domenica 20 luglio 2014

Recensione: Disperato Erotico Fox - Manuale di ballo liscio, di Bruno Osimo

Questo posto mi piace moltissimo. E non ci sarei mai venuto, finché ero sposato. Non tutti i mali vengono per nuocere. Magari qui la mia vita avrà una svolta in meglio...

Titolo: Disperato Erotico Fox – Manuale di ballo liscio
Autore: Bruno Osimo
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 277
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: 18 Giugno 2014 
Sinossi: Pessima idea tornare a casa prima del previsto, inaspettati. Il giovane senegalese aitante che Arturo trova con la moglie inevitabilmente cambia la giornata, e la prospettiva di un matrimonio duraturo. Così una nuova vita si spalanca. All'inizio è una via crucis di bicchieri abbandonati nella notte, di alimenti da pagare alla moglie Alberta, fisioterapista in nero, di libri da traslocare a centinaia nei sacchetti della Coop. Ma appena Arturo prende fiato e alza la testa, incontra il fascino acerbo di Teresa, i suoi primi tentativi di volare; incontra Emma che ha il profumo dell'orto quando piove a primavera, e la stessa capacità di accogliere e nutrire. In questa terra inesplorata e vasta, Arturo scopre mosse e passi nuovi, celebra il rito antico della danza. Rimescolando frammenti di un'indimenticabile canzone di Lucio Dalla, impara a rispondere e a domandare, a muoversi come un tutt'uno ma senza pestare i piedi, a guidare e lasciarsi guidare. Una storia d'amore che insegna a danzare.
                                           La recensione
Cose che non sapevo sui cinquantenni prima di Disperato Erotico Fox - Manuale di ballo liscio.
1. Non si è mai sposati da troppi anni per aver superato pienamente e pacificamente il pericolo “divorzio”: non si è mai troppo vecchi o saggi per rendersi conto che l'amore di una vita è finito e che la separazione cara costa. 2. Non si smette di pensare al sesso notte e giorno col superamento della pubertà: non si è mai troppo vecchi o saggi anche per questo - ormoni impazziti, decoltè che fanno girare la testa, sogni piccanti a occhi aperti. 3. Gli pseudo triangoli amorosi non sono solo materiale fragile per fragili young adult, ma anche per la buona narrativa italiana. Il primo romanzo che leggo dell'ottimo Bruno Osimo – un frammento dalla sua spassosa biografia per conoscerlo un po': «è nato a Milano e ha cominciato a orientarsi nella vita quando ha capito finalmente che la lingua parlata da sua madre era in realtà mammese, o tamponico, una lingua che non descrive la realta come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura» - è pimpante, sveglio, sincero, scritto bene. Una storia che si scrive da sé, coi versi più belli delle canzoni del compianto Lucio Dalla, e che omaggia la commedia sexy anni '60, i balli di Il lato positivo, le verdeggianti atmosfere british. Ambientato a Genova, infatti, ha viaggi in treno, campagne, lezioni porta a porta di liscio e giardinaggio, lunghi e galanti tè in compagnia, che fanno sì che in lontananza sventolino tricolore e bandiera inglese, almeno per me. Arturo, il protagonista, ha due chiodi fissi: l'ex e il seducente mondo femminile. Vedete che i suoi problemi sempre alle donne sono legati! Nudo come un verme, si presenta ai lettori per come è. Maliziosetto, ma straordinariamente poetico. Insegnante di italiano al liceo, filosofeggia pensando alla vita e all'amore e gira per mercatini in cerca di libri che comprerà anche se poi non è detto li leggerà pure. Ama sfogliarli, adora sparlare delle cattive rilegature ed elogiare quelle perfette, e la prima cosa che monta nella casa nuova è la fedele, solida libreria. Quella ha resistito. Il suo matrimonio no, di pessimo compensato peggio dei mobili dell'Ikea. Rigattiere e pigmalione per caso, come il professore di Lolita, nella sua vita "due punto zero" di orticelli e ripetizioni, sarà felice cavia sentimentale per mamma Emma e sua figlia, la vispa Teresa. La prima, matura e paziente, gli rassetta la casa e il cuore, con le sue mani calde e i suoi modi materni. L'altra, seducente e giovanissima, con la maturità e gli esami alle porte, guarda il più anziano Arturo – così colto, galante, a modo – e pensa che quel divorziato solitario potrebbe essere la sua prima volta. Decisamente.
Meno di trecento pagine che parlano di un paio d'anni di convivenza, sbronze colossali, massaggiatrici dai profumi esotici, sveltine segrete e grandi amori incontrati nel mezzo del cammin di nostra vita. Osimo, brillante e senza peli sulla lingua, ha la capacità di spararle grosse – grosse perle di saggezza e grosse balle, dico – ma rimamendo padrone di sé anche quando il grottesco potrebbe fagogitare il tutto. L'insegnamento: vivere la vita a passo di danza. Il frac e l'abito lungo, i guanti e i polsi ingioiellati. Impeccabili e senza la paura di pestarsi i piedi l'un l'altro e sbagliare. Scivolare negli anni, scivolare sul parquet lucidissimo fino alla meta: che sia la felicità? Spesso, a piè di pagina, vedi delle noticine, anticipate da asterischi in piena regola: spiegano i passi base, danno dritte sul portamento e il vestirario. Sembrano superflue, aggiuntive. Mi divertivano e non capivo che ruolo svolgessero. Solo alla fine ho realizzato: istruzioni per l'uso. Disperato erotico fox è un inno d'amore a un certo tipo di musica e all'assoluta leggerezza dell'essere. Da parte mia, lo è anche alla Marcos y Marcos. La brossura dei loro volumi, al tocco, è uno dei piaceri di questa vita.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Dean Martin – Sway

venerdì 18 luglio 2014

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful, Salem, Devious Maids, i pilot di The Flash e Constantine (però in due parole)

Vi scrivo di ritorno da Pescara. Sudatissimo, stanchissimo, sveglio dalle cinque e trenta, ma con un voto in più sul libretto. Sono sopravvissuto ufficialmente alla mia prima sessione estiva. Gioiamo, gioiamo. Okay, dovevo dirlo. Anche se non c'entra niente col post previsto per oggi: si parla di finali di stagione, pilot visti in anteprima, telefilm. Quali seguite? Quali seguirete? Io scappo, perché ho bisogno di nutrirmi, mettermi il costume e andare in spiaggia: così sicuro che passa tutto. A presto, M.

Penny Dreadful
Stagione I 
Un penny per i tuoi pensieri. 
Un penny per una storia di paura: la tua.
Una Londra vittoriana strepitosa, che non conosce il sole. L'umidità nelle ossa, la tempesta inarrestabile nella coscienza. Io ho sempre odiato l'estate e, da quando, bambino, ho letto i primi Dickens, ho sognato di camminare in un'Inghilterra così. Da posto in prima fila per la fine del mondo. Da estetica del sublime. Penny Dreadful vive lì e vive di questo. Terrore e fascino. Ti siedi in poltrona e aspetti. L'incontro e lo scontro tra i vari protagonisti, il loro corteggiarsi lentamente, i loro appuntamenti galanti in sedute spiritiche, cimiteri, serre esotiche. Mi aspettavo un Hemlock Grove in costumi ottocenteschi, esplicito e bizzarro. Invece, sin dal pilot, le mani esperte del Juan Antonio Bayona di The Orphanage hanno tracciato una storia di fili di fumo che guardi innalzarsi, diffondersi, sparire, introfularsi nelle crepe dei soffitti. La sigla: poesia tirata fuori da armadi bui, in cui si annidano serpi e scorpioni, servizi di porcellane, candele e tavole ouija. Questa Londra, scenografica e teatrale, è bianca e abita da figure nere. Alcune le conosciamo, altre le conosceremo. Pensate alla Leggenda degli uomini straordinari in chiave dark. Il risultato è un inedito libro dell'orrore, con le caratteristiche di un romanzo corale. A colpire l'attenzione dello spettatore occasionale, è la partecipazione allo show di nomi importanti. Un Timothy Dalton senza tempo, nei panni del criptico Sir Malcom Murray – ogni riferimento alla protagonista femminile di Bram Stoker non è puramente casuale; un Josh Hartnett aitante come ai tempi che furono, che torna sulla scena con il passo da cowboy e le pistole in pugno; Billie Piper, invece, sembra portare la Bohème in campo, con la storia di un amore tragico e di una prostituta innamorata e fatale. L'ho lasciata alla fine, perché questa serie è un monumento alla sua grandezza: Eva Green. Mamma mia, cos'è Eva Green. Una creatura di un'altra epoca. Sfuggente, indecifrabile, incomprensibile. Padrona della scena, dea del gioco: una testimonianza concreta della perfezione in terra, con gli occhi glaciali, le labbra che sorridono quando vogliono, la pelle di cera. Sempre sulla bocca di tutti per il suo seno – e che seno! -, generosamente esposto in The Dreamers e Camelot, tiene la sua dirompente fisicità a bada con bustini, abiti neri, pizzi e veli. L'espressione beffarda, i lineamenti affilati, il ghigno perpetuo da femme fatale. Ha una classe e un'espressività fuori dal comune. Lo dimostra il secondo episodio, in cui sfoggia tic nervosi, polmoni grossi e duttilità eccezionale durante una misteriosa seduta spiritica, che la trasforma da eterea lady a oggetto di esorcismo. Difficile tenerle testa. E' allora che emerge l'inesperienza dell'acerbo Reeve Carney: un Dorian Gray che mi è piaciuto e non mi è piaciuto. Carney – che ho scoperto essere un ottimo cantante, su YouTube - ha un bel sorriso, un suo perché. In un episodio divertentissimo e controverso, è mostrata, nell'incipit, la sua corte trasgressiva e ambigua. Il bacio con Josh Hartnett fa chiacchierare. Mostra scarso carisma, però, quando deve sedurre una Green algida e lontanissima. Risulta più piccolo dei 31 anni che ha: lei si libra a una spanna da terra. E letteralmente. Una parolina su Frankenstein: nessun mostro mi ha mai emozionato così tanto. L'amore per l'arte, uno sguardo puro sul mondo, un viso deforme che non è sinonimo di un animo buio. Avrà mai una compagna? Intanto, ha tanta umananità. La violenza scorre a fiumi, ma è vernice: velluto rosso. Il sesso non toglie nulla all'eleganza glaciale del resto. Penny Dreadful è erotico, gotico, incantatore. La seduzione degli orchi. (8)

Salem
Stagione I
Ha conosciuto alti e bassi questo Salem. Puntate lunghe e momenti di troppo. Dopo il ritmo sostenuto della prima puntata, le altre hanno offerto allo spettatore cose interessanti e cose non brutte... ma superflue. La serie, con tredici episodi che forse erano troppi, però non mi ha annoiato, nonostante la premessa. Salem ha cose buone. Un sapore vagamente teatrale, una messa in scena ottima, quella sigla cantata da Mailyn Manson che, spesso, è più affascinante perfino della puntata in sé. E poi ha una trama molto efficace, che intrattiene al suon di fiamme che crepitano, incantesimi neri, urla e pianti, grandi promesse per grandi amori impossibili. L'ho visto in attesa di Penny Dreadful e per superare il fastidio di Coven, l'ultima serie di American Horror Story. A ripensarci mi salgono ancora i nervi! La WGN firma una serie storica di tutto rispetto, invece, che funziona quasi sempre. Promette e non delude tirando indietro la mano tesa, come spesso capita. Volevamo l'orrore, e abbiamo sangue, boschi terrificanti pieni di cadaveri putrefatti, impiccagioni e torture. Una violenza che, raccontata, sembra brutale, ma che in realtà è ben diluita. Volevamo la rievocazione storica, e abbiamo una Salem da paura, mai apparsa così realistica e pulsante. Volevamo protagonisti intensi, e molti – soprattutto i personaggi secondari – potrebbero risultare indelebili. Pessimo, per me, Shane West, che avrebbe dovuto avere il ruolo principale. Ha due espressioni messe in croce, ridicole parrucche lunghe, la passionalità di un narcolettico. Il suo John Alden, tornato in città dopo guerre e alleanze con gli indios, ha carattere, ma non chi lo interpreta: bocciato, assolutamente! La sua controparte femminile, Mary Sibley, è validissima. Da dove è uscita questa splendida Janet Montgomery, credibile e fascinosa, a metà tra le Madeleine Stowe e Famke Janssen di vent'anni fa? Lei cattura e il suo personaggio, una strega malefica dalla doppia vita che ha venduto il suo grembo al diavolo, ma non il suo cuore di umana, spicca nel buio. Notevole la crescita e la maturazione di Seth Cabel, umano e contradditorio; bellina la Ashley Madekwe di Revenge, anche qui, come lì, alquanto infida; inquietante la piccola Elise Eberle, la Regan dell'Esorcista che, forse, non odia poi tanto la compagnia del maligno... Veritiero, fosco, torbido, splatter, Salem riporta in auge “famigli” e streghe autentiche. Cascate di sangue, riti di mezzanotte, fattucchiere che – come in Macbeth – compaiono nella brughiera, sotto le sembianze di vecchie dai volti butterati di pustole e porri. Intrigante il finale di stagione, che è una chiusa senza tregua. Mi farà piacere avere questa “sgradevole” compagnia anche il prossimo anno. (6,5)

Devious Maids
Stagione II
I panni sporchi si lavano in famiglia, in tivù e davanti a domestiche nelle cui mani, be', i segreti sono mal custoditi. A dir poco. Continua la mia avventura con Devious Maids, guilty pleasure dell'estate scorsa e di questa. Oggettivamente: cafone, arrangiato, semplice. Soggettivamente: sfizioso, diverte, accattivamente. L'ho scoperto con gli esami di maturità e me lo sono portato dietro, trecentosessantacinque giorni dopo, con la prima sessione estiva della mia vita. E' sempre il solito, ed il solito spasso, aggiungo. Sangue latino, temperamento focoso, battute simpatiche e intrecci che di originale hanno poco. Questa volta, le mie quattro domestiche preferite interpretano in chiave ispanica – con i loro accenti irresistibili e i loro bei fisichetti – Rebecca: La prima moglie e il thriller home invasione degli anni '80. L'intelligente e bella Ana Ortiz – non più domestica, ma gran signora – sposa un uomo con una moglie nella bara, una governante schizzata, una cassetta di sicurezza piena di soldi e di segreti. La dolce e svampita Dania Ramirez – appeso al chiodo il suo amore per "Mister Spence" – trova lavoro in una famiglia in cui aleggiano frecce velenose e dissapori, minacciata da un avvocato senza scrupoli. La provocante Roselyn Sanchez sogna la fama, il palcoscenico e pavimenti che si lavano da soli: nonostante non sia ancora una stella, ha già un viscido stalker in piena regola. La più anziana, la più professionale, Judy Reyes si divide tra una figlia innamorata del ragazzo sbagliato, un amore di chef, i capricci del suo svampito capo, un'autoironica Susan Lucci – la ricordate nei vari Dallas e La valle dei pini? Le new entries sono poche, le vecchie conoscenze funzionano alla grande - consolidate. Le trame e le sottotrame intrattengono allo stesso modo, ugualmente bene, e l'algida e maliziosa Rebecca Wisocky e il volpone Tom Irwin divertono come due libertini e fedifraghi Sandra e Raimondo. Devious Maids è scollegato dal mondo, e lo sa. Prende in giro le soap argentine e, in primis, sé stesso, con umiltà e tanto divertimento. E' un'inedita auto-parodia. Una commedia gialla con bella gente e con lo spessore di una sit-com. Solo che i minuti sono quaranta, e non venti, e le risate registrate non sono contemplate nel format. Con i personaggi di The Help che conoscono le mode dei primi Pretty Little Liars, i misteri sono sventati, i segreti volano e le case, sfortunatamente, risultano più sporche di prima. Mattonelle che luccicano e letti rifatti sono secondari, quando CSI parla spagnolo, indossa gonnellini cordinati e impugna pistole silenziate e mocio Vileda. (6,5)
The Flash: Visto il primo episodio, che gira sul web da qualche giorno. E con largo anticipo. La serie TV andrà in onda, pensate un po', ad ottobre. Niente da dire: molto carino. Divertente, leggero... be', veloce! Grant Gustin - visto in Glee - mi sembra perfetto per il ruolo. Imbranato, giovane, un viso nuovo. In questo primo episodio, cameo di Arrow – che io non seguo e mai seguirò: mi sa di cafonata – e dell'attore che fu Flash, nella serie originale, nei panni del papà di Gustin. Per me è sì, per dirla alla X Factor maniera. 
Constantine: Non mi ha colpito il pilot. Per nulla. Tanto, al fumetto, devono i vari "Supernatural" e "Sleepy Hollow", ma il telefilm arriva un po' tardi e, almeno alla prima puntata, sembra una copia della copia con il solito protagonista sardonico, l'eroina bella e sfortunata, angeli e demoni. Il film, per le atmosfere pazzesche e una Swinton paurosa, era decisamente altro, anche se meno attinente alle idee dei creatori. Presto per dire, comunque. Aspetterò ottobre per giudicare, ma partiamo maluccio. Per me: no. 

mercoledì 16 luglio 2014

Recensioni a basso costo: Il profumo del pane alla lavanda, di Sarah Addison Allen

Talvolta, quando si sta per tanto tempo con qualcuno, ci si mette in testa che le cose in passato andassero meglio, anche se così non è. I ricordi, pure quelli brutti, più invecchiano più diventano morbidi come pesche mature.

Titolo: Il profumo del pane alla lavanda
Autrice: Sarah Addison Allen
Numero di pagine: 283
Prezzo: € 9,90
Sinossi: Claire è una Waverley e conosce bene le magiche proprietà di frutti e fiori che crescono nel suo giardino. Dalla nonna, Claire ha ereditato la grande casa in cui vive sola e ricette preziose che possono cambiare il destino delle persone. I nasturzi inducono a mantenere i segreti, le bocche di leone spengono la passione e la lavanda... Tuttavia, la sua è una vita tranquilla. Almeno fino al giorno in cui la sorella Sidney, scappata di casa dieci anni prima, bussa inaspettatamente alla porta e fa vacillare il muro che Claire ha costruito attorno al proprio cuore.
                      La recensione
Mi dicevano tutti, e da tempo, di leggere questo romanzo. Tutti, e da tempo, l'avevano già fatto. Letto, recensito, apprezzato. Io l'ho regalato a mia madre per il compleanno, lo scorso febbraio, facendo un piccolo sondaggio privato tra amiche lettrici accuratamente selezionate e scelte. La risposta era stata la stessa. In coro, avevano suggerito Il profumo del pane alla lavanda. Perché era economico, lieve e anche scritto bene, cosa che non guasta. E' passato l'inverno, è passata la primavera: l'estate è stato il suo momento migliore. Non mi sento di aggiungere granché a quello che è stato detto. Se Sarah Addison Allen piace così, universalmente, il motivo c'è e l'ho scorto anch'io. In punta di piedi, leggera come una fata dei boschi, ti sussurra all'orecchio storie come quella delle sorelle Waverley. Rilassantissime. Una famiglia al femminile, la loro, che ha sempre avuto due segni particolari: l'irrequietezza e la magia nei polpastrelli. Il cognome è quello dei maghetti di Disney Channel, ma non hanno legami di parentela manifesti. Niente bacchette, niente antagonisti da rispedire altrove, niente scuole per giovani streghe. La loro, è una magia quotidiana, personalissima. La indossano come un vestito e, su di ognuna di loro, il tessuto appare diverso. Liscio, ruvido, attillato, floscio, di seta o di lana. Abitano in un paesello del Sud, che sembra parte di un romanzo Southern Gothic molto poco gotico, ma che compensa con fantasia, buonumore e ricette prelibate. 
Tutti additano tutti, tutti hanno sulle labbra il nome della famiglia Waverley. Una casa strana, un melo che si anima e scaccia gli sguardi dei forestieri a suon di bracciate (be', se solo avesse braccia), ingredienti giusti per le occasioni giuste. Una sola sorella Waverley in circolazione è già abbastanza da sopportare: Claire, i capelli lunghissimi, le forme di una procace Sofia Loren, la passione per capolavori di piatti, una sorella sparita da dieci anni. Quella sorella che ritorna, diametralmente opposta, con il sangue che è lo stesso ma il pensiero che è diverso. Sidney: più abile di Edward Mani di Forbice con i tagli di capelli, ha un nuovo look, ricordi di vecchi amori e di nuove cicatrici, una figlioletta al seguito, che ha la sfortuna di avere un mostro feroce come papà. Sono in fuga. Sidney è fuggita anche da casa sua, ma a volte ritornano, come si dice. Lei ritorna sui propri passi, dalla sorella che non ha mai smesso di essere, prima di tutto, sua migliore amica. Sullo sfondo di giardini rigogliosi, fiori ovunque e ricevimenti di lussuriose famiglie per bene, in una casa sensibilissima che scricchiola da mattina a sera e si lamenta cigolando tutta, altri personaggi e altri doni speciali. La piccola Bay, che sa qual è il posto giusto per ogni cosa; l'adorabile Evanelle, con la sua tuta acetata e le sue buste piena delle segrete necessità dei suoi compaesani; Tyler e Henry, uomini e senza poteri, che sanno comunque l'effetto che, sulle donne, possono avere sorrisi e un po' d'amore sincero. 
Il profumo del pane alla lavanda è un piccolo piacere da scoprire strada facendo. Un libricino di poche pretese, con dialoghi rari e la fantasia che galoppa incontrastata, ma che fa tanto bene. Poi lo posi e, il giorno seguente, magari, già non lo trovi entusiasmante come il giorno prima, ma sei stato in ottima compagnia. Ti hanno incantato quelle descrizioni cariche di dettagli; ti ha stregato l'attenzione per le luci, gli arredamenti, gli odori. Soprattutto, gli odori. Sarah Addison Allen parla con una penna dal tocco impalpabile e anche con il naso, che si arriccia come una palpebra di cartilagine e cerca, scova e trova nuovi punti di vista. Avete presente il ciclo di film che, nei mesi più caldi, Canale Cinque dà o dava in prima serata? Un'estate d'amore, si chiamava. I titoli erano sempre e soltanto gli stessi: Qui dove batte il cuore, Ricominciare a vivere, Per incanto o per delizia?, Amori & Incantesimi. Il romanzo – anche se sembrerà un'offesa, ma giuro solennemente che non lo è! – starebbe bene lì in mezzo. Come a casa. Le sorelle Nicole Kidman e Sandra Bullock sarebbero perfette confidenti, per scambiarsi ricette, libri di magia, figurine di amanti infelici, ad esempio. La particolarità di questo romanzo, per me, è che sta bene così. Puoi leggerlo quando vuoi. Non esistono momenti sbagliati o momenti giusti. Foglie secche, tazze calde, mani fredde d'autunno. Coperta e neve d'inverno. Terrazzino, aria frizzante e una pianta di gerani in primavera – e dai gerani dicono venga fuori un vino rosso che ricorda a chi lo beve i momenti felici: astenersi i malinconici. Sessioni d'esame e una scappata veloce al mare d'estate. Il profumo del pane alla lavanda è uno dei pochi libri per ogni stagione del calendario: maya, azteko, Pirelli. Uno qualsiasi. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Norah Jones – Sunrise


domenica 13 luglio 2014

Mr Ciak #40: The Fault In Our Stars - Colpa delle stelle

Buona domenica, amici. Mr Ciak è passato da queste parti ieri e non è un tipo a cui piace stare sempre tra le scatole. Le eccezioni ci sono. Questa mattina, mi sono imbattutto in The Fault in our stars e l'ho visto senza pensarci. Finito, al film ci pensavo ancora. Quindi ho deciso di parlarvene, senza aspettare qualche segno in particolare. Dovevo riprendermi dalla scossa e lo faccio con voi. Domani e venerdì prossimo, inoltre, giorni di esame: questa domenica era il giorno più giusto sul calendario. Vi ricordo che il film sarà nelle nostre sale a Settembre e, probabilmente, mi troverete lì a vederlo. Non perché sia finito nella lista dei miei preferiti, tutt'altro, però una revisione, tra due mesi, ci sta. Poi, voglio il biglietto del cinema da conservare tra le pagine: tradizione. 
Mi hai regalato un per sempre dentro un numero finito.

                                  La recensione del film
Se una cosa sai già come finisce, magari ci rimani meno male. Di solito sì. O almeno così si dice. Ma ci sono quelle storie che, per copione, per contratto, devono lasciarti di sasso, in briciole, ogni volta. Quello è il loro segreto fascino. Senza tristezza, in fondo, che sarebbe di loro. Colpa delle stelle fa parte di quel filone lì. Film strappalacrime, drammoni sentimentali: come vi pare. Si vede. Si sa. Ora lo sanno tutti, perché tutto il mondo, tipo, ha letto il romanzo e sa cosa aspettarsi. Io lo sapevo da prima, e lo so da circa due anni. Era il 2012 quando ho preso in mano il romanzo e l'ho letto. Aspettandomi una mezza tragedia che, alla fine, con quella metà più o meno colmata, si era manifestata. Si parla di ragazzini, si parla di cancro, si parla di commozione assicurata nel prezzo. Invece no. John Green – l'autore a cui, prossimamente, erigerò un piccolo altarino in libreria – non era arrivato a quel punto. Okay che io non sono un tipo da lacrima facile. Però datemi vecchietti, cagnolini, amori impossibili e, be', sarò perdutamente vostro. Qui non c'erano i vecchieti, nemmeno i cagnolini: solo un gran, bell'amore impossibile. Uno di quelli che piacciono a me. Perché non ci sono rose senza spine, non ci sono amori con l'happy ending e blablabla. Una volta, mi hanno detto che io sono un tipo malinconico. In realtà, mi piace semplicemente deprimermi, di tanto in tanto. E a voi? Io ci sguazzo, come se le mie sfighe quotidiane non fossero sufficienti. Comunque, dicevo che Green non era stato il solito Green. E che, con quella storia lì, ruffianotta e decisamente ben scritta, non mi aveva convinto al cento per cento. Lui era altro, lui sapeva fare di più. Avevo trovato fastidiosa l'ironia di alcuni dialoghi, irrealistica. Che volete farci: io sono per gli amori sfigatelli più tradizionali, un tipo alla Sparks-sfiga non alla Green-sfiga. Ho seguito gli sviluppi del film da lontano. Sbirciato il trailer, controllato l'uscita italiana. In realtà, quel trailer l'avevo molto più che sbirciato. Lo conoscevo a memoria. E avevo messo la colonna sonora – Birdy, Ed Sheeran, One Republic – sull'mp3. Altri libri mi avevano fatto fare pace con John Green. Il semplice trailer mi aveva fatto far pace, invece, con Colpa delle stelle. Da intiepidito fan del libro, avevo aspettative non intiepidite. Alla fine ho ceduto. Alla fine l'ho visto e l'ho trovato perfetto. Ho dimenticato in due ore i motivi per cui avevo trovato vagamente fastidioso il romanzo. Dio, come avevo fatto a trovare fastidiosi Augustus Waters e Hazel Grace Lancaster? Ma siamo sicuri che erano come quei due baldi giovani che, nei casting, non mi piacevano granché? Mi dicono di sì. Sono sicuro. Cinici, chiacchieroni, brillanti, malatissimi, proprio come gli originali. Shailene Woodley e Ansel Elgort funzionano a meraviglia e sono bravi davvero. Belli, lì, su quell'altalena. In quel viaggio ad Amsterdam. A una cena con indosso gli abiti dei loro potenziali funerali. Non è un mistero quanto lei poco mi piaccia. Invece, anche grazie alla visione in lingua originale, l'ho trovata intensa, al centro di momenti che, sulla mia pellaccia dura, hanno fatto affiorare i brividi. In estate.
Quel pianto, e quello sguardo prima di quel pianto. 
Rivelazione lui: vent'anni, faccia pulita, un contagioso sorrisone tutto denti. Sono bellissimi, giovani, pieni di vita e cellule cancerose. Diversi tra loro, ma identici a come li ricordavo: lei pensa troppo e legge libri ammorbanti, lui gioca troppo ai videogame e non legge libri che non contemplino zombie, apocalissi zombie, isole zombie. Avevo notato in Stuck in love, consigliatissimo, la sensibilità del regista, Josh Boone. Mentre, all'epoca, Green l'aveva un po' fatto, deludermi, dico, Boone no. Mai. Col tempo che ha disposizione fa frullati di sentimenti coinvolgenti, personaggi irresistibili, location sparse. Emerge il dolore e la forza delle famiglie, un'infanzia bucherellata in flashback saggiamente distribuiti, la simpatia e la brutalità del personaggio del mitico Isaac, un Nat Wolff con poche scene, ma esilarante e tormentato. Uno spera sempre in un intoppo nella sceneggiatura. E' cambiato qualche dialogo, perché non l'epilogo? Quei momentacci arrivano lo stesso. E li ricordavo con una smorfia anch'io che, verso Green – da allora in poi – ho nutrito silenzioso risentimento. La parte del romanzo che più tocca, l'aggravarsi di una situazione già precaria, l'irruzione del dramma in mezzo a tanti sorrisi e a discorsi dal sapore geek, è sfumata; giusto accennata. Ho apprezzato. Sarebbe stato troppo. E' già abbastanza tutto così. In linea con il libro, preciso e rispettoso, mi ha emozionato nei momenti in cui il libro non l'ha fatto. Arrivato, almeno nel mio caso, lì dove il libro non era arrivato. Fatto pienamente breccia. Che dico, una galleria: un traforo. Le gag in compagnia di un isterico Isaac e la dichiarazione d'amore, in un ristorante che vende risotto alle carote rosse e stelle in bottiglia, erano importanti e lo restano. L'allegra e malinconica festa di morte nel letterale cuore di Gesù, capirete guardando, ti fa in frantumi e ti ricorda lo splendore di certe frasi, che sulle labbra di due attori che si comunicano amore – e okay infiniti – con gli occhi sono ancora più dirette. Meno spazio per la pena e più spazio, invece, per un viaggio dei desideri ad Amsterdam. Dafoe è un irritante canaglia che puzza di liquore e segreti sussurrati solo a sé stesso; la città delle droghe libere, i musei famosi, la storia a ogni passo è fotografata nel miglior modo che c'è. Una scena che non mi era "arrivata", la visita nella casa di Anne Frank. Nel film l'ho sentita tutta, percepita, soppesata come per la prima volta: la scalata di Hazel per scale ripide, il suo calvario di diciassettenne metaforico e non, i passaggi del diario di Anna che sembravano parlare di loro due, dell'aldilà e della felicità da cogliere senza temere granate successive. Puro magone. Infine, quel bacio, venuto dopo il ti amo. Strano percorso... Colpa delle stelle è il film lacrima d'oro per il nerd d'oro – lo mostrano le maratone sul divano di Buffy, le occhiate ad Alien, lo sposalizio tra adolescente e joystick. Divertente. Dolce. Umano. Tristissimo e così poco triste. Un brindisi alla vita, dal film tutto cancro che farà di te uno spettatore tutto cuore. 
Okay? (8)

sabato 12 luglio 2014

Mr Ciak #39: 12 film random² (Teatro da camera e teatro da macchina, erotomani e cowboy, less happy families and more happy days)


Buongiorno, amici! Altra carrellata di film con Mr Ciak. E no, non li ho visti tutti nello scorso weekend. Avevo un po' di mini-recensioni da smaltire, lo ammetto. Alcune vegetavano da tipo un anno sul mio pc in una cartella saggiamente intitolata “mini-recensioni da smaltire”. Chiaro. Questa volta, il guardatore-compulsivo-e-bionico che è in me mi ha detto di parlarvi, da bravo, anche di film già usciti, al cinema o in dvd. 1) I disponibili: la scoperta Locke, Lovelace, Two Mothers, Insidious 2, Noi 4, Disconnect, Un giorno speciale. 2) Gli inediti in Italia: Thanks for Sharing e At Middleton, che potremmo anche vedere; Some Velvet Morning che non vedremo mai. 3) I Coming Soon: Un milione di modi per morire nel west e Cattivi vicini – usciti negli USA un secolo fa, arriveranno furbamente da noi tra la fine dell'estate e l'autunno. Di brutti, questa volta, non ce ne sono. Di imperdibili, be', per me solo quello con Hardy. Un giorno speciale, recuperato ieri, si aggiunge al post così, su due piedi. Massacrato in rete, fischiato a Venezia, a me è piaciuto un casino. Mi ha lasciato una sensazione fortissima. Forse scompare, ma oggi la sento. Chissà. Tutti godibilissimi, in generale. Le sufficienze - piene o no - abbondano.

Locke: Periferia londinese. La sera, le luci dei lampioni, pioggerellina. Un uomo sale in macchina. Parla con un po' di gente a telefono e rassicura tutti. Il traffico è scorrevole. Giungerà a destinazione il tempo di perdere tutto e di guadagnare tutto. In un'ultima, significativa chiamata con il più importante degli interlocutori, scoprirà il mondo in un pianto. Locke c'è quasi. La destinazione è raggiunta: basta seguire quel grido. Domani è un altro giorno. E' una gran persona, Locke. Un omone con gli occhi buoni che lavora per gli altri. Ha un nome parlante. Lock(ed). Chiuso. Nel film, è prigioniero di una solitudine piena di gente, di una malinconia piena di amici, che si fa manifesta nelle chiacchierate immaginarie con un padre morto. Eroe di tutti i giorni, il protagonista è una persona onesta in un mondo di squali. Vuole rubare pezzetti di cielo, piegare la crosta terrestre sotto il peso di grattacieli ben costruiti. La sua hybris brilla di buone intenzioni, la sua impresa titanica è un folle volo. Ma abbandona tutto per non lasciare sola una persona più debole delle altre. Ha solo sé stesso e un volante al quale si aggrappa, come un Cristo alla sua croce industriale. Le immagini sono di un noir buio, ad alta velocità. Il regista gioca con lo sfarfallare delle luci, il rumore del sorpasso. Il ritmo è quello di un thriller. Locke, con il look da Collateral e l'idea di Buried, è un film bello, metaforico. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita. La tensione si accomula nei punti giusti, o in quelli sbagliati. Mi aspettavo esplodesse in un finale alla ricerca del sensazionalismo. Invece quell'ultima chiamata di un'altra donna è la pace. La discesa di una notte senza lupi che non deve per forza fare paura. Solo, un intenso e magistrale Tom Hardy regge il film. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. Il suo film non ha silenzi ed è fatto di un volto che vive di increspature, smorfie, espressività. Danno ritmo le voci sparse dall'altra parte del filo. Io ho avuto gli occhi lucidi. (8)

Un milione di modi per morire nel West: Simpatico, intelligente, riuscito. A metà tra la parodia e il remake in chiave comica, è un buon intrattenimento che promette e dà quello che il buon MacFarlane può. Risate, effetti visivi, un cast di serie A, geniali crossover – occhio agli intrusi Django e Ritorno al futuro: cult istantanei! Mollato dall'odiosa ragazza, un nerd del selvaggio west scopre il coraggio e l'amour accanto a una bella sceriffa criminale. MacFarlane scrive, recita e dirige e riesce in tutto. La Theron, spensierata, è più bella e disinvolta con gli anni. La Seyfried – nel ruolo di un'antipatica cronica – si prende in giro (e viene presa in giro) per i suoi occhi enormemente enormi. Neil Patrick Harris, istrionico e con la faccia da schiaffi, usa i cappelli altrui come water e si diletta in mitiche e ben coreografate scene da musical. Volgare, ma non troppo. Originale, ma non troppo. Consigliato a chi ama (o odia) gli spaghetti western alla Leone. (6,5)

Cattivi vicini: I tizi di quel film fuori di testa che è Facciamola finita tornano col solito Rogen. Pare di vederlo in un sequel non dichiarato di Molto incinta. Goffo e infantile, ha messo su casa, ha avuto una bambina. Penseranno i suoi vicini a rendergli la vita infernale e a ricordargli com'era: sballarsi, essere giovane, stare alzato fino a tardi. E lui, che sabota le loro feste, li fa riflettere sui rimpianti e le occasioni mancate. Amo quel tipo di comicità – volgare, sopra le righe – e il fatto che ci fosse una storiella carina a far da cornice è cosa buona. I personaggi si completano, il no-sense si spreca. Tra tutte le partner di Rogen, Rose Byrne è la migliore. Ormai esperta di film "home invasion", si diletta con una specie di Insidious comico, no? I due sono il cuore del film, ma il mondo universitario, con le luci e i rumori di Project X, fa un po' disgusto e parecchio invidia. Spicca Dave Franco, tra i giovani, e Efron è funzionale nelle scene con Rogen. Così diversi, muscoli contro trippa, sono forti. (6)

Noi 4: Ambientato in 24 ore, rapisce per la voglia che ha di raccontare un giorno come tanti nella vita di gente come tanta. Il regista del fresco Scialla è bravo nel dirigere un cast di persone che, si nota, si sono volute bene davvero nell'arco delle riprese. Attori perfetti, famiglia imperfetta, in una Roma di scavi e scuole pubbliche. Una commedia dai toni agrodolci su un tredicenne che deve sostenere l'esame di terza media con attorno una mamma che lavora troppo, un padre che lavora troppo poco, una sorella che sogna il teatro. Messo a punto con semplicità, ha un cast che ci crede. La Rapport – memorabile in La sconosciuta – ha un severo accento russo e nevrosi buffe, Gifuni è paterno, la giovane Guidone ha un controllo invidiabile, Francesco Bracci – con la voce profonda e il cipiglio già d'adulto – è un Germano imberbe. Familiare, surreale, tenero, nostro. (6)

Un giorno speciale: Hollywood avrebbe preso questo film con un titolo da temino e l'avrebbe reso una commedia romantica. Invece, diretto in maniera originale, con una Roma livida e lirica, diventa qualcosa di più e qualcosa di meno. Uno spaccato tutto frammenti di vita reale, con un intreccio lieve e un finale amaro. Piccolo dramma on the road per adolescenti che racconta cose note e vere. Un giovane autista che scarrozza una giovane starlette. Entrambi in prova. Entrambi raccomandati. Lei è stata conciata come una sposa bambina per incontrare un politico importante. Potrebbe uscire dallo studio con un posto in tv e senza dignità. Ha smesso di mangiare, ha seguito le dritte di mammà. Lui ha avuto un destino simile, ma non sogna: si accontenta. S'innamorano in quel pomeriggio trascorso insieme per Via del Corso. Quei due giovani Travolti dal destino si vedono per come sono per un istante, e il giorno dopo? Una macchina, due attori, le generazioni post-Moccia. Un messaggio arcigno e disincantato, in una pellicola che ha sorrisi da commedia e una chiusa spezzata. Schifosamente aperta, ma realistica. Perfetto il cast. Scicchitano, gentile, belloccio e sensibile, merita il successo. La Valentini, stupenda e in gamba, mica recita. Parla con la macchina da presa come fosse un'amica. Naturalissimo, tutto. (7)

Thanks for Sharing - Tentazioni Irresistibili racconta le storie di un gruppo di newyorkesi che hanno fatto del loro gruppo di sostegno una casa. Uomini e donne di tutte le età, in preda ad allettanti spettri: sex addicted. Calibrato mix di commedia e dramma, ha il sempre formidabile Mark Ruffalo, perfetto nei panni di un uomo fragilisso e stanco, che ha amato troppo e male. Adesso si è innamorato di una sexy Gwyneth Paltrow che non è ancora pronta ad affrontare gli scheletri di un passato così promiscuo. Il suo mentore,Tim Robbins, è un veterano del gruppo: dovrebbe aiutare gli altri, ma chi aiuta lui? Poi, il goffo Josh Gad, dalla vita che va a rotoli: licenziato, con un armadio pieno di film hard e una nuova amica “da salvare” col volto di una P!nk sorprendente. Una commedia che mostra un'umanità delirante che tocca e dà da pensare. Consigliato, per una serata piacevole e in compagnia di grandi attori. (6,5)

At Middleton: Sono un ignorantone: leggendo il titolo, ho pensato a una specie di documentario sulla famiglia di Kate. E sul lato B di Pippa. La Middleton di questo film è un'università. Questa è una comunissima storia di figli che vogliono fuggire via e di genitori che vogliono fuggire via da figli che, a loro volta, sono in fuga. Chiaro, no? Una storia di ragazzi che si sentono adulti e di adulti che vorrebbero sentirsi ragazzi, eternamente. La pellicola è una di quelle con tanti dialoghi e pochi attori. Brillante, divertente, colma di tanti tipi d'amore. Amori che restano, amori che vanno. Un Andy Garcia piuttosto ingrassato, ma poche volte così leggero. Una Vera Farmiga bella e naturale. E, se c'è una cosa più bella della Farmiga, è la Farmiga che ride. Qui ride tanto, insieme allo spettatore. Il fascino pazzesco di quelle storie d'amore che durano un giorno e basta. (6,5)

Insidious II - Oltre i confini del male: Ho adorato Insidous. Nel sequel, ho avvertito la presenza di Wan per tutto il film, come un inquietante personaggio che spia tutto. Infesta la sua intera cinematografia con la sua presenza, sinistra e riconoscibile. Oltre i confini del male è un buon film horror, piacevole e con piccoli colpi di scena aggiunti, ma è quello che meno appartiene al gusto di Wan. Il primo era un ritorno all'horror puro. Se i colori troppo netti e marcati di questo mi hanno lasciato interdetto, non l'ha fatto la sceneggiatura, che permette agli spettatori di chiarire dubbi e a Wan di togliersi sassolini dalla scarpa. Si viaggia e s'interagisce con il passato del protagonista e con i diretti avvenimenti del primo film. Inoltre, si rievoca il passato di una delle figure più macabre che popolava Insidious. Si strizza anche l'occhio all'ironia nera di Dylan Dog. Manca di carattere. (6)

Some Velvet Morning:  Fred si presenta alla porta di Velvet. Si sono amati. A pagamento, gratis. Il film, con le atmosfere del teatro da camera, è incentrato su di loro. Tra le e lui scorre una tensione che non ti spieghi. Potrebbe esplodere da un momento all'altro. In un bacio, in un amplesso violento, in un delitto perfetto. Film fatto di due attori come ghepardi e un appartamento. Introspettivo, teatrale, è una messa in scena sobria e dalle svolte impreviste, con dialoghi forti, un linguaggio crudo, attori calati nella parte. LaBute firma e dirige il lavoro dei bravi Stanley Tucci e Alice Eve. Lui, volgare, imborghesito, fastidioso. Lei, seducente, criptica. Un'autopsia sentimentale, soffocante e indigesta, in cui l'amore è farsa. Non ho capito se mi è piaciuto. Mi sono sentito preso in giro. Non mi capitava da una vita, quindi bho? (5)

Two Mothers è la storia dell'amicizia tra due donne, che vivono in un angolo di paradiso. S'innamorano l'una del figlio dell'altra. L'esplodere della passione non li allontana. Come in Laguna Blu, i protagonisti vivono sospesi: solo d'estate. Un film sensuale e sempre in bilico. Mai volgare o esplicito, diretto con delicatezza da una regista che danza con le immagini, immortalando paesaggi da cartolina e regalando l'interpretazione di due attrici ottime: la Watts e Robin Wright. Sbrigativa la seconda parte. Le due sono troppo giovani per un copione che, da mamme, le vorrebbe anche altro. Un film pretenzioso, di classe, con un cast di super-belli, ma che due raffinate interpreti e una regia ineccepibile salvano dalla parvenza di una soap chiamata La rivincita delle MILF. Patinato e spesso fine a sé stesso. (5,5)

Lovelace: Non bisogna essere dei frequentatori assidui di YouPorn per conoscere il suo nome. Erano i primi anni '70 e lei era l'icona di una rivoluzione. Tutti la conoscevano come Linda Lovelace, Gola Profonda. Il film è suddiviso in due parti. La prima è frivola, superficiale; la seconda è vista dagli occhi della protagonista stessa. Il candore della Linda venduta come carne da macello è reso grazie alla buona prova di Amanda Seyfried. Sensuale e innocente, toccante e disperata. Tra le scene più notevoli, la fuga di una Linda in abito bianco, con il marito alle calcagna, da una stanza piena di uomi che aveva occhi, mani, bocche solo per lei. Un Peter Sarsgaard luciferino, una Sharon Stone irriconoscibile, notevoli cameo sparsi. Poteva essere un gran bel film, ma osa poco, prendendo una strada troppo edulcorata, ma onesta. Questo è. Una profana agiografia non tutta da buttare. (5,5)

Disconnect: Internet non ci ha mai resi così vicini. Internet non ci ha mai resi così lontani. Connessi col mondo, disconnessi da noi stessi. Di questo parla Disconnect, del potere dei social, dei danni delle chatroom, dell'apatia dei 15 anni. Vite che si sfiorano e si scontrano, ora con furia inumana, ora al rallenty: quella di un diciottenne che vende sesso in webcam; quella di una coppia straziata dalla perdita; quella di un ragazzino spinto a commettere un gesto spaventoso. Mi ha colpito la fluidità con cui queste trame vengono fatte incontrare e collidere, la raffinatezza dei sintagmi incrociati, l'aria che vibra per i colpi della tragedia. Un film dall'impalcatura fragile, ma che sa reggersi bene per quasi due ore. Ammetto di averlo concluso sinceramente emozionato. Folgorato da cose belle e da cose brutte. Notevole la regia, che fa del film un misto tra Crash e Crossing Over. Ancora più notevole il cast. Disconnect fa fare pensieri importanti, e ci ricorda che pensare è importante. (7)

giovedì 10 luglio 2014

Recensione: Città di carta, di John Green

Siamo navi inaffondabili. Poi ci succedono delle cose. E lo scafo comincia a creparsi. Ma una volta che lo scafo va in pezzi, la luce entra ed esce, ed è solo in quei momenti che vediamo fuori di noi dalle nostre fessure e dentro gli altri attraverso le loro.

Titolo: Città di carta
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 396
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un'inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all'improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un'avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l'hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l'ultima.
                             La recensione
Mercoledì notte. Giovedì mattina. 
Quello che è. Notte comunque. Notte fonda. 
Oggi è già domani e tira un ventaccio della malora. Meglio, ché domani devo studiare e spero venga a piovere. Il brutto tempo ispira. Sono tornato a casa prima del previsto. Ho inventato una balla – «mi tocca svegliarmi presto per studiare», il che non è mica tanto balla – e, il tempo di smaltire una pizza di compensato e mozzarella, ero nella mia tenuta da casa. Mutande ed infradito. I miei guardano la partita alla tivù e, di sfuggita, mi chiedono se mi sono divertito, con chi ero, perché sono tornato presto. Risposta: sì, i soliti, perché sono un po' stanco. Tutto vero. E quei “soliti” sono andato a prelevarli a casa in macchina: scarrozzare in giro i miei amici mi fa sentire importante. Un taxista con l'auto piena di chiacchiere, il serbatoio vuoto, la radio che salta da una stazione all'altra, con i passeggeri dell'Alfa Romeo grigio metallizzato di papà che si contendono la rotellina dello stereo e vanno in cerca di canzoni da cantare. Ma questa è un'altra storia, oppure no. Io non li aspetto però al ritorno e scappo via. La minaccia di una successiva mattinata di ripasso mette a tacere gli scongiuri. Devo ripassare. Anzi, devo proprio studiare. Memorizzare le cose. Però torno per Città di carta, soprattutto. Devo leggere quelle altre ottanta pagine, per sapere come va a finire e per svegliarmi senza Quentin e Margo, nel mio ennesimo giorno, e senza il bisogno naturale di aprire il libro e vedere che fanno, lì dentro, nelle loro vite spiegazzate. Arriva il momento di chiuderlo. E, tu lettore, sei contentissimo e tristissimo. Mi chiedo adesso che faccio. Vado a dormire? E dopo che leggo? Il passato remoto mi piace, fa tanto film. Usiamolo. Durò due giorni e fu amore infinito. Con il serbatoio sempre pieno e il caffè forte, l'ultima storia di John Green letta seppe rendermi schifosamente felice. Questo è il John Green che mi piace. Il-John-Green-di-Cercando-Alaska-non-quello-di-Tfios. L'autore nerd-avoloso (suo il neologismo) che mi piace senza bambini col cancro e pianti a fiumi. L'architetto di una città di carta: il fotografo di un'età di carta. Legge i diciassette anni come una mappa geografica, lui, insieme al suo protagonista. I post-it ovunque, le puntine da disegno che fanno buchi nel muro, una caccia al tesoro piena di grassocci punti di domanda e dilemmi esistenziali. Cerca Margo, come cercò Alaska nel suo folgorante esordio, e nella ricerca trova sé stesso. Mentre cerca di capirla, capisce chi è Q. Io avevo una questione in sospeso con John Green chiamata Colpa delle stelle. Mi aveva lasciato di sasso, e se mi aveva colpito, non l'aveva fatto come avrei voluto. L'ho letto due anni fa e lo ricordo – come potrei dimenticarlo? - con freddezza. Mi aveva congelato. Non avevo trovato, tra le pagine, l'autore che avrei voluto come ennesimo padre putativo. Avevo mandato quasi indietro le carte per l'adozione... Ho fatto pace con l'autore quando i suoi vecchi libri, introvabili e cari, sono riusciti in commercio. Sempre cari, solo più... trovabili. Non avrei dovuto iniziare Città di carta. Sapevo che, per giorni e giorni, non avrei avuto occhi che per lui. Ho rubacchiato ore di lettura tra una tragedia shakespeariana e l'altra e, mentre Re Lear vedeva il suo regno venire smembrato, Giulio Cesare appariva sottoforma di fantasma al suo aguzzino, Lady Macbeth ordiva trame inquietanti e dal fascino infernale, ho conosciuto Quentin e la sua vicina di casa, Margo Roth Spiegelman. Bambini alle prese con la prematura scoperta dell'odore della morte, a dieci anni, sotto un albero del parco, e adolescenti nel capitolo dopo. Diciottenni a un passo dal diploma legati da tanto e divisi da troppo. La bambina che per Quentin era una bellissima rompiscatole e rimasta uguale: bellissima e rompiscatole. Il bambino che per Margo era un eroe senza macchia è cambiato in peggio: spigoloso, pigro, schivo, pauroso. Si presenta alla sua finestra coi cani che abbaiano e maggio che inizia a profumare: ha almeno undici problemi da risolvere e Quentin ha un bell'ingegno, una finestra sempre aperta, una bagagliaio capiente.
L'alterego dell'autore chiama la sua nemesi con la frangia scura e gli occhi blu sempre allo stesso modo: nome, secondo nome, cognome. Adora gli avverbi interminabili, i trattini, le liste a più voci, i discorsi urlati a lettere maiuscole, e ama lei da quando ha memoria. Quella Margo che è come l'erba in una poesia di Whitman su cui, nel tentativo di decifrare il suo mistero, si addormenta in sonnolente notti insonni. Margo è un palloncino rosso che si stacca per sua precisa volontà dalle mani dei padroncini e vola. Il filo in lei si è rotto. Cugina di una Alaska che non conoscerà mai, Margo è un pubblico sogno erotico che si ritocca il trucco in uno di quei camerini di Broadway, con gli specchi che hanno un perimetro luminoso tracciato da lampadine accese. Vive della luce dei riflettori, ma quando si spengono nessuno sa cosa succede a quella ragazza dalla malinconia esuberante e dalle storie rocambolesche che porta con sé un taccuino nero su cui annota mete. Appare scostante, antipatica, imprevedibile. Ma scappa e lascia indizi, anche inconsapevolmente. Inconsciamente. Come chi, dopo un omicidio, si smaschera con le proprie mani e lascia che la polizia lo bracchi. Ci penso anch'io, a volte. Non lo facciamo tutti? Non ci chiediamo, quando ci sentiamo troppo amati o troppi ignorati, Ma sei io scappo chi proverà a prendermi?
La loro storia di (non) amore è un'avventura on the road, in un'America di quartieri incompiuti, paeselli fantasma, cantieri a cielo aperto e tuguri bucherellati che diventano suggestive sale d'aspetto. Aspettare, come metafora dell'adolescenza. La patente, la fila alle poste, l'appello agli esami, il tuo fatidico turno alla maturità. O forse no. Cattiva interpretazione. Forse Città di carta è solo una storia meravigliosamente scritta che parla di sbronze colossali, spade di birra, feste magistrali, irripetibili prime volte, ossessioni al gusto di zucchero e veleno, amicizie che sono fughe che non fai mai da solo. In un Minivan di seconda mano - verso l'infinito e oltre – il nostro Quentin, 212 birre, qualche tampax, una barretta ipercalorica mezza mangiata, migliaia di chilometri da percorrere in un giorno, passeggeri che danno, ogni tanto, il cambio e che indossano le toghe del diploma e la loro sola mascolinità. I migliori amici di Quentin, Radar e Ben, sono nudi come vermi sotto una divisa nera che svolazza tutta quanta. Meravigliosi, esilaranti, indimenticabili: eccezionali. Radar che, afroamericano, indossa per caso una maglietta dai contenuti altamente razzisti e ha la più grande collezione di Babbi Natale di colore. Ben che non fa molto, a parte farti scoppiare a ridere una pagina sì e l'altra pure, riempire bottiglie e bottiglie di pipì e lamentarsi perché deve fare altra pipì. Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli, divertente fino alla commozione, il romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska. E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche questo. Non fa una piega. Sta bene con qualsiasi canzone e ha un'inconfondibile voce maschile. E fa bene sentirsi dire da papà, sul balcone, «Non ti ho mai visto così contento per qualcosa», o una cosa simile. Ero contento, in piena sessione estiva, per la splendida compagnia, le battute fulminanti e gli aforismi da appuntare, le memorie di un ultimo giorno di scuola che ho rivissuto come fosse stato il mio. Un anno fa, quando ascoltavo It's Time e Le pareti, convinto che il tutto e il niente mi avrebbero cambiato l'universo. E' molto me. Ma, Città di carta, vedi, io voglio essere più te. Mi accucciolo sopra i ringraziamenti finali. E' un mero effetto acustico, lo so anch'io. Con l'aorta preoccupantemente vicina all'orecchio, l'orecchio preoccupantemente vicino al collo schiacciato, ho messo per un attimo quell'orecchio lì - preoccupato - sulla copertina del romanzo. E avrei giurato che il libro stesse palpitando.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – It's Time 

martedì 8 luglio 2014

Qui Pro Cover #7


Ciao a tutti, amici! Primo post di una nuova settimana. Come state? Qui tutto bene. Devo studiare, anche se non mi va, e sto finendo John Green, anche se non mi va di finirlo. E dopo che leggo? Ne voglio ancora, sì. Oggi, nuovo appuntamento – dopo secoli di assenza – con la rubrica più scema che c'è. Qui pro cover. Ripetiamolo in coro: nata senza nessunissimo intento polemico, la rubrica ha come protagoniste cover gemelle, sorelle, o semplicemente tutte uguali. Esaminiamo insieme quelle di oggi. Quelle del primo gruppo sono di Due varianti di me, a breve in libreria, e di La probabilità statistica dell'amore a prima vista. Stessa posizione, stesso bacio davanti a miliardi di occhi indiscreti, dettagli aggiunti o tolti con Photoshop. Carine entrambe. Adoro il font di quella del romanzo della Smith, ma trovo abbia un po' troppa roba. Meglio buttarsi sul sobrio, no? Sul romanzo della Fabbri: OVVIAMENTE, la fascetta pubblicitaria lo paragona a One day, di David Nicholls. Ancora, le cover a confronto del noir italiano Esco – che mi attira da sempre e devo leggere, prima o poi – e dell'ennesimo retelling americano di La bella e la bestia. Preferisco quella del romanzo curato dalla Bompiani, anche se fa tanto – troppo – Twilight. E poi queste mani... rose, mele, scatoline di Tiffany: ma datemi un assegno, o un barattolone maxi di Nutella! Ultimi, Promessa di sangue e il recente Il libero mercato dell'amore. La modella, identica, ha una gioia di vivere che contagia. Sto meditando proprio ora di buttarmi da un ponte, tipo. Ha il sorriso di Lana Del Rey. E si sa che Lana Del Rey non sorride mica. E' tutto. Ditemi la vostra in un commentino, se vi va. Abbraccio, M.