giovedì 8 giugno 2017

Recensione: Aurora nel buio, di Barbara Baraldi

Non credo ai detti popolari, ma credo alla cattiveria degli uomini. È quella che uccide, non la superstizione.

Titolo: Aurora nel buio
Autrice: Barbara Baraldi
Editore: Giunti – M
Numero di pagine: 528
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Aurora Scalviati era la migliore, fino al giorno di quel conflitto a fuoco, quando quel proiettile ha raggiunto la sua testa. Da allora, la più brava profiler della polizia italiana soffre di un disturbo bipolare che cerca di dominare attraverso i farmaci e le sedute clandestine di una terapia da molti considerata barbara: l'elettroshock. Quando per motivi disciplinari Aurora viene trasferita in una tranquilla cittadina dell'Emilia, si trova di fronte a uno scenario diverso da come lo immaginava. Una donna viene uccisa proprio la notte del suo arrivo, il marito è scomparso e l'assassino ha rapito la loro bambina, Aprile, di nove anni. Su una parete della casa, una scritta tracciata col sangue della vittima: "Tu non farai alcun male". Aurora è certa che si tratti dell'opera di un killer che ha già ucciso in passato e che quella scritta sia un indizio che può condurre alla bimba, una specie di ultimatum. Ma nessuno la ascolta. Presto Aurora capirà di essere costretta ad agire al di fuori delle regole, perché solo fidandosi del proprio intuito potrà dissipare la coltre di nebbia che avvolge ogni cosa. Solo affrontando i demoni della propria mente potrà salvare la piccola Aprile ed evitare nuove morti...
                                         La recensione
Probabilmente non lo sa, ma Barbara Baraldi è una delle persone che dovrei ringraziare se il mio blog esiste. Facevo il primo liceo quando, ignorando le regole base della spaziatura e reduce dalla lettura di Scarlett, le rubavo cinque minuti in chat con le mie domande: sarebbero diventate parte di un'intervista sul giornalino della scuola e un buon punto di partenza. Scoprivo lì la bellezza degli stili a singhiozzo, già adocchiati con la Palazzolo. Scoprivo così il piacere di scrivere di quel che avevo letto e curiosare un po'. Dopo una serie di romanzi per ragazzi e un ruolo d'eccezione come sceneggiatrice di Dylan Dog, la Baraldi – persona gentilissima, ma scrittrice di polso – torna in Emilia e al suo primo amore, il thriller. Genere, di per sé, verso cui sono molto critico. In parte, forse, perché mi ha abituato bene qualcuno come lei. Una ragazza della provincia bolognese, come si era descritta allora, che amava il rock, il cinema di Dario Argento e la letteratura gotica, l'improvvisarsi saltuariamente tata e cantastorie a beneficio dei fratelli minori. 
Aurora nel buio, un mattoncino di cinquecento pagine dal titolo bellissimo, ha una protagonista dalla cartella clinica compromettente e una struttura complessa, a cavallo tra passato e presente. Nelle terre scosse dal sisma del 2012, abbandonate all'incuria del tempo e alle attenzioni dei boia, viene esiliata Aurora Scalviati: un'agente guardata con sospetto, abituata a non fidarsi né di se stessa né degli altri. La lucidità e gli uomini della sua vita l'hanno lasciata. Le resta un frammento di proiettile incastonato nella tempia, un ciondolo in cui nascondere gli ansiolitici, la fama di «Ammazzasbirri». E la morte, compagna di sempre, che la segue ovunque le sue indagini la conducano. Una coppia è stata massacrata – la moglie sorpresa sulle scale, con chiodi arrugginiti piantati nelle mani e negli occhi – e la loro figlia, una bambina con la primavera nel nome, è scomparsa. La violenza del rituale porta a un delitto simile, verificatosi negli anni Novanta: un contadino aveva fatto a pezzi una famiglia del posto, galeotto il furto di un melograno. Porta, ancora, all'epidemia di peste di sette secoli fa: sullo sfondo, un inquisitore combatteva i sintomi del contagio e l'incubo dei redivivi. Riti antichi, scritte deliranti sui muri, piccole principesse da trarre in salvo. Il sangue come inchiostro. Case stregate nella boscaglia, ospedali psichiatrici sugli Appennini. 
Cosa ha risvegliato il Lupo Cattivo, assassino famigerato che ha ispirato scongiuri e cantilene? Ricordavo una Baraldi svelta ed elegante. A prima impressione, ho temuto di scoprirla rallentata dai meccanismi di un thriller che ricalma il ritmo degli americani – la creazione di una task force, la minaccia costante di sospendere le indagini, il profilo consueto del sociopatico allevato in cattività – e, a occhio e croce, da qualche pagina di troppo. L'impressione, per fortuna, non si protrae che per le cento pagine introduttive. Ci hanno pensato poi gli enigmi in rima, gli aneddotti sull'eredità genetica dell'investigatrice (un compleanno in libreria con una mamma che si sognava Maria Callas), lo stile da fiaba gore che non avevo scordato. Il fatto che fino a ieri non sapessi affatto dove volesse portarmi, questo garbuglio a sangue freddo di storie dentro storie. Affascinante e vulnerabile, cucito sulle forme spigolose della protagonista femminile, il romanzo della Baraldi è sempre sul punto di lasciarsi andare – alle intuizioni, alla gentilezza del prossimo, alla follia. Cosa può allora Bruno, schiavo del senso del dovere, delle leggi dell'attrazione e degli sbalzi d'umore della tormentata collega? Aurora nel buio è a proprio agio con le luci spente. Balla a occhi chiusi sulla colonna sonora di True Detective. Rifugge il sole, preferisce la nebbia. Non inciampa e non ha paura, mai: come se fosse pieno giorno e là fuori non si nascondessero pericoli su pericoli – i tranelli a tradimento dei cliché, le belve dei Grimm.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Leonard Cohen – Teachers 

lunedì 5 giugno 2017

Recensione: L'arte di essere normale, di Lisa Williamson

«Perché ti chiama così?» «Non lo so. Perché sono strano?»
«Non lo siamo tutti?»

Titolo: L'arte di essere normale
Autrice: Lisa Williamson
Editore: Il Castoro - HotSpot
Numero di pagine: 326
Prezzo: € 16,50
Sinossi: David Piper ha quattordici anni, e il tempo gli rema contro. I suoi genitori credono sia omosessuale, a scuola è vittima dei bulli. I suoi due migliori amici sono gli unici a sapere la verità. Leo Denton, al suo primo giorno alla prestigiosa scuola di Eden Park, ha un solo obiettivo: passare inosservato. Ma ben presto cominciano a circolare voci sulla sua espulsione dalla scuola precedente. E il fatto che la bella e popolarissima Alicia si innamori di lui non aiuta a tenerlo lontano dai riflettori e dai guai… Quando Leo prende le parti di David in un diverbio, tra i due nasce un’inaspettata amicizia. Ma le cose stanno per diventare ancora più complicate perché alla Eden Park i segreti non rimangono tali a lungo…

                                 La recensione
Libri carini e leggeri, dicevamo una recensione fa. Un toccasana per la sessione estiva. Un eterno ritorno al young adult, contro l'afa e il tempo perduto. Chi, se nella mia stessa situazione, oserebbe domandare qualcosa di diverso? I romanzi senza infamia né lode, quelli a tre stelline, mi hanno stancato però. Che carini e leggeri siano, ma fatte le debite eccezioni: per un po' di profondità, per temi importanti affrontati con toni discorsivi, giuro solennemente che c'è spazio a fine giornata o dopo i pasti. Parlavo di eccezioni, appunto. Tra le righe, parlavo di letture per ragazzi tanto rare. Quelle con le fascette che dicono cose bellissime, e non è nient'altro che la verità; quelle con piedi veloci che solcano strade color arcobaleno in copertina. Che a tradurre l'esordio di Lisa Williamson sia stata proprio la novella HotSpot non me ne stupisco: l'occhio lungo, un catalogo ricchissimo, titoli a misura di adolescente. Ripenso a Luna o ad Aristotele e Dante scoprono i segreti dell'universo: avventure di comprensione reciproca e tolleranza, su solitudini esistenziali che insieme si annullano per magia. 
L'arte di essere normale, bello e immediato sin dal titolo, discreto ma emozionantissimo, farà loro compagnia nella mia libreria. David e Leo vivono in una città che non conosce gentilezza. Il primo, membro di una famiglia progressista ma cieca davanti all'evidenza, nei compiti in classe raccontava il suo sogno impossibile e generava gli sfottò dei coetanei: voleva essere una femmina sin da bambino e ora, a quattordici anni, ne è sicuro come non mai. Studia il proprio riflesso e appunta su un quadernino le trasformazioni che il suo corpo sta subendo. Quando avrà le giuste proporzioni, il coraggio necessario, per smettere di essere la bugia di un uomo a metà? L'altro, trasferitosi in una scuola pubblica che ha la spocchia e le divise inamidate degli istituiti privati, ha mitizzato un padre fuggitivo e preso posto a sedere in un salottino kitsch, stipato di parenti stretti. Vive in un quartiere degradato ma sogna l'espiazione: la sua fama di mela marcia lo precede tra i corridoi. Si può ricominciare da zero, e per di più nella stessa storia che all'inizio li voleva entrambi in crisi? A capitoli alterni, l'autrice descrive due protagonisti con un grande segreto. Diffidenti per natura, ma dalla natura – nonostante tutto – simile. Ci vuole il tempo che ci vuole per confidarsi. 
In una scuola in cui tutti parlano e sparlano, infatti, la loro amicizia non ha bisogno di parole superflue. Il ragazzo che si sentiva una ragazza e il famigerato bullo del liceo partono. Alla ricerca del padre del secondo e di loro stessi. Durante il tragitto scopriranno il sapore della birra, il fascino decadente delle piscine abbandonate, l'imbarazzo delle stonature al karaoke, il mare di notte: il mito infondato della normalità, in una fuga lontano da casa. Si danno a reazioni realistiche e confronti commoventi. Scappano, urlano, spaccano nasi e oggetti fragili. Parlano e agiscono come adolescenti tridimensionali. Al ritorno all'ovile, tra colpi di scena e pronomi personali che cambiano, niente o nessuno sarà uguale a prima. L'arte di essere normale non è come sembra, sulla scia di due narratori che non sono come sembrano. Gente che non apprezza il proprio riflesso allo specchio (e chi lo apprezza?). Quattordicenni che si sentono fuori posto (e chi, ora come allora, non ci si sente?). Mi ha ricordato l'importanza delle storie belle. Scritte bene, dico, e pensate meglio. Storie che possono cambiare l'umore al lunedì mattina e, chissà, se hai quell'età e fai pensieri in assonanza, perfino la vita.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Owl Cities – Shooting Star

venerdì 2 giugno 2017

I ♥ Telefilm: Chiamatemi Anna | Fargo II | Girlboss

I Cuthbert, fratello e sorella che gestiscono una sperduta fattoria in Nuova Scozia, aspettavano l'aiuto di un garzone. L'orfanotrofio, invece, li sorprende inviando una ragazzina lentigginosa, allampanata, con le trecce rosse. Scende dal treno e tu sei lì, indispettito a morte, che già vorresti spingerla sulle rotaie e chi si è visto si è visto. Perché Anna Shirley Cuthbert – la stessa del cartone di cui ricordo appena la sigla, l'eroina dei romanzi di Lucy Maud Montgomery – non la facevo tanto insopportabile. Ti stordisce di chiacchiere, a suon di luoghi da ribattezzare dal nuovo, vestiti dalle maniche a sbuffo, toni melodrammatici. Certo, umanamente ha la mia comprensione: orfana passata da una famiglia affidataria all'altra, si è rifugiata nella lettura. Si sente rifiutata, sempre un rimpiazzo, ma scioglie i cuori duri di Matthew e Marilla mostrandosi intelligente, giudiziosa, dotata di mille talenti. Peccato che la sua logorrea stremi. Peccato che il primo episodio, lungo un'ora e mezza, metta a dura prova. Come mi assicurava qualche amico su Facebook, una volta superato quello, le sei puntate restanti di Chiamatemi Anna si guardano da sé. Lei parla un po' meno, perché a scuola i maestri la richiamano all'ordine ed è circondata da compagne maldicenti ancora più fastidiose di lei – ma il corteggiatissimo Guilbert (Lucas Jade Zumann, già sorprendente protagonista di 20th Century Women) intanto le fa gli occhi dolci. Non mancano i momenti di tenerezza, gli attimi di coesione, e neanche qualche dramma di troppo. Anna, come la quasi omonima di Tredici, sembra chiamare a sé calamità e sciagure: case ipotecate, incendi, dipartite, febbri alte, patrigni maneschi colti comicamente da infarto. Nello spirito delle storie formative e ricattatorie che un tempo andavano per la maggiore, dei film a tema nei Natale di Canale Cinque, la serie Netflix si fa apprezzare l'indispensabile e con poco. Candida e furbetta, ti lascia in sospeso. Con il ricordo di paesaggi bellissimi – complice il tocco della regista Niki Caro –, il cerchio alla testa per i monologhi a fantasia della comunque ottima Amybeth McNulty, la sensazione che dalla produttrice di Breaking Bad e Flesh & Bone fosse lecito aspettarsi ben più che una fiaba già sfogliata. (6)

L'ho recuperato con ben due anni di ritardo. A sorpresa, quel Fargo che non mi aveva mai attirato prima da allora – io e i Coen, si sa, non tanto ci prendiamo – si era fatto seguire in una manciata di giorni, in un circolo vizioso di divertimento e angoscia. Complici caratteristi d'eccezione, un giallo che sposava l'umorismo più macabro, le promesse di varietà delle serie antologiche. Seconda stagione, altra storia. Fargo fa un salto indietro. Siamo sul finire degli anni Settanta. Protagonisti: personaggi di una generazione prima – nello specifico, la famiglia della coraggiosa agente Solverson – e il famigerato massacro di Sioux Falls, già citato nelle puntate precedenti. Al centro: la guerriglia senza esclusione di colpi tra due famiglie rivali, le disavventure di una coppia di coniugi in crisi che hanno investito il criminale sbagliato, indagini che a tratti procedono a tentoni. Convenzionale nell'intreccio, se non fosse per un'esilarante spruzzata di fantascienza in chiusura, Fargo conferma di essere un intrattenimento di alti livelli. Ben scritto, recitato meglio ancora. Purtroppo, stando a me, il salto indietro non riguarda soltanto i piani temporali. Ho visto questi dieci episodi distribuendoli in un mese, né stufo né preso, e questo la dice lunga. Ho sentito la mancanza a bordo di grandi mattatori come Bob Thornton e Freeman; della passata verve. La neve torna a macchiarsi di sangue, ma a calpestarla sono personaggi poco carismatici. Le famiglie malavitose che ispirano tanti sbadigli; il poliziotto tutto d'un pezzo di Patrick Wilson, con a casa moglie malata e una figlia da crescere; la sciampista frustrata e il macellaio timido che qui e lì, complice una Dunst svampita ma affatto degna di stupore, ti fanno appassionare alla loro bizzarra odissea di provincia. Rimasto significativamente a bocca asciutta durante la stagione dei premi, al contrario del suo predecessore, questo Fargo è come immaginavo (sbagliando) avrei trovato il primo capitolo. Più lento, più serio, più classico. Appunto, più così. (7)

Ricordo di averla incrociata sulla copertina di un romanzo Sonzogno. L'autobiografia di Sophia Amoruso, classe 1984, raccontava un'altra faccia del sogno americano. Ventenne a San Francisco, la giovane frequentava i locali indie e i negozi dell'usato. In testa: un'idea vincente di moda. Da un negozio virtuale su Ebay può nascere un'impresa di successo? Ci si può arricchire facendo affidamento su una gran faccia tosta, vestiti a basso costo e un po' di fortuna? Sì, se vivi negli Stati Uniti prima dell'era Trump e c'è abbastanza spazio per chi ha il coraggio di buttarsi. Sì, se in una manciata di giorni – e con un sorriso imperituro – ti concedi i tredici episodi di Girlboss. Biopic in formato tascabile, romanzato quanto basta, parla dell'Cenerentola di periferia che scoprì l'America in un'intuizione da poco. Gli inizi della carriera della Amoruso, pazza e battagliera, partono dall'ultimo di una lunga serie di licenziamenti e dall'ennesimo acquisto non necessario. I suoi coetanei stanno crescendo, ma lei rimanda a domani quello che potrebbe fare oggi. Ha vaghi sogni di gloria, poca voglia di serietà, una connessione super veloce. Basta un click, il versamento in denaro del primo acquirente, per guadagnare la fiducia di qualcuno e le gelosie dei colleghi virtuali. Quanto ci vorrà per dire a papà che la bambina di casa è una donna in carriera? A gestire agende fitte, amanti inaffidabili e un cast centratissimo, una Britt Robertson brava come non mai: il biondo barattato per il castano scuro, la parlantina a raffica, tempi comici inaspettati e una naturale adorabilità che rendono impossibile odiarla, quando pecca di avarizia. Ha scoppi di tristezza, qualche volta, e conti in sospeso con mamma. Colorito, colorato e spassosissimo, Girlboss è una fiaba contemporanea. Una parabola classica, risaputa, con atmosfere che piaccono e comprimari così esagerati, protagoniste così belle, da sembrare una compagnia indispensabile con l'afa o con la pioggia. (6,5)

mercoledì 31 maggio 2017

Recensione: Noi siamo tutto, di Nicola Yoon

E' un concetto difficile da afferrare, l'idea che ci sia stato un tempo prima di noi. Un tempo prima del tempo. In principio non c'era niente. E poi c'è stato tutto.

Titolo: Noi siamo tutto
Autrice: Nicola Yoon
Editore: Sperling Kupfer
Numero di pagine: 307
Prezzo: € 17,90
Sinossi: Madeline Whittier è allergica al mondo. Soffre infatti di una patologia tanto rara quanto nota, che non le permette di entrare in contatto con il mondo esterno. Per questo non esce di casa, non l'ha mai fatto in diciassette anni. Mai un respiro d'aria fresca, né un raggio di sole caldo sul viso. Le uniche persone che può frequentare sono sua madre e la sua infermiera, Carla. Finché, un giorno, un camion di una ditta di traslochi si ferma nella sua via. Madeline è alla finestra quando vede... lui. Il nuovo vicino. Alto, magro e vestito di nero dalla testa ai piedi: maglietta nera, jeans neri, scarpe da ginnastica nere e un berretto nero di maglia che gli nasconde completamente i capelli. Il suo nome è Olly. I loro sguardi si incrociano per un secondo. E anche se nella vita è impossibile prevedere sempre tutto, in quel secondo Madeline prevede che si innamorerà di lui. Anzi, ne è sicura. Come è quasi sicura che sarà un disastro. Perché, per la prima volta, quello che ha non le basta più. E per vivere anche solo un giorno perfetto è pronta a rischiare tutto.

                                        La recensione
Una camera asettica, le pareti bianche e l'aria filtrata. La vita altrui, come in un capolavoro di Hitchcock, spiata da una finestra. Quella di Madeline, infatti, è tutta un falso. Affetta da una malattia rara, vive sotto stretta osservazione. Superare la soglia di un passo potrebbe costarle la vita: è allergica al mondo. Da casa, sempre protetta, studia architettura su Skype e si finge rassegnata. Finché a un passo da lei non si trasferisce Olly – agile e vestito di nero, con un padre aggressivo al seguito e una mamma famosa per i suoi tremendi ciambelloni. Si studiano da dietro una barriera, si scrivono in chat o sui vetri, giurano sia amore. Quando hai conosciuto una cosa così, una persona così, può andarti ancora bene la tua vita a metà? E per la prima volta, quasi donna, Maddy non può cercare intermediari o trucchi. La sua relazione non può svilupparsi a distanza di sicurezza; crescere in una serra. Tocca mettere il naso fuori, rischiare il tutto per tutto, se un sentimento non va vissuto in differita. 
A questo punto ti aspetteresti pagine bellissime. Com'è sentire il sole addosso, se allevati sotto una campana di vetro? Quali sensazioni suscita un universo sconosciuto, che potrebbe essere il nostro inizio e la nostra fine? In Stanza, letto, armadio, specchio me l'ha spiegato il piccolo Jack: scappato dalla tana dell'orco, guardava il cielo con due occhi grandi così e mi commuoveva. Nel film Mommy, in un giorno di ordinaria felicità, il collerico Steve rivoluziona la sua vita convertendola al 16:9: lo schermo si spalancava come fosse un portone. Il romanzo di esordio di Nicola Yoon è un'altra storia di amore e libertà. Ha buone medie, una trasposizione cinematografica già pronta, un titolo che fa pendant con l'amato romanzo di Chbosky. Qualche tempo fa, parlando di young adult, scrivevo che ne leggo ormai pochi: quei pochi li scelgo con il lanternino. Noi siamo tutto mi è capitato tra le mani durante la sessione estiva, quando di romanzi leggeri e carini ho un bisogno matto e disperato. L'incentivo: uno spunto vincente. 
E un volume curato nel dettaglio, sfizioso, che sembra un diario segreto: schizzi a matita e annotazioni, schemi e illustrazioni, scambi di email e scampoli di recensioni, carte topografiche di un cuore adolescente. La Yoon, purtroppo, si limita a questo: belle ispirazioni, pagine decorate a fantasia. Ha un'idea originale, ma uno stile – corretto, senza poesia – che non sta sempre al passo. Non con Maddie almeno, narratrice curiosa e ribelle, che in teoria dovrebbe spiegarci il mondo secondo lei. Quelle che sente sono le classiche farfalle allo stomaco o i sintomi dell'autocombustione? La spossatezza è colpa del jet lag o di un semplice raffreddore stagionale? Il romanzo fila liscio, troppo. Frettoloso, aggiunge un solo dettaglio – intuibile, per di più – a ciò che il risvolto di copertina riassume. Non sa approfondirlo. Non sa allontanarsene. Le pagine finiscono all'improvviso. Mancano i colpi di cuore e di testa; l'emozione in più. Anche durante la fuga alle Hawaii, finalmente fuori dalla sua bolla, l'identità della protagonista arriva a sprazzi. Cosa resta del suo dramma, se non il vago fastidio per un'idea ridotta ai minimi termini? Noi siamo tutto, con una trama così, avrebbe potuto essere un'esperienza dei sensi. Resta invece al di là di quel vetro blindato. Con un linguaggio comune, poco adatto a una ragazza tutt'altro che comune. Con emozioni aliene, da rifinire con cura maggiore. Forse ho sviluppato gli anticorpi a furia di leggere, e dei romanzi che promettono tutto – e invece, poi, propongono di quel tutto un po' – non mi accontento, per quanto leggeri e carini essi siano. Forse, semplicemente, sono immune.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Everything 

lunedì 29 maggio 2017

Recensione: Non ditelo allo scrittore, di Alice Basso

La prego, prof, inizi a fare lezione. Ci porti con sé nel mondo della letteratura, perché per oggi della realtà ne ho veramente piene le palle.

Titolo: Non ditelo allo scrittore
Autrice: Alice Basso
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 16,90
Sinossi: A Vani basta notare un tic, una lieve flessione della voce, uno strano modo di camminare per sapere cosa c’è nella testa delle persone. Una empatia innata che Vani mal sopporta, visto il suo odio per qualunque essere vivente le stia intorno. Una capacità speciale che però è fondamentale nel suo mestiere. Perché Vani è una ghostwriter. Presta le sue parole ad autori che in realtà non hanno scritto i loro libri. Si mette nei loro panni. Un lavoro complicato di cui non può parlare con nessuno. Solo il suo capo sa bene qual è ruolo di Vani nella casa editrice. E sa bene che il compito che le ha affidato è più di una sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo Vani può trovarlo, seguendo il suo intuito che non l’abbandona mai. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo stesso scrittore che le ha spezzato il cuore, che ora è pronto a tutto per riconquistarla. Vani deve stare attenta a non lasciarsi incantare dai suoi gesti. Eppure ha ben altro a cui pensare. Il commissario Berganza, con cui collabora, è sicuro che lei sia l’unica a poter scoprire come un boss della malavita agli arresti domiciliari riesca comunque a guidare i suoi traffici. Come è sicuro che sia arrivato il momento di mettere tutte le carte in tavola con Vani. Con nessun’altra donna riuscirà mai a parlare di Chandler, Agatha Christie e Simenon come con lei. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo. Senza sapere come mai l’abbia fatto. Forse perché, come ha imparato leggendo La lettera scarlatta e Cyrano de Bergerac, ogni uomo aspira a qualcosa di più grande, che rompa ogni schema della razionalità e della logica.
                                        La recensione
Scoperta due anni fa di questi tempi, Alice Basso è diventata un'abitudine irrinunciabile – rimedio perfetto contro la sessione estiva, la bella stagione e altri mali. Strano, potreste dire, data la presenza di una protagonista che non è propriamente uno zuccherino. A una cena tra amici, però, io sarei quello che frena come può gli istinti omicidi verso l'immancabile simpaticone del gruppo. La gente che vuole spacciarsi per cordiale a tutti i costi no, non mi piace. Vani Sarca, giacché scostante e sarcastica, è invece il tipo di persona che entra subito nelle mie grazie. Sarà che a piacere non ci prova neanche un po', quindi conquistare la sua fiducia, farla sorridere, è una sfida personale. Pendo dalle sue labbra da un paio di romanzi a questa parte, e quanto ho aspettato che arrivasse questo maggio. Avevo bisogno che qualcuno con il mio pessimo senso dell'umorismo e la mia pigrizia, in un mese che è sinonimo di sbadigli tra i manuali, mi desse man forte. La ghostwriter investigatrice è tornata a colpire. Ha fatto il cambio di stagione, ma il suo armadio resta total black. 
Si tiene stretta il solito caratteraccio, qualche amico in più, nuove rogne. Fanno affidamento su di lei il commissario Berganza ("socio", o forse qualcosa di più) e le Edizioni L'Erica. Da un lato, un vecchio criminale ai domiciliari gestisce non si sa come preoccupanti traffici di droga. Dall'altro, il mondo dell'editoria è scosso da una colpo di scena: un romanzo italiano, letto e amato alla stregua di un classico, è in realtà un falso d'autore. Com'è possibile continuare a delinquere, se in un appartamento sorvegliatissimo? Chi meglio di una ghostwriter può riconoscere un altro ghostwriter e, una volta intercettatolo, tentarlo con promesse di gloria eterna? In Non ditelo allo scrittore la nostra eroina preferita ha due missioni parallele: aiutare le forze dell'ordine e trasformare un topo di biblioteca (scortese e offensivo, per di più: peggio di Insinna a telecamere spente) in un oratore provetto. Preceduto da rose rosse a profusione e regali esagerati, spunta però anche Riccardo. E, per quanto uno speri che Cupido faccia breccia nella corazza del rigido Berganza, tocca ammettere che quel ruffiano di un ex gli ruba spesso e volentieri la scena flirtando ad arte. 
A capitoli alterni, i flashback accendono i riflettori sui dolori della giovane Vani: un'adolescente curiosa e irrequieta nei tardi anni Novanta, che ha presto rinunciato a cercare il proprio posto nel mondo fingendo non fosse poi così importante. Per fortuna ci sono i libri che ti mettono sulla buona strada e che portano consiglio: l'ultima pagina, chissà, potrebbe svelarti la soluzione di un caso che sfugge o di un triangolo sentimentale dalle ore contate. Per fortuna ci sono i professori che amano quello che fanno, e la dedica alla loro professione in prima pagina è sacrosanta. E la musica, e la misantropia, e la scoperta del romanticismo. A rischio il giallo: eccessivamente sacrificato. L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome era la rivelazione; Scrivere è un mestiere pericoloso l'attesa conferma; quest'ultimo, invece, non stupisce troppo. Il terzo capitolo mi è piaciuto meno dei precedenti, sì, ma comunque quanto basta. Destino, forse, dei romanzi in serie? Colpa di piste che non si incrociano mai, di salti avanti e indietro che coinvolgono a metà, di una struttura più macchinosa del solito? Impercettibili cavilli, i miei, lo so. Scuse da poco per tentare di spiegare il parziale coinvolgimento più a me che a lei. Alice Basso, infatti, mi avrà sempre in pugno. Ma non ditelo alla scrittrice: potrebbe adagiarsi sugli allori, sapendosi pressoché indispensabile.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Vampire Weekend - Oxford Comma

sabato 27 maggio 2017

Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema

Tom, sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi, lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti. Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e, da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti. Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente immerso nella finzione da prenderla come una questione personale. Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica. La luce sugli oceani non è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue Valentine, anche Alicia Vikander mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario Fassbender. La luce sugli oceani è una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza, viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i naviganti. Potevano privarlo delle tante lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi, come fuori stagione. (7,5)

Siccome cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti, è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori, ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili – finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa la sua. (5)

Al cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo: raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey, infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione. Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa esagerato abuso. (6)

Una reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di lui. Pastorale Americana è la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione, ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione, soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive. Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria bellezza. (7)

Sophie, orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili, imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia, ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo, sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato. Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G” dell'acronimo. (4,5)

Nella Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa, gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello. Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato? Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone è una ghost story che ha i suoi pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane Eyre e Giro di vite, ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che, passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare, nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of Thrones – bella come una ninfa di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che le pietre non dicono. (5)

Louis è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli, è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando, festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui – nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio. Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th Life of Louis Drax è un ibrido sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola. Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa, con il bellissimo splatter Alta tensione – e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel suo essere di tutto un po', The 9th Life of Louis Drax è un Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista – l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)

mercoledì 24 maggio 2017

Recensione: Il giorno che aspettiamo, di Jill Santopolo

Io e te ci conosciamo da quasi metà della nostra vita.

Titolo: Il giorno che aspettiamo
Autrice: Jill Santopolo
Editore: Nord
Numero di pagine: 398
Prezzo: 17,60
Sinossi: Una luminosa mattina di fine estate, un ragazzo e una ragazza s’incontrano all’università, a New York, e s’innamorano. Sembra l’inizio di una storia come tante, ma quel giorno è l’11 settembre 2001 e, mentre la città viene avvolta da un sudario di polvere e detriti, Gabe e Lucy si baciano e si scambiano una promessa. E due vite si fondono in un unico destino. Tredici anni dopo, Lucy è a un bivio. E sente la necessità di ripercorrere con Gabe le tappe fondamentali della loro relazione, segnata da scelte che li hanno condotti lungo strade diverse, lungo vite diverse. Scelte che tuttavia non hanno mai reciso il legame profondo che li ha uniti per tutti quegli anni. Così Lucy gli parla dei loro primi mesi insieme. Del loro amore intenso, passionale, unico. In una parola: puro. E poi di come Gabe avesse infranto quella purezza, decidendo di partire, di andarsene da New York per accettare l’incarico di fotografo di guerra in Iraq. Perché lui sentiva di doverlo fare, perché ciò che accadeva nel mondo era più importante di loro. Una scelta che aveva aperto nel cuore di Lucy una ferita che lei pensava non sarebbe guarita mai. E che, invece, era stata curata da Darren, l’uomo che lei avrebbe scelto di sposare. Eppure quella ferita si riapriva ogni volta che Lucy riceveva una mail o una telefonata da Gabe, e ogni singola volta che lo aveva rivisto nel corso degli anni. Poi era arrivata quella volta, era arrivato quel giorno…
                                          La recensione
Dove eravate l'undici settembre? Inutile precisare di quale anno, inutile domandarvi se lo ricordiate oppure no. Io ne avevo sette, di anni, e se lo chiedeste agli altri ragazzi della mia generazione vi trovereste a leggere storie simili tra loro. Guardavamo la Melevisione quando le trasmissioni pomeridiane furono interrotte per fare spazio al caos di una New York sotto assedio. Ricordo il fumo e la gente che saltava giù. Ricordo che non capivo perché i miei genitori, accanto a me, fossero così preoccupati. Dov'erano Gabriel e Lucy, i protagonisti del fortunato esordio di Jill Santopolo? Compagni di corso, si erano ritrovati a saltare una lezione su Shakespeare e scrutare la tragedia dallo stesso tetto. La protagonista associerà sempre quel giorno a lui, che già allora si figurava un novello Steve McCurry. Per un intero decennio, Gabe apparirà e scomparirà dalla sua vita. Innamorato più del suo mestiere di fotoreporter che della donna con la luce nel nome. 
Il romanzo, tutt'altro che stucchevole ma troppo scontato nell'epilogo, parla di sentimenti e terrorismo. Parte dal Ground Zero, passa dal mandato di Obama alla cattura di bin Laden, finisce con la tivù accesa su Gaza. In mezzo: un matrimonio con un uomo che sembra un po' un rimpiazzo, qualche sporadico faccia a faccia, chiamate a qualsiasi ora. Serve una voce amica. Serve una spalla su cui piangere. Serve un custode, un complice, del giorno più brutto (e più bello) del mondo. Lettera indirizzata a Gabriel, il romanzo ha domande retoriche che incalzano e ricordi che si susseguono. Dove sono adesso? Sono felici? Stanno insieme? Il giorno che aspettiamo è sentito, malinconico, ben scritto, ma. Goodreads cita Un giorno (probabilmente, uno dei romanzi della mia vita) e Io prima di te (adorabile, sì, eppure impacciato in presenza del dramma), e purtroppo mi sono mancati i dettagli sostanziali del primo e l'inaspettata freschezza del secondo. Gli amori, memorabili anche al cinema, dell'uno e dell'altro. Durante la lettura, sapete, non ho pensato neanche per un momento che non mi stesse appassionando. Cosa strana, è nel momento in cui mi sono seduto al computer per parlarne che sono affiorate le cose che non mi sono piaciute – e i paragoni di sorta, giuro, non c'entrano. 
Il romanzo prende e ti dà del tu. Non importa infatti il cosa. Importa, piuttosto, il come. E il chi, mi sono chiesto? Ci sono una lei presente e fragile, vivissima, e un lui messo in secondo piano. Gabriel è filtrato, descritto, sconosciuto – girovago incostante e sprezzate del pericolo: un classico. La parte monca di una coppia che resta impressa a metà. Il giorno che aspettiamo si apre con una dedica a Manhattan in prima pagina e una premessa dell'autrice. La Santopolo accenna a una gestazione lunga quattro anni, all'ispirazione derivata dalla fine di una relazione importante. Dell'autrice ho sentito il dolore, la lontananza, la nostalgia. La pena della stessa Lucy, che aspetta e spera, e nel mentre si sposa, mette al mondo due figli e lavora come produttrice di un programma per bambini, confidando invano che il fotografo di guerra si ravveda da sé. Il terrore accelera i battiti e le reazioni, cementifica i rapporti umani. La gente, se spaventata, decide di procreare o di stare insieme: l'amore è il miglior antidoto contro la paura. A colpirmi, il bellissimo senso della narrazione della Santopolo. E l'intimità di una storia che non dovresti origliare, a tratti, tanto che suona vera.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tom Odell - Another Love