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venerdì 4 settembre 2015

I ♥ Telefilm: Hannibal 3, Scream, Devious Maids 3 - Panni sporchi a Beverly Hills

Hannibal 
Stagione Finale
Si sguazzava in un bagno di emoglobina, per un finale degno di questo nome. Una seconda serie migliore della precedente - con l'assuefazione ai suoi ritmi languidi, l'improvvisa affinità tra il serial killer e il detective, l'imboccare gradualmente quei territori già conosciuti al cinema - e Hannibal, sorprendente su tutti i fronti, che se non vinceva - e per me vinceva - comunque sosteneva con padronanza i paragoni con la saga cinematografica del leggendario Hopkins. Ci lasciava, lo scorso anno, con domande innumerevoli. Mezzo cast agonizzava nel suo stesso sangue, in una carneficina consumata senza preavviso, e ci si interrogava su sostituzioni, nuovi ingressi, rinnovi. Con qualche mese di ritardo, in estate, abbiamo scoperto che la preoccupazione sulle sorti dei personaggi era stata tanta, ma non abbastanza. Vivi e vegeti, i sopravvissuti erano sulle tracce dello psicologo assassino. Ma se il cast non era stato decimato, c'era un'altra cattiva notizia in agguato. La peggiore: la cancellazione. A poco dalla prima puntata - una grande prima puntata - ho cominciato a meditare atroci vendette e a rodermi il fegato. L'inizio, vertiginoso, muove i primi passi nella nostra Italia. Tra i salotti di Firenze e le cattedrali di Palermo, le mosse di una battuta di caccia. Una squadra di mercenari sguinzagliata contro Hannibal da Mason Verger e soprattutto il recidivo (redivivo) Will Graham, affascinato dal male come la falena dalla fiamma. Prova a prenderlo, ma è sempre un passo avanti. Cosa succederebbe se si incontrassero ancora? L'arresto, in nome della giustizia, o la fuga, seguendo il lato oscuro del cuore? Dopo sette episodi perfetti, i rimanenti - ambientati a qualche anno di distanza - abbandonano le città d'arte e gli omicidi scultorei per raccontarci il modus operandi di un assassino che abbiamo conosciuto in Red Dragon. La terza stagione di Hannibal, infatti, segue due rotte distinte e autonome. All'inizio si ispira al lungometraggio in cui la Moore sostituiva la Foster, ma con significative variazioni sul tema - si segnala, da Gomorra, un buon Fortunato Cerlino. Successivamente, sposando la causa di un poliziesco convenzionale, si rifà all'ultima tappa prima del dimenticabile prequel con la gioventù del cannibale: la struttura, fedele, risulta però poco stravolta. E essendo Red Dragon uno dei film della serie che più mi è capitato di vedere negli anni, l'effetto sorpresa viene meno in un remake non necessario. Ricordiamo che c'era stato già Manhunter e che il famigerato Francis Dolarhyde - l'assassino di famiglie felici con la fobia degli specchi - aveva avuto prima il volto di Tom Noonan, poi di Ralph Fiennes. Questa è la volta di Richard Armitage, uno dei rari tasti dolenti della serie. Bellimbusto britannico - nei cuori delle donne con North & South, recentemente sulla cresta dell'onda per Lo Hobbit - altrove convincente, questa volta non ha il physique du role. E sì, anche un Fiennes in forma smagliante faceva guizzare i muscoli dorsali con il disegno di un paio di ali gigantesche; e sì, il suo allenamento e i suoi modi ricordano il Bale di American Psycho. Ma, spesso in boxer elasticizzati e a petto nudo, l'Armitage troppo bello infastidisce noi eternamente bruttini, ammica eccessivamente al pubblico femminile, distrae. Accanto a lui, la fidanzata non vedente che ha il volto ritrovato di Rutina Wesley - già mediocre in True Blood. Gradite conferme, se si sparla invece degli altri. In un'annata in cui si annidano le peggiori delusioni, Mads Mikkelsen - severo, elegante, carismatico come nessuno - e Hugh Dancy - bisognoso, incerto, volubile - sono i migliori su piazza. Incorniciati da una regia che adora il perfezionismo - dietro la macchina da presa, promesse dell'horror quali Neil Marshall, Vincenzo Natali, David Slade - e resi simbiotici da una sceneggiatura che li desidera vicinissimi, sono una non-coppia da shippare spudoratamente, diciamolo, con la loro attrazione platonica e i "non vivo né con te né senza di te"; magnifici padroni di un ambiguo gioco a due. Restano loro e gli altri che già sapete; gli orgasmi visivi assicurati da una profonda attenzione verso accostamenti cromatici e composizioni dell'immagine; un epilogo bellissimo, romantico ed estremo che ti lascia senza fiato. E triste, tristissimo. Per via di una strana poetica che parla di eros e thanatos, una svolta imprevista rispetto al copione originale, una scena dopo i titoli di coda che fa sognare incubi felici. Hannibal mantiene le fatali promesse. Ci lascia, ma forse con la stagione più bella. Amara consolazione. Ma la classe del tutto non è acqua. E' sangue. Di notte, se avete imparato la lezione, si dice sembri nero come l'onice. (8)

Scream 
Stagione I
Qualche giorno fa si è spento Wes Craven. Settantasei anni, generazioni di bambini mandate a letto con gli incubi e senza cena, creatore di mostri cult che – nel buio dell'armadio – facevano compagnia al vecchio uomo nero di cui spesso ti raccontavano, per dispetto, i fratelli maggiori. Nei post commemorativi di amici blogger, scrivevo di averlo conosciuto in differita. I suoi lungometraggi proposti e riproposti, parodiati con ironia, riscoperti – con anni di ritardo – da adolescenti in pericolo perfino nei loro sogni o alle feste di Halloween, se nella folla c'è una maschera con il brutto ghigno di Ghost Face. Tempo di maratone serali, adesso, per ricordarlo con un brivido aggiunto e per capire, se qualcuno non li avesse capiti già, i segreti alla base di quel miscuglio di sangue e leggerezza che altri imitano invano ma che ha un solo padre biologico. L'idea di uno Scream a puntate inorridiva i fan che, quando il famigerato urlo aveva avuto inizio, erano seduti in sala; personalmente pensavo, invece, che il teen thriller per eccellenza, sulla rete teen per eccellenza, potesse avere del potenziale. I riscontri positivi non sono mancati: la seconda stagione è già in produzione. E il potenziale ipotizzato, invece, presente all'appello? Il pilot, funzionale, va come deve andare. Si parte con l'attrice nota di turno – la Bella Thorne di The Duff, anche cantante – e, in una sequenza piena di rimandi, la si condanna alla stessa fine precoce della Barrymore L'ape regina del liceo viene brutalmente accoltellata, e il sangue non manca. Partono le indagini – chi la odiava, o meglio, chi non la odiava? - e tra episodi di cyberbullismo e ricordi del passato si pensa al ritorno a sorpresa di un serial killer locale e si procede con la conoscenza dei vari personaggi. La ragazza bisessuale, le meangirls, i professori dongiovanni, gli sportivi poco svegli, la vergine sacrificale e un nerd grillo parlante con la fissa per gli horror vintage che, con un piglio che non dispiace e tanto lavoro di metacinema, in classe discute di omicidi e seziona la sua stessa storia come fosse una serie tv. La tensione, nell'arco di un tot di episodi, non si sfilaccia? E l'eventuale spettatore, oltre a scoprire le tracce dell'omicida, sarà interessato al vissuto dei protagonisti e ai loro amori? Fanno sorridere le domande che nel telefilm stesso ci si pone, ma meno le risposte: un sì alla prima domanda, perché la suspance si disperde qui e lì; un no alla seconda, perché l'ennesimo teen drama non interessava a nessuno. Aggiungete attori avvenenti e incapaci – si salva, in ogni senso, solo Willa Fitzgerald, novella Sidney – e un epilogo parzialmente conclusivo, ma con qualche incongruenza. Disastro da abbandonare? Nonostante tutto, a mio parere no. C'è la voglia di fare dei giovanissimi, un motivetto che ossessiona, violenza a fiotti, uccisioni meticolose. Inoltre, il nuovo design di una vecchia maschera che fa solo bene: tra parate di Carnevale e Scary Movie vari, davanti all'urlo noto, ormai, si ridacchiava. Assolutamente non adatto ai nostalgici – chi era adolescente all'epoca adesso è adulto, e non si divertirà, non essendo più parte del target di riferimento – ma consigliato a chi ambisce a un Pretty Little Liars splatter, pensato con la benevolenza – e il tocco vago – del compianto Wes. (6)

Devious Maids
Stagione III
Possono giungere i reali inglesi, le vergini in dolce attesa, gli spietati dirigenti di un reality show. Il trash, immancabile, nel mio anno di telefilm dev'esserci. Ma, quando arriva giugno, non c'è novità che tenga: per il terzo anno, arrivano le domestiche latine di Devious Maids a garantirmi quattro risate per l'estate, quando le grandi reti sono in pausa e impegni importanti spaventano. Ci sono letture da ombrellone e serial da ombrellone. Quella della Lifetime è la meno seria delle serie che ci si può concedere; per quello, la più spassosa. Le hai conosciute con un cadavere che galleggiava in piscina; l'anno successivo, tutte insieme, eccole alle prese con un matrimonio ostacolato e con una governante hitchcockiana. Adesso, nel solito giorno, nelle solite sere in cui solo loro portano freschezza, resti umani vengono trovati sparpagliati nei giardini dei signori di Beverly Hills e tutto sembra collegato alla comparsa, in città, di una bambina inquietante che ha più segreti che anni. Marisol ha messo su un'agenzia di collocamento per aiutare le amiche portoricane; la bella Carmen s'innamora dell'uomo sbagliato, mentre continua a sognare di diventare una pop star; Zoila, quasi cinquantenne, con figlia e genero in trasferta, si scopre in dolce attesa; Rosia finalmente ha potuto avere il suo Spence, ma ecco comparire – dal Messico – quel marito che dava per morto. I Powell, invece, manipolatori e inarrivabili, si danno al sadomaso per un po' di pepe e ai pensieri profondi: e se, dopo una tragedia sofferta, adottassero un bambino? Quanti nomi, quanta gente, quanti fatti. E al cast, altrimenti immutato, si aggiungono il francese Gilles Marini – interesse amoroso di Carmen – e Naya Rivera – legnosa e appesantita, con un piccolo ruolo recitato anche pietosamente. Eppure agli autori il filo non scappa di mano e se la cavano bene, con grattacapi e gag. Dopo un inizio tiepido, ai tempi del lontano pilot, Devious Maids – nella sua assurdità tutta latina – sorprende con la stagione più convincente – per quanto possa essere convincente una cosa così, alla buona – e non risolvi il suo giallo prima del tempo, né prevedi quello che succederà in uno dei season finali più esagerati, divertenti e in grande. Tredici episodi e nessuno che sia messo lì come riempitivo. In ogni puntata, succede qualcosa che non ti aspetti. Tanto è vero che la credibilità vacilla sempre, ma quale credibilità cerchi se i tuoi panni sporchi li lavano mancate Signore in giallo – ma con gambe lunghissime - e puntualmente, in un piatto da portata, mentre nell'altra stanza stanno smascherando un crimine, ti si serve il guilty pleasure cotto a puntino? (7)

venerdì 18 luglio 2014

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful, Salem, Devious Maids, i pilot di The Flash e Constantine (però in due parole)

Vi scrivo di ritorno da Pescara. Sudatissimo, stanchissimo, sveglio dalle cinque e trenta, ma con un voto in più sul libretto. Sono sopravvissuto ufficialmente alla mia prima sessione estiva. Gioiamo, gioiamo. Okay, dovevo dirlo. Anche se non c'entra niente col post previsto per oggi: si parla di finali di stagione, pilot visti in anteprima, telefilm. Quali seguite? Quali seguirete? Io scappo, perché ho bisogno di nutrirmi, mettermi il costume e andare in spiaggia: così sicuro che passa tutto. A presto, M.

Penny Dreadful
Stagione I 
Un penny per i tuoi pensieri. 
Un penny per una storia di paura: la tua.
Una Londra vittoriana strepitosa, che non conosce il sole. L'umidità nelle ossa, la tempesta inarrestabile nella coscienza. Io ho sempre odiato l'estate e, da quando, bambino, ho letto i primi Dickens, ho sognato di camminare in un'Inghilterra così. Da posto in prima fila per la fine del mondo. Da estetica del sublime. Penny Dreadful vive lì e vive di questo. Terrore e fascino. Ti siedi in poltrona e aspetti. L'incontro e lo scontro tra i vari protagonisti, il loro corteggiarsi lentamente, i loro appuntamenti galanti in sedute spiritiche, cimiteri, serre esotiche. Mi aspettavo un Hemlock Grove in costumi ottocenteschi, esplicito e bizzarro. Invece, sin dal pilot, le mani esperte del Juan Antonio Bayona di The Orphanage hanno tracciato una storia di fili di fumo che guardi innalzarsi, diffondersi, sparire, introfularsi nelle crepe dei soffitti. La sigla: poesia tirata fuori da armadi bui, in cui si annidano serpi e scorpioni, servizi di porcellane, candele e tavole ouija. Questa Londra, scenografica e teatrale, è bianca e abita da figure nere. Alcune le conosciamo, altre le conosceremo. Pensate alla Leggenda degli uomini straordinari in chiave dark. Il risultato è un inedito libro dell'orrore, con le caratteristiche di un romanzo corale. A colpire l'attenzione dello spettatore occasionale, è la partecipazione allo show di nomi importanti. Un Timothy Dalton senza tempo, nei panni del criptico Sir Malcom Murray – ogni riferimento alla protagonista femminile di Bram Stoker non è puramente casuale; un Josh Hartnett aitante come ai tempi che furono, che torna sulla scena con il passo da cowboy e le pistole in pugno; Billie Piper, invece, sembra portare la Bohème in campo, con la storia di un amore tragico e di una prostituta innamorata e fatale. L'ho lasciata alla fine, perché questa serie è un monumento alla sua grandezza: Eva Green. Mamma mia, cos'è Eva Green. Una creatura di un'altra epoca. Sfuggente, indecifrabile, incomprensibile. Padrona della scena, dea del gioco: una testimonianza concreta della perfezione in terra, con gli occhi glaciali, le labbra che sorridono quando vogliono, la pelle di cera. Sempre sulla bocca di tutti per il suo seno – e che seno! -, generosamente esposto in The Dreamers e Camelot, tiene la sua dirompente fisicità a bada con bustini, abiti neri, pizzi e veli. L'espressione beffarda, i lineamenti affilati, il ghigno perpetuo da femme fatale. Ha una classe e un'espressività fuori dal comune. Lo dimostra il secondo episodio, in cui sfoggia tic nervosi, polmoni grossi e duttilità eccezionale durante una misteriosa seduta spiritica, che la trasforma da eterea lady a oggetto di esorcismo. Difficile tenerle testa. E' allora che emerge l'inesperienza dell'acerbo Reeve Carney: un Dorian Gray che mi è piaciuto e non mi è piaciuto. Carney – che ho scoperto essere un ottimo cantante, su YouTube - ha un bel sorriso, un suo perché. In un episodio divertentissimo e controverso, è mostrata, nell'incipit, la sua corte trasgressiva e ambigua. Il bacio con Josh Hartnett fa chiacchierare. Mostra scarso carisma, però, quando deve sedurre una Green algida e lontanissima. Risulta più piccolo dei 31 anni che ha: lei si libra a una spanna da terra. E letteralmente. Una parolina su Frankenstein: nessun mostro mi ha mai emozionato così tanto. L'amore per l'arte, uno sguardo puro sul mondo, un viso deforme che non è sinonimo di un animo buio. Avrà mai una compagna? Intanto, ha tanta umananità. La violenza scorre a fiumi, ma è vernice: velluto rosso. Il sesso non toglie nulla all'eleganza glaciale del resto. Penny Dreadful è erotico, gotico, incantatore. La seduzione degli orchi. (8)

Salem
Stagione I
Ha conosciuto alti e bassi questo Salem. Puntate lunghe e momenti di troppo. Dopo il ritmo sostenuto della prima puntata, le altre hanno offerto allo spettatore cose interessanti e cose non brutte... ma superflue. La serie, con tredici episodi che forse erano troppi, però non mi ha annoiato, nonostante la premessa. Salem ha cose buone. Un sapore vagamente teatrale, una messa in scena ottima, quella sigla cantata da Mailyn Manson che, spesso, è più affascinante perfino della puntata in sé. E poi ha una trama molto efficace, che intrattiene al suon di fiamme che crepitano, incantesimi neri, urla e pianti, grandi promesse per grandi amori impossibili. L'ho visto in attesa di Penny Dreadful e per superare il fastidio di Coven, l'ultima serie di American Horror Story. A ripensarci mi salgono ancora i nervi! La WGN firma una serie storica di tutto rispetto, invece, che funziona quasi sempre. Promette e non delude tirando indietro la mano tesa, come spesso capita. Volevamo l'orrore, e abbiamo sangue, boschi terrificanti pieni di cadaveri putrefatti, impiccagioni e torture. Una violenza che, raccontata, sembra brutale, ma che in realtà è ben diluita. Volevamo la rievocazione storica, e abbiamo una Salem da paura, mai apparsa così realistica e pulsante. Volevamo protagonisti intensi, e molti – soprattutto i personaggi secondari – potrebbero risultare indelebili. Pessimo, per me, Shane West, che avrebbe dovuto avere il ruolo principale. Ha due espressioni messe in croce, ridicole parrucche lunghe, la passionalità di un narcolettico. Il suo John Alden, tornato in città dopo guerre e alleanze con gli indios, ha carattere, ma non chi lo interpreta: bocciato, assolutamente! La sua controparte femminile, Mary Sibley, è validissima. Da dove è uscita questa splendida Janet Montgomery, credibile e fascinosa, a metà tra le Madeleine Stowe e Famke Janssen di vent'anni fa? Lei cattura e il suo personaggio, una strega malefica dalla doppia vita che ha venduto il suo grembo al diavolo, ma non il suo cuore di umana, spicca nel buio. Notevole la crescita e la maturazione di Seth Cabel, umano e contradditorio; bellina la Ashley Madekwe di Revenge, anche qui, come lì, alquanto infida; inquietante la piccola Elise Eberle, la Regan dell'Esorcista che, forse, non odia poi tanto la compagnia del maligno... Veritiero, fosco, torbido, splatter, Salem riporta in auge “famigli” e streghe autentiche. Cascate di sangue, riti di mezzanotte, fattucchiere che – come in Macbeth – compaiono nella brughiera, sotto le sembianze di vecchie dai volti butterati di pustole e porri. Intrigante il finale di stagione, che è una chiusa senza tregua. Mi farà piacere avere questa “sgradevole” compagnia anche il prossimo anno. (6,5)

Devious Maids
Stagione II
I panni sporchi si lavano in famiglia, in tivù e davanti a domestiche nelle cui mani, be', i segreti sono mal custoditi. A dir poco. Continua la mia avventura con Devious Maids, guilty pleasure dell'estate scorsa e di questa. Oggettivamente: cafone, arrangiato, semplice. Soggettivamente: sfizioso, diverte, accattivamente. L'ho scoperto con gli esami di maturità e me lo sono portato dietro, trecentosessantacinque giorni dopo, con la prima sessione estiva della mia vita. E' sempre il solito, ed il solito spasso, aggiungo. Sangue latino, temperamento focoso, battute simpatiche e intrecci che di originale hanno poco. Questa volta, le mie quattro domestiche preferite interpretano in chiave ispanica – con i loro accenti irresistibili e i loro bei fisichetti – Rebecca: La prima moglie e il thriller home invasione degli anni '80. L'intelligente e bella Ana Ortiz – non più domestica, ma gran signora – sposa un uomo con una moglie nella bara, una governante schizzata, una cassetta di sicurezza piena di soldi e di segreti. La dolce e svampita Dania Ramirez – appeso al chiodo il suo amore per "Mister Spence" – trova lavoro in una famiglia in cui aleggiano frecce velenose e dissapori, minacciata da un avvocato senza scrupoli. La provocante Roselyn Sanchez sogna la fama, il palcoscenico e pavimenti che si lavano da soli: nonostante non sia ancora una stella, ha già un viscido stalker in piena regola. La più anziana, la più professionale, Judy Reyes si divide tra una figlia innamorata del ragazzo sbagliato, un amore di chef, i capricci del suo svampito capo, un'autoironica Susan Lucci – la ricordate nei vari Dallas e La valle dei pini? Le new entries sono poche, le vecchie conoscenze funzionano alla grande - consolidate. Le trame e le sottotrame intrattengono allo stesso modo, ugualmente bene, e l'algida e maliziosa Rebecca Wisocky e il volpone Tom Irwin divertono come due libertini e fedifraghi Sandra e Raimondo. Devious Maids è scollegato dal mondo, e lo sa. Prende in giro le soap argentine e, in primis, sé stesso, con umiltà e tanto divertimento. E' un'inedita auto-parodia. Una commedia gialla con bella gente e con lo spessore di una sit-com. Solo che i minuti sono quaranta, e non venti, e le risate registrate non sono contemplate nel format. Con i personaggi di The Help che conoscono le mode dei primi Pretty Little Liars, i misteri sono sventati, i segreti volano e le case, sfortunatamente, risultano più sporche di prima. Mattonelle che luccicano e letti rifatti sono secondari, quando CSI parla spagnolo, indossa gonnellini cordinati e impugna pistole silenziate e mocio Vileda. (6,5)
The Flash: Visto il primo episodio, che gira sul web da qualche giorno. E con largo anticipo. La serie TV andrà in onda, pensate un po', ad ottobre. Niente da dire: molto carino. Divertente, leggero... be', veloce! Grant Gustin - visto in Glee - mi sembra perfetto per il ruolo. Imbranato, giovane, un viso nuovo. In questo primo episodio, cameo di Arrow – che io non seguo e mai seguirò: mi sa di cafonata – e dell'attore che fu Flash, nella serie originale, nei panni del papà di Gustin. Per me è sì, per dirla alla X Factor maniera. 
Constantine: Non mi ha colpito il pilot. Per nulla. Tanto, al fumetto, devono i vari "Supernatural" e "Sleepy Hollow", ma il telefilm arriva un po' tardi e, almeno alla prima puntata, sembra una copia della copia con il solito protagonista sardonico, l'eroina bella e sfortunata, angeli e demoni. Il film, per le atmosfere pazzesche e una Swinton paurosa, era decisamente altro, anche se meno attinente alle idee dei creatori. Presto per dire, comunque. Aspetterò ottobre per giudicare, ma partiamo maluccio. Per me: no.