lunedì 5 febbraio 2018

Recensione a basso costo: Una cosa piccola che sta per esplodere, di Paolo Cognetti

| Una cosa piccola che sta per esplodere, di Paolo Cognetti. Minimum Fax, € 9, pp. 138 |

Non mi affeziono ai racconti e pensavo che nemmeno Paolo Cognetti potesse fare eccezione. L'ho conosciuto l'anno scorso in territorio neutrale, un romanzo breve che di lì a poco avrebbe vinto lo Strega, anche se a lui restavano le sue amate montagne e a me il disorientamento iniziale dei ragazzi di città, pronto però a trasformarsi in commozione grazie a scritture che scaldano lo stomaco e a boscaioli di stentate parole. L'ho rincontrato sul Kindle un paio di mesi dopo con Sofia si veste di nero: ufficialmente raccolta di racconti, sì, ma con l'inarrivabile ragazza del titolo – ora protagonista, ora raccontata da qualche amante dal cuore infranto – a fare da filo conduttore. Mi hanno riportato da lui il desiderio di concedermi qualcosa di bello dopo tante delusioni e un libro piccolo così, dal titolo lungo lungo e la copertina pastello. Di nuovo racconti – cinque, per la precisione –, e questa volta non c'erano trucchi, inganni, o ragazze come il prezzemolo abbigliate a lutto. Forse la prova del nove? Senza paracadute ma senza cattive sorprese, ho ritrovato felicemente il mio Cognetti. Giovane ma sempre bravissimo, che qui proprio di giovani contro (controcorrente, controluce) vuol parlare. 

Nel sangue di ogni figlio scorre una malattia ereditaria: è una storia scritta apposta per te e cerca di educarti, indicarti la rotta, condannarti al destino dei padri.

Margherita, detta Margot, è una diciassettenne scheletrica e irrequieta. In una clinica sorrentiniana all'ombra delle alpi svizzere – un istituto senza specchi alle pareti, assiepato di altre adolescenti scheletriche e irrequiete di cui Margot è l'indiscusso capobranco –, la protagonista considera sacre le gerarchie e mistico il digiuno. Le ripetizioni di matematica all'ultima arrivata, Lucia, e il corpo che si ribella asseconderanno il ritorno della fame. Di qualsiasi cosa, in fondo, la si abbia.
Diego e Simone, sedici anni, vivono di spaccio e furterelli, di pesca e motorini scassati, nel grigio acciaio di certe province italiane. Non vogliono crescere e allontanarsi come invece sta accadendo. I due se ne vanno a zonzo sui luoghi dell'infanzia – una fabbrica in disuso, profanata dalla scoperta del sesso e del fumo – e lontano dagli sbagli dei grandi. La meccanica dell'età adulta: complicata come le auto moderne. La loro, finché è durata: facile e perfetta come il motore a due tempi.
Mina, esplosiva come il titolo della raccolta, ha la sindrome d'abbandono e la stoffa della scrittrice. Suo padre è andato via, lasciando il resto della famiglia in mezzo ai dubbi e ai debiti. Si è presa cura di lei, di loro, Antonia: maestra diabetica, in pensione, che le farà a lungo da tata, amica e confidente. Ascoltandole tutte, dalla prima all'ultima, quelle storie assurde su un papà avventuriero, agente segreto, giocatore d'azzardo, dongiovanni. Su un papà che, almeno nella fantasia, aveva le sue buone ragioni per lasciare a casa quella piccola e sconsolata Mina vagante.
Pietro passa l'estate dei suoi dodici anni in montagna. I genitori in crisi matrimoniale, un padre che non li raggiunge mai nei fine settimana. In un campeggio abitato da donne e bambini, il ragazzino asseconda la sua sete d'avventura leggendo Twain e progettando una capanna sulle rive del fiume. Ad aiutarlo, soltanto Tito: solitario e laconico custode di mezza età a cui manca un figlio, proprio come a un figlio, Pietro, manca il padre. Il cielo minaccia all'ultimo piogge, alluvioni, lacrime. L'estate che finisce in fretta e furia, insieme all'illusione dell'innocenza.
Gli anni Sessanta: la Beat, l'esercito degli hippy, la rivoluzione sessuale. Anita, ragazza di campagna, si lascia alle spalle la nebbia, le risaie, la buona eduzione puntando ogni mattina al suo liceo al centro di Milano e all'esempio di un'amica ribelle, Tania. A raccontercela, un figlio che si fa domande, e prende a farle anche agli altri. Anita attraverso le foto in bianco e nero, i ritratti e le parole dei vecchi genitori. Anita attraverso gli anni migliori.

Dice la nonna che la vita degli adulti comincia con una bugia. L'adolescenza, per quanto la riguarda, è solo un'invenzione borghese. C'è un'età dai segreti innocui, ma quelli cadono come i denti da latte, e i segreti che crescono dopo sono minati da una carie inconfessabile. Sesso. Perciò ecco dimostrato il suo teorema: la vita degli adulti è arte del mentire.

Il degrado della prima Avallone, così, viene salvato dalla purezza dell'aria di montagna; dalla delicatezza di una prosa che è un fiume pieno di appigli. Un Cognetti di squarci, attimi e lampi di Polaroid, da cui lasciarsi condurre a occhi chiusi fuori dalla cornice. Sequenze rapide, assaggi di adolescenze indigeste, parole d'un fiato. Un Cognetti più sbarbato e arrabbiato, più misurato e chirurgico; insomma, una specie di sperata eccezione. Sui padri e i figli, le mamme mute, le amicizie formative, un passato non lontano. Sui campi minati di vite ai margini, soprattutto, e il ticchettare che annuncia l'innesco delle nostre emozioni inesplose.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicali: Ghemon – Un temporale

15 commenti:

  1. Un autore da scoprire, spero di farlo presto!
    Come sempre recensione molto bella :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio, Anna.
      Leggilo come buono proposito, mi raccomando!

      Elimina
  2. Con i racconti non ho buon rapporto nemmeno io, come sai, mi ci affeziono e subito li perdo, non riesco a sentirli davvero, brevi come sono. Per questo Cognetti, e per tutti i Cognetti a venire che sicuramente leggerò, ho però piena fiducia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho l'impressione che "perderò" anche questi, nonostante mi siano piaciuti molto o moltissimo, però nel mentre regalano davvero immagini rimarchevoli. Speriamo siano indelebili, questa volta. Grazie a Cognetti.

      Elimina
  3. Non avevo mica capito che questi fossero racconti. Con le storie brevi ho il tuo stesso problema ma azzardo che Cognetti potrebbe essere l'eccezione. La precedenza andrà però alla lettura di Sofia. Per il fatto che Sofia l'ho già comprato u_u"

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E Sofia la si adora facile, vedrai. ;)

      Elimina
  4. Ecco, non leggo spesso racconti ma cognetti mi ispira, avendo apprezzato le otto montagne ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti consiglio, però, di fare tappa prima da Sofia!

      Elimina
  5. Ti ha proprio stregato, il vincitore del premio Strega. ;)

    Io forse farei meglio a cominciare dal suo tanto celebrato romanzo, anche se pure questi racconti non paiono assai male...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questi, teen e un po' spietati, potrebbero piacerti di più.
      Le otto montagne, invece, tra amicizie al maschile e natura, è più fortdiano...

      Elimina
  6. Come la maggioranza, anch'io non amo molto i racconti... il tuo modo di raccontare Cognetti però, mi fa venir voglia di ricredermi.

    RispondiElimina
  7. Anche a me i racconti solitamente non attirano, ma questa raccolta la voglio leggere, da come la descrivi c'è dentro tutto il Cognetti che amo. E quel nome ricorrente, Pietro, che rimanda a Le otto montagne e a Sofia si veste sempre di nero. Grazie per l'azzeccato consiglio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti, penso anche al cinema di Ozpetek, mi ha sempre incuriosito conoscere il perché dei nomi che si ripetono di storia in storia...
      Grazie a te!

      Elimina
  8. Anche io normalmente ho un rapporto freddo... Dici che in questo caso dovrei dovrei provarci? Comunque questa cover è strepitosa!

    RispondiElimina