venerdì 11 marzo 2016

Recensione: La tristezza ha il sonno leggero, di Lorenzo Marone

Io non voglio stare meglio. Io voglio stare bene.

Titolo: La tristezza ha il sonno leggero
Autore: Lorenzo Marone
Editore: Longanesi
Prezzo: € 16,40
Numero di pagine: 373
Sinossi: Erri Gargiulo ha due padri, una madre e mezza e svariati fratelli, È uno di quei figli cresciuti un po' qua e un po' là, un fine settimana dalla madre e uno dal padre, Sulla soglia dei quarant'anni è un uomo fragile e ironico, arguto ma incapace di scegliere e di imporsi, tanto emotivo e trattenuto che nella sua vita, attraversata in punta di piedi, Erri non esprime mai le sue emozioni ma le ricaccia nello stomaco, somatizzando tutto. Un giorno la moglie Matilde, con cui ha cercato per anni di avere un bambino, lo lascia dopo avergli rivelato di avere una relazione con un collega. Da quel momento Erri non avrà più scuse per rimandare l'appuntamento con la sua vita. E uno per uno deciderà di affrontare le piccole e grandi sfide a cui si è sempre sottratto: una casa che senta davvero sua, un lavoro che ama, un rapporto con il suo vero padre, con i suoi irraggiungibili fratelli e le sue imprevedibili sorelle. Imparerà così che per essere soddisfatti della vita dobbiamo essere pronti a liberarci del nostro passato, capire che noi non siamo quello che abbiamo vissuto e che non abbiamo alcun obbligo di ricoprire per sempre il ruolo affibbiatoci dalla famiglia. E quando la moglie gli annuncerà di essere incinta, Erri sarà costretto a prendere la decisione più difficile della sua esistenza...
                                               La recensione
Dlin-dlon! Il campanello che suona, di nuovo, e altre figure – adulti con neonati nell'incavo del braccio, fidanzate sconosciute, fratelli acquisiti – si riversano nel salotto di un appartamento che affaccia su Napoli. Sono come le onde del mare, non finiscono più. E il citofono rumoreggia. Ma il cibo è in gran quantità, un posto a tavola lo si può sempre aggiungere stringendosi giusto un po' e anni di feste insieme e vacanze al mare, all'indomani della fusione tra i Gargiulo e i Ferrara, hanno rafforzato l'abilità della dispotica padrona di casa a incastrare sedie tra sedie, coreografare i movimenti in cucina dei numerosi figuranti, non confondersi coi nomi e, soprattutto, con chi è figlio di chi. Gli occhi si sollevano dai piatti e il ciarlare cessa, se alla fine sopraggiunge Erri, il fratello maggiore, davanti al quale, lì per lì, non si sa bene cosa dire. Matilde l'ha tradito, ha le scartoffie della separazione per le mani e, impiegato nell'azienda del suocero, ha perso il lavoro dopo il famoso patatràc. Ora ha aperto una fumetteria, vive in un appartamento da scapolo nei Quartieri Spagnoli e, quarantenne stranamente impegnato per aver perso ogni cosa in un colpo solo, prova a farsi in quattro – o in cinque, o in dieci: quanti sono i suoi parenti vicini e lontani, esattamente? - per non perdere di vista il traguardo, prestare ascolto, dare a tutto e a tutti l'importanza che meritano. In giorni in cui si parla di tradizione e famiglie, in mesi in cui ho dato un taglio drastico alla mia, apro le porte a un simpaticissimo ragazzo di mezza età che ha l'opposto del mio problema: una casa strapiena e un albero genealogico dalle radici spesse, con in cima rami, rametti e qualche germoglio in boccio. Se Tizio sposa Caio, avevo letto non ricordo dove, e la legge consentisse loro di adottare Sempronio, il bambino cosa disegnerebbe, se è la sua famiglia che deve raffigurare con le tempere sul lavoretto di Natale? Tre omini stilizzati e nessuna donna (o il contrario), come noi tre – due figli e un padre – che da dicembre abbiamo imparato a fare la lavatrice e a non trovare più nel bucato una camicetta lillà, un reggiseno? E il disagio nostro, ai brindisi di laurea o nei giorni di festa da inventare daccapo? E quello di Erri, che ha due mamme, due papà e fratellastri che non si contano? A sei anni, infatti, i suoi genitori hanno divorziato, ma dalle schegge di una coppia scoppiata sono venuti al mondo, in combinazioni da lui non contemplate prima di allora, una sorella – l'esilarante Flor, nata da Gargiulo senior e da una bella andalusa – e due fratelli, Giovanni e Valerio, nati però da mamma Renata e dal nuovo compagno, Mario. 
E Mario, uomo dal cuore d'oro, dal matrimonio precedente ha portato con sé una figlia, Arianna: a quanto può valere ripetersi che non si può fare, che quella è la figliastra di tua mamma, se davanti a te hai la ragazzina più splendida e affranta mai incontrata? Dlin-dlon. Il postino suona, la Longanesi è il mittente e, nell'involto, ecco l'ultimo romanzo di Lorenzo Marone. Una storia nuova, verace, all'indomani di quindici mesi strani, come racconta l'autore nei ringraziamenti, che l'hanno reso una firma lanciatissima – la trasposizione di La tentazione di essere felici, con un gran cast, è attualmente in produzione – e, cosa più importante, genitore di un bambino che gli sonnecchia su un palmo di mano. Le parole magiche: speranza, sogno, rimpianto, felicità. Paternità. La struttura, che facilmente si adatterebbe a un cinema che sta prediligendo gli ambienti circoscritti, i flashback, i dialoghi brillanti, è semplice: un pranzo in grande, una riunione e, tra una portata e l'altra, il vai e vieni dei ricordi. Come siamo finiti qui, tutti riuniti attorno a un tavolo rotondo, e cosa sto combinando, si domanda l'insicuro Erri, mentre sbircia il telefono e la madre lo sgrida, come se non avesse ormai quarant'anni suonati, pochi capelli, mille contraddizioni e un nome assurdo, ma che personalmente adoro? Tra gli Sms in arrivo, una notizia spiazzante e le possibilità che genera.
A capotavola, inoltre, che attira le attenzioni dei commensali picchiettando il bicchiere con la forchetta, il capofamiglia – be', uno dei due – che ha un annuncio serio da fare. In quel giorno raccontato con umorismo e malinconia, c'è gente che ha qualcosa da dirci, forse un altro peso da darci, e ci sono cose che il caro Erri ancora non sa. E c'è così tanto di te e di me, di ciò che siamo stati e di ciò che siamo, che ti aspetteresti un cameo di qualcuno che conosci, se non addirittura di un altro te stesso: il fidanzato random della sorellina ribelle, il vicino passato a chiedere in prestito un po' di farina... Lorenzo Marone, arguto e saggio, mi era piaciuto già la prima volta, ma convince senza riserve adesso, definitivamente, a un solo anno di distanza. Io che eppure ai tempi di Cesare Annunziata mi domandavo tra me e me se la lieve retorica, il gusto aforistico, la frase ricamata fossero più caratteristica di Cesare, tenero e anziano misantropo, o del suo ideatore. I temi sono ricorrenti, la scrittura resta delicatissima e l'autore partenopeo - qui più a proprio agio, qui più lui - ci regala un ricco romanzo corale e personaggi filosofi su cui rimuginare, tra l'accogliente Mario, un Erri senza maschere e una Arianna che ha perso il filo della sua esistenza. Questo, per dire che i Sempronio della ostacolata stepchild adoption, gli Erri Gargiulo in surplus, i lit-blogger con una tessera mancante sopravviveranno ai vuoti, ai pieni e alle domande stupide, quando i disegni e i compiti in classe spingeranno la prof che ha marciato al Family Day a non nascondersi dietro un dito. Ci sono bambini allegri e bambini tristi, genitori cattivi e genitori buoni. Ma le famiglie tradizionali sono un mito da pubblicità anni Cinquanta, uno spot sui biscotti della prima colazione: normalità e casa sono vocaboli che insieme proprio non stanno, come il sacrilegio del parmigiano sugli spaghetti con le vongole. La tristezza avrà pure il sonno leggero, dunque, ma la mano di Lorenzo, il suo passo discreto e una scrittura piena di sensibilità sono più leggere ancora: così la tristezza non apre gli occhi ma, come per un miracolo tutto napoletano, ecco che si risvegliano le riflessioni sull'attualità, i sorrisi fiduciosi, i pensieri positivi. E la felicità, l'ospite che mancava all'appello, ti tenta ancora nelle pieghe di una giornata, e di una vita, no.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Dolcenera - Ci vediamo a casa

mercoledì 9 marzo 2016

Recensione in anteprima: Equazione di un amore, di Simona Sparaco

Può avere un cuore una testa pensante? 
Si. Può.

Titolo: Equazione di un amore
Autrice: Simona Sparaco
Editore: Giunti
Numero di pagine: 352
Prezzo: € 18,00
Data di pubblicazione: 9 Marzo 2016
Sinossi: Singapore è una bolla luminosa a misura di gente privilegiata e Lea, che non indossa nemmeno un gioiello, ha lasciato Roma per vivere lì. Ha sposato un avvocato di successo che nel tempio finanziario del consumo ha trovato le sue soddisfazioni. Anche se a tratti è punta da una nota di malinconia, la ragione le dice che non avrebbe potuto fare scelta migliore: Vittorio è affidabile, ambizioso, accudente. È un uomo che prende le cose di petto e aggiusta quello che non va; come quando ha raccolto lei, sotto la pioggia, un pomeriggio londinese di tanti anni prima. Al cuore di Lea invece basta pochissimo per confondersi: l’immagine di un ragazzino introverso, curvo su una scrivania a darle ripetizioni di matematica. Si chiama Giacomo e Lea non ha mai smesso di pensare a lui. L’alunno più brillante, il professore più corteggiato, l’amante passionale, l’uomo codardo. Lea sa bene che deve stargli lontano, perché Giacomo può farle male: c’è un’ombra in lui, qualcosa che le sfugge, ma che lentamente lo divora. Quando una piccola casa editrice accoglie il romanzo che ha scritto, Lea è costretta a tornare a Roma, e ogni proposito crolla. Il passato con tutta la sua prepotenza li travolge ancora una volta, con maggior violenza e pericolo. Secondo i principi della fisica che Giacomo le ha insegnato, nulla può separare due particelle quantiche una volta che sono entrate in contatto. Saranno legate per sempre, anche se procedono su strade diverse, lontane e imprevedibili.
                                                 La recensione
La tua mente è un ingranaggio perfetto.” Lui sorrise.
“Tutt'altro. Alle volte mi sento come questo scarabocchio” e indicò una specie di conchiglia ai margini del foglio. “Invece sei così.” Lea aveva tolto il tappo a un UniPosca azzurro e disegnato un cerchio perfetto, senza sbavature.
Un aereo che prende quota, una ragazza che cammina avanti mentre si guarda indietro, un cielo di nuvole azzurre e rosa. Quell'aereo l'ha portata lontano, ma lei è una di quelle che afferrano le mani del vicino di posto alla minima turbolenza e che scoppiano in un applauso se l'atterraggio è perfetto. Spera di chiudere gli occhi, a bordo, e svegliarsi dall'altra parte del mondo. Quella ragazza che viaggia, un po' qui e un po' lì, si chiama Lea, va verso i quaranta e cinque anni prima, finalmente, si è fermata. Cresciuta a Roma, è scappata a Londra e, a Piccadilly Circus, studentessa di cinema sotto la pioggia, è stata raccolta da uno sconosciuto che le ha promesso fedeltà eterna, tutta la costanza possibile e Singapore. Città giardino, metropoli futurista, in cui prendersi cura di un corpo magrissimo e lasciarsi andare a Vittorio. Il cuore è altrove però, irraggiungibile: promesso, vent'anni prima, a un altro così diverso da quel partner accomodante, indaffarato, banchiere. Marito e moglie provano ad avere un erede e Lea, intanto, scrive di dittatori benevoli, italiane all'estero, scelte a confine. Nel mentre, si rivede adolescente: una bambina che non si è mai ripresa da un primo amore che, purtroppo, non si scorda mai per davvero. Le novità viaggiano più in fretta degli spermatozoi di Vittorio, che forse son pigri: la buona notizia della pubblicazione, a cura di una piccola realtà editoriale, precede il mancato arrivo del bambino desiderato. Lea vola, così, seguendo la rotta inversa: torna dove tutto è iniziato – e dove, in fondo, non ha mai avuto fine. Volevo leggere Simona Sparaco dai tempi dell'esordio, io che per la nostra narrativa ho sempre avuto un debole. Simona affrontava situazioni forti, di petto; parlava di coppie scoppiate, famiglie a pezzi, terre esotiche. Complice l'attenta promozione al suo ultimo romanzo, è da Equazione di un amore che parto. Quello che meno mi ispirava, son sincero. In quelli che lo avevano preceduto, infatti, temi nelle mie corde: in uno la tragedia di una gravidanza a rischio, nell'altro la riconciliazione con un padre zingaro e in questo, scritto al presente e al passato, l'amore senza giri di parole e senza imbrogli. L'amore al centro, sin dal titolo: prendere o lasciare? Mi avvicino alla storia di Lea, perciò, con il dubbio. La Sparaco la avevo immaginata diversa, non so neanch'io più come, ma mi colpisce: bastano poche pagine appena. Uno stile denso e poco aforistico, una conoscenza approfondita di costumi e riti, personaggi appassionati. Lea, reduce da una relazione autodistruttiva, in pace con se stessa, fa ritorno per due mesi a Roma con un manoscritto da correggere: il viaggio estenuante e gli angoli segreti della sua infanzia le portano alla mente Giacomo. Lei era una frana con i numeri e lui, di cinque anni più grande, era una frana con le persone. Tutte le strade portano a Roma, e quant'è piccolo il mondo? Perché è Giacomo, lo stesso ragazzo che l'ha fatta innamorare prima tra i banchi di scuola e poi nel suo covo bohémien, che si occuperà di fare dell'opera prima di Lea un best-seller. 
Il comunista in erba dagli ideali utopistici, il ventenne con le smanie da filosofo e la barba sfatta che sonnecchiava su un'isola greca, è passato dalla matematica alla letteratura. Coltiva il sogno di un altro. Resta colto, ipercritico, saccente, e ha in pugno una penna rossa per correggere le sviste, i refusi e, sotto sotto, parlare di loro due. Di cosa hanno combinato e di cosa, volendo, avrebbero potuto combinare. Scrivendo ai margini della parziale autobiografia di Lea quello che, tra gli anni Novanta e il nuovo millennio, il ginnasio e gli anni da matricola, si sono fatti. Tardi, allora, per dirsi l'essenziale e, magari,  “scusa”? Equazione di un amore parla di due vecchi amanti che insieme stanno da cani e soli peggio ancora. Si rivedono e sentono che la loro storia irrisolta è un arto fantasma che, quando piove, torna a pizzicare. Nonostante abbia difficoltà a rapportarmi con le equazioni tanto quanto con i romanzi sentimentali – quelli che non prevedono crossover o appigli, dico: quelli sugli amori normali, quotidiani, nudi e crudi -, il romanzo di Simona Sparaco mi è piaciuto molto e solo alla fine ho titubato. Un prefinale convincente, che in realtà pensavo e desideravo fosse il finale vero e proprio, e cinquanta pagine che avanzavano. Cosa c'è lì, Simona? Ci sono stati lo sconcerto e un pizzico di delusione: io che vedo e provvedo, io che ho il pallino del blues più struggente, per la prima volta o quasi mi sono mi sono sentito preso alla sprovvista. Colpo di scena. Un'ultima tappa in cui la magia dell'oriente non risparmia neanche il viandante, romantiche sincronie, superstizioni affascinanti, cenni alla metempsicosi. 
Discorsi che valgono anche per una expat? E per la prima volta o quasi mi sono rivisto in un lato del triangolo: quel Giacomo al vertice che è chiuso a riccio e tanto fa penare la devota Lea. Più per gli aculei e gli hobby – fa il lavoro che vorrei, è moro e spettinato, ha un mondo segreto – , in realtà, che per la gente che abbiamo fatto piangere. Ma stiamo bene per conto nostro – e non è una scusa per darsi alla pazza gioia, ma un'autentica esigenza alla solitudine, un'inclinazione alla malinconia che è più forte degli obblighi del vivere sociale – e se qualcuno ci prova, a riscaldarci, a trovare un pertugio nell'armatura, fa fatica sprecata. Lea, a un certo punto, leggendo una fiaba, racconta di una giraffa che si è innamorata del sole e, come un Icaro romantico e donna, si brucia le antenne. Simona, che le dà man forte senza tralasciare, però, l'umanità di un marito un po' noioso e i moventi di un amante ostinato, ribatte che il cuore - l'unico organo che ha bisogno di una guaina, il pericardio, perché troppo esposto – non è come la coda delle lucertole. Se squarciato per dispetto, non ricresce mica. Ho confuse reminescenze di chimica: gli esercizi per bilanciare gli elettroni, ad esempio. Come si procedeva non lo so, ma in sintassi accade qualcosa di simile con i verbi, spostandomi in un ambito in cui posso mettermi più comodo: all'esame di Linguistica Generale mi hanno chiesto, infatti, una cosa che si chiama “valenza”. Ci sono verbi che hanno bisogno di un solo argomento – i monovalenti: sarà facile intuire, dunque, cosa siano i bivalenti, i trivalenti e così via – e atomi, nelle scienze, che hanno la capacità di combinarsi con altri atomi guadagnando o perdendo elettroni. Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, insieme, costituiscono la formula dell'acqua. L'amore, invece, è un verbo bivalente; transitivo. La calorosa Lea e lo sfuggente Giacomo, insieme, rappresentano le intricate parentesi da risolvere, in Equazione di un amore. I sentimenti, come la matematica, non sono cosa per tutti. Come i numeri sono infiniti, misteriosi, universali. Se qualcuno ti si siede accanto e te li spiega, e non ti inganna né ti rimprovera, proprio come la maestra Sparaco fa, passa d'un tratto la paura di sbagliar(si)e.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ivano Fossati – Carte da decifrare

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)

giovedì 3 marzo 2016

Recensione: L'estate degli annegamenti, di John Burnside

Non sono pazza – non al punto di parlare di queste cose con i vivi – e non sono una fanatica dei tempi antichi, come Kyrre, ma mi sto abituando al fatto che, a casa mia, ci sono ombre nelle pieghe di ogni coperta e tremori impercettibili in ogni bicchiere d'acqua... E certi giorni si aprono squarci minuscoli, quasi infinitesimali nella trama del mondo, da cui il caos potrebbe sgorgare e prendermi alla sprovvista, ovunque mi trovi.

Titolo: L'estate degli annegamenti
Autore: John Burnside
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 285
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Liv ha vissuto i suoi primi tre anni a Oslo, ma non rammenta nulla di quel tempo. Conosce bene solo Kvaloya, settanta gradi di latitudine nord, nel circolo polare artico, l'isola che sua madre, pittrice di talento, ha scelto quando ha deciso di rifugiarsi in un luogo remoto dove dipingere in pace. La baita grigia in cui la ragazza vive è affacciata sul fiordo di Malangen, un tratto di costa dove non c'è nulla, a parte la casa e la hytte - un minuscolo rifugio usato un tempo per la caccia o la pesca - del vecchio Kyrre Opdahl. Il tempo scorre diversamente sull'isola, le antiche leggende impregnano legni di rimesse, pontili e dimore, come quella di Kyrre, dove si conserva la memoria di antichi e funesti eventi: ragazzi di campagna usciti alle prime luci dell'alba e tornati a casa contaminati da qualcosa di innominabile, un battito d'ali o un soffio di vento nella testa, al posto dei pensieri. Nella fantasia popolare i troll sono mostri e la huldra una fata che, vestita di rosso, danza nei prati in attesa di giovani uomini da ammaliare e distruggere, ma nella memoria di Kyrre sono forze maligne all'origine di accadimenti reali. Con una tazza di caffè tra le mani, Liv ascolta incantata e tremante i racconti del vecchio. In cuor suo, tuttavia, non crede affatto all'esistenza di tali forze o esseri. L'estate, però, in cui la ragazza compie 18 anni accadono eventi così letali da sradicare le più solide e ferme convinzioni...
                                                La recensione
In Norvegia, sono più le persone che se ne vanno che quelle che arrivano per restare. Le temperature rigide, le giornate che non finisco più – notti che durano giorni, giorni che durano notti – e l'isolamento perenne intimoriscono i viandanti. Gli stessi elementi, in unione alla freddezza degli animi nordici e a una lingua difficilissima, fanno spavento anche a chi c'è nato, eppure non sa starci. Ci sono città, e soprattutto isole deserte, sconsigliabili ai cuori fragili. Leggenda ha voluto, per anni, almeno, che la distante Scandinavia detenesse un tristissimo primato: lì, pare, il più alto numero di suicidi. Eppure io l'ho conosciuto un bambino norvegese, alto, biondo e pieno di vita, che mi ha insegnato una parolaccia o due nella sua lingua e, italiano per parte di padre, mi ha spiegato – con quell'accento secco, che suona duro e spietato di per sé – le differenze inconciliabili, i pregi e i difetti. Eppure io, in questi Paesi belli e sinistri, ho sempre desiderato andarci: di mio, più attratto dal sublime che dal piacevole, più incuriosito dalle sfide che dalle passeggiate quiete quiete. Un eremo nascosto, le onde, il vento alle porte. La terra scura, in cui crescono fiori che non conosci e, in mezzo alle radici, racconti tra mito e verità. Mi piaceva tanto, ad esempio, la Scozia di La gemella silenziosa: una cartolina da incubo. Valida alternativa, però, l'isola di Kvaloya: la forma di un trifoglio, le alture a strapiombo sull'Artico, settanta gradi di latitudine nord. Dove Oslo è considerata alla stregua di una città esotica, straniera, e il sole di mezzanotte ispira strane visioni. E' esattamente per quel motivo – una pazzia che somiglia all'ispirazione, le visioni che offrono spunti per nuove tele – che la mamma di Liv, pittrice corteggiata e sfuggente, si è trasferita in un appartato bungalow sui fiordi. Alle spalle, si è lasciata un uomo senza nome – perfino la figlia adolescente è all'oscuro dell'identità del genitore – e un mondo non le dava pace. Nell'Isola delle balene, invece, il contatto umano scarseggia – e il problema non sussiste, se sei un'artista misantropa e hai una figlia chiusa a riccio nei suoi pensieri strani – e gli scorci mozzafiato ti hanno reso non a caso la più celebre paesaggista su piazza. Non succede mai niente a Kvaloya, fino a quando, d'improvviso, non succede tutto. Lo anticipa la quarta di copertina e, nelle prime pagine, lo conferma una narratrice inquieta come poche. Il suo romanzo, cronaca di un'estate bizzarra, di crescita e mistero, prende avvio nel momento in cui la sua storia imbocca un sentiero mai battuto in precedenza e scova una falla invisibile nel mondo che conosciamo. 
E pensare che lì, mamma e figlia, ritenevano di essere al sicuro dal trambusto e dall'incertezza: protette per sempre dal mare. E pensare che, studiose e razionali, non si erano poste il legittimo dubbio: le favole sono favole, punto e basta. Come spiegare però la morte di due fratelli, biondi e inseparabili, che sono annegati in una notte senza tempeste? Come svelare l'enigma di uomini che scompaiono nel nulla e la dipartita di chi, dissolvendosi, lascia una scia di cenere sulla spiaggia? I troll, i folletti e le huldra, fatali ragazze in rosso con coda bovina e fascino da sirena. Sugli incidenti, la presenza fissa di una coetanea della protagonista, la subdola Mia, e in testa, che suonano e risuonano, i racconti del dirimpettaio, Kyrre Opdhal. L'estate degli annegamenti, tuttavia, non è un giallo, né una storia da brivido in senso stretto. In realtà, il mistero degli annegati – debitamente riportato nelle sinossi, subito ripreso in apertura – è affrontato sin dal prologo e, nelle successive duecento, trecento pagine, fa capolino spesso ma non trova soluzione. Liv non è una schiva e malinconica Nancy Drew, non gioca a fare la detective: piuttosto, è guardiana e testimone, come in un La finestra sul cortile che nel thriller fa però sporadiche tappe, di una stagione in cui il mare a volte prende e a volte dà. 
Un nuovo inquilino, nella hytte del vecchio e burbero Kyrre, che esercita anche un indiscreto fascino sulla confusa Liv; qualche pretendente che va e qualche pretendente che viene, di sabato, nel soggiorno di una mamma contesa come Penelope dai proci; una lettera da Londra e, a scriverla, un padre ignoto ma sofferente. Resterete delusi, se in cerca di un altro giallo che viene dal nord. Ancora, resterete a bocca asciutta, se desiderosi di risposte a ogni costo. L'estate degli annegamenti è un libro nebbioso, sospeso, irrisolvibile, che in altre circostanze, forse, non mi sarebbe piaciuto. Amo le atmosfere evocative, non l'incertezza. Amo a piccole dosi le descrizioni meticolose, i dettagli che del fiordo di Malangen mi fanno sentire il freddo nelle ossa, non una lingua che, colta e baldanzosa, indugia più su se stessa che nei dialoghi. Però John Burnside, poeta britannico che incrocio qui per la prima volta, scrive talmente bene – mi ha ricordato la prosa erudita di una Donna Tartt, ma le poche pagine e le situazioni fin troppo circoscritte non cedono mai spazio a una simile verbosità – che mi sarei goduto a tempo indeterminato la compagnia delle sue figure instabili, contraddittorie, psicotiche che vivono in un perpetuo e dolce dormiveglia. Sognano o son deste? Evocativo e oscuro, terreno e ultraterreno, L'estate degli annegamenti è un romanzo a confine, dalla scrittura a confine. Sogno di una notte bianca di mezza estate, lì dove il mare e la terra si perdono l'uno negli occhi dell'altro. Smarrendo la via del ritorno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Summertime Sadness

martedì 1 marzo 2016

Pillole di recensioni: Adieu mon coeur | Non respirare

Titolo: Adieu mon coeur
Autore: Angelo Calvisi
Editore: CasaSirio
Numero di pagine:
Prezzo: € 13,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Ha un titolo francese, un autore italiano, un protagonista cittadino del mondo. A farcelo conoscere, una casa editrice piccina ma in crescita che, con i suoi scrittori di qualità, le edizioni curate e quel formato tascabile che è un piacere, la scorsa estate, si era imposta come un'autentica rivelazione. Qualche mese dopo, rieccola ospite sul blog: pubblicano il romanzo di Angelo Calvisi, pensano a me per avere un parere e, questa volta, fanno più colpo loro – pop e pieni di carattere – che un libro breve e particolare, di cui poco mi viene da dirvi. La storia a frammenti di Paolo, e son frammenti sparsi, lo mostra bambino, adolescente ed adulto, nell'arco di trent'anni vissuti in giro e a pieno. Cresciuto nella provincia genovese, passa l'infanzia in oratorio, tra le partite a calcio balilla, gli amici i cui nomignoli sono tutto un programma, le prime cotte e i primi dolori: i genitori litigano spesso, le altre bambine non se lo filano, un avvenimento luttuoso è dietro l'angolo. Quattro parti, quattro decenni e, nel finale, un salto indietro. Un'adolescenza in comunità, la scoperta della musica, una moglie e un paio di figli in Francia. Ma com'è che si dice? Mogli e buoi dei paesi tuoi e, sempre parlando per proverbi della nonna, il primo amore non si scorda mai. Ecco che ritorna la spasimata Michela, che proprio non può desiderare. Ecco che la bottiglia, la chitarra e rimpianti ci fanno prima perdere e poi ritrovare. Il cuore resta – checché ne dica il titolo – e ci sono una bella struttura ad incastro, verità e nostalgia a palate, qualcosa del Nick Hornby di Alta fedeltà, del Nicholls di Un giorno, del Biglia bugiardo e avventuroso di Ti prendo e ti porto via. Le gioie del vinile e le donne, gli incontri una volta ogni morte di Papa e la non trascurabile incapacità nel combinarne una giusta. Che c'è, allora, che non va? Oggettivamente, niente: Adieu mon coeur è un amarcord tra passato e presente, con tocchi di grottesco, un colonna sonora perfetta, l'umorismo vincente, l'occhio lucido. Ma trent'anni li avrei letti ancora più volentieri in più pagine e il me a cui tanto a genio il racconto, alla fine, non sta, ha patito un po' i salti e la divisione in capitoli a sé stanti. Gradirò sempre i tipi di CasaSirio, perciò, ma mi farò un'idea pià precisa di chi sia Angelo Calvisi – professionista poliedrico e dalla biografia stermianta, da quel che leggo – con a dispostizione, si spera, un'altra storia e, soprattutto, altre pagine.

Titolo: Non respirare
Autrice: Elisabetta Pastore
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 18,00
Numero di pagine: 244
Il mio voto: ★★½
La recensione: Spesso, ci sono libri – belli, brutti, boh – a cui non ti avvicineresti mai, se non fosse che, a promuoverli, c'è tutto un ambaradan e la firma di un editore di cui ti fidi alla cieca. La Frassinelli piace perché raramente cavalca l'onda, la Frassinelli non pubblica comuni erotici. Allora cos'era il romanzo della Pastore, sulla doppia vita di una ragazza meridionale che impara a diffidare dagli uomini, a preferire la campagna alla metropoli, a esplorare la propria sessualità? L'etichetta di romanzo erotico, in realtà, più che stretta gli sta larga, lì dove si immaginerebbero comunemente parole languide, un fare ammicante, protagonisti avvenenti. Non respirare ha invece una protagonista smilza, poco procace, e uno stile asciutto e spigoloso. Veronica, di giorno avvocato sottopagato e di notte voce a un telefono a pagamento, fa sesso alla cornetta perché a Roma non si può campare e perché il suo ragazzo è un tossico che le mette a soqquadro la borsetta. I suoi interlocutori cercano il massimo del piacere e le confessano l'inquietudine più segreta. Vive lunghe giornate e lunghissime notti. Vive due vite. Eppure resta una protagonista a metà: senza carattere. Ma ha le sue peculiarità, i suoi tratti distintivi. Disegna, ad esempio, spinta da voci che, a matita, si fanno volti. E son volti che, a volte, incrocia dove meno si aspetterebbe. La matita sul foglio è istinto basico; il sesso non è fatto ma descritto, parlato. In Non respirare, la parola assume fondamentale centralità, infatti, e i toni, carezzevoli e sboccati, non cadono nell'eccesso. La storia, sventato il pregiudizio iniziale, c'è, così come lo stile. Un eros a voce; un'esordiente promettente. Non respirare, tuttavia, convince poco. La Pastore, seppure spicchi, con un non so che del Lucarelli di Almost Blue, segue quella che chiamo la poetica dello spezzettamento: frasi e paragrafi telegrafici, nessun capitolo, un racconto racchiuso tra un punto fermo e l'altro. E, per i miei gusti, sono troppi i punti e troppo poco quello che c'è in mezzo. I sussurri di Veronica – la stessa che fa boccheggiare, venire, piangere i suoi lontani e solitari clienti – qui arriva come smorzata. La linea sta per cadere. Chi c'era davvero dall'altra parte? Tuuuu tuu...

sabato 27 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: The Danish Girl, Mustang, Anomalisa

Attore, Attrice non protagonista, Costumi, Scenografia
Una modella che tarda ad arrivare, un dipinto che ha bisogno delle ultime pennellate, quel marito artista che accetta di posare per lei, giovane pittrice in cerca d'affermazione. Le scarpe con il tacco sono strette, le calze stringono, ma la sensazione della seta addosso risveglia in lui la metà negata. Gerda e Einar assecondano di comune accordo l'emergere del lato femminile di lui: un po' di trucco, un vestito d'alta sartoria, una parruccha rossa... et voilà. Lili si risveglia, a una festa, con il bacio di uno sconosciuto, come nelle favole. E la favola la vive, ma di nascosto. La moglie paziente, nel mentre, piange in silenzio e sopporta. Il mistero di ciò che ha dentro, in testa, si abbatte anche sul corpo. Una dolorosa trasformazione psicofisica e Lili, mondana ed egoista, prende il sopravvento. Come un'amica immaginaria persa crescendo, che torna a sorpresa alla nostra porta e reclama il suoi spazi vitali, assieme ai nostri. C'è chi vorrebbe imprigionare Einar in una camicia di forza, il disturbo mentale è il verdetto; ma c'è chi, come Gerda, fedele fino all'ultimo, sa che Lili, un giorno, potrà diventare una farfalla. Un corpo che non calza a pennello, una straziante storia vera e, allo scorso Festival di Venezia, si era già sicuri che The Danish Girl si sarebbe fatto valere alla notte degli Oscar. Un amore trascendentale, un'altra trasformazione e, alla macchina da presa, il Tom Hooper così caro all'Academy. “E' stato come baciare me stessa”, racconta una Alicia Vikander qui dolce e risoluta, parlando del primo incontro con il marito artista. Nei quadri, infatti, lei lo vede già donna. Tra sé e sé, pensa in anticipo a una trasformazione mai tentata. La mente non metabolizza ancora, eppure la pittura – sfogo, immediatezza – accetta con facilità l'inaccettabile. Eddie Redmayne, ancora una volta con un ruolo ipercaratterizzato e arduo – e non perché la questione sia tabù, ma perché in Stephen Hawking, così come nei meandri di Lili, c'è il serio rischio di non uscire più -, veste per la prima volta abiti femminili e due personaggi. E, ancora una volta, lascia scossi e toccati. Einer, contrito e provato nella mascolinità, e la sua controparte nascosta, al contrario colorata e frivola: tra i due estremi, l'uomo e la donna, uno sconcertante lavoro di introspezione, un Redmayne particolarmente grazioso en travesti e un cambiamento che il maniacale lavoro di mimetismo palesa agli occhi. Da effeminato, con gli svolazzi delle mani e il passo danzante, ci dà poi l'impressionante illusione di cambiare pelle; alla fine, è Lili. Quand'è che un attore è il migliore della sua categoria, mi ha chiesto mio fratello durante la visione? Quando fa la differenza. Quando non permette che il film, senza di lui, abbia ragione d'essere. Se fosse per me, allora, en plein per un giovane interprete che, per il secondo anno consecutivo, ha la sfacciata fortuna di imbattersi nel ruolo di una vita e in una partner tanto comprensiva, tanto grande, quando lo fu la Jones. Hooper, raffinatissimo, porta un Redmayne in stato di grazia, di nuovo, e la splendida Alicia in un quadro di quelli di Gerda. C'è tanta bellezza, dunque, ma non mancano nemmeno il corpo, l'eros, il dolore di lui – che urla, e nessuno lo sente – e quello di lei – vittima dell'amore eterno nei riguardi del solo uomo che non potrà mai avere. Fino alla poetica immagine finale, almeno: una sciarpa che vola, il ricordo di un aquilone, il resoconto al mattino di un bel sogno. E Gerda che ha paura di svegliare bruscamente loro – dove inizia Einar e dove la sua controparte, ormai, non si sa più - e noi spettatori. Sonnambuli senza riposo e, tanta è stata l'emozione, senza più lacrime. (8)

Miglior film straniero 
Turchia, giorni nostri. L'ultimo giorno di scuola, come accade ovunque, genera euforia, qualche lacrimuccia, il baccano degli studenti felici e contenti, con tutta un'estate di dolce far niente all'orizzonte. Come accade nella mia città, ad esempio, e in tutte quelle a un passo dal mare, si corre in spiaggia al suono della campanella e ci si schizza l'acqua salata in faccia. La si schiva tra una risata e l'altra e le ragazze, punzecchiate, si aggrappano al collo dei ragazzi: a cavallo, accolgono la bella stagione. Ma per cinque ragazze turche, cinque sorelle, quel gesto di giovanile avventatezza è l'inizio della fine. Sarà, per loro, l'ultima estate da trascorrere insieme. Una vicina chiacchierona, comportamenti sconsiderati e improvvisamente, attorno alla loro casa, sorgono le sbarre di un carcere e fioccano visite di indiscreti pretendenti. Le orfane di Mustang, il film franco turco che avrà il mio sincero sostegno alla notte degli Oscar – e non solo perché ho visto solo questo all'interno della cinquina, per quest'anno -, hanno gli occhi chiari, la pelle abbronzata, i capelli lunghi lunghi. Sono bellissime, in età da marito, stando ai ragionamenti degli adulti, e indomabili. La più piccola delle sorelle, schietta e ribelle, racconta queste piccole donne appese ai cornicioni e sui trespoli della loro gabbia dorata, queste verigini suicide che d'amore talora vivono e taloro  muiono. Qualcuna si sposerà per desiderio, qualcuna per ordine di uno zio normativo o di una simpatica nonna che poco ha voce in capitolo e qualcuna, come la giovane narratrice, imparerà a guidare e, in segreto, a sognare una Istanbul che sembra un pianeta a parte. Uscito lo scorso autunno in Italia, il promettente, potente esordio di Deniz Gamze Erguven ha rari difetti, anzi, due: quell'etichetta di film drammatico, serio e rigoroso, che un po' stretta gli sta, e la pigrizia, che poi sarebbe un difetto giusto mio. Recuperato più per dovere che per voglia, Mustang si è rivelato un film diverso – sarà che il film straniero, comunemente, lo si immagina lungo, indipendente, di nicchia –, bello, toccante. Fresco e colorato, nonostante il tema ti mostri la tragica realtà delle spose bambine e gli strascichi di una antiquata società patriarcale, per gran parte del tempo è una commedia adolescenziale orientaleggiante, con l'estate delle grandi scelte e la sensazione di vivere per sempre. Sgattaiolare di nascosto, avere rapporti sessuali preservando la verginità, abbandonare gli studi per diventare perfette massaie: ci si stringe insieme, si stringono denti e pugni, e crescere – scoprirsi donne, mogli: oggetti – pare l'ennesimo gioco spensierato. Mustang, modernissimo e pieno di ottimismo, ha un cuore che pompa, le mille contraddizioni del suo Paese affascinante e terribile e cinque eroine come poche. Contro le lenzuola da sbandierare, con impressi i segni rossi della prima notte di nozze, e le tradizioni medievali dei loro avi, queste sorelle di un cinema francese che non delude si fanno scudo. Proteggono noi dalla pesantezza in agguato, se una simile storia fosse stata raccontata con altri toni, e praticano squarci alle loro brutte gonne per mostrare le gambe. Senza il velo, a capelli sciolti, nel vento. E trasformano la loro realtà, così, da prigione a baluardo, da dramma a commedia, facendo di Mustang il film di cui più ti penti per l'imperdonabile ritardo del recupero. (7,5)

Miglior film d'animazione
Michael Stone è un eterno passeggero. Vive viaggiando e, per lavoro, dà consigli agli altri. Una notte di pioggia l'ha portato a Cincinnati per il lancio del suo ultimo best-seller e, orgoglioso e cauto, si tiene stretto il suo accento britannico e il suo bagaglio a mano. E' ospite al Fregoli: un hotel stellato che gli offre una spaziosa camera per fumatori all'ultimo piano e, a sorpresa, una conoscenza che farà la differenza. Lì, l'indaffarato Michael incrocia la stralunata Lisa, e potrebbe avere inizio così una di quelle chiacchieratissime, poetiche commedie romantiche che piacciono a me. Hanno dolori e vite intense e una notte insieme prima di separarsi. A parole mie, Anomalisa è una storia d'amore alternativa, molto nelle mie corde: metteteci anche i protagonisti di mezza età, il sesso imbarazzato, gli ambienti circoscritti, i dialoghi a opera di un signore scrittore. In pratica, invece, soprattutto se sceneggiato e diretto dalla mente di Eternal Sunshine of The Spotless Mind, diventa più originale e bizzarro del previsto: ci sono due grandi attori – David Thewlis e Jennifer Jason Leigh: quest'ultima, straordinaria ancora una volta, dopo l'exploit con Tarantino – ma doppiano tozzi omini in stop motion; la romcom, perfino nell'esplicito rapporto sessuale, si fa a cartoni; i personaggi che popolano l'hotel e il mondo, fatta eccezione per i due protagonisti, hanno tratti anonimi e la stessa voce. Le figure di Kaufman, nonostante le prodezze dell'animazione, hanno sul viso quella che ha tutta l'aria di essere una maschera posticcia. Come mai, ci si domanda, e perché Lisa, eppure non bellissima, non brillantissima, è l'impensata variabile nel mondo dello scrittore sempre a zonzo? Lo psicoanalitico Anomalisa ci dà molte chiavi di lettura e, allo stesso tempo, nessuna in particolare. Candidamente, si potrebbe dire che abbiamo bisogno di una sola voce, purché sia quella giusta, per sorridere alla vita. Documentandosi un po', invece, si scoprirebbe tutt'altro: ad esempio, riferimenti criptici nel nome stesso dell'albergo che fa da sfondo. Fregoli, trasformista italiano, ha dato il nome all'omonima sindrome: un raro delirio in cui il malato si sente braccato da una persona che cambia aspetto e, stando a lui, si camuffa per confondergli le idee. Ecco il perché dei volti simili ma diversi, delle voci omologate. Se la prima parte – introspettiva, tenera, logorroica – fa del film un gioiello, la seconda – più visionaria, sbrigativa – lascia confusi, soddisfatti a metà. Ma venti minuti irrisolti possono forse cancellare una splendida ora introduttiva? Un Freud ci andrebbe a nozze, il nostro Pirandello avrebbe tanto da ridire sulle maschere, gli esseri umani e sui misteri insondabili della nostra psiche. Io, pur non apprezzandolo al cento percento, con qualche forte riserva legata alla vaghezza della chiusa, ho trovato che in Anomalisa ci fosse tanta, ma tanta di quella umanità... Pur parlando di disumanizzazione, tra le righe. Pur essendo fatto, a prima vista, di tanti cliché sull'anima gemella e plastilina. (7)

giovedì 25 febbraio 2016

Mr. Ciak: Deadpool, Freeheld, Pride and Prejudice and Zombies, La Quinta Onda

Non sono un fan del cinecomic: anzi, nei riguardi del genere mi fingo snob e indifferente. Non sono amico, nella vita di tutti i giorni, di chi gioca a fare lo spiritoso a tutti i costi: detesto in automatico chi tutti trovano simpatico e, nei film, faccio il tifo per i musoni. Almeno hanno una personalità e un vestiario total black, che non guasta. Cosa ci faccio, dunque, un giovedì sera, al primo spettacolo di questo Deadpool, che forse era vietato ai minori e forse no, forse era un fumettone come tanti e forse no, che forse avrebbe potuto sorprendermi e forse no? L'impressione, a pelle, che il mercenario chiacchierone – lo stesso che, pare, non si sappia bene di quale sponda sia; quello che non vuole unirsi all'allegra brigata degli X-Men e che, rompendo la quarta parete, chiacchiera spesso con i suoi spettatori – fosse più come Kick Ass, outsider indipendente e sarcastico, che un personaggio di Stan Lee, inconsueto giusto all'apparenza. Partono i titoli di coda, che hanno sì del geniale, e pian piano conosciamo il pimpante Wade, la sua sexy ragazza e la malattia che l'ha reso un supereroe. Ma guai a chiamarlo così. Perché Deadpool è "antieroe" che si definisce, semmai, e perché tra i suoi compiti – oltre quello di recuperare l'amata rapita e di combattere il crimine organizzato – c'è quello di trovare il folle scienziato dall'accento british e costringerlo a dargli una faccia nuova. Non ha una nobile missione, interessi politici in ballo, una dolce zia da proteggere: con la bellissima Vanessa c'è stato il sesso, tanto e fantasioso, ma solo dopo l'amore vero. Invasioni di spot televisivi, articoli e clip, ci promettevano a questo punto grasse risate, il politicamente scorretto, la Marvel che non ti aspettavi. Il cinecomic finto-alternativo di Tim Miller, invece, riesce a stento a far sorridere: americanissimo, intraducibile, becero. Ci si limita a: oh, ecco le chiappe di Ryan Reynolds: quanto osa. O ancora: oh, ha fatto un'allusione e un'altra ancora: ammazza, com'è trasgressivo. Dalla sua, la sbarazzina colonna sonora anni '80, i comprimari buffi – il tassista dal cuore spezzato, l'amico barista, la coinquilina cieca – e la furbizia degli affabulatori. Sottraetegli, però, le freddure e i fardelli del pessimo doppiaggio italiano – il cattivo chi è, Joe Bastianich in persona? Di un personaggio eccessivo, sboccato e irresistibile su carta, resta allora una dimenticabile oretta e mezza, in cui perlopiù se la cantano e se la suonano: eppure, altrove, mi fanno ridere il nonsense, le citazioni, il triviale. Qui, invece, le brutture e le parolacce lasciano il tempo che trovano, il divieto ai minori non ha motivo d'essere e tutto l'ambaradan pubblicitario, che ci prometteva il sesso e il sangue, si è rivelato il più ingannevole specchietto per le allodole. Quando il trailer, dunque, ha più idee del film in sé. (5)

Nessuno sa come viveva la detective Laurel  prima della malattia. Un tumore ai polmoni, fulminante. L'abbandono di quel lavoro che la appassionava e l'emergere di una persona accanto a lei che né i colleghi, né i concittadini conoscevano bene. Stacy non è semplicemente la sua coinquilina: si sono conosciute un anno prima, hanno messo su una modesta casetta, hanno comprato un cane. Si sono volute bene e adesso, nel momento più buio, continuano a volersene. Ma ecco, con l'emergere di quella doppia verità – il cancro, l'omosessualità -, i retroscena di un ambiente sessista e le falle del sistema giudiziario americano. Un tema quantomai attuale, questo, in giorni di chiacchiere vuote e pubbliche manifestazioni di ignoranza. Il Family Day contro le Unioni Civili, le scritte sul Pirellone che si oppongono alla nuova normalità. E io che mi auguravo che al Circo Massimo aprissero le gabbie, oppure che con una sommossa, con un tranello, si proiettassero in mezzo alle false famiglie felici le sequenze clou del recente Freeheld. Un film sulla fragilità del corpo, l'indissolubilità del pregiudizio, la purezza del sentimento. Anche se il tema – importantissimo – è più grande, questa volta, di un cinema impegnato ma standard. Unioni Civili? Si è favorevoli, inutile dirlo, perché di mezzo c'è l'amore. Magari, Ennis e Jack non facevano quella finaccia lì. Magari, Adele e Emma non si lasciavano così, su due piedi. Ma alcuni l'amore non lo capiscono, e può starci, ma in ballo non c'è solo il matrimonio, il passeggiare alla luce del sole, le adozioni di cui i più parlano e sparlano. In Freeheld, infatti, ci sono anche le scartoffie, i cavilli tecnici, una legge da aggiornare. Per ricevere la pensione di lei, quando Laurel – dopo ventitrè anni di servizio – morirà. Per non dovere abbandonare una casa costruita insieme, come se la giovane Stacy fosse un'estranea qualsiasi. Per poterne farle visita all'ospedale e dire sì, sono una sua familiare: a tutti gli effetti. Tratto da un'intensa e illuminante storia vera, Freeheld scende in piazza e si batte per l'uguaglianza – nei diritti come nei doveri, nell'amore. Visione che mi ha commosso ma che non ricorderò a lungo. Imprescindibile, ma non per uno spumeggiante Carrell, né per uno Shannon ineditamente magnanimo. Non per una Julianne Moore di grande sensibilità e bravura, né per la partner Ellen Page che, dopo l'outing di qualche anno fa, è vittima del cliché. Ma imprescindibile, appunto, a testimonianza che l'amore, anche se a volte deve un po' imbrogliare, smuovere le acque, vince su tutto e tutti. E che l'unica vergogna, ora e per sempre, sarà ostacolarlo. (6,5)

E' cosa universamente nota che i personaggi e, di conseguenza, i romanzi di Jane Austen, a lungo, almeno, non mi abbiano ispirato ammirazione e simpatia. Anzi. Colpa di una conoscenza preliminare iniziata con Emma, leziosa e attaccabrighe, e di storie d'amore e etichetta più indirizzate a un pubblico femminile. Penso, infatti, che i romanzi non abbiano un sesso, e per capire che c'era altro, al di là dei sospiri e dei matrimoni combinati, mi è servito l'esame di Letteratura Inglese, due Sessioni Estive fa. Me ne sono fatto un'idea meno superficiale e la cara Jane l'ho capita, sì, ma ci siamo limitati a incrociarci sul grande o sul piccolo schermo, all'occorrenza. Prendere il suo Orgoglio e pregiudizio e stravolgerlo completamente, operazione blasfema per i più, a me non sembrava dunque cosa chissà quanto azzardata. E se le belle e affiatate sorelle Bennet, un giorno, incontrassero gli zombie? L'idea è passata prima in testa allo scrittore Seth-Smith Grahame, in libreria, e poi in sala. Pride and Prejudice and Zombies, parodia horror dalla gestazione assai travagliata e destinata, negli anni, a una serie sfortunata di rimandi – all'inizio, infatti, Hollywood voleva la Portman nel cast e O'Russell alla regia -, può, pur facendo il verso a un capolavoro intramontabile, lasciarsi guardare con piacere, attenzione e credibilità? Il film di Burr Steers, a sorpresa, è semiserio e curato nei dettagli – truppo e parrucco, dico, ghigni mostruosi e effetti splatter compresi -, con un'impensata accuratezza filologica, soprattutto nella prima ora. La Elizabeth dell'incantevole e fiera Lily James conosce l'etichetta, le arti marziali, il ballo di coppia. E' bene educata, in età da marito, abbastanza istruita per rispondere a tono al Darcy del poco carismatico Sam Riley e per respingere schiere di redivivi. Ma una fanciulla, in sé, quante risorse può avere, di grazia? Può essere elegante e battagliera, preziosa e selvaggia insieme? Le battute sono spesso identiche – si parla di sentimenti, uguaglianza tra sessi, virus mortali – e, alla dichiarazione d'amore più celebre della letteratura, seguono attizzatoi puntati, un corpo a corpo tra lui e lei. Per una volta, dalla mia, avrei gradito più genuina stupidità: Pride and Prejudice and Zombies non vuole far ridere, si dilunga anche un po' e, con il pilota automatico delle più classiche produzioni britanniche, ha poche botte di fantasia – oltretutto, assicurate dalla presenza di un esilarante e esagerato Matt Smith. Per me, che non amo la versione originale, la fin toppa attinenza al testo ha rovinato la pazza idea che c'era alla base. (Quasi) la solita trasposizione, ma dalla chiave di lettura parzialmente inedita. Poteva essere meglio o peggio, be', dipende dai punti di vista, ma questi inglesi – nel cast, gli immancabili Dance, Booth, Houston e Lena Headey – sono fin troppo a modo, glamour, per darsi al trash che cercavo io. (6)

Il mondo che tutti noi conosciamo cambia nel momento in cui un'astronave di altri pianeti oscura i cieli degli Stati Uniti. Se ne sta lì, ferma, e gli alieni non si mischiano agli uomini. Verranno forse in pace? L'invasione, lenta e graduale, è iniziata nel momento in cui i dispositivi elettronici ci hanno abbandonato: si vive al buio, all'indomani della prima onda. Poi i fiumi e i mari si ribellano, rompendo gli argini ed erodendo le coste, e infine i volatili diffondono una pestilenza che stermina la maggioranza degli adulti. L'ultima ondata arriva e trova Cassie, sedici anni, sola e armata fino ai denti. In una mano il fugile, nell'altra un orso di peluche. Due genitori sepolti, un fratello minore da ritrovare, imparare a sparare a bruciapelo: gli invasori, gli altri, sono uguali a noi. Da una parte, la sua ricerca e l'incontro con un misterioso e premuroso coetaneo che vive nei boschi. Dall'altra, la vita del piccolo Sammy in un campo militare. Se gli adulti non ce l'hanno fatta, i bambini devono infatti imparare in fretta l'arte della guerra. Con lui c'è Zombie, un adolescente ferito che nell'invasione ha perso la famiglia e l'identità, e un cattivo tenente che non guarda in faccia a nessuno. I ragazzini uccidono e vengono uccisi, l'innocenza si perde premendo il grilletto e gli extraterrestri, silenziosi e discreti usurpatori, ci ricordano le nostre, di invasioni massive, quando cercavamo terre promesse, posti al sole e nuovi continenti. Sembrerebbe, su carta, l'erede lampo di Hunger Games: una protagonista tenace, la violenza che non fa eccezioni, una trilogia in corso di pubblicazione. Sembrerebbe, con a bordo una giovane attrice che è un cavallo di razza, che lo sci-fi del bravissimo Rick Yancey, al cinema, abbia trovato la sua dimensione ideale. Con il condizionale però. Perché La quinta onda, trasposizione frettolosa e tiratissima di un romanzo che qualche anno fa mi aveva molto sorpreso, racconta una storia che è la stessa del libro che l'ha ispirato, ma che non è la stessa. Banalizzata e ridotta ai minimi termini, diventa un intrattenimento modesto ed essenziale, che lascia a casa i tratti distintivi dei mondi avventuosi di Yancey – l'ironia, la crudeltà, tre punti di vista sapientemente resi – e poco stupisce, con un lato visivo curato a sufficienza e una sceneggiatura ridotta all'osso: un taglio netto ai dialoghi e alla caratterizzazione dei protagonisti, le navicelle di un District 9 e gli amori impossibili post Twilight. Né brutto né bello, rimarrà quasi sicuramente figlio unico e finirà diritto nel mio personale dimenticatoio: un limbo di film visti e scordati senza remore, di occasioni perse in partenza. Quando la logica del guadagno facile vince sul bisogno di una trasposizione, e ci perdono la potenza, la tensione e un po' anche il cinema. (5,5)