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venerdì 1 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La favorita | Green Book

Nemmeno un anno fa, parlando del Sacrificio del cervo sacro, mi dicevo attratto e disgustato dal mondo matto di Yorgos Lanthimos: il greco da concedersi a piccole dosi, tanto forte era il disturbo nei suoi lungometraggi, a cui ho sempre riconosciuto un tocco da maestro – Kubrick e Haneke, tocca scomodarvi – ma intrecci troppo ermetici, troppo strani, per conquistarmi. È tornato in anticipo con un film che su carta poteva scoraggiare: mai stato un appassionato di ricostruzioni storiche tutte intrighi e minuzie, infatti, e i pochi mesi di distanza trascorsi dall'horror con Colin Farrell e Nicole Kidman acuivano il rischio d'indigestione. Gli applausi, per fortuna, lo hanno preceduto. Mi sono giunti all'orecchio prima gli echi degli apprezzamenti a Venezia, poi la notizia delle dieci nomination agli Oscar. Davanti a una tale scrittura, a un tale trio, a un tale Lanthimos il pensiero vien da sé: per favore, diamogli tutti i premi che merita. La regina della fuoriclasse Olivia Colman, volto del piccolo schermo qui in attesa della definitiva consacrazione a star, tiene in gabbia diciassette conigli in memoria dei diciassette figli che ha perso. Nevrotica e bisognosa, si è attorniata di cuccioli, amanti e serve in una corte che dev'essere il capolavoro di architetti e scenografi. Immobilizzata dalla gotta, si trucca come un pagliaccio triste e, sul finale, una paralisi le renderà il viso rattrappito per metà. Mentre gli uomini indossano parrucche, importunano le ultime arrivate per dispetto, lanciano frutta ai buffoni nel ludibrio generale, le donne fanno. Hanno l'ultima parola nello scontro con i francesi, e la crudele Weisz vota per l'attacco, l'imprevedibile Stone per l'armistizio. Hanno parole di solidarietà, perfino di passione, verso una reggente patetica e abbandonata che si circonda di bellezza per contrastare il proprio decadimento fisico: la Weisz, amica di sempre e sempre stupenda, ci prova con modi brutali e consigli mirati; la Stone, sottovalutato agnellino sacrificale deciso a tornare nobildonna, si svende con moine, attenzioni, baci. Chi avrà la meglio? Non è questione di onore. Soprattutto, non è questione di bon ton. Il risultato, strepitoso e straniante, è una catfight che diverte da morire seppure con i corsetti e le gonne di costumisti in stato di grazia; di un Lanthimos che piace addirittura più del solito, grazie a una sceneggiatura affidata a terzi. Il suo tocco comunque non manca: dall'uso deformante del grandangolo al sesso promiscuo con cui puntualmente si sollazza, dalle parentesi grottesche agli attimi toccanti all'improvviso. Il dramma in costume non è mai stato così maleducato, tanto nudo e crudo: la storia è liberata dalla sua patina polverosa a suon di pallottole volanti, scariche di vomito, colpi proibiti sotto la cintola. La guerra non è mai stata priorità del sesso dominante, bensì un gioco caustico e lezioso per dame in prova e dame provette. Sorretto da un umorismo feroce, dalle autentiche eccellenze del cast e da un eleganza esageratissima, il regista greco rischia di rimanere purtroppo a bocca asciutta: non ci sono rivali che gli tengano testa, inutile dire il contrario, ma i pronostici sembrano aver parlato chiaro – qualche speranza soltanto per la Colman, per il comparto tecnico. Resterà uno dei colpi di fulmine dell'annata, posso già stabilirlo a febbraio. Resterà il mio favorito. (8)

Prendete un regista parte di un duo demenziale, Peter Farrelly, e assolvetelo grazie a una commedia tanto americana quanto funzionale. Gli ingredienti segreti, furbi ma altamente vincenti, amalgamati tutti in una sceneggiatura ammiccante – verso i temi giusti, verso le simpatie ormai sdoganate dell'Academy – eppure efficace dall'inizio alla fine, tra le atmosfere calorose del vicino Natale e la fidata supervisione del produttore Steven Spielberg. Uno splendido Viggo Mortensen, italo-americano con lo stomaco capiente e il cuore più grande ancora, condisce ogni conversazione con esilaranti improperi in siciliano stretto (d'obbligo, pertanto, la visione in lingua originale) e ha un fare attaccabrighe che spesso torna utile. Autista a tempo pieno, non ha grandi richieste per i successivi due mesi in viaggio se non tornare in tempo per il cenone. Nel mentre, da bravo sentimentale, scrive lettere sgrammaticate e dolcissime alla moglie e fa i conti con la propria natura di immigrato, con gli sgarbi e i soprusi di un'America doppiamente intollerante. Impara, così, a onorare l'amicizia con il suo datore di lavoro, un Mahershala Ali in cerca di un secondo Oscar: seduto sui sedili posteriori con le gambe accavallate e la coperta sulle ginocchia, il musicista lo rimbecca all'inizio con falsa antipatia e gli confessa infine le contraddizioni della propria solitudine. A che serve essere un virtuoso del pianoforte richiesto in lungo e in largo, infatti, se non è abbastanza bianco per gli illustri committenti, non abbastanza nero per la comunità afroamericana, non abbastanza uomo per sgualcire le giacche d'alta sartoria a suon di pugni? Grazie a una delle migliori coppie che avremo modo di ammirare al cinema quest'anno, la visione fila liscia come l'olio senza il rischio di perdersi strada facendo né di sorprendere. I confronti, il loro adorabile punzecchiarsi, rende godibilissimo il viaggio insieme nonostante le due ore di lunghezza. La strada di quest'ennesima strana coppia è già stata rodata da predecessori noti e sconosciuti, ma gli autori hanno un asso nella manica accanto ai ritmi perfetti e al cast indovinato: un manuale tascabile, il libro verde del titolo per l'appunto, che da un lato contiene dritte preziose su quali città evitare se sei un nero in trasferta nei violenti anni Sessanta; dall'altro, al contrario, le svolte da imboccare per un cinema vecchio stile che punti dritto all'obiettivo. Farci gioire e commuovere, nello spirito scanzonato delle commedie a tesi. Delle avventure con una morale nell'ultima riga, finale stucchevole a parte, forse troppo perfettine per piacere all'unisono, ma verso cui sembra impossibile muovere critiche sostanziali. È un film che sta alla controversa presidenza Trump come l'uvetta al panettone. È un film a cui, nel mentre, si vuole bene davvero, per quanto la benedizione dell'ottima compagnia sia preferibile a un andirivieni dagli indiscreti scossoni emotivi, ma senza curve a gomito. (7)