
8 Nominations. Dodici
navicelle d'altri pianeti gettano ombre sul pianeta
Terra. I militari perimetrano i luoghi dello sbarco. Gli scienziati,
nel cuore della notte, reclutano Louise: una rinomata linguista dagli occhi tristi. Il montaggio ce la mostra un po' madre di
una bimba dalla salute fragilissima, un po' interprete di una lingua
fatta di cerchi concentrici e linee mutevoli. Ma gli uomini hanno
fretta, non portano pazienza, e sono costantemente sul chi va là con
le armi strette in pugno. Pronti a darsi addosso per una parola
fraintesa. Qual è la differenza tra un'arma e un dono? Qual è,
soprattutto, la differenza tra noi e loro?
Arrival, ispirato a un racconto
che leggerò prestissimo, è l'ennesimo tassello di quella
fantascienza atipica, umanista, in cui l'elemento perturbante –
in questo caso, una silenziosa invasione – è un'ottima scusa per
parlare di noi. Lento, profondo, per certi versi irrisolto, non
piacerà agli appassionati delle congiure di
Emmerich. Arrival giunge
in pace. Ma è piaciuto a me, che non apprezzo il genere, ma nei
paradossi temporali e in queste poesie visive adoro perdermici.
Complici una cristallina Amy Adams e la direzione di chi rende
luccicante, suo, qualsiasi cosa sfiori. Galeotta una trama classica, in cui tutto o quasi va al proprio posto con armonia e un briciolo di fretta. Arrival
lo si rivede a mente, con la sensazione che qualcosa sfugga. Ma nel
bel mezzo del rewind, nonostante una sceneggiatura che qualche lacuna la ha, si sentono affiorare i brividi e la sensazione
che la soluzione del rebus sia sempre stata a un palmo dal nostro
naso. Le astronavi appaiono come
superfici specchiate dalla forma ovoidale: simbolo di nascite e
rinascite, ci riflettono nella nostra ascesa verso l'ignoto. I nomi
palindromi sono il tempo: il serpente di Nietzsche che, in filosofia,
si morde la coda. Le parole di Jeremy Renner, comprimario al solito
in sordina, invitano ad indugiare su chi ci sta accanto e non sulla
volta celeste. E Arrival,
emozionantissimo, è di questo che saprà parlare al pubblico più
sensibile: maternità ad ogni costo, imponderabile, comunicazione. Al
pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di
una coppia felice e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine
e studia coloro che gli hanno aperto la porta. Può andare in due
modi diversi, allora: la coppia scoppia, allontanandosi ancora, o
l'estraneo – con il suo punto di vista nuovo, con la sua sola
presenza – spinge i due alla riconciliazione. Gli uomini e il mondo
sono gli amanti litigiosi e scoscanti all'interno dell'ultimo film di
un Villeneuve sempre più grande. Gli alieni, che hanno la forma di
polipi immensi e intenzioni imperscrutabili, sono l'ospite inatteso. Ma la
convivenza cambierà tutto. Si rovesceranno forse i ruoli di potere e
gli invitati si sostituiranno agli anfitrioni? O, tornati ognuno a
casa propria, realizzeranno che non ci si può scordare mai di chi ti
ha aperto gli occhi e messo a soqquadro i cassetti, le percezioni e i
pensieri? (8)

6 Nominations. Desmond
Doss cresce in una famiglia turbolenta, con una madre credente e un padre che è tornato dalla prima Guerra
Mondiale con l'umanità compromessa. Il protagonista è un
bambino che si fa custode degli incerti equilibri domestici.
Allevato nella violenza, da adulto la rinnega. Si arruola
volontario, poiché dotato di un fortissimo senso del dovere. Rifiuta
di di uccidere, perché così ordina uno dei comandamenti. Gli danno del codardo. Lo picchiano, lo
canzonano, lo processano per insubordinazione. Ma Desmond corre sotto il fuoco nemico,
su un altopiano che farà da sfondo a un massacro. Qual è
l'utilità di un soldato disarmato nel bel mezzo di un conflitto? Al contrario degli ultimi film di Eastwood,
agiografie asciutte e troppo vicine nel tempo, il ritorno alla regia
di Mel Gibson – un altro che fa meglio dietro la
macchina da presa, uno che non dovrebbe piacermi ma che invece mi piace spesso - è un decorosissimo dramma bellico. Non cronaca nuda e cruda, ma intrattenimento. Ha l'unica
forma di religiosità che invidio: quella generosa, sentita nel
profondo, di chi passa dalla teoria alla prassi convinto che la fede
gli farà da scudo. Di Gibson c'è il personale colloquio con Dio,
assai più elementare e fruibile che nell'indigesto Silence,
e la grande concitazione che rende magistrali le scene d'assalto. I
corpi dilaniati, i ratti che di notte banchettano coi cadaveri, la
verosimiglianza degli attacchi armati – non mancano le esagerazioni
e gli aspetti più romanzati, però, tra bombe calciate prima della conflagrazione e parentesi amorose.
Hacksaw Ridge non
sorprenderà, ma è una biografia ben romanzata e diretta meglio ancora. Mi ha coinvolto molto, pur non apprezzando il genere. Funzionano le zuffe e le confidenze nelle camerate, i numerosi
comprimari – su tutti, un magnifico Hugo Weaving -, e toccano le uscite di scena e le dipartite. Andrew
Garfield, con un convincente accento della Virginia e tutto il
candore che sa, presta il fisico gracile e il viso espressivo a un
personaggio folle e gentile, che pare cucitogli su misura:
bravissimo, ma io lo reputo tale dai tempi di Boy A. Hacksaw Ridge è
un'altra tipologia di cinema che, nella stagione dei premi, ha
menzioni assicurate: in questo caso, non del tutto immeritatamente. Una storia
di guerra, vera ed edificante, etichettabile a colpo d'occhio e a
giusta ragione come americanata tra le più ruffiane. Però mentirei definendolo scontato sì, ma incapace di centrare il bersaglio. Se dicessi
che non l'ho trovato necessario – con il suo parlare alla coscienza di altruismo, di eroi -, in un'epoca in cui gli americani, storici guerrafondai, e il ricordo sono in disaccordo. Buono e pulito, nonostante quel lungo arrancare nel fango e nel sangue. Dalle
guerre presenti e passate. Dei cliché, dell'enfasi smisurata, che il genere esige. (7)

6 Nominations. Saroo,
quattro anni e un villaggio di poche anime da cui non si è mai
spostato, sale per sbaglio su un treno mentre è in compagnia del
fratello maggiore. Il convoglio ferroviario ferma la sua corsa
soltanto qualche giorno dopo. Quando, catapultato nella povertà
della caotica Calcutta, il bambino si accorge che è tardi. Ha
percorso quasi duemila chilometri: troppi per fare ritorno da una
madre che non ha mai smesso di aspettarlo. Abbastanza coraggioso da
sopravvivere alla vita di strada, tra accattonaggio e malintenzionati
di cui è meglio diffidare, Saroo viene infine adottato da una coppia
australiana con la vocazione del bene. Finché il passato non lo
raggiunge attraverso un profumo dell'infanzia e un
sogno ad occhi aperti. E la ricerca delle radici, anche a costo di
scontentare la madre adottiva, diventa un'ossessione. Come
sai cosa diventerai se non sai chi sei stato? Lion,
giunto al cinema sotto Natale come ogni fiaba che si rispetti, è
l'equivalente cinematografico, agli Oscar, della canzone sanremese.
Quella con il ritornello orecchiabile. Quella con un tema importante.
Tradizionale, ma d'impatto. Se commuove la visione
dell'adorabile Sunny Pawar, scricciolo in grado di reggere mezzo film
su di sé, la ricerca delle origini di un eppure ottimo Dev Patel –
il fortunato milionario di
Boyle, che crescendo si è abbellito e si è scoperto il più
protagonista tra i non protagonisti –, contempla invece personaggi
lasciati ai margini (un'intensa ma fugace Kidman) e altri superflui
(l'anonima Rooney Mara); numerosi momenti topici che, abbandonata
l'infanzia per l'età adulta, emozionano meno di quanto avrebbero
fatto con la guida del piccolo Saroo. Per il resto, ho
trovato l'esordio alla regia di Garth Davis semplice e pieno di
delicatezza. Definire un film strappalacrime è un disvalore, infatti, se
quelle lacrime te le ha strappate? Nel blog, lo
sapete, parlo delle mie letture e, senza cadenza fissa, di quel che
guardo. Per deformazione professionale, preferisco la sostanza alla
forma. Nonostante tutto, resto un inguaribile fan di un cinema in
grado di veicolare belle storie. E Lion,
che in una compezione spietata potrebbe apparire svantaggiato, ha qualche difetto ma una vicenda vera, di partenze e ritorni, che sono
stato contento di scoprire. Forse la più indispensabile che mi
racconteranno i film in gara questo febbraio. Sarà che, di tenerezza, ce n'è sempre disperato bisogno. (7)