venerdì 1 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La favorita | Green Book

Nemmeno un anno fa, parlando del Sacrificio del cervo sacro, mi dicevo attratto e disgustato dal mondo matto di Yorgos Lanthimos: il greco da concedersi a piccole dosi, tanto forte era il disturbo nei suoi lungometraggi, a cui ho sempre riconosciuto un tocco da maestro – Kubrick e Haneke, tocca scomodarvi – ma intrecci troppo ermetici, troppo strani, per conquistarmi. È tornato in anticipo con un film che su carta poteva scoraggiare: mai stato un appassionato di ricostruzioni storiche tutte intrighi e minuzie, infatti, e i pochi mesi di distanza trascorsi dall'horror con Colin Farrell e Nicole Kidman acuivano il rischio d'indigestione. Gli applausi, per fortuna, lo hanno preceduto. Mi sono giunti all'orecchio prima gli echi degli apprezzamenti a Venezia, poi la notizia delle dieci nomination agli Oscar. Davanti a una tale scrittura, a un tale trio, a un tale Lanthimos il pensiero vien da sé: per favore, diamogli tutti i premi che merita. La regina della fuoriclasse Olivia Colman, volto del piccolo schermo qui in attesa della definitiva consacrazione a star, tiene in gabbia diciassette conigli in memoria dei diciassette figli che ha perso. Nevrotica e bisognosa, si è attorniata di cuccioli, amanti e serve in una corte che dev'essere il capolavoro di architetti e scenografi. Immobilizzata dalla gotta, si trucca come un pagliaccio triste e, sul finale, una paralisi le renderà il viso rattrappito per metà. Mentre gli uomini indossano parrucche, importunano le ultime arrivate per dispetto, lanciano frutta ai buffoni nel ludibrio generale, le donne fanno. Hanno l'ultima parola nello scontro con i francesi, e la crudele Weisz vota per l'attacco, l'imprevedibile Stone per l'armistizio. Hanno parole di solidarietà, perfino di passione, verso una reggente patetica e abbandonata che si circonda di bellezza per contrastare il proprio decadimento fisico: la Weisz, amica di sempre e sempre stupenda, ci prova con modi brutali e consigli mirati; la Stone, sottovalutato agnellino sacrificale deciso a tornare nobildonna, si svende con moine, attenzioni, baci. Chi avrà la meglio? Non è questione di onore. Soprattutto, non è questione di bon ton. Il risultato, strepitoso e straniante, è una catfight che diverte da morire seppure con i corsetti e le gonne di costumisti in stato di grazia; di un Lanthimos che piace addirittura più del solito, grazie a una sceneggiatura affidata a terzi. Il suo tocco comunque non manca: dall'uso deformante del grandangolo al sesso promiscuo con cui puntualmente si sollazza, dalle parentesi grottesche agli attimi toccanti all'improvviso. Il dramma in costume non è mai stato così maleducato, tanto nudo e crudo: la storia è liberata dalla sua patina polverosa a suon di pallottole volanti, scariche di vomito, colpi proibiti sotto la cintola. La guerra non è mai stata priorità del sesso dominante, bensì un gioco caustico e lezioso per dame in prova e dame provette. Sorretto da un umorismo feroce, dalle autentiche eccellenze del cast e da un eleganza esageratissima, il regista greco rischia di rimanere purtroppo a bocca asciutta: non ci sono rivali che gli tengano testa, inutile dire il contrario, ma i pronostici sembrano aver parlato chiaro – qualche speranza soltanto per la Colman, per il comparto tecnico. Resterà uno dei colpi di fulmine dell'annata, posso già stabilirlo a febbraio. Resterà il mio favorito. (8)

Prendete un regista parte di un duo demenziale, Peter Farrelly, e assolvetelo grazie a una commedia tanto americana quanto funzionale. Gli ingredienti segreti, furbi ma altamente vincenti, amalgamati tutti in una sceneggiatura ammiccante – verso i temi giusti, verso le simpatie ormai sdoganate dell'Academy – eppure efficace dall'inizio alla fine, tra le atmosfere calorose del vicino Natale e la fidata supervisione del produttore Steven Spielberg. Uno splendido Viggo Mortensen, italo-americano con lo stomaco capiente e il cuore più grande ancora, condisce ogni conversazione con esilaranti improperi in siciliano stretto (d'obbligo, pertanto, la visione in lingua originale) e ha un fare attaccabrighe che spesso torna utile. Autista a tempo pieno, non ha grandi richieste per i successivi due mesi in viaggio se non tornare in tempo per il cenone. Nel mentre, da bravo sentimentale, scrive lettere sgrammaticate e dolcissime alla moglie e fa i conti con la propria natura di immigrato, con gli sgarbi e i soprusi di un'America doppiamente intollerante. Impara, così, a onorare l'amicizia con il suo datore di lavoro, un Mahershala Ali in cerca di un secondo Oscar: seduto sui sedili posteriori con le gambe accavallate e la coperta sulle ginocchia, il musicista lo rimbecca all'inizio con falsa antipatia e gli confessa infine le contraddizioni della propria solitudine. A che serve essere un virtuoso del pianoforte richiesto in lungo e in largo, infatti, se non è abbastanza bianco per gli illustri committenti, non abbastanza nero per la comunità afroamericana, non abbastanza uomo per sgualcire le giacche d'alta sartoria a suon di pugni? Grazie a una delle migliori coppie che avremo modo di ammirare al cinema quest'anno, la visione fila liscia come l'olio senza il rischio di perdersi strada facendo né di sorprendere. I confronti, il loro adorabile punzecchiarsi, rende godibilissimo il viaggio insieme nonostante le due ore di lunghezza. La strada di quest'ennesima strana coppia è già stata rodata da predecessori noti e sconosciuti, ma gli autori hanno un asso nella manica accanto ai ritmi perfetti e al cast indovinato: un manuale tascabile, il libro verde del titolo per l'appunto, che da un lato contiene dritte preziose su quali città evitare se sei un nero in trasferta nei violenti anni Sessanta; dall'altro, al contrario, le svolte da imboccare per un cinema vecchio stile che punti dritto all'obiettivo. Farci gioire e commuovere, nello spirito scanzonato delle commedie a tesi. Delle avventure con una morale nell'ultima riga, finale stucchevole a parte, forse troppo perfettine per piacere all'unisono, ma verso cui sembra impossibile muovere critiche sostanziali. È un film che sta alla controversa presidenza Trump come l'uvetta al panettone. È un film a cui, nel mentre, si vuole bene davvero, per quanto la benedizione dell'ottima compagnia sia preferibile a un andirivieni dagli indiscreti scossoni emotivi, ma senza curve a gomito. (7)

mercoledì 30 gennaio 2019

Recensione: Sperando che il mondo mi chiami, di Mariafrancesca Venturo

| Sperando che il mondo mi chiami, Mariafrancesca Venturo. Longanesi, € 16, 90, pp. 405 |

Ho finito gli esami della magistrale in un soffio. Ad aprile, se tutto va come vorrei, mi laureerò perfettamente in tempo sulla tabella di marcia: sempre stato bravo a rispettare le scadenze. La mia è una specializzazione in Filologia moderna che, non lo nascondo, poco mi rappresenta e altrettanto poco mi avrebbe allettato cinque anni fa, ma tant'è: questo passavano l'ateneo vicino e il cosiddetto convento. Ora cosa farai di bello? Di bello, rispondo a denti stretti davanti alla domanda fatidica, proprio niente. Io che intanto ho la tesi da scrivere in due mesi scarsi, una bibliografia sterminata da padroneggiare e gli ultimi moduli da consegnare, a tempo debito ho accumulato da brava ape operaia tutti i CFU che servono, le attestazioni di PEF o FIT che dir si voglia, i voti altissimi e un filo di rassegnazione. Se hai ventiquattro anni e sei fresco di laurea in Lettere, almeno su carta, hai inevitabilmente poche possibilità: e che fai, allora, l'idea dell'insegnamento non la contempli per tracotanza? Mi dico che non ho pazienza né spirito di abnegazione a sufficienza; che i bambini mi inteneriscono, vero, ma forse non a tempo pieno: per via di una mamma che per anni ha fatto la tata quando capitava, ho diviso spesso il tavolo della cucina con seienni alle prese con il dettato, mucchi di Barbie e Lego alti così, echi di tabelline a campanello e lettere dell'alfabeto da scandire per bene. Mettici anche il precariato imperituro, i concorsi annunciati sempre all'ultimo momento, gli andirivieni di sorta: la lotta con le unghie e con i denti per un mondo che finora ho guardato piuttosto distrattamente; per un gioco che forse non vale la candela, secondo la dichiarata presunzione delle giovani leve che in dirittura d'arrivo sotto sotto si aspettavano un'alternativa fortunata. Un po' per caso, un po' per desiderio, io che credo nei segni del destino e nelle piccole simmetrie, in questi giorni cruciali ho cercato la compagnia del romanzo perfetto: un esordio da ricordare, che per l'appunto di insegnanti e alunni, sacrifici e bivi, parla.
Siamo a Roma, la meta per eccellenza presa d'assalto dagli insegnanti del Sud in una gara fra poveri a chi arriva primo in graduatoria. L'irriducibile Carolina, ventotto anni, vive in una famiglia convinta ciecamente che quella dell'insegnante sia una missione sociale – maestri da generazioni e generazioni, i suoi parenti le hanno tramandato il gene segreto dell'essere educatore e precario – e tutte le mattine punta la sveglia alle cinque. Indossa gonne eleganti, rossetti poco appariscenti e lascia che la metropolitana la scorti nei luoghi strategici: passeggia nel cuore della capitale, ne conosce ormai gli scorci suggestivi e le vecchiette chiacchierone, e tutte le mattine aspetta che una scuola di Roma la chiami. Con una chitarra acustica in spalla e una borsa piena di giochi e chincaglierie a fantasia, Carolina corre i cento metri per insegnare all'occorrenza italiano, matematica o musica. Non può concedersi vacanze, non può pianificare nel dettaglio progetti futuri.

Ho il cuore pesante ma sono pronta, con il rossetto a posto e la gonna al ginocchio. Pronta a non sapere dove andare. L'incertezza richiede una certa preparazione. […] Perché insegnare è il mestiere più bello del mondo. Dicono le maestre. Perché insegnare è come imparare per sempre. Dico io. Tutte le mattine vado a piazza Venezia o alla stazione Termini perché da lì posso raggiungere il mondo. Sperando che il mondo mi chiami.

I suoi contratti, rinnovati mese per mese, durano sempre poco: quanti libri non portati a termine nell'ora di narrativa, quanti programmi lasciati a metà, quanti bambini di cui dimenticare i nomi e i sogni per non affezionarsi troppo. E l'amore come va, se fa rima con l'incostante Erasmo? Qualche anno prima la protagonista si è malauguratamente innamorata di lui, docente milanese arrivato nel Lazio per un convegno a metà tra scienza e poesia: mentre i capelli del fidanzato vanno imbiancandosi sulle tempie, Carolina pensa alla loro impossibilità di definirsi coppia. La relazione a distanza, per ironia della sorte, è l'ennesimo elemento saltuario in una vita senza solide radici. Per fortuna rallegrano i racconti della splendida nonna Fortunata, emigrata siciliana che racconta di valigie piene di farfalle ai tempi del fascismo e confida negli effetti taumaturgici di una buona granita al limone; Titti e Federico, compagni di sorte e di slalom disperatissimi nella giungla dei pendolari; una quarta elementare in cui desiderare gettare le ancore. Non mancano le maestre di ruolo arcigne, qualche cancellino volante, un dirigente con la faccia da schiaffi che risponde al nome di Violoni, ma fra le altre cose c'è che all'ultimo banco siede Sara: una bambina dallo smalto mangiucchiato e la famiglia disastrata, al centro di una specie di giallo da vivere come fosse una questione personale. 
La penna irresistibile di Mariafrancesca Venturo rende alla perfezione in queste quattrocento pagine dalle sfumature tragicomiche la frustrazione dei forse, la ripetitività spasmodica della routine, lo sforzo di mantenersi propositivi e al passo. Perché non investire nell'ennesimo master online su suggerimento del sindacato? Cosa ne penserebbe il fedele Federico, amico che è un autentico signor so tutto io in fatto di punti, trucchi, corsi e strategie? Qualcuno fa il pendolare, qualcuno si arrangia pur di prendere una stanza in affitto, qualcuno dorme addirittura in stazione per arrivare presto a scuola l'indomani mattina. Qualcun altro, in barba al politicamente corretto, pensa invece di accasarsi e di considerare le supplenze un lusso: per le mogli e le mamme, fra l'altro, si ha un occhio di riguardo in graduatoria. I bambini, nati già grandi fra gli stimoli di Internet e quelli della tivù, hanno sempre meno curiosità nell'apprendimento. I maestri, tanto reperibili e scattanti da perdere per forza di cosa le staffe, hanno perso sia l'umanità che l'amore intrappolati all'interno di un'anonima catena di montaggio. Questa è la commedia pastello su un'eccezione alla regola: una giovane idealista animata da una contagiosa missione – leggendo di lei ho pensato alla signorina Honey della Matilda di Dahl, il classico per l'infanzia –, che non vuole abbandonare, dimenticare, né voltare pagina. Un'eroina che alleggerisce le giornate storte con delicatezza, filosofeggiando sui proverbiali bicchieri mezzi pieni e sul privilegio immenso di cambiare – e incrociare – storie su storie.

Raccontami di un secolo fa, nonna, cosa facevi davanti a un bambino in difficoltà? […] Ripasso a mente i tuoi buoni consigli. Sposa un uomo buono. Lavora in allegria. Sii gentile ma anche forte. Non ti arrendere. Ama. Mira in alto quando lanci un sogno, poi vola per riacchiapparlo, non è detto che ce la fai a riprenderlo ma almeno vedi dove arrivi. La felicità è fatica. Si generosa, gentile, ma arrabbiati se serve. Grida. Fatti sentire.

Cos'è meglio per lei? Cosa per i suoi alunni? Poco male se in segreteria la considerano una ruota di scorta, se del coro diretto con la maestra Livia si farà poi un nulla di fatto. Nell'utopia che il mondo la chiami, Carolina Altieri vive continue avventure: sempre di corsa, come in quella famosa pubblicità; sempre sinceramente meravigliata, giacché lei in primis ha ancora molto da imparare. E, si spera, da raccontarci. Ringrazio Mariafrancesca per la compagnia, il tempismo, il miele sul bordo di un bicchiere altrimenti amarissimo da mandare giù. A fine lettura ho cercato una mia maestra delle elementari su Facebook: in famiglia ne ricordiamo ancora nome e cognome. Doveva avere all'incirca l'età che ho io adesso e, dopo il primo anno di elementari, l'aveva sostituita un'altra collega, un'altra precaria, nel dispiacere generale della classe. Uno di questi giorni le inoltro la richiesta d'amicizia, le chiedo se era proprio lei a impartire lezioni d'italiano a Palermo nel 2001, le dico grazie perché qualche decennio fa mi ha insegnato a leggere e scrivere. Quindi, a vivere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cesare Cremonini – Possibili scenari

lunedì 28 gennaio 2019

Recensione: Unastoria, di Gipi

| Unastoria, di Gipi. La biblioteca della Repubblica. Coconino Press, € 10, pp. 126 |

Si chiama Silvano Landi, ha cinquant'anni e il suo nome forse potrebbe farti accendere la proverbiale lampadina. Scrittore affermato, sempre all'inseguimento dell'idea vincente, un giorno è stato trovato in spiaggia rannicchiato su se stesso e in stato confusionale. Degente in un ospedale psichiatrico, per il bene suo e soprattutto per quello degli altri, adesso farnetica senza posa di una stazione di servizio e di un grande albero dai rami spogli. Nella sua testa si affollano così le sensazioni, i flashback dolorosi, le immagini di un'altra vita. La follia, sin dall'origine dei tempi tutt'uno con le arti grafiche, sulla carta trova spazio vitale e colori vorticosi. Trova un senso, anche se all'inizio sembra sfuggire. A pagine alterne, infatti, leggiamo di un altro uomo, suo nonno: giovane soldato mandato in avanscoperta da superiori sprezzanti del pericolo, che sotto il fuoco incrociato del nemico tedesco trova riparo all'ombra di un albero isolato – un miracolo, in un conflitto che guarda caso ha reso tutto cenere – e pensa intanto a come sarà riabbracciare la moglie Teresa, a cosa fare per le ferite profonde dell'amico Luca.

Malevola è la nostra natura, quanto amorevolmente protettiva è la nostra cecità.

Non mancano le digressioni curiose e gli sprazzi surreali – una baronessa capricciosa e annoiata che desiderava armi più letali in guerre lampo, lacrime copiose che hanno plasmato goccia a goccia i volti dei primi uomini della Creazione – e ritornano immancabilmente i temi cari del pacifismo e dell'eterna incomprensione di cui sono vittima gli animi sensibili. Acclamato all'unisono come suo capolavoro e candidato al premio Strega, Unastoria appare più degno di meraviglia ma meno immediato di S., altro flusso di coscienza tipicamente autoriale che dalla sua, però, aveva un carico emozionale superiore a questo. Semiautobiografico, come ho scoperto spulciando le interviste e la bibliografia di un dolcissimo Gipi spesso in crisi d'identità; costruito meglio, vero, ma anche costruito di più. Le storie, a dispetto del titolo, in verità sono proprio due. Non si toccano mai, ambientate in epoche diverse. Ma si sovrappongono, si scontrano, si rubano la scena. Per la prima volta, a sorpresa, mi scopro del tutto impossibilitato a parlarvi della trama e dei singoli personaggi, tanto complessa è l'esperienza della lettura, tanto parola e colore compongono un inscindibile e lisergico tutt'uno.

Mi chiedo, amore... Da dove viene questo chiarore? Non dalle stelle che son troppo lontane. Non dalla luna, assente. Viene dai nostri desideri, forse? Che siano i nostri cuori, le speranze, a illuminare il cielo? O le nostre famiglie? Le loro preghiere. I nostri bambini. Tu.

Frammentaria, a metà strada fra la confusione da antidepressivi e la magia dei sogni che l'indomani scordi amaramente al risveglio, questa graphic novel è il soggiorno scomodo nella mente di un professionista sul ciglio del baratro. Uno scrittore che scivola, cade in una tavolozza ricchissima e si riscopre, infine, nelle orme lasciate sulla tela un tempo bianca. Padre distratto e marito anaffettivo, Landi testimonia quanto sia solitario e infido il lavoro del narratore e lentamente viene a patti con i demoni del successo. Con le mani sporche di sangue dell'antenato. Con i propri ricordi. Insieme a lui, sempre a un bivio, sempre in armi contro se stesso, c'è il nonno partigiano. Uno in un reparto psichiatrico, l'altro in trincea. Disposti a fare carte false, a fingersi guariti, pur di perdonarsi. Quanti compromessi, quanti passi falsi, quanti errori siamo disposti a commettere pur di tornare a casa sulle nostre gambe? Tutto – tutto l'egoismo, tutta l'umanità del mondo – pur di alzarci, guardarci allo specchio contando fra disgusto e fierezza le rughe d'espressione e con un moto di amore improvviso, in corner, scoprirsi “mica male”.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Il cielo in una stanza

venerdì 25 gennaio 2019

Recensione: L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi

| L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi. Fernandel, € 15, pp. 208 |

Le persone tristi si somigliano e si pigliano. Non si piacciono, non necessariamente, ma sentono di appartenersi. Perché, forse, non hanno altra scelta. Affinità elettive, oppure costrizione? Se lo domanda Davide, che a vent'anni sfoggia con una punta d'orgoglio i suoi vestiti scuri, un malumore imperituro e una famiglia intollerante: mancanze che, al posto di isolarlo, nei giorni sì hanno lo strano potere di farlo sentire straordinariamente fortunato. È stato proprio un attacco di panico in segreteria ai tempi dell'immatricolazione a renderlo parte della coppia formata da due giovani con in comune il mondo contro e il sogno dell'arte: un'illustratrice bravissima, quando non impegnata a servire coni al bar, e un figlio di papà con le conoscenze giuste (ma il talento?) per diventare un pianista jazz. Sono belli e derelitti. Benché studente in sede, la matricola Davide preferisce sgobbare come cameriere in nome dell'indipendenza da mamma e papà: la domenica a pranzo pur di ignorare il proverbiale elefante in mezzo alla stanza, ossia l'outing del figlio, parlano della stitichezza del gatto della vicina o dell'allarme femminicidio alla tivù. Oscar si lascia invece ammirare in boxer per casa, e lascia intravedere soltanto la punta di un iceberg che durante un tour in Gran Bretagna minaccia di far danni. E poi c'è Sofia, un po' hippy e un po' dark: giovane donna che ama tutti e nessuno, di certo non se stessa, con l'incombenza dei fratelli minori da salvare dai servizi sociali.

Cos'è oggi la mia famiglia? È il desiderio morboso di un “ciao”, di un “come stai?”, di un “vi voglio bene”. A diciott'anni avevo capito che il dolore è come una matrioska, ogni nuovo dolore contiene tutti i precedenti. Così non ti puoi abituare mai, è un meccanismo perfetto.

Schiacciati ora dalla tragedia delle eredità genetiche, ora dal peso dell'ambizione, questi tre angeli neri hanno perso le ali – eppure non gli ammiratori, non il sex appeal – nella Bologna del Dams, degli studenti morti di fame, delle droghe leggere o pesanti. Vorrebbero vivere come la Tosca, d'arte e d'amore, e stesi sotto il cavalcavia guardare le stelle confessandosi i reciproci dispiaceri nel rombare dei motori. Stare illusoriamente meglio.
Questa è la storia di Davide: migliore degli altri due, senz'altro più candido all'interno, che sceglie tuttavia di sporcarsi, di star loro accanto, anche a costo di dannarsi l'anima. Tutto fuorché le serate in solitaria, i silenzi ostinati, l'invisibilità sopportata nei peggiori giorni del liceo. Quando nascondeva natura e creatività per non brillare mai. Brilla di luce riflessa, allora, stretto fra il seducente Oscar – prima suo coinquilino, poi suo compagno: soprattutto nella cattiva sorte – e la sfuggente Sofia, che a un certo punto fa le valigie e se ne va. 
Lei, che in fondo aveva capito tutto. Che la tristezza genera tristezza e che un'anima buona come Davide, no, non se la merita. Scopriamo il suicidio della ragazza circa a pagina uno. Una corsa a perdifiato a Londra, al diavolo le gioie della prima esposizione fotografica del protagonista, e lì l'ennesimo fardello: Diamante, quindici anni e i toni sprezzanti, omofobici, che sputa sulla tomba di una madre troppo debole per stare al mondo e addita impietosamente la mancanza di carattere del solerte Davide e il corpo del fidanzato Oscar, strafatto sul divano. La convivenza improvvisata, la nuova formazione, sarà difficile. Manca il tocco solerte di una donna, un pizzico di ordine nell'appartamento a soqquadro. Manca qualcuno, soprattutto, che faccia luce sui misteri postumi di Sofia.

Era sempre stata attratta dal dolore, perché il dolore era parte di lei. Le persone come noi si riconoscono, si fiutano e poi si legano. Per un po' parlammo d'altro. Poi si alzò in piedi, si voltò verso di me con un lieve ghigno che le inarcava le sottili labbra perfette e mi disse: Ti va di urlare?

La verità del punto di vista esterno di Diamante, intanto, brucia. E brucia quello che ancora i personaggi non sanno dirsi. Una giovinezza da rievocare, un malessere di cui venire a capo e un triangolo che sin da subito ha confuso i limiti d'amicizia e attrazione. 
Che i lettori si figurino pure il grigiore delle atmosfere metropolitane di Valentina D'Urbano, gli scandalosi poligoni amorosi delle Ferite originali e la prosa sul filo del rasoio di un thriller dei sentimenti. Un trio di personaggi complessati, crudi e sofferenti, scavati con la punta del pirografo in un blocco di bellezza e dolore. A questo punto potreste capire parte del mondo di Stefano Bonazzi: grafico e scrittore al suo secondo romanzo, con il piglio accattivante dei narratori di razza e tutta la vividezza della sua passione di fotografo. L'autore ferrarese dimostra di possedere occhio, mano, pancia. Un occhio che lacrima suo malgrado, una mano che trema se l'onda blu dell'ansia sale e ci assale, una pancia che riversa violentemente sulla pagina le viscere fumanti delle più umane fra le emozioni. Abbastanza, direi, per non abbandonarlo a questa nostra conoscenza preliminare. Per abbandonarglisi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Afterhours – Quello che non c'è

mercoledì 23 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs Maisel S02 | Una serie di sfortunati eventi S03

Quanto ci eri mancata, carissima Midge? Rieccoti qui, sempre in tiro e reduce dall'ennesimo trionfo annunciato, con un ritorno all'ovile finito sulla fiducia nel meglio della scorsa annata. L'ebrea della New York bene con all'improvviso un matrimonio in forse aveva scoperto un antidoto imbattibile alla crisi esistenziale post separazione: la stand up comedy. Di giorno commessa nel reparto profumi di un grande magazzino, di notte intrattenitrice nelle peggiori bettole, indossava il suo costume da supereroina – collana di perle, un abito da cocktail – e a raffica parlava e sparlava dei retroscena dell'Upper East Side. Nella seconda stagione qualcosa si muove. Si muove lei, fulmine abbagliante fra Parigi (lì la mamma insoddisfatta), la collina (lì i due mesi di villeggiatura estiva), cinque minuti di notorietà in tivù (lì la consacrazione dopo un tour scomodo e provante). E il cabaret, piuttosto, che fine ha fatto? Relegato in un angolo, se ne sente la mancanza nelle prime cinque puntate. La serie infatti ingrana in ritardo, ma cos'altro potremmo rimproverarle? Spazio alla relazione idilliaca fra i genitori (quella, sì, ci interessa senz'altro un po' meno), al nuovo flirt per Zachary Levy (gli si preferisce tuttavia la dolce persistenza di Joel, o perfino il carisma del pittore Rufus Sewell impegnato in un ruolo secondario) e a una professione che tempra le resistenze di Mrs. Maisel. La rivelazione sulla sua doppia vita saggia la solidità dei rapporti familiari, semina gelosie e dissapori, la mette davanti all'impossibilità di stare dietro a tutto. Nonostante gli spostamenti in automobile, le questioni di cuore e la spiccata dimensione corale facciano sentire fino a metà la mancanza del vero show, la serie dei coniugi Palladino si difende alla grande con la solita grande scrittura e con una Brosnahan di cui confermare il carisma. Che dialoghi, che colori, che verve. E quanto piacciono i riferimenti a The Twilight Zone nei salotti, il gossip su quei Kennedy dai pantaloni di seta, i primi processori a cui insegnare le canzoni per bambini nei Laboratori Bell? Carissima Midge, in questo piccolo mondo maschilista che censura il brio e considera i segreti dell'intimità tabù pruriginosi, mi ripeto, quanto ci eri mancata? (7,5)

Li ho conosciuti per la prima volta da bambino, con il film con Jim Carrey: da me amatissimo ai tempi, scopro che era stato stroncato dagli appassionati della saga letteraria. Li ho incontrati nuovamente, poi, tre anni fa: facce diverse e un diverso formato, ma gli stessi lutti consequenziali; le stesse disavventure architettate da un tutore machiavellico e vanaglorioso. Qualcosa, spiace, non funzionava bene e non ha funzionato poi. Una struttura ripetitiva per forza di cose, un andirivieni frustrante e una fedeltà esagerata verso l'universo del suo brillante creatore. Tredici romanzi, tre stagioni pienissime: il troppo stroppia, soprattutto proposto in binge watching. Dopo la stanchezza subentrata nella stagione intermedia – ancora più corposa, ancora più schematica della precedente –, posso dirmi felicissimo di non aver gettato la spugna. Il meglio, infatti, doveva ancora venire: riservato a sorpresa per un gran finale che scioglie tutti i nodi, svela alleanze e parentele, mostra il meglio di scenografi e sceneggiatori. Una montagna innevata, un sottomarino, un albergo che ospita una convention super segreta, un'isola non così deserta su cui ricominciare daccapo: ambienti circoscritti, il che significa meno meno spostamenti e soprattutto meno puntate. Ce ne vogliono appena sette, più asciutte e leggere del solito, per dire addio con un po' di commozione ai Baudelaire e a un Neil Patrick Harris immalinconito. Assieme a loro,  i cambi d'abito e le bizze della meravigliosa Lucy Punch, l'egocentrismo dell'amata-odiata Carmelita e tante novità: compagnie che si smantellano; fratelli, sorelle, trigemini e latitanti pronti a darsi appuntamento nei fasti della sesta puntata; la tenerezza della piccola Sunny, che si barcamena con allegria contagiosa fra l'alta cucina e i funghi tossici. Lemony Snicket aveva un piano preciso e carte vincenti, questa volta, per avere la meglio sul pericolo irritazione facile. Si intensificano i flashback, fino a toccare la generazione precedente, così come gli inseguimenti alle zuccheriere del mistero foriere di scismi e discordie. Non ho tenuto conto dei colpi di scena impossibili, che a sorpresa non guastano. In una chiusa intelligente e metacinematografica, che dice e non dice, accenna, inventa e lascia l'ultima parola alla freschezza del futuro. In un prodotto mai visto, contemporaneamente pieno di pro e di contro, che nel suo piccolo – con il senno di poi l'ardire del tutto appare infatti frainteso, sottovalutato perfino dal sottoscritto – unisce Burton e Anderson, l'umorismo beffardo alle fiabe per famiglie, per costruire un fortino di lenzuola che rattrista abbandonare. (7)

lunedì 21 gennaio 2019

Recensione: Un giorno di ordinario narcisismo, di Giacomo Festi

| Un giorno di ordinario narcisismo, di Giacomo Festi. Augh! Edizioni, € 13, pp. 240 |

Ci sono colleghi blogger di cui seguiresti i consigli a occhi chiusi. Quelli che ogni film, ogni romanzo, te lo fanno appuntare sulla lista della spesa senza neppure stare lì a sindacare: tanto si è sulla stessa lunghezza d'onda, tanto ci si è scoperti affini. Questo non è il caso del mio amico Giacomo Festi e di Recensioni ribelli: fra lui che stronca Chiamami col tuo nome e io che lo incorono miglior film dell'anno, fra lui che abbandona la serie TV di Saverio Costanzo a metà puntata e io che invece la trovo talmente perfetta da usarla come incentivo per recuperare i romanzi successivi, siamo cordialmente d'accordo sul fatto che non andremo quasi mai d'accordo. Comunque abbiamo fatto pace da un po'. Io che gli chiedo su Instagram cosa dice Paolo Fox del segno dell'ariete, lui che s'informa sull'andamento della mia campagna di crowdfounding. Io che a un certo punto lo ospito prima nella mia libreria, poi sul blog, per fortuna parlando non del critico cinematografico bensì dello scrittore. Benché giovanissimo ha infatti firmato già cinque romanzi e, spaziando a fantasia da un genere letterario all'altro, si è fatto strada con intelligenza fra le insidie dell'editoria indipendente. Sua ultima fatica e sua tappa nel filone umoristico – difficilissimo far ridere, ho sempre pensato, se non ti chiami Francesco Muzzopappa –, Un giorno di ordinario narcisismo è la cronaca tragicomica di una giornata storta che deve avere molto di personale. Il protagonista senza nome vive a R. (come Rovereto?), aspetta il proverbiale canto del cigno all'indomani di un esordio narrativo purtroppo passato in sordina e ogni mattina programma la sveglia alle dieci in punto. Né troppo presto né troppo tardi se, condannato a lavorare quando capita, non ha l'incentivo del posto fisso o una casa tutta sua. Condivide l'appartamento con il padre divorziato e, sulla scia di Holden Caulfield, ciondola per le strade della città in un andirivieni a vuoto tanto ozioso quanto mortificante. Il giorno no del titolo gli riserva svolte impreviste e sgradite sorprese.

Quando sei in mezzo alle rapide, puoi solo cercare di rimanere a galla.

Tutti fremono per il ritorno all'ovile di Joe Rainbow, alias l'Alvaro Soler trentino, pronto a salutare i concittadini dopo l'eliminazione a un talent e l'annuncio del disco. Si dà il caso sia un odiato compagno di scuola del protagonista, che compensa ai ritornelli smielati del suddetto cantante con nichilismo a iosa. Ma si dà il caso che a poco serva tenere il conto degli amici e dei nemici della voce narrante: grossomodo, infatti, ha imparato a odiare tutti. Chi potrebbe dargli torto, in fondo, davanti a questa carrellata di casi umani che in ordine sparso comprenderanno: un piccolo vicino di casa omofobo e fascista, le Sentinelle in piedi contro le famiglie arcobaleno, un kebabbaro rissoso, un impiastro che zitto zitto vorrebbe mettersi con la sua ex e un rocker con tutti i mezzi per trasformare il Centro Giovani in una copia del famigerato Bataclan? Nessun posto è al sicuro dal marasma in agguato, nemmeno le librerie, e mentre il mondo intero sembra architettare una congiura ai suoi danni lo scrittore in crisi si renderà conto che in giro c'è gente ben più iraconda di lui. Il peggio della provincia italiana, insomma, per rafforzare la misantropia di un personaggio che già di suo brilla per intransigenza. Un'intransigenza di quelle un po' fastidiose, a dirla tutta, che mi hanno reso la sua compagna non sempre piacevole. Il protagonista ha un'opinione per tutto e tutti, e gode così tanto nel risultare caustico e provocatorio da risultare antipatico a lungo andare. Maestro (per colpa degli altri) di nullafacenza e autocommiserazione, racconta qui le gioie e le noie dell'essere una pecora nera.

Semplicemente siamo troppi e non riusciamo ad accettare l'idea di essere solo dei piccoli e semplici pedoni in questa grande e scombinata scacchiera. È come quando si annega: ci si dimena perché si ha paura di affondare. Ma l'affondare è comune a tutti. Ogni corpo che abbia un peso superiore a quello del liquido in cui è immerso affonda, alla fine.

Ho condiviso con lui l'idealismo, la frustrazione e le lotte ai mulini a vento nelle pagine più toccanti e oneste: le invettive, in particolare, contro una società che ormai punta soltanto all'apparire – e l'editoria, purtroppo, ne è lo specchio nero. È su questo, però, che io e Giacomo torniamo a essere in disaccordo: sulla gestione di toni troppo rancorosi, troppi incattiviti, per divertire sinceramente. Ricordate il personaggio di Mia sorella è una foca monaca, uomo ugualmente anonimo e attaccabrighe, capace tuttavia di gesti di gentilezza che all'improvviso rubavano il cuore? La redenzione, se anticipata di qualche pagina, avrebbe giovato. A ruota libera, in piena sbornia, il romanzo punta alla sfrontatezza: peccato che i toni sopra le righe abbiano il difetto di renderlo qui e lì piuttosto monocorde. Perfino il politicamente scorretto, in oltre duecento pagine, smette di far presa: diventa norma, non più guizzo vitale. Spero che il suo protagonista, in seguito a cinque minuti di notorietà involontaria, smetta con il fumo e la birra a fiumi, passi finalmente la scopa nella sua stanza e si accorga, come ho fatto anch'io un giorno di questi, che se la vita è una merda è preferibile non andare controvento. Ci si becca solo i moscerini negli occhi e in mezzo ai denti, solo amarezza. Perché non provare con la gentilezza adesso? Perché non aprire daccapo il file Word che tanto ci spaventa? Magari domani, che come diceva qualcuno è un altro giorno.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Occidentali's Karma

venerdì 18 gennaio 2019

Recensione: Epiche, amiche e innamorate, di Chiara Bernocchi

| Epiche, amiche e innamorate, di Chiara Bernocchi. Bookabook, € 11, pp. 130 |

Il mio amore per il mito è nato ufficialmente dieci anni fa, il giorno in cui ho varcato il portone del Liceo Classico per la prima volta, ma in realtà non è del tutto esatto: l'ho nutrito, infatti, sin dall'infanzia. La videocassetta consumata di Hercules e le repliche dello sceneggiato dell'Odissea su Italia Uno hanno avuto un ruolo decisivo nella scelta di quel percorso umanistico – una scuola difficilissima, mi si diceva, e una carriera in forse all'università – che, a oggi, non ho ancora concluso. Ci ho ripensato in questo periodo per una congiunzione astrale di esami da dare a breve (Letteratura greca), ricorrenze malinconiche (il decennale dell'iscrizione al quarto ginnasio) e buone letture (altra chicca firmata Bookabook, altro esordio ragguardevole): alla fatica mista a soddisfazione delle versioni da tradurre, all'attaccamento crescente a un dizionario ormai rovinatissimo, ai segreti millenari di una lingua aspra ma incredibilmente romantica. Una delle poche, come ci ricordava la prof, ad avere il duale: il numero degli amanti. Mi sono approcciato con il vento a favore, dunque, al romanzo epistolare di Chiara Bernocchi: una serie di lettere firmate dalle eroine del mito, donne a volte inermi e altre battagliere per colpa dei dardi di Cupido, che si raccontano in prima persona. 

L'amore non è né una favola né una tragedia: è quel che sta nel mezzo.

Qualcosa di simile, forse ricorderete, l'aveva fatta anche Ovidio nelle Eroidi: prestare la voce alle fanciulle abbandonate, alle spose incattivite, in epistole indirizzate agli uomini colpevoli del loro disfacimento emotivo. La Bernocchi percorre una strada alternativa: una reinterpretazione al tempo della solidarietà femminile, del movimento #metoo, che rimoderna senza stravolgere. Eccezionalmente le eroine più famose figurano qui come mittente e destinatario: si confidano con altre compagne di sventura, si svelano pian piano, si raccontano fra loro. Non sono nascoste nell'ombra, non sono figure passive e, soprattutto, non sono affatto sprovvedute. Didone scrive ad Arianna: quanta infondatezza c'è nella favola dell'anima gemella e quanto giova all'autostima la solitudine? Psiche ha fatto a occhi chiusi di Amore la luce dei suoi occhi, al punto da accettare la condizione di prigioniera e la lontananza dalle sorelle; sull'isola della ninfa Calipso, al contrario, è eternamente giorno, ma questo non basta a trattenere Ulisse, in procinto di salpare alla volta dell'indimenticata Itaca. Da un lato e l'altro della barricata, forse preso vedove, le meravigliose Andromaca e Penelope condividono preoccupazioni per i rivali Ettore e Odisseo: che le amano, ma meno del loro onore da difendere; non a sufficienza per rinunciare ai loro folli voli. Dafne fugge Apollo, Eco insegue Narciso. Medea e Deianira, assassine a malincuore, si scambiano i retroscena dei rispettivi piani di vendetta e contro i compagni che hanno voltato loro le spalle sguainano coltelli affilati.

Non provo solo dolore e incredibilmente non sono sopraffatta dalla rabbia. Nostalgia credo che si possa definire quello che provo. Un tenero ricordo di quello che è stato e che non sarà più, misto a un po' di dispiacere per quello che avrei voluto che fosse ma che non sarà. Si può essere ugualmente nostalgici del passato e del futuro?

Nonostante l'ordine della raccolta mi abbia provocato un po' di disappunto – troppo spazio alla vicenda già nota della maga della Colchide a dispetto dei personaggi minori, troppa tragedia in una chiusa per cui al posto dell'editor avrei scelto un messaggio migliore –, le narratrici che si avvicendano si confermano grandi padrone di casa. L'affascinante gineceo di Chiara Bernocchi è animato dai sussurri di queste principesse ribelli e da una scrittura di nettare e ambrosia. Coltissima, bene attenta agli epiteti, ai patronimici e ai toponimi, l'autrice emoziona gli appassionati con una godibile ricercatezza: per via degli stimoli sopravvissuti perfino al tramonto dell'adolescenza, grazie una narrativa rétro il cui sogno è omaggiare rinnovando. La Grecia non è grande abbastanza per tenere separate in compartimenti stagni le amanti sedotte e abbandonate, le Immortali dal cuore spezzato, le speranze mal riposte. Le amiche del mito si invitano perciò alle reciproche nozze, ai banchetti luculliani, sulle scene del delitto, e invitano noi all'orgoglio e alla resilienza. 
Didone scende dal piedistallo, Arianna spezza il suo filo rosso, Psiche accende la luce, Calipso predispone venti benevoli, Penelope offre riparo alla mamma del piccolo Astianatte. Qualcuna si trasforma in una pianta di alloro per sfuggire a un paio di mani lunghe, qualcun'altra vola su un carro trainato dai serpenti verso un'espiazione impossibile.
Donne per cui le guerre scoppiano e donne per cui le guerre dovrebbero finire. Donne per cui gli aedi e i rapsodi dovrebbero rispolverare le cetre e l'endecasillabo, cantare ancora.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Piccolo uomo