venerdì 7 febbraio 2014

Recensione: My Bass Guitar, di Benedetta Bonfiglioli

Che ritmo ha un'emozione che nasce?
Un fiore che sboccia è altrettanto cauto?

Titolo: My Bass Guitar
Autrice: Benedetta Bonfiglioli
Editore: San Paolo Edizioni
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Noah, 17 anni, non ha mai incontrato suo padre e, da sei mesi, da quando sua madre Sara ha smesso di riconoscerlo e vive in una residenza per malati di Alzheimer, vive da solo. La sorella minore di Sara, Zia Mare, vive sullo stesso pianerottolo, l'ha preso in affido e si occupa di lui con pazienza. Noah infatti è scostante e scorbutico, a scuola si è lasciato bocciare e fatica a mantenere le relazioni con gli amici, l'unica passione che ancora lo tiene vivo è la musica: pianista talentuoso come i genitori, Noah suona il basso in una band, i Black Hole, insieme al suo amico di sempre Cristiano; con lui sta per partecipare alla selezione per il Music Village e sta componendo il pezzo inedito che dovranno eseguire davanti alla giuria. Un giorno nella classe di Noah arriva una ragazza nuova, Lisa, che immediatamente attira l'attenzione di Cristiano; Noah e Lisa invece si scontrano subito, ma poi, a due settimane dall'audizione, i Black Hole organizzano i provini per trovare una nuova voce femminile, dato che Greta, la sorella maggiore di Cristiano, è partita per l'università. Durante la seconda giornata di prove Noah è costretto a suonare la tastiera poiché il tastierista Giorgio è caduto in motorino; Lisa è venuta solo per assistere ma - senza volerlo - si ritrova a cantare con Noah... 
                                                  La recensione
Ognuno dovrebbe portarsi le sue tristezze sulle spalle senza costringere gli altri a vederle, indossare un mantello magico che rende invisibile il male e le ferite e la fatica di aprire gli occhi la mattina.” Qualche giorno fa, su Facebook, ho preso parte, più o meno volontariamente, a una piccola discussione sulla qualità dei romanzi italiani. Parlavano soprattutto lettori giovanissimi e, dicendo giustamente la loro, sottolineavano come, a loro giudizio, i libri dei nostri connazionali mancassero di freschezza, originalità, e cose simili. Li reputavano tutti impegnativi, tutti anonimi, tutti pallosi. Avevano letto, forse, qualche pagina appena dei classici intoccabili che, generazione dopo generazione, anno dopo anno, i prof di ogni dove assegnano a forza a studenti che non hanno poi tanta voglia di leggerli o, in generale, di leggere. Avevano patito, magari, i lunghi sproloqui di Umberto Eco e cercato di tradurre, come dal greco antico, le parole non sempre chiare dei Malavoglia. Ma, in libreria, accanto a Verga e Pirandello, a D'Annunzio e a un Montale, c'è anche altro. Basta guardarsi intorno: è questo il punto, quello che c'è da capire. Perché accanto allo studio c'è anche il divertimento, accanto alla malinconia c'è anche la gioia, accanto agli sbadigli c'è anche la musica. My Bass Guitar, ora come ora, è il libro che farebbe al caso loro. Lo young adult, breve e velocissimo, infatti, che consiglierei a coloro che sono facilmente annoiabili e che, persi tra tanti volumi importati dall'estero, si mantengono sulla prima parola, reputando ciò che è nato sotto il tricolore una lagna, punto e basta. Capirebbero, allora, di essere in errore. Di essersi sbagliati per tutto il tempo. Questo è un romanzo che racconta poco, ma che racconta tanto. Il titolo e la copertina, forse, strizzano l'occhio all'America: riflettori soffusi, una sagoma scura in una posa da rock star, tre parole incolonnate ordinatamente e iniettate di una bellissima luce blu. Ricorda la commedia musicale statunitense, il Bandslam che adoro, lo School of Rock che venero. E invece no. Tutto si accorda con il tema portante. Musicalmente. In perfetta sincronia. Eppure sanno farlo ancora meglio le parole della talentuosa Benedetta Bonfiglioli. L'aspetto grafico è calzante, ma allo stesso tempo non lo è. Il romanzo è uno young adult, ma allo stesso tempo non lo è. Come si sarebbe dovuta chiamare, infatti, la storia di un ragazzo atipico che mangia latte e biscotti sul tetto di casa e di una ragazza altrettanto atipica che tiene le gomme per cancellare accuratamente protette nella loro custodia di carta, come se indossassero sempre un cappottino contro il gelo e lo sporco del suo zaino? My Bass Guitar è un romanzo per ragazzi e sui ragazzi. Diciamolo in italiano. Una storia fatta di belle frasi, belle persone, belle canzoni, bei sentimenti, e popolata, almeno un po', dagli stessi diciassettenni che sono in guerra contro la lingua che parlano. Cantano esclusivamente canzoni straniere, hanno una band dal nome straniero e invidiano tutti il nome straniero che ha Noah, il protagonista. A lui, invece, non piace. Vorrebbe chiamarsi come Cristiano, essere bello e sicuro come lui, avere il suo sguardo amichevole e la sua casa accogliente. Abbiamo tanto in comune, io e Noah. Misuriamo il tragito casa-scuola a suon di canzoni: appena quattro pezzi e siamo arrivati a destinazione. Adoriamo il familiare percorso che ci separa dai banchi e dai prof, ma adoriamo i prof e i banchi molto meno, decisamente. Lui va in tram, io in circolare: con gli auricolari nelle orecchie, guardiamo la gente, e pensiamo a dove andrà, a quale direzione prenderà, a se e quando rincontreremo quel volto visto in quella traballante folla vagante. Frughiamo senza chiedere il permesso tra le gomme, le penne e le matite appuntite delle nostre compagne di banco. Mangeremmo pizza anche a colazione. 
Ci piace stare da soli. E alla fine arriva Lisa, spuntata dal nulla, con i suoi capelli cortissimi, il piercing in bella vista, il fisico acerbo da ragazzino. Un diapason che vibra contro le costole. Si scrivono cose sui quaderni a quadri per non farsi beccare dal prof nuovo. Si scarabocchiano importanti verità su un pentagramma, pieno di note musicali, pause, sogni in pausa. Si confidano che la mamma di Lisa, dopo il divorzio, ha dimenticato di preparare colazioni, pranzi, cene; perfino di mangiare. Quella di Noah, invece, si è dimenticata propria di Noah. Del suo stesso figlio. E ha iniziato a lasciare le scarpe col tacco in frigo, a perdere le chiavi della macchina e la memoria, a chiudere – come una scatola inutile – il coperchio del suo pianoforte a coda bianco. Avevo scoperto l'autrice con il commovente Pink Lady, l'avevo ritrovata con il simpatico Tutto il cielo possibile. Per il terzo anno di fila – evviva la continuità – eccola qui, ancora, a farmi parlare di qualcosa di suo. Con ombre talora scure e risvolti sorprendente emozionanti, il suo terzo libro è una simmetrica via di mezzo tra i precedenti. La scorrevolezza e la semplicità del secondo, la verità deliziosamente piacevole da leggere del primo. Una storia lieve, comune, ma che è un trionfo di normalità, suonato – come una marcia coinvolgente – sullo sfondo di Pink, dei Muse e dei Fun ad alto volume. La cosa più bella è lo stile di Benedetta, che si accorda magicamente con i pensieri ballerini e le mani d'angelo del suo fragile Noah. La Bonfiglioli compone pensieri lunghissimi e connessi tra loro da lunghissime file di virgole. Costruisce colonnati di parole, disegna ampi spazi bianchi, mescola poesia e prosa, canzoni e sensazioni, inglese ed italiano. Il pregiudizio sugli autori italiani deriva dal pesante bagaglio culturale che, a volta, questi ultimi si tirano faticosamente dietro. La nostra cultura, tuttavia, è libertà; la tradizione è libera ispirazione, non una regola standard. Ci sono modi e modi per raccontare una storia. Be', questo è quello giusto. “Stavolta c'è un posto dove vorrei essere, un altrove per cui varrebbe la pena alzarsi e camminare e, una volta arrivati, fermarsi e guardarsi dentro e magari non avere fretta di andare via.”
Il mio voto: ★★★ 
Il mio consiglio musicale: Fun: Carry On


lunedì 3 febbraio 2014

Recensione: Oltre i limiti, di Katie McGarry

Ciao a tutti, amici. Si ritorna con una nuova recensione: il libro di oggi, infatti, è il recentissimo Oltre i limiti: mi sarà piaciuto, non mi sarà piaciuto? Scopritelo. Ringraziando la casa editrice per avermi dato modo di leggerlo, vi saluto e scappo di già. Domani ho il primo esame: pregate per me! Un abbraccione, M.
 A volte quando vedi il limite pensi che sia una buona idea superarlo...

Titolo: Oltre i limiti
Autrice: Katie McGarry
Editore: De Agostini
Numero di pagine: 432
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Nessuno sa cosa sia successo a Echo Emerson, la ragazza più popolare della scuola, la notte in cui le sue braccia si sono ricoperte di cicatrici. Nemmeno lei ricorda niente, e tutto ciò che vuole è ritornare alla normalità, ignorando i pettegolezzi e le occhiate sospettose dei suoi ex-amici. Ma quando Noah Hutchins, il "bad boy" del quartiere irrompe nella sua vita con la sua giacca di pelle, i suoi modi da duro e la sua inspiegabile comprensione, il mondo di Echo cambia. All'apparenza i due non hanno nulla in comune, e i segreti che custodiscono rendono complicato il loro rapporto. Eppure, a dispetto di tutto, non riescono a fare a meno l'uno dell'altra. Dove li porterà l'attrazione che li consuma e cos'è disposta a rischiare Echo per l'unico ragazzo che potrebbe insegnarle di nuovo ad amare?
                                        La recensione
Sono un po' tutte uguali le storie d'amore. Soprattutto quelle nate tra armadietti e banchi di scuola. Non dico noiose, ma monotone: questo sì. Sono inevitabilmente simili tra loro, con un inizio, una pausa di riflessione in mezzo – scandita, nei film, dalla classica musichetta malinconica – e una fine. Una fine tutta rose e fiori, una fine triste o, ancora, una fine da scoprire in un seguito di prossima pubblicazione. E, lo ammetto, ho paura che le mie recensioni su queste storie d'amore un po' tutte uguali siano un po' tutte uguali pure loro. Come di conseguenza. Piene di cose già dette, ripetitive fino allo sfinimento. Scelgo il romanticismo, io, quando il mio cervello me lo richiede, a random. Mi piace dedicarmi al new adult quando sono sottosopra, sottotono, sottostress. In periodo d'esami, per dire, c'è chi si mangia le unghie, causa nervosismo. Io mangio biscotti come se non ci fosse un domani, invece, e scelgo di avere, sul comodino, qualcosa di semplice. Evito saggiamente, così, che mi cresca una terza mano mostruosa nello stomaco e faccio sì che le ultime parole lette prima di andare a dormire mi lascino sereno, riposato. In pace. Ho scelto Oltre i limiti perché è uscito a gennaio e perché a gennaio avevo un esame importante – e quale non lo è, poi? - da preparare. Ma chissà se avrei fatto lo stesso, se fosse stata mantenuta la copertina originale: due adolescenti che pomiciano romanticamente in corridoio. Probabilmente no. Nelle storie d'amore che mi concedo cerco timidezza, normalità, un bacio in controluce, un paio di converse sdrucite. Le converse sdrucite in primis. Che quella di Katie McGarry non fosse quel tipo di storia l'avevo capito da me, ma mi era piaciuto pensarlo, per un momento soltanto. Difficile trovare piccole perle, stupide e splendide dichiarazioni alla Per una volta nella vita, personaggi imbarazzatissimi per la loro tenera inesperienza quando si parla d'eros. Echo e Noah non hanno tempo per quello, in verità. Non sono ragazzi dalla vita facile, perseguitati dalla tragedia sin dall'infanzia. Sembrano avere tutta la sfortuna di questo mondo che rema loro contro, notte e giorno. A lezione di spagnolo, durante un esercizio di conversazione in lingua, si scambiano i loro reciproci drammi e scoprono, con loro sorpresa, di potersi capire. Lei non ha soldi appresso, allora si dividono un hamburger e una partita a bigliardo. Lei non ha ancora perso la verginità e lui non ha mia fatto l'amore davvero. Si contano, sul letto, le cicatrici che nascondono. Sotto le maniche dei maglioni, sotto quei tatuaggi pieni dei nomi di chi non c'è più. Sono simili, i due, ma non così tanto. Complicati e perseguitati dal dolore, questo sì. Ma Echo, che ha il nome di una ninfa dalla vita da tragedia greca e un destino apparentemente simile, è egoista, sempre, e odiosa, a tratti. E non ha paura di esserlo, di poter risultare antipatica e scontrosa a tutti i costi. Capiamo il suo tormento, ma non sempre riusciamo a condividere il modo che ha di scrollarsi di dosso il lutto: spesso, infatti, lo getta sugli altri, a peso morto. Su adulti più confusi, insicuri e deboli di lei che, ai sensi di colpa per le loro mancanze e i loro tradimenti, devono aggiungere pensieri brutti, capaci di creare riverberi intensi, echi ossessionanti. Lei è testarda e tende a semplificare ciò che è complicato, ciò che non può avere semplificazione alcuna. E' un'artista, una talentuosa pittrice che, come ogni adolescente (e questo è vero), vede un mondo senza sfumature. Le sfumature sono sulle sue tele, ma, per lei, gli altri sembrano non averne. Suo padre, allora, è un orco crudele che l'ha lasciata nel momento del bisogno; la sua giovane matrigna è una rovina famiglie che ha, in grembo, il nuovo Anticristo; la sua psicologa è una donna che, con la sua bella laurea, pensa di poter curare tutto... di poter curare lei, che è composta da pezzi sparsi incollati tra loro con lo scotch, alla rinfusa. Non vede, però, che il padre ha vissuto una vita di sacrifici e rinunce, che Ashley è una ragazza che si è innamorata ciecamente di un uomo pieno di guai, che la signora Collins è sua amica. Mi è piaciuta, Echo: probabilmente è come sarei io se, alle mie comuni sfighe, si aggiungessero le sue. Non ha il fare di una guerriera, non ha la passività di una ragazza da salvare. 
Vive così, dato che, a volte, è anche giusto sputare veleno gratuito. Alleggerire il nostro cuore e il nostro stomaco, anche se – per stare meglio – è necessario mietere qualche vittima senza colpa, tra coloro che sono tanto buoni e pazienti da prestare ascolto ai nostri pianti. Noah, invece, mi è piaciuto per il motivo diametralmente opposto. Sente il peso di colpe non sue, ragiona da adulto anche se fa ancora il liceo, ha pensieri sensati anche se, nello scantinato, con Beth e Isaiah, si fa qualche canna di troppo. E' un personaggio positivo; anche un personaggio un po' troppo “da libro”. Con tutte le variazioni, le sfumature e i toni di sorta che solo grazie alla magia della prosa possono fare di lui una mela marcia, un principe azzurro, un esemplare fratello maggiore, e tutto in una volta. E' ben definito, misurato, limato dagli eccessi inutili, e non ha tutte le ombre e i tagli di Echo. Meno problematico di lei, fa certamente più simpatia, ma ispira un po' troppa fiducia per essere il bad boy della storia. E' un tantino meno credibile, in realtà, ma le pagine coi suoi pensieri si leggono meglio e più volentieri. Mi è stato simpatico a pelle e, se hai mari di tatuaggi, troppi muscoli, ricchi eserciti di ex, pagelle di voti negativi e amici con il pollice verde di Bob Marley, be', saprai che non capita esattamente tutti i giorni.
Più che il loro amore, mi ha colpito la bellezza autentica ed elementare di alcune riflessioni sulla famiglia – sfondo per eccellenza dei loro segreti inconsci. I passi che fanno più effetto, sinceramente, hanno quel tema. Ti emozioni, ti guardi intorno, vedi casa. La casa che Noah non sente di avere, ma che desidera per i suoi fratelli: lontani da lui, ma nelle mani di persone che li amano come figli. Egoisticamente, vorrebbe che gli assistenti sociali avessero un motivo valido per strapparli alla famiglia affidataria e darli a lui, che ha il loro codice genetico e frigge hamburger per lavoro. Ma lui li ama troppo per condannarli alla stessa povertà, allo stesso squallore, e li preferisce felici, anche se in quella felicità non è compreso lui – l'orfano perennemente arrabbiato. Echo, invece, una casa ce l'ha e sempre l'ha avuta. Una volta, era anche una ragazza felice, popolare. Poi si è svegliata senza ricordi, intontita, con un ordine restrittivo verso sua madre. Nel sangue di cicatrici aperte, arrampicate sulle sue braccia come edera velenosa. Non si sente più la benvenuta in casa, né al sicuro: nemmeno da sé stessa. Teme che la madre, oltre alla passione per il disegno, le abbia lasciato qualcosa di contagioso: una follia come eredità sgradita. Oltre il limiti è a modo, come un romanzo di Sparks per adolescenti. Il meno pazzo tra i titoli appartenenti al genere, nonostante il bipolarismo e la violenza siano tra le sue colonne portanti. Altro paradosso: Echo e Noah, pur se più giovani dei loro colleghi, sono anche più maturi – meglio parlare di young adult, quindi, o di new adult? I limiti che oltrepassano non sono quelli fisici. Non si spingono mai oltre baci e carezze, perché l'autrice, al contrario che nel recente Losing it, insegna che aspettare è la mossa giusta. Non si dedicano anima e corpo alle acrobazie sotto le lenzuola, come nel volgarissimo The Vincent Boys, non infrangono la legge, non danno il brutto esempio. Addirittura, ho letto discussioni in cui si accusavano libri come Uno splendido disastro di essere la causa del femmincidio in Italia. A quelle persone consiglierei di leggere questo Oltre i limiti, oltre che di farsi seriamente oleare gli ingranaggi giusti: almeno per capire che la McGarry non è l'equivalente dei super-cattivi di 007 e che, in storie così, non c'è malvagità alcuna. I presupposti del romanzo, eppure, all'inizio, non erano dei più entusiasmanti, come non lo era lo stile: nonostante i punti di vista alternati, l'introspezione mi sembrava ben poca. Mi dava leggermente fastidio il fatto che l'autrice volesse imboccare il lettore col cucchiaino, come con un bambino, dando motivazioni per tutto: lui è “cattivo” perché ha subito questo, lei è “problematica” perché ha vissuto quest'altro. Ho pensato, in momenti simili, che raramente la realtà fosse così semplice: mai. Poi hanno cominciato a parlare da soli, senza essere guidati dalla mano ferma del loro genitore. E mi hanno raccontato una storia ordinaria, gentile, lieve, raramente sdolcinata. Ordinaria, anche se le loro storie sono tristemente poco ordinarie. Gentile, anche se li unisce il lutto e l'ira. Lieve, per uno stile senza fronzoli e senza errori. Raramente sdolcinata, per aver saputo atleticamente oltrepassare l'abisso lacrimoso e insuperabile del melò.
Il mio voto: ★★★ ½
Il mio consiglio musicale: David Guetta – Just One Last Time feat. Taped Rai


mercoledì 29 gennaio 2014

Mr Ciak #27: Her, I segreti di Osage County


Lui scrive lettere per lavoro. E nessuno scrive più lettere.
Lui e lei parlano. E nessuna coppia sa parlare più.
Vivono di parole, loro, e attraverso le parole. Quelle la cui importanza è andata perduta, quelle che il vento ha portato via, quelle che il web ha tratto in salvo tra le maglie strette della sua rete. Theodore, il protagonista, passeggia all'ombra di uno skyline che non riconosciamo. Gioca con videogame che sono avanzatissimi e intelligenti ologrammi interattivi. S'innamora follemente del processore del suo portatile. Vive in un mondo di fantasia e quella di Jonze è una piccola cartolina dal futuro, arrivata con largo anticipo da poste, magari, in cui non sarà più necessario fare la fila. Eppure questa è una storia all'antica, costruita secondo un alfabeto che non passa mai di moda e attraverso l'elementare sintassi del cuore umano. Spike Jonze è bravo con le immagini, ma è ancora di più con le parole. Her è infatti un geniale, toccante e delicatissimo paradosso: in un futuro ipertecnologico, preferisce le lettere agli sms, alle email, ai tweet. Quelle romantiche, appassionate, autentiche, che nessuno è solito scrivere più. Her è una lunga lettera aperta, una dichiarazione d'amore a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio. Anche visivamente, questo, è un film che colpisce. Per quei realistici e sorprendenti effettivi visivi: così inusuali per una commedia malinconica su un malinconico individuo e una malinconica città. Ma avrebbe potuto essere anche un film... cieco. Proprio così, cieco: nuova etichetta, inventata dal sottoscritto tutta per Jonze. The Artist era il ritorno al muto: si parlava con i volti, con l'espressività del primo piano. Her, più che vederlo, lo senti. Perché il protagonista non può vedere la donna che ama, ma la sente, sì. L'ha cercata quando era solo e depresso. E lei l'ha fatto ridere, emozionare, sospirare; l'ha cullato e, con la stessa voce, gli ha offerto una strana notte d'amore. Theodore è circondato da donne, nella sua vita ci sono troppe “lei”. Ha un animo sensibile, da ragazza. Sarà per questo che non riesce a farsi amare con facilità? Una lei l'ha lasciato. Un'altra gli ha chiesto quello che non poteva darle. Un'altra gli ha fatto compagnia, ma solo come amica. Scarlett Johansson è l'ultima lei, quella del titolo. Una voce e basta. Sembra sempre che si sia appena svegliata da un lungo sonno, o che abbia pianto. Quando smette di parlare ti spezza il cuore. Ti senti solo come un cane. Più solo di prima. Grande protagonista, un Joaquin Phoenix spontaneo e convincente, con gli occhialetti da intellettuale, i capelli spettinati, la barbetta sfatta. Lo immaginavo come un impiegato insoddisfatto pieno di nevrosi, solo e disperato. Vagamente patetico. Invece va oltre. Fa del suo personaggio un Romeo a metà. Lui fa vedere il mondo a Samatha, lei insegna a vedere il mondo a lui. Tra loro, una storia d'amore bellissima come in fondo lo sono tutte le storie d'amore impossibili. Una barriera insormontabile a dividerli – la realtà stessa –, ma i momenti familiari di una coppia normale, che ha un suo inizio, un suo svolgimento e una sua fine, con tanto di sesso, gite, gelosie e amicizie in comune. Her , sapete, è un film che mi preoccupava un po'. Non ero sicuro che facesse al caso mio. Temevo qualcosa di sperimentale, cervellotico, intellettuale: una pellicola alla Gondry. Di Gondry, forse, ha i colori accesi, la fotografia impeccabile, ma non la leziosità. Jonze firma un piccolo capolavoro, pieno di saggezza e di grazia. Poetico e geniale, indipendente senza essere chiuso a riccio. Un film assoluto, da vivere in prima persona. Un film raro sul Red Carpet di questo 2014, dove tutti fanno troppo chiasso. DiCaprio e Scorsese urlano, la Blanchett e Allen piangono e ridono come pazzi, la Streep e Wells si danno a rumorosi virtuosismi. Poi arriva dal nulla una commedia che dice tutto, ma sottovoce, e tu piangi e dici wow.

La famiglia è un disastro che costruiamo con le nostre stesse mani. E' una sostanza chimica pronta a infrangere la sua ampolla di vetro e ad esploderci in faccia, se non leggiamo attentamente le istruzioni prima dell'uso. Chi non ha mai assistito a scenate isteriche, con tanto di  piatti in frantumi? La famiglia del Mulino Bianco è da lasciare alle pubblicità. La verità è brutta da guardare, vergognosa da ammettere, noiosa da mostrare. Per fortuna c'è chi ha fegato e, nel giorno più sacro e ipocrita dell'anno, non si accontenta di mostrare cartoline riciclate in cui tutti sorridono: a pochi giorni dal Natale, in America, è uscito I segreti di Osage County. Wells, sempre con un piede in una pozza di follia e l'altro in un mare di cinismo, porta sul grande schermo la pièce di Tracy Letts, e lo fa potendo contare su un cast stellare e su uno script ai limiti della perfezione: senza intoppi, senza pause, senza pudore. La sua, infatti, è una commedia familiare al vetriolo. Si ride, ci si dispera, si urla come pazzi, si piange per l'imprevedibile onda d'urto di brutte parole non misurate. Siamo in presenza di una commedia borghese, realizzata negli interni di una casa troppo grande e troppo vuota. La famiglia Weston si è riunita a forza, per il funerale di un patriarca che ha tirato la cuoia. A capotavola Violet, che ha il cancro alla bocca, fuma come un turco, spara proiettili di malignità e, come scusa, tira in ballo le pillole da cui dipende. Passa dalle lacrime alle risate, da un'isterica gioia alla disperazione più nera e lo fa con un'incredibile maestria ormai assodata: le dà il volto Meryl Streep e, ancora una volta, è da Oscar. Il set è un tavolo senza spigoli e i punti di vista si moltiplicano ogni volta. Non c'è una sola scena madre. Tutti sono protagonisti. Nello stesso film, la resurrezione del “mito” Julia Roberts: finalmente in un film degno d'attenzione, giustamente nominata agli Oscar. Potranno risultare antipatiche e troppo sicure, loro due, ma mostrano cosa sia recitare. Cosa significhi versare sangue, sudore e lacrime su un copione pieno di battute memorabili. Il grande cinema è per i migliori. Il soggiorno a Osage County è divertentissimo, struggente, emozionante. Tra il migliore (o il peggiore?) Polanski, il melò vecchio stile, il Tornatore di Stanno tutti bene. Imperdibile. Un incantevole calvario.


Il capitale umano (2/5): un film che ha fatto parlare tanto e bene di sé. Secondo me, troppo. L'ultimo film di Virzì – regista di cui ho adorato La prima cosa bella e Tutta la vita davanti – è strutturato meravigliosamente, ma il risultato finale è arrangiaticcio e scialbo. Lo stampo è televisivo, i personaggi sono semplici caricature. Si parla della nostra Italia, con finta ferocia e toni vaghissimi: è ambientato da noi, ma poteva svolgersi anche a Londra, per quel che valeva. Tanto, stiamo tutti sulla stessa barca che va alla deriva. Irritante Bentivoglio.
Last Vegas (2,5/5): dopo Il grande match, arriva questa versione di Una notte da leoni per pensionati. E che pensionati: quattro grandi attori che, anche se in un film semplice e divertente, si mostrano perfettamente all'altezza delle aspettative. Sono autoironici, si prendono in giro, prendono parte a un film che scorre piacevole, ma si dimentica. Tra anni e anni – spero per loro che siano secoli – quando queste quattro stelle non ci saranno più, magari, riguarderemo questo Last Vegas e ci emozioneremo un po'.
Bad Grandpa (3/5): in lizza agli Oscar per il miglior trucco, Bad Grandpa è una commedia originale e esilarante, in cui il limite tra genialità e idiozia non c'è. Il viaggio per l'America di un nipotino sveglio e di un nonno oscenamente brontolone, in realtà, è realizzato attraverso una serie di bizzarre candid camera legate tra loro, fino a formare un racconto, capace di far ridere tanto e riflettere sui lati di un'America che difficilmente viene mostrata. Il protagonista – il mitico Johnny Knoxville della squadra di Jackass – è irriconoscibile, ma idiota e simpatico come sempre. Ovvio!

lunedì 27 gennaio 2014

Recensione: Requiem, di Lauren Oliver

Chi salta può cadere, ma potrebbe anche volare. Abbattete i muri.

Titolo: Requiem
Autrice: Lauren Oliver
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 336
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Mi chiamo Lena e sono infetta, perché mi sono innamorata di Alex in un mondo in cui l'amore è considerato una malattia, e come una malattia viene curato. lo e Alex siamo scappati, ma poi ci hanno separati. Io sono andata avanti, ho incontrato Raven e gli altri ragazzi della Resistenza. Ho imparato a combattere per quello in cui credo, a lottare per essere davvero me stessa. E ho incontrato Julian che è il ragazzo più dolce del mondo e mi vuole con sé. Poi però Alex è tornato, quando pensavo di averlo dimenticato, quando mi ero convinta di riuscire a fare a meno di lui. E ora, mentre il mondo attorno a noi cade a pezzi, io sto male, e penso che forse avevano ragione loro: l'amore è davvero una malattia!
                                                  La recensione
L'ultima domenica di gennaio l'ho trascorsa in compagnia dell'ultimo volume di una trilogia che ho amato tanto, e a lungo. Per due anni, o qualcosina di più. C'era una certa simmetria, in quella giornata di pioggia senza fine e lampi lontani. O almeno, la scorgevo io, sui vetri rigati dall'acqua e tra pagine che scorrevano lentamente, come quella pioggia tardiva nelle grondaie. Ma a me, in realtà, piace ricercare sempre piccole simmetrie, ovunque: solo così mi sembra che per tutto ci sia un disegno superiore; solo così mi illudo di riuscire a trovare un posto nel mondo tutto per me. Ho avuto Delirium, in libreria, per mesi. Ho aspettato che arrivasse il momento giusto, ho aspetto l'avvicinarsi del mio diciottesimo compleanno; poi l'ho letto. Sulla Oliver – un'autrice che non conoscevo, ma che avrei imparato ad amare e odiare a giorni alterni - era ricaduto l'importante compito di scortarmi in un'irripetibile fase di passaggio. Era diventata, così, la mia madrina: testimone silenziosa dei preparativi di una festa tra amici che mi aveva inutilmente logorato i nervi e prosciugato le forze; mia personale traghettatrice verso le ultime spiagge dell'adolescenza. Pensavo, allora, che tutto sarebbe cambiato e che del vecchio me non sarebbe rimasta che l'ombra di un tempo. Pensavo, allora, che sarei diventato grande in un colpo solo. Dovevo fare diciott'anni, ma quelli, paradossalmente, erano i pensieri di un bambino piccolo. I grandi, infatti, lo sanno bene: sanno che non si cambia mai per davvero. In quell'aprile di dubbi e ansie, l'ho iniziato a sospettare per la prima volta. Nel marzo dell'anno successivo, galeotto il Chaos più affascinante che si potesse immaginare, l'ho saputo con certezza. Io ero rimasto lo stesso, e la stessa era rimasta Lauren Oliver: una dolorosa, superba garanzia. Per conoscere la fine della sua distopia, ho dovuto aspettare meno del previsto: il nuovo anno mi aveva portato l'ultimo capitolo sul palmo della mano, generosamente in anticipo. Le campane da poco avevano rinunciato a svegliare tutti con l'allegria, spesso fastidiosa, dei canti natalizi, e ora era tempo di Requiem. Il titolo non diceva niente. Il titolo diceva tutto. Bisognava stringersi nei banchi di legno gelido e prestare attenzione all'ultima liturgia: i toni funesti, fatali e luttuosi di una messa funebre. Ero pronto al peggio, aspettavo il meglio. Ho trovato una Oliver altra, diversa da come l'avevo lasciata. Forse un po' stanca, perfino. La sua voce spaccata in due, come davanti a un bivio impossibile da aggirare: un sentiero verso l'inferno, un altro verso il paradiso. Ma come riconoscerli, come distinguerli? Nessun angelo a indicare il cammino corretto, sotto la fulgida luce della provvidenza. Nessun diavolo visibile da cui fuggire a gambe levate, saggiamente. Troviamo due punti di vista diversi e uno sguardo nuovo sul contagio. 
Hana Tate – la migliore amica di Lena - è salva, è imperturbabile, è lontana: i ricordi della sua ultima estate di libertà a Portland e l'orribile rimorso di un segreto che non riesce a confessare nemmeno a sé stessa fanno capolino appena, tra le nebbie della sua mente tirata perfettamente a lucido, come fosse un'altra delle superfici immacolate e bellissime della sua futura villa. Quella Hana che si deve sposare, che ha subito la procedura, che sorride a comando, ma che – pur nelle fila dei Curati – appare più viva e umana della protagonista stessa, per la maggior parte del tempo. Risulta, infatti, più intrigante la sua voce che quella di Lena che, dopo due libri, è familiarissima, ma anche un po' noiosa. Come se non avesse più nulla da dirci su sé stessa. Nel punto di vista della protagonista di sempre, poca introspezione: racconta le sue esperienze in prima persona, ma con monotonia, descrizioni oggettive e fredde, senza lirismo di nessun tipo. Sembra una narratrice esterna - nel modo in cui descrive assedi e spedizioni, fughe e scontri; nel modo in cui parla troppo degli altri e raramente di sé. Non c'è il suo solito io, forte, egoista, assoluto. E' rigida, schematica, meccanica, confusa e, stranamente, risuona più robotica la sua voce che quella della sua amica così lontana. C'è più metodo, in Hana. Più ordine. Lena è un proliferare di sensazioni opposte, fastidiose. L'altra protagonista, invece, tra stanze vuote e segreti inquietanti, si trova a vivere nella più pericolosa delle favole - quella di Barbablù – e in una casa in cui, come nel capolavoro di Daphne du Maurier, aleggia l'ombra di una prima moglie, messa misteriosamente a tacere. Dovrebbe essere un'automa, ma ha sentimenti che la cicatrice della procedura non ha annullato: nel suo petto, il suo cuore continua a pulsare forte, anche se – con i suoi battiti – rischia di mettere in allerta orecchie sospettose.
Lei è l'omino di latta di Oz in abito nuziale, è impeccabile. Lena, invece, vive nelle Terre Selvagge, in un luoghi sporchi e desolati in cui sopravvivere è una lotta continua contro la fame. Quegli scenari sembrano saccheggiati dalla realtà, dai campi rom, dai barconi della speranza. Ciò che è selvaggio non è allettante, ma difficile. Perché la libertà ad ogni costo è anche quello. E Lena lo pensa, mentre anche noi ce lo chiediamo sottovoce... E se l'amore fosse davvero una malattia. E se fossero più zombie quei manipoli di ribelli – sfollati come terremotati, senza aiuti e senza più speranze – che i curati, coi loro completi puliti e i loro sorrisi cordiali da pubblicità? Insieme all'amore, una semplice e ordinaria operazione potrebbe rimuovere l'odio, la gelosia, il dolore. La capacità di fare del male, la capacità di farsi del male. La Oliver, in tre libri, parla di tre lati di uno stesso cuore – anche di quelli nascosti nel conforto dell'ombra. Nel caso di Requiem, coerentemente, parla anche dei più brutti. Lena si è innamorata di Alex: il suo primo, grande amore è stato un dolce tormento. Poi ha corso, ha sofferto, ha urlato, ha combattuto il dolore insieme al delicato Julian, mentre tutto sembrava perduto. Il passato, quando pensava di averlo sepolto, è ritornato per lei: si è sollevato da terra, nel sangue e nella sabbia, e ha percorso chilometri e chilometri per raggiungerla, pensando di trovare sollievo a tutta quella sofferenza tra le braccia di una ragazza che, ormai, si era messa l'anima in pace. In questo terzo romanzo si parla di Lena e della sua scelta; di un inevitiabile triangolo sentimentale che, per quanto intelligente, l'autrice non ha saputo o potuto aggirare. Requiem non mi ha addolorato, non mi ha intontito: non mi è piaciuto al pari dei precedenti volumi. Non è mai un peso, scorre alla perfezione, ma esattamente che dice per 200 pagine e oltre? La Oliver, come la Roth in Insurgent, intrattiene non dicendo niente, argomentando sul nulla - sarà che vogliamo un bene dell'anima ai suoi protagonisti, sarà che la sua trilogia ha rappresentato tanto per tanti, sarà che è brava e che il suo talento è lampante da sempre. 
Mi è sembrato, tuttavia, che non sapesse come farlo finire: non sapeva cosa fare di Lena e del suo mondo matto. La sua prosa è scorrevole, elegante, ma tra le righe – questa volta – ho percepito una certa difficoltà, fastidiosa come un ospite sgradito. I suoi personaggi, due libri fa, le avevano detto ciao. Quello era un addio definitivo. La conclusione, invece, così definitiva non lo è. Lo sciogliemento non è studiato con la consueta lucidità che, spesso, ho scambiato per sadismo gratuito. Non c'è premeditazione, non c'è un piano. Giungere a quella fine è un colpo di stato, una presa di forza: si prende un martello, un bastone, un osso e si distrugge quello che non va. Con furia, rabbia, qualche sorriso di speranza. Lei distrugge, insieme ai suoi personaggi, tutte le sovrastrutture che ha creato, abbatte ogni relazione e intreccio, spiana a forza l'eccessivo, il superfluo, l'aggiunto. Non si crea mai una perfetta livellatura, ci sono crepe e spuntoni, i segni forti di una violenza, eppure sembra giusto così. Anche perfetto. Per tutta la lettura, sono andato in cerca di un'immagine che mi rimanesse impressa: in Delirium, la parola Amore tappezzava le pareti di roccia, la “o” diventava la bocca di un tunnel verso la libertà; in Chaos si iniziava con una corsa cieca verso l'ignoto, passo dopo passo, e con la costruzione di una torre, altissima, d'indifferenza e gelo. Per tutta la lettura, mi sono chiesto di questo cosa avrei ricordato. L'illuminazione è arrivata all'ultimo capitolo, il colpo di scena è giunto all'ultima pagina: avrei ricordato quelle parole, tenuto a mente quella scena. Quei passi che, tanto belli, valevano più di un intero libro, purtroppo, deludente. L'epilogo, vago e universale, è quello di una fiaba. Fa di Requiem una parabola. Peccato per le parole di troppo, per le pagine in più, per alcune dinamiche senza importanza alcuna. Lauren viene a tirare le fila, a sciogliere tutti i nodi, a salvarci da quella collana di perle e parole che poteva stringerci la gola fino alla morte. Parla Lena, ma io so che era lei. Era il suo congedo, il suo chiederci perdono per tutto, prima di dirci – alla pagina successiva – grazie per esserci stati. La dea Lauren Oliver – che a lungo ha giocato con la vita e la morte dei suoi figli – si scopre meno memorabile e, nel bene e nel male, più clemente. Una Oliver imperfetta, dunque, ma comunque da leggere: non sarebbe giusto, infatti, lasciare Lena, Hana, Alex e Julian sospesi per l'eternità. Avevano bisogno di un finale che fosse loro. L'autrice che ha frantumato milioni di cuori, infine, sceglie di frantumare barriere. E invita i suoi lettori a fare altrettanto, nell'ultima pagina. Un'ultima pagina da fotografare, da incorniciare, da ricordare, insieme all'imagine di una sposa che va chissà dove e di un ultimo, sfuggente bacio tra le macerie. Intorno a me, a fine lettura, mucchi di libri come mattoni divelti: ho scavato un buco tra i dorsi dei volumi più disparati, affinché Requiem potesse unirsi agli altri lavori della sua creatrice. Ora ha il suo posto. Li vedo tutti insieme, lì, e capisco che un'altra cosa ha avuto fine, nella mia vita. Una fine che, per Lena, è un altro inizio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jovanotti – Tutto l'amore che ho 

mercoledì 22 gennaio 2014

Recensione: Venuto al mondo, di Margaret Mazzantini

Ciao a tutti, amici! Dopo una settimana d'assenza, torno per parlarvi delle prime cinque stelle assegnate in questo 2014 appena cominciato. Per recensire un romanzo meraviglioso, che non ha bisogno di presentazioni e da cui, quasi due anni fa, è stato tratto un film che vedrò presto, finalmente. Parlare di Venuto al mondo non è facile, sarà che Margaret Mazzantini non è un'autrice facile. Ho fatto quello che potevo, ma avrei voluto riportarvi interi passi del romanzo: io non sono solito sottolineare i miei libri, ma, se usassi un evidenziatore ogni volta, il romanzo della Mazzantini sarebbe tutto un colore. Come quella copertina tanto significativa. Vi auguro una buona lettura, quindi, e fatemi sapere cosa ne pensate - se conoscete l'autrice, se avete visto i film tratti dai suoi scritti. Un abbraccio e a presto, M.
Quanta vita c'è in quella guerra?
Quanta morte c'è in questa pace?

Titolo: Venuto al mondo
Autrice: Margaret Mazzantini
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 530
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all'aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l'amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d'amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L'avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l'aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L'assedio di Sarajevo diventa l'assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

                                                  La recensione
"Un giorno sono passato accanto a un prato rosso di papaveri e per la prima volta non ho pensato al sangue, mi sono incantato su quella bellezza così fragile. Bastava molto meno di un'ascia, di maljutka, bastava un colpo di vento. Era fermo lì per noi, quel prato, in attesa dietro quella curva. Un immenso campo punteggiato di lingue rosse, come cuori caduti dal cielo nell'erba. Ero in macchina con mia moglie. Ci siamo fermati e abbiamo cominciato a piangere. Prima io, poi, dopo un po', anche lei mi è venuta dietro come un torrente. E' stato un pianto che lentamente ci ha svuotati, ci ha risarciti. E da quella sera abbiamo ricominciato a respirare con il petto. Riuscivamo a sopportarlo. Per anni il nostro respiro è stato fermo alla gola, non poteva andare oltre... Due mesi dopo mia moglie era incinta." Brividi. Brividi ovunque. Brividi dappertutto. Nelle ossa. Tra i denti. Sulla pelle, sotto la pelle. Brividi anche nei capelli, come pidocchi. Brividi come perle. La puntina salta, il vinile s'inceppa, il giradischi muore. Va via la voce di Gemma, torna il presente. Torno al presente. Si ci alza in una stanza che non ha pareti, come in una canzone vecchia e bellissima di Gino Paoli. Si cerca la forza aggrappati alla tastiera del letto, alle coperte azzurre. Il letto ha un'anima di legno e non è vero che il legno galleggia. Io sono di legno, e io non galleggio. Vado a fondo, mentre i muri diventano mare e la mia stanza una placenta. Intorno, pesci che nuotano. 
Non nell'oceano, non nel fiume: nel golfo calmo del liquido amniotico. Verrebbe istintivo rannicchiarsi lì, tra il letto e il mare, come virgole sghembe disegnate da un bambino che, per gioco, ha provato a scrivere un pensierino con la mano sinistra, l'altra: la mamma stira, io leggo. Le gambe tirate al petto, le braccia che riconosco le ginocchia come loro fratelli e le cingono, e le abbracciano, e non le mollano più. Si diventa, così, segni di punteggiatura imperfetti. Feti perfetti. Invece non c'è compostezza, non c'è grazia, non c'è parola che basti a rimetterti al mondo. Lo strazio è una bolla di lacrime concentrata tra fronte e naso, una ruga sulla fronte che prima non c'era. Il dolore pulsa lì, ma non esce: non scorre giù dagli occhi. Ho chiuso il mio libro e ho nuotato fino al bagno, strusciando i piedi sulle mattonelle e su quel familiare fondale di ceramica a rombi. 
Mi sono seduto sulla tavoletta del water perfettamente chiusa e ho aspettato l'infinito, guardandomi i piedi scalzi, pensando. Credo che fosse il primo liceo e credo che fosse Ariosto: ricordo con certezza di non ricordare bene. Si parlava di struggimenti d'amore, nobili contese, affronti e galantuomini pazzi incapaci di piangere: erano tanto forti i sentimenti provati dal protagonista da non riuscire a trovare una via di fuga tra lo sterno stretto, la cotta di maglia opprimente, la faretra pesante. Orlando – se di Orlando si trattava – non riusciva a imporre una graduatoria ai suoi dolori: a dare il primo posto al tradimento, il secondo alla disfatta, il terzo all'orgoglio ferito. Perciò duellavano, facevano invano a gara per emergere, si annullavano senza saperlo. Dopo una storia come Venuto al mondo ti senti un po' così: dilaniato, esaurito, emotivamente costipato. Senti di non sapere a quale sentimento dare la precedenza, ma sai che qualsiasi emozione arriverà prima – che si tratti di compassione o amore, sofferenza o vergogna non importa più – ti farà male, ti trancerà le gambe, come un pirata della strada con un cieco in mezzo al traffico. E non parlo di cuori spezzati, singhiozzi affranti, trascurabili fitte. Leggi Venuto al mondo e pensi che un calcio nelle palle t'avrebbe fatto meno male. L'autrice colpisce dove sa strapparti un urlo, una bestemmia, il fiato. Al centro della mascolinità, nel primordiale segreto del divenire padre. Fa un male cane e, se sei uomo, ti toglie la virilità. Anestetizza la tua identità, nega il cromosoma sbagliato che ti rende quello che sei. Ti fa sentire donna, ti fa sentire mamma. Io e Margaret Mazzantini avevamo una questione in sospeso chiamata Non ti muovere: quella bella signora dagli occhi blu, infatti, d'impatto, non mi era stata simpatica. Ero il lettore imperfetto io, ed ero in quell'età sospesa e ingenua in cui i pensieri più brutti e vili di un uomo mi sembravano alieni. Io che, ancora piccolo, conoscevo giusto quelli del mio papà. L'ho riletta adesso – con il diploma del liceo appeso al muro, la patente nel portafoglio e una certa maturità aggiunta – e abbiamo fatto la pace e la guerra, sotto il fuoco incrociato delle sue parole d'acciaio arrugginito. Io ero Pietro. Io ero suo figlio. La sua prosa, un grembo materno: buio, misterioso, avvolgente, grande, caldo. Una casa che resiste, con il ritratto di Tito al muro e pentole in cui nuotano pesci rossi scacciati dal loro acquario frantumato, ai bombardamenti. Margaret ha uno stile corposo, purulento, meravigliosamente ricco, che si spezza ora in una poesia dai versi sciolti, ora in una lettera improvvisata, ora in una pagina di un diario d'ossessione. 
Ha il naso per percepire l'odore intenso delle spezie e della carne arrosto e un fetore acre che sa di formiche bruciate; ha la bocca per baciare, urlare contro un Dio che forse è morto, dire una verità scomoda; soprattutto, ha gli occhi, occhi che immortalano quello che non dimenticherai mai. Cose brutte e cose belle in un rullino fotografico lasciato alla polvere. La Mazzantini vive d'amore e di guerra e va in cerca di vita, in mezzo a quella morte inspiegabile che gela il sangue. Oscilla, affascinante, su un'altalena librata sugli opposti: a tempi alterni, la testa rivolta verso il confine della fine e i piedi verso il tunnel di una nuova nascita. Spia i movimenti di vittime innocenti dal mirino del fucile di un cecchino; qualche volta fa fuoco, qualche volta è clemente e ti salva la vita. Costruisce il passato di una famiglia mancata attraverso ecografie piene di ovuli ciechi e figli che, forse, non dovevano venire. La superba storia d'amore tra tre destini e una città maledetta dalle stelle. Sarajevo ha il nome di un tango. Sarajevo – schifosa, suggestiva, unica - è gelosia e passione, morte e vita. Sarajevo, che potrebbe essere il nome di un transessuale triste con il trucco sciolto e l'attesa di un cambiamentocontronatura. Tutte le strade, nell'arco di trent'anni, portano e riportano Gemma, Diego e Gojko lì, dove la guerra e una Madonna punk hanno generato Pietro – estroverso, moderno, ruvido, un'adolescenza pronta a sbocciare. 
A Pietro, Margaret ha dato i tratti e gli occhi del maggiore dei suoi quattro figli: ha scritto tanti libri, ha avuto tanti parti, lei. Ha messo al mondo quattro volte la vita perché lei ne è perdutamente innamorata, in fondo. Lo si percepisce da quello che fa, nella cura impressionante che deve richiedere: penso a una mamma che, di domenica, nel suo unico giorno di riposo, mette la sveglia alle sei per mettere la bolognese sul fuoco, preparare le lasagne fatte in casa, far odorare la casa di buono. Lei, che sa cosa significa crescere quattro figli sani e forti, sa anche cosa avrebbe significato non averne: sa descrivere il vuoto cosmico che Gemma sente nella pancia con passaggi fortissimi e pieni di verità. La protagonista è complicata, come tutte le donne; anche di più. Gemma si sente una donna a metà, ma è sfuggente il doppio, il triplo, il quadruplo. Il suo desiderio di diventare madre diventa ossessione, odio verso eserciti di donne con i jeans premaman che affollano le strade, gli uffici, i bar. Tutte insieme. Quasi a voler sventolare le loro forme, morbide come il pane, e i loro ventri accoglienti davanti a una Gemma fredda, triste, spezzata, inutilizzabile. Le donne della Mazzantini sono fortissime, mentre gli uomini sono troppo buoni e troppo stupidi, leggeri come quei mazzi di fiori di carta venduti quando le rose hanno preso lentamente a morire. Diego ha la testa tra le nuvole, il cappello da Puffo, i pantaloni a sigaretta colorati, un sorriso enorme e storto sul volto piccolissimo, una macchina fotografica – al collo – che è la croce che si porta appresso. Per fotografare neonati nelle cassette della frutta, nuche e ombelichi di donna, pozzanghere. Gojko, invece, ama due donne – la mamma, che somiglia a Lady D, e la sorellina, che vuole andare, da grande, alle Olimpiadi – e le corteggia tutte quante: beve, fuma, compone sinfonie a suon di rutti, scrive poesie dedicate a Sarajevo e ai grazie, gioca a calcio con la testa mozzata di un nemico per vendetta, sporcandosi i jeans buoni di sangue. Margaret Mazzantini rievoca, tra le sue pagine, un conflitto vicinissimo, nel tempo e nello spazio, di cui, se solo volessimo, potremmo ancora sentir risuonare gli echi, al di là del mare. Ma la domanda è una: vogliamo? La risposta mi sfugge, come mi è sfuggita, per troppo tempo, la reale identità di questo secondo olocausto. I programmi di storia, a scuola, parlano sempre di bambini col pigiama a righe, mai di Pietro, mai di Sebina, mai del bambino blu scorto da Gemma sul tavolo dell'obitorio, accanto al cadavere rattrappito di un povero vecchio morto insieme alla sua povera dignità. Un'amica, Elisa, mi ha detto che siamo tutti responsabili dei drammi che accadono nel mondo, siamo tutti complici. E siamo tutti Diego, anche se nessuno lo ammette. Perché lui è cordardo, mentre tutti – fregati da un'inconsistente presunzione – si credono eroi. La verità è che tutti avrebbero scelto la sicurezza dello stanzino delle scope, interrogandosi a lungo su cosa sarebbe successo se avessero fatto altrimenti. Non si sarebbe risolto niente, si sarebbe risolto tutto. Crudo, scomodo, atroce, capolavoro. Grandi personaggi, gran libro, brutta storia. Un libro da leggere a voce alta, un libro che ti sbudella il cuore. La Mazzantini come una paladina della memoria, Margaret come una regina della narrativa. E' stato più facile prima correre sotto le granate che dopo passeggiare sulle macerie.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Fontana di Sarajevo – Eduardo Cruz

martedì 14 gennaio 2014

Recensione in anteprima: Le ossa della principessa, di Alessia Gazzola

Ho imparato che tutto ha un prezzo e che quella dolce quiete che mi sembrava noia... è quella la serenità. Bisognerebbe pensarci prima di gettarla nel piatto, in una partita a carte con la sorte, al prezzo di un'emozione che non vale nulla.

Titolo: Le ossa della principessa
Autrice: Alessia Gazzola
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 346
Prezzo: € 17,60
Data di pubblicazione: 16 Gennaio 2014
Sinossi: Benvenuti nel grande Santuario delle Umiliazioni. Ossia l’istituto di medicina legale dove Alice Allevi fa di tutto per rovinare la propria carriera di specializzanda. Se è vero che gli amori non corrisposti sono i più strazianti, quello di Alice per la medicina legale li batte tutti. Sembrava quasi che la sua tormentata esistenza in Istituto le avesse concesso una tregua, quanto bastava per provare a mettere ordine nella sua sempre più disastrata vita amorosa, ma ovviamente non era così. Ambra Negri della Valle, la bellissima, brillante, insopportabile e perfetta Ape Regina, è scomparsa. Difficile immaginare una collega più carogna di lei, sempre pronta a mettere Alice in cattiva luce con i superiori, come se non ci pensasse lei stessa a infilarsi nei guai, con tutti i pasticci che riesce a combinare. Per non parlare della storia di Ambra con Claudio Conforti, medico legale affermato e tanto splendido quanto perfido, il sogno proibito di ogni specializzanda… E forse anche di Alice. Ma per quanto detesti Ambra, Alice non arriverebbe mai ad augurarle la morte. Così, quando dalla procura chiamano lei e Claudio chiedendo di andare a identificare un cadavere appena ritrovato in un campo, Alice teme il peggio. Non appena giunta sulla scena del ritrovamento, però, mille domande le si affollano in mente: a chi appartengono quelle povere ossa? E cosa ci fa una coroncina da principessa accanto al corpo?
                                                        La recensione
La gente sbaglia, sbaglia di continuo. Si può perdonare, finché non uccide.
Se c'è una cosa bella della fine delle vacanze di Natale - quando riponiamo il nostro albero spelacchiato nel ripostiglio, e chiudiamo in uno scatolone palline, ghirlande e la nostra solita serie di lucine Led, e lasciamo che le statuine sbeccate del presepe dormano tutte insieme, per dodici mesi ancora, nella stessa busta (le Sacre Scritture condannerebbero questa promiscuità, ma amen!) – è il ritorno alla pace. Perché, sebbene a Natale siano tutti più buoni e le pubblicità dei Panettoni mostrino bambini di Paesi diversi tenersi allegramente per mano e girare in tondo fino al mal di mare, le feste sono l'occasione perfetta per cantare senza ritegno alcuno le canzoni di Michael Bublé e Mariah Carey, ospitare in città inquietanti orde di Babbi Natale armati di trombetta e barba sintetica, chiamare amici a cui per 365 giorni non avevi mai pensato e far sgradite viste a sorpresa a familiari, strizzati in imbarazzanti pigiamoni, che - l'elegante mise lo dimostra - non aspettavano te. La Befana, quest'anno, messa con le spalle al muro insieme al nostro Paese in gran completo, non mi ha portato niente di niente, ma – come dicono le frasi da cartolina – ha portato via con sé, al suo frettoloso passaggio, le feste in gran completo. Almeno quelle. E i telefoni che squillano per le chiamate di nonni un po' lontani, i postini che recapitano cartoline arrivate in ritardo, le visite di cortesia di adulti che non conosci, ma a cui sorridi con accondiscendenza, anche se l'unica cosa che vorresti fare è cedere al raptus omicida che, in cruciali momenti, ti suggerirebbe di pugnalarli con una stecca di torrone al limoncello: colpa di osservazioni inopportune su una fidanzatina che non c'è, sul mancato 100 all'esame di maturità, sull'impressionante differenza d'altezza tra te, nano da giardino in incognito, e il tuo pantagruelico fratello minore. Da tre anni a questa parte, ho una cara amica che mi viene a far visita. Per due anni, l'ha portata con sé la primavera: guance rosse, occhi limpidi, frangetta al vento, fiori di pesco tutt'intorno. In Sindrome da cuore in sospeso, invece, è venuta a trovarmi, inaspettatamente, sotto l'albero di Natale. Quest'anno è in anticipo. Bussa alla porta quando non aspettavo più anima viva. L'epifania è passata da un paio di giorni appena e il silenzio tanto sperato è durato, alla fine, meno del Governo Prodi. Alice Allevi entra, ma non mi saluta. Mi schiva; ha una borsa più pesante del solito, i capelli più spettinati di sempre, gli occhi più vecchi di secoli. Lei, che è sempre stata golosa, non vuole il dolcificante nel suo tè: lo beve amaro, quasi per punire piano sé stessa, rinunciando a quelle zollette di zucchero che, come insegnava la saggia Mary Poppins, potrebbero cancellare ogni amarezza. O questa sua risoluta rinuncia è forse da attribuire a una qualche nuova variante della dieta Dukan che le ha rifilato la melodrammatica Cordelia, sua coinquilina, nonché sua ex-quasi-futura-cognata? Non le ho chiesto se era quel periodo del mese e, giuro, non ho fatto collegamenti di nessun tipo – sebbene sia contro la mia idiotissima natura – sulla concomitanza dell'arrivo suo e della Befana, quest'anno. Cosa c'è che non va, Ali? Mi rivela che è triste, e divento triste anch'io: il malumore, grigio, non è tra i suoi colori. Mi avverte di stare attento a quello che desidero, perché potrebbe avverarsi, un giorno: i moniti, paternalistici, non fanno parte della sua personale filosofia di vita. Ambra Negri Della Valle – la sua rivale in amore, il braccio destro della Wally, la sua più acerrima nemica - è scomparsa nel nulla: questo è il guaio. 
Tante volte, in ispirate invettive piene di fantasia, Alice le ha augurato di andare a cogliere fiori in un campo minato, di essere colpita da un fulmine a ciel sereno, di cadere nella tana senza fondo del Bianconiglio e di essere giustiziata, nel Bronx del Paese delle Meraviglie, dalla simpatica Regina di Cuori. Ma lei è l'immortale Ambra e quelle sono solo parole. Senza le sue chiacchiere e la sua voce da orticaria regna il silenzio, all'Istituto, e Alice non ha più muse che la ispirino nella coniazione di inespressi e nuovi insulti, o scuse per isolarsi con le sue cuffiette buone e ascoltare i Coldplay anche a lavoro. Senza Ambra, con la mano dalle unghie smaltate sempre alzata e la risposta sempre pronta, Alice – tragedia delle tragedie - è, indifesa e sola, nel mirino di una Wally che, puntualmente, perde la pazienza e che, crudelmente, con i suoi richiami lunghi e noiosi come sermoni domenicali, fa perdere ad Alice quei begli stivali in saldo, adocchiati in una vetrina del centro, di sfuggita, con il medesimo fiuto infallibile di un'eroina di Sophie Kinsella. L'Istituto è un regno. Lo spietato e affascinante Claudio Conforti è il principe, il dottor Malcomess è il vegliardo re, Arthur è un Lancilotto in visita ufficiale, la Wally è la matrigna brutta e cattiva. E Alice, un tempo, avrebbe voluto per sé il ruolo di principessa, ma i suoi piccoli disastri le hanno valso, suo malgrado, il pittoresco cappello del giullare di corte: colpa di quella volta in cui ha accidentalmente smarrito un cadavere, o quasi raso al suolo un bosco protetto con una sigaretta, o divelto la portiera dell'auto di Claudio, o risolto fortunosamente due casi e mezzo. In quell'autentico microcosmo, tra il tavolo autoptico e la macchina del caffè, gerarchie e lotte per il potere, passioni e tradimenti, dittature lampo e misteri sepolti.
Anche se nessun mistero è abbastanza grande per l'allieva e nessun segreto è destinato, come Alessia Gazzola ci ha insegnato, al per sempre. Quel regno moderno, costruito sotto il reale sigillo di Ippocrate e che ha, per segrete, camere mortuarie con prigionieri destinati a non avere più libertà, è scosso dal ritrovamento dei resti di una principessa senza nome. Ossa dimenticate, sepolte secondo un antico rituale proveniente da lontano, di cui restano giusto brandelli di un maglione rosso, una moneta per pagare Caronte, una macabra coroncina di plastica. Quel cadavere, un tempo, era una ragazza, con ricordi in comune con l'enigmantica Ambra e una vita sentimentale similissima a quella di Alessia: stessi amori sbagliati, stesse indecisioni, stessi cuori ulcerati e sospesi. Una ragazza che sognava il lavoro di Lara Croft, la felicità, l'Oriente. Questo nuovo caso - immancabile la supervisione del mitico ispettore Calligaris, ovvio - farà vivere ad Alice un'altra vita, diversa dalla sua, ma non troppo. Aprendo dispersivi messaggi di posta elettronica e le pagine di un'agenda piena di criptici indizi, la protagonista lascerà che le parole della vittima e i suoi occhi d'innamorata ormai chiusi, la guidino verso la verità, in un funzionale intreccio a più voci che si snoda tra dune, scavi archeologici e grandi ed infelici amori, dove colpi di scena, di testa e di cuore fan da padroni assoluti. 
Questo Le ossa della principessa è l'ultima avventura semi-seria di Alice Allevi: il risultato di una mattina, un pomeriggio e poco più trascorsi meravigliosamente in sua compagnia. Un resoconto - ora avventuroso, ora esilarante, ora insolitamente mesto – di un lungo anno trascorso lontano da noi lettori. Lontano da me. Ci siamo trovati cresciuti, cambiati: più adulti, ma con lo spirito amichevole e cordiale di sempre. La vita, nel frattempo, le ha portato tanti amici e qualche nemico; un po' di saggezza aggiunta, consapevolezze agrodolci, altri baci dati per colpa del cuore a un immaturo ranocchio che non è pronto ancora a diventare il suo personale principe azzurro. Misteri nuovi. Scoprire se i più sfuggenti siano quelli sulle scene del crimini o quelli raggomitolati, con cura grande, nel suo petto, richiederebbe la più approfondita delle indagini. E caccia spietata a Cupido sia! Alice, davanti a quel famoso té amaro, mi ha raccontato questo e altro, ma non dopo essersi alzata, aver aperto il mobiletto sopra il lavandino, messo a soqquadro biscotti, succhi e pacchi di cereali, e agguantato – tra pollice e indice – una zolletta di zucchero. Minuscola, ma in grado di far ingoiare aspre pillole. La Allevi è un po' così: stempera il giallo con una dolcezza che non fa danni, arriva senza invito, si muove tra le tue stanze come se fossero parte di casa sua, va via quando il suo compito è giunto al termine: magica, inaspettata, buffa, leggiadra come un elefante in un negozio di fragili bomboniere. L'ho adorata incondizionatamente, ancora una volta. Per i capitoli che, con grande originalità, hanno – per titolo - frammenti di canzoni di Adele, Mika, De André, Gotye, perfino Britney Spears; per nonna Amalia e le sue intuizioni, Cordelia e la sua “vuotite” acuta, Yukino e le sue comiche traduzioni dal giapponese, Claudio che le dà un'autopsia come regalo di compleanno e Arthur che, invece, non le regala proprio nulla. E ho adorato, ancora una volta, Alessia Gazzola. Non l'ho dimenticata. E' che finisco per confondere il nome del suo personaggio con il suo, la verità e la finzione. Le adoro per questo. Soprattutto per questo. Mi era mancata Alice. Mi eri mancata, Alessia.E io non riesco a resistere all'impulso di approfondire: è come una forma di cleptomania intellettuale. O di incontinenza emotiva. O entrambe.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lorde – Royals