lunedì 4 settembre 2017

Recensione: Ogni piccola bugia, di Alice Feeney

| Ogni piccola bugia, Alice Feeney. Nord, € 16,90, pp. 324 |

A lungo, la lettura dei thriller mi ha regalato più amarezze che notti in bianco. Con fascette promozionali che urlavano superlativi assoluti e trame scritte con l'escamotage della carta copiativa, andavano scelti con cura maggiore per limitare danni e delusioni. Letto uno, letti tutti. Quanti amori bugiardi, dopo Gillian Flynn? Quante ragazze sui binari, dopo il passaggio – tutt'altro che degno di nota, ma tant'è – del treno Paula Hawkins? Qualcosa è cambiato quest'estate. Sotto l'ombrellone, prima i tranelli della Fidanzata messa in un angolo, poi il cuore sorprendente di Paola Barbato. Dico arrivederci alle giornate lunghe, ai tramonti sul mare, con l'esordio di Alice Feeney. Un thriller psicologico che fa eccezione: per fortuna, un altro. Articolato su tre diversi piani temporali, Ogni piccola bugia racconta il prima e il dopo di Amber Reynolds. Fino a Natale, speaker radiofonica a rischio di licenziamento; un matrimonio in crisi con Paul, autore di best-seller che ha perso parole, ispirazione e il desiderio di diventar padre; una sorella perfetta, Claire, riuscita dove lei ha fallito. Dopo le feste comandante e una notte di neve, di Amber non resta che un guscio semivuoto in un letto d'ospedale: un misterioso incidente d'auto, una pioggia di vetri in frantumi, il coma farmacologico. Nessuno, a parte lei, sa cosa sia successo. Nessuno immagina che la donna attaccata alle macchine stia vegliando notte e giorno, e prestando tacitamente ascolto. Alle ipotesi della polizia. Alle preoccupazioni di medici e infermieri. Alle confidenze troppo intime di Paul e Claire: molto più che cognati?

Siamo fatti tutti di carne e di stelle, ma alla fine diventiamo tutti polvere.
Meglio brillare, finché possiamo.

Della protagonista restano le fragili ricostruzioni a cui dare voce tra il sonno e la veglia e qualche vecchia pagina di diario: la storia di una bambina infelice, trascurata, e di un'amicizia sui banchi di scuola che diventa questione di vita e di morte. Amber, stando a titolo e copertina, spesso mente. Ci vogliono cento pagine per imparare a diffidare; per capire che la tipica narratrice bugiarda, in realtà, è il cuore nero di un atipico romanzo di genere. Ogni piccola bugia sembrava a torto il classico thriller matrimoniale. Alla lentezza dell'inizio – non piatto né mal scritto, ma canonico – seguono capitoli sfuggenti, imprevedibili, in cui si confondono ad arte le voci e le intenzioni. Intricato gioco al femminile, finalmente degno delle trame della famigerata Amy Dunne, ha una affascinante matrioska per protagonista. Amber soffre di disturbi ossessivi-compulsivi. Sospetta di tutto e di tutti. Affida al caminetto le liste per punti e quadernini fitti, che potrebbero spifferare i segreti di fuoco di certe notti. Per tutto il tempo, insieme a un'autrice perfida e profondamente divertita, si prende gioco di te. Chi ha l'ultima parola? Chi dorme davvero?

La gente pensa che il bene e il male siano due opposti, ma non è così: sono l'uno l'immagine riflessa dell'altro su uno specchio infranto.

Sbavato a tratti (non convince, ad esempio, il personaggio di Edward: vecchia fiamma a cui dare una seconda possibilità, un po' per vanità e un po' per ripicca), il romanzo è una bestia di premeditazione e vendette da servire fredde. Una bambola russa dal sorriso stonato, che inquieta nei labirinti di corridoi asettici e sulla striscia dell'asfalto. Se della mancanza di bei thriller non potevo già lamentarmi, mi mancava comunque questa stessa smorfia di stupore; il boccheggiare, con un filo di tachicardia, in un finale che vale la candela. Di quelli che vorresti spifferare a tutti per dire: ci credete, voi, che va così? Di quelli che ti fanno prestare cieca fiducia alle piccole bugie di queste grandi affabulatrici. Facendo il contrario, pagheresti un prezzo salatissimo. E non vedresti con gli stessi occhi chi – sotto osservazione, sotto sospetto – intanto dorme il sonno dei giusti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Wankelmut & Emma Louise - My Head is a Jungle


sabato 2 settembre 2017

Coming This Fall - Parte 1

Young Adult
Turtles all the way down, John Green. € 17, Rizzoli, 10 ottobre 2017;
Ti chiamo sul fisso, Rainbow Rowell. € 18,50, Piemme, 7 novembre 2017;
The Stone, Guido Sgardoli. € 18, Piemme, 12 settembre 2017;
La casa di vetro, Len Vlahos. € 17, Piemme, 26 settembre 2017.

Mirror Mirror, Cara Delevingne. € 16,90, DeA, 10 ottobre 2017;
The Hate U Give, Angie Thomas. € 14,00, Giunti, 31 agosto 2017;
Unaragazza senza ricordi, Frances Hardinge. € 18, Mondadori, 29 agosto 2017;
Tutta colpa delle meduse, Benjamin Ali. € 13,50, Il Castoro, 21 settembre 2017.

Al cinema 
Dunkirk, Joshua Levin. € 18, Harper Collins, 24 agosto 2017;
Valerian, Christie Golden. € 17,90, Sperling & Kupfer, 5 settembre 2017;
L'inganno, Thomas Cullinan. € 17, DeA, 5 settembre 2017. 

Ritorni italiani
Il mare dove non si tocca, Fabio. Genovesi. € 19, Mondadori, 5 settembre 2017;
Ci vediamo uno di questi giorni, Federica Bosco. € 16,90, Garzanti, 14 settembre 2017;
Arabesque, Alessia Gazzola. € 16,90, Longanesi, 9 novembre 2017;
L'amore mi chiede di te, Lucrezia Scali. € 9,90, Newton Compton, 19 ottobre 2017;
Gli anni del nostro incanto, Giuseppe Lupo. € 16,90, Marsilio, 7 settembre.

mercoledì 30 agosto 2017

Recensione: Tulip Fever - La tentazione dei tulipani, di Deborah Moggach

| Tulip Fever, Deborah Moggach. Sperling & Kupfer, € 17,90, pp. 265 |

Olanda, XVII secolo. Non si bada alla razza, al credo, all'estrazione sociale: nella libertina Amsterdam, basta confidare in te stesso e in Madama Fortuna per diventare qualcuno. Si commerciano bulbi di tulipani e allo stelo di un fiore in boccio, di per sé cosa fragile e innocente, sono legati a doppio nodo patrimoni, eredità e vite umane. Qualcuno ha scommesso sul cavallo vincente. Può permettersi allora una casa e una moglie invidiabili, un ritratto sul caminetto costato la bellezza di ottanta fiorini. I pittori del tempo immortalavano ambienti domestici, famiglie in posa, piccoli gesti rituali. Su un ritratto, con un teschio e una bilancia bene in vista (simboli di fugacità ed equilibrio), capeggiano in abiti formali i coniugi Sandvoort. Lui, anziano mercante calvinista, ha i baffi impomatati e un'espressione severa: ha sepolto due figli, la prima moglie, e ora lo turba il mancato arrivo di un erede a cui affidare quel suo piccolo impero sul mare. Lei, orfana di padre e prima di una nidiata sorelle, indossa un abito blu e un sorriso tirato: gli occhi sfarfallano. Parlano di un matrimonio combinato, della ricerca disperata di un'uscita di emergenza, della noia di un'esistenza che non calza. A coglierne le incomprensioni e le tensioni nascoste, un pittore avventuroso e povero in canna: Jan Van Loos, artista minore della scuola olandese, si innamorerà dell'inquieta Sophia e proverà, con mezzi leciti e non, a portarla via da lì. Un cupo palazzo signorile che, senza sole, rischia di far morire di stenti il suo fiore all'occhiello.

Sophia è là, immobile. Sospesa fra passato e presente. E' come un colore, che attende di essere mescolato; come un dipinto, pronto a ricevere la vita del pennello. Lei è un istante, che attende di essere fissato per sempre sotto la lacca lucida trasparente.

Nella “seconda Venezia”, già ammirata durante la lettura del Miniaturista, nasce e si estingue una storia d'amore e dannazione che sfida i cattivi presagi e le alte maree. Amsterdam, di notte, ha un volto segreto. Si alza la nebbia e nei canali galleggiano gli animali annegati e i suicidi, il legno delle navi alla deriva. I profumi speziati, le grandi speranze, fanno continuamente il filo agli schiamazzi della folla; ai contro della tulipomania dilagante. Intrattenimento seducente e scorrevole, il romanzo della Moggach (pubblicato in precedenza da Garzanti, con il titolo Il sogno dei tulipani) ha il piglio di una tragicommedia shakespeariana fatta di qui pro quo, doppie identità, simulazioni truffaldine. Sophia, convincente Emma Bovary di turno, racconta languori e bugie in prima persona. Capitolo dopo capitolo, però, i punti di vista si ampliano fino a includere gli uomini che se la contendono (risulta interessantissimo il marito, Cornelis, al contrario dello stilizzato personaggio del terzo incomodo) e le godibili sottotrame di serve impertinenti e apprendisti ingrati, in ruoli tutt'altro che subordinati. 

Dipingere è un atto di possesso.

Tulip Fever, senza mai dimenticare la grazia dello stile, ha i ritmi di una sceneggiatura cinematografica in cui le dinamiche dell'intreccio, a tratti, fan da padrone: l'autore premio Oscar di Shakespeare in Love e Anna Karenina, che ha adattato il romanzo per un film di prossima uscita con Alicia Vikander e Cristoph Waltz nel cast, questa volta ha avuto gioco facile. Gli avvenimenti storici – quelli che rendono qualche lettura pesante, vero, ma da cui ci si aspetterebbe comunque un ruolo di maggior rilievo – si limitano infatti a rimanere sullo sfondo. Un affascinante scenario mobile che ospita triangoli sì e rovesci di fortuna, in bilico tra melodramma e farsa, in cui il mistero di Sophia è inseguito in tutte le opere dello sfortunato Van Loos.

Il mondo è un caos. Tutti gli artisti lo sanno, ma cercano di dargli un qualche senso. Sophia adesso dà senso al mondo.

Lei resta nel riflesso di un bicchiere di cristallo di una natura morta; nella curva di una goccia di rugiada, giusto sulla pancia di un frutto. Affacciata a una finestra, una lettera accortocciata sul cuore, che aspetta o la salvezza o la dannazione eterna. E nelle vite dei tulipani, brevissime e voluttuose, trovano così magica corrispondenza quelle dei due amanti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ursine Vulpine feat. Annaca – Wicked Game

lunedì 28 agosto 2017

Recensione: Il mistero del London Eye, di Siobhan Dowd

| Il mistero del London Eye, Siobhan Dowd. Uovonero, € 14, pp. 256 |

Il nome Siobhan Dowd potrebbe non dirvi niente. L'autrice irlandese, stroncata da un cancro all'età di quarantasette anni, era una presenza tutt'altro che in secondo piano nel bellissimo Sette minuti dopo la mezzanotte – oggetto, quest'anno, di una trasposizione cinematografica altrettanto struggente. L'idea dell'albero che si liberava delle radici e passava a trovare Conor, tredicenne con una perdita da metabolizzare e un ingiustificato senso di colpa, era di Siobhan. Che tra le pagine parlava di malattia, e della sua. Che si spegneva prima del punto fermo, dell'ultima fiaba del mostro. Patrick Ness, vincitore come la collega della Carnegie Medal, l'ha ultimato per non lasciare che un capolavoro dell'infanzia prendesse polvere in un cassetto. C'era la curiosità forte di leggere una Dowd senza intermediari; ancora tra noi. L'occasione si è palesata al mercatino del primo sabato del mese. Su una bancarella, ho trovato il suo esordio per soli due euro. Il mistero del London Eye è un giallo capitanato da due fratelli, Ted e Kat: il primo ha dodici anni e un diverso sistema operativo nel cervello, l'altra ne ha due in più e il pallino per lo shopping al centro commerciale. A Londra è primavera, ma un temporale è in arrivo. Somiglia a una grandinata che minaccia di farti rimanere a casa e al temperamento di zia Gloria: fumatrice incallita, divorziata senza drammi, mamma di un ragazzino da portare volente o nolente a New York. Salim è passato a salutare i cugini prima di trasferirsi. Propone un giro sul London Eye, perché ama gli edifici imponenti, le altezze, e lassù non ci è mai stato. I ragazzi sono in fila, quando Salim decide di saltare la coda e di accettare il biglietto da uno sconosciuto che all'ultimo momento si è tirato indietro per colpa delle vertigini: sale, salutato dai parenti, e quaranta minuti dopo non scende.

Sul mio cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone. Vedo cose che loro non vedono e a volte loro vedono cose che io non vedo. Per quanto mi riguarda, se Andy Warhol era come me, allora un giorno sarò anch'io un'icona culturale. Invece che per le lattine di zuppa e divi del cinema, io sarò famoso per le mie previsione del tempo e per l'abbigliamento formale e andrà bene così.

Da Shutter Island e Contrattiempo, i thriller insegnano che è possibile sparire in una stanza chiusa a doppia mandata. E in cima a un enorme ruota di bicicletta, che sfida le nuvole, la gravità e le partenze dell'ultimo minuto? Coma ha fatto Salim a volatilizzarsi? Kat, spiccia e razionale, pensa a una fuga o a un rapimento; Ted, uno Sherlock Holmes in erba, prende in considerazione perfino l'idea dell'autocombustione. A raccontarci un'indagine intrigante quanto basta e intrisa di leggerezza, è lui, il piccolo di casa. Affetto come l'adorabile protagonista di Atypical da una forma di autismo ad alto funzionamento, ha hobby inconsueti (le previsioni metereologiche, gli abiti eleganti), scarse interazioni con i coetanei (non coglie i doppi sensi e le metafore, non regge gli sguardi altrui, non sa leggere i volti) e un'intelligenza sviluppatissima (se la polizia brancola nel buio, sappiamo che lui troverà comunque tutte le risposte). Amo i personaggi fuori dall'ordinario, affatto i narratori bambini. Il caro Ted, “neek” precoce e bizzarro con una famiglia a soqquadro, non mi ha ispirato purtroppo gran simpatia; non sono mai entrato nella sua testa per capire cosa avesse di diverso dalla mia. Del Mistero del London Eye tessono ovunque le lodi, ma io l'ho trovato scritto bene, scorrevole e nulla più; troppo infantile per i miei gusti. Un genietto si racconta. Suo cugino è scomparso. Il pretesto del giallo, però, desta scarsa preoccupazione, qualche sorriso centellinato e una profonda tristezza, quella sì, per una scrittrice andata via prima del tempo. Ci saranno modi migliori per riscoprirla, confido, e renderle più degnamente omaggio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Cranberries – Just My Imagination

sabato 26 agosto 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #2

La mia ignoranza si fa sentire in casi come questo. Death Note, storico manga già oggetto di diversi adattamenti in patria, scopre l'America. Tutti i personaggi perdono gli occhi a mandorla e, si intuisce, gran parte del carisma; qualcuno cambia colore della pelle o connotati. Resta la storia di Light, liceale ai margini con una rabbia a cui dar voce e un quaderno piovuto dal cielo. Pagine vuote da riempire con sangue e inchiostro: i nomi dei suoi nemici in sequenza, e la loro morte nei piani – a consigliarlo, un demone ghiotto di mele e una coetanea senza senso della misura. Quanto ci vuole a passare dalla parte del torto? A trasformare un'occasione di far del bene (in lista, infatti, bulli, assassini e terroristi) in un massacro? Ci si domanda lo stesso nell'adattamento firmato dal buon Adam Wingard, regista horror già apprezzatissimo in You're Next e The Guest. In quale momento, precisamente, questo Death Note spreca il suo potenziale? Dal divano mio fratello, fan di lunga data, sottolinea il fascino delle atmosfere – spesso rovinate però dai toni troppo teen, dalla troppa bontà del Light di Nat Wolff – e l'ingiustificato stravolgimento di alcuni comprimari (L e Mia). Il protagonista e la sua ragazza pon-pon, fidanzatini diabolici assetati e poi prosciugati dal loro stesso senso di onnipotenza, alimentano la leggenda di Kira e fanno proseliti. Sfugge la conta delle vittime, il senso dello loro azioni, e in un attimo passano da nerd medi a geni del crimine; da buoni a cattivi. Mancano le sfumature, la coerenza degli snodi, un po' di sana crudeltà, ma sullo sfondo restano le luci al neon di una Seattle notturna e un'idea di cui, anche da profani, si colgono comunque risorse e lacune. Videoclip vertiginoso e splatter, Death Note non mi è parso il disastro annunciato, benché ridotto all'osso. Il pilot ideale, piuttosto, di una serie di cui non mi dispiacerebbe assistere agli sviluppi; un prodotto supereroistico con il fardello del Signore degli anelli e la dannazione di Chronicle, alla ricerca di qualche torsolo sgranocchiato e del marcio. Basta poco a graziare il look psichedelico, la colonna sonora anni '80 e l'indiscusso buon gusto di Wingard; a lasciare bianca, con buona pace degli estimatori, l'ultima pagina del diario di Ryuk. (5,5)

Un futuro distopico. Seduti a un banco, con cinghie di contenimento e museruola, ci sono bambini che non sono quello che sembrano. Zombie di seconda generazione, hanno una coscienza e una minima speranza di essere rieducati. Melanie sembra diversa dagli altri. Ha tante domande e attimi di tenerezza. Trattiene la fame come può. In La ragazza che sapeva troppo, tratto dal best-seller di Mike Carey, una Matilda infetta si affeziona alla maestra Gemma Arterton. Mi sarei aspettato uno sviluppo lento, melodrammatico, nello stile di Maggie. Il film, presentato in anteprima al Festival di Locarno, ha invece un incipit vincente e uno sviluppo decisamente canonico, da survival – una fuga dalla classica orda di morti viventi, l'arrivo in una città invasa dalla vegetazione. Li aiuta Melanie, l'eccezione alla regola. Ma, come da titolo, la bambina sa troppo. Ha prestato un'esagerata attenzione al mito di Pandora e nell'epilogo che risolleva le sorti di una storia altrimenti già nota, decisamente inaspettato, ci lascia con una morale che non ha nulla di consolatorio. Qual è la differenza tra uomini e mostri? Nasciamo cattivi? Possiamo forse rinnegare la nostra natura? La ragazza che sapeva troppo è un horror non imprescibile, ma coerente. Né spaventoso né ributtante – ha però riusciti effetti speciali artigianali e tocchi splatter, con tanto di infanticidi –, ma capace di qualche buono spunto di riflessione e di una svolta shock. L'idea si perde a metà ma, per fortuna, si ritrova alla fine. E non ti molla più. (6,5)

Adam ha un solido gruppo di migliori amici e un segreto. Alla vigilia del suo compleanno, si dichiara gay davanti alla sua cricca in gran completo. L'imbarazzo e, infine, l'accettazione: Adam è quello di sempre, ma sono gli altri ad aver bisogno di tempo e aiuto per metabolizzare l'accaduto e spingerlo finalmente fuori dal suo armadio. 4thMan Out, pellicola indie che mi ha fatto compagnia in una sera di noia e di Netflix, è il buddy movie che non ti aspetti. Contro i cliché, il film parla di un ragazzo troppo rude per la comunità omosessuale e troppo poco, d'un tratto, per le serate passate a giocare a poker. Decidere di vuotare il sacco con chi ha condiviso l'adolescenza e trova, dall'altra parte, cuori tolleranti ma sospettosi. Tutti i gay sognano di convertire gli etero convinti? Tutti i gay, soprattutto, si somigliano e si pigliano? Tra momenti di toccante coesione e divertenti fraintendimenti, 4th Man Out e il suo buon cast televisivo – accanto al semiesordiente Evan Todd, Parker Young (Imposters) e Chord Overstreet (Glee) – alleggeriscono l'anima e propongono una storia d'amicizia pura, virile, che vince gli appuntamenti tragicomici, gli approcci azzardati e qualsiasi pregiudizio. (7)

Ned frequenta un collegio in cui è il capro espiatorio perfetto. Brama l'anonimato, ma gli assegnano come compagno di stanza un ragazzo che non passa inosservato: l'ultimo arrivato, astro nascente dello sport, condivide assieme a lui pochi metri quadri e, inevitabilmente, punta anche su di lui un po' le luci dei riflettori. A stretto contatto, diventerà il suo peggiore aguzzino? Il bel diavolo della commedia dell'irlandese John Butler ha più di qualche scheletro nell'armadio e tanta voglia di fare amicizia. Non bastano le barricate issate da Ned al centro della stanza. Non basta quel che dice la gente. Complice l'illuminato insegnante del sempre ottimo Andrew Scott, i due prestano voce e chitarra a un'esibizione musicale. Mostrando che in quella scuola non si vive di solo rugby. E che i legami si formano, anche quando opponi resistenza. Film piccolo, educato, ironico nella maniera vincente dei britannici, Handsome Devil aveva belle medie e le carte in regola per essere un bel romanzo di formazione. La memorabilità non è dietro l'angolo. La visione scorre fin troppo veloce, però racconta con delicatezza e qualche colpo di scena la sfida all'omologazione, i manrovesci al bullismo, l'infondatezza delle prime impressioni. Nonostante lo spirito, nonostante gli accenti e i volti giusti, non è né Billy ElliotPride. Però l'ho visto in una di quelle sere in solitaria con il mondo contro, e ai titoli di coda sorridevo tra me e me. Di Handsome Devil dirò che ha troppa carne al fuoco e poco impeto, ma fa star meglio, e tant'è. (6,5)

Il mese di prova con Netflix funziona così. Ti studi il menu, dai un'occhiata alle copertine e, se la noia ha la meglio, di trovi a guardare un film messicano sul cui poster c'è la Karla Souza di How to get away with murder, troppo svestita per passare oltre. Il titolo suona improponibile, ma è una traduzione filologica dallo spagnolo: il cattivo gusto, a sorpresa, non è quindi dei titolisti italiani. Che colpa ne ha il bambino? è Una notte da leoni senza anticoncezionali. La protagonista finisce a letto con uno sconosciuto. Lei è impegnata, snob, ricca di famiglia. Lui fa ancora il liceo e vive con una mamma grottesca. I genitori di Maru rumoreggiano, ma acconsentono a un matrimonio riparatore. L'unione è un contratto. I due alleveranno il nascituro, ma separati. Non vi dico cosa succede: si sa. Il copione, però, ha in serbo nella culla un colpo di scena che spiazza; due protagonisti teneri e naturali; comprimari esilaranti, tra padrini erotomani e autisti galanti. Che colpa ne ha il bambino? è la solita storia, ma importata dall'angolo d'America sbagliato; più scollacciata e adorabile del previsto. E, titolo a parte, colpe non ha. (6)

Coppia di liceali scoppia alla notizia che lei, riottosa quando si parla di dormire insieme, ha diciassette anni e già un passato promiscuo (all'asilo infantile, insomma, sesso droga e rock 'n roll). Lui, amareggiato e in astinenza, finisce a letto per ripicca con un una sconosciuta. Holly ha una casa enorme, tanti segreti, nessuna inibizione: da copione, è una pazza furiosa. Rivelerà la loro tresca? Messa alle strette, farà perfino di peggio? You get me, produzione originale Netflix, originale proprio non è. Teen thriller trash, telefonatissimo, da seguire a cervello spento, ha una regia da videoclip, un dignitoso trio di bei ragazzi (la stalker di turno è l'ex teen idol Bella Thorne, che compensa con un indiscreto sex appeal alle pose da “cagna maledetta”). La cattiva sgambetta in mutandine in corridoio, pistola alla mano; qualcuno è a rischio, ma ci si fa soltanto male un po'. L'Attrazione fatale al tempo dello streaming ha uno spunto che si è abbondantemente esaurito vent'anni fa, ma comunque non spiace. In biancheria a bordo piscina, inutile, involontariamente divertente. Un intrattenimento usa e getta, sulla blanda vendetta di fanciulle sedotte e abbandonate. (4,5)

giovedì 24 agosto 2017

Recensione: It, di Stephen King

| It, Stephen King. Sperling & Kupfer. € 21, 90, pp. 1216 |

Quei romanzi che cominci senza sapere quando li finirai.
Quelli enormi, che stanno a stento nella borsa del mare o compressi fra i pensieri – ma solo d'estate puoi trovare il tempo e la pazienza necessarie, il coraggio nelle ore di luce più lunghe. Troppo famosi per parlarne come se niente fosse, troppo belli per dovervi convincere a parole.
Quale bambino nato tra gli anni Ottanta e Novanta, in un giorno di pioggia, non è mai inciampato nella grata da cui sporgono gli artigli del mostro che indossa la brutta faccia di un clown? Chi non ha soggiornato nella lugubre Derry per il tempo di un incubo a occhi aperti? Faccio parte dei lettori che sono stati iniziati alla lettura da Stephen King. Del ricordo di It, però, possedevo immagini confuse. Flash di un iconico Tim Curry e passaggi di un libro che un po' per pigrizia, un po' per incostanza, da ragazzino avevo letto discontinuamente. Galeotte la bellissima ristampa e l'attesa per il film di prossima uscita, questa volta non avevo né fretta né paura. La rilettura, se di rilettura si può parlare, è durata più di due settimane. Il blog taceva, i ritmi rallentavano e l'estate finiva, appresso a un mattone truce ma emozionantissimo che monopolizzava gli spazi e le ore. Ci ho scherzato sopra nell'attesa dell'ultima pagina: la speranza di ritrovarsi dal nulla bicipiti grossi così, a furia di sfogliare e sfogliare, e la vita percepita come quell'ammasso informe di cose che ti capitano tutt'intorno, mentre entri a pieno titolo nel Club dei Perdenti (fiero di esserlo, sì) e li aiuti a costuire dighe, botole, pallottole d'argento; a cacciare i mostri grandi e piccoli che attentano all'innocenza.

Se qualcuno gli avesse domandato: «Ben, ti senti solo?» avrebbe osservato quel qualcuno con sincero stupore. L'ipotesi non gli era mai balenata. Non aveva amici, ma aveva i suoi libri e i suoi sogni [...] Se si sentiva solo? avrebbe forse ripetuto, sconcertato. Come? Cosa? Un bambino cieco dalla nascita non sa nemmeno di essere cieco finché non glielo dice qualcuno. Anche allora si crea un concetto perlopiù accademico di che cosa possa essere la cecità. Solo chi ha perduto la vista può averne un'idea chiara. Ben Hanscom ignorava il significato di solitudine, perché quella era da sempre l'unica dimensione della sua vita.

I protagonisti sono sette, e hanno l'età giusta per immaginare tigri a spasso nei cannetti, piranha negli acquitrini, tesori sepolti nelle discariche. Vivono nell'immaginaria Derry, tutta un gorgogliare di tubi e di eventi sospetti, e non hanno vita facile. A undici anni, credono ciecamente che saranno amici per sempre, che la legge del silenzio non li renderà schiavi e che il bene vincerà ogni male. Ci sono Bill che tartaglia, Ben e i suoi chili di troppo, l'ipocondria di Eddie, le imbarazzanti imitazioni di Richie, le origini ebraiche di Stanley, la pelle nera di Mike, i lividi sotto i ricci ramati di Beverly (l'unica femmina del gruppo, di cui sono inevitabilmente tutti un po' cotti). Si sono trovati complici, stretti contro la prepotenza del prossimo. Hanno esorcizzato la paura ribattezzandola con un semplice pronome neutro: sfidano con l'incoscienza dell'età, così, un male da stanare nelle radici stesse del paese. Da chiamare per nome, coraggiosamente. Come hanno sconfitto la prima volta l'entità primordiale e poliforme, forse piovuta dai confini dell'universo, che adescava le sue vittime con un mazzo di palloncini colorati e omaggiava gli horror fantascientifici in sala negli anni Cinquanta? I Perdenti se lo domandano adesso, cresciuti e con ricordi vaghi, quando una telefonata li richiama dove tutto ha avuto inizio: It si è svegliato, loro sono gli unici a sapere come annientarlo. Anche se hanno un tassello in meno. Anche se crescendo hanno perso la loro alchimia. Anche se rividersi in un ristorante cinese, e fare una conta dei capelli in meno e delle rughe in più, fa sì che il tempo scorra al contrario e che i Barren, quartieri di canali di drenaggio e battaglie di pietre, si parino minacciosamente all'orizzonte. Ma perfino la minaccia sa di malinconia, a tavola, e le emozioni negate riaffiorano.

Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo... ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

Più del fiato corto per l'inquietudine (trent'anni dopo, proviamo ancora un timore reverenziale), più di una sincera stanchezza sopraggiunta verso l'epilogo (troppo visionario, sbrodolato a tal punto da introdurre la scena di un'orgia rituale di pessimo gusto), di It esperienza densa e infinita, assolutamente da fare, benché sia un altro il Re che amo senza riserva alcuna – ricorderò i sorrisi stupiti di chi si perde e poi si ritrova; la meraviglia nascosta dietro l'angolo. L'angoscia corre, ma una bicicletta soprannominata Silver di più. L'infanzia passa e si dimentica, gli amici mai. E preferirò dimenticare qualche capitolo non indispensabile, io, la fatica al giro di boa, tenendo bene a mente i miracoli di quel candore, il ghigno di una città dannata, le risate che scoppiano contro la paura inconcepibile di morire giovani. It parla di un'epoca, dei riti di iniziazione di qualche estate fa, della tragedia di crescere perdendo l'immaginazione. Quella che rende il mostro reale e affamato. Quella che può trasformare gli inalatori in armi infallibili e far luce oltre il buio delle nostre palpebre abbassate.

Ma in verità i mostri vivono di fede, no? Mi sento trascinato irresistibilmente verso questa conclusione. Il cibo può essere la vita, ma la fonte del potere è la fede, non il cibo. E chi più di un bambino è capace di un atto di fede?

Come i Perdenti, da oggi mi sforzerò di dimenticare anch'io le insidie di Derry. Farò ritorno tra ventisette anni, magari. Quando tornerà l'asma, la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre. Laggiù, dove eppure si va per morire.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Peter Gabriel - Heroes


giovedì 17 agosto 2017

Dear Old Mr. Ciak: Che fine ha fatto Baby Jane, J'ai tué ma mère, Beginners, Frantz

[1962] Papà Hudson ha reso Jane una stella del palcoscenico. I boccoli biondi della sua bambina prodigio hanno ispirato perfino una bambola. Molti esemplari resisteranno alll'eclissarsi della notorietà di lei: scalzata dalla sorella rivale, Blanche, che crescendo ha voluto pareggiare i conti. Un incidente, all'apice della gloria, le ha tarpato le ali e spezzato le gambe. Bloccata in sedie a rotella, vive di rendita e delle cure della sola Jane. In un cupo castello dedicato al dio passato, dove non sono ammessi visitatori e in cui, a lungo andare, l'insofferenza miete vittime. Chiudete in una stanza due sorelle che si accusano a vicenda di essersi rovinate la vita. Mettete sullo stesso set due dive sul viale del tramonto, professioniste che fanno di qualsiasi capriccio una questione personale, e buttate via la chiave. Allo scontro tra titani a colpi di battute taglienti sopravviverà la più posata Joan Crawford o l'insuperata Bette Davis? Se la prima è la vittima messa a tacere, vessata e schernita con una crudeltà così esemplare da divertire, l'altra pianifica un impossibile ritorno al passato. L'indimenticabile Jane nasconde topi e passerotti ammazzati sotto la cloche; strega con gli occhi spiritati, lo straordinario sprezzo del ridicolo e il trucco sbavato. Qual è la sorte dei ragazzini bollati anzitempo come promettenti, poi incapaci di mostrarsi all'altezza della situazione? Cos'è stato dei ritornelli di Nikka Costa, del biglietto aereo per Macaulay Culkin, del sesto senso dello struggente Haley Joel Osment? Che fine ha fatto Baby Jane? La domanda te la pone il titolo di un thriller psicologico passato alla storia. Uno di quelli che suscitano reverenza, che recuperi con sessant'anni di ritardo. La scusa perfetta: Feud, la serie antologica che accende i riflettori su una faida che seguì le protagoniste anche fuori dal set. Nonostante il bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? non è invecchiato di un giorno. Genitore degenere di qualsiasi Misery non deve morire; figlio tiranno del capolavoro Viale del tramonto; stella fissa. (8)

[2009] Il giovane Hubert condivide un appartamentino kitsch con l'irritante Chantale. A volte sono cane e gatto, altre metà complementari. A detta del giovane, la donna è la persona che più odia sulla faccia della terra. Affermazione forte, ma tutto nella norma: lui è un adolescente scalpitante, lei è una madre che lo ostacola con la scusa di ciò che è meglio per lui. Siamo nella provincia canadese, illuminata a sprazzi dai ninnoli e dai centrini colorati di una casa di bambole; siamo in un film del talentuoso Dolan. Per la precisione, il primo. Lui – attore, autore, regista – aveva vent'anni. L'invidia dovrebbere rendermelo antipatico. Quella, e la consapevolezza di non avere apprezzato pienamente i film che hanno preceduto il suo effettivo capolavoro – il ciarliero Les Amours Imaginaires, il nebuloso Tom à la ferme. Lì c'erano, accanto a un lato visivo comunque potentissimo, un lezioso compiacimento di fondo e molto autobiografismo: tra arte, omosessualità e pop-art, in un duplice ruolo, troppo Dolan per una conoscenza preliminare. Qui, alle radici dell'enfant prodige, è presente di tutto un po'. Ma, benché molto acerbo, ho trovato J'ai tué ma mère un'opera prima fresca e sincera. I rapporti interpersonali al limite, la dolcezza e le urla, i piatti infranti e gli aforismi da incorniciare. Anche agli inizi, una genitrice che somiglia proprio a Anne Dorval: tenuta a distanza, contestata, tanto da nascondergli l'esistenza di un fidanzato non per timore di non essere accettati, ma per puro dispetto; una madre nevrotica, ispiratrice di continue invettive e instancabili recriminazioni. Accanto a lei, un capriccioso e imberbe Dolan: all'occorrenza ottimo attore e pessimo figlio unico. Uccide la madre nei temi in classe, dicendosi orfano. Nei suoi sogni segreti, si inseguono all'ombra di un bosco: lei, nel clou di un curioso ma delicato complesso di Edipo, indossa l'abito da sposa. Hubert è un adolescente con il mondo contro e in cerca di se stesso, Chantale è una mamma chioccia che non si accorge di soffocarlo per paura di un ulteriore abbandono. Come loro, tutti i figli imperfetti e tutte le mamme single. Come Dolan, già in tempi non sospetti, nessuno. Dietro l'ingannevole confessione di un presunto matricida, J'ai tué ma mère è una storia vera. Lo schizzo in potenza che precede il disegno di Mommy, indimenticabile atto. (7,5)

[2010] Oliver ha tempo a sufficienza per fare un bilancio. Vive solo, il suo lavoro da illustratore lo tiene impegnato ma non troppo. Gli fa compagnia un Jack Russel e il pensiero di un'affascinante attrice francese, che alle feste mascherate ha l'aria di essere infelice tanto quanto lui. Il protagonista ha scelto di travestirsi da Freud. Per uno scherzo del subconscio o per precisa volontà, chissà, la maschera dello psicanalista la dice lunga sui problemi personali di Oliver. Su una famiglia strana e sfortunata, perfino più delle nostre, che si è decimata nel giro di pochi anni: prima è morta la madre, portata via da un tumore; poi l'ha seguita a ruota il padre, con lo stesso male e un clamoroso outing prima di andarsene. L'arzillo genitore ha approfittato della vedovanza, del poco tempo a disposizione, per uscire allo scoperto: si è avvicinato alla storia della comunità LGBT e ai siti di appuntamento; ha incontrato un personal trainer infedele ma presente, che è stato con lui fino alla fine dei suoi giorni. In Beginners, autobiografia agrodolce sotto forma di commedia indipendente, c'è un Ewan McGregor – bravissimo, al solito – in fase di elaborazione. Medita, ricorda, si innamora dello spirito girovago della Laurent. Fa respiri profondi e passeggiate al parco e nei corridoi degli hotel. Per essere sempre in fuga, d'un tratto si fossilizza a riavvolgere il passato. Mette radici in una camera d'albergo con la moquette a terra, accanto a una sconosciuta. Pensa alla scoperta della tenerezza e della sessualità di Cristopher Plummer, ma senza rancore: lo compiange, un po' imbarazzato all'idea di gestirne il disordine postumo e il compagno in lutto. Confronta il passato e il presente, e c'è spazio per gli schizzi, le fotoricordo e gli sprazzi di genialità molto cari al cinema del già promettente Mike Mills (quest'anno apprezzatissimo con 20th Century Women, gioiello in sordina). Ci sarà spazio anche per l'amore, dopo aver preso atto che quello tra i suoi genitori è stato una sciarada ma non proprio tutto, eppure, è perduto? Vedasi la leggerezza di Plummer: pienamente se stesso a settantacinque anni. Vedasi gli adorabili difetti della nostra lei: amante dei libri usati e delle case vuote. Come il titolo rivela, i protagonisti sono tre individui alle prime armi. Impreparati a voltare pagina – a convivere in pace, a morire in silenzio –, ma non del tutto inadatti. Plummer deve avere fatto sua la lezione alla scuola serale. Assente ma presente, dà ripetizioni sentimentali a principianti in attesa di ravvedersi e di rivedersi. Se l'amore è questione di famiglia, meglio condividerne i segreti. (7,5)

[2016] A proposito di registi francofoni che adoro: posto anche a Ozon. Il parigino che viene dal mondo della moda e spazia con nonchalance dal thriller alla commedia musicale, è stato a Venezia con l'applaudito Frantz. Un melodramma postbellico che rinuncia coraggiosamente al colore e si rifà a una pellicola di Lubitsch. In un paesello tedesco del primo Novecento, una vedova di guerra piange il promesso sposo. Sulla sua tomba, un giorno, trova un fiore. A depositarlo, un soldato francese. Adrien parla di Frantz, ma non come farebbe un semplice amico. Fa breccia nei cuori dei genitori del defunto, seduce l'anticonformista Anna. Poi sparisce, nel clou di una rivelazione, e le lettere inviate a lui ritornano al mittente. Chi era quel forestiero per il soldato caduto? Cosa si nasconde nei suoi modi gentili, nelle sue risposte vaghe, nello sguardo altrove? Come l'ultimo Dolan, anche Ozon sceglie di allontanarsi dalle piste consuete. Restano integri il mistero, il fascino, la splendida cura della regia. A malincuore, dopo una bellissima parte introduttiva, si fanno presto i conti con ciò che manca. Frantz è sobrio, lento, raffinatissimo. Il regista cede al richiamo di un film diverso dal solito. A un omaggio classico, languido, che riflette sulla verità e il perdono. Alla trama si rimprovera una certa piattezza, purtroppo, e sono le bugie e il ricordo a colorare magicamente i concerti privati del sempre bravissimo Niney (brutto ma bello, come solo i francesi possono) e i sorrisi della raggiante Beer. La pacatezza del bianco e nero ammorbidisce le passioni proibite, l'impostazione rigorosa abbraccia un'estetica splendida e trascura il coinvolgimento. Le cose belle, però, piacciono. E la classe rètro dell'etereo Frantz – un Ozon a metà, sprovvisto del suo eros e della sua ambiguità – incanta. Lo si apprezza, se non altro, per la Grande guerra raccontata dal punto di vista dei sopravvissuti a una generazione perduta, rievocata attraverso le inimicizie tra tedeschi e francesi: vicini di casa, eppure rivali. Finito il conflitto, finirà l'odio? E la vedovanza di una ventenne che, un po' come noi, si aspettava dall'elusivo amico di Frantz l'enigma, la svolta, l'amore ? (6)