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giovedì 16 luglio 2026

Recensione: Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates

 | Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates. La nave di Teseo, € 20, pp. 490 |

Come approcciarsi a una delle più grandi scrittrici viventi? L'indecisione, a lungo, mi ha tenuto lontano da Joyce Carol Oates: prolifica quanto Stephen King e, ogni anno, in odore di Premio Nobel. La conoscenza è avvenuta con un romanzo lungo, certo, ma meno sperimentale di altri. Una storia di formazione a metà tra Harper Lee e Ian McEwan, dove una dodicenne troppo curiosa scopre prematuramente le crepe del mondo adulto, il razzismo e altri mostri. Ultima di di sette figli, Violet Rue Kerrigan ama la sua famiglia. Al 388 di Black Rock Street, South Niagara, New York, vive questo affiatato clan di origine irlandese in cui la ragazzina vuole disperatamente essere accettata – soprattutto dai maschi, che più degli altri sembrano avere una vita segreta.

Una famiglia somiglia a un albero gigantesco. Può anche essere gravemente danneggiato, magari sta cominciando a morire e marcire, ma le sue radici sono aggrovigliate sottoterra, inestricabilmente.

L'irrequieta Violet incolla l'orecchio sulle porte chiuse e sulle assi del pavimento. Cerca di carpire i non detti, finché scopre qualcosa che tutti, compreso il sacerdote, le ordinano di omettere: i fratelli maggiori, senza motivo apparente, hanno ammazzato un giovane afroamericano. Lei è l'unica a sapere dov'è sepolta l'arma del delitto. Il titolo ce lo anticipa. Scissa tra senso di colpa e senso d'appartenenza, Violet farà la spia. Ma quella che sembra la fine è solo l'inizio di una storia che segue la protagonista dall'infanzia alla vita adulta, passando attraverso gli abusi di un insegnante, i lavori svilenti, le relazioni tossiche. Può la giustizia rovinare la vita? Uscita dalle grazie della famiglia, Violet imparerà che le parole sono irreparabili. E, davanti ai futuri predatori, avrà il terrore di perdere tutto, di nuovo, a causa di una sillaba di troppo.

La felicità non è affidabile. La malinconia sì.

Dopo una prima parte potentissima, la seconda sconta i difetti dei romanzi più lunghi del necessario. Gli stadi dell'esistenza della protagonista – fragile e provocatoria, vittima e carnefice – finiscono per somigliare a racconti sconnessi, quasi a sé. Anche quando il focus sembra perdersi, tuttavia, Oates resta straordinaria nel descrivere con asciuttezza la maturazione di Violet, il suo passare da una vita provvisoria all'altra, in attesa che la condanna dei fratelli – e, quindi, anche la sua – raggiunga il termine stabilito. Ma dove fare ritorno, se nel frattempo la casa d'infanzia è stata venduta per fronteggiare le spese giudiziarie? Ho fatto la spia è la storia di un esilio, di una ragazza con una cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei capelli e di un passato dolorosamente idealizzato, in cui le attese riempiono di speranza e terrore. Ogni famiglia è un microcosmo impenetrabile: la fedeltà è tutto, il silenzio è d'oro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Chordettes – Mr. Sandman

lunedì 12 maggio 2025

Recensione: Scelgo tutto, di Valerio Mieli

| Scelgo tutto, di Valerio Mieli. La Nave di Teseo, € 22, pp. 432 |

La vita, spesso, ci pone davanti a un bivio. Ecco biforcarsi due strade destinate a non incrociarsi mai. Come sarebbe percorrerle contemporaneamente anziché scegliere? Può sperimentarlo Cosimo — diciannove anni, da sempre fidanzato con Sabina —, che cova il sogno di una vita sbadabam. Accontentarsi? Una parolaccia. Davanti a sé ha due opzioni: restare nella periferia romana, oppure spiccare il volo. Il regista di Dieci inverni e Ricordi?, questa volta in veste di scrittore, ci mostra in un montaggio alternato le vite potenziali del suo protagonista. Perfino l'impaginazione si adegua, per rendere ancora più cinematografico questo novello Sliding Doors. In una vita, così, Cosimo si ritrova padre di due gemelli e impiegato comunale, con un rudere nei boschi da ristrutturare. Nell'altra, parte per Parigi con lo zaino in spalla e frequenta i cenacoli culturali più elitari. Ci sono, ovviamente, delle costanti: è destino, infatti, che una tragedia metta tutto in forse; che la natura preservi un rifugio segreto in cui nascondersi a leccarsi le ferite; che, in un caso come nell'altro, faccia capolino una nuova donna. A metà tra Mary Poppins e Amèlie, Giacoma diventa un personaggio fisso nella seconda parte del romanzo: avventurosa e un po' mistica, figura ora come babysitter e ora come barista, diventando l'alter-ego di Cosimo. Ma mentre lui osa soltanto immaginare vite diverse, lei ne crea in prima persona, collezionando così esperienze e viavai.

Sai una cosa: invece la realtà non è tanto male. Dagliela, una possibilità.

Da Valerio Mieli mi aspettavo qualcosa di simile e di opposto. Nella lettura ho trovato il passo sognante e frammentario del suo cinema — in particolare del secondo film, che mostrava la stessa storia d'amore dalle prospettive di Luca Marinelli e Linda Caridi —, ma anche un gusto per l'accumulo di dettagli e storie, aneddoti e immagini, che hanno reso la lettura troppo prolissa. Felice o infelici, affollate o ascetiche, le vite di Cosimo hanno le gioie e i dolori delle nostre, ma anche piccoli momenti miracolosi che potrebbe ricordare Sandro Veronesi. Irrequieto come Il colibrì, il protagonista si affanna inseguendo l'eccezionalità. Ingegnere con la vocazione dell'architetto, vorrebbe fare della sua esistenza un capolavoro. Ma è impossibile opporsi al caso, al caos, e all'amara consapevolezza che il nostro destino influenzerà anche quello altrui. Esiste davvero il libero arbitrio? Siamo protagonisti del nostro film, o spettatori inconsapevoli? Davanti al famoso bivio, dunque, Mieli posizione una macchina da presa. E la punta sul mondo. Il tempo scorre in presa diretta, incerto e dolcissimo, ma senza un vero plot né un regista a salvare gli attori dall'empasse. Cercavo il cinema, ho trovato la vita.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Olly – Balorda Nostalgia

lunedì 25 novembre 2024

Recensione: Settembre nero, di Sandro Veronesi


|Settembre nero, di Sandro Veronesi. La nave di Teseo, € 20, pp. 304 |

Non faccio testo, penserete. Avevo amato il romanzo precedente e per un breve periodo avevo pensato finanche di tatuarmelo, un colibrì. Perfino i detrattori, però, concorderanno con me su un dettaglio: al di là degli sfoggi di bravura, oltre le improbabili tragedie, a brillare di luce propria era un capitolo dedicato alla collezione di Urania della famiglia Carrera. Settembre nero è infuso della stessa luce, è scritto dallo stesso Veronesi — quello meno manieristico e più malinconico. A dispetto del titolo, il suo è romanzo pieno di colori. Piccolo e lineare, ma non per questo meno complesso, è ambientato negli anni Settanta. La TV si è lasciata alle spalle il bianco e nero. I mangianastri cantano Bowie e Stevens. Le Olimpiadi incantano grandi e piccoli. Gigio, dodici anni, non sa ancora che tutto sta per cambiare: l'hard rock dei Led Zeppelin, col senno di poi, gli sembrerà profetizzare il terremoto in arrivo.

Se mi chiedessero di dire quale sia stato il singolo momento della mia prima vita in cui sono stato più felice, direi quello. Sul cedro. A guardare Astel da vicino. A non baciarla.

Candido e curioso come un novello Charlie Brown, il protagonista è ossessionato dallo sport, dai fumetti e dai segreti degli adulti: al Bagno Stella, in Versilia, si intrufola sotto le cabine in cerca delle loro dimenticanze e origlia come una spia le conversazioni dietro le porte chiuse. Il suo corpo cambia, cresce e stravolge i connotati senza prima avvisare. Allo stesso modo appaiono inarrestabili le dinamiche che minacciano di far scoppiare la bolla che il papà, avvocato, ha creato per proteggere il protagonista e la sorellina. Cosa lo trattiene in città? Perché sua moglie, un'irlandese dai capelli rossi come l'alba, è costretta a curare da sola le ustioni di quei figli troppo pallidi per sopportare tre mesi di villeggiatura? A distrarre Gigio c'è Astel: mulatta e con la testa fitta di treccine, è la ragazzina perfetta con cui spartire l'attesa di un bacio e l'amore per i cantanti americani. Cosa dicono quei testi? Gigio, bilingue, diventerà traduttore per amore. Accompagnato da una colonna sonora di divorante nostalgia, Veronesi rievoca un'epoca e una stagione precise, nonché l'insostenibile leggerezza dell'avere dodici anni. Si credeva a Babbo Natale fino alle scuole medie, il riposino pomeridiano era un imperativo categorico, il razzismo e la malizia apparivano come idee indefinite. La cronaca parlava di scandali e attentati; il conflitto israelo-palestinese teneva Monaco in scacco.

Non ho mai incontrato nessuno al quale sia successo così presto, e inaspettatamente, e precipitosamente, e brutalmente, e irreversibilmente, quello che è successo a me. Da non riuscire più a ricordare com'era fatta, quella vita che fu spazzata via; non non poter mai più dimenticare d'averla vissuta.

La storia del mondo è destinata a intrecciarsi a quella di Gigio, in questo struggente romanzo di formazione con echi di Il buio oltre la siepe e un'attenzione tutta nuova verso le emozioni dei giovanissimi, spesso minimizzate. Veronesi prende le vicissitudini del suo protagonista profondamente sul serio e traduce in immagini l'intraducibile. Perché ci saranno anche scioglilingua dotati di un significato criptico in versione originale, traduzioni italiane fatte di assonanze e libere perifrasi, ma Veronesi non ha bisogno di simili espedienti. Riesce a descrivere alla perfezione lo stupore per le isole che affiorano all'orizzonte, l'odore del sole — quel misto, insomma, di crema solare e materassini di gomma —, l'angoscia che le lezioni riprendano troppo presto. L'arrivo di settembre rappresenta la perdita dell'innocenza. Questo romanzo, per fortuna, è un'eterna estate. Sono stato al mare, così, anche a Torino, a novembre. Sono stato bambino anche a trent'anni.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens - When The Children Play

martedì 2 aprile 2024

Recensione: Day, di Michael Cunningham

| Day, di Michael Cunningham. € 22, pp. 320 |

Si può scrivere una saga familiare lunga un giorno? È la sfida di Michael Cunningham, autore premio Pulitzer di cui finora mi avevano scoraggiato, a torto, l'aria impegnata e i temi ostici. Suonerà dunque ingenuo il mio stupore ai fan della prima ora, ma tant'è: quanto è arguta, elegante, luminosa la sua scrittura? Con uno stile magistrale, accostabile a quello di Leavitt e Cameron, costruisce un dramma borghese in tre atti (mattina, pomeriggio, sera), ciascuno ambientato il cinque aprile di tre anni contigui. La lente di ingrandimento dell'entomologo Cunningham è puntata sulle dinamiche del microcosmo familiare Walker-Byrne. Sono progressisti: i bambini portano sia il cognome paterno che quello materno, proprio come i piccoli Vittoria e Leone sui social. Sono piacenti, privilegiati, bianchi: acquistano prodotti biologici al mercato e fantasticano di trasferirsi in campagna. Sono gay friendly: non soltanto vogliono sapere tutto delle vita sentimentale dello zio Robbie, da poco mollato dal fidanzato, ma sono un po' tutti innamorati di lui. È infatti Robbie, insegnante elementare senza particolare vocazione, a fare da cardine e paciere; è Robbie a raccogliere le confessioni della sorella Isabel, donna in carriera sull'orlo di una crisi di nervi, e del cognato Dan, ex rocker che, con risultati patetici, tenta di risalire sulla cresta dell'onda, nonostante la stempiatura incipiente e la pancetta da casalingo. Accoccolati nel medesimo nido anche i nipotini Nathan e Violet: l'uno irrequieto e ribelle davanti a una pubertà che fatica a palesarsi; l'altra sorprendentemente intuitiva, forse anche un po' maga, ma strizzata in un vestitino da principessa che ormai non le sta più

Robbie voleva disperatamente essere amato, il sistema più efficace, lo vede benissimo col senno di poi, per far sì che l'amore gli venisse quasi universalmente negato da tutti, all'infuori dei suoi familiari.

All'inizio siamo a Brooklyn, all'alba di una doppia crisi: Robbie sloggia, il Covid è alle porte. Poi, col mondo in lockdown e il protagonista irrimediabilmente bloccato in Islanda, li vediamo alle prese con “l'agghiacciante intimità” della convivenza forzata: connessi col mondo, disconnessi da loro stessi, si trincerano dietro gli smartphone o le cuffiette; le sirene delle ambulanze, intanto, coprono le liti abbozzate e le chiacchiere di circostanza. Il capitolo finale, invece, ce li svela al crepuscolo: lo scenario è bruscamente cambiato. Saranno riusciti a sopravvivere al presente? Dialogatissimo, Day contiene gli scambi di battute del miglior teatro di prosa e una sintesi dei nostri dispiaceri grandi e piccoli. Mai sopra le righe, non scade nel melodramma: ci sono le ipocondrie giornaliere, le quiete rivoluzioni, i traumi inevitabili delle famiglie ordinarie di ieri e di oggi. Perfino la crisi coniugale tra Isabel e Dan non conta piatti lanciati o recriminazioni: si sono semplicemente “lasciati sfuggire l'amore”, e l'amara consapevolezza pietrifica lei sulle scale e lui in sala prove. Con la speranza che i bambini, da proteggere, non subodorino già tensioni.

Isabel è imbarazzata dalla propria tristezza. È imbarazzata dall'imbarazzo per la propria tristezza, lei che può contare su amore e denaro. […] Si chiede se uno spleen decadente non possa, a suo odo, essere peggio di un'autentica, conclamata disperazione. Il che, come lei ben sa, è un interrogativo decadente da porsi.

L'autore riordina pensieri, parole, opere, omissioni attingendo a un lessico di straordinaria ricchezza. Ma, per il resto, senza intromettersi a gamba tesa, lascia questa famiglia al suo originario, ordinario caos. Ne verranno mai a capo, dopo aver superato continue prove di coraggio? La perfezione non esiste. Non esistono cieli tersi nello smog newyorkese. Quello in bella mostra in copertina, con tanto di simmetrica nuvoletta al centro, è un falso: potrebbe provenire dall'immaginario profilo Instagram che Robbie si diverte a gestire, plasmando dal nulla l'esistenza di un belloccio d'invenzione. I fake ci seducono. Sogniamo vite da film: anzi, da libro. Poi leggiamo romanzo come questo e, sorpresi, ci accorgiamo che niente è più incantevole di una quotidianità che si fa specchio della nostra. Anche qui, anche ora, possiamo riempire una macchina di giunchiglie e giacinti; andare a vedere il secondo gomitolo di spago più grande al mondo; trasferirci dentro il set di una fotografia. Mettendoci finalmente in posa, però, dall'altro lato dell'obiettivo. È il nostro momento. È il nostro giorno.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Gazzelle – Tutto qui

sabato 22 luglio 2023

Recensione: Less a zonzo, di Andrew Sean Greer

| Less a zonzo, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 20, pp. 280 |

L'ho portato con me su un aereo per la Sardegna. L'ho letto su una sedia rossa, in un camping un po' hippy in cui tutti giravano seminudi. Non poteva che essere questo il destino di Less, che mi ha seguito fedelmente anche in un tour per le isole della Maddalena: andarsene a zonzo. Tornato in libreria con un secondo capitolo non necessario ma comunque godibile, il vincitore del Pulitzer ha ritrovato l'amore: non radici solide. Sorprendentemente temerario, lo scrittore omosessuale di Andrew Sean Greer abbandona il caratteristico completo blu e si fa crescere i baffi a manubrio. Guida un camper, ha un carlino al seguito, si mimetizza discretamente: lui che è sempre fuori fuoco, lui che anche a cinquant'anni suonati non smette di inseguire invano gioventù e bellezza. Questa volta, indebitato fino al collo, cerca di salvare casa e famiglia in un viaggio su ruote che lo porterà fino alle origini, in Delaware. Nel mezzo ci sono: un premio letterario da decretare, un'intervista a un capriccioso autore fantasy, un adattamento in chiave musical finanziato da un misterioso benefattore. E, soprattutto, l'ombra di un padre truffatore a cui il nostro eroe somiglia ogni giorno di più.

Vai a perderti da qualche parte, ti fa sempre bene.

Lo si comprende sin dall'incipit, ambientato al funerale di Robert, lo storico ex che per anni ha rappresentato il baricentro del protagonista: dovrà fare i conti con tutti gli uomini della sua vita. Da alcuni ha preso in prestito ambizioni, riti, nevrosi; da altri la sindrome di abbandono. E poi c'è Freddie, il compagno ritrovato nonché il narratore dell'intera vicenda, che gli giura amore al telefono ma è in cerca, intanto, della propria voce. C'è aria di crisi. La stessa crisi coinvolte anche gli Stati Uniti. Me Less, per fortuna, non è a disagio nel caos. Inetto memorabile nel suo candore, ape tardiva tormentata dai rimpianti, il protagonista si conferma un grande padrone di casa con i suoi modi alla Charlot. Poco importa se, a questo giro, le tappe sono meno accattivanti o i capitoli più lunghi. Strampalato eppure profondamente crepuscolare, il romanzo diverte fino alle risate: vedasi l'equivoco finale, o le interazioni del protagonista in un goffo tedesco (che sembra, in traduzione, sardo). Ma scorre vita vera, vita piena, soprattutto nelle preziose riflessioni esistenziali tra una tappa e l'altra. In attesa del perdono, o di un uragano: l'unico in grado di spazzare via traumi infantili e adolescenze mai vissute?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Zac Brown Band - From Now On

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

| Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

“L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie

sabato 25 settembre 2021

Recensione: Il nostro meglio, di Alessio Forgione

| Il nostro meglio, di Alessio Forgione. La nave di Teseo, € 17, pp. 288 |

Lo avevamo conosciuto con Napoli mon amour, un romanzo di formazione che omaggiava un capolavoro della Nouvelle Vague ma che brillava per lo sguardo neorealista. Reduce da una candidatura al premio Strega, Alessio Forgione torna in libreria e ritrova, a sorpresa, una vecchia conoscenza: Amoresano, protagonista del suo esordio e suo alter-ego. Dopo avercelo raccontato irrequieto e smarrito, in preda alla disperazioni delle ambizioni frustrate, questa volta fa un passo indietro. Riavvolge il nastro. Il nostro meglio si svolge qualche anno prima.

Riprendo a camminare. Percorro via Benedetto Croce e guardo i vestiti e le facce delle persone che mi vengono incontro e mi superano e continuano per la loro strada. Penso che la cosa che più mi piace di Napoli è che mi somiglia e che Napoli è come me: stanca, che ancora si muove e procede, verso dove non si sa, ma procede.

Ventenne, iscritto a scienze politiche, Amoresano è giovanissimo e ancora all'oscuro degli anni che lo aspettano. Nonostante tutto, però, non appare spensierato. Il romanzo, infatti, racconta a ritroso il suo primo dolore: la malattia della nonna. Si può elaborare un lutto quando non è ancora avvenuto? Malinconico per natura, il protagonista è un novello Holden che sfugge alle lacrime cercando dappertutto distrazioni. Frequenta amici e ragazze, va in gita sui monti abruzzesi e, soprattutto, passeggia per dimenticare: tutt'intorno c'è una città brulicante di turisti, drammi e stranezze, con gente che si schianta dai balconi e matti che fanno il bagno nelle fontane. Si può posticipare l'inevitabile? Strutturato come un implacabile conto alla rovescia, il romanzo mescola passato e presente per ingentilire la tragedia del cancro. Ma mentre il passato è dolcissimo, il presente è di una cupezza intollerabile: la pelle della nonna ingiallisce, aumentano i dosaggi di morfina e la malattia, come nell'ultimo romanzo di Anna Giurickovic Dato, diventa la protagonista assoluta. Mai come in questo caso, allora, mi è possibile dividere il romanzo in due parti: individuare ciò che mi ha appassionato e ciò, invece, che non mi è piaciuto.

Penso che forse, dopo che tutto è finito, delle persone ti mancano pure le case dove le hai vissute.

Il nostro meglio è bello, è vincente, è mio, quando porta in scena la coralità della famiglia: tipicamente napoletana, e perciò popolosa e caotica, accoglie bugie a fin di bene, tenerezze e moine. All'oscuro della sua sorte, la nonna è un vulcano di energia: si vanta della carriera universitaria del nipote, a onor del vero non troppo brillante, e raduna il parentado per quelle festività dall'allegria un po' forzata. Gli andirivieni di Amoresano, invece, mi sono parsi scollati dal resto: appesantito dai suoi pensieri esistenzialisti, il giovane si trascina poco convinto tra le prove della band (con l'amico Angelo che sogna, intanto, di partire per Londra) e due flirt che portano a un nulla di fatto (il primo con Maria Rosaria, tabaccaia con il pallino delle poesie tristi, e il secondo con Anna, barista pronta a svelargli le vedute della bella Procida). Ritratto di famiglia con tempesta, Il nostro meglio mi ha ricordato con emozione le estati dai miei nonni: quando alla controra toccava andare a letto, anche soltanto per riposarsi gli occhi. Ma questo Amoresano più giovane e più errabondo non mi ha ricordato, purtroppo, la bellezza struggente del nostro primo incontro. Sono tornato a salutarlo a Napoli: la città era lo splendore di sempre, ma non è stato amore.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pino Daniele - Quando 

giovedì 20 agosto 2020

Recensione: Il colibrì, di Sandro Veronesi

| Il colibrì, di Sandro Veronesi. La nave di Teseo, € 20, pp. 366 |

Se dovessi fare un tatuaggio – il secondo, perché ho già un paio di minuscole virgolette sul polso destro –, sarebbe un colibrì. Ho scoperto che con la sua perseveranza, con il suo volo breve e convulso, potrebbe essere il mio animale guida: perfino stare fermo, infatti, gli costa ben settanta battiti d’ala al secondo. Perché faticare così tanto per starsene immobili? Perché sono condannato a fare altrettanto anch’io, mi domando, che più mi affanno e più ho la sensazione di zampettare sul posto; di volare in tondo, in gabbia? Il romanzo vincitore dell’ultimo premio Strega, amato e odiato come accade soltanto ai best-seller, è stato sapientemente costruito su questa metafora. Il risultato è una prova stilistica altissima, sorretta da un personaggio destinato a restare nel novero dei miei preferiti. Lungi da me salire per partito preso sul carro del vincitore: non si tratta di un romanzo senza sbavature – le ultime cinquanta pagine in particolare prendono una piega new age non all’altezza della bellezza del resto –, e per di più inizialmente non ispirava. Nonostante la sua aura un po’ spocchiosa, un giorno mi ha chiamato e basta. Mi ha parlato. Mi sentivo frustrato come un colibrì, sì: già stanco in partenza.

Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d'ala al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci a fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all'indietro. Ed ecco perché starti vicino è così bello. E però, quello che a te viene naturale, agli altri riesce difficilissimo. E però, la tendenza al cambiamento, fa parte dall'istinto umano, e tu non la concepisci. E però, soprattutto, questo stare sempre fermo, facendo tutta quella fatica, a volte non è la cura, è la ferita. Ed ecco perché starti vicino è impossibile.
Minuto e sfortunato, l’ottico Marco Carrera è al centro di una biografia immaginifica che mescola realismo e fatalità, coincidenze e incidenti di percorso. Figlio dei facoltosi Probo e Letizia – entrambi estinti –, fratello dei problematici Giacomo e Irene – quest’ultima, forse, morta suicida –, Marco si è visto protagonista di una crescita miracolosa in gioventù e della successiva, amara stagnazione. Prima il divorzio con un hostess vendicativa; poi la strana patologia dell’unica figlia, convinta di avere un filo legato alla schiena; infine l’amore impossibile perché puramente spirituale con Luisa, conosciuta durante una vacanza in Maremma e rivista in estate… Possibile che capitino tutte a lui? Sfortunato in amore, e di conseguenza fortunatissimo al gioco – dal poker al tennis –, Marco scampa ad incidenti aerei come in Final Destination e campa, incolume ma braccato dalle disdette altrui, nel proverbiale occhio del ciclone. La tragedia ha un disegno nitido o si accanisce a caso? Se perseguitato, può forse restarsene quieto? D’altri tempi, sentimentale e credulone, il protagonista disprezza platealmente il sesso e il denaro e si crogiola in una fantomatica vocazione eroica: peccato che si renda parte così, sempre affiancato dalla poco convincente nipote Miraijin, di un’utopia ambientalista che lascia in conclusione un vago disappunto.

Quante persone sono seppellite dentro di noi?

Sandro Veronesi ce lo racconta con la stessa voce narrante che accompagnerebbe una commedia francese. Trasognato e onnisciente, ironico – senza essere né sarcastico né cinico: c’è differenza, spiega –, mi ha sorpreso per il talento affabulatorio degno dei cantastorie di una volta e per l’abilità con cui non si perde, mai. Né nei periodi a volte lunghissimi. Né negli innumerevoli salti temporali. Né nei misfatti grandi e piccoli, rinfrescati grazie a un senso dell’umorismo che gli ho invidiato. Mi ha messo voglia di scrivere lunghe, ottocentesche, caste lettere d’amore; di montare un’amaca nel clou di una bisca clandestina; di approfondire la conoscenza degli anime di Tezuka e delle poesie di Manganelli; di catalogare gli oggetti d’arredo, i plastici e la collezione di Urania di chi non c’è più – provando a rintracciare, magari, la storia nascosta dietro i pochi pezzi mancanti.

Luisa Luisa Luisa Luisa Luisa ti prego sei appena nata non morire anche tu e anche se sono scappato aspettami perdonami abbracciami baciami non è finita la lettera è solo finito il foglio.
Benché immobile, Marco Carrera vive un’esistenza sobria e densa, caratterizzata da svolte contorte e avventurose; talora finanche da sbalzi eccezionali. Ma il suo perseverare – anzi, il nostro – implica anche l’ottuso sottrarsi ai cambiamenti esterni: lo riassume un verbo greco, emmeno, che grazie alla saggezza degli antichi riassume un mondo di contraddizioni insanabili in un’unica parola. Come funziona in ambito lavorativo, l’impiego dei sogni ci verrà forse a cercare? Come funziona in materia d’amore, la persona giusta ci aspetterà pazientemente adeguandosi al nostro non passo? L’aria aperta, eppure, ci tenta. Ma a volte minaccerà fulmini e sette, cieli temporaleschi. Questo romanzo è il senso della vita spiegato da un uccellino in equilibrio malsicuro su un filo del telefono. Erroneamente potrebbe somigliare qui e lì a una specie di lunga via crucis. Invece è un volo che mi ha rubato il fiato.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Tikibombom

lunedì 9 marzo 2020

Recensione: L'esercizio, di Claudia Petrucci

| L’esercizio, di Claudia Petrucci. La nave di Teseo, € 18, pp. 333 |

La costruzione di un amore, cantava Fossati, spezza le vene delle mani. E quella di un'identità?
Potrei riassumere così la trama del romanzo d’esordio di Claudia Petrucci. A occhio e croce la lettura più singolare in cui mi imbatterò quest’anno. Non la più indimenticabile, forse, ma quella senza pari in quanto all’originalità dell’idea di partenza. Si parla di recitazione; dello spirito d’onnipotenza di certi registi, così presuntuosi da considerarsi Dio, e della fragilità degli interpreti. Coloro che calcano le scene per professione, infatti, sono esibizionisti dediti al culto di sé stessi o al contrario insicuri dal basso profilo? Sognerebbero di emergere o di scomparire, nascosti dietro ruoli di comodo?
Non ho mai pensato di recitare, troppo timido, ma la recitazione mi affascina: all’università avrei voluto scrivere una tesi sul metacinema, ma piccole divergenze con il relatore mi hanno fatto cambiare poi soggetto e disciplina. A colloquio nello studio dell’insegnante avevo nominato le star sulla soglia dell’abisso di Birdman, Viale del tramonto, Che fine ha fatto BabyJane; le attrici di La sera della prima, Eva contro Eva e Sils Maria, protagoniste di una retrocessione bruciante a causa dell’ingratitudine dello star system. Amo quando l’arte imita la vita. E quando la prima, con amara sorpresa, scatta contro l'altra per azzannarla alla gola e fagocitarla. La lettura di L’esercizio, in un mondo parallelo, avrebbe garantito spunti di riflessione infiniti per la tesi che non c’è stata.

Non soffro la mancanza di me come individuo, un concetto astratto e sommariamente privo di valore. Io che cosa sono? Mi costringono a pormi una domanda senza risposta. Di che cosa dovrei avere nostalgia? Dall’infanzia tremenda, della famiglia che non ho avuto? Io voglio quello che vogliono tutti: voglio dissolvermi.
Giorgia e Filippo convivono. Lei lavora come cassiera, lui fa il barista. Entrambi hanno rinunciato ai propri sogni: da un lato il teatro, messo da parte per la routine; dall’altro una laurea in lettere mandata alle ortiche. Filippo conosce la ragazza da capo a piedi, l’ha spogliata mille volte, ma la sua interiorità è un mistero di cui non sospetta nulla. 
Filippo fa parte della seconda vita di Giorgia. Che si rifugia nei romanzi fantascientifici, nell’ordine maniacale, nella quotidianità di una relazione da curare pur di non cadere vittima dei pensieri ingombrati e delle allucinazioni. La sua diagnosi segreta: schizofrenia paranoide. La coppia vive un’esistenza sacrificata, da vecchi, senza hobby né guizzi. Cosa succederebbe se lei – senza passato, con un amico regista che improvvisamente le propone uno spettacolo su Peter Pan – lasciasse d’un tratto le briglie? Ridotta in stato catatonico in un letto d’ospedale, la protagonista ha perso il filo tra realtà e immaginazione. Il ruolo l’ha posseduta come un demone dell’inferno. Da lì la svolta: un’idea abbastanza assurda da funzionare. Perché non riscriverne l’identità in forma di copione, in modo che recitando torni a impersonare sé stessa? A quattro mani ci lavoreranno Filippo, ridotto all’ombra del ragazzo che era, e il regista Mauro: guida fedele in un microcosmo fatto di competizione sfrenata, lunghe prove e figuranti radical chic.  Anzi, a ben vedere, in totale le mani son otto: meglio non dimenticare quelle dell’autrice, abilissime, che tirano imprevedibilmente i fili di un cast di personaggi da Oscar. La loro vita, strada facendo, diventa tutta una performance, mentre il dilemma morale li schiaccia; li percuote.

Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo.
La nuova Giorgia rimpiazzerà la vecchia? È giusto pensarla senza dolori, senza macchie – né troppo gentile né troppo sincera, né troppo provocante né troppo ambiziosa? Cos’è l’essenza di una persona: la somma matematica di come ci percepiamo e di come ci percepiscono? L’esperimento di scrittura creativa rischia di travalicare i confini del bene e del male, trasformando la ragazza in un novello mostro di Frankenstein.
L’esercizio è uno psicodramma romantico e sinistro, ben sviluppato e con ritmi da thriller. Nonostante lo stile mi abbia convinto a tratti – l’ho trovato un po' artefatto nelle parti narrative, a cui ho preferito l’energia dei dialoghi: perfetti per un’eventuale pièce –, incuriosiscono il senso d’ambiguità persistente e un erotismo appena suggerito. Addizionate la natura opportunistica dei rapporti interpersonali ai ruoli sottili ricoperti da attori, registi, spettatori inermi. Il risultato dell’esercizio è un’interessantissima metafora sul mestiere dell’artista. Sul potere della scrittura, che crea mondi e personaggi. E a volte, perfino, persone?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me

mercoledì 11 settembre 2019

Recensione [Strega 2019]: La straniera, di Claudia Durastanti

| La straniera, di Claudia Durastanti. La nave di Teseo, € 18, pp. 285 |

Hello, stranger. Erano queste le parole con cui i comprimari, negli episodi di Beverly Hills 90210 – cult degli anni Novanta da me conosciuto soltanto di sfuggita –, accoglievano ogni volta il ritorno in scena del compianto Luke Perry. Era il personaggio più sfuggente e avventuroso della serie, un vero rubacuori. Era il personaggio più amato dalle adolescenti. Sarà per questo che l’autrice, all’epoca liceale sospesa fra mondi e culture agli antipodi, è diventata una straniera: soprattutto agli occhi di sé stessa. Claudia Durastanti – finalista al premio Strega, giornalista, traduttrice: un curriculum lunghissimo, e all’anagrafe trent’anni o poco più – apre per noi le cerniere della sua valigia, sempre carica per un volo dell’ultimo minuto, e le porte di una casa di cui un po’ va fiera, un po’ si vergogna. Se in cerca delle proprie radici, meglio partire da dove tutto è iniziato: due genitori strampalati usciti da una commedia di Boris Vian, eternamente litigiosi ma d’accordo su un fatto fondamentale: comunque sia andata, si sono salvati la vita. La madre, cresciuta come una monella di strada, rimase sorda da piccola: la colpa fu presumibilmente di una meningite fulminante. Il padre, sordo sin dalla nascita, era un uomo bizzoso e bellissimo: un piantagrane irresponsabile che trascinava i figli a vedere i film vietati ai minori e, qualche volta, fingeva di rapirli per attirare invano le attenzioni della ex. 
Rifiutano tutt’oggi di imparare il linguaggio dei segni e preferiscono parlare a voce alta, compensando ai fraintendimenti con i gesti tipici del Sud.

Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altra, e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi e rilasciava particelle elementari nell’aria ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo: i miei genitori si sono incontrati per i riverberi simili a quelli di una foresta prima di un incendio, non perché era scritto; il loro futuro non era impresso nella filigrana di una Bibbia o di un vecchio oroscopo, era solo una vibrazione particolare nell’aria, un allarme invisibile che invitava alla sopravvivenza.

Fanno nascere la secondogenita a Brooklyn, ma presto la costringono alla ritirata in Basilicata: una regione poco conosciuta al pari del mio Molise – di grotte di tufo, trivelle instancabili, tramonti iniettati di sangue – con poche strade d’asfalto sbeccato e troppi campi incolti. Pregi e difetti, questi, di una famiglia allargata, scombinata, che abbina lunghe trasferte a un’esistenza per il resto modestissima; cantanti neomelodici da storpiare in italoamericano e tagliatelle al ragù; vignette di Topolino e manifesti della Beat Generation, da leggere di nascosto in soffitta dopo aver marinato di nuovo la scuola. Claudia ci racconta i suoi parenti, e allora incanta e diverte; i suoi viaggi innumerevoli – non soltanto quegli Stati Uniti sorprendentemente all’altezza del sogno americano, ma anche l’India e l’Inghilterra: con un’irrinunciabile attitudine punk e le cuffiette calcate nelle orecchie, l’autrice è interessata ai luoghi clou della controcultura, cimiteri, cinema d’essai, parchi di skater –; la fine lenta e amara della relazione con il ragazzo del liceo, i primi lavori da freelance, le avvertenze dell’oroscopo per i nati sotto il segno dei gemelli.  
Come ha vissuto il crollo delle Torri Gemelle, gli attentati dell’Isis, la Brexit e l’ascesa di Donald Trump un’eterna passeggera? Quali sono le letture, i film e le serie TV che l’hanno accompagnata? Quando alzare o abbassare la voce, perché mai impuntarsi, in una famiglia che faceva letteralmente orecchie da mercante davanti alle sue rimostranze?

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato.

Le risposte sono state pronunciate in confessione tutte d’un fiato e racchiuse qui, in un best-seller dall’irresistibile copertina rosso fuoco. Equilibrista provetta com’è – fra mondi diversi, vuoti e pieni, rumori e silenzi – la Durastanti brilla per una delle scritture più espressive e originali incontrate quest’anno. Quanto è straordinaria la sua prosa, quant’è potente: al punto che, ammirato, ho finito di leggere il romanzo in pochi giorni. Con il senno di poi, grosso errore. All’inizio autobiografia pittoresca nello stile della Più amata, da metà in poi assume toni più vicini alla saggistica – ho ripensato all’Invenzione occasionale; a Parla, mia paura. La narrazione si frantuma e s’assottiglia. Si sparpaglia. D’un tratto diventano troppe le citazioni, troppe le digressioni, troppe le riflessioni. I capitoli sembrano articoli giornalistici a sé. E il rischio corso è stato quello di distrarsi, di perdersi per sempre, in una prosa che ha il pregio e il difetto delle canzoni ben musicate: concentrati sulla bellezza della melodia, non si presta attenzione al messaggio finale. Il mio consiglio per non guastarselo è quello di non fare come me, ma di piluccarlo poco alla volta, di leggerlo pianissimo. Figlia di genitori sordi, Claudia Durastanti dev’essersi abituata sin dall’infanzia a usare le parole perfette anche per raggiungere loro. A padroneggiare i segreti delle figure retoriche e dell’ironia anche per conto di mamma e papà, che nella loro routine fuori sincrono purtroppo ignoravano metafore e battute salaci. Da bambina, costretta sul divano, la protagonista seguiva Sanremo soltanto per i testi. Poco più grande, invece, avrebbe conosciuto Bob Dylan prima sui libri e poi attraverso i dischi – il Nobel per la letteratura, quindi, non l’ha mai stupita.

Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, è un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli.

Tutt’altro che restia alla magia sguaiata del dialetto, abituata a parlare forte e chiaro per farsi comprendere, l'autrice cresce ben consapevole del potere della lingua e orgogliosissima nel profondo. Non è soltanto il frutto acerbo di un’infanzia a tinte dickensiane. Non è semplicemente la ragazza delle borse di studio, l’elemosinante delle graduatorie da far scorrere. La sua questione privata, in libreria, diventa il pretesto per un gioco circense di infinita bravura, anche se qui e lì i nodi dell’albero genealogico, i sentieri della mappa topografica e il punto della situazione si perdono di vista. Ma bugiarda inguaribile per sua stessa ammissione, Claudia forse voleva semplicemente accontentare la mamma – che preferisce le storie reali ai racconti di fantasia, e ingenuamente è portata a  prendere tutto per vero. Restarci straniera, per preparare, così, la prossima fuga lontano dalla normalità.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Iggy Pop – Passenger