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mercoledì 25 novembre 2015

Mr. Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte 2

"Di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione."


                                 La recensione del film 
L'anno scorso, di questi tempi, di ritorno a casa con un'amica – spettatrice, insieme a me, del terzo capitolo di una saga young adult dai toni universali e dal significato profondo – borbottavo qualcosa sul danno fatto, dividendo in due il capitolo conclusivo di Hunger Games. Il mio preferito, ma il più povero di eventi. Però, da una parte, ci si poteva mettere il cuore in pace: trecentosessantacinque giorni dopo, percorrendo la stessa strada, sarei stato forse a pezzi. Per gli addii e, soprattutto, per i tanti morti da piangere. E invece... Torna l'inverno e, con l'inverno, l'attesissima Katniss Everdeen. Un anno ad attenderla e una fila assurda, di sabato, per non rimandare troppo; il biglietto pagato a prezzo pieno, sicuro fossero soldi ben spesi. Si parte in medias res, dove eravamo rimasti. E dove eravamo rimasti, se del film precedente – poco incisivo, ma ben fatto – ricordiamo appena il ritornello di The Hanging Tree e la scena di un Peeta furente, che si avventava contro la beniamina di Panem? I distretti si sono sollevati contro Capitol City e Alma Coin, adesso, si contrappone al Presidente Snow. Si punta al cuore del potere, un giardino di rose bianche e tranelli, e si cammina sulla terra - tra ceneri, rovine fumanti, cadaveri di innocenti - e sotto, per raggiungerlo. Pochi isolati diventano una lunga crociata, se quella guerra intestina è stata il pretesto per dare vita a una nuova edizione, questa volta incensurata, dei giochi: trappole, meccanismi diabolici, mostri. Katniss non combatte in prima linea: simbolo da proteggere, sfila nelle retrovie, con una troupe che immortala e denuncia e due ragazzi che si contendono i suoi sentimenti. Il canto della rivolta – Parte 2 è il resoconto in tempo reale di un colpo di stato; una scalata al potere che esalta poco, con due ore abbondanti che spesso si patiscono, una regia statica e un cast provato. Perfino la Lawrence, per me sopravvalutata, ma di una potenza clamorosa nei passati capitoli, ha addosso i segni della stanchezza. La sua Katniss è poco ispirata, poco ispiratrice, anche prima che fatti tragici – i quali, comunque, non emozionano quanto sperato – ne intacchino la famosa energia. Gli spumeggianti comprimari – la frivola Banks, il brillo Harrelson – non sono abbastanza presenti per alleggerire i toni, in generale grevi, e accanto a un'impeccabile Julianne Moore, solo Josh Hutcherson – interprete di uno dei personaggi maschili più teneri di cui abbia letto – brilla, con la ragione che lo inganna e un amore che, neanche sotto tortura, si dimentica. La saga di Hunger Games ha un solo difetto: un film di troppo. Alla resa dei conti, questo: dispiace ammetterlo, il più deludente dei quattro. Non che sia spiacevole, ma quanto avrebbe giovato un montaggio migliore al risultato totale? A colpi di forbici immaginarie, troncare una prima ora superflua – la protagonista, a lungo, non si batte, e quando il pericolo salta fuori ha tutta l'aria dei vampiri di Io sono leggenda; immancabili perciò il sacrificio eroico e le esplosioni a catena – e aggiustare un po' il resto. Una mezz'ora conclusiva, ad esempio, bella, ma non abbastanza. Poteva essere bellissima, tristissima, ma non c'è tempo per piangere, quando invece di tempo, all'inizio, se ne è perso in quantità ingenerose. Il canto della rivolta non è né abbastanza concitato – manca di fluidità, di ritmo – né abbastanza emotivo – i fazzoletti, inutilizzati, sono ancora nella tasta della mia giacca. Il romanzo, invece, nonostante le pecche di una prosa così così, mi aveva scosso: moriva la speranza, si sceglieva la ragione e non l'amore. La morale resta invariata, ma giunge attutita: quell'umanità sofferente non tocca e la risoluzione del triangolo appare quantomai ovvia. Per fortuna ci sono Peeta e Ranuncolo, il gatto randagio che probabilmente li seppellirà tutti quanti, a regalare qualche emozione in un mondo di comprimari robotici; quasi presi da altro. In giorni oscuri come i nostri, di terrore e terroristi, Hunger Games ci ricorda, per l'ultima volta, i nostri sbagli e le nostre debolezze: le continue guerre, quando avevamo augurato ai nostri figli la pace, e l'abbandonarsi alle decisioni dei demagoghi; i fallimenti della democrazia e la sterilità delle vendette. Ci vorrebbe una Katniss, con i messaggi forti di cui è portavoce, a guidarci; possibilmente, non questa: irriconoscibile. Le strategie promozionali e la sete di guadagni raddoppiati, infatti, fanno male a una saga – la più significativa, per le nuove generazioni – che ci ha dato molte soddisfazioni, nel tempo, ma poi si è rimangiata la promessa. Così, se qualcuno, come accade al buon Peeta, mi facesse una domanda precisa – Hunger Games lo consigli, vero o falso? -, gli risponderei vero, nonostante giochi sordidi – non del Presidente Snow, questa volta, ma delle grandi major – abbiano fatto di tutto e di più per indurmi a dire il contrario. 
Colpa degli scontati, inevitabili inconvenienti del brodo allungato. (6,5)

mercoledì 26 novembre 2014

Mr Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte I


Buongiorno, amici. Come state? Avrei voluto recensirvi, oggi, il magnifico Shotgun Lovesongs, ma ritornato dal cinema, ho voluto condividere la mia esperienza con Il canto della rivolta con voi. Dopo aver amato La ragazza di fuoco, mi è risultato difficile trovare all'altezza questo seguito che sa farsi ricordare, sopratutto, per quel finale agghiacciante, ma Hunger Games conferma, visione dopo visione, tutti i suoi punti di forza. Katniss Everdeen non ha punti deboli, sotto l'armatura da guerriera. Sono ansioso – ma letteralmente in ansia, già – di vedere il capitolo conclusivo e, mai come questa volta, aspettare un anno mi infastidisce a morte. La trovata di dividerlo in due mi ha urtato per questo e non solo. Sarebbe stato troppo condensare tutto in tre ore? Per molti sì, ma per me in queste due ore – per quanto belle – c'è invece troppo poco. Una trasposizione fedelissima, comunque, di cui vi parlo meglio e senza spoiler nel mio commento. Un abbraccio e a presto. M.
 «Tutto ciò che era vecchio, in effetti, può tornare di moda. Come la democrazia!» Effie. 

                                  La recensione del film 
E così ci sono andato. Con zaino in spalla, biglietto alla mano e ciondolo della ghiandaia imitatrice al collo. Ci sono andato a vedere Il canto della rivolta. L'ultimo Hunger Games. Anzi, il penultimo. Dopo Harry Potter e Twilight, anche il romanzo della Collins – al cinema – è stato diviso in due parti, con la speranza di raddoppiare guadagni già alle stelle. E scommetto che questi guadagni grossi, a sei cifre e oltre, l'anno prossimo non mancheranno. Perché Hunger Games vale tanto. Vale tutti quei soldi, ma anche di più. Al cinema io ascolto le persone intorno a me. Nella sala gremita c'erano spettatori di tutte le età. Le mamme confidavano che erano state trascinate lì dai figli, ma che quella saga, in fondo, piaceva da impazzire anche a loro. L'universalità della trilogia che ha rilanciato la distopia sui mercati letterari era racchiusa nella sala quattro di un grosso, strapieno Multisala che, quella sera, dava tante pellicole, anche se ad assistere alla più attesa eravamo noi. Io ho un brutto rapporto con Suzanne Collins e un bel rapporto con la sua saga; possibile? Penso che Hunger Games sia uno dei pochissimi titoli in cui i film, di gran lunga, sono superiori ai libri. Per coerenza, coesione, impatto. Potenza. Hunger Games è potente, potentissimo. Elettrizza. E' uno di quei film che, di ritorno dal cinema, ti fa compagnia lungo la strada di casa. Ci ripensi e ne parli il giorno dopo. Bene; incondizionatamente bene. Io ho ripensato al Canto della rivolta, credetemi, e male non posso dire. Non vado a dormire senza avere messo in chiaro le mie idee in proposito. Penso che il romanzo conclusivo sia quello che preferisco in assoluto. All'epoca, mi demolì. Ma, a due anni di distanza, se mi chiedessero cosa ricordo di quel romanzo a cui avevo assegnato cinque stelle piene, risponderei una cosa: la fine, e come si arriva alla fine. Della prima parte, invece, poco e niente. Il seguito di La ragazza di fuoco gira attorno a quel poco e niente, per me insignificante. Oggettivamente: si fiuta a un chilometro di distanza l'insensatezza di dividerlo in due, a discapito della forza del tutto. Si sfilaccia la tensione, si sfibra il sentimento, anziché comprimerlo a regola d'arte. La prima parte è quella che risente maggiormente di tutte le ovvie dilungaggini di sorta: più corto degli altri film, questo è però il più parlato. Prolisso invano, anche, perché non so quanto uno spettatore lontano dalla saga letteraria coglierà, vedendoli così, all'improvviso, dei nuovi personaggi in scena. A molti giova il loro rimanere perpetuamente ambigui, altri sembrano semplicemente irrisolti. Ad esempio, la sempre maestosa Julianne Moore è algida, criptica, irreprensibile; Natalie Dormer, invece, tanto incensata altrove, ha un ruolo piccolissimo. Philip Seymour Hoffman – un piacere e un dispiacere, rivederlo, perché fa un effetto strano che non va via dalla pelle – è calcolatore e sornione: non si capisce per chi patteggi. Sempre oggettivamente, però, chissene. Non ha importanza. Viene meno il puro intrattenimento, fa capolino la realtà (e il pensiero va alle nostre guerre e ai nostri dittatori, alle nostre vittime e ai nostri martiri) e il cinema e i mass media giocano a togliersi, per pochi attimi, le loro reciproche maschere. Il canto della rivolta diventa metacinema. Katniss parla davanti a uno schermo verde, le sue battute sono scritte da altri, il suo trucco è pesante e non sembra più, così, la ragazzina ribelle del Distretto 12. I giochi sono finiti, inizia la guerra e anche quella - al giorno d'oggi, anche se il film parla di un futuro non troppo lontano - ha perso la sua violenza spontanea e feroce, gli ideali giusti per alcuni e ingiusti per altri, i vessilli svettanti di un tempo. L'immagine è tutto, e che differenza c'è tra un dittatore ed un altro, ci si chiede, guardando le divise antracite della Coin e le rose bianche di Snow? Ci sono le strategie e gli scacchi matti, qui; le spedizioni, la costruzione nel dettaglio di un'iconica Giovana D'Arco del futuro, le passeggiate sulle case in cenere o in fiamme. Nell'altro ci sarà una strage che non dimentico. Meglio rimandare a domani, essere soddisfatti oggi e avere qualcosa da aspettare, tra un altro anno. Peggio, perché chi ha letto Il canto della rivolta si è comosso, alla fine, e le intenzioni di uno, come me, a cui piace commuoversi, potrebbero sfumare via. In un anno smaltirò la pena, in un anno sarò pronto. Avrei preferito sedermi in poltrona, tuttavia, stasera, e lasciarmi alle spalle un fazzoletto stropicciato e un finale brutale, ma davvero onesto. Il film, invece, si chiude come il precedente, sugli occhi spalancati ed espressivi della sua formidabile protagonista. Nel momento che noi lettori supponiamo da anni. Sì, sceneggiatori e regista tagliano dove tutti pensavamo tagliassero. Dove ti strapazzano le viscere per bene. Nel punto in cui il cuore si accorge che sei turbato per qualcosa di grande. Meno accattivante e appagante degli altri, intelligentissimo nei riferimenti e preciso nelle citazioni, ma trattenuto nelle emozioni, dunque. Anche se a quelle di Katniss non c'è freno. Lei è messa a dura prova, spesso e a lungo. I primi piani premono sul suo sguardo blu tremolante e lei li regge alla perfezione. Jennifer Lawrence è un talento raro, colei che fa la differenza – insieme al resto del cast – tra un film per ragazzini e un film per tutti. Il doppiaggio la penalizza – lei è imponente e bellissima, ma ha la voce di una bambina prima della pubertà - ma quando canta e partono i sottotitoli, be', capisci cos'è veramente. Gli altri attori hanno spazio, ma è lei a concederglielo, e questa volta la cosa si nota. Ha uno scambio di battute con una Elizabeth Banks smunta, ma esilarante; un altro con un Woody Harrelson sobrio, ma appena di passaggio; un altro ancora con un Liam Hemsworth che mi è risultato non solo in gamba, ma anche degno di comprensione; infine, con un Sam Claflin che – per via del montaggio serrato – ci sfiora appena col suo dramma scioccante. Si vede; si nota che è come se – schematicamente – tutti dovessero avere per forza diritto di parola. Due ore dovevano essere riempite. Josh Hutcherson, invece, meno presente, è al di là di uno schermo di Capitol City, ma vicino ugualmente: delicato, indifeso, ma pronto a farti fisicamente male, quando sarà necessario. Insospettabilmente convincente, inguaribilmente Peeta. I momenti importanti: tutti concentrati in quell'epilogo teso e struggente, insomma, e nel canto di una ghiandaia umana che, sulla sponda di un fiume, intona la coinvolgente The Hanging Tree come inno e richiamo per le masse. Il canto della rivolta – Parte I, tra le righe, suggerisce tanto, ma è un'avventura che racconta un po' poco. Tanto attuale quanto scarno, fa satira con connaturata classe e apre il blockbuster statunitense alla riflessione. Cosa non da tutti. Ha tanti temi e pochi fatti, ma quel poco è uno spettacolo godibile e misurato insieme, anche se per me inferiore ai precedenti. (7)

venerdì 6 settembre 2013

Passion Bookmarks #21 + Iniziativa "La scintilla dei tributi" - La premiere italiana di Catching Fire

Ciao a tutti, amici miei! Oggi, dopo mesi e mesi di latitanza, ritornano i segnalibri della rubrica Passion Bookmars. Senza un perché, senza un tema preciso. Semplicemente, in questi giorni, dopo una chiacchierata con la blogger Elisa (qui) e dopo le richieste di alcune lettrici, ho deciso di rimettermi all'opera. I nove segnalibri che vedete sotto, nati da una collaborazione tra me e il magico Photoshop, sono ispirati ad alcuni tra i più interessanti young adult che abbia letto, visto o conosciuto nell'ultimo periodo. Ma non è finita qui... Monica – mamma del blog Books Land (qui) – mi ha invitato a prendere parte a un'iniziativa che attirera molti fan della saga di Hunger Games, mirata a portare in Italia la premiere di Catching Fire. Proprio come accadde a Londra, Berlino e Parigi, in occasione dell'uscita del primo film, gli appassionati vogliono lottare per far sentire la loro voce e portare da noi gli amatissimi membri del cast. Per contribuire, basta seguire questi contatti su: Facebook, Twitter, Tumblr. E tanto altro qui... Un abbraccio forte, M ;)


lunedì 5 agosto 2013

Recensione a basso costo: Hunger Games - Il canto della rivolta, di Suzanne Collins

Ciao a tutti, amici. Finalmente, ho trovato la forza e il coraggio per finire una saga che mi trascino dietro da tre anni. Ogni anno, lentamente, ho letto un volume diverso. Dopo La ragazza di fuoco (qui), recensisco dunque Il canto della rivolta. A mio parere, il migliore della trilogia distopica più famosa degli ultimi anni. Il più vero. A presto e buona giornata! Ps. Se, come me, avete amato questo romanzo, iscrivetevi alla pagina curata da Paola e Monica, qui.
Il fuoco sta bruciando. E se noi bruciamo, voi bruciate con noi.

 Titolo: Hunger Games – Il canto della rivolta
Autrice: Suzanne Collins
Editore: Mondadori “Chrysalide” - Oscar Mondadori
Numero di pagine: 421
Prezzo: € 17.00 - € 13.00 (fino al 31 Agosto, € 9,75)
Sinossi: Contro ogni previsione, Katniss Everdeen è sopravvissuta all'Arena degli Hunger Games. Due volte. Ora vive in una bella casa, nel Distretto 12, con sua madre e la sorella Prim. E sta per sposarsi. Sarà una cerimonia bellissima, e Katniss indosserà un abito meraviglioso. Sembra un sogno... Invece è un incubo. Katniss è in pericolo. E con lei tutti coloro a cui vuole bene. Tutti coloro che le sono vicini. Tutti gli abitanti del Distretto. Perché la sua ultima vittoria ha offeso le alte sfere, a Capitol City. E il presidente Snow ha giurato vendetta. Comincia la guerra. Quella vera. Al cui confronto l'Arena sembrerà una passeggiata. 
 
"Adesso ci troviamo in quello stupendo periodo in cui tutti concordano che i nostri orrori non dovranno mai ripetersi. Ma di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione." 
Respirare. Ricordo vagamente come si faceva. Era facile, un tempo. Facile ed essenziale. Vitale. Mi riempio i polmoni d'ossigeno per inerzia e abitudine. Con gesti meccanici che fanno alzare ed abbassare il mio petto, mentre il ventilatore soffia via il caldo, ma non il dolore. Non i ricordi ancora roventi, da cui si solleva il fumo grigio della disfatta. Quei ricordi che ululano e sprizzano ovunque sangue vivo. Mi sono stati impiantati, proprio come gli innesti di pelle di una ghiandaia imitatrice andata in fiamme e sopravvissuta al rogo del suo nido di fiori secchi, rami, sterpaglie, affetti. Una ghiandaia che imita la vita, anche quando tutto il resto è morte, e che, sfidando le leggi della creazione, risorge dalle ceneri delle sue vecchie piume, come una fenice gloriosa. Dire che Suzanne Collins aveva un animo troppo delicato per i Giochi della Fame e un tocco troppo lieve per scavarti l'anima. Sì, ero io a dirlo in Hunger Games e a ribadirlo, anche se un po' meno convinto, in La ragazza di fuoco. Mi sembrava che quell'affermazione avesse un senso, un tempo. Quando una Collins ancora inesperta e una Katniss ancora innocente creavano una cortina di nebbia e dita tremanti davanti agli occhi di noi lettori, e davanti all'orrore dell'Arena. Per proteggere loro stesse, noi.   
Quando lo struggente Canto della rivolta ancora non mi esplodeva nelle orecchie e tra le mani. Con le sue righe intrise di potente e profonda tristezza, le sue pagine disseminate di morti senza tomba, i capitoli che sparano colpi di scena e i personaggi che urlano umanità e basta. Che probabilità avevo di trovare bello un romanzo che per i lettori più appassionati e fedeli della trilogia si era rivelato deludente? Questa domanda mi ha bloccato per un anno, insieme alla lettura di uno spoiler grosso quanto una casa e impossibile da dimenticare, anche se in 365 giorni – invano – ci ho provato. Se non l'avevano trovato bello i fan della saga, io l'avrei detestato, allora. Mi ci sono avvicinato in punta di piedi, in ritardo, con questa testarda convinzione in testa. Avevano ragione loro: Il canto della rivolta non è bello, è terribile. Terrificante, tortuoso, ostico, desolante. Dolorosamente bello, dolorosamente perfetto. Un finale buio, ma non senza un sottile filo verde speranza e, all'orizzonte, una luce del colore del miele, dell'alba, dei nuovi inizi, dei mari in fiamme. Un finale che comprende morti e nascite, giardini cresciuti su cimiteri a cielo aperto e bambini che giocano a rincorrersi tra le risate, non ad uccidersi tra le occhiate del pubblico pagante e sciami di dardi che volano per ferire a morte. I primi due romanzi sanguinavano adrenalina, azione, spettacolarità. Costituivano un cancello d'ingresso su un orrorifico Luna Park di violenza e intrattenimento hollywoodiano. Costituivano la novità con cui fare trambusto, magari scandalo. Questo è una guerra, come ne sono state combattute in passato e come ne saranno combattute in futuro. Tutto immensamente, spaventosamente vero. Senza dolcificante artificiale, senza bugie, senza finzione, senza trucchi di scena. Una distesa senza confini di ossa umane che scricchiolano sotto gli stivali, di sangue innocente e fili bruciati che un tempo erano stati capelli biondo grano, di rose rosso sangue che profumano del Presidente Snow e della corruzione di Capitol City – un memento di morte. Piovono bombe, scattano trappole, bruciano tanti innocenti mortalmente vicini alle scintille del fuoco della vendetta. 
Katniss, la Giovanna D'Arco della rivoluzione di Panem, guida i lettori in una lotta per l'indipendenza, che vuole i protagonisti della storia o morti o vincenti, e in una profonda e attuale riflessione su una politica che – da Machiavelli ad Alfieri, da Manzoni a Hugo - gronda sangue, e sulla strage di ideali che ogni dittatura costa. Lei guida i suoi compagni tra i cunicoli e le strade labirintiche di una distopia futuristica, ma sembra di seguirla nelle modalità dei conflitti d'usura della Grande Guerra, nella presa di una Bastiglia dalle assottigliate forme avveniristiche, in giorni passati a nascondersi come la piccola Anna Frank e i suoi familiari, sotto i bombardamenti di quelle guerre che si combattono ancora oggi – nell'estremo oriente, o proprio sotto casa nostra - senza un perché preciso. Una troupe di cameramen la segue ad ogni passo, truccatori e stilisti curano la sua immagine anche quando l'immagine non conta più nulla, ma, attraverso la prosa di una Collins più matura e forte, ci vengono restituiti scatti e frammenti di caos e assalti che sembrano parte di un film di Kathryn Bigelow. Di un servizio al telegiornale. Lo stile è migliore, e i personaggi sono migliori, maggiormente consci dei loro punti di rottura, dei loro sentimenti, della loro umanità segreta: Finnick, con la sua bellezza venduta al migliore offerente e la sua amata ritrovata; Gale, con le sue mille colpe; Prim, con il suo dolce coraggio e un brutto gattaccio da tenere stretto in notti da incubo; Peeta, con i suoi occhi blu che tremano di confusione, le sue mani morbide che si stringono in una prese mortale anziché schiudersi in una carezza di bentornato, con i suoi traumi di guerra. 
Poi c'è Katniss, il personaggio più difficile da caratterizzare e più difficile da amare: lei è impavida, lei è tenace, lei è egoista, lei è viva per miracolo, lei è sopravvissuta a molti di coloro a cui ha voluto davvero bene, lei ha diciassette anni. Diciassette. Ha una sofferenza cieca e una confusione, dentro, che la rendono una narratrice talora complicata da comprendere, talora impossibile da tollerare. Un'adolescente che custodisce tra i suoi palmi la salvezza di molte, troppe persone e che, pur con il fisico minuto e l'indole di un'adolescente, ha le preoccupazioni e i dilemmi dei grandi. Va immaginata come uno di quei bambini soldato che muiono tutti i giorni, con un arco tra le dita sporche di sangue secco e non di smalto, con una bomba nucleare in mano e non con un cellulare con cui scambiarsi messaggi sdolcinati. Va immaginata piccola e sporca, dentro e fuori, non bella e giunonica come la bravissima Jennifer Lawrence che, nel riuscitissimo, primo film della serie le ha dato il volto. La felicità non è nei suoi piani per il futuro. "Rimettere insieme i pezzi richiede dieci volte il tempo che serve per crollare." Sono pochissimi, rari, in questo romanzo, i momenti in cui la troviamo in pace con sé stessa e con il mondo. E' una sorella come tante, quando abbraccia forte Prim e si rintana con lei in un fortino improvvisato. E' una bambina come quelle della sua età, nell'episodio di un matrimonio celebrato sotto assedio, con tanto di torta a piani, abiti eleganti, scordinattissimi e divertiti balli. E' una ragazza innamorata, quando – emozionata fino alle lacrime – ascolta il racconto del primo incontro con i ragazzi della sua vita: Peeta, che le ha dato da mangiare quando aveva fame, e Gale, che le ha dato una casa quando non aveva più un padre.  
Lontana dalle telecamere, vicina alla fine, si scontra, allo specchio che aveva coperto con un drappo di silenzio, con i suoi difetti e le sue debolezze. E, nel suo riflesso, individua le crepe che si arrampicano indisturbate fino alla sua più intima essenza. Leggendo ad alta voce alcuni passi, ho sentito la mia voce tremare e spezzarsi insieme alla sua. Il coinvolgimento è stato naturale e totale. Spegnere le mie emozioni non è stato possibile, quando intorno a me era un esplodere di sensazioni. Odiare sguaiatamente Snow, la Coin, Plutarch – tutti crudeli, tutti odiosi, tutti squallidi – è necessario per lasciare fluire via una libbra di amarezza avvelena sangue. Non sposare ciecamente la decisione finale di Katniss – che sceglie l'unguento, non la benzina; la quiete, non il furore - è proibito. I tempi si dilatano come in un incubo senza fine indotto dai farmaci, l'amore è una scelta presa seguendo la ragione al posto del cuore, il sonno è breve e interrotto dalla paura del buio, i ricordi sono una processione funerea di spettri insonni. Ma tutto è stato giusto così. Ho letto gli ultimi capitoli con un'ansia crescente, non con la curiosità che ogni epilogo alimenta. Ho chiuso il libro in piena notte, ci ho dormito su e, al risveglio, ho fatto colazione con un boccone acre che aveva la consistenza di un pugno rivestito di carta vetrata. Una carezza che graffia, ma che ti sfiora dentro e che porti con te con tutti i suoi dolori, insieme agli occhi umidi con cui – inevitabilmente – Katniss ti dice addio. 
"… Quello di cui ho bisogno è il dente di leone che fiorisce a primavera. Il giallo brillante che significa rinascita, anziché distruzione. La promessa di una vita che continua, per quanto siano gravi le perdite che abbiamo subito. Di una vita che può essere ancora bella. E solo una persona è in grado di darmi questo. Così, quando sussura: - Tu mi ami. Vero o falso?- io gli rispondo - Vero." 
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Over the love 
Immagini: trackerjubbers.tumblr. com/ Deviantart

venerdì 3 agosto 2012

Recensione: Hunger Games - La ragazza di fuoco, di Suzanne Collins

Ciao a tutti, dopo qualche giorno di assenza, il vostro Mr. Ink torna con la recensione di "La ragazza di fuoco" – sequel dell'acclamato Hunger Games. Già, sono uno dei pochi a non aver concluso con impazienza la saga della Collins. Nella recensione (che non contiene spoiler), i motivi della mia iniziale titubanza. Da lettore che nutre ancora qualche riserva, voglio sentire, accanto alle opinioni sulla mia recensione, anche i vostri pareri. Perché, questa, è una saga che vi entusiasma così tanto?;)

Titolo: Hunger Games. La ragazza di fuoco
Autrice: Suzanne Collins
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine:
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Non puoi rifiutarti di partecipare agli Hunger Games. Una volta scelto, il tuo destino è scritto. Dovrai lottare fino all'ultimo, persino uccidere per farcela. Katniss ha vinto. Ma è davvero salva? Dopo la settantaquattresima edizione degli Hunger Games, l'implacabile reality show che si svolge a Panem ogni anno, lei e Peeta sono, miracolosamente, ancora vivi. Katniss dovrebbe sentirsi sollevata, perfino felice. Dopotutto, è riuscita a tornare dalla sua famiglia e dall'amico di sempre, Gale. Invece nulla va come Katniss vorrebbe. Gale è freddo e la tiene a distanza. Peeta le volta le spalle. E in giro si mormora di una rivolta contro Ca-pitol City, che Katniss e Peeta potrebbero avere contribuito a fomentare. La ragazza di fuoco è sconvolta: ha acceso una sommossa. Ora ha paura di non riuscire a spegnerla. E forse non vuole neppure farlo. Mentre si avvicina il momento in cui lei e Peeta dovranno passare da un distretto all'altro per il crudele Tour della Vittoria, la posta in gioco si fa sempre più alta. Se non riusciranno a dimostrare di essere perdutamente innamorati l'uno dell'altra, Katniss e Peeta rischiano di pagare con la vita...   

 Quasi un anno fa, altalenante tra delusione e amarezza, riponevo sullo scaffale della mia libreria il primo volume della trilogia di Suzanne Collins, che, a breve, avrebbe ispirato un'acclamata produzione hollywoodiana e, nelle vesti del Twilight della distopia, una lunga serie di affascinanti romanzi appartenenti al genere entrato in auge – con la sua potenza distruttiva e la sua voglia di ribaltare le regole - grazie alla raffinata penna di Orwell e Bradbury. Per lungo tempo, sono stato l'unico pesce del banco a nuotare controcorrente, mettendo in discussione, con una breve e tiepida recensione su Anobii, i commenti di coloro che gridavano al capolavoro e dei bigotti che, invece, etichettavano Hunger Games come un romanzo troppo cruento per un pubblico di “ingenui e puri” adolescenti.
Cresciuto a Plasmon, pane e Stephen King, nonostante un inizio promettente e un mare pieno di occasioni d'oro, senza rimpianto alcuno, avevo definito il romanzo una versione per le MTV Generations del controverso Battle Royal o, se vogliamo, dell'angosciante La lunga marcia. Un esercizio stilistico vagamente “poppeggiante”, con buoni sentimenti a gogò e una voglia appena marcata di abbattere, a colpi di violenza e di rimandi all'attualità, i temutissimi tabù.
Eppure, complici le parole dell'angelica Taylor Swift nello splendido brano Safe and Sound e la riuscitissima trasposizione cinematografica, con la spinta dello splendido ciondolo della ghiandaia imitatrice appeso proprio ora al dorso dei tre volumi (Mondadori, grazie di cuore!), gli ultimi giorni di luglio mi hanno fatto compagnia durante la lettura di La ragazza di fuoco, titolo a lungo accantonato per dare spazio a letture da me reputate più meritevoli.
Sin dai primi capitoli, ho capito il motivo della mia riottosità verso una saga che avevo ritenuto troppo sopravvalutata.
Una buona parte del libro, infatti, non mi è stata proprio d'aiuto nel comprendere gli elementi che avessero spinto l'autrice a dare vita a un franchising – contanti e fama a parte!
Le sue cartucce vincenti le aveva sparate abbondantemente nel primo volume e i primi capitoli, ripetitivi e lenti, scorrevano come il riassunto degli episodi già visti di una serie televisiva. I numerosi accenni alla prima impresa di Katniss nei Giochi della Fame servivano a fare da guida ai lettori meno memori o, forse, a mascherare un vuoto di fondo. La seconda impressione mi ha fatto compagnia per buona parte della lettura e, magari inconsapevolmente, me la porto dentro anche adesso – nonostante possa ritenermi soddisfatto e appagato da queste quasi 400 pagine di adrenalina e pathos.
Il romanzo mi è piaciuto forse anche di più precedente, ma ciò, a mio avviso, non è attribuibile a una crescita professionale della Collins. Giustamente, per dare continuità alla narrazione, l'autrice continua ad adoperare il - detestabile, odioso - presente indicativo e, poco abile nel mantenere salde le redini dei cosiddetti romanzi “character driver” (guidati, ossia, dai singoli protagonisti e non da un plot che debba necessariamente concludersi come da copione..), con fastidiosa discontinuità, prendendo la tenace Katniss per la sua bella treccia bruna e trascinandola tra sabbia e sassolini nel punto di avvio, fa passare il lettore dalla descrizione di regali abiti da sposa o di luculliani banchetti a momenti di pura azione e a bruschi colpi di scena che mi hanno lasciato senza tregua e parole.
La sua prosa, lineare e priva di qualsiasi orpello, è propria di una sceneggiatrice che conosce alla perfezione le regole dell'intrattenimento, ma non di un'autrice che, con il suo talento e non con le sue controverse storie, vuol lasciare il segno. Agli sgoccioli del primo romanzo, tra l'altro, l'avevo accusata di aver fatto l'errore di essersi innamorata dei suoi protagonisti e di non aver tentato, tramite la carta della tragedia, di mantenere fede alle premesse che promettevano uno sconvolgimento fisico e mentale.
Se avesse osato accopparne uno solo, probabilmente, non sarei qui ad annunciare il mio ritrovato interesse per il genitore del genere distopico delle nuove generazioni.
Sono loro, protagonisti o semplici comprimari, il punto di forza della storia. Sognatori, pazzi, romantici. Indimenticabili. I punti di fuga in cui vanno a confluire l'ammirazione dei lettori di tutto il mondo e gli oceani gelidi in cui si spengono tutte le comprensibili rimostranze. Singole e preziose scintille di una rivoluzione che incendierà Capitol City, piume di una ghiandaia imitatrice che, come una colomba della pace, guiderà le masse e ispirerà gli animi. Ritroviamo la risata argentina della dolce Prim, il volto abbronzato di Gale e tutte le mille parole che non riesce a dire, i vestiti eccentrici della simpatica Effie, le imprecazioni e le bottiglie di alcol di un sorprendente Haymitch e, all'ombra di alberi carichi di insidie e di una soffocante barriera che lascia senza scampo, facciamo la conoscenza della scontrosa Johanna, del geniale Beetee e del vanesio  Finnick - una canaglia tutto muscoli e arie, dal cuore e dal fascino immensi. Su un tappeto rosso di umanità e simpatia, non possono mancare loro: Katniss e Peeta. Gli amanti infelici del Distretto 12. 
Lei, voce narrante di un'avventura lunga tre libri, ha insita in sé la voglia di sfidare continuamente. Sfida il presidente Snow e perfino i suoi lettori, facendosi odiare e amare un po' come la Summer di 500 giorni insieme: sensibile, ironica, fragile e coerente - sia nello spezzare i cuori, sia nel mettere in pericolo la sua stessa vita pur di sfidare sempre e comunque. Osa, colpisce per uccidere, prepara trappole e sferra colpi mortali, ma, in un romanzo che per struttura e contenuti omaggia il suo stesso predecessore, è la stessa che si prodiga per salvare un amico e che si scioglie in un tenero abbraccio per fuggire via dai propri incubi. E poi c'è Peeta. Di parole, in interviste e conferenze stampa, ne dice tante, ma, nel romanzo, continua a essere “quello che viene salvato”, l'animo nobile più adatto a destreggiarsi tra arte e poesia che tra i pericoli di una competizione all'ultimo sangue, il Romeo che ama incondizionatamente e senza riserve, il ragazzino di porcellana che l'odio e il sangue non riescono a sporcare. 
Ha diciassette anni e, biondo e belloccio, avrebbe tutte le caratteristiche per farsi odiare dal sottoscritto e amare da uno scuolabus di ragazzine urlanti. Ma, sarà perché continuo ad associarlo al volto fresco e familiare del buon Josh Hutcherson – attore che, essendo quasi mio coetaneo, seguo sin da piccolino e verso cui provo una certa simpatia perché, nel suo metro e settanta, è anche più basso di me: cosa rara! -, sarà per la sua cieca fiducia nell'avvenire, finisco per far coincidere la sua personalità con la mia e, nei suoi panni, sbatto il naso contro grandi delusioni e contro la consapevolezza di essere il “terzo incomodo” in una vita che non ha nulla a che fare con la struggente delicatezza di un bel dipinto. 
Meno L'implacabile, più The Truman Show, la celata violenza di Hunger Games, in questo avvincente sequel, cede lo spazio allo snodarsi di raffinate e potenti strategie e a una messinscena più attenta alla costruzione di momenti di coinvolgimento emotivo destinato a durare, e meno alla spettacolarizzazione del dolore in tutte le sue sanguinose forme. Con capitoli che si concludono sempre sul più bello e con la viva voglia di sorprendersi ad ogni occasione, La ragazza di fuoco fa chiudere un occhio sullo stile non sempre impeccabile della Collins e tormenta con l'esigenza bruciante di abbandonarsi, anima e corpo, alla lettura del volume conclusivo. Per mia fortuna, ce l'ho proprio a portata di mano. Azzurro e voluminoso, è lì che mi aspetta!
Il mio voto: ★★★★ 
Il mio consiglio musicale: Taylor Swift - Safe and Sound