martedì 29 agosto 2023

Recensione: Un amore senza fine, di Scott Spencer

| Un amore senza fine, di Scott Spencer. Sellerio, € 18, pp. 624 |

Una casa brucia nella notte di Chicago. Intrappolate nelle fiamme ci sono cinque persone. Il ragazzo che ha lanciato il fiammifero le ha amate tutte. Per un po' è stato parte di quella famiglia accogliente, calorosa e progressista. Cosa l'ha spinto ad accendere la pira? Il cult di Scott Spencer prende avvio da un episodio violento. Non è la tormentata storia d'amore tra il “bad boy” e la ragazza della porta accanto che ci ha mostrato un film con Alex Pettyfer. Ma un'escalation di ossessione, destinata a bruciare in un eterno presente. Non aspettatevi flashback sugli inizi della relazione tra David e Jude. Non aspettatevi il candore prima della mancata tragedia. Denso, caotico, cupissimo, il romanzo è un thriller dei sentimenti che ricorda gli affanni dei libri ottocenteschi; di quelli con manicomi, rifugi di fortuna, eroine che muoiono d'amore. Questa volta il protagonista è un giovane uomo. Figlio di avvocati politicamente schierati, chiuso in un istituto esclusivo per scontate le sue colpe, David è un animale in gabbia. Anche una volta libero, si crogiolerà nella solitudine e nell'adorazione. Qual è il numero di telefono dei Butterfield? Jude gli ha forse scritto delle lettere? Perché gliele nascondono?

Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo.

Le sue domande angosciose diventano le nostre. E diventa nostra, a sorpresa, anche l'invidia che gli mostrano i personaggi secondari: quegli adulti che guardano con preoccupazione il suo struggimento, ma ripensano con malinconia alla giovinezza e ai palpiti lontani. C'è chi, pensando a David, ha voglia di innamorarsi nuovamente. E chi, incantato dalla pena e dell'estasi della sua storia, nel segreto della camera da letto ricerca l'orgasmo. Intanto, senza più una casa, la famiglia di Jade è alla deriva. Quella notte di fuoco ne ha rivelato ombre e fragilità; ha elargito loro una nuova coscienza. David, padrone della loro vita e, in molti casi, della loro morte, li ha annientati. Esiste perdono? È possibile tornare a quel tempo di vestiti coordinati, gesti plateali, abbagliante bellezza? Spencer firma un classico moderno scritto con la sontuosità di Nabokov. A ben vedere poverissimo di avvenimenti, è la lente di ingrandimento su un amore adolescente; su una psichedelia condivisa. Il clou è rappresentato da una chiacchieratissima scena di sesso lunga sessanta pagine, in cui religiosamente si mescolano corpo e sangue, sperma e mestruo. Non è di piacevole lettura. Ci sono quei romanzi che vorresti durassero per sempre. E quelli, invece, che termini con un profondo senso di liberazione. Un amore senza fine non ha maniglie antipanico. David - ragazzo interrotto, cannibale - ti divora non meno di Chalamet nell'ultimo Luca Guadagno. Lui e Jade, a fine lettura, non mi mancheranno. Ma non uscirò mai dalla loro orbita; il cuore stanco.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Joy Division - Atmosphere 

venerdì 25 agosto 2023

Recensione: La bella estate, di Cesare Pavese

| La bella estate, di Cesare Pavese. Einaudi, € 10, pp. 122 |

Per tornare a casa a Torino passo sotto i portici di via Sacchi. Lì, proprio davanti alla stazione di Porta Nuova, incombe l'insegna dell'Hotel Roma. In una di quelle camere, sul finire di agosto, si tolse la vita Cesare Pavese. Passeggiando, ho pensato spesso alla sua morte - malinconia e barbiturici. Ma è leggendolo che ho scoperto la sua vita, insieme all'ottimismo di cui non lo sospettavo capace. La bella estate, primo racconto della trilogia premio Strega e film omonimo di Laura Lucchetti (al cinema dal 24 agosto per Lucky Red, con Yile Vianello e Deva Cassel nel cast), è una piccola storia intrisa di gioia di vivere. Un Pavese inedito, tutto al femminile, che domanda in prestito alle sue protagoniste l'euforia e la smaniosa curiosità tipiche dell'adolescenza. La pallida Ginia ha sedici anni, è sarta, porta avanti la casa: dopo la morte dei genitori, è diventata adulta in fretta. Ma patisce l'assenza di un uomo, ai tempi necessaria per diventare donna. Amalia, al contrario, è bellissima, sfrontata, disinibita: ha la voce arrochita dal fumo, le gambe scoperte, una perfetta padronanza del proprio corpo. Posa nuda per i pittori. Attraverso le vetrine lustre dei caffè storici, Ginia guarda l'altra come se fosse il personaggio di un film. Non serve il biglietto per ammirarla e, talora, anche per biasimarne la dissolutezza. Rivali ma amiche, complementari come le eroine di Elena Ferrante, lungo il sentiero per diventare grandi scopriranno insieme i lati più selvaggi della città. E sentimenti insospettabili.

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline.

Non si muovono nella Parigi della Bohème, ma in una Torino mai così affascinante e cosmopolita. Spogliato della sua classica cortina di malinconia, il capoluogo piemontese ha prati su cui fare l'amore e soffitte da cui immortalare i tetti simmetrici del centro. In estate si balla in collina, in inverno ci si scalda al chiuso con vino e castagne. Sorprendentemente lieve, questo Pavese incanta con la sua modernità e racconta il sesso occasionale, l'amore fluido, il corpo in metamorfosi. Era una pila elettrica. Si sarebbe spento un anno dopo. Questo è il suo canto del cigno. La Seconda guerra mondiale, benché vicina, non è mai menzionata. Ai malanni, per fortuna, c'è sempre rimedio. I corpi dei giovani, rosei e gagliardi, sopravvivranno ai rigori dell'inverno. Verrà un'altra estate. Anche nel fango e nella neve, se presti ascolto e, soprattutto, immaginazione, puoi già sentire i grilli annunciarla.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Chiara - Un'estate fa 


venerdì 18 agosto 2023

Giovani brividi: Mostri | L'innocenza del buio | Amico mio

È la regista e sceneggiatrice di Una donna promettente, strepitosa commedia nera con Carey Mulligan mangiatrice di uomini. Attesa al varco con il prossimo film, l'instancabile Emerald Fennell ci mostra un altro volto: quello di scrittrice. Ambientato nei luoghi di Daphne du Murier, Mostri racconta l'estate di una dodicenne senza nome e del suo nuovo migliore amico, Miles. Accomunati dalla sociopatia e dall'ossessione per la cronaca nera, i protagonisti hanno comportamenti peculiari: la loro rabbia, repressa a fatica, deflagra in furti, scherzi macabri, sevizie a danni di animali. Inquietanti eppure irresistibili, mettono la loro follia al servizio della giustizia. Chi meglio di loro può comprendere e anticipare le mosse di un serial killer che sta seminando donne annegate? Fino a dove sarebbero disposti a spingersi per mettere alla prova la loro fedeltà? Divertente e divertita, l'autrice delinea in maniera dissacrante gli abusi, l'omertà e i vizi di un villaggio costruito sul turismo nero e, come in un giallo classico, confonde il lettore con una galleria di personaggi altamente sospetti. Rapido e non troppo indolore, gustosamente dark, Mostri non risparmia bassezze e abusi. I protagonisti, non destinati alla redenzione nell'epilogo, si lavano le mani nel sangue del politicamente scorretto. Più interessati alle loro malefatte, si finisce per prendere però sotto gamba un intreccio sottotono e sopra le righe. In questo formato Emerald Fennell non indovina l'equilibrio tra comicità e suspense; calca la mano. Il suo esordio, un ibrido tra Mercoledì e The End of the F***ing World, sembra frutto dell'algoritmo di Netflix. Non di una penna premio Oscar. ★★½

Il castello sorge in un immaginario borgo ai confini del Piemonte. Ha le forme aguzze di un pipistrello e il portale, buio, è una bocca spalancata sul nulla. È una roccaforte: è stata eretta per proteggere qualcosa. O per proteggerci? Besana e De Feo, rispettivamente sceneggiatore e regista di The Nest, di case stregate se ne intendono. È quaggiù che vengono condotti quattro adolescenti al centro di un esperimento: hanno ricordi delle loro vite passate e nel dopoguerra avrebbero tutti soggiornato nel castello, salvati da un'affascinante benefattrice. Scoperchieranno un pozzo senza fondo da cui si riverseranno, infine, mostri e risposte. Adolescenziale ma adulto, soprannaturale ma umano, L'innocenza del buio vive di una suggestione sottile e di colpi di scena connessi più alla cronaca che ai fantasmi di questa Hogwarts gotica. Il male è una malattia degenerativa: ha metastasi dappertutto. Lo imparano presto questi piccoli eroi dalle mani saldamente intrecciate, che cercano una via di fuga come topi in un labirinto. Il talento degli autori non scolora su carta. Il lavoro d'introspezione e la dimensione corale, gli omaggi all'horror e l'originalità dei temi ne farebbero un'ottima serie TV: commosso, ho pensato alla creazioni di Flanaghan e all'epoca della mia infanzia in cui le amicizie erano mastice per il cuore. Che tristezza crescere. Che incubo essere costretti a farlo. ★★★★ 

Se morissi all'improvviso, piangeresti? Da bambini tutti abbiamo fatto questa domanda al nostro migliore amico. Fragili, capricciosi e insicuri, mescoliamo il lessico della morte con quello dell'amore. Tom ha tredici anni. È arrabbiato, ma non sa con chi. Ha voglia di piangere, ma non sa perché. In preda all'inquietudine, ha fatto dell'amico Poni l'inizio e la fine del suo universo e di Leo Fosco, il bullo della classe, la personificazione del male. In seguito a un episodio spiacevole, i tre dovrebbero far pace. Ma la fine di quella piccola guerriglia implicherebbe dividere Poni con qualcun altro? Ne nasce una vicenda breve ma feroce, che indaga le complicanze della crescita e i vicoli ciechi dell'ossessione. La ricerca dell'approvazione di Poni sfocia prima in un'adulazione spossante, poi nella pazzia, in una notte di candeline di compleanno e profumo di citronella. Fittamente dialogato, scorrevole come una sceneggiatura cinematografica, Amico mio è un romanzo facilissimo e difficilissimo, dove i protagonisti si parlano di continuo senza osare dirsi nulla. Tom, che nasconde un martello in camera, è un bambino diabolico come quelli degli horror o soltanto un incompreso? Quello a cui sottopone Poni è un gioco innocente, o un piano malefico? Troppo telegrafico per convincermi totalmente, resta un'indagine coraggiosa; un bisbiglio, orecchiato a lezione, dalle inclinazioni preoccupanti. Abitatori di una terra indefinita dove tutto è confuso, dove lo sono i sentimenti, i protagonisti cercano tesori immaginari e, nell'incapacità di dirsi, si affidano a quelle lettere che la prof avrà senz'altro assegnato loro fra i compiti per casa. La parola inganna. La scrittura, invece, fissa i pensieri e i sentimenti. E lì, sulla carta, dov'è possibile figurarsi mondi possibili, si possono immaginare maratone di Harry Potter sotto il plaid e colline verdi sulle quali aspettarsi. ★★★

sabato 5 agosto 2023

Fiabe per bambini femministi (e adulti intelligenti): Barbie | Nimona | La sirenetta

Bella, bionda, sorridente. Ci voleva qualcuno di bravissimo per trasformare Barbie, simbolo del consumismo e del sessismo, in un'icona femminista. Hollywood ha schierato la coppia Gerwig-Baumbach, paladini del cinema indie, e un cast di attori impegnatissimi, in cui spicca Margot Robbie nelle doppie vesti di protagonista e produttrice. Bella, bionda, sorridente? Lei lo è senz'altro, e nuovamente, dopo Babylon, tiene tutti in scacco con una lacrima: questa volta è il simbolo dell'umanità spasimata. Barbie, in cerca di sé stessa, lascia il suo mondo pastello alla scoperta della California. Perché è improvvisamente tormentata dalla cellulite, dai piedi piatti e dal pensiero della mortalità? Pattina fino alla California per interrogare Mattel sui difetti di fabbrica. Con lei, il Ken di un esilarante Ryan Gosling: stanco di stare all'ombra della compagna, negli Stati Uniti scopre i pregi del patriarcato. Sì, perché a Barbie Land è tutto a rovescio e, in una fantasmagorica società matriarcale, gli uomini sono semplicemente uomini: le donne, invece, possono essere tutto. Gerwig centra il cast, i costumi e le scenografie da Oscar, i toni da commedia demenziale senza però ma trascurare una scrittura allusiva e intelligente. Schiacciata tra blockbuster e cinema femminista, crea un film che ha molte idee. E, spesso, molto confuse. Vittima dei troppi viavai e dei troppi spiegoni, Barbie ha il contro di rimarcare in grassetto la propria morale. Avrebbe avuto bisogno di essere asciugato in fase di montaggio. O, al contrario, di diventare un leggerissimo e delirante sogno pop come nei sogni più sfrenati di Ken: perché, a quel punto, non un musical? Il risultato, destinato a sbancare comunque, è una via di mezzo che non soddisferà completamente chi pretendeva la sceneggiatura perfetta anticipata dalle recensioni d'oltreoceano. Ci sono sbavature di troppo, poche sfumature di grigio, in quest'abbagliante rosa shocking. (7)

Ballister, un prode cavaliere ingiustamente accusato di aver assassinato la sua amatissima regina, stringe alleanza con un'adolescente emarginata ma dai poteri straordinari. Solitaria e annoiata, mutaforma, Nimona è una rossa tutto pepe di età indefinita che sogna di affiancare un supercattivo per seminare dappetutto caos e distruzione. Invece, suo malgrado, si ritrova a fare da spalla a uno spadaccino omosessuale, monco e ligio al dovere, ottusamente cieco davanti alla corruzione del suo regno. Laggiù, infatti, chi è il vero mostro? L'ultimo film Netflix, tratto dall'omonimo graphic novel edito Bao Publishing, mescola originalmente estetica medievale e tecnologia cyberpunk. È già un successo e, con mesi d'anticipo, è il papabile vincitore dell'Oscar nella categoria Miglior film animato. Originale, moderno e spassosissimo, riflette su etichette e cliché. E si diverte a sabotarli spettacolarmente sotto le zampe di un irresistibile rinoceronte fucsia – anche se l'epilogo omaggia la distruzione, serissima, dei kaiju del cinema giapponese. Questa è la storia di due solitudini che si compensano. È il gioco di una giovane dalla natura misteriosa, che con l'arma dell'ironia dissimula il disagio di non avere un'identità predefinita. È l'epifania di un uomo che aveva già sfidato il machismo dei cavalieri e che, ora, sensibilizza vantando un drago per amico. Nimona fa quello che fece Shrek con le fiabe vent'anni fa. Parodia e sovverte i poemi epici-cavallereschi, ma soltanto per crearne uno nuovo, credibile e bellissimo. Oro puro, nell'era delle riscritture non richieste e dei live action. (8)

In rete lo hanno odiato a oltranza, a prescindere, ancora prima che fossero condivise le prime immagini. Colpa di quella protagonista troppo diversa dal personaggio tradizionale o, forse, di un mal celato razzismo. Lo scrivo, perciò, con gioia; come davanti alla vittoria di un perdente annunciato. La sirenetta è tra i migliori live action di casa Disney e Halle Bailey, con i suoi grandi occhi pieni di innocenza e una voce dal vibrato struggente, è una Ariel che commuove col suo appassionato desiderio d'altrove. Già modernissima nell'originale animato dal 1989, al cinema trova un principe azzurro dal destino speculare: anche l'Eric di Jonah Hauer-King, infatti, vive con claustrofobia l'universo familiare e scalpita di curiosità. Imprescindibile la visione sottotitolata. In fondo al mare è un incrocio irresistibile tra un documentario sui fondali marini e un musical; Baciala cambia una parola, vero, ma non il suo memorabile sound; la Ursula di Melissa McCarthy, nel suo antro oscuro, conserva una vulcanica anima da drag queen. A suo agio con il genere, il Rob Marshall di Chicago Nine punta con successo su volti sconosciuti e incanta per l'attenzione naturalistica alla vita sotto la superficie. Qualcuno storcerà il naso davanti agli amici animali di Ariel, qui niente affatto antromorfizzati, e in rete criticherà per partito preso. Ma la verità è che La sirenetta, oggi, è una grande storia di conflitti genitori-figli e che un irriconoscibile Javier Bardem, davanti al riconoscimento finale della voce dell'ultimogenita, rischia di strapparci più di una lacrima. Noi, a differenza delle sirene, possiamo commuoverci. (7+)

giovedì 27 luglio 2023

Il sesso (Made in Italy), il sogno (Made in Italy), le serie TV (Made in Italy)

Zerocalcare torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo? Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della struggente Strappare lungo i bordi mi srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio. (6,5)


Un'adolescente cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good Mothers è una storia vera che racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben più del patinato Ti mangio il cuore. (7,5)

Avevo letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente, mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria. Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La vita bugiarda degli adulti è una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio – piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria. Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse, come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile lirismo. No, non è L'amica geniale. Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto. (7,5) 

Non era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione: con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro. Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi – sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta, televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)

Sullo sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani, diventa quella di una sexy Signora in giallo con il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere. Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet strizza l'occhio a Dickinson e The Great, ma la vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)

Chi non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura – dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no? Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope, ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica, Call My Agent è un tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris. (7)

sabato 22 luglio 2023

Recensione: Less a zonzo, di Andrew Sean Greer

Less a zonzo, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 20, pp. 280 |

L'ho portato con me su un aereo per la Sardegna. L'ho letto su una sedia rossa, in un camping un po' hippy in cui tutti giravano seminudi. Non poteva che essere questo il destino di Less, che mi ha seguito fedelmente anche in un tour per le isole della Maddalena: andarsene a zonzo. Tornato in libreria con un secondo capitolo non necessario ma comunque godibile, il vincitore del Pulitzer ha ritrovato l'amore: non radici solide. Sorprendentemente temerario, lo scrittore omosessuale di Andrew Sean Greer abbandona il caratteristico completo blu e si fa crescere i baffi a manubrio. Guida un camper, ha un carlino al seguito, si mimetizza discretamente: lui che è sempre fuori fuoco, lui che anche a cinquant'anni suonati non smette di inseguire invano gioventù e bellezza. Questa volta, indebitato fino al collo, cerca di salvare casa e famiglia in un viaggio su ruote che lo porterà fino alle origini, in Delaware. Nel mezzo ci sono: un premio letterario da decretare, un'intervista a un capriccioso autore fantasy, un adattamento in chiave musical finanziato da un misterioso benefattore. E, soprattutto, l'ombra di un padre truffatore a cui il nostro eroe somiglia ogni giorno di più.

Vai a perderti da qualche parte, ti fa sempre bene.

Lo si comprende sin dall'incipit, ambientato al funerale di Robert, lo storico ex che per anni ha rappresentato il baricentro del protagonista: dovrà fare i conti con tutti gli uomini della sua vita. Da alcuni ha preso in prestito ambizioni, riti, nevrosi; da altri la sindrome di abbandono. E poi c'è Freddie, il compagno ritrovato nonché il narratore dell'intera vicenda, che gli giura amore al telefono ma è in cerca, intanto, della propria voce. C'è aria di crisi. La stessa crisi coinvolte anche gli Stati Uniti. Me Less, per fortuna, non è a disagio nel caos. Inetto memorabile nel suo candore, ape tardiva tormentata dai rimpianti, il protagonista si conferma un grande padrone di casa con i suoi modi alla Charlot. Poco importa se, a questo giro, le tappe sono meno accattivanti o i capitoli più lunghi. Strampalato eppure profondamente crepuscolare, il romanzo diverte fino alle risate: vedasi l'equivoco finale, o le interazioni del protagonista in un goffo tedesco (che sembra, in traduzione, sardo). Ma scorre vita vera, vita piena, soprattutto nelle preziose riflessioni esistenziali tra una tappa e l'altra. In attesa del perdono, o di un uragano: l'unico in grado di spazzare via traumi infantili e adolescenze mai vissute?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Zac Brown Band - From Now On

sabato 15 luglio 2023

Recensione: Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel

| Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 19, pp. 377 |

Fa' diventare bello il lato selvaggio. È la richiesta che la nonna fa alla protagonista, mentre le insegna i segreti dell'uncinetto e, attraverso quest'ultimi, la vita stessa. Per bocca di una narratrice esperta, i traumi e le violenze possono essere addomesticati e prontamente trasformati in fiabe. Arch imparerà a cucire e a imbastire straordinarie bugie: non a vivere. Nata e cresciuta nell'Ohio più rurale, erede di streghe lontane e figlia di tossicodipendenti irredenti, ha usato il potere delle storie per costruire un mondo migliore per sé e la sorella gemella Daffy. Identiche nell'aspetto, hanno sempre fatto tutto di pari passo: disegnare torte sui pavimenti, rasarsi i capelli, farsi scudo contro la violenza degli uomini. Insieme hanno preso anche a farsi di eroina, per cercare di sconfiggere all'unisono il mostro della dipendenza. Sognavano una casa dalle tende gialle, ambivano a un futuro promettente, finché l'abisso dell'annientamento non le ha ghermite. Arch e Daffy hanno fallito perfino nel prendersi cura di un gattino nero; non sono state l'eccezione alla regola.

La nostra prima colpa è stata credere che non saremmo mai morte. La seconda, credere che fossimo vive.

Questo romanzo racconta di una maledizione senza scampo. E di un serial killer che, come un novello Jack Lo Squartatore, prende a colpire indisturbato donne ai margini. Sin dall'inizio sappiamo che Arch è stata una delle sue vittime. Ammazzata, invendicata, insepolta, racconta dall'aldilà una saga familiare tutta al femminile e le tappe di un'indagine poliziesca disperata, che si muove tra aspiranti politici e spaventosi clienti vestiti da clown. C'è il sesso - un sesso scoperto prestissimo, a forza, pagato con un Happy Meal. Ci sono temuti trafficanti, i cui tatuaggi rivelano una sensibilità sconosciuta, e donne dalla pelle bollente che scavano in cerca di punte di freccia con cui contrattaccare. E poi c'è Tiffany McDaniel, con tutto il suo sconvolgente talento, con tutte le sue immagini indelebili, che torna a farsi venerare e temere dopo L'estate che sciolse ogni cosa.

Il problema coi mostri è che a volte, per sconfiggerli, devi avvicinarti abbastanza da mettere a repentaglio la tua stessa anima. Ma per mia sorella ero disposta a tutto: anche ad arrivare così vicino a Satana da sentire battere il suo cuore.

Sono passati due anni dalla lettura di quel romanzo. Ne passeranno altrettanti prima di cimentarmi con altro di suo. Come ci si riprende? Quando? Ancora una volta ha scritto una storia incantevole e scioccante che ha il sapore ferroso delle verità. Un sogno vorticoso, a tinte forti, in cui la scrittura è polvere di fata cosparsa sui bordi dell'abisso. Sul lato selvaggio è un horror asfissiante sul miraggio della sobrietà, dove l'autrice americana getta luce e miele sulle cronaca nera, mescolando i toni trasognati di Amabili resti e i deliri fluo di Euphoria. Estremo, ci bracca fino al colpo di scena della pagina conclusiva. Le eroine di Tiffany si fanno di eroina. Passano dell'ago da cucito a quello ipodermico, perché la droga è un altro dei metodi per anestetizzare i propri demoni interiori. Si bucano, ma per non bucare il velo che ammanta la realtà e, dunque, ne ammorbidisce i contorni. Ora galleggiano, rigide, nei fiumi. Ma, a braccia spalancate, pallide e biondissime, sembrano angeli in volo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Labrinth – All for Us