lunedì 4 giugno 2018

Recensione: Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman

| Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman. Garzanti, € 17,90, pp. 344 |

La signorina Oliphant, dal lunedì al venerdì, per otto ore al giorno, presta servizio come contabile da nove dei suoi trent'anni. In pausa pranzo fa orecchie da mercante davanti alle chiacchiere dei colleghi: ha infatti il suo tè biologico, cruciverba a bizzeffe con cui intrattenersi e, come il manuale della classicista tipo prevede, una laurea sprecata in Lettere antiche, Jane Eyre sotto il guanciale e un'avversione per la tecnologia. La mia professoressa delle superiori l'avrebbe definita una travet: una di quegli impiegatucci sottopagati, senza la minima speranza di ascesa sociale, assuefatta suo malgrado a una routine di ordinaria piattezza. L'arrivo del weekend, per lei, significa questo: barricarsi in casa e contendersi le attenzioni amorose di pizza e Pinot, con vodka a buon prezzo per dolce. Svegliarsi poi direttamente di lunedì, con il cerchio alla testa, e ricominciare daccapo. Come fosse il minuscolo ingranaggio di una catena di montaggio inumana, insoddisfacente, che, se tutto va per il verso giusto, un giorno o l'altro ti conduce al coma etilico e al successivo ritrovamento a opera dei dirimpettai, ragionevolemente insospettiti dal puzzo di decomposizione. La giovane donna riceve visite ogni sei mesi circa e, quando al citofono non chiedono di lei gli assistenti sociali nelle ispezioni di rito, allora sono gli addetti del gas. Mai nessun vicino che passi a domandarle una tazzina di zucchero, l'uovo che manca alla ricetta della torta di mele; mai un'anima che la inviti a ballare. Sarà che il problema è Eleanor, non gli altri.

Eccomi qui. Capelli lunghi, lisci, castano chiaro, che mi scendono giù fino alla vita, pelle chiara, il volto un palinsesto di fuoco. Un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi. Orecchie: niente di eccezionale. Altezza più o meno nella media, peso approssivativamente nella media. Aspiro alla medietà... Sono stata al centro di fin troppa attenzione in vita mia. Ignoratemi, passate oltre, non c'è nulla da vedere qui.

A metà tra una versione femminile di Sheldon Cooper e Amélie Poulain (ma con la famiglia da incubo di Michael Myers), ha un viso e maniere brusche che scoraggiano: una ragnatela di bruciature che invitano a distogliere lo sguardo per discrezione; una schiettezza a confine con la maleducazione che ora offende, ora fa ridere. Come può lamentarsi della mancata cordialità del prossimo, quando lei per prima rischia di risultare inopportuna dandosi agli stessi pregiudizi di quella mamma degenere che, di mercoledì, la chiama dal braccio della morte? Excusatio non petita, accusatio manifesta. La dichiarazione a priori del titolo del best-seller di Gail Honeyman, perciò, suona proprio come un'ammissione di colpa; una bugia bella e buona. Succede così che Eleanor Oliphant fa un patto con sé stessa: avere il coraggio di essere felice, togliendosi dalla conta degli inetti. La aiutano all'inizio l'amore a prima vista per un cantante locale che, complici i social, diventa un miraggio a cui aggrapparsi nei fine settimana da eremita; l'amicizia disinteressata del dolcissimo Raymond, tecnico dei computer che ignora il bon ton ma conosce le regole del conforto; la famiglia di Sammy, vecchino dai maglioni rosso Natale a cui prestare soccorso in giornatacce in cui l'altruismo fa svoltare. Intervengono a metà un cambio di stile (di vita): il restauro, esilarante, prevede shopping e manicure, parrucchiera ed estetista, un palloncino a forma di SpongeBob e un gatto nero scampato a un incendio. Eleanor non sa niente di vita sociale, figurarsi di relazioni, e allora prende a dire di sì agli inviti, alle promozioni, alle opportunità mancate che tornano a presentarsi. Razionale, imbarazzante, qui è descritta alle prese con le indiscrete gioie dell'irrazionale e l'incanto di storie, di amori, che fanno un giro lungo e tortuoso. Ma Eleanor è rotta, irrisolta, e s'illude: costruisce castelli in aria pur stando con i piedi per terra.

Se qualcuno ti chiede come stai, si aspetta che tu risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni di fila che non parlavi con un'altra persona. Devi dire: BENE.

C'è un dramma che ha rimosso, o che finge di non ricordare. C'è un noi su cui far luce. Ci sono giorni belli e giorni brutti, alla fine, quando soltanto la paura di far morire di sete la pianta o il gatto ti fa alzare dal letto; quando sei seduto a terra, nudo, abbastanza da avere immaginato tra le gambe del tavolo tutti gli spostamenti dell'oggetto d'arredo. L'immediatezza della narratrice – sola al mondo, unica superstite – diverte, ma sconvolge nel dramma che irrompe. Perché la violenza colpisce le brave persone? L'inespresso, finalmente affrontato a voce alta, rende il cuore forte. Gail Honeyman scrive come se vivesse in uno chick lit, ma la sua anti-eroina ha poche speranze di lieto fine. Da un lato ci sono ottimi motivi per lasciarsi morire, dall'altro un monolocale aperto al mondo – e alla luce del sole – che distrae dai misteri di un passato di fuoco.

Sul mio cuore ci sono cicatrici altrettanto spesse e deturpanti di quelle che ho in viso. So che ci sono. Spero che resti un po' di tessuto integro, una chiazza attraverso la quale l'amore possa penetrare e defluire. Lo spero.

Come Vittoria, quello di Eleanor è un romanzo che spalleggia il buonumore e consola, rivelando a sorpresa risvolti tristi in cui si specchiano e si placano i tuoi dispiaceri. Commedia terapeutica sulla depressione clinica, suggerisce forse l'ovvio, ma con quel tanto che basta (di freschezza, di originalità, di leggerezza) da convincerti che c'è del bello, del vero, nelle frasi fatte che parlano di un tunnel dotato di un'uscita di emergenza; di mali comuni che, se condivisi, si rivelano mezzo gaudio. 
Eleanor Oliphant sta benissimo: una menzogna per sé e per gli altri. Perché passare trent'anni a mentirsi, anziché lavorarci sopra e renderla realtà?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Foo Fighters – Walk

sabato 2 giugno 2018

Mr. Ciak: Dogman | Loro 2

Il cane – uno di quelli minacciosi, con la testa grossa così: un pitbull – mostra i denti e ti ringhia contro. Potrebbe staccarti un braccio con un morso, se ti avvicinassi quel tanto che basta. Ma Marcello, che ai cani sussurra, lo rabbonisce con un biscotto e un nomignolo. Proprietario di un modesto negozio di animali in un quartiere malfamato, tutto slot machine e Compro Oro che fanno gola ai malintenzionati, si occupa di toelettatura, dog sitting e saltuariamente di concorsi di bellezza. Single, padre di una bambina che ama con la stessa dedizione che dedica ai clienti a quattro zampe, l'uomo ha modi carezzevoli e due occhi malinconici. Simone – uno di quei tipi nerboruti e rissosi, con la testa grossa così: un ex pugile – sferra pugni a destra e a manca e tiene quell'anonima città di mare in ostaggio del proprio terrore. Marcello però disinnesca anche mine vaganti, e quel bruto che teme segretamente il giudizio di mammà sa tenerselo buono con la cocaina finissima che, senza dare mai nell'occhio, contrabbanda. L'ultimo Garrone, accolto trionfalmente a Cannes, sembra John Steinbeck in una periferia da selvaggio West – sbuffi di polvere, risse dal nulla, vendette trasversali. Quella non è la Olbia dei notiziari, nonostante le somigli, ma una provincia favolistica in cui si parla un po' romano, un po' napoletano, un po' calabrese, e i confini – dello stato d'abbandono, della morale – sono flebili. Un Fonte da Palmarès, buono indistintamente con cuccioli e belve, fa il criminale per cortesia, il palo alle rapine per integrarsi – e per integrare nel vicinato, soprattutto, quel Pesce qui irriconoscibile e mal tollerato. Commette atti impuri mosso da un candore commovente (pensate: si intrufolerà in un appartamento svaligiato per rianimare un cagnetto messo a tacere nel cassetto del congelatore) e davanti alle prepotenze, allo storto, reagisce con un sorriso diplomatico e stupido. Perché è uno scricciolo, brutto come la fame, e gli tocca mimetizzarsi per non perire. Tutto, scongiura, ma basta gli acquazzoni notte e giorno. Tutto ma, per favore, lasciategli stare la figlia, con la quale cerca online paesi esotici che non visiteranno. Tutto, labbri spaccati, sgarbi e umiliazioni da collezionare, ma non il disonore che a un certo punto lo renderà persona non grata in un buco di mondo in cui tutti conosco di tutti vita, morte, miracoli e peccati. Storia di cure affettuose e violenza barbara, con il pericolo pulp intelligentemente raggirato ma risvolti finali affatto impensati, Dogman è fotografia pesta, gocce sull'acciottolato e spari a bruciapelo, noir che si affranca grazie al cuore grande del cinema d'autore. Nessun piano imperscrutabile, nessuna ricca refurtiva, nessun narcotrafficante internazionale. Atmosfere a parte, non è Gomorra. Poiché su scala ridotta, non è il crime estraneo da te. Sembra vicino, sembra normale, ma così non è. C'è voluta la verità di Wikipedia per realizzare che al delitto del Canaro – non ne ribadisco le modalità, per chi come me non conoscesse il caso che fu l'incubo mediatico degli anni '80 – ci si ispira soltanto a grani linee. Garrone cambia i nomi, i punti di vista, il finale, non rinunciando né alla limpidezza di uno sguardo compartecipe né ai suoi cari espedienti da fiaba nera. E emoziona, intenerisce, spossa, con una vicenda a briglia sciolta legata all'orgoglio di un omino con un soprannome da anti-eroe da fumetto. Senti di averla fatta tua, a tratti, ma sbagli. Non la addomestichi e non la perdoni. Complice quale sei, ti salvi soltanto se corri più forte, lontano, del cane che abbaia e che morde. (8)

Li avevamo lasciati in sospeso, con loro finalmente a un passo da Lui. Avevano reclutato abbastanza ragazze discinte, fatto abbastanza rumore, e la visione conturbante di quelle feste in piscina alla Martin Scorsese aveva attirato quel settantenne di botox non così menefreghista, non così leggero. Paolo Sorrentino, da bravo anfitrione, ha rinnovato il suo invito giusto in tempo per i Nastri d'argento e un nuovo governo che già fa discutere. Ci si sposta nel privè, dopo i bagordi: la musica martellante si placa e possiamo godere dei dialoghi recitati ad arte, delle riflessioni che partono da chi meno ti aspetteresti e della schiettezza che, un capitolo fa, si intuiva a intermittenza. Il Berlusconi di Servillo sembra il Riccardo III usurpato. Il protagonista sopra le righe di un romanzo picaresco, ancora, in cui il lieto fine, l'ascesa, sono ostacolati da mille perigli. Ci si distrare con il sonno del guerriero, le saune e le fiction Mediaset con la soubrette del momento per improbabile protagonista, le feste con sole ospiti del gentil sesso. Per dimenticare i sei ministri che gli remano contro; la moglie decisa a chiedere il divorzo all'indomani dell'ennesima intercettazione; il terremoto che fa tremare l'Aquila e gli elettori. In apertura si mette alla prova consultando le Pagine bianche e pianifica uno scherzo telefonico stupendo: si improvvisa per l'ultima volta venditore di sogni e immobili. Alla fine si confronta aspramente con la Lario, e una strepitosa Ricci rende agguerrito il testa a tesa. A metà, invece, una lunga festa per fugare il rischio della solitudine. Forse galantuomo, forse impotente, il politico si accontenta di vivere di bellezza riflessa e ricordi: si dà alle lusinghe, invita le ragazze a sederglisi sulle ginocchia come farebbe Babbo Natale, non le sfiora nemmeno con un dito. Sembra rendersi conto di quanto appaia paradossale e triste il tutto, del puzzo di nonno, soltanto Stella: ventenne seduta in un angolo che da grande, no, non vuole fare la escort. Lunga serie di colloqui serrati, inframezzati da stornelli napoletani e odalische vogliose, il dittico di Sorrentino è ritratto apolitico (diretto e interpretato con la maestria che si addice a un premio Oscar) di un uomo ora odiato, ora amato, che non vorrebbe soltanto la botte piena e la moglie ubriaca, bensì l'impossibile: fama e benevolenza. Da lì il dilemma del re, anzi, del Cavaliere: tanto temuto, tanto criticato. Nessuno vuole brindare alla sua salute, infatti; dargli la soddisfazione di mostrare gioia davanti al suo ultimo giocattolo. Eppure un tempo vendeva speranze. E qualcuno ci ha creduto. Qualcuno si è innamorato. Ora ha perso il tocco da affabulatore, il potere persuasivo? Berlusconi si mette alla prova. Si rende patetico. Un Piccolo principe all'inseguimento della sua rosa, che ha paura di morire vecchio e solo. Manca oggettivamente il disegno unitario, lo sguardo d'insieme, e non soltanto per l'affatto funzionale divisione in due parti. Per quanto altalentante, per quanto squilibrato, il film convince quando Sorrentino smette di fare Sorrentino, di inseguire i vizi dei lussuriosi Smutniak e Scamarcio in carrellate psichedeliche, e si concentra sul dramma profondo di una crisi coniugale che, in faccia all'avvocato, rifiuta di firmare la consensuale: quella tra l'Italia e l'ex premier che credeva nel fumo negli occhi, quella tra Veronica e Silvio. Finalmente, insomma, loro due. (7,5)

giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)

martedì 29 maggio 2018

Recensione: Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio

| Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio. Il Battello a Vampore, € 16, pp. 333 |

Da bravo superficiale quale sono, non avrei saputo resistere. All'illustrazione in copertina che prima ancora del passo di It citato a pagina uno faceva respirare atmosfere alla Stephen King. Al nome di uno scrittore molto prolifico – non si tratta di omonimia: Francesco è il fratello minore di Gianrico, altra garanzia di bestseller –, qui alle prese con un romanzo per ragazzi.
Com'era perciò prevedibile non ho opposto resistenza, no, e mi sono concesso con una punta di nostalgia un viaggio lungo una metafora assieme all'ultimo volume del “Battelo a Vapore” – intorno agli otto anni non una semplice branca della Piemme, bensì la mia migliore amica. Con il protagonista, d'altronde, sarei andato d'accordo anche ai tempi. Balbuziente e occhialuto, non brilla né a scuola né negli sport, e a casa, quando non può perdersi in qualche romanzo o nell'inusuale catalogazione dei coleotteri, fa i conti con una mamma che c'è e non c'è, un papà a rischio cassa integrazione, una sorella maggiore che vive di rotocalchi. Nemmeno i bulli, gli stessi che in una segheria abbandonata usano i randagi del quartiere per il barbecue, si curano di lui: anonimo com'è, non ispira grandi angherie. Si chiama come l'eroe della serie distopica di Lois Lowry, sogna mondi sottosopra degni di una puntata di Stranger Things e in una anonima città degli Stati Uniti – tra cenni a fotoromanzi, sceneggiati radiofonici e vecchi tram, non sappiamo bene se collocarla nel presente o nel passato – vede succedere strane cose. Non esistono le ombre di cui parla: i genitori si sono accertati che avesse tutte le rotelle al posto giusto in tempi non sospetti, portandolo a colloquio da uno psichiatra infantile. Non vogliono dirgli niente gli indovinelli alla Lewis Carroll e i regali enigmatici che riceve in dono da conoscenti vicini e lontani. Come convincersene se all'orizzonte non gli si prospetta un bianco Natale, bensì nerissimo? Come fare spallucce, se nella sua stanza compare Melampo, una specie di elfetta biondo platino che viene da una dimensione intermedia?

Ci sono vari modi di sentirsi soli. Non poter raccontare i propri segreti era uno di quelli.

Jonas era un dodicenne normale, per quanto sui generis: una spasimante di cui non contraccambiava le gentilezze, un compagno di banco che nascondeva i lividi di un genitore manesco, l'amore igenuo per Nina (figlia di pasticcieri, incantevole e spiritata: non vedente). Certo, aveva un nugolo di parenti finiti a picco nell'oceano o in una camera dalle pareti imbottite, ma nel suo microcosmo di hobby, routine e manie ci stava ignaro e contento. Si è arreso: la stranezza sembrava una condanna vita natural durante. Tutto è destinato a cambiare. Ha letto spesso di straordinarie avventure per mari e per monti, di verità che sfuggono e bambini scelti per sbrogliare equilibri instabili: non pensava che i fantasy che ha divorato sotto le coperte, con la neve fuori, parlassero di lui. Che è la chiave della porta che apre il bene e taglia fuori il male, pronta a spalancarsi pericolosamente ogni trentatré anni. Che nell'intercapedine della nostra realtà esiste Extramondo, una Isola che non c'è popolata dai Ragazzi Ombra. Che a mezzanotte le due dimensioni nemiche si incontreranno, e una soccomberà all'altra, fulminandosi come una lampadina in esaurimento. Come può lui avere potere decisionale, se grigiore e malumore diffusi, se l'impressione tutta contemporanea di poter fare a meno di essere felici, testimoniano che il male è un'infiltrazione che non ci abbandona?

Alcune cose, a volte, riescono meglio a occhi chiusi.

Jonas e il Mondo Nero, più vicino al racconto fantastico che all'horror, è un romanzo strano, in parte, come strano ci si presenza il suo adorabile protagonista (i dialoghi superano le descrizioni e, fra le pagine, si respira una durezza del vivere che non ti aspetteresti). Chiariamolo subito: l'originalità non è di casa, di qualche guizzo ironico ho proprio sentito la mancanza, e la risoluzione finale appare piuttosto approssimativa. Non mi sono piaciuti gli “appunto” di troppo, l'esagerare coi puntini di sospensione nelle parti dialogiche, il fatto che molti personaggi – i vicini, la spasimante, il migliore amico – fossero introdotti per poi rimanere sullo sfondo. Mi è piaciuto il resto (gli ex manicomi, i passaggi segreti dappertutto, le stazioni abbandonate), ma soltanto con il senno di poi. Perché Jonas e il Mondo Nero fa parte di quei romanzi che decollano tardi amando la malinconia della partenza, che sono soprannaturali ma non così tanto. Quelli che si accontentano di essere semplici, di cuore, e in cui l'elemento fiabesco resta una scusa per cominciare a raccontare. Troppo, qui?

Dove vanno a finire le cose dell'infanzia? Tipo la collezione dell'Uomo Ragno, le corse a perdifiato, e i racconti di tuo nonno d'estate, all'ombra della grande quercia. Dove vanno a finire le voci, gli odori, la sensazione precisa di essere nell'istante perfetto, che durerà per sempre? Che non finirà mai. Non dura per sempre. E tutta quella roba, a un certo punto, sparisce. La memoria si inghiotte i fumetti, le corse e i racconti di tuo nonno. E improvvisamente sei solo. E improvvisamente, non sei più bambino.

Da piccoli poteri derivano grandi responsabilità. C'è sempre il tempo per ogni cosa: scoprire che le guerre non si vincono mai in solitaria, ad esempio, oppure cambiare. E c'è un ragazzetto cupo per natura che paradossalmente, eppure, fa abbastanza luce da illuminare un viaggio al centro della terra, e della notte, di cui ho percepito a metà l'importanza di quel che c'era in ballo. Crescere, racconta l'adulto Carofiglio con una punta di tristezza a chi adulto si appresta a diventarlo, significa dimenticare la magia. Nell'Extramondo, nell'età di confine tra l'infanzia e l'adolescenza, qualcosa passa di mente e qualcosa no. Restano un origami a forma di suricato (la sentinella del mondo animale) sulla scrivania di una cameretta che si è fatta d'un tratto troppo piccola. Gli ammonimenti, durante una partita decisiva, di chi ci consigliava di colpire la palla di piatto, non di punta. Per abbandonare la panchina e fare goal in una vita nuova. Esultando sotto un cielo che ha smesso di pioverci addosso, e di fare male cane.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Shawn Mendes – In My Blood

sabato 26 maggio 2018

Metti una sera su Netflix: The Kissing Booth, Newness, 6 Balloons, Happy Anniversary, Verònica

Shelly è una di quelle adolescenti di cui ti accorgi quanto sono belle da un'estate all'altra. Le curve sbucate all'improvviso e l'allestimento di un chiacchierato stand dei baci rappresenteranno per lei un grattacapo non da poco. Colpa della gonna troppo corta se i coetanei fanno apprezzamenti spinti, che la imbarazzano e segretamente la lusingano. Colpa del rissoso e iper protettivo Noah se, con la scusa di proteggerla, si avvicina quel che basta a innamorarsi corrisposto di lei. Peccato sia il fratello maggiore di Lee, che di Elle è l'amico di tutta un'infanzia. Peccato che tra i due, pappa e ciccia, ci siano regole da non violare in nome di un lungo sodalizio. In fatto di sentimenti, i parenti sono materia proibita. Amore o amicizia? E che amicizia è, poi, se ci domanda di scegliere? Tratto da un romanzo in uscita per De Agostini, The Kissing Booth avrebbe potuto scoraggiarmi – con la sua aria appartentemente televisiva, con i suoi triangoli indigesti da un pezzo –, se non fosse stata per la media online che non ti aspetti. Che sia nel suo piccolo un'eccezione alla regola, per fortuna, te ne accorgi presto. Il segreto: la verve di Joey King, non bellissima eppure adorabile, degna della cotta che contrappone gli aitanti Joel Courney e Jacob Elordi. Commedia romantica frizzante e spiritosa, leggerissima, ricorda i teen cult degli anni '80 senza ricorrere alla retromania dilagante già bella che venuta a noia – a cosa serve ambientarla in un passato d'oro, poi, se hai mamma Molly Ringwald nel cast e un confronto finale sulle note di Don't You (Forget About Me)? Una sedicenne come tante e come nessuna, John Hughes che dà appuntamento al recente The Duff, ritmi azzeccati: come strapparti sorrisi frequenti, così, e un ultimo bagio. (6,5)

L'amore oltre il confine, quello clandestino, quello proibito se all'interno di una distopia futuribile. Drake Doremus torna a raccontarcelo a modo suo. Tema inesauribile con altri angoli da indagare, nuove tecnlogie con cui fare i conti. Quello tra Nicholas Hoult e Laia Costa – così belli e talentuosi da fare invidia – sboccia sui siti d'incontri, e a causa di quelli rischia di morire. Lui, con già un matrimonio alle spalle, è segretamente in cerca della compagna giusta. Lei, spagnola in terra americana, insegue l'orgasmo. La loro notte di fuoco si trasforma in una convivenza di cui ci si annoia presto. Eppure troppo giovani per un terapista di coppia, innamorati come dicono, aprono le porte della camera da letto ad altre persone: non sanno bastarsi. Il sesso prima li unisce, poi li divide. Hoult ossessionato dai rimpianti verso la storica ex, la Costa presa da un uomo più grande. Dedicato alla memoria di Anton Yelchin, autentico ma prolisso senza reale motivazione, Newness parla come Genovese degli effetti collaterali che la tecnologia ha sul cuore e dei contro delle novità a tutti i costi: riflessioni post-moderne accompagnate da un tocco ormai riconoscibile, con dialoghi quotidiani, una fotografia bluastra e primi piani morbidissimi ma mai indulgenti – al contrario dei film precedenti qui c'è tanto contatto fisico e scarsa intimità: ci si confessa i reciproci amanti, mai i segreti personali. Questo amore online, quest'ultimo Doremus, piace sempre, ma meno del solito: se scettici come me all'idea della coppia aperta, ma attenti alla sensibilità del cinema indipendente. Se abbastanza vecchio stile da non credere nelle sperimentazioni e alle lacrime di coccodrillo di protagonisti un po' scostanti. La libertà, per ironia della sorte, sta nel legarsi spontaneamente; nell'annoiarsi insieme, in un finale che finalmente emoziona. Osando desiderare qualcosa di proprio in un mondo usa e getta, a forma di smartphone. (6,5)

Il quattro luglio, un giorno di festa. All'Indipendenza si aggiunge l'organizzazione di un compleanno a sorpresa. L'affaccendata Katie recupera festoni e palloncini colorati, il miglior vestito dal fondo dell'armadio e soprattutto gli invitati. Compresa la sua famiglia. Compreso il fratello minore, Seth: già ragazzo padre, già entrato e uscito in un indistinguibile andirivieni dalle cliniche di disintossicazione. Passarlo a prendere a casa diventa un'impresa: salvarlo di nuovo dall'eroina. Si dimena come un pazzo sul sedile anteriore. Porta le maniche luglie in piena estate. C'è ricaduto. Il bruciore della dipendenza, più forte dell'amore verso una bambina col pannolino sporco a cui ha promesso in pasto i fuochi d'artificio. Per Katie – una vita in differita, consacrata alle fragilità del prossimo –, invece, il sangue del suo sangue viene prima del futuro. In cerca ora di una clinica, ora di un'ultima dose, Abbi Jacobson accompagna un ottimo Dave Franco, alle prese con la prima grande prova distante dalle commedie demenziali e dall'ombra del più famoso James, in una Los Angeles in cui tutti vanno in rehab e le tentazioni sono sempre dietro l'angolo. Lei, con un vestitino da cocktail fuori luogo nei mondi di Shameless, sfida i bassifondi e attacchi di panico in cui pensa letteralmente di annegare (e Seth, in tutto ciò, resta la sua zavorra). Lui, in preda ai sudori freddi, al vomito e agli attacchi di dissenteria, è un tornado che ti porta in alto nei momenti di euforia e poi ti distrugge. Un'ora e quattordici per passare a comprare una torta d'alta pasticceria e la droga. A sorpresa, abbastanza per affezionarsi alla semplicità e al realismo di questo film. Due protagonisti al loro meglio. Una regia notturna, serratissima, con un taglio stilistico alla Sean Baker che a tratti lo rende un gioiellino. Dramma indie sparato dritto in endovena, 6 Balloons ha tutto il dolore, la violenza e la tenerezza che possono starci. In una macchina che porta verso i pusher. In un palloncino a elio sospeso nella speranza, finché non scoppia. (7)

Sentirle dire che non è felice davanti a una colazione a letto. Davanti a un ragazzo che, fra giochi erotici, piccoli riti e un linguaggio di gesti e risate coniato soltanto per loro, cerca di mantener viva la scintilla. Lui, infatti, è sentimentale per natura. Lei, la realista dei due, pare invece eternamente insoddisfatta. Colpa di un figlio che non arriva, degli ex, del cane che puzza, della cortesia esagerata del primo e della luna storta dell'altra. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Melodramma (pre)matrimoniale con protagonisti logorroici, bizzarri e umani che sperimentano al terzo anniversario le gioie e i dolori di mettere il cuore al vaglio, la commedia Netflix ha comprimari telefilmici per nulla indispensabili (Isidora Goreshter da Shameless e Kristin Bauer van Straten da True Blood) e un piglio indie che, al solito, la salva dai connaturati difetti. Dopo tre anni d'amore, per la copia uscita peggio di Zoey Deschanel, Noel Wells – già vista e mal sopportata in Master of None –, e Ben Schwartz, è in agguato la fine o forse un'altra occasione? Tutta questione di punti di vista, in Happy Anniversary. Un giorno all'apparenza lieto innesca nella coppia – che prende in giro le smanie dei coetanei radical chic, che si dà contro per sport pur di non cadere vittima della medesima ipocrisia – una serie di reazionie e pensieri collaterali. Accontentarsi. Ingannarsi. O, semplicemente, rassegnarsi al fatto che il tempo si cambi, anche come amanti? (5,5)

Non ho mai fatto mistero della mia predilezione per il cuore nero degli horror iberici, né per la concezione secondo la quale nel cinema di genere – ormai senza idee vincenti – si debba preferire la forma alla sostanza, se in cerca di qualche guizzo. Verònica è un film che gioca con il fuoco delle tavolette Ouija e il fascino delle evocazioni: l'ennesimo. Corrono gli anni Novanta, ed ecco i poster alle pareti delle adolescenti, le cuffiette del walkman nelle orecchie e un piacevole gusto kitsch, che contempla luci al neon e musica elettronica. La protagonista, quindicenne, è la primogenita di una famiglia bella ma popolosa, in cui lei si trova a fare un po' da mamma. Anche se aspetta ancora il primo ciclo mestruale, confine invisibile fra le donne e le bambine. Anche se le ragazze responsabili non trafficano con l'occulto da edicola, con il rischio che qualcosa – un'ombra alla James Wan, mostrata con intelligenti vedo-non vedo – si impossessi del suo corpo. Non mancano i cliché: la suora cieca con un fiuto per il male; il detective messo in difficoltà da un crimine con implicazioni paranormali. Non manca lo splatter, con un lungo incubo in cui la protagonista viene divorata dalla nidiata di fratelli minori: gli stessi che rendono adorabili, eppure, la quotidianità e il giovane cast – su tutti ovviamente lei, la bravissima Sandra Escacena – dell'ultimo film del sempre affidabile Paco Plaza. Il regista, braccio destro di Balaguerò nella saga in caduta libera di Rec, ricorda i nostri Fulci e Argento nella grana autenticamente rétro delle immagini; perfino lo Spielberg di Incontri ravvicinati, con il tenero Antonito incantato sull'uscio del bagno. L'eclissi oscura Madrid e anima un ipnotico delirio, fra possessione satanica e allucinazioni, con un tocco d'autore – classico e modernissimo insieme – che, come si diceva, sa fare la differenza. Inquietante metafora del diventare adulti come il cannibale Raw, Verònica è la riprova di come il male padroneggi tutti gli idiomi del mondo. Lo spagnolo, lingua di balli di gruppo e brividi non da poco, a quanto pare, meglio di altri. (7,5)

mercoledì 23 maggio 2018

Recensione: L'animale femmina, di Emanuela Canepa

| L'animale femmina, di Emanuela Canepa. Einaudi, € 17,50, pp. 260 |

L'animale femmina si chiama Rosita. Minuta e poco appariscente, ha imparato subito a mimetizzarsi. Il parlare controllato per paura che le vocali troppo aperte o troppo chiuse del dialetto casertano rivelassero al nord, dove in fretta si è adattata, le origini che ripudia a testa bassa. La propensione all'anonimato, nutrita cancellandosi via dalle labbra accenti sbagliati e rossetto. Senza un filo di trucco, così, la ventiseienne sfugge all'incalzare dei predatori e agli spari dei bracconieri. Studentessa di Medicina fuori sede e fuori corso, Rosita – cassiera con uno stipendio da fame che non le assicura neppure il poco d'indipendenza economica che cercherebbe – si ritrova con un debito verso il padrone di casa e, testimone di uno scippo ai danni di una domestica straniera come tante se ne vedono, con un portafoglio per le mani. Esporsi suonando al campanello di una sconosciuta, in nome della tacita solidarietà tra disgraziati, è l'isolato gesto di gentilezza che la porterà nella tana di Ludovico Lepore: lo sfarzo impersonale delle case ricche ma senz'anima, l'odore di pipa che riaccende in lei il ricordo di un padre conosciuto a malapena, il busto in soggiorno di Madame du Barry – da prostituta ad amante del re di Francia – a ispirare nell'anziano interlocutore il racconto di una memorabile scalata al potere. Rosita ha piccole ambizioni di autonomia e Lepore, avvocato ultrasettantenne specializzato in diritto di famiglia, è il solo che possa aiutarla: anche se la sua proposta di lavoro suonerà indecente con il senno di poi; un patto col diavolo. L'esordiente Emanuela Canepa, vincitrice all'unanimità del premio Calvino, sembra raccontare all'inizio la favola amara di una donna in carriera. Come Anne Hathaway nella commedia già cult, la protagonista deve fronteggiare un datore di lavoro che la sottovaluta per la sola colpa di appartenere al genere femminile e una guida sul campo, l'inarrivabile Renata, che la illumina con una punta di compiacimento sugli incartamenti in archivio e la mìse da sfoggiare. Dove vuole andare mai, altrimenti: troppo trascurata, troppo magra, troppo bambina? Lepore le chiede di acquisire abilità con la moka, perché i meriti di una donna si giudicano dai caffè che serve, e di incarnare il luogo comune della segretaria media: la divisa d'ordinanza comprende perciò gonna al ginocchio e camicia dai colori neutri, tacchi alti e occhiali non graduati per vezzo, un make up leggerissimo.

Sa perché non sono ancora in pensione? Perché mi diverto moltissimo. Le femmine sono animali interessanti.

Da dietro la sua scrivania, l'avvocato guarda le cose succedere come un demiurgo pettegolo e manipolatore, a cui unire, però, lo sguardo curioso dell'antropologo. Si gode la soddisfazione di mettere in imbarazzo il prossimo dall'alto del suo pregiudizio. Si fa beffa del dolore delle sue clienti, spesso facoltose ereditiere abbandonate a loro stesse, e chiede alla sottoposta attenti resoconti: tutte uguali, tutte illuse, le donne per Lepore sono incapaci di dichiarare resa e di considerare il matrimonio quel che è, un progetto di disfacimento a lungo termine. Scandalizza la protagonista, violando il segreto professionale e non astenendosi mai da giudizi soggettivi, eppure non cerca il sesso con avances altrettanto fuori luogo, ma l'obbedienza di una seguace. Rosita, impercettibilmente, cambia nel corso di quest'apprendistato. Sfaccettata, mutevole, con abbastanza tempo libero per tornare sui libri senza più il pensiero del lunario da sbarcare e una passata di rossetto scarlatto, è un'altra persona. Si deve forse vergognare di trovarsi bellissima allo specchio? Degli amanti anaffettivi che d'un tratto si fermano a dormire, del corriere che si prodiga in mille gentilezze, di una nuova consapevolezza di sé che francamente fa comodo? La madre da cui è scappata alla prima occasione buona per paura di diventarne l'ombra – un automa bigotto che lava e stira e, alla cornetta, spera di vederla tornare all'ovile con la coda tra le gambe – avrebbe da ridire. Le ha spiegato a dodici anni che il sesso non va fatto per piacere, che la femminilità va mortificata, quando invece sono un'arma a doppio taglio: le migliori forme di attacco e difesa. Lepore, si rende piano conto, ha ragione da vendere e torto marcio. Ma quanto liberi si può essere, alla fine, se in un harem di eterne debitrici: la parola resilienza pronunciata alla stregua di un'imprecazione e le mani che prudono, causa dermatite nervosa, come quelle di Lady Macbeth? Quanto costa vedere padroneggiare un tiranno, e dovergli anche dire grazie?

Il momento in cui cominci a capire chi sei è lo stesso in cui diventa superfluo spiegarlo a chiunque.

Vicenda essenziale ma tenuta in piedi con estrema grazia, L'animale femmina seduce con la morbidezza dei suoi movimenti e si legge con la frenesia del thriller. Da un lato c'è una farfalla che, dalla sua teca di vetro, scruta di sottecchi le mosse affaticate di quel vecchio – spregevole ma straordinario, nonostante l'età avanzata e il maschilismo velenoso: pensate allo stilista dell'ultimo Day Lewis e dategli il volto del nostro Roberto Herlitzka – e si domanda chi tenga il coltello dalla parte del manico, chi abbia più bisogno di chi. Dall'altra, in capitoli che virano al color seppia degli anni Cinquanta, ci sono due adolescenti diversi ma inseparabili che non sanno ancora che la loro lunga amicizia è stata in realtà tutta un lungo corteggiamento: un efebo acquistato in gita a Volterra darà il via a una spietata sfida per dichiararsi, per aversi, che farà prima di un grande amore, poi di una strana vendetta, il bastone della loro vecchiaia. 
Gli uomini serbano inutile rancore e le donne fanno, in un romanzo giocato sul filo sottile dell'ambiguità. Fermo a un torto che non sa perdonare, a una sciocca scusa, l'animale maschio ha bisogno infatti di una spinta per andare oltre. La femmina, complice ed esca insieme, per tutto il tempo è stata invece al sicuro dalle zanne del falso dominatore. Troppo impegnato a mordersi la coda per sapere che l'altra, incolume, della gabbia dorata era la serratura e la chiave
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Anche un uomo

lunedì 21 maggio 2018

Recensione: Così crudele è la fine, di Mirko Zilahy

| Così crudele è la fine, di Mirko Zilahy. Longanesi, € 18,60, pp. 418 |

Se ogni romanzo è un viaggio, una trilogia è una vacanza di cui riconfermare anno dopo anno la meta. In fondo si ritorna sempre dove si è stati bene: perché cercare altro, oltre? Sono tornato a Roma, tra le pagine di Mirko Zilahy, per la terza primavera consecutiva: inizia a fare troppo caldo per i miei gusti, le giornate ad accorciarsi, ma lo scrittore – italianissimo, nonostante il cognome – ti sfida a sentire freddo, i brividi a fior di pelle, e a credere che le ore di buio siano inesorabili, per quanto brevi. Nella capitale in cui Brown cerca il folklorismo da esportazione facile e Carrisi i misfatti del Vaticano, Zilahy batte invece territori poco noti: scavi archeologici minori, ma non per questo indegni di interesse, e atti d'ordinaria follia che abbiamo già avuto il dispiacere di leggere sui giornali di cronaca – l'inquietante avvento di squadroni neonazisti alla caccia di minoranze alle strette e perfino le famigerate buche sull'asfalto, capaci di strappare qualche sorriso inaspettato negli accidentati inseguimenti in automobile.

C'è chi ci mangia, trafficando sulla mondezza di oggi e sui tumori di domani. Stessa gente, stessi cognomi, stessa storia. Sempre e per sempre, nella città eterna.

Su uno sfondo sempre scenografico, seguiamo i passi cauti del commissario Enrico Mancini: gli ultimi, spiace ricordarlo, se alla fine di una serie che ce l'ha mostrato disperato, furente, umano. Si è deciso a guarire dal lutto, complici la psicologa del distretto e il recente amore per una collega: via i guanti che lo separano dall'esterno, che lo proteggevano dal contatto fisico, ma ecco comparire una barba incolta ad alterarne i lineamenti. Come se stesse meglio, certo, ma non abbastanza da venire a patti con sé stesso: i sensi di colpa non vanno mai a dormire. Chi è Enrico Mancini? Senza mostri, senza guanti, senza gli oggetti appartenuti all'amata Marisa? Chi è quando questo capitolo si chiude, senza più mostri da stanare? Si parla di identità: la parola chiave. Quella che il protagonista cerca di ricostruire, nel suo piccolo, e quelle che un serial killer strappa alle vittime: mutilate, disseminate tra le rovine dell'antica Roma, guardate autoannientarsi con la sincera curiosità di un apprendista antropologo. Stando al profilo che ne tracciano: caucasico, di mezza età, all'apparenza irreprensibile, cresciuto nella scuola di vita di ogni psicopatico tra abusi fisici e privazioni. Gli indizi: nei disegni d'infanzia, nei fascicoli polverosi, in casi in cui la giustizia ha fatto cilecca. La squadra brancola in preda ai dubbi. Le vittime appaiono scollegate. La stampa, a causa delle soffiate di una misteriosa talpa, accusa Mancini di negligenza. Il profiler addestrato a Quantico ha forse perso i suoi sensi sopraffini, il tocco?

La discesa, la chiamo così. Una specie di immersione nella palude mentale dei miei assassini. E' una discesa che si fa con gli strumenti adatti e un salvagente, anzi, direi uno scafandro. Gli strumenti sono oggettivi. Sono le cose che conosciamo, come si muove, la sua firma, le tracce che lascia. Lo scafandro invece è una specie di corazza che ogni profiler indossa quando deve calarsi nell'inferno interiore di quei soggetti.

Assieme a lui, volti e nomi che abbiamo imparato a conoscere: Caterina e Walter, in crisi per il desiderio di lei di adottare il piccolo Niko, bambino rom inverisimilmente propenso a cacciarsi nei guai; Antonio e Alexandra, personaggio femminile che ancora una volta mi è parso ininfluente, che fanno i conti con il coinvolgimento della Nigro nel caso precedente; il professor Biga, incapace di rassegnarsi all'inoperosità della sua triste situazione clinica; l'infido Gugliotti, già proiettato verso la pensione e roso dalla gelosia per una relazione – quella tra Enrico e Giulia – nata come uno sgarbo nei suoi riguardi. Cosa manca a tutti loro, mi sono domandato nell'arco di una lettura cinematografica che eppure convinceva meno del previsto? Gli spazi personali, il privato: continuamente squillano i cellulari, le ricetrasmittenti gracchiano, le soffiate anonime interrompono qualsiasi tentativo di intimità – tralasciando la coppia Caterina-Walter, Mancini e la Foderà in quattrocento pagine avranno appena pochi passaggi fianco a fianco, evitando i silenzi parlanti, la loro stessa relazione, casa. Zilahy in precedenza li ha scavati, ha approfondito i loro talloni d'Achille, per poi farne cosa? Restano gli omicidi suggestivi (il più coreografico implica la mummificazione con del gesso liquido), i parallelismi affascinanti tra il boia e un investigatore quanto mai indolente, una scrittura bella ma diversa. Concitatissimo, questo Zilahy taglia, sfoltisce, aguzza gli spigoli e toglie quel che era superfluo solo a un'occhiata superficiale – il lirismo consueto, quel gusto barocco tanto atipico per un thriller, è riservato alle pagine in corsivo che descrivono in soggettiva i punti di vista di assassino e vittime – e che, in verità, sul lungo tratto era la sua grande forza.

E' un momento di passaggio. Una lunga mezzanotte sociale. E quando cala il sole gli animali sordidi e vigliacchi emergono dal nulla in cui vivono le loro esistenze.

Questo puntuale congedo si legge da sé, ma non mi è parso poi così crudele, così memorabile. Per arrivarci, tuttavia, è necessario prima passare dai capitoli precedenti: la conoscenza di uno scrittore impareggiabile – professionalmente, umanamente – allora vi ripagherà dall'attesa, e da colpi di scena a volte assestati più debolmente di altri. Così crudele è la fine ricorda ai lettori l'importanza vitale del buio. Essenziale per contrapporlo alla pace del giorno. Per affannarsi strenuamente a cacciarlo e, nel mezzo della ricerca, scoprirsi vivi. E scoprirne magari il senso che sfugge, nel riflesso di uno specchio in frantumi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - In The End