Shelly
è una di quelle adolescenti di cui ti accorgi quanto sono belle da
un'estate all'altra. Le curve sbucate all'improvviso e l'allestimento
di un chiacchierato stand dei baci rappresenteranno per lei un
grattacapo non da poco. Colpa della gonna troppo corta se i coetanei
fanno apprezzamenti spinti, che la imbarazzano e segretamente la
lusingano. Colpa del rissoso e iper protettivo Noah se, con la scusa
di proteggerla, si avvicina quel che basta a innamorarsi corrisposto
di lei. Peccato sia il fratello maggiore di Lee, che di Elle è
l'amico di tutta un'infanzia. Peccato che tra i due, pappa e ciccia,
ci siano regole da non violare in nome di un lungo sodalizio. In fatto di sentimenti, i parenti sono materia
proibita. Amore o amicizia? E che amicizia è, poi, se ci domanda di
scegliere? Tratto da un romanzo in uscita per De Agostini, The
Kissing Booth avrebbe potuto
scoraggiarmi – con la sua aria appartentemente televisiva, con i
suoi triangoli indigesti da un pezzo –, se non fosse stata per la
media online che non ti aspetti. Che sia nel suo piccolo
un'eccezione alla regola, per fortuna, te ne accorgi presto. Il
segreto: la verve di Joey King, non bellissima eppure
adorabile, degna della cotta che contrappone gli aitanti Joel Courney
e Jacob Elordi. Commedia romantica frizzante e spiritosa,
leggerissima, ricorda i teen cult degli anni '80 senza ricorrere
alla retromania dilagante già bella che venuta a noia – a cosa
serve ambientarla in un passato d'oro, poi, se hai mamma Molly
Ringwald nel cast e un confronto finale sulle note di Don't
You (Forget About Me)? Una
sedicenne come tante e come nessuna, John Hughes che dà appuntamento
al recente The Duff,
ritmi azzeccati: come strapparti sorrisi frequenti, così, e un ultimo bagio. (6,5)
L'amore
oltre il confine, quello clandestino, quello proibito se all'interno
di una distopia futuribile. Drake Doremus torna a raccontarcelo a modo suo. Tema
inesauribile con altri angoli da indagare, nuove tecnlogie con cui
fare i conti. Quello tra Nicholas Hoult e Laia Costa – così belli
e talentuosi da fare invidia – sboccia sui siti d'incontri,
e a causa di quelli rischia di morire. Lui, con già un
matrimonio alle spalle, è segretamente in cerca della compagna
giusta. Lei, spagnola in terra americana, insegue l'orgasmo.
La loro notte di fuoco si trasforma in una convivenza di cui ci si
annoia presto. Eppure troppo giovani per un terapista di coppia,
innamorati come dicono, aprono le porte della camera da letto ad
altre persone: non sanno bastarsi. Il sesso prima li unisce, poi li
divide. Hoult ossessionato dai rimpianti verso la storica ex, la
Costa presa da un uomo più grande. Dedicato alla memoria di Anton
Yelchin, autentico ma prolisso senza reale motivazione, Newness parla
come Genovese degli effetti collaterali che la tecnologia ha sul
cuore e dei contro delle novità a tutti i costi: riflessioni
post-moderne accompagnate da un tocco ormai riconoscibile, con
dialoghi quotidiani, una fotografia bluastra e primi piani
morbidissimi ma mai indulgenti – al contrario dei film precedenti
qui c'è tanto contatto fisico e scarsa intimità: ci si confessa i
reciproci amanti, mai i segreti personali. Questo amore online,
quest'ultimo Doremus, piace sempre, ma meno del solito: se scettici come me all'idea della coppia aperta, ma attenti alla sensibilità del cinema
indipendente. Se abbastanza vecchio stile da non credere nelle
sperimentazioni e alle lacrime di coccodrillo di protagonisti un po'
scostanti. La libertà, per ironia della sorte, sta nel legarsi
spontaneamente; nell'annoiarsi insieme, in un finale che finalmente
emoziona. Osando desiderare qualcosa di proprio in un mondo usa e
getta, a forma di smartphone. (6,5)
Il
quattro luglio, un giorno di festa. All'Indipendenza si aggiunge
l'organizzazione di un compleanno a sorpresa. L'affaccendata
Katie recupera festoni e palloncini colorati, il miglior vestito dal
fondo dell'armadio e soprattutto gli invitati. Compresa la sua
famiglia. Compreso il fratello minore, Seth: già ragazzo padre, già
entrato e uscito in un indistinguibile andirivieni dalle cliniche di
disintossicazione. Passarlo a prendere a casa diventa un'impresa: salvarlo di nuovo dall'eroina. Si dimena come un
pazzo sul sedile anteriore. Porta le maniche luglie in piena estate.
C'è ricaduto. Il bruciore della dipendenza, più forte dell'amore
verso una bambina col pannolino sporco a cui ha promesso in pasto i
fuochi d'artificio. Per Katie – una vita in differita, consacrata
alle fragilità del prossimo –, invece, il sangue del suo sangue
viene prima del futuro. In cerca ora di una clinica, ora di un'ultima
dose, Abbi Jacobson accompagna un ottimo Dave Franco, alle prese con
la prima grande prova distante dalle commedie demenziali e dall'ombra
del più famoso James, in una Los Angeles in cui tutti vanno in rehab
e le tentazioni sono sempre dietro l'angolo. Lei, con un vestitino da
cocktail fuori luogo nei mondi di Shameless, sfida i
bassifondi e attacchi di panico in cui pensa letteralmente di
annegare (e Seth, in tutto ciò, resta la sua zavorra). Lui, in preda
ai sudori freddi, al vomito e agli attacchi di dissenteria, è un
tornado che ti porta in alto nei momenti di euforia e poi ti
distrugge. Un'ora e quattordici per passare a comprare una torta
d'alta pasticceria e la droga. A sorpresa, abbastanza per
affezionarsi alla semplicità e al realismo di questo film. Due
protagonisti al loro meglio. Una regia notturna, serratissima, con un
taglio stilistico alla Sean Baker che a tratti lo rende un gioiellino. Dramma indie sparato dritto in endovena, 6 Balloons ha tutto il dolore,
la violenza e la tenerezza che possono starci. In una macchina che
porta verso i pusher. In un palloncino a elio sospeso nella speranza,
finché non scoppia. (7)
Sentirle
dire che non è felice davanti a una colazione a letto. Davanti a un ragazzo che, fra giochi erotici,
piccoli riti e un linguaggio di gesti e risate coniato soltanto per
loro, cerca di mantener viva la scintilla. Lui, infatti, è
sentimentale per natura. Lei, la realista dei due, pare invece
eternamente insoddisfatta. Colpa di un figlio che non arriva, degli
ex, del cane che puzza, della cortesia esagerata del primo e della
luna storta dell'altra. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?
Melodramma (pre)matrimoniale con protagonisti logorroici, bizzarri e
umani che sperimentano al terzo anniversario le gioie e i dolori di
mettere il cuore al vaglio, la commedia Netflix ha comprimari
telefilmici per nulla indispensabili (Isidora Goreshter da Shameless
e Kristin Bauer van Straten da True Blood) e un piglio indie
che, al solito, la salva dai connaturati difetti. Dopo tre anni d'amore, per la copia
uscita peggio di Zoey Deschanel, Noel Wells – già vista e mal
sopportata in Master of None –, e Ben Schwartz, è in
agguato la fine o forse un'altra occasione? Tutta questione di punti
di vista, in Happy Anniversary. Un giorno all'apparenza lieto
innesca nella coppia – che prende in giro le smanie dei coetanei
radical chic, che si dà contro per sport pur di non cadere vittima
della medesima ipocrisia – una serie di reazionie e pensieri
collaterali. Accontentarsi. Ingannarsi. O, semplicemente,
rassegnarsi al fatto che il tempo si cambi, anche come amanti? (5,5)
Non
ho mai fatto mistero della mia predilezione per il cuore nero degli
horror iberici, né per la concezione secondo la quale nel cinema di
genere – ormai senza idee vincenti – si debba preferire la forma
alla sostanza, se in cerca di qualche guizzo.
Verònica è un film che gioca con il fuoco delle tavolette Ouija e
il fascino delle evocazioni: l'ennesimo. Corrono gli anni Novanta, ed
ecco i poster alle pareti delle adolescenti, le cuffiette del walkman
nelle orecchie e un piacevole gusto kitsch, che contempla luci al
neon e musica elettronica. La protagonista, quindicenne, è la
primogenita di una famiglia bella ma popolosa, in cui lei si
trova a fare un po' da mamma. Anche se aspetta ancora il primo
ciclo mestruale, confine invisibile fra le donne e le bambine. Anche
se le ragazze responsabili non trafficano con l'occulto da edicola,
con il rischio che qualcosa – un'ombra alla James Wan, mostrata con
intelligenti vedo-non vedo – si impossessi del suo corpo. Non
mancano i cliché: la suora cieca con un fiuto per il male;
il detective messo in difficoltà da un crimine con implicazioni
paranormali. Non manca lo splatter, con un lungo incubo in cui la
protagonista viene divorata dalla nidiata di fratelli minori: gli
stessi che rendono adorabili, eppure, la quotidianità e il giovane
cast – su tutti ovviamente lei, la bravissima Sandra Escacena – dell'ultimo film del sempre affidabile Paco Plaza. Il
regista, braccio destro di Balaguerò nella saga in caduta libera di
Rec, ricorda i nostri
Fulci e Argento nella grana autenticamente rétro delle immagini;
perfino lo Spielberg di Incontri ravvicinati, con il tenero Antonito
incantato sull'uscio del bagno. L'eclissi oscura Madrid e anima un
ipnotico delirio, fra possessione satanica e allucinazioni, con un
tocco d'autore – classico e modernissimo insieme – che, come si
diceva, sa fare la differenza. Inquietante metafora del diventare
adulti come il cannibale Raw,
Verònica è la
riprova di come il male padroneggi tutti gli idiomi del mondo. Lo
spagnolo, lingua di balli di gruppo e brividi non da poco, a quanto
pare, meglio di altri. (7,5)
