sabato 7 gennaio 2017

[Bloggeanno] Cinque anni e cinque cose che forse non sapevi

Sarà questo periodo, non lo so. O forse sì.
Cinque anni fa, quando ho scritto il primo post, non dovevo sentirmi tanto diversamente. Erano i primi giorni di gennaio: tempo di bei propositi, di bilanci. E così, anno dopo anno, mi ritrovo da tradizione in preda a una specie di ingiustificata malinconia. Saranno le cose che finiscono. Sarà che ho l'albero di Natale da disfare e proprio non mi va. Sarà che le feste, in cui la spensieratezza è d'obbligo, da qualche tempo a questa parte non mi piacciono più. Ogni sette gennaio, fatto sta, mi ritrovo a scrivere questi lunghi e personalissimi post-confessione. Il resoconto di cosa succede da un anno all'altro, anche se tra le righe parlano le recensioni, le stagioni in cui posto spesso o raramente. L'ultimo post per il compleanno del blog, 365 giorni fa, è così doloroso che non ho il coraggio di aprirlo. Ma tutto passa: ci si fa il callo. Anche ai post nerissimi, che ti raccontano i giorni difficili. Quest'anno pensavo di saltarlo, il rituale del compleanno. Avevo in mente uno stato Facebook e via. O di mettere in palio qualche romanzo. Ma sarebbero accorsi soltanto sconosciuti in cerca di un colpo di fortuna. Invece a me piacciono le persone che leggono questi post inutili, senza niente in ballo, e che questa volta non disturberò con storie tristi: croce sul cuore. Cosa faccio, allora? Un quiz? Un post di curiosità? Un sondaggio? Mi è venuto in mente, poi, il suggerimento che una volta mi ha dato una persona cara. Alla fine della giornata, elencare un tot di cose positive. Nel nostro caso, facciamo alla fine di un anno: legati ai riti che contemplano i punti della situazione e le fotoricordo. E se è stato un anno lungo e difficile come quello appena passato, se festeggiamo un lustro, elenchiamone cinque, di cose belle, per fare pendant. Passerò a rileggermi, così, quando mi scordo che nonostante tutta ce la faccio. 


1. Ho traslocato. In casa si accumulavano scatoloni già da un po'. Siamo in tre; in due qualche volta. La casa nuova è più grande, più calda, e ha queste larghe vetrate in cucina e in soggiorno che la rendono perfetta d'inverno e una sauna d'estate, quando tocca rifugiarsi dall'altro lato dell'appartamento per sfuggire al sole. Abbiamo caricato due armadi, due specchi e una scrivania in una normalissima e rigatissima 156. Abbiamo risparmiato comprandoli all'Ikea e poi abbiamo compensato con le bestemmie, tra bulloni contati e pezzi che stentavano a combaciare. Abbiamo imparato a fare la piega alle tende. Adesso so usare l'asciugatrice e il trapano elettrico. Saremmo stati più contenti in quattro, ma non tutto può andare liscio e la nostalgia va e viene. Con le feste. Quando provo a descriverla.
2. Ho scoperto che la comune paura degli zitelli e delle zitelle di ogni dove – morire soli con sette gatti – non ha senso. Io ne ho uno e, senza, non saprei come fare. Quali fotografie ci metto su Instagram, senza il muso simpatico di Ciro? Chi mi sveglia alle tre del mattino trascinando la ciotola vuota in corridoio e facendosi perdonare, dopo, rubandomi la trapunta? Ciro, in realtà, c'è da due novembri. Questo luglio, però, in esplorazione sui cornicioni della casa nuova – che gli piace, molto più della precedente – è caduto dal secondo piano. Ha riportato una microfrattura al bacino e un taglio bruttissimo sotto la coda: il sangue non si fermava più. La sfortuna non ci voleva dare scampo. Mio padre si disperava, mio fratello gridava – chi aveva lasciato la finestra aperta? - e io, che a diciott'anni dicevo di non volere neanche la patente, guidavo in direzione della veterinaria più vicina. Ora è come nuovo, zampetta per casa senza zoppicare, mi mangia i calzini e le ghirlande dell'abete sintetico. Mi si siede in braccio solo se lo costringo. Ma certe volte mi guarda dritto negli occhi e poi scappa via con quel ruggito (prrrù) tutto suo.
3. Quando è successo quel che è successo, il mio pensiero è stato: e ora come faccio, con l'università e il resto? C'è chi molla, preso dallo sconforto, e chi affoga nello studio. Faccio parte della seconda categoria. In un anno da pendolare ho fatto sei esami – tra questi, i mostri Letteratura italiana e Storia dell'arte contemporanea – e in un mese, complice una relatrice che mi ha dato carta bianca, ho scritto una tesi di ottanta pagine. Ho scelto una copertina blu, una cravatta bordeaux, un completo preso con gli sconti a Piazza Italia e il dodici dicembre mi sono laureato. A Capodanno eravamo sparpagliati, ma la discussione ha riunito un'altra volta la mia famiglia. Sembravamo stare, se non bene, meglio.
4. A un certo punto ho finito di scrivere una cosa a cui stavo lavorando da tempo, ma senza crederci davvero. C'era una scaletta da seguire, ma le parole sfuggivano. Sono ritornate in primavera e, prima del mio ventiduesimo compleanno, ho messo un punto fermo a quello che è nato come un pegno verso il me adolescente. Da allora la storia è stata tagliata, ampliata, riscritta in parte. Ho lavorato di stucco e lima, complice l'aiuto di una meravigliosa amica virtuale conosciuta proprio da queste parti. Qualche volta mi dico bravo, qualche altra condannerei il malloppo al macero. Ma io ho paura di tutto. Quindi aspetto, ci penso e, tra una cosa e un'altra, scrivo pagine più urgenti, più mie, in cui ci sono i cinque punti di quest'oggi e il buco nero di ieri. Non so quando, non so se. So che, in caso, vi toccherà darmi corda perché sì.
5. Diamo i numeri. Il blog ha raggiunto mille lettori qui, duemila sulla pagina Facebook, quattrocento su un neonato profilo Instagram. Le visualizzazioni sono tante, non so neanche leggerle, e non c'è neanche un post orfano di commenti. Sono stato candidato per il secondo anno di fila ai Macchianera Italian Awards: dopo l'ultimo posto dell'anno scorso, siamo avanzati dignitosamente fino al settimo. Questo, benché la mia grafica faccia pena e resti sempre quella – quando finisce la sessione invernale la cambio, se Photoshop collabora – e le esigenze universitarie mi abbiano fatto recensire un'ottantina di romanzi, sì, ma con una fretta che avete finto di ignorare. E io - per tutto, tutti - vi ringrazio.

venerdì 6 gennaio 2017

I ♥ Telefilm: Shameless VII, Westworld, Scream Queens II

Anno bisesto, anno funesto. Nonostante il male, però, il 2016 appena passato ci ha regalato ben due stagioni in compagnia degli adorati Gallagher: una in inverno, una in autunno. Per trascorrere così i mesi più inclementi, quelli più freddi, con quella che resta la mia serie preferita. Shameless, nonostante l'innegabile sensazione di brodo allungato qui e lì, infatti non stanca mai. Lontane dai fasti della quarta – con una Emmy Rossum al massimo e il magone perpetuo -, quinta e sesta ci avevano mostrato una famiglia troppo in pace per essere scombinata come piace a noi. A tratti, pur nel suo ordinario dolore, se la passava peggio la mia. La settima, andata in onda da ottobre a dicembre, sconvolge le carte in tavola e ritorna ai binari sgangherati degli inizi. Neanche agli sceneggiatori dovevano piacere questi Gallagher appagati, calmi, normali. Se segretamente assuefatti, perché non sconvolgere loro l'esistenza? Le storyline, ferme a un bivio, vanno avanti: cambiamenti in corso. Fiona, cinica capofamiglia cresciuta in fretta, fa suo il sogno americano: direttrice di una tavola calda, investe in una lavanderia prima e in un piccolo condominio dopo; abbandonata all'altare dall'ennesimo traditore, rinuncia agli uomini. Frank è Frank. Lip, genio incompreso, si disintossica e ci ricasca; Ian, lasciato a sorpresa per una donna, trova l'amicizia di un bel ragazzo transessuale; Carl, circonciso per amore, passa dal malaffare all'accademia militare; la neo-mamma Debbie, di solito antipaticissima, si fa grande accanto a un ingenuo disabile che ha cura di lei; Kevin e Veronica mettono in pericolo l'Alibi e la loro sconveniente relazione a tre con l'ingegnosa Svetlana. Da un passato non troppo remoto, poi, ecco che tornano il galeotto Mickey e l'incostante Monica: il primo per gioia dei “Gallavich” convinti come il sottoscritto; l'altra per mostrare un Frank dolcissimo, a pezzi, e innamorato pazzo. Tra i nuovi ingressi, da segnalare la splendida June Squibb: bisbetica e gattara in pensione già in Nebraska. Non mancano le grasse risate, con i tabù sfatati in camera da letto e i sogni di gloria secondo loro. Non mancano le lacrime amare, assenti da un po', in un finale di stagione che spezza il cuore: tragicomico e chiuso, sembra quasi un addio. Vuoi viavai che non lasciano indifferenti e dolorose dipartite. Complici loro, alle cui grane corrispondono per dispetto le nostre gioie. (8)

Il selvaggio west: spunto perfetto, tra bulli e pupe, per un parco giochi per acquirenti sanguinari e licenziosi. Gli abitatori di quella realtà su misura, curata nei dettagli e straordinariamente verisimile, sono automi perfetti: così tanto da sviluppare pian piano l'equivalente dell'anima e da sottrarsi alle loro storyline, scritte in laboratorio da un incensurato inventore. Westworld parte benissimo. Come nella migliore tradizione HBO, non mancano la violenza, la nudità e i grandi nomi presi in prestito dal cinema. C'è una dama imbellettata – quella destinata a essere salvata dal principe azzurro di turno – che impara a sparare e custodisce gli sprazzi di vite e ruoli precedenti; una prostituta di mezza età, che fa dell'arte del flirtare un'arma sorprendente; due avventori – un vizioso belloccio e la sua introversa spalla – in cerca di brividi facili; un facoltoso investitore di nero vestito, che ha fatto del raggiungimento di un enigmatico labirinto la sua missione. Sullo sfondo, le note di un magnico pianoforte che suona brani contemporanei – dai The Animals alla Winehouse – e le preoccupazioni di chi quelle trame le ha pensate, ma adesso rischiano di sfuggirgli di mano. Nel mentre, la rivoluzione ha inizio: a capeggiarla, un insospettabile eminenza grigia. Evan Rachel Wood e Thandie Newton sono straordinarie – la seconda in particolare -. Tra Harris e Hopkins è lotta tra titani della vecchia scuola. Piccoli ma grandi accorgimenti aiutano a combattere il senso di dèjà vu. Il parco dove tutto è concesso tiene per sé i suoi colpi di scena – alcuni intuibili, altri no – e li snocciola in un finale, a parere mio, perfetto così. Tanta carne al fuoco, troppa. Tanti volti, tanti nomi, in una dimensione corale che funziona meno del previsto: qualche sottotrama fa sbadigliare – le infinite esistenze di James Marsden, i cliché del genere western indagati da Ben Barnes e Jimmi Simpson, i piani di un Jeffrey Wright meno accattivante dei suoi robot – e, qui e lì, la creazione del fratello minore di Cristopher Nolan presenta oggettivi cali di ritmo. Non aiutano episodi lunghi, che vogliono essere seguiti con la giusta attenzione. Westworld non è troppo scorrevole e risulta una visione forse sopravvalutata. Mi vengono in mente più i difetti che i pregi, scrivendone. Ma è così ambiziosa e intricata, credetemi, da meritarsi l'applauso. (7,5)

L'idea che Scream Queens potesse non avere una seconda stagione mi dava il tormento. Ho perorato la sua causa. L'ho consigliato e, all'occorrenza, difeso a spada tratta. Il Mean Girls con il bollino rosso, omaggio alla commedia adolescenziale e allo splatter anni '90, aveva spiccata intelligenza nel suo assoluto nonsense. Nella storia di una confraternita minacciata da una squadra di serial killer mascherati, qualche gustosa scena cult – la ridicola dipartita di Ariana Grande, la spedizione punitiva a metà fra Arancia Meccanica e un videoclip dei Backstreet Boys – e un effetto sorpresa che perdurava. Poi, imprevisto, il rinnovo. Tre appuntamenti con Ryan Murphy in un anno solo – oltre a questa serie, anche il novello American Crime e l'altalenante American Horror Story – e più Chanel per tutti. Stesso cast, stessi toni, ma un'ambientazione diversa: dimesse dal reparto psichiatrico, le redente Chanel fanno da tirocinanti presso l'ospedale fondato dal decano Munch. Al Cure si curano, appunto, le malattie incurabili. Ma l'edificio affaccia su una viscida palute in cui si scaricano scorie e cadaveri, il personale è poco qualificato, il male scova nuovamente queste antipatiche protagoniste di rosa vestite. Il cattivo, ribattezzato “Green Meanie”, cerca vendetta di ritorno dall'oltretomba. Qualcosa, sin dall'inizio, non funziona. Scream Queens, piatto e sottotono, non decolla. Sarà l'ambiente ospedaliero, sprovvisto del fascino kitsch e festoso dei campus universitari; sarà che convincono poco le new entry – il piacione John Stamos, una pessima Kirstie Alley, un autoironico Taylor Lautner; sarà che solo la deliziosa Emma Roberts e l'iconica Jamie Lee Curtis meriterebbe di sopravvivere a una cricca irritante. Il vanesio Chad Radwell e l'esilarante agente Denise, prestata a Quantico, fanno giusto una capatina; la psicotica Lea Michele, sorprendente nelle puntate passate, è una Hannibal in gonnella poco funzionale alla trama; al giallo, che vira spesso al profondo rosso per il sangue in quantità, manca il guizzo. Scream Queens non vuole farci ridere, non vuole convincere i pochi scettici rimasti in ascolto, non vuole ripetersi. Semplicemente, non ha voglia. Che, presagendo la cancellazione imminente, abbia voluto farci passare oltre senza rimpianti, in un gesto di insolita premura? In nome del bene che in fondo gli ho voluto, fingiamo di sì. (5,5)

mercoledì 4 gennaio 2017

Mr. Ciak: Animali Notturni, Blue Jay, Passengers, La ragazza del treno

Susan, sofisticata gallerista, riceve un manoscritto inedito da Edward, il primo marito. Lei borghese e lui senza il becco di un quattrino: tra i due, quando la ribellione aveva ceduto il passo alla routine, non era finita bene. A ispirarle un impensato esame di coscienza, a rubarle il riposo, quella lettura che la rabbonisce e la schiaffeggia. Il dolce Edward la turba pagina dopo pagina, con un'opera di cui non lo credeva capace: la parabola violenta, disperata, di un uomo che persegue una lenta vendetta. Animali Notturni è il ritorno di Tom Ford dopo lo struggente A Single Man. A suo agio con le scarpe a specchio e i divi senza un capello fuori posto, qui vuole stupire – e ci riesce, anche se in definitiva gli ho preferito il più scontato melodramma con Firth – con una storia nella storia. Animali Notturni, coinvolgente thriller allo specchio, si divide in due metà perfette e complementari: costruito su piani narrativi opposti, alterna la realtà di Susan – fredda, manierata, brillante come l'acciaio: e lì, in tutta la sua eleganza, c'è il tocco del pioniere delle passerelle – alla fantasia di Edward – al contario polverosa, sporca, selvatica. E, ambizioso, il film è a due generi inconciliabili che guarda: il languore del melodramma, così, viene stuprato dagli energumeni sudici e logorroici del pulp di Tarantino. Tra passato e presente, sparatorie e vernissage, Animali Notturni è essenzialmente l'amara storia d'amore e vendetta di due vecchi amanti – la magnifica Amy Adams, il tormentato Jake Gyllenhaal – che, rancorosi ma presi, si tolgono il sonno a vicenda. Cos'è stato dell'universitaria tanto disgustata dal perbenismo borghese? Cosa dell'artista debole e bisognoso, ora artefice di parole come lame? Le lunghe e soffocanti notti di Tom Ford non sono fatte per l'amore. Il regista con il cognome da eroe western e lo sguardo dell'esteta, cinico e sempre padrone di sé, bilancia le prove del suo cast di fuoriclasse, gli opposti, le gradazioni di colore. La luna sussurra un agghiacciante racconto pulp che, tra le righe, riassume vent'anni di lontananza. E la scrittura, ammaliante e ragionata, onnipotente, è un'arma che assicura finalmente l'ultima parola a chi – contro Cupido e l'ipocrisia – una volta ha già perso. Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? (7,5)

Quanto è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere lo sguardo altrove; lui è uscito di casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente – attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa: viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia d'amore da Prima dell'alba in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo, personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto – Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay, eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)

C'è chi, nei momenti di sconforto, nel freezer ci trova il gelato al pistacchio. E chi, naufrago verso un pianeta da colonizzare, scongela a piacimento una Jennifer Lawrence per combattere l'incontenibile tristezza che affligge i passeggeri solitari. Jim si risveglia con novant'anni d'anticipo. Il resto dell'equipaggio, immerso in un sonno criogenico, continua a dormire. L'insonne condanna alla sua stessa sorte Aurora, sperando di proteggerla il più a lungo possibile dalla verità. Futuristici Adamo ed Eva su una navicella che cola a picco dopo il romantico idillio iniziale, Christ Pratt e Jennifer Lawrence. Coppia tanto attraente quanto sopravvalutata, i due riempiono il secondo film statunitense di Morten Tyldum di ammiccamenti, litigi e occhiate poco convinte. A scatola chiusa, eppure, Passengers sembrava fantascienza seria. Distribuito nell'imminente stagione dei premi sulla scia del fortunato The Imitation Game, faceva il verso a Gravity con la partecipazione dell'asso piglia tutto Jennifer Lawrence. Furbo e attesissimo, il film prometteva odissee nello spazio e scintille: chi non ha letto almeno una volta le dichiarazioni della protagonista, brilla per combattere l'imbarazzo delle scene più spinte? Passengers ha un sesso immaginario – a qualcuno andrà forse meglio, con una visione passeggera del sedere di Pratt – e una scrittura vittima del ridicolo involontario. Se l'ironia di lui ispira empatia, l'assurda concitazione della Lawrence fa sì che la nave (ogni riferimento a Titanic non è causale) imbarchi altra acqua. Passengers altro non è che una commedia superficiale nello spazio profondo. Da non amante della fantascienza, non posso dire che la leggerezza della traversata mi abbia annoiato. Le esplosioni delle grandi produzione e le potenziali svolte tragiche, però, fanno sorridere. A contendersi la colpa di questo blockbuster in avaria, lo sceneggiatore e, a sorpresa, due divi colti impreparati dalle lunghe e spontaee passeggiate dalle romcom che dico io. Con un bravissimo Michael Sheen al bancone, automa loquace e pettegolo, si beve per dimenticare le fotoricordo di una goffa e pacchiana crociera tra le stelle. (5)

Rachel affoga i dispiaceri in una bottiglia di chardonnay e, dal finestrino del regionale, sbircia le vite altrui. Spia l'ex, felice accanto a un'altra donna, e fantastica su una coppia sconosciuta che associa alla perfezione. Viaggiando assiste a un tradimento che fa vacillare le sue fiabe. E, svegliandosi da una notte di eccessi, insanguinata e piena di lividi, scopre che Megan – la bionda tanto invidiata – è stata uccisa. Rachel ha visto l'assassino in un momento di lucidità? O è lei, gelosa, a essersi macchiata del delitto? La trama la conoscete: è quella del thriller più venduto da due anni a questa parte. La mia opinione, forse, pure: un gonfiatissimo caso editoriale, criticato per lo stile pedestre e il giallo intuibile. La ragazza del treno era raffazzonato, intricato invano. Una trasposizione poteva fare solo meglio. Il film di Tate Taylor, stroncato dalla critica, mi ha convinto il giusto, mostrandosi superiore al romanzo della Hawkins – poco ci vuole, uno dice – e alle mie scarse aspettative. La struttura tripartita resta, e insieme a quella anche i difetti. Le voci narranti, il montaggio che prevede salti indietro tutt'altro che pratici, il ritmo lontano da qualsiasi frenesia si addicono poco alle esigenze del cinema di genere. Se il gioco non vale la candela, se il mistero è modesto come in questo caso, il puzzle di prospettive diverse – schematico ma originale – giova. Se personaggi maschili ridicolmente belli e sospetti fanno da corollario, allora, meglio le donne: sprecata la Ferguson, annoiata moglie trofeo; sorprendente la sexy Haley Bennett, irrequieta e sofferente traditrice; in odore di nomination una farfugliante, stravolta Emily Blunt. La ragazza del treno continua a non avere i segreti diabolici di Gone Girl, ma i pensieri incensurati delle protagoniste lo avvicinano a un dramma psicologico che, tra le righe, convince parlando di maternità e relazioni. Tu togli una pessima scrittura e aggiungi un cast di prime donne: così facendo, anche i prodotti più modesti non escono fuori dai binari. (6,5)

lunedì 2 gennaio 2017

Recensione a basso costo: Indignazione, di Philip Roth

Non avevo il fegato per battagliare con il decano, non più di quanto ce l’avessi per battagliare con mio padre o con i miei compagni di stanza. Eppure, nonostante tutto, battagliavo.

Titolo: Indignazione
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 136
Prezzo: € 10,50
Sinossi: È il 1951 in America, il secondo anno della guerra di Corea. Marcus Messner, un giovane serio, studioso e ligio alle leggi, di Newark, New Jersey, sta cominciando il secondo anno di università in un campus rurale e conservatore dell'Ohio: il Winesburg College. Perché ha deciso di frequentare il Winesburg invece del college della sua città, a cui si era inizialmente iscritto? Perché il padre, il risoluto e laborioso macellaio del quartiere, pare impazzito: impazzito per la paura e l'apprensione di fronte ai pericoli della vita adulta, ai pericoli del mondo, ai pericoli che vede incombere a ogni angolo sul suo amato figliolo. Come spiega al figlio la longanime madre messa a dura prova dal marito, è una paura che nasce dall'amore e dall'orgoglio che il padre prova per lui. Ciò non toglie che Marcus covi una rabbia troppo grande per poter ancora sopportare di vivere con i genitori. Li abbandona e, lontano da Newark, nel college del Midwest, si deve districare fra le consuetudini e le repressioni di un altro mondo americano.
                                                La recensione
Cerca di essere più grande dei tuoi sentimenti. Non sono io che te lo chiedo, ma la vita. Altrimenti finirai spazzato via. Spazzato via senza poter più tornare indietro. I sentimenti possono essere il più grande dei problemi. I sentimenti possono giocare gli scherzi più crudeli. 
Facendo finta che il Natale non fosse mai arrivato, negli scorsi giorni ho preferito tenermi leggero a tavola. Mentre sui gruppi Whatsapp arrivavano auguri come catene di Sant'Antonio, fotografie di pranzi da pascià e maglioni tesi su pance piene, io mi sono seduto in balcone, al sole, con il Kindle sulle ginocchia. La mia sola concessione alla pesantezza, la scelta volontaria del più grande autore della letteratura americana. Philip Roth, sconsigliato nei giorni di festa che domandano assoluta spensieratezza e poco indicato dopo pasti abbondanti, l'ho scoperto con i brindisi e i botti in lontananza: a celebrare, quasi, un primo incontro rimandato a lungo per il solito timore reverenziale e una lettura meravigliosa, in cui non pensavo di imbattermi con la sabbia della clessidra in progressivo esaurimento e i bilanci già fissati su carta. Ho iniziato in anticipo coi bei propositi di serietà, recuperando prima la saga familiare in pillole di quella Strout che non mi ha convinto e, infine, uno dei romanzi brevi a opera dello scrittore puntualmente depredato del Nobel. L'anno appena passato – un anno lungo e brutto, con troppi cambiamenti, pochi dei quali felici – mi ha sorpreso, però, serbando alla fine una delle letture più memorabili. Quanto ho amato Indignazione, su quel balcone su cui si è stati caldi fino a Santo Stefano. Quanto mi sono rivisto nei pugni chiusi, le unghie piantate a fondo nei palmi delle mani, di un protagonista che non dimenticherò. Indignazione è la storia della sua silenziosa e tragica rivolta. Siamo nel 1951. Marcus, diciottenne, è il figlio unico di un oppressivo macellaio kosher e della sua fedele moglie. Di altre generazioni, ma più limpido e schietto dei protagonisti di qualsiasi young adult, ha cugini che sono stati sepolti dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e una sorte che non gli va a genio. Colto e intraprendente, primo della sua famiglia a immatricolarsi, non vuole portare avanti l'impresa dei parenti: a lavorare al bancone accanto al padre, d'estate, si è vergognato come un ladro, fra polli da eviscerare e pattumiere incrostate. 
Ambisce a una preparazione accademica e ai benefici che ottocento chilometri messi tra sé e una famiglia conservatrice possono regalare. Dal provinciale New Jersey si trasferisce in uno studentato in Ohio, arrangiandosi come cameriere: teme di morire vergine, schiva le confraternite e persegue la solitudine, conosce per la prima volta ragazzi estranei alla comunità ebraica (e omosessuali, afroamericani, figli di coppie divorziate). Ma il Winesburg College, aconfessionale solo in teoria, è un tempio eretto alla tradizione, in cui i dormitori femminili sono severamente preclusi e gli studenti, bene educati ma immaturi, sono soggetti a capricci infantili. Il protagonista, presuntuoso ma coerente, litiga con Yahweh, i compagni di stanza e gli insegnanti, quei genitori iperprotettivi che in sua assenza contemplano l'idea della separazione. E c'è uno schianto di ragazza, Olivia, che nasconde profonde cicatrici sui polsi e armeggia sapientemente con la patta dei suoi pantaloni, china sui seggiolini della LaSalle chiesta in prestito. 
A chi ha riservato lo stesso trattamento, si domanda tra lo sconvolto e il lusingato un Marcus incapace di abbandonarsi senza drammi all'orgasmo? A tormentarlo, l'immagine premonitrice del sangue: le bestie al macello, il tentato suicidio della volubile Olivia, la minaccia non troppo remota della leva obbligatoria. Nella sua divisa inamidata, lo studente sguaina la penna a sfera e combatte i mulini a vento del conformismo e dei rovesci di fortuna: si arruola – con i suoi coetanei in partenza per la Corea – per un'altra guerra persa in partenza. Anche a rischio, come l'Ortis di Ugo Foscolo, di perdere per ben due volte reputazione, vita, amore. Gli salgono, così, a fiotti incontenibili, vomito, ispirazione e turpiloquio. Se sconfitto, si prenderà la soddisfazione di un sonoro vaffanculo pronunciato al momento propizio. E giù il sipario, con il fruscio delle bombe cadenti. Marcus, giovane per sempre, cerca disperatamente di uniformarsi agli altri. Si veste come i ragazzi delle brochure, acquistando di nascosto scarpe di camoscio, completo e cravattino. Si morde la lingua, tentando di darle un freno. Canta a fior di labbra un inno alla rivolta seduto di malavoglia nel suo banco a messa: la parola chiave è quella, sì, indignazione. Philip Roth, disincantato e mordace, tutt'altro che riguardoso, affida alla pagina – e sono pagine rade ed esaltanti, le sue, zeppe di scontri velati e struggenti soliloqui – la formazione di un adolescente genuino e a tratti esasperante, che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto e non sa godersi la quiete dei giorni pari: uguale a me, che al contrario non amo battibeccare, né sentirmi dare inutili ragioni. Ma nel mio silenzio il non detto accende la miccia delle rimostranze e delle incomprensioni; e l'indignazione sobbolle.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie - Nature Boy 

sabato 31 dicembre 2016

[2016] Top 10: Mr. Ciak



10. Il piccolo principe: L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui si vede chiaro e tondo; l'immagine di un'aspirapolvere che risucchia via gli acari e le stelle mi tormenta ancora.
9. Blue Jay: I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E, davanti a Sarah Paulson e Mark Duplass che si pestano le scarpe ballando in cucina, senti nostalgia perfino delle persone che non hai ancora amato.
8. Animali Notturni: Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? La risposta, nell'opera seconda di un regista con il cognome western e lo sguardo dell'esteta.
7. Sing Street: Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo.
6. Swiss Army Man: L'opera prima di un assortito duo di nicchia smuove qualcosa, nel profondo di te. Non sono solo i succhi gastrici: c'entra un po' anche l'anima
5. La pazza gioia: Non si scappa davanti a un’ilarità esagerata e alla commozione. Con il mare al mattino, l’intramontabile Paoli, tutta la speranza che c'è.
4. Lo chiamavano Jeeg Robot: Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi.
3. Captain Fantastic: Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno.Qui, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano. Dicono addio e cambiano aria.
2. Perfetti sconosciuti: I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce – e le riflessioni, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellisca tutti prima dell'arrivederci.
1. Room: Per vivere in questo mondo ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, per sopportarla, basta invece guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay: grandi e stupiti, mentre contempla un cielo sconosciuto.

Migliore attore protagonista:
Room – Jacob Tremblay
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Steve Jobs – Michael Fassbender
Migliore attrice protagonista:
La pazza gioia – Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti
Room – Brie Larson
Blue Jay – Sarah Paulson
Migliore attore non protagonista:
Swiss Army Man – Daniel Radcliffe
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
Creed – Sylvester Stallone 
Migliore attrice non protagonista:
The Danish Girl – Alicia Vikander
Other People – Molly Shannon
Lo chiamavano Jeeg Robot – Ilenia Pastorelli 

Muchacha sexy:
The Dressmaker – Kate Winslet
Suicide Squad – Margot Robbie
Cafè Society – Kristen Stewart
Bello e impossibile:
Nonno scatenato, Mike & Dave – Zac Efron
The Legend of Tarzan – Alexander Skarsgard
La ragazza del treno – Evans, Theroux, Ramirez
Nice to meet you:
Veloce come il vento – Matilda De Angelis
Other People – Jesse Plemons
Sing Street – Ferdia Walsh-Peelo
La coppia più bella del mondo:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Santamaria, Pastorelli
Macbeth – Fassbender, Cotillard
Blue Jay – Paulson, Duplass

Sing!:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Un'emozione da poco
Captain Fantastic – Sweet Child O'Mine
Blue Jay - No more I love you's
Psycho Killer!:
Hateful Eight – Gli otto assassini
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
The Neon Demon – Jena Malone
Will you recognize me?:
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Veloce come il vento – Stefano Accorsi 
Suicide Squad – Jared Leto
Let's talk about sex:
Sausage Party – L'orgia finale
Anomalisa – Michael e Lisa
The Neon Demon - Necrofilia 
Cry me a river:
Miss you already – Il finale
The Danish Girl - “I want my husband”
Il drago invisibile – Il finale
The A-Team:
Perfetti sconosciuti
Florence Foster Jenkins
Spotlight

venerdì 30 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le serie TV



10. Rocco Schiavone: Per il vicequestore romano, i gialli da risolvere sono una rottura di coglioni del decimo grado. Ma, su una scala da uno a dieci, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia?
9. La mafia uccide solo d'estate: La fiaba che, in pillole, fa bene parlando del male.
8. Shameless VII: Anno bisesto, anno funesto; intanto, ci ha regalato ben due appuntamenti coi Gallagher. E alle loro rumorose catastrofi corrispondono puntualmente le nostre gioie.
7. Westworld: Ronza una mosca; i protagonisti la scacciano via con un gesto della mano. Un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi. L'insetto continuerà a ronzare, insieme al pensiero di essere – e non a torto - in presenza di una fra le serie dell'anno.
6. Daredevil II: Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. 
5. The Young Pope: Non ha convertito appieno uno scettico come me, ma è comunque gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII: bello come Jude Law e, pare, più di Gesù.
4. Black Mirror III: Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa.
3. This is us: Semplice è bello. Bellissimo.
2. Stranger Things: I favolosi anni '80. Non c'ero, ma è come se ci fossi stato. 
1. The OA: Visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine.

Migliore attrice protagonista:
Penny Dreadful III – Eva Green
American Crime Story – Sarah Paulson
The OA – Brit Marling
Migliore attore protagonista:
The Young Pope - Jude Law
Rocco Schiavone - Marco Giallini
Mozart in the Jungle III - Gael Garcia Bernal
Migliore attrice non protagonista:
Westworld - Thandie Newton
Penny Dreadful III – Billie Piper
This is us – Mandy Moore
Migliore attore non protagonista:
This is us – Ron Chepas Jones
The Young Pope – Silvio Orlando
Westworld - Anthony Hopkins, Ed Harris


Muchacha sexy:
The Exorcist – Hannah Kasulka
Mozart in the Jungle III – Monica Bellucci
The Get Down – Herizen Guardiola
Bello e impossibile:
Preacher – Dominic Cooper
Rocco Schiavone – Marco Giallini
This is us – Milo Ventimiglia, Justin Hartley
Nice to meet you:
Stranger Things - Mille Bobby Brown
Fleabag – Phoebe Waller Bridge
American Crime Story, This is us – Sterling K. Brown
La coppia più bella del mondo:
Black Mirror - Mbatha-Raw, Davis
Shameless – Monaghan, Fischer
Rocco Schiavone – Giallini, Ragonese


Sing!:
The Get Down – Set me free
Jane The Virgin III – Locked Out of Heaven
No Tomorrow – Don't Stop Believing
Psycho Killer!:
AHS: Roanoke – Kathy Bates
Westworld – Ed Harris
The OA – Jason Isaacs
Let's talk about sex:
Sense8: Speciale Natale – L'ammucchiata telepatica
Westworld – Thandie Newton, Rodrigo Santoro
The Oa – Paz Vega, Emory Cohen
Cry me a river:
This is us – The Trip
Penny Dreadful – A blade of grass
22.11.63 – The day in question
The A-Team:
This is us
Shameless
Stranger Things

giovedì 29 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le mie letture

La via del male: Tanto in ballo: l'incolumità, il lavoro, gli amori platonici. La "via" è lastricata di personaggi buoni e cattive intenzioni.
Palazzokimbo: Parlo di radici e penso alla Ferrante. Dico che qui c'è molta più Napoli. E c'è che per l'autrice, che di cognome fa Ventre, la scrittura è questione di pancia.
Chi manda le onde: A me le onde le ha mandate Fabio Genovesi, e ci ho camminato incontro e in mezzo senza temerle. L'impressione di affogare, superata al cavallone successivo. Le alghe impigliate nei capelli e i sorrisi tra i denti. 
La figlia sbagliata: Quattro personaggi fragili e sgradevoli che, come ospiti spettrali, infestano un salotto e i capitoli di un romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di un letto scomodo e una notte piena di pensieri.
Sei come sei: Come se la cavano due uomini con la monogamia, i pannolini sporchi e il pregiudizio? Come cresce una bambina con due padri? In un romanzo di formazione toccante, spigliato e con un cuore grosso così, stupisce la meravigliosa normalità della risposta.
Fangirl: Ci sono i libri belli, quelli brutti e, ancora, quelli adorabili. Questo, con un'universitaria che preferisce i romanzi alle persone, la teoria alla pratica, la lettura alla vita sociale, fa parte dell'ultima, ristretta categoria. Sarà che l'autrice, leggerissima, di nome fa arcobaleno?
La tristezza ha il sonno leggero: La tristezza avrà pure il sonno leggero, ma la mano di Lorenzo è più leggera ancora. E la felicità, ospite che mancava all'appello, ti tenta ancora nelle pieghe di una giornata, e di una vita, no.
3. La confessione di Roman Markin: Avete presente quella sensazione di imbrogliare il tempo al suo stesso gioco, allungare le giornate a dismisura e, nei pochi grammi di un romanzo, rintracciare i ventuno dell'anima umana e i quintali di sessant'anni di vita vissuta? Il gioiello di Marra è un mare senza fondo.
2. Benedizione - Canto della pianura: Haruf rimette i debiti e, nelle intime confessioni che sono i suoi discorsi indiretti liberi, assolve i suoi personaggi dal peccato dell'egoismo. C'è una bontà d'animo che non sembra eccessiva. E tu, che eppure non credi nel prossimo tuo e in Dio chi lo sa, non la condanni – reputandola magari troppa – ma gliela invidi profondamente. 
1. Indignazione: L'ultima lettura dell'anno: a sorpresa la più memorabile. Philip Roth, disincantato e mordace, affida alla pagina – e sono pagine rade ed esaltanti, le sue, zeppe di scontri e struggenti soliloqui – la formazione di un diciottenne genuino ed esasperante, che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto e non sa godersi la quiete dei giorni pari. Uguale a me, nella sua storia di ordinaria ribellione. Presto, la recensione.

Premi di (s)consolazione
Thriller/Horror: I custodi di Slade House – Sorella - E' così che si uccide
Fantasy/Distopico: Wolf
Young adult: Brucio – Quello che non sai di me
Romanzo storico: Dentro soffia il vento

La migliore storia d'amore: Chiamami col tuo nome – Noi due e gli altri
I fazzoletti non basteranno: La luce sugli oceani – Io non sarò come voi
On the road: Lo strano viaggio di un oggetto smarrito 
L'occhio vuole la sua parte: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

Guilty Pleasure: Maestra – Unrivaled
Sta' senza pensier: Qualcosa di vero
Guarda un po' chi si rivede – i sequel più belli: Scrivere è un mestiere pericoloso
Be', dai, ci siamo visti – i sequel (o i ritorni) meno belli: Non aspettare la notte 
Tanto rumore per nulla – la sòla suprema: Adesso