giovedì 27 luglio 2023

Il sesso (Made in Italy), il sogno (Made in Italy), le serie TV (Made in Italy)

Zerocalcare torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo? Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della struggente Strappare lungo i bordi mi srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio. (6,5)


Un'adolescente cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good Mothers è una storia vera che racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben più del patinato Ti mangio il cuore. (7,5)

Avevo letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente, mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria. Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La vita bugiarda degli adulti è una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio – piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria. Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse, come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile lirismo. No, non è L'amica geniale. Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto. (7,5) 

Non era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione: con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro. Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi – sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta, televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)

Sullo sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani, diventa quella di una sexy Signora in giallo con il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere. Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet strizza l'occhio a Dickinson e The Great, ma la vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)

Chi non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura – dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no? Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope, ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica, Call My Agent è un tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris. (7)

sabato 22 luglio 2023

Recensione: Less a zonzo, di Andrew Sean Greer

Less a zonzo, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 20, pp. 280 |

L'ho portato con me su un aereo per la Sardegna. L'ho letto su una sedia rossa, in un camping un po' hippy in cui tutti giravano seminudi. Non poteva che essere questo il destino di Less, che mi ha seguito fedelmente anche in un tour per le isole della Maddalena: andarsene a zonzo. Tornato in libreria con un secondo capitolo non necessario ma comunque godibile, il vincitore del Pulitzer ha ritrovato l'amore: non radici solide. Sorprendentemente temerario, lo scrittore omosessuale di Andrew Sean Greer abbandona il caratteristico completo blu e si fa crescere i baffi a manubrio. Guida un camper, ha un carlino al seguito, si mimetizza discretamente: lui che è sempre fuori fuoco, lui che anche a cinquant'anni suonati non smette di inseguire invano gioventù e bellezza. Questa volta, indebitato fino al collo, cerca di salvare casa e famiglia in un viaggio su ruote che lo porterà fino alle origini, in Delaware. Nel mezzo ci sono: un premio letterario da decretare, un'intervista a un capriccioso autore fantasy, un adattamento in chiave musical finanziato da un misterioso benefattore. E, soprattutto, l'ombra di un padre truffatore a cui il nostro eroe somiglia ogni giorno di più.

Vai a perderti da qualche parte, ti fa sempre bene.

Lo si comprende sin dall'incipit, ambientato al funerale di Robert, lo storico ex che per anni ha rappresentato il baricentro del protagonista: dovrà fare i conti con tutti gli uomini della sua vita. Da alcuni ha preso in prestito ambizioni, riti, nevrosi; da altri la sindrome di abbandono. E poi c'è Freddie, il compagno ritrovato nonché il narratore dell'intera vicenda, che gli giura amore al telefono ma è in cerca, intanto, della propria voce. C'è aria di crisi. La stessa crisi coinvolte anche gli Stati Uniti. Me Less, per fortuna, non è a disagio nel caos. Inetto memorabile nel suo candore, ape tardiva tormentata dai rimpianti, il protagonista si conferma un grande padrone di casa con i suoi modi alla Charlot. Poco importa se, a questo giro, le tappe sono meno accattivanti o i capitoli più lunghi. Strampalato eppure profondamente crepuscolare, il romanzo diverte fino alle risate: vedasi l'equivoco finale, o le interazioni del protagonista in un goffo tedesco (che sembra, in traduzione, sardo). Ma scorre vita vera, vita piena, soprattutto nelle preziose riflessioni esistenziali tra una tappa e l'altra. In attesa del perdono, o di un uragano: l'unico in grado di spazzare via traumi infantili e adolescenze mai vissute?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Zac Brown Band - From Now On

sabato 15 luglio 2023

Recensione: Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel

| Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 19, pp. 377 |

Fa' diventare bello il lato selvaggio. È la richiesta che la nonna fa alla protagonista, mentre le insegna i segreti dell'uncinetto e, attraverso quest'ultimi, la vita stessa. Per bocca di una narratrice esperta, i traumi e le violenze possono essere addomesticati e prontamente trasformati in fiabe. Arch imparerà a cucire e a imbastire straordinarie bugie: non a vivere. Nata e cresciuta nell'Ohio più rurale, erede di streghe lontane e figlia di tossicodipendenti irredenti, ha usato il potere delle storie per costruire un mondo migliore per sé e la sorella gemella Daffy. Identiche nell'aspetto, hanno sempre fatto tutto di pari passo: disegnare torte sui pavimenti, rasarsi i capelli, farsi scudo contro la violenza degli uomini. Insieme hanno preso anche a farsi di eroina, per cercare di sconfiggere all'unisono il mostro della dipendenza. Sognavano una casa dalle tende gialle, ambivano a un futuro promettente, finché l'abisso dell'annientamento non le ha ghermite. Arch e Daffy hanno fallito perfino nel prendersi cura di un gattino nero; non sono state l'eccezione alla regola.

La nostra prima colpa è stata credere che non saremmo mai morte. La seconda, credere che fossimo vive.

Questo romanzo racconta di una maledizione senza scampo. E di un serial killer che, come un novello Jack Lo Squartatore, prende a colpire indisturbato donne ai margini. Sin dall'inizio sappiamo che Arch è stata una delle sue vittime. Ammazzata, invendicata, insepolta, racconta dall'aldilà una saga familiare tutta al femminile e le tappe di un'indagine poliziesca disperata, che si muove tra aspiranti politici e spaventosi clienti vestiti da clown. C'è il sesso - un sesso scoperto prestissimo, a forza, pagato con un Happy Meal. Ci sono temuti trafficanti, i cui tatuaggi rivelano una sensibilità sconosciuta, e donne dalla pelle bollente che scavano in cerca di punte di freccia con cui contrattaccare. E poi c'è Tiffany McDaniel, con tutto il suo sconvolgente talento, con tutte le sue immagini indelebili, che torna a farsi venerare e temere dopo L'estate che sciolse ogni cosa.

Il problema coi mostri è che a volte, per sconfiggerli, devi avvicinarti abbastanza da mettere a repentaglio la tua stessa anima. Ma per mia sorella ero disposta a tutto: anche ad arrivare così vicino a Satana da sentire battere il suo cuore.

Sono passati due anni dalla lettura di quel romanzo. Ne passeranno altrettanti prima di cimentarmi con altro di suo. Come ci si riprende? Quando? Ancora una volta ha scritto una storia incantevole e scioccante che ha il sapore ferroso delle verità. Un sogno vorticoso, a tinte forti, in cui la scrittura è polvere di fata cosparsa sui bordi dell'abisso. Sul lato selvaggio è un horror asfissiante sul miraggio della sobrietà, dove l'autrice americana getta luce e miele sulle cronaca nera, mescolando i toni trasognati di Amabili resti e i deliri fluo di Euphoria. Estremo, ci bracca fino al colpo di scena della pagina conclusiva. Le eroine di Tiffany si fanno di eroina. Passano dell'ago da cucito a quello ipodermico, perché la droga è un altro dei metodi per anestetizzare i propri demoni interiori. Si bucano, ma per non bucare il velo che ammanta la realtà e, dunque, ne ammorbidisce i contorni. Ora galleggiano, rigide, nei fiumi. Ma, a braccia spalancate, pallide e biondissime, sembrano angeli in volo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Labrinth – All for Us

giovedì 6 luglio 2023

Recensione: Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti

| Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti. Mondadori, € 20, pp. 367 |

In estate ho guadagnato centimetri in altezza. Ho iniziato a preferire i boxer in spiaggia, imbarazzato dalla prima peluria. Mi sono innamorato. L'estate resta il tempo in cui si cresce. Ho iniziato a odiarla, forse, da quando ho smesso. Cristallizzato in questa anonima forma adulta, ho preso a lamentarmi soltanto dei difetti dell'afa in città. Ma le cose belle succedono nella bella stagione. E, da ragazzino, non ho fatto eccezione neanch'io. Dai miei nonni leggevo Harry Potter sui gradini e mi sentivo già grande. Ma sotto il sole della controra bramavo poi di sentirmi piccolo, piccolissimo, appresso agli altri bambini del circondario: randagi che sarebbero andati via come me, a settembre, e di cui non avrei avuto più notizie. Recentemente ho chiesto di loro a mio fratello – il solo testimone di quei giorni lontani, a parte me – per sincerarmi che non fossero tutti parte di un lungo sogno. A mettere in moto questa eccezionale macchina del tempo fatta di ricordi e disincanto, curiosità e nostalgia, è stato l'ultimo romanzo di Lavinia Petti: amatissima sin dall'esordio, mi ha sempre portato lontano. Questa volta, invece, mi ha portato vicino: più vicino a me stesso.

Ho fatto sogni che mi sono sembrati più veri dell'estate dei miei dodici anni.

Sono tornato ad avere dodici anni in un paesello della Campania e a credermi il re di una tribù selvaggia. Ho corso a perdifiato, costruito un fortino, origliato i segreti degli adulti. Ho sperato, invano, di non diventare uguale a loro. Questo romanzo è per i fan di Ferrante e King. Per tutti coloro che hanno barattato un bosco per un giardino di cemento, e ne stanno ancora smaltendo il trauma. Abbarbicato in cima a una collina, il Paradisiello ha leggi tutte sue e le cicatrici profonde della Seconda guerra mondiale. Siamo negli anni Sessata. Elia fa le scuole medie, ha appena perduto la sorellina, è attratto dai brividi freddi di Edgar Allan Poe e Ai confini della realtà. I suoi nuovi amici lo chiamano il “poeta”. Cova in sé un gusto per il macabro che li seduce tutti e ha un occhio attentissimo con cui rimesta a piacimento fra le violenze, i peccati e gli amori degli altri condomini. Nell'affidarlo alle cure della zia Giovanna, il padre gli ha promesso che vivrà l'estate più incredibile della sua vita. Lavinia Petti tiene fede alla parola del genitore. Dove nascono le ombre ama scorrazzare nei venti ettari di un rigoglioso giardino condominiale, di cui tuttavia è severamente vietato cogliere i frutti, e spingersi oltre i confini di un bosco grande quanto l'oceano. Si mormora che laggiù, vent'anni prima, sia sparito il giovane Nino Basile: fu opera del diavolo? I protagonisti, per ammazzare il tempo, cercano risposte fra gli alberi. Ma il loro gioco, oltre a scomodare una tragica verità, li porterà allo scontro con la generazione precedente e, soprattutto, a perdere l'innocenza primigenia. Gli adulti sono guasti. È possibile ingannare le lancette dell'orologio e restare bambini? Niente dura per sempre. Amaramente, ce lo ricordano l'autrice partenopea e la sua inconfondibile voce da cantastorie.

È a questo che servono le storie, poeta? A ricordare le cose dimenticate? A cercare quelle perdute? Ad aggiustare quelle rotte?

Il suo terzo romanzo è una fiaba nerissima di boschi senzienti e cani famelici, in cui la cosa più spaventosa resta l'inevitabile: il divenire. C'è da avere paura degli uomini in giacca e cravatta, non di quelli che portano maschere di cervo. C'è da sperare che la natura sopravviva ai venti della civilizzazione, e che ci sopravviva. Sorretta da una morale ecologista sorprendentemente attuale, la lettura avrebbe incantato il Michele bambino che nel silenzio di una casa addormentata, in mutande e canottiera, era solito divorare romanzi di formazione e gialli. Oggi, invece, ha finito per commuovere un adulto diventato tale senza nemmeno accorgersene: uno che ha perso e si è perso, che ha giurato e poi se l'è rimangiato, che ha preferito il grigiore di Londra alle fate dell'Isola che non c'è. Lavinia Petti ci ricorda che ogni storia di fantasmi è una storia d'amore. E che alcune ombre vanno custodite e coltivate, coccolate, perché temono la solitudine. C'è vita nell'oscurità di certi tunnel; ha vita il buio. Onoriamolo. Ciò che non si dimentica non muore mai.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Aranciata

giovedì 29 giugno 2023

Recensione: Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, di Gabrielle Zevin

| Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, di Gabrielle Zevin. Nord, € 19, pp. 440 |

Lui, per metà coreano, è un secchione occhialuto con un inseparabile bastone da passeggio: da bambino, nell'incidente stradale che uccise la madre a Mulholland Drive, si ruppe il piede in ventisei punti. Lei, secondogenita di una facoltosa famiglia ebrea, è una giovane donna che ha imparato presto a scendere a compromessi per farsi strada in un mondo di soli uomini. I due si conoscono da bambini, nella sala giochi di un ospedale. Diventeranno inseparabili. Sembra l'inizio di una commedia romantica di quelle che piacciono a me, colte e ciarliere, ma Sam e Sally non si scambieranno mai neppure un bacio. Per questo, forse, la loro non è una grande fiaba d'amore? Il nuovo romanzo di Gabrielle Zevin – popolarissimo, a giusta ragione, sui social – è in realtà molto di più. È la storia di un lungo sodalizio creativo. È un'ode spassionata alla libertà degli anni Novanta e alla ricchezza del multiculturalismo. È una vicenda di profonda devozione. I protagonisti, messi alla prova dalla vita vera, si costruiscono mondi di fantasia su misura: progettano videogiochi.

Falle capire che ci sei. E, se puoi, portale un biscotto, un libro, un film. L'amicizia è un po' come avere un Tamagotchi.

Da semplice hobby, la loro passione diventerà un mestiere che li porterà fino a Los Angeles. E Ishigo, quel primo esperimento ispirato alle xilografie di Hokusai e ai poemi omerici, sarà un trampolino di lancio verso il sogno americano. Quando le cose si metteranno male – troppo narcisista Sam, troppo pretenziosa Sally –, stempererà i malumori Marx: migliore amico e produttore inizialmente nell'ombra, finirà per diventare il vostro personaggio del cuore; un po' come Ettore, l'eroe dell'Iliade che ama citare alla stregua di un mentore. Paragonato a Una vita come tante, Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow regala ai suoi protagonisti più gioie che dolori, ma similmente riesce a catturare il tempo che scorre, i rapporti che mutano, il mondo che si evolve. Forgiati dai loro traumi, Sam e Sally si stimolano, supportano e aiutano per custodire il senso di meraviglia che ha guidato i loro primi passi. L'America, nel frattempo, diventerà sì più inclusiva, ma anche più folle; perderà il senso dell'umorismo e si perderà nel politicamente corretto; prometterà e, infine, si negherà. Vittima di un infondato pregiudizio da bontemponi, tacciati di essere ricettacolo di violenza e alienazione generazionale, i videogiochi si fanno in questa lettura antidoto contro la solitudine.

Tu non morirai mai. E, anche se fosse, mi basterebbe ricominciare un'altra partita.

I matrimoni omosessuali? Saranno contemplati, ad esempio, prima in un gioco nello stile di The Sims che nella Costituzione. Non lasciatevi ingannare dai toni brillantissimi, dalla copertina colorata, dall'eccezionale accoglienza online. L'autrice cita nel titolo un celebre monologo di Shakespeare e, con dolce amarezza, ragiona di eterni ritorni e del controllo illusorio offerto dalle console. Nella vita vera non possiamo ripristinare ciò che non va, resettare gli errori. Senza la possibilità di indossare i panni di un invincibile alter-ego, i limiti fisici sono destinati a rimanere tali e delle tragedie, indelebili, non è possibile fare un reset. Nei videogiochi nulla è mai per sempre, nemmeno la fine. Fuori, al contrario l'imprevedibilità dell'amore e l'irreparabilità della morte rendono ogni attimo una sfida. Ma, con un po' di coraggio, si può essere eroi. Anche senza joystick, anche senza check-point. Almeno per oggi. Domani, poi, chissà.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mika – Stardust

lunedì 19 giugno 2023

Recensione: Resta con me, sorella, di Emanuela Canepa

| Resta con me, sorella, di Emanuela Canepa. Einaudi, € 19, pp. 408 |

In maniera superba ha raccontato gli ambigui giochi di potere tra un avvocato e una sottoposta. È tornata, poi, con una storia per me meno incisiva, sui non detti tra donne. Questa volta, più elegante e matura, si cimenta con il romanzo storico – genere di cui non sono un fan – senza snaturarsi. Femminile, femminista, Resta con me, sorella è una storia di autoaffermazione e riscatto ambientata nel Veneto del primo dopoguerra. Emanuela Canepa porta fin laggiù la sua scrittura scabra, chirurgica, e un'altra primadonna controcorrente. Anita ha lo stesso nome della sposa di Garibaldi e un destino all'apparenza segnato. Sacrificatasi per il bene della famiglia, sconta nove mesi di prigionia per una colpa non sua. Nessuno indaga più approfonditamente, nessuno si oppone: essere donna, insegnano, è sacrificio. Abituata a stare ai margini sin dalla morte del padre, la protagonista trova considerazione e amicizie nel carcere della Giudecca. Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, oscura e claustrofobica, le prigioniere si confondono con le carceriere: dietro le sbarre hanno divise simili e lo stesso destino. È la luce plumbea del carcere, però, a regalare le pagine più ispirate all'autrice – ho pensato a Margaret Atwood – e un riflettore ad Anita. Abile con i numeri, diventa presto la responsabile dei rendiconti e attira l'attenzione di Noemi: prigioniera sui generis, enigmatica e imperiosa, che domina stoffe ed esseri umani con sorprendente flessibilità.

Capita che il tessuto voglia mettersi contro di te, che l'ago rifiuti di forare la stoffa. Ma poi, a forza di spingere da una parte all'altra, si trova il ritmo e la pezza diventa come una cosa tua, viva e docile, che ti appartiene e ti ubbidisce.

Nemiche-amiche come nella saga di Ferrante, si fanno una promessa: aspettarsi per aprire insieme un atelier. Le cose, tanto a livello narrativo quanto a livello tematico, cambiano nella seconda metà. Quando si passa dal silenzio delle celle al chiacchiericcio della città, dalle feritoie della Giudecca allo stordimento sensoriale di Venezia, qualcosa si perde: la forza d'animo della protagonista, ad esempio, che fra uomini e riunioni familiari rischia di smarrirsi nei labirinti sommersi della laguna. Bisogna essere cauti coi sogni e con l'amore. A un inizio tesissimo segue uno svolgimento più dilatato nei tempi, in cui pesano l'assenza di Noemi e qualche chiacchiera salottiera di troppo. Se la storia delle due minaccia di subire una battuta d'arresto, a irrompere e affascinare è la Storia con la lettera maiuscola: presso i Berlendis, la famiglia dove Anita finirà per lavorare come domestica, si nominano con entusiasmo le provocazione dei futuristi, gli scandali di Sibilla Aleramo, l'arrivo del Milite Ignoto, le contraddizioni di una Venezia da traghettare verso il futuro. Quali erano le possibilità di riscatto al tempo delle nostre bisnonne? Tra le difficoltà grandi e piccole del quotidiano, nel bel mezzo dell'aridità del mondo, i sogni riuscivano forse a superare i confini della notte?

La conoscenza ti renderà libera, Anita. Non farti sopraffare dal mondo. Io so che puoi moltissimo.

A momenti alterni, l'autrice ci spinge ad appoggiare e biasimare le sue protagoniste. Perfino gli obiettivi della scostante Noemi si fanno confusi nel finale: la carcerata ottiene sempre quello che vuole, ma cos'è che vuole? Canepa non romanticizza il passato. E non scrive – non può – un lieto fine netto per Anita, Noemi, Clelia, Luisa e le altre. Regala loro, tuttavia, una bellissima ora d'aria, profumata di arance e pensieri vaghissimi di vendette trasversali, in cui la libertà è uno stato mentale. Dalla Giudecca si sente il mare che gorgoglia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Una poesia anche per te

venerdì 16 giugno 2023

Ritorni d'autore: The Whale | Beau ha paura | Decision to Leave | Empire of Light | Close

Quello di Aronofsky è un cinema di corpi. Il wrestler Rourke spingeva il suo alle corde del ring; la ballerina Portman lo levigava alla ricerca ossessiva della perfezione. Fraser, vedovo gravemente obeso, ha trasformato la propria carne in prigione. Impegnato in una trasformazione indimenticabile, l'attore canadese recita con gli occhi e con quel corpo pantagruelico, sporco per tutto il tempo di muco, lacrime, cibo, sperma. Lo ha martoriato e martirizzato. Ma, al contempo, ha nutrito una commovente fede verso il prossimo. C'è davvero bontà nell'adolescente Sadie Sink? Hong Chau è un'infermiera amorevole o una carceriera? Ty Simpkins è mosso da afflato evangelico, oppure da altro? Hanno tutti luci e ombre. E Aronofsky li inchioda tutti al centro di un terrificante 4:3. Tutti in cerca di Moby Dick, tutti vittima delle loro vite passate, si lasceranno alle spalle la terraferma. E torneranno, finalmente, a vedere il mare. Solido, compatto, precisissimo, The Whale brilla per una scrittura teatrale inappuntabile e, generoso, contiene a fatica la silhouette di Charlie, così come gli strepiti di rabbia e nostalgia di un cast splendidamente assortito. Su tutti, come un Cristo amorevole, incombe l'adorato Fraser: vincitore dell'Oscar, ci regala un disperato canto del cigno. E una lezione su come amare gli altri pur odiando, fino alla morte, sé stessi. (8)

Beau ha paura. Prima della visione, ne avevo anch'io. Accolto tra applausi e pernacchie, il terzo film di Ari Aster (anzi, la terza fatica) è un'odissea psicologica che divide. Cinematografico eppure profondamente letterario, ha le nevrosi di Roth, gli atti mancati di Svevo, le metamorfosi di Kafka: il tutto messo in scena su una struttura fiabesca degna di Collodi. La visione, tappa dopo tappa, mostra il classico viaggio dell'eroe. Nello spasimato epilogo diventerà un uomo vero? Caotico, ma diviso in atti ben distinguibili, il film si apre come una distopia ambientata in un quartiere da poco riqualificato; si sposta poi in un salotto da sitcom americana, con due pimpanti coniugi pronti ad adottare il protagonista; sfocia nel teatro dell'assurdo e, all'ultimo, nell'horror psicologico, con tanto di mostro da sconfiggere. Si ride. Ci si sorprende. Si sbuffa. Sorpresi e sgomenti, proprio come questo Phoenix perennemente imbambolato, si vive la visione come un'avventura nell'avventura. Noi siamo nella testa di Beau. Ma Beau è nella testa di sua madre – una LuPone da Oscar. Si dice che i registi girino sempre il medesimo film. Questo Aster, lontano dai confini sicuri (be', si fa per dire) dell'horror, riprende i temi di Hereditary e li getta in un'autobiografia che, in contrasto con l'insostenibile pesantezza dell'essere, non poteva che farsi commedia nera. Non è troppo presto per autocitarsi? Il regista newyorkese avrà già finito le idee? Mi godo lo spettacolo; mi tengo il dubbio. Beau ha paura è una cosa divertente che non vedrò mai più. (7+)

Lui è un detective tutto d'un pezzo, a cui la ricerca della giustizia ruba finanche il sonno. Lei, cinese in Corea, è la principale sospettata dell'omicidio del marito. Questa è la storia di un'ossessione amorosa. Vietato, però, aspettarsi un torbido thriller erotico. Sontuoso nella messa in scena, a modo suo romanticissimo, l'ultimo Park Chan Wook è una schermaglia sentimentale illuminata da sprazzi impensati d'umorismo e da colori finora inediti al regista della Trilogia della Vendetta. A metà tra Insonnia d'amore e Vertigo, oscilla tra romcom e noir, mare e montagna, tenerezza e manipolazione. A tratti classico come un melodramma d'altri tempi, a tratti modernissimo per via del continuo ricorso alla tecnologia per superare la barriera linguistica tra i protagonisti, ammalia attraverso la cronaca di una dolce ossessione. La regia è di uno splendore indescrivibile, così come splendidi sono questi amanti al centro di un continuo flirtare; di un continuo inseguirsi. Ma l'intreccio, fragile e diluito, somiglia a quello di un racconto poliziesco che risulta stare un po' largo in una trasposizione cinematografica di oltre due ore. Restano le suggestioni del grande cinema festivaliero. E gli indizi, sparsi, del più infido tra i casi irrisolti: l'amore. (7)

In un piccolo cinema della costa inglese si intrecciano gli amori, i tradimenti e le tragedie dei dipendenti. Anche Sam Mendes, dopo il collega Spielberg, parla della magia della sala. Ma questa volta i riflettori non sono puntati su Hollywood, bensì sulle sale cinematografiche: qui rifugi per cuori spezzati e anime in pena. Nonostante lo spazio dedicato a figuranti d'eccezione, la protagonista è la fragile e timida bigliettaia che non ha mai il coraggio di irrompere in sala e godersi lo spettacolo. Affetta da una grave depressione, trova conforto nei colori caldi della bellissima fotografia di Roger Deakins e tra le braccia dell'ultimo arrivato: nero, giovane, pieno di vita. Accolto negativamente dalla critica, Empire of Light ha una dimensione corale mai realmente approfondita e troppa carne al fuoco. Ingenuo e sfilacciato, mostra il fianco alle critiche peggiori soprattutto nel finale: anzi, nei finali. Troppi, e didascalici. Ma mentirei se dicessi di non avergli voluto bene, vinto dalla gentilezza dei suoi protagonisti e dall'ennesima grande interpretazione di Olivia Colman. Il regista, lo stesso delle coppie scoppiate e delle battaglie in piano sequenza, torna e spiazza. Per i più, delude. Ma ci regala una coccola inaspettata, di buoni sentimenti e con vista mare. (7)

Leo e Remy sono inseparabili. Vanno a scuola in bicicletta, giovano a inseguirsi, dormono appaiati come due lenti a contatto e, sulla soglia dell'adolescenza, scelgono lo stesso liceo. Con una risatina, una compagna di classe domanda loro: “State insieme?”. Ne nasce un dramma dall'intensità straziante, che ha ridotto le sale a un silenzio tesissimo. Piangevamo tutti. Per la dolcezza disarmante della prima parte e per il dolore della seconda. Tormentati e pensierosi, infatti, i piccoli protagonisti si struggono nell'ombra della malizia sorta all'improvviso tra loro. Crescono, ma con il rischio di perdersi. A dispetto del titolo, questa è una storia di allontanamento. E quei bellissimi campi fioriti percorsi non più di pari passo, ma da soli, commuovo perfino più dell'inevitabile risvolto tragico in agguato. Cosa implica crescere? Cosa significa, ieri come oggi, essere uomini? Il secondo film di Lukas Dohnt, reduce dai fasti di Girl, è una tragedia sulle parole non dette e su quelle di troppo. Una riflessione sulla sessualità e sul dolore negati, in cui, nell'era della mascolinità tossica e nell'età acerba delle prime consapevolezze, è più lecito piangere per un braccio rotto che per un cuore spezzato. (8)