. Anche se tra te e te credevi in fondo di averne avuto abbastanza, di spari a tradimento e ragazzi interrotti. (7)

Dici Miniero, e pensi subito ai remake su misura d'italiano. Dici Sono tornato, e ti vengono in mente il best-seller tedesco che non sei riuscito ad avere o la trasposizione che non ti ha mai interessato troppo. Vedi Popolizio, con una voce e una presenza sceniche straordinarie, e pensi che sia perfetto per il ruolo di colui che ingannava e incantava il gregge. Vedi Matano, ancora, e ti domandi cosa ci faccia in un film semiserio, e pensi che peccato: ti è sempre stato simpatico, sì, ma non che come attore convinca granché. Comunque poco male. Perché combattuto tra pro e contro, tra il desiderio di recuperare l'originale e la consapevolezza che questo aggiornamento potesse cogliere più nel (nostro) segno, sono andato a vedere la commedia satirica in cui a tornare non è il famigerato baffone, bensì il socio. Letteralmente piovuto dal cielo, si fa seguire da un aspirante documentarista – e a Matano, con il ruolo giusto, male non si può volere – in giro per uno Stivale da riconquistare. Gli extracomunitari, le unioni civili, la destra e la sinistra che non esistono più: a detta sua, il nostro disonore. Gli italiani lo trovano spassoso e affascinante, lo scambiano per un comico: gli danno un programma che fa ascolti, e tutte le ragioni. Miniero prende senz'altro il meglio dal film originale, sferza e smuove, ma il politicamente corretto resta – a sorpresa, direi, se parte di un Paese di spettatori permalosi, di gente più colpita dall'uccisione di un cagnolino in CGI che dalle persecuzioni razziali. Si ride dunque moltissimo, ma a denti serrati. Si ha paura, sotto sotto. Lo share, la popolarità, dicono come i più trovino il Duce non soltanto simpatico, ma una soluzione necessaria. Voce della ragione, una nonna smemorata che mette la pelle d'oca con i suoi ricordi shock. Al suo arrivo in sala, eppure, Sono tornato non ha fatto gran rumore. Troppo intelligenti gli italiani, o troppo punti sul vivo per proferire verbo?  Si ride nerissimo, ci si guarda indietro e avanti. Dove eravamo. Dove andremo. In una Italia su ruote, sui canali della TV trash, che spererebbe di riprendere tutto ciò che è suo. Un nulla di fatto, sublimato dalla peggiore forma di nostalgia. (6,5)

Si è riso più che con Favola. Si è storto il naso più che per la mancanza di carattere di Dopo la guerra. La soglia della credibilità, abbassata più che nella fiaba Tito e gli alieni. Ma non parliamo di una commedia grottesca, di un dramma politico che non sa bene che pesci prendere, di fantascienza per bambini; piuttosto della disperazione per la crisi economica, di sesso e potere, del lato sporco di internet. Di una ragazza che a diciott'anni mette all'asta la propria verginità per salvare la casa dal pignoramento. Lei è una De Angelis tutta tette a vista e bronci, che nella sua cameretta chatta con il romantico avatar doppiato dall'attore di Mommy e si concede un paio di topless davanti alla webcam. Donatella Finocchiaro, qui mesta e avvinazzata, è sua madre: ci prova anche lei a spogliarsi, a un certo punto, ma alla fine cuce alla figlia un vestito da Cenerentola per la temutissima notte con Haber: farmacista pescarese vizioso e repellente, con un improbabile sottoposto che conosce il Deep Web e una schiera di prostitute a cui proporre i peggiori giochi di ruolo. Vuole la carne fresca, adesso, di un'adolescente che non contempla altra via, che un lavoro non sembra mai cercarlo davvero, che ha fatto del proprio status la versione sozza di Ready Player One. Vorrebbe essere un dramma di denuncia ma ha gli scivoloni delle commedie sexy, questo Youtopia. Indifendibile su ogni fronte, brutto e immorale, ridicolo per sbaglio – vedasi i ben poco ammiccanti pruriti anali di una escort impegnata a flirtare col farmacista sbagliato o un annuncio che, nonostante le lacrime esagerate della Finocchiaro, genera l'ilarità in sala. Di cattivo gusto, senza uno sguardo o un briciolo di sex appeal, Youtopia è risate incerte a scena aperta e una bella De Angelis che, purtroppo, si perde nelle maglie della rete, e della bruttezza. (4)

Ho rivisto: Favola (7,5); Tito e gli alieni (7,5).