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mercoledì 3 settembre 2014

Recensione: L'attesa, di Samantha Hayes

Così decisi che avere una bambina sarebbe stato lo scopo della mia vita...”

Titolo: L'attesa
Autrice: Samantha Hayes
Editore: Nord
Numero di pagine: 376
Prezzo: € 16,40
Data di pubblicazione: 28 Agosto 2014
Sinossi: Claudia ha tutto ciò che ha sempre sognato. Vive in una graziosa villetta poco fuori Birmingham, al suo fianco ha un uomo premuroso e, finalmente, è in dolce attesa di una bambina a lungo desiderata. Sarebbe tutto perfetto, se James non fosse costretto a partire per un lungo viaggio di lavoro all'estero. Sebbene sia una donna forte e indipendente, Claudia non se la sente di affrontare da sola gli ultimi giorni della gravidanza e decide quindi di assumere una tata. E le basta un attimo per convincersi che Zoe Harper è la persona giusta: una professionista efficiente, esperta, discreta. Ma, nel giro di qualche tempo, Claudia comincia a ricredersi e viene assalita dai dubbi. C'è qualcosa che non va in quella ragazza, qualcosa che la mette estremamente a disagio. Perché, quando crede di non essere vista, Zoe si trattiene nello studio di James? E perché una volta Claudia l'ha sorpresa mentre rovistava nei cassetti della camera da letto? Inoltre, proprio dal giorno in cui Zoe è entrata nella sua vita, quel tranquillo quartiere residenziale è diventato lo scenario di una catena di brutali omicidi: possibile sia una coincidenza? Con la polizia che non crede ai suoi sospetti, Claudia può contare solo su se stessa. E ha paura. Ma l'origine di quella paura è il suo segreto. Un segreto che nessuno deve portare alla luce...
                                            La recensione
Cos'è che fa paura? Quand'è che, nelle vesti di lettore o di spettatore, stringi i pugni e ti ripeti che è solo finzione, quella? Solitamente, quando in pericolo c'è una vittima che non può difendersi. Inerme, minuscola, disarmata contro la cattiveria del mondo. Quando c'è una donna tutta sola in una casa profanata. Quando questa donna, sotto un cardigan sformato, ha il ventre gravido e una nuova vita che pulsa al suo interno. C'è un patto solenne anche tra gli intrepidi, i coraggiosi, gli spettatori dallo stomaco forte e dai nervi d'acciaio: ai bambini non dev'essere torto un capello, mai. E' allora, quando il pericolo incombe su di loro, che la tensione ti fa perdutamente suo. L'orrore di un potenziale infanticidio è pane per l'horror. Certo, i generi non hanno confini; certo, ci sono esempi belli ed esempi brutti. Io parlo di libri e penso per film. Leggendo la trama di L'attesa, assalito da un dubbio, ho immaginato l'esordiente Samantha Hayes a una specie d'incrocio nel bosco. Una mano protettiva sul pancione, l'altra pronta a correre a penna e taccuino per buttare giù un finale che a volte – oggi - può fare la differenza: che sarebbe stato della sua creatura, dopo i canonici nove mesi? Avrebbe percorso le orme di quei mediocri thriller televisivi che, nei sabati sera, danno su Rai Due, sulla scia del discreto La mano sulla culla; o, spietato e audace, avrebbe indossato indumenti impermeabili e solcato gli impressionanti mari di sangue e liquido amniotico dell'inedito e formidabilmente francese A l'interieur? Volevo scoprirlo leggendo, sperando che alla dubbia qualità della tivù via cavo l'autrice anteponesse l'originalità di un cinema europeo non per tutti. Si ci accorge a colpo d'occhio che L'attesa è un thriller diverso dai soliti. Una lunga storia di donne e madri, mentre qualcuno – lì fuori, nel buio – ruba il lavoro alle ostetriche e i neonati alle partorienti. Puerpere uccise; feti blu, senz'aria. Gli omicidi coincidono con l'arrivo, nella casa dei protagonisti, della nuova tata: Zoe. Sembra Mary Poppins, sembra perfetta. E tutto, per il lettore navigato, sembra facilissimo. Zoe, con i suoi segreti, è la folle di turno: deve esserlo. P. L Travers, in una versione noir del suo capolavoro per l'infanzia, ha disegnato per lei un borsone pieno di lame affilate. Sbagliato: perché lei è la protagonista. O meglio, una delle protagoniste. Leggiamo nella sua testa e scorgiamo piani di cui siamo all'oscuro. Nessuno è salvo. Il romanzo - decisamente britannico, non solo per via dei tè puntuali e delle piogge torrenziali in autunno - è nello stile dei gialli di Lisa Gardner. Chi l'ha letta, sa bene a cosa mi riferisco. Non avrà il ritmo sostenuto ed elettrizzante dei thriller americani, ma le frammentate voci narranti sono un toccasana per la costruzione di universi e dinamiche familiari un po' superflue, vagamente lente, ma molto umane. 
Le narratrici sono tre: una mamma con un marito lontano e due gemelli pestiferi; una detective che condivide la scrivania con l'uomo che ha sposato vent'anni prima; la presunta criminale dalla doppia vita. Zoe non si chiama Zoe, e non è l'instabile antagonista di un'indagine stereotipata. Carla, volto della gioia e della fecondità, ha una casa da catalogo e sospetti e contrazioni che vanno e vengono. Lorraine Fisher, impeccabile sulla scena del crimine, ma fuori luogo nelle cene in famiglia, ha irrequiete figlie adolescenti e una crisi matrimoniale in stato avanzato. I personaggi sono credibilissimi, intrattengo, ma il punto è forse uno: a me il thriller piace sporco, brutto, cattivo. Dura verità: tutta colpa mia. A casa dei coniugi Morgan-Brown si aspettava la venuta della cicogna, il fiocco rosa da appendere all'ingresso. E tutto, a lungo, mi è sembrato troppo quieto e buono, per i miei gusti. Mi sono immerso, tuttavia, nel mondo interiore di queste donne, tra pensieri che non mi appartengono e mai mi apparterranno. Due scrivevano in prima persona, al presente; per l'altra, narrata in terza, si utilizzava il passato remoto. 
Quei frammenti sconnessi, pieni di quotidianità e violenza, raggiungono un bell'equilibrio, verso il finale, grazie a un uso dei punti di vista esemplare, che confonde, inganna e fa nerissimi giochi di prestigio. Ecco come si ci giostra tra voci diverse, ho pensato. Ecco come inserire un sapiente colpo di scena, ho sussurrato. Gli ultimi capitoli, come i critici statunitensi annunciano in copertina, ti portano a rivalutare tutto ciò che hai letto, come poche volte capita. A dire che in L'attesa niente è come sembra, e nessuno è quel che è. Nel finale ricchissimo succedono tante cose, e alcune, ancorate come sono al poliziesco più tradizionale, risultano forzate. Dopo il twist che tutti aspettano, ma che nessuno si aspetta, c'è una rivelazione, l'ennesima, che è di troppo. Spiega, risolve, scioglie, ma tronca di netto parte del mistero. Insieme al tarlo del dubbio, quindi, perisce anche quel fascino che è stato come in incubazione per tutto il tempo, in attesa di nutrimento cannibale. Ricapitolando: c'è (a) un passaggio di grande effetto, seguito a ruota da (b) una trovata spionistica che risulta scolastica. La lettera "a” è bene, quella “b” è male. Quando l'ago della bilancia sembra orientarsi verso quell'unica, fastidiosa stonatura, c'è la chiusa – perfetta – che equilibra il tutto. Arrivata in corner. E non parlo di un capitolo autonomo, ma di una semplice battuta finale. Una frase. Da brivido e divertentissima insieme. Una scena forte che, coi suoi toni sardonici, si fa ricordare, facendo vacillare gli educati modi british del resto. Raggelante, mi ha portato alla mente Il collegete delle brave ragazze. Ricordate? Leggeteli e ricorderete. Il pensiero fisso dei figli: quelli che ti crescono dentro; quelli che vogliono scappare via di casa; quelli che non vogliono arrivare, anche se sono cose che certi amori carnali pretendono. L'isteria, gli ormoni impertinenti, il pensiero ossessionante di un aborto spontaneo. Uccidere – uccidersi – in nome di una vita nuova. L'attesa è il romanzo da non regalare alle neomamme. Alla festa di battesimo, presentatevi con un paio di scarpine colorate. Sarà meglio. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Sia – Lullaby


mercoledì 22 gennaio 2014

Recensione: Venuto al mondo, di Margaret Mazzantini

Ciao a tutti, amici! Dopo una settimana d'assenza, torno per parlarvi delle prime cinque stelle assegnate in questo 2014 appena cominciato. Per recensire un romanzo meraviglioso, che non ha bisogno di presentazioni e da cui, quasi due anni fa, è stato tratto un film che vedrò presto, finalmente. Parlare di Venuto al mondo non è facile, sarà che Margaret Mazzantini non è un'autrice facile. Ho fatto quello che potevo, ma avrei voluto riportarvi interi passi del romanzo: io non sono solito sottolineare i miei libri, ma, se usassi un evidenziatore ogni volta, il romanzo della Mazzantini sarebbe tutto un colore. Come quella copertina tanto significativa. Vi auguro una buona lettura, quindi, e fatemi sapere cosa ne pensate - se conoscete l'autrice, se avete visto i film tratti dai suoi scritti. Un abbraccio e a presto, M.
Quanta vita c'è in quella guerra?
Quanta morte c'è in questa pace?

Titolo: Venuto al mondo
Autrice: Margaret Mazzantini
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 530
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all'aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l'amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d'amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L'avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l'aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L'assedio di Sarajevo diventa l'assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

                                                  La recensione
"Un giorno sono passato accanto a un prato rosso di papaveri e per la prima volta non ho pensato al sangue, mi sono incantato su quella bellezza così fragile. Bastava molto meno di un'ascia, di maljutka, bastava un colpo di vento. Era fermo lì per noi, quel prato, in attesa dietro quella curva. Un immenso campo punteggiato di lingue rosse, come cuori caduti dal cielo nell'erba. Ero in macchina con mia moglie. Ci siamo fermati e abbiamo cominciato a piangere. Prima io, poi, dopo un po', anche lei mi è venuta dietro come un torrente. E' stato un pianto che lentamente ci ha svuotati, ci ha risarciti. E da quella sera abbiamo ricominciato a respirare con il petto. Riuscivamo a sopportarlo. Per anni il nostro respiro è stato fermo alla gola, non poteva andare oltre... Due mesi dopo mia moglie era incinta." Brividi. Brividi ovunque. Brividi dappertutto. Nelle ossa. Tra i denti. Sulla pelle, sotto la pelle. Brividi anche nei capelli, come pidocchi. Brividi come perle. La puntina salta, il vinile s'inceppa, il giradischi muore. Va via la voce di Gemma, torna il presente. Torno al presente. Si ci alza in una stanza che non ha pareti, come in una canzone vecchia e bellissima di Gino Paoli. Si cerca la forza aggrappati alla tastiera del letto, alle coperte azzurre. Il letto ha un'anima di legno e non è vero che il legno galleggia. Io sono di legno, e io non galleggio. Vado a fondo, mentre i muri diventano mare e la mia stanza una placenta. Intorno, pesci che nuotano. 
Non nell'oceano, non nel fiume: nel golfo calmo del liquido amniotico. Verrebbe istintivo rannicchiarsi lì, tra il letto e il mare, come virgole sghembe disegnate da un bambino che, per gioco, ha provato a scrivere un pensierino con la mano sinistra, l'altra: la mamma stira, io leggo. Le gambe tirate al petto, le braccia che riconosco le ginocchia come loro fratelli e le cingono, e le abbracciano, e non le mollano più. Si diventa, così, segni di punteggiatura imperfetti. Feti perfetti. Invece non c'è compostezza, non c'è grazia, non c'è parola che basti a rimetterti al mondo. Lo strazio è una bolla di lacrime concentrata tra fronte e naso, una ruga sulla fronte che prima non c'era. Il dolore pulsa lì, ma non esce: non scorre giù dagli occhi. Ho chiuso il mio libro e ho nuotato fino al bagno, strusciando i piedi sulle mattonelle e su quel familiare fondale di ceramica a rombi. 
Mi sono seduto sulla tavoletta del water perfettamente chiusa e ho aspettato l'infinito, guardandomi i piedi scalzi, pensando. Credo che fosse il primo liceo e credo che fosse Ariosto: ricordo con certezza di non ricordare bene. Si parlava di struggimenti d'amore, nobili contese, affronti e galantuomini pazzi incapaci di piangere: erano tanto forti i sentimenti provati dal protagonista da non riuscire a trovare una via di fuga tra lo sterno stretto, la cotta di maglia opprimente, la faretra pesante. Orlando – se di Orlando si trattava – non riusciva a imporre una graduatoria ai suoi dolori: a dare il primo posto al tradimento, il secondo alla disfatta, il terzo all'orgoglio ferito. Perciò duellavano, facevano invano a gara per emergere, si annullavano senza saperlo. Dopo una storia come Venuto al mondo ti senti un po' così: dilaniato, esaurito, emotivamente costipato. Senti di non sapere a quale sentimento dare la precedenza, ma sai che qualsiasi emozione arriverà prima – che si tratti di compassione o amore, sofferenza o vergogna non importa più – ti farà male, ti trancerà le gambe, come un pirata della strada con un cieco in mezzo al traffico. E non parlo di cuori spezzati, singhiozzi affranti, trascurabili fitte. Leggi Venuto al mondo e pensi che un calcio nelle palle t'avrebbe fatto meno male. L'autrice colpisce dove sa strapparti un urlo, una bestemmia, il fiato. Al centro della mascolinità, nel primordiale segreto del divenire padre. Fa un male cane e, se sei uomo, ti toglie la virilità. Anestetizza la tua identità, nega il cromosoma sbagliato che ti rende quello che sei. Ti fa sentire donna, ti fa sentire mamma. Io e Margaret Mazzantini avevamo una questione in sospeso chiamata Non ti muovere: quella bella signora dagli occhi blu, infatti, d'impatto, non mi era stata simpatica. Ero il lettore imperfetto io, ed ero in quell'età sospesa e ingenua in cui i pensieri più brutti e vili di un uomo mi sembravano alieni. Io che, ancora piccolo, conoscevo giusto quelli del mio papà. L'ho riletta adesso – con il diploma del liceo appeso al muro, la patente nel portafoglio e una certa maturità aggiunta – e abbiamo fatto la pace e la guerra, sotto il fuoco incrociato delle sue parole d'acciaio arrugginito. Io ero Pietro. Io ero suo figlio. La sua prosa, un grembo materno: buio, misterioso, avvolgente, grande, caldo. Una casa che resiste, con il ritratto di Tito al muro e pentole in cui nuotano pesci rossi scacciati dal loro acquario frantumato, ai bombardamenti. Margaret ha uno stile corposo, purulento, meravigliosamente ricco, che si spezza ora in una poesia dai versi sciolti, ora in una lettera improvvisata, ora in una pagina di un diario d'ossessione. 
Ha il naso per percepire l'odore intenso delle spezie e della carne arrosto e un fetore acre che sa di formiche bruciate; ha la bocca per baciare, urlare contro un Dio che forse è morto, dire una verità scomoda; soprattutto, ha gli occhi, occhi che immortalano quello che non dimenticherai mai. Cose brutte e cose belle in un rullino fotografico lasciato alla polvere. La Mazzantini vive d'amore e di guerra e va in cerca di vita, in mezzo a quella morte inspiegabile che gela il sangue. Oscilla, affascinante, su un'altalena librata sugli opposti: a tempi alterni, la testa rivolta verso il confine della fine e i piedi verso il tunnel di una nuova nascita. Spia i movimenti di vittime innocenti dal mirino del fucile di un cecchino; qualche volta fa fuoco, qualche volta è clemente e ti salva la vita. Costruisce il passato di una famiglia mancata attraverso ecografie piene di ovuli ciechi e figli che, forse, non dovevano venire. La superba storia d'amore tra tre destini e una città maledetta dalle stelle. Sarajevo ha il nome di un tango. Sarajevo – schifosa, suggestiva, unica - è gelosia e passione, morte e vita. Sarajevo, che potrebbe essere il nome di un transessuale triste con il trucco sciolto e l'attesa di un cambiamentocontronatura. Tutte le strade, nell'arco di trent'anni, portano e riportano Gemma, Diego e Gojko lì, dove la guerra e una Madonna punk hanno generato Pietro – estroverso, moderno, ruvido, un'adolescenza pronta a sbocciare. 
A Pietro, Margaret ha dato i tratti e gli occhi del maggiore dei suoi quattro figli: ha scritto tanti libri, ha avuto tanti parti, lei. Ha messo al mondo quattro volte la vita perché lei ne è perdutamente innamorata, in fondo. Lo si percepisce da quello che fa, nella cura impressionante che deve richiedere: penso a una mamma che, di domenica, nel suo unico giorno di riposo, mette la sveglia alle sei per mettere la bolognese sul fuoco, preparare le lasagne fatte in casa, far odorare la casa di buono. Lei, che sa cosa significa crescere quattro figli sani e forti, sa anche cosa avrebbe significato non averne: sa descrivere il vuoto cosmico che Gemma sente nella pancia con passaggi fortissimi e pieni di verità. La protagonista è complicata, come tutte le donne; anche di più. Gemma si sente una donna a metà, ma è sfuggente il doppio, il triplo, il quadruplo. Il suo desiderio di diventare madre diventa ossessione, odio verso eserciti di donne con i jeans premaman che affollano le strade, gli uffici, i bar. Tutte insieme. Quasi a voler sventolare le loro forme, morbide come il pane, e i loro ventri accoglienti davanti a una Gemma fredda, triste, spezzata, inutilizzabile. Le donne della Mazzantini sono fortissime, mentre gli uomini sono troppo buoni e troppo stupidi, leggeri come quei mazzi di fiori di carta venduti quando le rose hanno preso lentamente a morire. Diego ha la testa tra le nuvole, il cappello da Puffo, i pantaloni a sigaretta colorati, un sorriso enorme e storto sul volto piccolissimo, una macchina fotografica – al collo – che è la croce che si porta appresso. Per fotografare neonati nelle cassette della frutta, nuche e ombelichi di donna, pozzanghere. Gojko, invece, ama due donne – la mamma, che somiglia a Lady D, e la sorellina, che vuole andare, da grande, alle Olimpiadi – e le corteggia tutte quante: beve, fuma, compone sinfonie a suon di rutti, scrive poesie dedicate a Sarajevo e ai grazie, gioca a calcio con la testa mozzata di un nemico per vendetta, sporcandosi i jeans buoni di sangue. Margaret Mazzantini rievoca, tra le sue pagine, un conflitto vicinissimo, nel tempo e nello spazio, di cui, se solo volessimo, potremmo ancora sentir risuonare gli echi, al di là del mare. Ma la domanda è una: vogliamo? La risposta mi sfugge, come mi è sfuggita, per troppo tempo, la reale identità di questo secondo olocausto. I programmi di storia, a scuola, parlano sempre di bambini col pigiama a righe, mai di Pietro, mai di Sebina, mai del bambino blu scorto da Gemma sul tavolo dell'obitorio, accanto al cadavere rattrappito di un povero vecchio morto insieme alla sua povera dignità. Un'amica, Elisa, mi ha detto che siamo tutti responsabili dei drammi che accadono nel mondo, siamo tutti complici. E siamo tutti Diego, anche se nessuno lo ammette. Perché lui è cordardo, mentre tutti – fregati da un'inconsistente presunzione – si credono eroi. La verità è che tutti avrebbero scelto la sicurezza dello stanzino delle scope, interrogandosi a lungo su cosa sarebbe successo se avessero fatto altrimenti. Non si sarebbe risolto niente, si sarebbe risolto tutto. Crudo, scomodo, atroce, capolavoro. Grandi personaggi, gran libro, brutta storia. Un libro da leggere a voce alta, un libro che ti sbudella il cuore. La Mazzantini come una paladina della memoria, Margaret come una regina della narrativa. E' stato più facile prima correre sotto le granate che dopo passeggiare sulle macerie.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Fontana di Sarajevo – Eduardo Cruz