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Il signor Diavolo, di Pupi Avati. Guanda Editore, € 16, pp.
202 |
Ridevano
le finestre del suo più grande successo. Un giallo di culto negli
anni Settanta – fra i suoi estimatori si ricordano Quentin Tarantino e Eli Roth –, ambientato sullo sfondo
della campagna emiliana e nel mondo dell’arte sacra. Recuperato in
tempi recenti, ho scoperto un film invecchiato malamente ma un
intreccio accattivante: al di là delle immagini ormai slavate e di
un cast di sconosciuti non sempre all’altezza, si ricordano i
paesaggi – inconsueti perché luminosissimi, lontani dalla
trafficata Torino di Dario Argento – e la sofferenza sul viso di un
San Sebastiano da restaurare. Chiamato a dare nuovo lustro
all’affresco e a rivangare la sorte di un pittore morto di follia,
era un giovane di città: curioso come il gatto del proverbio, in una
matassa di donne fatali e concittadini omertosi, rischiava di lasciarci lo zampino. Nel frattempo l’instancabile
regista, ottantenne, non si è fermato. Dalle commedie in costume ai
drammi familiari, dal grande schermo al piccolo, è una presenza
costante del nostro cinema. Ma i fan dell’horror reclamavano da un
po’ il suo ritorno ai fasti splatter. In sala da qualche settimana, Il signor Diavolo aveva
messo già alla prova le inquietudini dei lettori. Prima romanzo, poi
film, omaggiava a tratti il famoso predecessore ma trasferiva il
mistero in Veneto, all’epoca del dopoguerra: per deformazione
professionale, prevedibilmente, ho preferito dare la precedenza al
volume Guanda.
Il
parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima
comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era
già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a
chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive
bisogna trattarle bene.
Roma
è in macerie, la stazione Termini è in fase di costruzione. In un
appartamento semivuoto, con Nilla Pizzi impegnata a struggersi in un
ritornello alla radio, l’inquieto Furio fa i conti con i morsi
dell’abbandono: fervente cattolico, è impensierito dai debiti –
ha preso in gestione una tabaccheria fallimentare – e dalla
vergogna che lo lega a Laura, l’ex moglie. Per il viaggio di nozze,
da innamorati, avevano pensato a Venezia. Ci andrà, adesso, ma in
completa solitudine: così detta un incarico ministeriale che nessuno
sembra volere. Inetto, assuefatto alla disistima dei colleghi, parte
per Lio Piccolo per conto della Democrazia Cristiana: il suo compito,
salvare il buon nome della cristianità attraverso un ispezione. Il caso è già chiuso: il piccolo Carlo, affranto per la
morte dell’amico Paolino, avrebbe ucciso a pietrate Emilio – un
forestiero di nobile famiglia, grosso e tonto, con una dentatura
bestiale e uno scandalo nel passato. Il movente: una
possessione demoniaca. Quella che dovrebbe essere la fine di Emilio è l’inizio della storia di Furio. Ci sono dettagli
stridenti, incongruenze, dilemmi etici e morali; perfino il medico
legale e l’addetto agli esami balistici, davanti a un cadavere con
qualcosa di strano, alzano bandiera bianca. L’ispettore
dall’ego infranto legge gli incartamenti e prende il primo treno. Non è pronto al sopraggiungere dei ricordi d’infanzia. Non è pronto alle nebbie
perenni, a esondazioni che disturbano la pace dei cadaveri, alla
forza oscura dei riti rurali.
Fisso
quella brodaglia lucida e ferma e all’improvviso so perché quella
grande pozza è lì davanti a me. Non c’è nessuna ragione per
farsi venire un’idea così. Però sono certo che qui, ancora
all’asciutto, dove mi sono fermato, sul limite di questa pozza,
finisce la prima parte della mia vita. […] Dall’altra parte c’è
un viaggio che probabilmente la maggior parte dei miei colleghi ha
rifiutato di fare accampando le scuse più fantasiose. Dall’altra
parte c’è la mia morte.
Splendidamente
reso, il paese è un microcosmo invalicabile su misura di questi ragazzini
isolati e macilenti, incattiviti dal conflitto armato e
dall’analfabetismo. Squallida e respingente, tanto lontana dal
glamour del Festival ospitato lì in questi giorni, la laguna –
poco più che una brodaglia nera, di pantegane e infezione – culla
il lettore in una fiaba sacrilega fino all’annegamento.
Lo stile di Avati, anche scrittore sorprendente, è elegante e
visivo: aperto a digressioni e approfondimenti psicologici, indugia
nell’ambiguità dei conflitti – politica e religione, raziocinio
e superstizione, scienza e fede – e svela le agghiaccianti crudeltà
dell’universo contadino, legato a doppio nodo a pettegolezzi di
malaugurio e credenze ancestrali. Il clima è uggioso, come in ogni
ghost story che si rispetti. La luce elettrica, che proprio in
quel periodo prendeva lentamente piede, si nega lasciando le case al
buio. Peccato che la ricerca pericolosa e disperata di un
protagonista difficile da amare, convincente soprattutto nelle fragilità,
sia destinata a un epilogo frettoloso e inappagante: unica
concessione all’horror a buon mercato; unica vera sbavatura
imperdonabile.
In attesa di scoprire il film – anche in questo caso la trasposizione cinematografica è destinata a rimanere inferiore? –, scesi a patti con il finale, Il signor Diavolo suggestiona e spaventa. Romanzo gotico di quelli che difficilmente trovano spazio sugli scaffali, rigoroso e vecchio stile: mica un incubo da “ridere”.
In attesa di scoprire il film – anche in questo caso la trasposizione cinematografica è destinata a rimanere inferiore? –, scesi a patti con il finale, Il signor Diavolo suggestiona e spaventa. Romanzo gotico di quelli che difficilmente trovano spazio sugli scaffali, rigoroso e vecchio stile: mica un incubo da “ridere”.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Cherry Glazer – Tip Toe Through The Tulips
