giovedì 18 novembre 2021

Recensione: Mexican Gothic, di Silvia Moreno-Garcia

Mexican Gothic, di Silvia Moreno-Garcia. Mondadori, € 18, pp. 320 |

I tappeti di foglie secche, le nebbie del primo mattino e le suggestioni di un Halloween da poco trascorso mi hanno spinto tra le pagine di Silvia Moreno-Garcia. Il suo romanzo d'esordio, in pendant con la stagione autunnale, era un richiamo irrinunciabile. Attesissimo dagli appassionati del genere, chiacchierato in lungo e in largo sui social, Mexican Gothic è un tunnel degli orrori che ho percorso all'oscuro dei pericoli in agguato. Il titolo è un biglietto da visita. Ambientata in America Latina, la ghost story unisce il fascino del genere horror all'esotismo di un'ambientazione insolita: il tutto è poi arricchito dall'eleganza degli anni Cinquanta, che rimandano naturalmente ai classici del cinema e ai fasti del divismo hollywoodiano. Avvenente come un'attrice, Noemí non è la tipica damigella ingenua: sfrontata, irriverente e modernissima, studia antropologia e semina dappertutto cuori infranti. Messa in allarme dalle lettere deliranti della cugina – vittima di una febbre alta, o forse di un maleficio –, la protagonista raggiunge la parente nella residenza del marito: High Place. La casa, grande e decadente, appartiene a una famiglia inglese: dopo essersi arricchiti con le miniere d'argento, i Doyle non hanno mai abbandonato il Messico. Cosa li trattiene lì? Descritta come un organismo senziente, la residenza è una gabbia dorata con qualcosa di marcio nascosto sotto la carta da parati. Come spiegare altrimenti le inquietanti perversioni degli abitanti? Mentre il patriarca infermo detta legge dalle proprie stanze, il mefistofelico Virgil e sua cugina Florence gestiscono gli ospiti con il pugno di ferro. Unico punto di riferimento per Noemí: Francis, un giovane malinconico che raccoglie funghi nei cimiteri e coltiva un frustrante desiderio di fuga.

I muri mi parlano. Mi raccontano segreti. Tu non ascoltarli, copriti le orecchie con le mani. Ci sono i fantasmi. Sono reali. Prima o poi li vedrai.

Per un bel po' Mexican Gothic segue le tappe di un copione noto: a metà tra Rebecca e Crimson Peak, si muove sinuosamente tra gli archetipi dell'immaginario gotico e semina lì indizi, simboli. Qual è il nesso tra l'uroboro, il serpente che si morde la cosa, e il lignaggio dei Doyle? Come mai le tante conversazioni scomode a proposito dell'eugenetica? Costellato di incubi, flashback e dialoghi rivelatori, il romanzo intriga grazie allo sfrenato citazionismo della prima parte – complice lo stile ammaliante dell'autrice – e delude infine nella seconda, destinata a gettare le basi di una mitologia familiare non troppo solida. Non soltanto le risposte ai misteri di Moreno-Garcia appaiono precipitose, ma la narrazione si fa ripetitiva e prolissa: lo si nota soprattutto nelle sequenze d'azione conclusive, gestiste senza grinta. Già destinato a diventare una serie TV, il romanzo delude nella resa del worldbuilding – appassiona più come omaggio, infatti, che come storia originale – ma brilla per l'attenzione cinematografica ai dettagli, tanto nelle efferatezze quanto negli accessori alla moda di Noemí. Glamour e turpe, l'autrice sguazza divertita nelle sale da ballo e negli incesti, nel barocco e nel cannibalismo. Ma il suo fortunatissimo esordio è una variazione sul tema con un evidente fraintendimento alla base: è ambientato in Messico, ma i suoi peggiori fantasmi provengono dall'Inghilterra. Né abbastanza latino, né abbastanza britannico, il gotico expat cerca in maniera incerta casa e radici. Vuoi unirti alla sua famiglia?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Builders and the Butchers – Spanish Death Song

lunedì 8 novembre 2021

Recensione: La felicità del lupo, di Paolo Cognetti


| La felicità del lupo, di Paolo Cognetti. Einaudi, € 18, pp. 152 |

Come il Fuji nelle vedute dell'artista giapponese Hokusai, il Monte Rosa è ovunque i protagonisti sollevino lo sguardo. Gigante placido e silente, fa da sfondo a quadretti domestici capaci di pacificare mente e cuore; a storie di vita vissuta che hanno un mastice comune, ossia il desiderio di ricominciare. Ha ricominciato anche Paolo Cognetti, autore bravissimo che dopo aver raccontato Milano e New York ha trovato sé stesso ad alta quota: le Alpi gli hanno portato fortuna. Reduce dal successo di Le otto montagne, torna sulla scena del suo nuovo grande amore con un romanzo meno indimenticabile del precedente, ma incantevole nella sua semplicità. In quel di Fontana Fredda c'è chi chi viene e c'è chi va. Si succedono le genti e le stagioni, dall'inverno all'estate. E c'è chi torna soprattutto: come quei lupi che seminano dappertutto tracce di un'irrequietezza contagiosa. Ai lupi somigliano anche i protagonisti: malinconici forestieri che si reinventano seguendo i bollettini meteorologici, la vocazione, la vocazione degli altri.

Silvia rise. E di cosa sa gennaio? Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracoli.

Fausto, alter-ego di Cognetti, è uno scrittore di città cresciuto col mito di Jack London: non potendolo equiparare nella scrittura, ne imita allora la vita avventurosa. Si trasferisce in montagna, si improvvisa cuoco, mette radici. Silvia, girovaga sulla soglia dei trent'anni, migra da un impiego all'altro e sogna di vivere su un ghiacciaio: cameriera, va a letto con Fausto in cerca di calore. Si annusano: lui sa di luglio, lei di gennaio. E poi c'è Babette, ristoratrice a capo di una magica locanda che somiglia un po' a una comune hippy. Cosa la lega a un ex guardia forestale col vizio del bere? Cosa a quelle cime? Cuore della narrazione è il locale in cui tutti si incontrano, in una mescolanza di lingue e vicissitudini: c'è un menu fisso a dieci euro, vino rosso e polenta a volontà, rare variazioni dello chef. Rifugio fisico e metaforico, è tappa fissa prima di macinare chilometri: direzione il cielo. Qualche volta la vita vera costringerà tutti a scendere a bassa quota. E qualche volta metterà paure, tra valanghe, morti accidentali e sparizioni: a dispetto della bellezza incontaminata del luogo, infatti, i pericoli della vita selvaggia sono sempre in agguato.

E così eccoti qui, pensò. Be', ben arrivato. C'è chi parte e c'è chi torna, no? C'è chi crepa, c'è chi scopa e c'è chi va a caccia. Il mondo è di chi se lo prende.

All'altezza delle aspettative, Cognetti coglie infinite sfumature nel bianco della neve e scappatoie dal gelo dell'anima. Non filosofeggia mai, non ricerca simboli o metafore: nella sua asciuttezza c'è tutta la grazia di chi ha imparato a stare al mondo. I nomi delle strade formano una ballata sulla bocca dei gattisti. Le pietre ammonticchiate dai passanti sono un piccolo tempio votivo alla forza di volontà. Le cucine, invece, l'ultimo avamposto dell'umanità. Quanto calore può esserci in un romanzo dalle temperature sotto zero? È possibile trasferirsi tra le sue pagine? Resto un tipo da mare, un topo di città. Ma La felicità del lupo ti spinge a restare un altro po' sotto le coperte, anche se fuori è un giorno lavorativo; a sognare di cambiare vita. Le parole di Paolo Cognetti sono primavera anticipata: fermatevi qui a svernare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Matthew Perryman Jones – Land of the Living

giovedì 4 novembre 2021

Halloween passa, la paura resta: A Quiet Place 2 | Old | Malignant | A Classic Horror Story | Relic | The Night House

Benché lontano dallo stupore del film introduttivo, il secondo capitolo di A Quiet Place è un sequel senza sorprese ma comunque all'altezza. Con un tassello in meno, la famiglia Abbott fugge in punta di piedi dai mostri che tengono in scacco la civiltà. Questa volta sognano di conoscere i superstiti al di là del mare. Nel frattempo si imbattono in Cillian Murphy, degna spalla della mamma coraggio Emily Blunt. Ma ad avere la meglio sugli adulti sono l'astro nascente Noah Jupe e una coraggiosa Millicent Simmonds, realmente non udente. La trama? Poco risolutiva, sembra l'episodio centrale di una serie TV. Non amplia i confini di quel mondo, non propone un finale chiarificatore: soltanto il flashback in apertura, magnificamente diretto, aggiunge qualcosa a una tipica storia di corse, nascondigli, sobbalzi. Tutti i meriti spettano al buon gusto di John Krasinski. Mentre l'esordio era piccino, più indie e per questo più interessante, questo sembra un survival alla Spielberg. I dettagli disseminati durante la visione, insieme alla raffinatezza da Oscar di raccordi visivi e sonori, ne fanno un seguito non indispensabile ai fini narrativi ma una gran bella opera seconda. (7)

Tre famiglie in villeggiatura vengono indirizzate su una spiaggetta ignota ai più. Ben presto i protagonisti si imbattono in una scoperta sconcertante: laggiù le cellule invecchiano rapidamente. La psicosi collettiva è dietro l'angolo, insieme al pensiero di una macchinazione. Perché sono lì? Chi li ha radunati? Survival horror dallo spunto singolare, il film brilla per le atmosfere iniziali alla Christie, un casting sorprendentemente mirato – soprattutto per trovare rimpiazzi per gli interpreti più giovani – e per un'esagerata sospensione dell'incredulità. I personaggi si muovono come in un reality show. E allo stesso modo alternano confessioni a cuore aperto a svolte indicibilmente trash: nemmeno al Grande Fratello, però, estrarrebbero un tumore con un coltellino a scatto. Partito sotto i migliori auspici, l'ultimo Shyamalan mette in scena la vita e la morte, ma imbarca rovinosamente acqua a causa di uno sviluppo non sempre all'altezza e di un colpo di scena risibile. Dispiace, perché la macchina da presa del regista, stordente e vorticosa, è un meccanismo ben più oleato degli orologi di Old o della sua sceneggiatura pasticciata. (5,5)

In fuga dal terzo capitolo di The Conjuring e atteso al varco con il sequel di Aquaman, James Wan si è ritagliato uno spazio tra un blockbuster e l'altro per questo thriller soprannaturale: più piccolo rispetto ai tasselli delle sue saghe danarose, violentissimo e fieramente vecchio stile. Per una volta non ci sono sobbalzi, ma sangue a fiumi e colpi di scena collaudati. Peccato che Annabelle Wallis, non sempre all'altezza, e comprimari dall'ironia fuori luogo minino parzialmente al risultato. Può lo sprezzo del ridicolo rendere un film efficace? Così parrebbe. Sulle note di Where is my mind, Malignant prende avvio in un ospedale psichiatrico. E si sposta poi ai giorni nostri, nella routine di una protagonista al centro di visioni terrificanti. Un rapporto telepatico la unisce al serial killer di turno: capelli lunghi, trench, viso mostruoso e mosse da film di arti marziali. Un po' Dario Argento, un po' Brian De Palma, Malignant esagera senz'altro con lo splatter, gli effetti speciali e le assurdità. Ma l'appeal anni Ottanta e la solita regia di Wan, autore di razza anche alle prese coi peggiori cliché, divertono da morire. Tra urla insopportabili, piogge perenni, archivi abbandonati e trofei affilati – con tanto di omaggio al primo capitolo di Harry Potter. (7)

Il titolo mette subito le cose in chiaro. Prendete, perciò, il solito gruppetto variegato. Aggiungete un incidente. Dal nulla, fate sbucare una casa nel bosco. L'horror sanguinoso e leggero, immancabile nelle serate con gli amici, è servito. Ma niente è come sembra. Serve coraggio a dedicarsi al cinema di genere in Italia. Non troppo implicitamente, Roberto De Feo ce lo lascia intuire dopo i titoli di coda. Dopo The Nest, il regista torna al genere e lo omaggia, lo scompone, lo destruttura. Piacevole e divertito, può contare su un buon cast – la protagonista è Matilda Lutz – e sul colpo di scena del finale: chiacchierato sul web, per me non è abbastanza appagante da giustificare le citazioni sparse. Peccato. Perché c'è una riflessione sul fare cinema che brilla per ironia e acidità. Ma la sensazione è che oltre i cottage di Evil Dead, le sirene di Silent Hill, le soffitte di Hereditary, le tavolate di Midsommar e i fantocci di Wicker Man, De Feo abbia inventato poco. Quando citerà meno gli altri e più sé stesso, diventerà bravissimo. Per ora il divertimento è assicurato, ma solo per patiti del genere. (6,5)

Tre donne, tre generazioni, una rimpatriata forza. Per prendersi cura dell’anziana matriarca. Per provvedere a una casa troppo spaziosa per una persona sola, dove la muffa ha messo vistose metastasi. È scontro tra mamma e figlia. La prima visita le case di riposo. L’altra, idealista, vorrebbe trasferirsi per assistere la fragile vecchina. Davanti alle stranezze crescenti della nonna, però, le decisioni saranno fatali. Le pareti si restringono, si anneriscono. La casa diventa un labirinto pieno di post-it dall’oblio. Horror femminile dalle parti di The Babadook, Relic è uno di quei prodotti festivalieri dalla sensibilità spiccata e dai ritmi lenti. È colpa dell’Alzheimer o di un’entità oscura? Non vi rovinerò la sorpresa, ma la presa di coscienza delle protagoniste – insipida la Mortimer, bravissime Heathcote e Nevin – sarà dolorosa eppure delicata. Relic parla del decadimento fisico e mentale. Della senilità, della solitudine, dell’inevitabile. Il Jep Gambardella di Paolo Sorrentino lo amava, l’odore delle case dei vecchi. Ma questa volta, in questo film, non c’è niente che spaventi di più. Il paranormale non ci tocca, perché lontano dalla norma. Ma quest’orrore è reale. Quest’orrore, presto o tardi, saremo noi. C’è forse scampo alla vecchiaia? (7,5)

Beth, insegnante perseguitata dalla tragedia sin dall'adolescenza, ha un ennesimo dolore con cui fare i conti: il suicidio del marito architetto. In una casa troppo grande per una donna sola, viene a conoscenza di segreti e stranezze. Perché Owen era ossessionato da donne identiche a lei? Cosa nasconde, soprattutto, la casa speculare costruita dall'altra parte del lago? Fatto di lunghi silenzi infranti, stanze vuote e sguardi smarriti, The Night House ricorda le atmosfere del recentissimo L'uomo invisibile. Lento e notturno, più vicino al thriller psicologico che all'horror, finisce per somigliare un po' alle Verità nascoste. Dramma sull'elaborazione mascherato da ghost story, si confronta con il tema del doppio; affascina e confonde, raccontando una storia arcinota attraverso una prospettiva differente. Ma i risvolti finali sono prevedibili e il maggiore colpo di scena appare liquidato in fretta. Occasione parzialmente mancata, intrattiene comunque grazie ai misteri delle sue case-labirinto e alla bravura dell'eccezionale anfitriona: Rebecca Hall, combattuta tra terrore e nostalgia bruciante. (6,5)

sabato 30 ottobre 2021

Halloween ai tempi di Netflix: Squid Game | Midnight Mass | You S03

È la serie del momento. La amano. La odiano. Amano odiarla. Io stesso l'ho affrontata con scetticismo, al pari di un tormentone estivo venuto a noia prima del tempo per via degli schiamazzi dei vicini. I primi episodi non mi davano torto: a causa dei meme spammati dappertutto, avevo l'impressione di averli già visti. E in una serie in cui l'originalità non è di casa – ricorda The Running Man, Battle Royale e Hunger Games, ma anche gli intrecci kitsch delle spagnole La casa di carta e Vis a vis – gli spoiler sparsi rovinavano le rare sorprese rimaste. Qualcosa è cambiato negli ultimi: quando questo gioco al massacro, eccezionalmente made in Corea, lancia guanti di sfida più sadici e imprevedibili; quando le uscite di scena cominciano realmente a spezzare il cuore. È un'arena in cui dei giocatori pronti a tutti si sfidano per un ricco montepremi: ne uscirà soltanto uno. Chi? Tra partite a un due tre stella, tiri alla fune e lanci d biglie, si procede in maniera implacabile sfida dopo sfida. Ci si affeziona ai più fragili, si detestano carcerieri e prepotenti, ma si sente spesso la mancanza di una satira sociale più spiccata – no, non siamo al cospetto di un nuovo Parasite –, così come si sorride delle imprese assurde di un poliziotto sotto copertura. Nonostante si tifi soprattutto per un papà povero in canna, il suo vicino di casa caduto in disgrazia e un'adolescente con un fratellino da salvare dall'orfanotrofio, le protagoniste assolute sono loro: le straordinarie scenografie dai colori pastello, capaci di coniugare stile e inquietudine. Tutt'altro che perfetta, Squid Game non è né un capolavoro né un flop, ma una soddisfacente via di mezzo: un intrattenimento solido, ma dal successo forse immotivato, che spero avvicinerà il pubblico medio alle visioni in lingua originale e alle chicche del cinema asiatico. (7,5)

Il talento narrativo e stilistico di Mike Flanagan è pressoché indiscutibile. Nato a Salem, cresciuto a pane e Stephen King, unisce l'horror al melodramma con un equilibrio che lascia ogni volta commessi. Anche quando, come questa volta, non tutto torna. Anche quando, come questa volta, non tutto appare funzionale: soprattutto i dialoghi fiume, destinati a sfociare gratuitamente in un epilogo di sangue e fiamme. Su un'isola dal fanatismo religioso totalizzante, l'arrivo di un nuovo parroco genera miracoli e misteri. La buona novella è un contagio. La comunione, cannibalismo vampiresco. Midnight Mass ha soltanto sette episodi, ma si prende il suo tempo. Lenta, corale e verbosa, intavola lunghe conversazioni sulla fede, la morte, il senso di colpa, la diversità culturale e religiosa. Gli elementi horror sono sparpagliati cautamente in ogni episodio e, quando il soprannaturale si manifesta, semina un po' di disappunto per quella computer grafica imperdonabilmente anni Novanta. La violenza e le lacrime, immancabili davanti a monologhi degni dei fasti di The Haunting of Hill House, giungono in ritardo e tutte insieme. Finendo per sconfessare, in parte, l'approccio un po' pretenzioso del resto. Perché tanto esistenzialismo per un caos che non lascia niente all'immaginazione? Accolta da molti come il capolavoro del regista, la serie mette tanta, troppa carne al fuoco. Discontinua ma generosa, punta su una sceneggiatura zeppa di scene madri e su un buon cast d'insieme: l'intensa e bella Katy Siegel, un Hamish Linklater finalmente in una performance da ricordare e Samantha Sloyan, più spaventosa di qualsiasi demone. Quanto è cieco il fanatismo? Quanto è fragile, quanto è disperata, la fede nell'impossibile? Ce lo spiega Flanagan, tra ambizione e kitsch,  prodigi e mostruosità, sacro e profano. (7)

Dopo aver sepolto la prima innamorata, lo stalker Joe ha finalmente trovato la sua anima gemella: Love, conosciuta nel corso della seconda stagione, a sorpresa era perfino più matta e sanguinaria di lui. All'improvviso neogenitori, prendono a seminare il caos in un ridente quartiere residenziale: mogli tentatrici, coppie no-vax e allettanti scambisti hanno ovviamente le ore contante. Tutti presi dal coprirsi le spalle a vicenda, i protagonisti non rinunciano tuttavia a nuove ossessioni: mentre Joe si invaghisce di una bella bibliotecaria in lotta per l'affidamento della figlioletta, Love si lascia lusingare dal vicino adolescente. E tutti fanno sesso con tutti, in questi dieci episodi di cinquanta minuti ciascuno, ma la serie è troppo grottesca e sopra le righe per risultare sexy. Il matrimonio riparatore? È la tomba dell'amore in You: da me attesissima, come sempre, nonostante un inizio intrigante e un prosieguo inspiegabilmente sciocco. Come mai gli sceneggiatori hanno deciso di trasformare i delitti di un fascinoso psicopatico in una commedia con qualche morto ammazzato qui e lì? Da vedere senza pretese, magari doppiata e sbrigando tutt'altro, la terza stagione diventa una novella Santa Clarita Diet che lascia gli zombie e flirta con i serial-killer. A darle un senso, oltre al consolidato carisma di Penn Badgley, sono il monologo conclusivo di una sempre bravissima Victoria Pedretti – a volte angelica, altre delirante, si concede una stoccata accesissima contro il perbenismo e il maschilismo della società contemporanea: in sottofondo Taylor Swift e Bon Iver – e l'insospettabile cambio di scenario degli ultimi minuti. Cosa succederà dopo un finale più movimentato e cattivo del resto, che solleva fuoco e fiamme in periferia? Ho il sospetto che al suo ritorno You – subito rinnovata per una quarta stagione – sarà nuovamente la discutibile parodia di sé stessa, ma che nuovamente me la gusterò in binge watching. (6,5)

mercoledì 27 ottobre 2021

Recensione: La casa vicino alle nuvole, di Nickolas Butler

| La casa sulle nuvole, di Nickolas Butler. Marsilio, € 18, pp. 380 |

È al termine di una strada sterrata che sembra portare alla fine del mondo. La incorniciano il gorgogliare del fiume vicino, i vapori di una sorgente termale, le rocce aguzze delle montagne. Abbracciata dalla vallata e protetta da un silenzio impenetrabile, La casa vicino alle nuvole è un regno privato. Siamo in un Wyoming senza più cowboy né rancheri, preso d'assalto da capricciosi turisti in abiti griffati: viverci è diventato un lusso. Cole, Bart e Teddy lo abitano come operai, non come degni cittadini. Quando avranno abbastanza stabilità economica per mettere radici? Manovali di umili origini e dai caratteri agli antipodi, hanno fondato una società di costruzioni che fatica a ingranare. Finché l'algida Gretchen, donna d'affari sola al mondo e dai piani misteriosi, non li tenta con un progetto impossibile: costruire una casa in appena quattro mesi e consegnarle le chiavi entro Natale. In cambio riceverebbero assegni stellari. Cosa rappresenta per lei quel progetto? Per quale motivo altri costruttori si sono già tirati indietro? Nonostante la vista paradisiaca, il cantiere ispira una brutta sensazione: mette la pelle d'oca, come la casa infestata di un film dell'orrore.

Com'era possibile, si chiese, non possedere una casa, non avere risparmi, nessuna istruzione universitaria, nessun talento artistico, niente di niente – non una sola attestazione dei suoi quasi quarant'anni su questo pianeta –, eppure trovarsi laggiù, a costruire quel santuario sulle montagne? Quel divario a volte lo lasciava sbalordito e l'unico conforto che provava era che quella casa, in qualche modo, era anche la sua traccia, la sua eredità, benché il suo nome non fosse inciso su nessuna superficie, su nessuna pietra.

Cole, leader ambiziosissimo, non teme la sfida; Bart, una mina vagante dipendente da metanfetamine, si rifugia nelle droghe pur di incrementare le prestazioni lavorative; Cole, mormone e padre di quattro figli, è una voce della coscienza che nulla può contro la tracotanza. Perché sacrificare tutto – famiglia, salute, moralità – per un patto scellerato? Nella storia della True Triangle Construction i giorni prenderanno a confondersi in un'unica matassa indistinguibile. I ritmi diventeranno massacranti, le scadenze rigidissime: il romanzo è un conto alla rovescia, il tempo un tiranno e gli strumenti per raggiungere l'obiettivo, talora, sono illeciti. Come fronteggiare inoltre le giornate che si accorciano, i climi a picco, gli agenti atmosferici? Tratto da una vicenda realmente accaduta che ha dell'incredibile – ricorda un po' quella di L'incredibile storia dell'Isola delle Rose –, il romanzo è la cronaca di un'impresa d'altri tempi in cui il titanismo dei protagonisti sfocia in risvolti scioccanti: la neve è destinata a tingersi di rosso.

L'America è il più grande paese del mondo, a patto di non restare senza soldi.

Non fatevi ingannare dall'apparente gravità del tutto: La casa vicino alle nuvole è sì un'angosciosa parabola di rivalsa sociale, ma è soprattutto il quinto romanzo di Nickolas Butler. Entrato di diritto tra i miei autori del cuore, lo scrittore americano non delude le attese neanche questa volta: per me la sua voce continua a essere una coperta calda e morbida. Amici, soci in affari e infine complici, i tre protagonisti mettono le loro solitudini al servizio dell'avventura. Benché antieroici, conquistano grazie alla consueta umanità con cui vengono dipinti. È impossibile non tifare per loro, non coprire i loro orribili misfatti, non desiderare di proteggerli dal mondo circostante e soprattutto da loro stessi. Sboccati e chiassosi, ma dal cuore tenerissimo, contemplano il cielo stellato – in mutande, con una birra in una mano e una canna nell'altra – e si confessano sogni di gloria e fantasticherie di ricchezza. Uno di loro, ad esempio, vuole trasferirsi a Panama semplicemente perché il nome del paese ha un bel suono. Ciò che resta delle loro fatiche sono i ricordi, e lo scintillio commovente di una tomba lontana. Sporco eccezionalmente di sangue, l'ultimo Butler racconta di un'amicizia che minaccia di erodersi. Come si erodono gli animi, se mangiati dalla cupidigia; come si erodono le montagne. È una lotta contro il tempo, contro la morte, contro la Natura stessa, per erigere un sogno su misura. O forse un incubo?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Led Zeppelin  - Stairway to Heaven 

venerdì 22 ottobre 2021

Recensione: Due donne - Passing, di Nella Larsen

| Due Donne. Passing, di Nella Larsen. Frassinelli, pp. 166, € 16,50 |

Girato in un abbagliante bianco e nero e diretto dall’attrice inglese Rebecca Hall, Passing è arrivato qualche giorno fa alla Festa del Cinema di Roma. A novembre, poi, sarà la volta di Netflix. E chissà che non si farà strada fino agli Oscar, con la sua storia, attuale più che mai, d’identità razziale e linee invisibili. Quanto è seducente, quanto pericoloso, spacciarsi per ciò che non si è? Pubblicato negli anni Trenta da un’autrice di madre danese e padre caraibico, il romanzo vive una seconda vita grazie alla recente rivalutazione della recente critica femminista e all’attenzione impensata del cinema. Bistrattato, dimenticato, frainteso, riesce tutt’oggi a sorprendere grazie al suo piglio intrigante e inquieto: un incrocio tra Alfred Hitchock e Woody Allen.

Incomincio a credere che nessuno sia mai del tutto felice, o libero, o al sicuro.

L’incontro tra Irene e Clare, amiche d’infanzia, va letto come l'episodio di un noir: cambierà tutto irrimediabilmente. La prima, moglie di un medico afroamericano, è una donna di colore nella Harlem benestante del dopoguerra: in casa si parla poco o niente dei linciaggi pubblici, ma in compenso si organizzano balli o tè sbucati dalle pagine più lussuose di Fitzgerald. L’altra, Clare, è una disertrice: graziata da una pelle dorata e dai tratti gentili del viso, infatti, si finge bianca secondo una pratica assai diffusa negli anni ruggenti. È passata dall’altra parte della cosiddetta «color line», sposando un uomo razzista e inconsapevole delle origini della moglie. Nonostante quella scelta, esecrabile per Irene, la fascinazione verso Clare è istantanea: maliziosa e felina, divorata dalla smania di possesso, la seconda donna è una femme fatale che s’intrufola nella vita dell’altra e mette tutto a soqquadro.

A che cosa servono gli amici, se non a sopportare i nostri peccati?

Irene è davvero appagata, o nel suo matrimonio ci sono ombre degne di sospetto? Che le liti frequenti per l’educazione dei figli siano un’avvisaglia dell’insoddisfazione latente del marito? Sarebbe stato meglio imitare Clare e vivere nella bugia, sotto una maschera d’avorio? Libera, ma non per questo al sicuro, Clare ha bisogno di una tramite per tornare a frequentare la sua gente. Ma una volta «passati» è forse possibile tornare indietro? All’apparenza distante dai drammi strazianti della discriminazione, immerso com’è nella bolla ovattata dell’alta-borghesia, Passing alimenta una rete di sospetti, pensieri scomodi, ambiguità etiche. Talora compassato nello stile, ha una struttura teatrale e lunghi dialoghi. Mai didascalica, Nella Larsen semina dilemmi su dilemmi e ci lascia con un epilogo frettoloso, tanto sfuggente quanto affascinante, da lasciar decantare giorni e giorni per metabolizzarlo meglio. Singolare storia di bianchi e neri, di bianchi e di neri, sceglie punti di vista inediti e si muove infine in una palette di grigi sfumati. Se costretti a scegliere, meglio salvare sé stessi o la razza?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Aretha Franklin - (You Make Me Feel Like A) Natural Woman 

martedì 19 ottobre 2021

Recensione: La voce di Robert Wright, di Sacha Naspini

 
| La voce di Robert Wright, di Sacha Naspini. E/O, € 18, pp. 307 |

Quando vengono a mancare certi personaggi, il mondo diventa un luogo un po' più povero. Pietrificati davanti ai telegiornali, ci scopriamo orfani. Gli artisti non dovrebbero morire mai. E forse, in qualche modo, non lo fanno: sopravvivono perfino a loro stessi. La tragica dipartita di Robert Wright, attore immaginario ispirato al mito di Robin Williams, getta Carlo Serafini e la sua famiglia nello sconforto: il protagonista, attore e doppiatore, era la voce italiana di quella star compianta all'unisono. Il loro curioso rapporto di dipendenza, dopo trent'anni di onorata carriera, si spezza. Semplicemente aprendo bocca, nel tempo, Carlo ha evocato mondi e suggestioni: mentre il suo viso anonimo non meritava selfie, il suo timbro riconoscibile gettava un magico ponte tra l'Italia e Hollywood. Venuta meno una leggenda, smarrito e disoccupato, realizza una dolorosa verità: la sua voce appartiene all'oltretomba. Chiuso in un mutismo impenetrabile, con un sorriso da monaco zen sulla faccia, Carlo smette di proferire verbo una volta pronunciata l'ultima battuta dell'ultimo film di Wright. Chi è, adesso, senza il suo dio? Come mai la moglie sembra tramare qualcosa in combutta con l'avvocato? Perché Vanessa, collaboratrice licenziata dopo un flirt, lo ha messo alla gogna? Carlo avrebbe tanto da dire, tanto da chiedere, tanto da svelare, ma si limita a lasciar parlare gli altri e a leggere una saga di Stephen King in poltrona. Finché un invasore in cerca di vendetta e un libricino misterioso, nascosto tra i classici russi, non lo renderanno artefice di un piano sfuggente fino all'ultimo.

La verità è che siamo tutti tizi impauriti, vestiti a festa ma nascosti chissà dove nella speranza che qualcuno si accorga di noi.

Sempre bravissimo, sempre diversissimo, il prolifico Sacha Naspini torna in libreria con uno psicodramma dalla struttura teatrale e dai quesiti affascinanti, soprattutto per i cinefili: quant'è labile il confine tra verità e finzione, tra persona e personaggio? Siamo al settimo piano di un condominio romano, in un appartamento di trecento metri quadrati, con il Natale ormai alle porte: il salotto dei Serafini, addobbato con cura maniacale, diventa la scenografia simbolica e beffarda di una commedia a confine con il giallo inglese. In scena va un gioco al massacro popoloso di personaggi e disvelamenti continui: forse avrebbe avuto bisogno di una chiusa più incisiva, con il senno di poi, ma grazie ai suoi passaggi migliori ricorda Luigi Pirandello. Raccontato in seconda persona, infatti, il protagonista vive la stessa perdita dell'io di Vitangelo Moscarda: è uno (Carlo Serafini), è stato centomila (tutti i personaggi impersonati da Wright) e, dall'oggi al domani, si ritrova a essere nessuno. Già perfetto per un adattamento, La voce di Robert Wright è un'analisi ironica, dolce e delirante degli ingranaggi della mentre umana e di quelli, sconosciuti agli addetti ai lavori, della settima arte. Non dissimile dal suo protagonista, Sacha Naspini si conferma un maestro indiscusso della parola. E tra le pagine modula la propria voce – rendendola a capitoli alterni dolente, stridula, raggelante – evocando a piacimento ora sogni di gloria, ora incubi di alienazione.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – La voce del silenzio